Più vera del vero

TEATRO MARCONI, dal 29 dicembre 2022 all’8 Gennaio 2023 –

Che cosa è “normale” ? E siamo davvero sicuri che quello che desideriamo sia ciò che “ci sembra normale” ? Questo “il solletico” che l’adattamento di Felice della Corte, curatore della regia di questo spettacolo (oltre ad essere in scena nel ruolo di Giulio) sceglie di procurarci. E per farlo si affida alla complicità di Max Gazzè e del suo brano “Ti sembra normale”, colonna sonora dello spettacolo.

Felice Della Corte, regista dello spettacolo “Più vera del vero”

In una triangolazione che ricorda quella del “Cyrano de Bergerac” di Edmond Rostand , Franco, uomo annoiatamente sposato, regala al suo amico Giulio, single alla perenne ricerca di una donna “vera”,  un catalogo di modelli androidi RCA 222. Perfette riproduzioni di donne: dalla pelle calda;  “addomesticabili”  (attraverso l’immissione telematica delle specifiche comportamentali desiderate) e “adattabili” all’ambiente umano nel quale vengono inserite. Una soluzione perfetta, sembrerebbe. Straordinaria, anche se non troppo lontana dai risultati che la robotica potrebbe raggiungere.

Valentina Corti e Felice Della Corte in una scena dello spettacolo “Più vera del vero”

Ma al di là delle possibili future soluzioni tecnologiche, che cosa cerca un essere umano? Giulio è un uomo che, combattuto nella confusione tra “il darsi e il prendersi” tipico di ogni relazione, si travaglia sul “vero” significato dell’amore. Ma cosa significa “vero” ? Forse, normale? Forse, perfetto? E se invece significasse essere meravigliosamente fragili e quindi anche imprevedibili ? Se significasse essere disposti a tralignare dall’abituale ménage vitale? Fuori da ogni confortevole programmazione?

Valentina Corti e Felice Della Corte in una scena dello spettacolo “Più vera del vero”

Di quante attenzioni, dalle sfumature ordinarie e straordinarie, abbiamo bisogno? E cosa siamo disposti a fare per assaporarle? Questo l’apice emotivo che con commossa levità riesce a raggiungere questo spettacolo, curato da Felice Della Corte, partendo dal testo (nominato per il Premio Molière del 2002) di Martial Courcier .

Il testo originale di Martial Courcier che ha ispirato lo spettacolo “Più vera del vero”

Una commedia brillante, ironica e sensibile che riesce a toccare le corde più profonde dell’animo di chi vive lontano dalla sterile superficialità. Perché, come canta Max Gazzè, essere “vera” non significa conoscere tutto dell’altra: sono i “freni che sollevano i perché”  a rendere enigmatica ma tremendamente affascinante una relazione. 

Max Gazzè

Gli attori in scena sanno muoversi con naturalezza ed efficacia attraverso i contraddittori percorsi mentali ed emotivi che attraversano la nostra fragile umanità. E riescono a consegnarci, con il sorriso, un messaggio speciale per iniziare il Nuovo Anno.

Valentina Corti, la Cloè androide dello spettacolo “Più vera del vero”

Valentina Corti, attrice di talento che il pubblico ha potuto apprezzare in film e serie tv di successo, qui si cimenta in una difficile prova di gestione del corpo che convince. E ci trasferisce tutta la complessità del gestire la compresenza meccanica (ma anche umana) nel far dialogare presunzioni ed emozioni.

I due uomini che l’affiancano (Felice Della Corte nel ruolo di Giulio e Riccardo Graziosi nel ruolo di Franco) danno un’interessante prova dei labili confini che arginano la complicità maschile e dei diversi modi in cui può declinarsi la drammatica bellezza delle relazioni di coppia.

Lo spettacolo sarà in scena questa sera, accompagnato da un generoso brindisi di saluto al Nuovo Anno e poi ancora fino all’ 8 Gennaio 2023.

Gregory: una storia di famiglia

TEATRO DE’ SERVI, dal 20 al 23 Dicembre 2022 –

Naturalezza.

Questa la cifra dello spettacolo. 

Questa la leva scelta per sollevare il mondo della diversità. 

Questo il taglio registico dello spettacolo

che Nicola Pistoia ha saputo regalare con insolita leggerezza e nessuna retorica.

Nicola Pistoia, regista di “Gregory; una storia di famiglia”

Complice il testo scritto da Veronica Liberale, che intercetta un modo di raccontare, con spontanea e disinvolta autenticità e con naturale comicità, cosa succede quando in una famiglia cade quel che si dice “un fulmine a ciel sereno”. Un fulmine che brucia sì, ma che può anche illuminare di luce nuova e sincera quella che era una stereotipata normalità.

Veronica Liberale, autrice e attrice in ” Gregory: una storia di famiglia”

Un praticabile ospita gli attori: sempre tutti in scena, “inquadrati” di volta in volta grazie a scelte tecniche semplici ma molto efficaci. All’inizio della narrazione tutti i personaggi vengono presentati, e quindi “definiti”, da un altro personaggio: forse perché è attraverso lo sguardo dell’altro che esistiamo.

