MEIN KAMPF – Stefano Massini

– Uno spettacolo di e con Stefano Massini –

da Adolf Hitler

TEATRO ARGENTINA

dal 18 Febbraio all’1 Marzo 2026



Con appassionata solidarietà Stefano Massini, artista dal vigoroso impegno civile, ci porta attraverso questo suo lavoro a sperimentare una verità: ciò che ha il potere di “cambiare tutto“ – e quindi “di cambiare la Storia” – sono le parole. 

Perché la parola ha un valore che risiede nella sua capacità di andare oltre il significato letterale, trasformandosi in uno strumento per costruire la realtà. La parola è capace infatti di evocare emozioni che influenzano la nostra mente, le nostre scelte e il nostro sguardo sul reale. 



La parola è la prima magia dell’uomo. È la genesi dell’impossibile che passa per l’intonazione della voce, per la scelta dei verbi, per il ritmo del respiro su cui si regge il suono.

Quindi migliore è il nostro uso delle parole, migliore è il nostro potere sul reale.

Per anni Stefano Massini ha incrociato nelle sue ricerche la prima stesura del libro-manifesto “Mein Kampf” con i discorsi e i comizi di Hitler. Nonché con il vasto materiale raccolto nelle “Conversazioni con Hitler a tavola” dove, davanti a pochi uomini di fiducia, Hitler fa valere la sua fama di abile conversatore, per catturare l’attenzione dei commensali con discorsi che molto spesso assumono i tratti del monologo. Oltre al fanatismo tipico delle sue orazioni pubbliche, l’occasione informale lascia trapelare inquietanti convinzioni che risiedono alla base del progetto politico e ideologico nazista.

Inquietanti convinzioni da insufflare nelle orecchie di chi si vuole influenzare nella volontà di scelta. Soprattutto quando la forza di volontà crolla in alcuni frangenti storico-esistenziali e lascia un varco di accesso proprio a “certe parole”. 

Parole acutamente scelte da Adolf Hitler, dopo aver dedicato gli anni della sua giovinezza a studiare il genere umano: osservandone costantemente la natura e le inclinazioni.

Frutto di questa analisi sono parole tremendamente rassicuranti: parole di cui siamo caduti preda. 

Parole che non smettono di sedurre perversamente la nostra volontà: parole alle quali ancora oggi siamo vulnerabili. Parole che ci si cementano dentro come mattoni, e che ci fanno sembrare necessarie certe persone. 



Questo non significa che tutto è perso: ci sono ancora pagine bianche che possiamo scrivere. Noi. Consapevolmente. 


E’ infatti una pagina bianca quella che occupa la scena, e che ci si offre già dal prendere posto in sala (la cura delle scene è di Paolo Di Benedetto).

Stefano Massini “la scrive” con le sue parole, che ci aiutano a riportare attenzione al potere dei libri.
Un “esperimento”, quello che lui ci propone, per “sentirle queste parole, per riconoscerle e valutare quanto ne siamo ancora vulnerabili”. 

Stefano Massini (ph. Masiar Pasquali)



Massini, sceglie di entrare in scena dal fondo della platea: è uno di noi. E raggiunge la scena progressivamente: per testimoniare il suo sentire vicino al nostro. 

La scena è abitata da una struttura, metafora di una pagina bianca, che a seconda della nostra consapevolezza, si può rivelare la nostra salvezza o la nostra perdizione. Un vuoto vitale o un vuoto mortifero.

Si prende tempo per osservarla, Stefano Massini. E poi la esplora come a sentire l’effetto che gli suscita. Ci invita, così facendo, a riproporre anche noi la stessa cura nel guardare consapevolmente certe opportunità, senza cadere nella tentazione di lasciarne la guida ad altri.



La pagina in scena si dà come un piano inclinato che visualizza come la nostra opportunità di conoscere sia un salire impegnativo, mai affrettato, sostenuto da spirito critico. Un crescendo di attenzione verso il conoscere al quale siamo tentati a volte di abdicare, preferendo scivolare giù, fino al punto di partenza: delegando a qualcun altro il nostro sguardo sul reale.


Massini ha una presenza scenica potentissima – coronata dalla sinergia tra la drammaturgia del disegno luci (la cura è di Manuel Frenda) e quella degli ambienti sonori (di Andrea Baggio) – attraverso la quale ci porta a sentire come Hitler abbia costruito il suo potere rimanendo sempre fedele al proprio desiderio. 

Un desiderio che ha bisogno di tempo per prendere una forma precisa ma che Hitler sa già, fin dall’inizio, che non prenderà mai la forma per fare di lui “un irrilevante impiegato”. 

Stefano Massini (ph. Filippo Manzini)


Quello che Massini ci invita a non perdere di vista è il potere del desiderare. E le sue derive. Consapevoli di quanti usi si possono fare di questo potere, di questa pagina bianca.


La prima parola che Hitler scrive sul suo foglio bianco è: “non voglio fare l’impiegato: temo l’irrilevanza”. Che significa anche: non voglio mettermi a disposizione, a servizio di qualcun altro. Voglio comandare sugli altri. 

Ma come?
“Da dove si inizia per cambiare la Storia?”.



Da qui: osservandola. E scoprendo che l’uomo spesso finisce per tradire se stesso – il suo desiderare – scegliendo di “incurvarsi e di flettere le gambe fino a scendere in ginocchio”.

Hitler lo scopre osservando la rassegnazione che domina il suo piccolo paese, abitato da gente che “potrebbe ma non vuole” e che “non sente l’attrazione della grandezza”, preferendo finire per ridursi “piccoli piccoli fino a scomparire nel minuscolo”. 

Continua poi la sua indagine a Vienna: ma anche la città è abitata dal “sonno delle masse”, sia tra i quartieri poveri, che tra quelli ricchi.

Ecco allora arrivare una prima deduzione: alle masse manca una guida a cui votarsi.

E la fatale illuminazione: “Alle masse manca un furer: ecco cosa voglio essere”. 



Come riuscirci? Come portare le masse dalla sua parte?

Facendo credere loro – con determinate parole – di essere vittime di un controllo, finalizzato a renderle inermi. E poi insufflando nelle loro menti pregiudizi – ovvero parole fallaci – che avrebbero ridestato nazionalisticamente i loro animi. Inducendoli a separarsi, fino ad eliminare, ciò che essendo “diverso” minaccia la purezza della razza ariana. 