Una scena di “Gregory: una storia di famiglia”

Tranne un personaggio: lei sa che si può “scegliere”, che si possono “desiderare” cose diverse, che si può andare oltre una presunta “uniformità di essere”. E quindi nel suo modo di fare rifugge da ogni definizione, aperta com’è alla molteplicità delle “letture ontologiche” del reale.

Una scena di “Gregory: una storia di famiglia”

Il resto dei componenti familiari colgono la sua “diversità” ma bonariamente “la adottano”: ne restano affascinati. E così facendo non si accorgono di esserne positivamente contagiati. All’arrivo, infatti, di un nuovo piccolo componente familiare, i genitori “decidono” che si chiamerà Francesco ma la nonna “desidera” e quindi “sceglie” di chiamarlo Gregory.

Veronica Liberale in una scena di “Gregory: una storia di famiglia”

Così facendo, tra risate, ironia e intelligente umorismo viene detronizzato uno dei principi a fondamento del ragionamento logico: il principio di identità e di non contraddizione, che riduce ogni elemento del reale ad una sola definizione. Per rendere possibile una comunicazione, dicono.

Francesco De Rosa in una scena di “Gregory: una storia di famiglia”

Per intenderci. Ma invece siamo capaci di intenderci anche se qualcosa esce fuori da un utile rigore uniformante. Questo spettacolo ce lo ricorda.

Perché la vita, come il teatro, si apre ad una molteplice lettura della realtà. Ed è bellissimo.

Il cast al completo in una scena di “Gregory: una storia di famiglia”

Gli attori in scena sono molto coesi e danno prova di una sentita coralità accogliente.


Uno spettacolo

di Veronica Liberale

con Francesco De Rosa, Veronica Liberale, Francesca Pausilli, Stefania Polentini, Armando Puccio e Francesco Stella

regia Nicola Pistoia

aiuto regia Loredana Piedimonte

costumi Alessia Sembrini

scene Francesco Montanaro

audio e fonica Denis Persichini

foto di scena/pagina facebook/testimonial Elena Tomei


Spettri

TEATRO QUIRINO, Dal 13 al 18 dicembre 2022 –

Un urlo fa da prologo allo spettacolo: un urlo per una rottura. Una rottura che rivela come un’unità sia composta da una pluralità di parti.

Giancarlo Previati ed Eleonora Panizzo in una scena di “Spettri” di Rimas Tuminas

All’apertura del sipario questo concetto è replicato da un maxi specchio (che fa da fondale) composto da una molteplicità di quadranti, che frantumano l’apparentemente inscalfibile unità di ciascun personaggio. 

Fabio Sartor, Andrea Jonasson e Eleonora Panizzo in una scena di “Spettri” di Rimas Tuminas

Fuori dalla scena un rumoreggiare di tuoni: l’aria si sta caricando di energia che a breve esploderà, traducendo le catene della tensione in pioggia, ovvero in una pluralità di gocce. 

Il regista lituano Rimas Tuminas, direttore del celeberrimo Vakhtangov ( il più grande teatro di Russia) di segnali premonitori ne semina in abbondanza: di lì a breve infatti parteciperemo al frantumarsi di ipocrisie perbenisticamente inossidabili.  

Rimas Tuminas ©VMT archyvas

L’interessante adattamento di Fausto Paravidino, fedele al testo di Ibsen che vuole denunciare un dramma borghese, sceglie di veicolare questo obiettivo mettendo in primo piano il dramma lacerante di una donna: rifiutata dal suo amato (che sceglie di proseguire con ipocrisia la sua missione di Pastore, reso in tutte le sue ambiguità da un efficace Fabio Sartor), tradita dall’uomo che ha sposato (ma del quale si è resa complice di innominabili segreti) e perdutamente innamorata del proprio unico figlio.

Fausto Paravidino – curatore dell’adattamento di “Spettri” di Rimas Tuminas

Una donna così fortemente appesantita dal rispetto del diktat del perbenismo borghese qui trova incarnazione, merito anche della magnifica limpida intensità di Andrea Jonasson, in una Helene “dal piè leggero”, che sembra librarsi dal suolo resistendo alla forza di gravità. La sua voce sa essere soave (e ad incorniciarla come tale contribuisce un uso delle braccia che sa disegnare celesti circonferenze nell’aria) ma meglio ancora conosce i toni più gravi. Segreti. È una donna molto bella, nonostante il verde abito monacale nel quale si nasconde e sul quale grava un orologio (ciondolo di una lunga collana) per misurare quel tempo al quale lei si illude di “dare la carica”.

Il mondo nel quale crede di muoversi è una gabbia dorata: un reticolo di chiare e univoche geometrie, continuamente intorbidite da una subdola nebbia, che gravano orizzontalmente e verticalmente su quella sua “joie de vivre”, prima pretesa e poi ceduta ( le scene sono curate, così come i costumi, da Adomas Jacovskis).

A sfidare le pure geometrie ci sono i pensieri e le azioni: ambigue e contorte. Come la scelta di non assicurare l’orfanotrofio, che si sta andando ad inaugurare, per dimostrare alla gente che non bisogna temere la Provvidenza. Ma c’è Osvald (un densissimo Gianluca Merolli), l’amatissimo figlio di Helene, che nonostante l’ereditato destino di fragilità, ha il coraggio di aprire la porta della gabbia dorata, permettendo l’entrata di aria fresca.

Gianluca Merolli e Andrea Jonasson in una scena di “Spettri” di Rimas Tuminas

Ma purtroppo il suo aver “trovato le parole giuste per mettere in ordine gli eventi” provocherà l’apertura del “vaso di Pandora” che sua mamma fino a quel momento era riuscita ipocritamente a tenere ben serrato. E tutti gli spettri si paleseranno: “ombre di antiche convinzioni sbagliate, che continuano ad agitarsi dentro di noi”. Sarà la fine. O forse un nuovo inizio.

Il sinergico cast di “Spettri” di Rimas Tuminas

Perché solo così una madre, fino ad allora morbosamente legata al figlio, scoprirà il suo autentico ruolo: quello di alimentare il desiderio di vita. Nonostante tutto.

Di commovente bellezza alcune scene: la danza con lo specchio degli spettri e l’inedita “Pietà” di una madre che, nel momento di maggior dolore, accetta si “staccarsi” dal figlio, rinunciando finalmente “a tenerlo in braccio”. Permettendogli così di iniziare a reggersi in piedi. Con i propri piedi.

Applausi profondamente intensi alla prima di “Spettri” di Rimas Tuminas


Leggi l’intervista rilasciata da Andrea Jonasson al “Corriere della sera”


Il malato immaginario

TEATRO QUIRINO, Dal 6 all’ 11 Dicembre 2022 –

Un delizioso motivo al clavicembalo (le musiche sono di Massimiliano Pace) prelude all’apertura del sipario, che lascia libero di diffondersi in platea il suadentissimo profumo di un’essenza lignea: quella dell’enigmatica torre che campeggia sul palco (la scenografia è di Fabiana di Marco).

Il regista Guglielmo Ferro

Guglielmo Ferro, regista meticolosamente attento ai dettagli che connotano una messa in scena (come suo padre Turi lo era nello studio dei personaggi che andava ad interpretare) sceglie di proporci un Argante prestante, ancora giovane e vivace ma che, sedotto dal “male di vivere”, un po’ come il poeta Hölderlin, sceglie di “isolarsi” in una torre. Lignea, appunto, eretta su geometrie interconnesse che, quasi in un ardito tentativo di esplorazione dell’infinito, vagamente ricordano quelle dell’incisore Escher.

Una scena dello spettacolo “Il malato immaginario ” di Gugliemo Ferro

Se l’uomo è destinato a sperimentare l’angoscia di fronte al nulla che minaccia l’esistenza; se la paura di vivere supera quella di morire, perché non “fingersi” malati? Perché non affidarsi alla vita “liquida” di onnipotenti clisteri? Con il vantaggio anacronistico di continuare ad essere “accuditi” e con l’illusione di delegare agli altri solo preoccupazioni e affanni. In realtà adbicando al proprio arbitrio nella complessa gestione del “convegno” degli umani. Un uomo, quello che Molière descrive nel 1600, oggi attualissimo.

Una scena dello spettacolo “Il malato immaginario ” di Gugliemo Ferro

Una “scienza”, la medicina di fine Seicento che, se da una parte fornisce all’uomo gli strumenti per conoscere e quindi dominare la Natura, dall’altra veicola anche profonde inquietudini ed insicurezze, che aprono inesorabilmente pericolosi sensi di vuoto. Molière, con guizzo geniale, rende trascendente questa subdola contraddizione incarnandola nell’ipocondriaco: colui che vedendo ovunque una minaccia e sentendosi sempre malato, finisce per rinunciare a vivere, perdendo anche quel che resta della salute e della lucidità mentale, sotto i bombardamenti dei medicinali più variegati.

Una scena dello spettacolo “Il malato immaginario ” di Gugliemo Ferro

Emilio Solfrizzi ( il malato immaginario Argante) è efficacissimo nella sua prestanza da malato: incisivo e lieve; ironico e intimamente amletico. Mai eccessivo. Poeticamente comico. Adorabile nella sua meschinità. Gli attori che lo accompagnano in questa avventurarsi bizzarro ed enigmatico, paradossalmente comico fino all’assurdo, sono tutti accuratamente caratterizzati ed efficacemente resi.

Una scena dello spettacolo “Il malato immaginario ” di Gugliemo Ferro

Una metafora illuminante per il pubblico, racchiusa in uno spettacolo profondamente divertente.

Recensione dello spettacolo CIRANO DEVE MORIRE di Leonardo Manzan e Rocco Placidi – regia di Leonardo Manzan

TEATRO VASCELLO, Dal 22 Novembre al 4 Dicembre 2022 –

Spettacolo vincitore del Bando Biennale College indetto dalla Biennale Teatro di Venezia 2018

Ci aspettano: abitano una “costruzione” edificata in un teatro nudo, dove tutto è a vista, senza le “omissioni” delle quinte (le scene sono di Giuseppe Stellato). Debbono dirci qualcosa: vogliono “mettere a nudo” una storia. Quella sul triangolo amoroso tra Cyrano-Rossana-Cristiano. È la prossemica che hanno scelto per aspettarci a parlarcene: Rossana in alto, al vertice di quel triangolo di cui Cyrano e Cristiano sono i due angoli alla base.