Conseguenza del far entrare in noi l’influenza di certe parole è arrivare poi a sviluppare la convinzione che “sopprimere l’altro non è brutto, è necessario”. E che la guerra è selezione: tu meriti perché appartieni alla razza eletta e allora vivi; tu non appartieni a noi, non meriti e quindi non vivi. 



Hitler si arruola in guerra , viene ferito e lo raggiunge la notizia che la Germania si è arresa. Orrore: mai arrendersi ! Infatti lui decide di restare in battaglia, portando avanti la “sua battaglia”.

Gli sale una forza rabbiosa mai sentita prima, che lo porta ad esporsi, ad uscire dalle quinte. 
“Serve riscatto e io vi sono necessario”. 

E così “laddove per tutti la guerra era finita, la mia guerra iniziava”. 

Una guerra che avrebbe portato a far sì che gli altri dicessero: “ io la penso come lui. Io sono come lui”.
Questa consapevolezza lo nutre, portandolo a sentire di “non essere irrilevante”. E così accadrà: le masse lo applaudono e poi gli dicono: “Sei necessario!”. 

Proprio come lui le aveva programmate: facendo scendere in loro il potere di certe parole, da lui accuratamente scelte.



Arrestato nel 1923 per alto tradimento, nei nove mesi di prigionia scrive un libro che tutti dovranno imparare a memoria: perché certe parole hanno il potere di manipolare le scelte personali.  E’ “Mein Kampf”: un saggio autobiografico pubblicato nel 1925, dove Hitler espone il suo pensiero politico e delinea il programma del Partito nazista.

Nel 1945, dopo la sua morte, i diritti d’autore diventano proprietà dello Stato della Baviera, che mai ne autorizza la pubblicazione in Germania.

Nel 2016, allo scadere dei diritti d’autore, viene invece pubblicata una nuova edizione commentata. La prima ad essere autorizzata dopo il 1945.

Ecco perché allora è importante essere consapevoli di tutto questo: perché le parole possono cambiare tutto.

Possono cambiare “ancora” la Storia. 

Ma noi ricorderemo. Ricorderemo questo “esperimento”.
Ricorderemo che c’è sempre una pagina che “noi” possiamo scrivere. Consapevolmente. Insieme.



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Recensione di Sonia Remoli





Recensione PER SEMPRE – Alessandro Bandini

TEATRO TORLONIA

dal 19 al 22 Febbraio 2026


“Cher Alain, je suis désespéré”

(dalla lettera di Giovanni Testori ad Alain Toubas del 19/03/1959)

Casa Testori

Mostra “Miissimo di meGiovanni Testori e Alain Toubas. I documenti di una storia d’amore


Da qui, da queste parole – “Cher Alain, je suis désespéré” – Alessandro Baldini sceglie di dare avvio alla sua drammaturgia, dedicata prevalentemente all’esplorazione del carteggio inedito delle oltre duemila lettere intercorse tra Giovanni Testori (scrittore, drammaturgo, pittore, critico d’arte, poeta, regista, attore: uno dei più importanti intellettuali italiani del Novecento) e Alain Toubas (gallerista d’arte), nel periodo che va dal 1959 al 1962.

Una dichiarazione – “Cher Alain, je suis désespéré” – che non appartiene alla prima lettera del carteggio tra i due amanti, ma che suggella l’incontro folgorante tra Baldini e quell’inedito Testori, che si dà in tutta la sua fulgente fragilità nell’intimità di un carteggio.

Fatalmente, è questa lettera del 19 marzo del 1959 quella che Alessandro Baldini, per la prima volta, prende in mano. Incontra.

Giovanni Testori

Sono certi particolari incontri a dare forma alla nostra vita: quelli dove non si fa semplicemente la conoscenza di un’altra persona, ma dove avviene un’esperienza miracolosamente magnetica, capace di rimodellare il nostro orizzonte esistenziale. 

Ed è proprio grazie all’incontro con questo carteggio, che Baldini può conoscere (e riconosce in sè) la possibilità di vivere l’amore come “un luogo di conoscenza e di preghiera”. Anche nella disperazione. Come Testori confessa al suo amato, aprendo così intimamente questa lettera del 19 marzo del 1959.

Si dispera Testori per il suo modo di amare assoluto ed eccessivo.

E soprattutto per la manchevolezza del suo modo di esprimerlo ad Alain.

Ma nello scendere in basso della disperazione, Testori scopre che dove il vuoto diventa potentemente fisico, si dà anche come tremendamente creativo.

Amare così significa lasciarsi attraversare da un’esperienza-limite, dove Testori si sorprende a misurarsi con la propria essenza. Con quelle sue “radici che s’intrecciano a quelle delle bestie” che nessuno – se non Toubas – lo aveva mai portato a ricontattare.

Eppure, qui, in questo lavoro a quattro mani tra Alessandro Bandini (ideatore, autore e interprete) e Ugo Fiore (dramaturg) riesce a raggiungerci così tanta freschezza, così tanta prepotente gioventù, zampillante di possibilità dolci e furiose. Così tanta contemporaneità. Così tanta umanità .

Una freschezza che effettivamente Testori incontra in questa straordinaria esperienza d’amore con Alain Toubas. Infatti scrive: “A 36 anni l’amore mi ha strappato tutto intero. Sono ritornato bambino”.

Alessandro Bandini accede alla straordinaria capacità di amare di Giovanni Testori, attraverso il desiderio ardente di essere messo a parte su “come” lui amava, su “come” lui soffriva. Desiderando cioè essere introdotto “a ciò che ha provocato” la restituzione del carteggio: “le sue febbri d’amore, la sua fame di vita”.

Proprio come accadde a Testori quando si trovò a studiare il tormentato empito religioso del pittore Tanzio da Varallo (Antonio d’Enrico, detto Tanzio da Varallo, o semplicemente il Tanzio, 1582 – 1633): la sua ardua sintesi, continuamente da inseguire, tra “la carne-carne del Caravaggio” e “le ambiguità tra grazia e peccato”.

Battaglia di Sennacherib – Tanzio da Varallo (1629-30) Novara, Basilica di San Gaudenzio

Bandini, proiettandosi in questa generosa disponibilità ad accogliere e a godere anche del soffrire, fa suo quel “più di coscienza” che Testori rintraccia nei protagonisti del Seicento piemontese e lombardo. I quali, rifuggendo dall’indulgere nell’esteriorità di atteggiamenti devozionali, si davano in una ricerca che non trovava mai soluzione in una formula fissa, ma che si riproponeva ogni volta con un insaziabile desiderio di cogliere la verità di “quel particolare momento”. 

Un Baldini, come il Testori, mai sazio: una fame e una sete, la loro, fuori dal principio di causa-effetto e dal principio di identità e di non contraddizione. Come, ad esempio, quel desiderio di bere lacrime dalle splendide ciglia di Alain, o la voglia irrefrenabile di cibarsi delle sue foto, nell’attesa di godere del “ventre” di lui. Un Testori preda dell’impellenza di un bisogno fisiologico e insieme della più devastante esperienza mistica.

“Je suis comme je suis” – accettava di riconoscere Testori – ” io sono sempre eccessivo, più mangio e più ho fame, perché porsi dei limiti?”.

Una sacra mancanza che, nel momento in cui troverà un modo sempre nuovo, sempre più meravigliosamente tempestoso, di esprimersi rivelerà a Testori un’altra inadeguatezza: quella contenitiva.

E allora la musicalità della parola-pittura-materia-topografia si travaserà nell’accoglienza della varietà del respiro e del battito cardiaco del “vertere” del verso. Un verso che si dà attraverso continui “a capo”: fratture sintattiche ricche in tensione, in sospensione, in incertezza, in enfasi.

“A capo” così propri del suo modo di relazionarsi all’amore incontenibile per Alain. 

“A capo” così disperatamente freschi nella restituzione di Baldini.

Ma non basta: la musicalità della parola-pittura-materia-topografia si travaserà anche nell’accoglienza “eterna” di quei modelli primordiali profondamente radicati nell’inconscio collettivo, che sono gli archetipi del mito. Ne nasceranno “I Trionfi”: un poema dedicato al Alain dove i versi fioriscono, si fanno frutto ed esplodono muorendo in tramonti spessi e colanti. 

Alessandro Bandini (ph. Masiar Pasquali)

Alessandro Bandini sceglie posturalmente la bellezza straziante e libera di fissare i piedi a terra, dandosi in continue genesi che passano come per primavere e per crocifissioni. 

La sua è la bellezza plastica di un basso rilievo, simbolo del potere di una narrazione che sa uscire fuori dal piano della materia e rivelare profondità nascoste, attraverso il gioco delle ombre e delle luci sulla superficie.

Tutto in Baldini si lascia scrivere. Finanche i suoi abiti (styling Ettore Lombardi) .

Si lascia scrivere la seconda pelle della sua giacca di cervo; si lascia scrivere, anche topograficamente, il foglio quadrettato della sua camicia. E poi quei pantaloni: che rinunciano al tessuto, per lasciar parlare la scrittura delle micro tensioni dei muscoli delle gambe. 


Testori ci confida di vivere non di cibo ma del corpo erotico rappresentato dalle lettere di Alain: un corpo da portare sempre con sè, da cui essere penetrato.

Un Alain che qui non c’è, e non risponde. Ma nessuno è più presente di chi non c’è, e non risponde.

Però ci siamo noi: scritti e letti da Bandini, dalle sue parole contaminanti.

Perché l’amore risveglia e fonda una lingua comune che sa farsi “luogo”, insieme intimo e collettivo; che sa farsi rito; che sa farsi liturgia.

Testimonianza dell’urgenza di inseguire l’indicibile dell’amore e tentare di dirlo, ogni volta, nel momento dell’attimo: tra esplosività e fragilità. 


Come “cielo in una stanza”.

Al di là di ogni “perchè”.

Al di là di ogni dubbio sulla durata: “sempre”.

Di più: “per” (sempre).

Ovvero insieme causa e scopo; insieme mezzo e attraversamento.

In una continuità del durare.

“Per prima. Per dopo. Per sempre”.


Oggi 24 Febbraio 2026

cade l’Anniversario del primo incontro

tra Giovanni Testori e Alain Toubas

avvenuto il 24 Febbraio del 1959 a Parigi.



Recensione di Sonia Remoli

Recensione CONTAGIO – regia Andrea Goracci

TEATRO DEI GINNASI

21 e 22 Febbraio 2026

Dopo aver esplorato nel suo precedente lavoro – “In alto mare” di Sławomir Mrożek  – cosa può scattare nella mente degli uomini, pur di sopravvivere, quando una comunità si trova privata di uno dei bisogni primari (il cibo); ora Andrea Goracci torna a interrogarsi, e a interrogarci, sulle dinamiche che si vengono ad instaurare in una comunità, dove il contagio delle idee “deve” essere virale per essere democratico.

Andrea Goracci

Dove la “qualità” delle idee rischia di passare in secondo piano a favore dei “numeri”, ovvero dei contatti da conquistare.

Gestire il popolo – diceva Giorgio Gaber – “è sempre un grosso problema per chi governa: bisogna scendere alla portata di tutti, bisogna adeguarsi. E così quando saremo tutti scemi allo stesso modo, la democrazia sarà perfetta”.

In maniera circolare allora lo spettacolo di Andrea Goracci si apre con l’analisi del concetto di democrazia proposto da Giorgio Gaber, per chiudersi provocatoriamente sul nostro essere inclini al conformarci. Canta Gaber:  

Il conformista
È uno che di solito sta sempre dalla parte giusta
Il conformista ha tutte le risposte belle chiare dentro la sua testa
È un concentrato di opinioni
Che tiene sotto il braccio due o tre quotidiani
E quando ha voglia di pensare pensa per sentito dire
Forse da buon opportunista
Si adegua senza farci caso e vive nel suo paradiso

(da “Il conformista” di Giorgio Gaber)

Giorgio Gaber

Ma a cosa allude Gaber quando dice “bisogna scendere alla portata di tutti?” E perché scendere alla portata di tutti porta l’uomo ad “adeguarsi”?

Il popolo non ne è consapevole ma chi decide di governarlo invece lo è assai. Sa, ad esempio, che l’uomo per natura tende prevalentemente a circondarsi di “sicurezza”. 

La tensione alla sicurezza e all’essere protetti da qualcun altro, prevale – se non educata allo sviluppo e all’esercizio critico – su quella a combattere per i propri diritti, assumendo la responsabilità della propria libertà.

Perché esseri liberi non è una felicità spensierata, ma un gran peso che implica la necessità di diventare creatori di se stessi, facendo propri valori precedentemente imparati.

Ecco allora che “scendere alla portata di tutti” significa insistere su questa tensione umana alla sicurezza, facendo sentire al popolo come il poter mettere la responsabilità della propria libertà nelle mani di chi governa – abdicando quindi ad uno sguardo critico – sia un vantaggioso scambio. Estremamente rassicurante. Al popolo non resta infatti se non “adeguarsi”: stare sempre “dalla parte giusta”, che spesso equivale a quella del più forte.