Scena di “Cirano deve morire” al momento dell’ingresso in sala dello spettatore

Ma questa volta è ad una narrazione “politicamente scorretta” che dobbiamo prepararci: fuori da ogni perbenismo e da una visione manichea che distingua nettamente il bene dal male. Fuori da soluzioni confezionate. Univoche. Ingannevoli. Complice un disegno luci spregiudicato: un insieme di raggi fendenti e penetranti come spade (disegno di Simone De Angelis, esecuzione di Giuseppe Incurvati). 

La riscrittura del “Cyrano de Bergerac” di Edmond Rostand ordita dal talentuoso regista Leonardo Manzan, affiancato nella drammaturgia da Rocco Placidi, mette alla prova i consolidati equilibri che sorreggono la celebre storia, osando andare oltre i confini di certi codici “omologanti”.

Leonardo Manzan, il regista di “Cirano deve morire”

Qui si sposa il punto di vista di Rossana (una poeticamente accattivante Paola Giannini), unica sopravvissuta alla storia e che di questa pesantezza non fa più un ingombro ma l’occasione per uno sguardo nuovo: dall’ “alto” della sua posizione e con il conquistato distacco, tutta la storia può essere rivista.

Paola Giannini, la Rossana in “Cirano deve morire”

È quella di Manzan una Rossana che ammicca all’arguta “Locandiera” di Goldoni, risoluta nello scendere in campo per ribellarsi alla “solita” narrazione che fa di Cyrano solo il simbolo dell’ eroe allergico all’ipocrisia e di Cristiano un delizioso sfortunato. Scopriremo, dal suo punto di vista invece, come Cristiano (un magnetico Giusto Cucchiarini) sia l’esempio del “bello che non balla”

Giusto Cucchiaini il Cristiano in”Cirano deve morire”

e Cirano (il poeta maledetto Alessandro Bay Rossi) un uomo che della propria diversità fisiognomica fa un muro dietro al quale trincerarsi. Un po’ come canta Roberto Vecchioni nella sua “Rossana Rossana”: “Col cuore dentro il naso … nelle mani soltanto stelle rotte, l’ombra perduta tra i rami…che brutta eternità desiderarti e non averti mai…aprivo solo la bocca, facevo finta forte e ti ho bagnato d’amore” .

Alessandro Bay Rossi, il Cirano in “Cirano deve morire”

Insomma un Cirano che si blocca ad una (apparentemente) generosa simbiosi con Cristiano, dove quella che chiamano “finzione” si riduce ad una “minzione”. Un uomo, Cirano, che non va oltre la sublimazione inchiostrata delle proprie emozioni. Ma l’inchiostro “si secca” e non produce nulla di fertile. Da qui il titolo iconoclasta: “Cirano deve morire”.

Perché scrivere “ti amo” vale solo se è il momento che anticipa il “segno” di un gesto intrepido. Perché in realtà a Cirano non manca tanto la bellezza, quanto la capacità di “perdere il controllo” e di misurarsi con la follia dell’amore. Che non fa sempre rima.

Efficace poi la scelta di tradurre e veicolare questa nuova “weltanschauung” attraverso la musicalità metrica e l’attrazione per le rime caratteristiche del linguaggio rap. Naturale effetto di questa nuova traduzione è che il lavoro assuma la modalità di un “concerto”, di un gareggiare musicale: un concept album supportato dalle musiche originali del dj Filippo Lilli direttamente sul palco. Raffinatissimo e molto efficace il contrasto antico-moderno dei costumi (sono curati da Graziella Pepe).

Il cast di “Cirano deve morire” con il dj Filippo Lilli

Una prova di teatro coraggiosamente interessante, costruita senza l’ossessione di andare incontro al beneplacito della critica.

Un nuovo orizzonte quello aperto da Leonardo Manzan, che sa portare a “singolar tenzone” teatro e musica rap.


CIRANO DEVE MORIRE

di Leonardo ManzanRocco Placidi
regia Leonardo Manzan
con Paola GianniniAlessandro Bay RossiGiusto Cucchiarini 
musiche originali di Franco Visioli e Alessandro Levrero eseguite dal vivo da Filippo Lilli     

fonico Valerio Massi

luci Simone De Angelis eseguite da Giuseppe Incurvati 

scene Giuseppe Stellato 

costumi Graziella Pepe

produzione de La Biennale di Venezia nell’ambito del progetto Biennale College Teatro – Registi Under 30 con la direzione artistica di Antonio Latella
produzione nuovo allestimento 2022 La Fabbrica dell’Attore – Teatro VascelloElledieffeFondazione Teatro della Toscana


Recensione di Sonia Remoli

Cenerentola remix

TEATRO INDIA, Dal 22 novembre al 4 dicembre 2022 –

È una Cenerentola che strizza l’occhio a Pirandello e a Shakespeare quella della rilettura che ieri sera Fabio Cherstich, talento teatrale e operistico (classe 1984), ha mandato in scena in prima nazionale al Teatro India.

Fabio Cherstich

Nel prologo si avverte lo spettatore di come le parole possano essere pericolosamente utili, continuamente attraversate come sono da umani fraintendimenti. Sembra quasi di sentir parlare il Padre dei “Sei personaggi in cerca d’autore” di Pirandello: “abbiamo tutti dentro un mondo di cose…crediamo di intenderci ma non ci intendiamo mai !”.