Il conformista
Non ha capito bene che rimbalza meglio di un pallone
Il conformista, aerostato evoluto che è gonfiato dall’informazione
È il risultato di una specie
Che vola sempre a bassa quota in superficie
Poi sfiora il mondo con un dito e si sente realizzato

Vive, e questo già gli basta
E devo dire che oramai
Somiglia molto a tutti noi
Il conformista, il conformista

(da “Il conformista” di Giorgio Gaber)

Lo spettacolo di Andrea Goracci prosegue ben visualizzando allo spettatore lo spirito satirico della drammaturgia di Enzo Ferrara: restituendo la suggestione cioè di come chi ci governa sia assai spaventato da chi osa pensare con la propria testa. 

Ecco allora che tre esponenti di tre diversi pensieri politici fanno ingresso in scena brutalmente prelevati per fare un test, da qualcuno che dice di prendersi cura della società. Fuori si sta  diffondendo, si dice, un virus che porta le persone a perdere le proprie idee, per contagiarsi l’una con l’altra in un’unica direzione di pensiero.

I tre esponenti dei tre diversi orientamenti politici sono: Stefano, un anarchico individualista interpretato con vibrante convulsività da Luca Vergoni; Aldo, il comunista vigorosamente musicale di Pietro Bovi e Daniela, una rampante esponente del capitalismo, interpretata con seducente supponenza da Francesca Blasutig.

Li accomuna un certo nervosismo impositivo, sintomo di una vacillante consapevolezza di sé, che mette a rischio la loro capacità di apertura critica verso nuovi inaspettati scenari. Nervosismo sul quale subito intuisce di poter far leva un misterioso infermiere senza nome, identificato buzzatianamente dal numero del livello raggiunto nella sua carriera sanitaria. Ad interpretarlo con serpeggiante ambiguità è Andrea Barbati.

Le diverse “fissazioni politiche” dei tre – ovvero i loro tre diversi modi di immaginare il nostro stare al mondo, che fanno di loro dei trasmettitori di bacilli di un diversificato sguardo critico sul reale – risultano, per qualcuno, da tenere sotto stretta osservazione. Cioè sotto controllo.  Come cavie. Anche perché, proprio in quanto “fissazioni”, risultano idee più restie “ad adeguarsi”.

Scopo del prelevamento dei tre, così come riferito dall’ambivalente infermiere deputato ad accoglierli – che non a caso ogni volta che entra in scena, in un ammiccante a parte, si addolcisce la bocca con una caramella prima di parlare – è studiare attraverso di loro un vaccino, che permetta a ciascuno là fuori di mantenere le proprie idee.  

Intanto però il mellifluo infermiere invita con blanda assertività ciascuno dei tre a rinunciare ai propri abiti – seconda pelle con la quale ciascuno parla visivamente della propria personalità – a favore di un rassicurante e anonimo pigiamino, uguale per tutti (la cura dei costumi è di Lucia Cipollini). Lo stesso infermiere poi subdolamente compensa questa iniziale richiesta di rinuncia alla perdita d’identità, con lusinghe personalizzate per ciascuno dei tre. Avendo scoperto nel frattempo i loro punti deboli, ovvero quei punti dove i loro nervi si danno scoperti. Vulnerabili. 

Punti deboli diversificati, ma con un unico denominatore comune: la paura di non sentirsi al sicuro. Raggiungere questa paura – cioè quello “scendere alla portata di tutti” che conduce l’uomo ad “adeguarsi”, come lo definiva Gaber – significa avere a disposizione un terreno fertilissimo sul quale chi dice di proteggerci, semina. E raccoglie. Allevando un virus che in questo microcosmo in scena replica il suo insinuarsi, così come avviene nel macrocosmo esterno. Perché un virus per diventare virale ha bisogno che qualcuno “gli creda” . E la paura, ovvero il nostro costituzionale senso di insicurezza, ci tenta “a credere”.  

In uno spazio al di là di precise coordinate spazio-temporali, con una regia volutamente incentrata su un’efficace interpretazione degli attori, Andrea Goracci porta in scena uno spettacolo brillante, che  restituisce con satirica profondità gli inciampi del nostro essere umani. 

In un bel fermento la platea, prevalentemente giovanile, si è lasciata trascinare nei meandri delle amare contraddizioni, proprie del nostro uso della libertà. Contraddizioni che non impediscono una continua e fertile ricerca di un sempre nuovo equilibrio tra l’ostinarsi e il conformarsi. Tra ciò che ci viene detto, e il sano desiderio di porsi dubbi e quindi di verificare attraverso altri punti di vista, l’opinione propinata.  

Opinione che in ogni momento, cerca di diffondersi tra noi. Come un virus.  Come il supposto infermiere. Diffondendo un contagio manipolativo, che ci allontana sempre più dall’intrattenere “contatti” con l’Altro. Imbonendoci, cioè, “a credere” e quindi a diffidare dell’Altro, la cui diversità minaccia la nostra sicurezza di “adeguati”. Di conformisti.

Pietro Bovi, Andrea Barbati, Luca Vergoni, Francesca Blasutig


Recensione di Sonia Remoli

POVERI CRISTI – Ascanio Celestini al Teatro Vascello

TEATRO VASCELLO

dal 13 al 22 Febbraio 2026

Ascanio Celestini compone un cantico per quelle creature che sono alla periferia della società.

Creature le cui storie hanno come baricentro “un parcheggio”: teatro di un invisibile microcosmo esistenziale. Un luogo non solo fisico ma anche sociale ed esistenziale. Uno spazio, nella sua umiltà, di inclusione sociale: chi lo abita e’ solidale con l’altro. E dell’altro sa coglierne la bellezza: quella che gli altri ignorano. 

(…) Noi siamo state fortunate stanotte. Noi abbiamo assistito a un prodigio. Un Cieco, Una Vecchia e una Donna con la testa impicciata, tre persone nel cuore della notte, sono scese in strada per salvare la vita a un Barbone “.


Un’umanità improbabile che però sa assomigliare a un presepe francescano. Un presepe minimalista: come l’allestimento scenico di ieri sera al Teatro Vascello. Che nella sua bellezza povera, ricorda la forma del Tau francescano, composto qui da pezzi di arredo trovati e poi ricomposti per dare nuova forma alle storie di vita, anche degli stessi oggetti.

Un luogo, il parcheggio del supermercato, dove convivono persone che scelgono opportunità immediate. Ma non mancano, anche, piccole-grandi ambizioni da esplorare.


A differenza di quelli che stanno chiusi nel bar di fronte al parcheggio del supermercato e che non escono mai. Impegnati alle slot machine.

A differenza di quelli che vanno in Chiesa, anche lei limitrofa al parcheggio.

Ma “Dio non ci vede” – grida ostinatamente la Donna impicciata con la testa.

Non le vede le ingiustizie subite dagli ultimi tra gli ultimi: i poveri cristi come quelli che Celestini incontra al Quadraro di Roma. 

Non le vede le ingiustizie subite dal Barbone e dalla Prostituita non più giovane, che puzza irrimediabilmente di copertoni bruciati. Ma che, grazie al profondo contatto umano con la Vecchia Saggia, impara a dare valore al suo essere “persona”.

Ad esempio facendo un buon uso del proprio tempo: un tempo non totalmente dedicato al lavoro, ma con dei limiti orari scelti da lei stessa. Magari per poter andare qualche volta in biblioteca, dove i libri sono gratis. O al museo, quel giorno al mese che è gratis. Gratis per tutti. Anche per lei.

Lei stessa applicherà la bellezza della gratuità alla sua professione stabilendo, ogni volta a caso e senza preventivamente avvertire i clienti, quando cadrà il giorno gratis all’interno delle mensilità del suo calendario.

Perché come ha sentito e visto testimoniato dalla Vecchia Saggia – “donna di larghissime vedute” che non giudica ma “guarda solo alla persona”“il buono e il cattivo sta da tutte le parti”. 

E «la cultura non è sapere le cose a memoria, come ti fanno credere in chiesa e a scuola”.

Dove, “se ti impari quello che dicono loro, ti fanno credere che quella è la cultura.

E invece no! La cultura significa che le cose le capisci e poi le sai fare per davvero”.

Una sorta di “buona novella” quella che la Vecchia Saggia fa circolare tra la Puttana, il Barbone e la Donna Impicciata con la testa. Poveri cristi che sanno testimoniare, attraverso l’amore reciproco, una sacra forma di salvezza terrena.

Membri, loro, di una comunità con la quale Ascanio Celestini ha desiderato incrociare il proprio sguardo, usando generosamente ed autenticamente le loro stesse parole, per dare forma ai suoi spettacoli.

Parole poi ricucite in un racconto, che Celestini legge al musicista Gianluca Casadei , il quale all’impronta inizia a scriverne la musica, traducendone le emozioni. Dando così vita, tra loro, a quella tessitura relazionale dell’ interplay, che si dà come una conversazione estemporanea e un ascolto reciproco, segno di amicizia, di rispetto e fiducia reciproca. Tessitura relazionale che Celestini ad ogni replica accorda anche con il pubblico.

Perché Ascanio Celestini – una delle voci più note del teatro di narrazione – sente profondamente l’urgenza di mettere a servizio la sua visibilità artistica per dare risonanza alle storie belle di chi non ha voce : “fiabe moderne che comunque hanno il potere di dipingere paesaggi senza tempo”, così amava definirle Vincenzo Cerami.


Ha iniziato più di 10 anni fa a raccogliere queste storie, che poi hanno preso forma attraverso tre spettacoli: “Laika” (2015) “Pueblo”(2027) e “Rumba”(2023). Spettacoli dedicati al far conoscere la bellezza di un paesaggio nascosto, che non merita di essere conosciuto solo quando è teatro dei fatti di cronaca.

Perché tutti abbiamo bisogno di qualcuno che ci guardi con tenerezza: che non ci giudichi troppo severamente nel nostro essere umani. Qualcuno che, come un testimone, rivolga con cura il suo sguardo sull’Altro in difficoltà. Anche per renderlo consapevole di essere oggetto di ingiustizia. Un prezioso sguardo di cui si fa portatore Ascanio Celestini e il collettivo d’inchiesta con il quale da anni collabora in un lavoro di ricerca, di scoperta, di testimonianza.

Uno sguardo prezioso sulle gesta apparentemente inutili di una comunità di disgraziata, eppur solidale, bellezza.

Uno sguardo che sceglie di farsi cantico per quelle creature che, seppur alla periferia della società, sono capaci di fare prodigi.

Uno sguardo politico necessario.

Gianluca Casadei – Ascanio Celestini


Recensione di Sonia Remoli

Recensione – LA PRINCIPESSA DI LAMPEDUSA – Sonia Bergamasco

– di Ruggero Cappuccio –

TEATRO INDIA

dal 10 al 15 Febbraio 2026

Con un velo di timore incede attraversando il confine tra la vita e la morte. 

In un raffinato darsi in controluce, ci invita a guardare oltre le apparenze, cercando ciò che resta celato: l’incontro-scontro tra la luce della coscienza e l’ombra dell’ignoto.

In questa dimensione intima e poetica impellente è per lei, che ad ogni cosa attribuiva un’anima, il desiderio di toccare il nuovo luogo. 


Un luogo abitato da covoni di grano, simbolo ancestrale di fertilità e di rinascita, e da ciò che resta, dopo i bombardamenti, del suo amato Palazzo a Palermo. 

Nella cui arcata centrale scopre legata un’altalena. La saggia con le mani  – entrando in relazione con la sua anima – e poi vi sale sopra con la leggerezza di una creatura alata.

Ecco allora che – dondolandosi tra cielo e terra, tra vita e morte, tra paura e gioia, tra infanzia e maturità – scopre di poter sognare ancora. Così, come sospesa tra due mondi. 

(ph. Salvatore Pastore)

Una condizione della coscienza in fondo non troppo lontana da quando, in vita, la morte veniva a farle brevi visite in concomitanza di emozioni troppo forti: “una stranezza che nel tempo aveva imparato a considerare un dono”, come si può scoprire leggendo l’affascinante romanzo di Ruggero Cappuccio “La principessa di Lampedusa”.

Una confidenza con la morte che riassaporò a forti dosi quando il 9 maggio del 1943 – in preda ad “una pulsione segreta al ritorno”  – si spinse nel rischio di un viaggio tra le rovine, pur di ritornare dalla sua Palermo. Ed è con un verso di Rainer Maria Rilke che suggella questa lacerante esperienza: “Era certo strano non abitar più la terra”.