La Cenerentola di Cherstich (una tenera e ostinata Annalisa Limardi) è un’adolescente di oggi, che sceglie di cedere la magia del personaggio disneyano per calarsi in un una realtà disincantata. Ma qui le succede di “fraintendere” le parole che sua madre le lascia in eredità, poco prima di morire. Questo fraintendimento dall’amletico sapore del “dormire … morire” renderà l’assenza materna molto ingombrante fino a condurla verso una pericolosa ossessione che rischierà di privarla del diritto a vivere, sognare, desiderare.

Impronterà le sue giornate a obbligarsi di ricordare sua madre ogni cinque minuti, credendo così di evitare che muoia davvero. La postura mentale peggiorerà dopo qualche mese allorché Cenerentola si accorgerà di aver saltato uno dei suoi ossessivi rituali di commemorazione. A quel punto per espiare la colpa decide di sottoporsi docilmente ad sogni forma di sopruso operato su di lei da parte della Matrigna (una sfaccettatissima Giulia Sucapane) e delle due sorellastre (shakespearianamente interpretate da uomini: due briosissimi Giuseppe Benvegna e Alessandro Pizzuto).

Una scena dello spettacolo “Cenerentola remix”

A ridestarla dalla sua vocazione allo sterile sacrificio, sarà una fata avanguardista (una super smart Evelina Rosselli) che Cherstich priva di immagine facendola palesare epifanicamente solo come “voce” insediata negli elettrodomestici, unici “interlocutori” quotidiani di Cenerentola. Sarà proprio questa voce fatata, dall’accento spiccatamente romanesco, a solleticare Cenerentola all’insolito piacere dell’attesa e al delizioso dolore del “friccichio de core”.

Una scena dello spettacolo “Cenerentola remix”

E così accadrà: Cenerentola andrà al ballo ma sarà lei ad attirare le attenzioni del Principe, nel quale si rifletterà come in uno specchio. Lui è un adolescente timidissimo e impacciato che, come lei, vive un problematico rapporto materno. Sarà lui a scappare dal ballo per correre verso un improbabile appuntamento telefonico con una madre irraggiungibile. Vorrebbe tanto regalare a Cenerentola qualcosa ma non venendogli nulla in mente finirà per regalarle una sua scarpa. Lei apprezzerà molto l’insolito dono ma, ormai inserita in un progressivo processo di crescita e di emancipazione, si sentirà libera di non sposarlo ma di amarlo come amico.

Uno spettacolo deliziosamente profondo. Estroso e vero. Adatto ad un pubblico nuovo ed eterogeneo. Momento di condivisione culturale e forma di intrattenimento intelligente.

Una scena dello spettacolo “Cenerentola remix”

Interessante l’uso dello spazio scenico; ancor più la gestione delle luci: quasi tutto avviene a vista, anche a sottolineare il bisogno tutto umano di “controllare” il naturale fluire delle cose. Tutti gli attori si calano con geniale disincanto in questa realtà scevra da “zuccherosa’” magia. Giocosamente raffinate sono le musiche del M° Pasquale Catalano. Efficace la scelta di far entrare nella rappresentazione il padre di Cenerentola (assente nella fiaba originale) che, quasi come sua figlia, diventa un servitore della casa. Ad interpretarlo è l’espressivo Julien Lambert.

Una scena dello spettacolo “Cenerentola remix”

La sua presenza è anche un riferimento all’evaporazione dell’attuale figura del padre, in realtà invece custode dell’applicazione della “legge” che permette il generarsi di un salutare desiderio di crescita nel figlio. Perché Cenerentola soffre non solo del lutto della mamma ma anche quello dell’inesistenza di un riferimento paterno. Così come il Principe: il cui padre, il re, ha come unica preoccupazione quella di organizzare feste.

Merito di questo spettacolo è quello di saper veicolare con calviniana leggerezza temi fondamentali della vita ai quali l’arte, e quindi il teatro, ha la capacità di avvicinarci. Promuovendo “un incontro” capace di sovvertire il nostro rapporto abituale con la realtà.

Una compagnia di pazzi

TEATRO DE’ SERVI, Dal 15 al 27 Novembre 2022 –

Uno spettacolo coraggioso e poetico.

Narra di come in quel che resta di un manicomio (con tre malati, due infermieri e un direttore sanitario, ai margini della vita e della Seconda Guerra Mondiale) la quotidianità riesca ad avere il sapore di un’avventura: quella dell’immaginifica navigazione di un equipaggio che sa vivere di attese e di desideri infiniti. In primis l’attesa dell’arrivo della neve.

Uno spettacolo che ha il merito di presentare la follia non tanto come un insieme di comportamenti che deviano dalla “norma”, quanto piuttosto come comportamenti che sanno rivelarci qualcosa di “vero” sull’essere umano. Cosa significhi essere “liberi”. Cosa significhi “amare” davvero, al di là degli stereotipi. Come possa essere straordinariamente terapeutica una carezza. Come “il divino”, il “genio”, si manifesti inaspettatamente attraverso la musica e la danza.

Perché tutti noi sappiamo ciò che siamo ma non ciò che potremo essere.

E quando finalmente la neve arriva, “la neve pesa e in testa fa male”: tutti sentono che è arrivato il momento di “lasciar andare la fune che unisce alla riva”. Di lasciar andare il destino. Di lasciare che tutto fluisca. “La salvezza non si controlla. Vince chi molla”. Un nuovo viaggio si palesa. O si lascia immaginare.

Il testo e la regia dello spettacolo sono di Antonio Grosso, acuto osservatore stregato dai piccoli microcosmi dell’esistere, che è presente anche in scena nel ruolo di Francesco, uno dei due infermieri.

Antonio Grosso

Tutti gli attori danno prova di una recitazione che rifugge dai facili eccessi. Una recitazione semplice e naturale, che imprime una meravigliosa dolcezza al gesto. Non passa inosservata l’affascinante mimèsi di Gioele Rotini: folle, in ogni vibrazione del corpo e dello sguardo.

LO SPETTACOLO SARA’ IN SCENA FINO AL  27 NOVEMBRE AL TEATRO DE’ SERVI

Recensione dello spettacolo AMLETO di William Shakespeare – regia di Giorgio Barberio Corsetti –

TEATRO ARGENTINA, dal 15 Novembre al 4 Dicembre 2022 –

Amleto siamo noi.

Amleto è uno di noi: immerso qual è in dinamiche familiari ed esistenziali sempre attuali.

Amleto è un mito moderno: un uomo alla continua ricerca di una ragion d’essere ma soprattutto un uomo dilaniato da una prepotente dualità. 

Il regista Giorgio Barberio Corsetti

Dualità che, com’è nel destino da sperimentatore del regista Giorgio Barberio Corsetti , trova sviluppo in questo adattamento prendendo le sembianze di una interessantissima “metamorfosi” globale. 

In fieri, in trasformazione, non è solo Amleto ma tutto l’universo in cui è immerso. Ad iniziare dalla leviatanica struttura multiscenica (così cara al teatro shakespeariano) rappresentante il castello-prigione di Elsinor (le scene sono firmate da Massimo Troncanetti). Complice una schiera di macchinisti che entrano ed escono dalla scena, come in un’elegante coreografia, armonicamente declinata sulla poetica della narrazione.

Una scena dell’ “Amleto” di Giorgio Barberio Corsetti

Parlano di intrinseche dualità i pannelli che scendono a “tagliare” l’apparente verità, rivelando ciò che in essa si cela.

Una scena dell’ “Amleto” di Giorgio Barberio Corsetti

Dualità che metamorficamente si moltiplica in una frammentazione, nella scena del duello finale tra Amleto e Laerte. Davvero molto suggestiva: acuta intuizione quella di Corsetti di far scendere sulla scena pannelli specchianti che moltiplicano, scomponendoli in una miriade di immagini, i due contendenti. Intuizione che ricorda archetipicamente la scena del labirinto di specchi de “La signora di Shangai” di Orson Welles.

Il M° Massimo Sigillò Massara

Incentrate sulla dualità classico-contemporanea sono le originalissime architetture musicali composte dal Maestro Massimo Sigillò Massara. 

Una scena dell’ “Amleto” di Giorgio Barberio Corsetti

Ad un interessante “in bilico” sono sapientemente sottoposte anche alcune prove attoriali: davvero stimolante la resa di alcuni passi della narrazione dove la decisa inclinazione dei piani costringe gli interpreti a trovare sempre nuovi equilibri fisici. E metafisici. 

Una scena dell’ “Amleto” di Giorgio Barberio Corsetti

Perché ciò che conta, conclude l’ “Amleto” di Corsetti non è stabilire nettamente se “essere o non essere” quanto piuttosto “essere presenti a tutto”. E a tutti: perché l’immortalità dei mortali si dà nell’essere ricordati. E nell’avere, quindi, la preziosa opportunità che qualcuno desideri essere il “testimone” della nostra esistenza. Come Amleto lo è stato per il re, suo padre, e Orazio lo sarà per il carissimo amico Amleto. 

Gli applausi ieri sera alla prima dell’ “Amleto” di Giorgio Barberio Corsetti

Gli attori danno una splendida prova della “fluidità” in cui sono chiamati a muoversi. Non ultima quella tra l’essere “attori” e l’essere “spettatori”.

Particolarmente accattivante la rivisitazione che Corsetti fa di alcuni personaggi: un’ Ofelia poeticamente rock (interpretata con profonda leggiadria da Mimosa Campironi) che, anziché ‘evadere’ intrecciando ghirlande di fiori, preferisce ascoltare musica correndo sul tapis roulant, oppure sedersi sul bordo della finestra, al chiaro di luna, scrivendo lettere e suonando la sua chitarra elettrica. Una splendida rivisitazione della Audrey Hepburn di “Moon River”. Molto gradevole anche l’elegante poliedricità che Corsetti regala al padre di Ofelia, Polonio ( il gentlemen Pietro Faiella) raffinato anche nei panni di giardiniere, che a tratti ricorda il candore di Chance in “Oltre il giardino”. Felice poi l’idea di rendere la complessità psicologica di Gertrude (l’interprete è Sara Putignano) attingendo anche ad una sensualissima Jessica Rabbit. Fausto Cabra (Amleto) brilla per naturalezza e filosofica inquietudine.