(ph. Salvatore Pastore)



Lei è Beatrice Mastrogiovanni Tasca Filangieri di Cutò, ultima Principessa di Lampedusa: donna affascinante per bellezza, cultura, ardire e umanità. Mamma di Stefania (prematuramente morta) e di Giuseppe, futuro autore de “Il Gattopardo”.

Complice la scrittura dalla fulgente eleganza di Ruggero Cappuccio, capace di sedurre lo spettatore facendo sua una musicalità chirugica che profuma di sacro – in scena Beatrice continua ad essere visitata da quella memoria, che lei amava così tanto tutelare, e che neppure ora l’abbandona. Ancora qui, in una temporalità nebulosa scandita da chiarori e da imbrunire, preludio ad un instancabile concertare di grilli: come quando le finestre dei balconi erano aperte, nei pomeriggi estivi, a Palazzo Lampedusa.

Ruggero Cappuccio

Nella Principessa Beatrice, qui un’incantevolmente carnale e metafisica Sonia Bergamasco, tutte le voci che hanno composto la sinfonia della sua storia continuano a vivere. E la Bergamasco con un fantasmagorico guizzo melodico sa riprodurle. E ne gode. Lo leggiamo già dalla postura delle sue spalle, dalle intriganti torsioni, dalla dolce tensione dei suoi piedi nudi, ancor prima che si volga verso di noi e ci riveli la luce dei suoi occhi, colmi di mistico e folle desiderare.

E poi le si accende l’olfatto. Quel senso che lei considera così legato alla liturgia della speranza e all’afrore dell’alcova. “Chi avrebbe mai potuto immaginare che anche dopo la morte si potesse ancora sentire, desiderare, sognare!” – esclama in un’eccitazione estatica.

E in un continuo dondolio emotivo: “è strano abbandonare il proprio nome come un giocattolo rotto… è strano essere morti”.

Ma ecco il momento del risveglio del gusto: le arriva allora una voglia pazza di assaporare un riccio con il limone, e poi alghe e poi vongole. “Sempre sapori! non mi basta mai niente!”.  Ride di piacere. Ed è un piacere ascoltarla.

Arriva poi il gusto di raccontare della relazione tra le Due Sicilie: personificate nell’esuberanza amorosa tra una donna (l’Etna) e un uomo (il Vesuvio). Gusto che si lega al ricordo della sua storia amorosa con il celebre imprenditore palermitano Ignazio Florio, vissuta sullo sfondo della Belle Époque siciliana.

Il piacere dondola in lei e continua a cambiare forma.  Prima è l’amato ricordo di suo figlio Giuseppe e poi i vizi della Sicilia. A cui non importa fare bene o fare male: “noi non perdoniamo il peccato di fare … il sonno è ciò che i siciliani vogliono”.

E arriva anche l’accorato ricordo della piccola figlia Stefania: un trauma così immenso che la principessa per sopravvivere al dolore la immaginò incarnarsi dentro suo figlio Giuseppe, al quale a volte si rivolgeva anche al femminile. Un trauma che provoca commozione vera anche nella Bergamasco, che si lascia intimamente attraversare dalla traccia di questo dolore.

Ora la voglia è quella di tornare ancora una volta a Palermo, come quel 9 Maggio del 1943: quando da Capo d’Orlando, dove era sfollata, partì alle 4 del mattino in una carrozza guidata dal giovane “arcangelo alato” Leonardo Morello alla volta della sua città, dove sarebbe arrivata alle 15:30. Ma quello che vide superò ogni aspettativa: “Non c’è che dire, i Liberators americani ci hanno recapitato l’invito per l’Inferno”. 

Tanta fu l’impressione, che la colse una sensazione di straniamento che le permetteva di guardare come se nulla le appartenesse. Ma poi, recuperata la consapevolezza di sè, torna in quel che resta della sua amata casa, estensione del suo corpo. Qui c’è sempre la sua fida testimone Eugenia a non perderla di vista. L’altro testimone è suo figlio Giuseppe, al quale consegnerà l’eredità di continuare la memoria della loro famiglia e della loro città: “se non la puoi abitare, allora lei deve abitare te”. Promessa di Gattopardo. 

E dal momento che “saper uscire di scena è una delle qualità più alte a cui si possa aspirare”, lei sceglierà quale ultima sinfonia quella di dare un ballo proprio tra le macerie. A cui assolutamente non dovrà mancare Eugenia: “una festa così non la vedrai più”. Per gli abiti da sera degli invitati più in vista della città si sarebbero utilizzati i costumi di scena del Teatro Massimo, uno dei rari edifici rimasti indenni dai bombardamenti. Insieme all’ “edificio” della memoria: anzi, “la sua memoria” resterà per sempre, perché ci sarà Giuseppe e perché ci sarà Eugenia a far sì che venga conosciuta.

Ora, dopo aver goduto del dondolio del suo sognare, la Principessa di Lampedusa può ritirarsi, seguita da una nuova sinfonia di grilli.

Una sinfonia che tornerà a portarla in scena. Ancora.



Recensione di Sonia Remoli

GIULIETTA E ROMEO “Stai leggero nel salto” – di Roberto Latini

TEATRO BASILICA

dal 12 al 15 Febbraio 2026

Pervasiva e insistente è la nostalgia che ci parla di un futuro mancato, o del rischio di mancare il futuro. E immediata può essere la nostra reazione a prenderne le distanze. Evitando di “uscire con noi stessi”, ovvero con quella parte di noi che ci risulta insufficiente e impotente ad affrontare il futuro. Convinti già di aver perso. Convinti già che non ci siano possibilità di cambiare la situazione.



Con questa nostalgia di poter mancare il futuro “si sono incontrati” più volte, invece, Romeo e Giulietta, nel corso della loro storia d’amore. Riuscendo proprio grazie all’amore per l’altro, a sviluppare una capacità creativa, in grado di trasformare ciò che a un primo sguardo sarebbe sembrato pressocché impossibile.

Nostalgia dalla quale si sono “allontanati” nel frangente della scena della cripta. Quando cioè Romeo – non avendo ricevuto il messaggio di Fra Lorenzo che spiegava la strategia per evitare il matrimonio di Giulietta con il Conte Paride – “credendo” Giulietta morta, si uccide. E così farà anche lei al risveglio, “vedendo” lui morto. Entrambi presi dal disincanto. Senza quella “leggerezza” che aveva permesso loro in altri frangenti di “fare il salto”, credendo nonostante tutto in una possibilità di farcela.