Fausto Cabra (Amleto)

Il disegno luci di Camilla Piccioni è così chirurgicamente efficace, da ricoprire un vero e proprio ruolo poetico all’interno della narrazione.


Recensione di Sonia Remoli

Diario licenzioso di una cameriera

TEATROSOPHIA, 11 – 13 novembre 2022 –

E’ in una stazione, luogo dove s’incontrano vite (e metafora della vita che, come un treno, sfreccia tra paure, sogni e desideri) che noi incontriamo Célestine (un’ammaliante e profonda Giovanna Lombardi).

Lei è (apparentemente) l’unica protagonista del “Diario licenzioso di una cameriera”: emozionante adattamento del regista Gianni De Feo della pièce del rinomato drammaturgo Mario Moretti, che a sua volta adattò dal testo originale di Octave Mirbeau “Journal d’une femme de chambre“. 

Seduta, ma cangiante come i colori dei cieli dolci e piovosi della Normandia, Célestine aspetta di arrivare alla sua nuova destinazione lavorativa, al suo nuovo destino. È di una bellezza austera e sensuale: sembra uscita da un manifesto di Toulouse Lautrec (i costumi sono di Roberto Rinaldi).

Henri de Toulouse Lautrec, Divan Japonais – 1893-

Quando inizia a rivolgerci la parola siamo invasi dalla sua malizia. Ci arriva dalla sua voce golosa; dal suo corpo che si offre e si cela; dalla sua bocca così morbida e umida; dal suo tatto così avido di superfici da esporare.

Una scena del “Diario licenzioso di una cameriera ” di Gianni De Feo

E dai suoi gesti così in simbiosi con la musica. Ma sono i suoi occhi a stregarti e a portarti via con lei. Dovunque il suo capriccio decida di andare. Occhi che proiettano paure, eccitazioni, gioie. Occhi che sanno parlare anche in quei silenzi così potentemente densi. Nella malìa della sua narrazione, Célestine denuncia l’ipocrisia dei suoi datori di lavoro, appartenenti a quella borghesia che ostenta “case linde e pinte dietro facce disgustose”.

Una scena del “Diario licenzioso di una cameriera ” di Gianni De Feo

Lei presta servizio come cameriera e si descrive in una maniera che potrebbe farla risultare un’opportunista. Lo è. Anche. Ma non solo. Il suo non è un mero scambio di servizi. Lei “sa guardare”. Non solo con gli occhi ma anche con la mente. E con il cuore.

Una scena del “Diario licenzioso di una cameriera ” di Gianni De Feo

Ha la capacità di visualizzare anticipando gli eventi che la coinvolgono e poi la prontezza di sincronizzarvisi. Per questo quando ci parla degli uomini e delle donne che ha incontrato, lei “scatta” veri e propri “ritratti” umani. Non si accontenta di lavorare per vivere. Vuole “sentire”, piuttosto, cosa significa vivere. In quanti modi si può vivere. Quanto può essere seducentemente contraddittoria la vita.

Una scena del “Diario licenzioso di una cameriera ” di Gianni De Feo

Come può accadere di essere attratti dalla violenza che si mischia alla protezione e dalla malattia che è anche fonte zampillante di vita?

Eppure accade, se non ci si ferma sulla soglia delle ipocrite classificazioni borghesi. Perché se si ha davvero fame di vita, non si può non riconoscere che il bene non si dà mai disgiunto nettamente dal male. Giudicare non ha più senso, allora. E non è più vero, come aveva dichiarato inizialmente, che lei sia impenetrabile: che nulla la meravigli. Lei sa di essere “una donna che fa sangue”, che ha bisogno di sedurre e di essere sedotta. Sa che la sua luce è data dalle sue ombre e non teme di rivelarle, quando anche l’altro le fa dono di ciò che non ha.

Questo adattamento del “Diario licenzioso di una cameriera” di Gianni De Feo è uno spettacolo magnetico: un inaspettato viaggio emozionale . Merito di una regia curatissima, introspettiva e raffinatamente sfacciata. Le scene (di Roberto Rinaldi) sono semplici ma efficaci pennellate di ottimo gusto e il disegno luci, unito alla complicità delle scelte musicali, fonte diegetica: alcuni momenti sono costruiti su immagini scritte con la luce.

Il berretto a sonagli

TEATRO QUIRINO, Dall’8 al 20 Novembre 2022 –

Perché scegliere di apparire per nascondersi, finendo per diventare invisibili e quindi annientarsi ? Ma perché così fan tutti: “pupi siamo! Pupo io, pupo lei, pupi tutti…ogni pupo vuole portato il suo rispetto non tanto per quello che dentro di sé si crede, quanto per la parte che deve rappresentar fuori”. E si sa: solo se ci adeguiamo immolandoci allo sguardo degli altri, si viene accettati.

Una rara edizione del 1925 de “Il berretto a sonagli” di Luigi Pirandello

Non è un sipario ma una “soglia”, quella tenda grigia che pare continuare fino a ricoprire tutto il proscenio. Il grigio è il colore del punto di vista: muta di significato a seconda di come lo guardiamo, proprio perché si presta ad essere un punto di sosta e di valutazione del mondo circostante. Perfetto per mandare in scena la poetica pirandelliana.

Buio: la tenda s’illumina di ombre. E noi del pubblico possiamo “spiare” cosa succede dietro questo apparente confine. Sono persone che corrono, che si affannano vorticosamente, come fantocci e poi se ne vanno: solo una donna resta ancora lì dentro. Sola. Sembra persa in un limbo tutto suo. Ma poi anche lei se ne va. “Cosa sarà successo?!?” -ci chiediamo noi del pubblico. “E poi?”.

Sono attimi in cui la curiosa morbosità di entrare e invadere la vita degli altri si fa insistente. E ci fa sollevare la tenda, questa “soglia” che per civiltà deve essere flebile e quindi oltrepassabile. Ci si rivela così un’invasione di spazi, interni ed esterni. Una subdola promiscuità: apparentemente elegante ma decadente (le scene sono di Alessandro Camera). Sulla destra notiamo un’altra tenda grigia: un’altra “soglia” e una scala che qualcuno, un fantoccio, ha usato per salire e arrivare a spiare in cima alla tenda. Da fuori, oltrepassando anche questa soglia. Ma non è il solo: altri stanno “spiando” ciò che accade in questo interno. Siamo sempre noi del pubblico che, senza la complicità della tenda frontale, per poter vedere senza essere visti ci siamo spostati dietro e di lato alla scena.

È la storia di un tradimento scoperto ma che la tradita vuole denunciare, contrariamente alle “convenzioni civili” che pretendono che chiuda gli occhi e non veda. Cosicché neanche gli altri vedano. 

La regia di Gabriele Lavia, ricca in acume, ci conduce con felpata eleganza (complice lo stesso palco drappeggiato da un’altra “soglia”) nei meandri di questa ipocrita geografia umana. Accarnandosi poi in un personaggio chiave, Lavia è anche un magnifico Ciampa, l’altro tradito che, da attento utilizzatore della “corda civile”, farà di tutto per evitare di indossare quel berretto a sonagli che “civilmente” la società fa calzare a chi ha perso la propria dignità risultando “un becco”, un cornuto.

Il disegno luci e le musiche seducentemente ossessive (sono del celebre compositore Antonio Di Pofi) enfatizzano quell’inclinazione sociale perbenista, che voluttuosamente s’infila serpeggiando in ogni fessura del privato. Sono inclini al “voyeurismo” anche i proiettori, qui diventati lampioni curiosi d’illuminare le vicende che avvengono in questo interno: uno squilibrato, ma apparentemente elegante, salotto di velluto rosso. Il canapè, avendo perso un sostegno, declina verso terra e così le poltrone, laddove non sono rovesciate.

Un macrocosmo che si riflette nel microcosmo della padrona di casa: Beatrice Fioríca, la moglie tradita del Cavaliere (una fascinosa Federica di Martino, ricca di evanescente plasticità). Anche lei, come il mobilio, subisce la forza di gravità delle apparenze civili. Con sgangherata eleganza si lascia cadere sul canapè e vi si spalma come fango. Finché un guizzo nervoso non la ridesta e repentinamente, come un felino, si rialza per reagire. Almeno finché la forza di gravità civile non la vince di nuovo.

Ad informarla della relazione extraconiugale del marito è la Saracena, l’accattivante androgina Matilde Piana, che Lavia fascia in un elegante tailleur da viaggio, capo d’abbigliamento maschile declinato sulla donna proprio in quegli anni che aprono il Novecento (i costumi sono ideati dagli allievi del Terzo anno dell’Accademia Costume &Moda). A compensare l’effetto eversivo e “incivile” della Saracena su Beatrice, c’è Fana ( una Maribella Piana di grande potenza espressiva) la vecchia serva di Beatrice, devota custode dei vizi della società. Il segreto, dice, è quello di cucirsi la bocca e di offrirli a Dio.

Ma non basta: pur attraversata dagli alti e bassi delle sue spinte emotive, Beatrice va avanti nel suo progetto di denuncia. E né la leggerezza dei passi di danza in cui la ingloba suo fratello Fifí ( un Francesco Bonomo deliziosamente elegante nella sua superficialità); né l’esibizione del modello di “donna civile” che Ciampa porta forzatamente al cospetto di Beatrice (sua moglie Nina, una sensuale Beatrice Ceccherini, dark lady dagli occhi bassi) , riusciranno a placarla.

E il delegato Spanò (un Mario Pietramala ieratico e intrigante certificatore di ridicole verità) arriva in casa per raccogliere la denuncia. La notizia giunge anche alle orecchie della madre di Beatrice (una Giovanna Guida disperatamente compassata) ma, anziché pentirsi e fare un passo indietro, Beatrice va avanti. Finché non sarà proprio un perverso guizzo dello scrivano Ciampa a capovolgere la situazione (un maliardo Gabriele Lavia che riesce a struggere lo spettatore nonostante la subdola e paradossale precarietà decadente del personaggio) . 

Con “Il berretto a sonagli”, il più amaro dei testi di Pirandello, Gabriele Lavia realizza qualcosa di speciale: “che induce”. Perché ci si conosce, grazie al vedersi rappresentati in scena.

La prima de “Il berretto a sonagli” al Teatro Quirino di Roma


Qui l’intervista a Gabriele Lavia su “Il berretto a sonagli” e non solo.