Roberto Latini – Federica Carra

“La battaglia è far vivere la relazione ogni giorno” – confida Roberto Latini a Rodolfo Di Giammarco che lo intervista su “Repubblica”. 

E nel dare sostanza a questa inclinazione vitale, Latini scrive e mette in scena insieme a Federica Carra il dialogo di due spettacoli, colati dalla stessa sostanza.
Due variazioni dello stesso tema, che danno vita a due spettacoli molto diversi ma intimamente legati.

Federica Carra – Roberto Latini

Dove, cioè, in uno spettacolo la storia di Romeo e Giulietta – o meglio, le cinque scene in cui sono soli – viene interpretata in chiave rock da una coppia di “star” della musica; mentre nell’altro spettacolo la storia viene poeticamente calata nella “normale” quotidianità di una coppia (la cura dei costumi è di Daria Latini).

Su queste cinque scene, dove Romeo e Giulietta sono soli con con la loro nostalgia di poter mancare il futuro, Latini costruisce un “concerto scenico” scandito da cinque quadri musicati – l’Incontro, il Balcone, il Matrimonio, l’Alba, la Cripta – ciascuno dei quali punteggiato dal suono del cadere a terra di una monetina: quasi a voler attirare l’attenzione dello spettatore a cogliere in quel momento della storia piccoli preziosi dettagli-indizi.

E così in questo straordinario concerto scenico – dove in una sacra fluidità che a Teatro non conosce generi, le parole di Giulietta fluiscono in quelle di Romeo e viceversa in una magnifica rispondenza tra maschile e femminile che è già nella natura umana – lo spettatore è portato a visualizzare e ad immaginare, seguendo l’imprinting proposto qui da Latini, possibili nuovi approcci a momenti di nostalgia per il rischio di mancare il futuro. Che portano a nuovi “finali”. Possibili non solo a Teatro.

Ad interagire con questa struttura drammaturgica fortemente dialogante si inserisce un video del Collettivo “Treppenwitz” – una delle realtà più innovative e promettenti della scena teatrale ticinese – che declina il tema della nostalgia di mancare il futuro, nell’urgenza con cui la raccontano giovani trentenni del nostro presente. Che, in questa interessante ricostruzione delle interviste, si confrontano su questioni riguardanti il sesso, la solitudine, il tradimento, la gelosia, l’abbandono.

(ph. Daniela Neri)

Uno spettacolo (prodotto dalla Compagnia Lombardi-Tiezzi) così meravigliosamente intimo e pubblico che tende a sfuggire possibili descrizioni, chiedendo di essere vissuto intensamente a teatro. Sperimentando la bolla in cui finisce per venir rapito lo spettatore, fin da subito. Una bolla insufflata nelle orecchie dall’accattivante drammaturgia delle musiche e dei suoni di Gianluca Misiti e incisa negli occhi dal disegno luci di Max Mugnai. Bolla dove il conturbante corpo della voce di Roberto Latini apre a una destrutturazione del testo, che si lega magnificamente al raccontare pieno di grazia di Federica Carra.

Un concerto musicato che va ben oltre l’esecuzione sonora, per darsi come rito collettivo: come potente mezzo di comunicazione emotiva e sociale. 


Recensione di Sonia Remoli

– ORGASMO – di Niccolò Fettarappa

– Prosa dispiaciuta sulla fine del sesso –

TEATRO INDIA

dal 3 al 15 Febbraio 2026

Con pungente ironia e sagace comicità Niccolò Fettarappa continua a solleticarci sui rischi a cui ci conduce la nostra tendenza a cercare sempre più sicurezza e ad accettare iper protezione. Accontentandoci di “fare la rivoluzione nel proprio piccolo e con tutto il bene del mondo”.




Ecco allora che:

  • dopo aver “sparato” sulla nostra inclinazione a privarci della responsabilità di essere liberi, in quanto “paranoicamente” indotti a diffidare degli altri, così da restare innocue monadi isolate in casa, anziché una comunità che si ritrova in piazza, o a teatro, per difendere i propri diritti;

  • dopo aver annunciato per “gli sconfitti dalla vita” una riforma che preveda l’assegnamento della pensione alla nascita, alla quale si potrà rinunciare solo al compimento dei sessant’anni, per iniziare con gli stage e i tirocinii non pagati;

  • dopo aver promosso, ancora per “gli sconfitti dalla vita”, una richiesta di includere nei Fondi Europei un incremento delle paghette della mamma;

arriva la notizia che, sulla base di studi condotti dalla Commissione Europea, nel 2030 avrà vita l’ultimo orgasmo.

E quindi anche ciò che abbiamo di più vitalmente libero – il desiderio – ci abbandonerà. Anestetizzato dall’ansia da prestazione lavorativa, che invece viene promossa dalla società, in quanto efficacemente produttiva. 

(ph. Matilde Piazzi)



Non a caso in scena ci aspetta una pacata camera da letto con un rilassante letto blu, cromaticamente conciliante quel riposo necessario alla produttività diurna. Il tutto foderato da una tappezzeria distaccatamente grigia, non ancora però sufficientemente insonorizzante. Resiste e si insinua quell’ansimare erotico, che invece va spento  in quanto pericolosamente distraente ai fini della produttività lavorativa. 




E’ opportuno poi che i corpi umani restino il più possibile chiusi in casa, occupati nell’unica modalità di lavoro davvero produttiva: quella dello smart-working. Meglio ancora se il lavoro viene svolto in solitaria, senza distrarsi in pericolose occasioni di relazioni. Quello da coltivare al massimo grado è l’amore per se stessi. Dell’altro se ne può fare a meno. E’ concesso, anzi consigliato, lo yoga. Utile a gestire con mansuetudine il progressivo scivolare nel baratro della solitudine. Attività nella quale si concentra il maschio della coppia in scena (un irresistibile Gianni D’Addario) mentre lei (l’efficace stacanovista Rebecca Sisti) lavora da remoto, perseguitando al telefono i clienti, pur di riuscire a vender loro un abbonamento premium individual



“Io sono solo” è un pensiero felice ora. Perché significa avere la consapevolezza che ci si sta auto-accogliendo, auto-abbracciando, auto-amando. Stare con gli altri non è funzionale alla produttività della società: il duale è da rifuggire. Ma soprattutto occorre allinearsi ai dettami dell’Agenda Europea 2030: per quella data ogni istinto relazionale deve essere totalmente spento.

(ph. Matilde Piazzi)

A verificare che nelle camere da letto si impari a stare soli e separati ci pensa un giornalista (un cinicamente ammaliante Super-io Lorenzo Guerrieri) che continuamente sollecita le persone dalla TV, occhio che rigorosamente rimane aperto sulla casa giorno e notte.

Appetiti, avete i giorni contati! E’ troppo bello stare tutti a casa con excell, un brodino e una copertina di pile!”.

Peccato però che molto più forte del controllo razionale rimane la spinta irrazionale. Infatti trapela voce che si stia diffondendo in giro un’orda di orsi, che invitano a godere del piacere allo stare insieme.
Ma la Commissione Europea ha pensato anche a come gestire questa emergenza: in caso di reticenti voglie è pronto a palesarsi sbucando dal letto il Dottor Fettarappa, che riconosce dall’olfatto le coppie in difficolta a spegnere i loro appetiti. Facendo in modo che la virilità “scada e vada a male”. Così che “l’eterno lavoro…” dia vita a un cimitero del sesso.

Perché è necessario che tutti siano “puliti”, vuoti, senza odore.

Ma gli orsi però …

Ancora una volta Niccolò Fettarappa coglie nel segno portando in scena spassosissime lezioni di politica. E il pubblico, che ogni sera riempie il Teatro India da due settimane, si lascia attraversare da questo suo modo di mettere in gioco la realtà con fresca intelligenza, perspicacia e intuito.



Recensione di Sonia Remoli

SARFATTI – regia Andrea Chiodi

da un’idea di Massimo Mattioli
drammaturgia di Angela Dematté

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con Claudia Coli

TEATRO TORLONIA

dal 5 all’8 Febbraio 2026

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Lei riemerge da un luogo al di là delle coordinate spazio-temporali:

un luogo dai confini di luce. 



Dopo essere stata immersa, successivamente alla sua morte, nel buio di una sorta di damnatio memoriae perché donna in contatto con la realtà politico-culturale del fascismo e amante di Mussolini, è dal trauma dell’esclusione che la penna drammaturgica di Angela Demattè torna a visualizzarla. Un trauma che ha abitato più volte anche la sua vita.

Quando è rimasta privata, così presto, della presenza vitalissima di suo figlio. Il 28 gennaio 1918 infatti suo figlio Roberto, volontario nella Prima Guerra Mondiale, caporale nel VI Reggimento Alpini, viene ucciso, non ancora diciottenne, nel corso di un assalto sul Col d’Echele, sull’altopiano di Asiago, durante la prima battaglia dei Tre Monti.

Quando nel 1932, in un improvviso voltafaccia, Mussolini la allontana dal “Popolo d’Italia” – giornale da loro fondato nel momento in cui presero le distanze dalle precedenti posizioni socialiste. Nello stesso anno Mussolini si dimentica volutamente di lei non invitandola a Palazzo delle Esposizioni per la Mostra del decennale della Marcia su Roma, progetto che lei aveva preparato. La Sarfatti lascerà anche la direzione editoriale di “Gerarchia” (giornale fondato da Mussolini nel 1922)  per un lungo viaggio negli Stati Uniti d’America, dove viene accolta ufficialmente alla Casa Bianca da Eleanor Roosevelt. Ma in quegli anni i rapporti con Mussolini si deteriorano assai rapidamente a causa della svolta intransigente della politica fascista, che la Sarfatti si rifiuta di sostenere. Opponendosi all’avventura coloniale  e all’alleanza con Hitler. Sarà allora Clara Petacci al prendere il suo posto: quello di prima amante.

Quando nel 1936 Mussolini le fa intendere che non sarà più ricevuta a Palazzo Venezia , spingendola all’esilio poco prima della promulgazione delle leggi razziali del 1938.


Ma ora lei viene tra noi: la drammaturgia della Demattè la immagina entrare a Palazzo delle Esposizioni per la Mostra del decennale della Marcia su Roma, alla quale non era stata invitata. 

Ora lei viene a interrogarsi. 
E a interrogarci.

Lei è Margherita Sarfatti (nata Grassini – Venezia, 8 aprile 1880 – Cavallasca, 30 ottobre 1961) la prima donna in Europa ad occuparsi di critica d’arte, dimostrando versatilità e competenza. 


Intorno agli anni venti, il suo salotto milanese al numero 93 di Corso Venezia, frequentato da molti intellettuali e artisti, era uno dei più esclusivi di Milano. Città che la Sarfatti mirava a riportare a un ruolo di centralità culturale a livello nazionale. Muovendosi in questa direzione, nel salotto accoglie il gruppo futurista, letterati come Massimo Bontempelli con Ada Negri, la coppia di scultori Medardo Rosso e Arturo Martini. Talvolta interviene lo stesso Mussolini.

Nel 1922 fonda il Gruppo Artistico Novecento: un’avanguardia che mira a rinnovare l’arte italiana ispirandosi alla tradizione classica, ma serbando un linguaggio moderno che sia  al contempo libero e semplice.

Lei (in scena una sconvolgente e ammaliante Claudia Coli) è una donna molto elegante, fasciata nel suo tailleur  blu notte: capo d’abbigliamento nato proprio nei primi anni del ‘900,  “manifesto” sartoriale che racconta con eleganza, potere e modernità la storia della liberazione femminile. Al collo una splendida coda di volpe: un accessorio “statement”, che coniuga l’ostentazione della ricchezza con la nuova, audace indipendenza femminile. 

La Sarfatti è consapevole della sua sofisticata eleganza tanto che nel suo flusso di coscienza la prima fascinosa contraddizione che vuole condividere con noi è proprio quella legata al  mistero per cui lei si sia sentita  irrimediabilmente attratta da un uomo così poco elegante. Ma in fondo anche lei prima di conoscere suo marito, l’avvocato socialista Cesare Sarfatti, e fin tanto che non si allontanò dalle sorelle socialiste, era stata una donna poco elegante – ci confida. Un pò come suo padre. Finanche suo nonno.

In verità ciò che  l’aveva attratta  in Benito Mussolini – poi rintraccia – era quel suo fascino di chi è contemporaneamente “antico e moderno”.  Un binomio così essenziale anche nella sua indole. E che fu la base sulla quale costruì la sua estetica e la sua poetica artistica. Ed esistenziale.

Per la capacità di coniugare  insieme tradizione e modernità  ammirò, infatti, anche il cristianesimo adogmatico di Antonio Fogazzaro, tanto da spingerla ad allontanarsi dall’ortodossia ebraica. Fino alla conversione: nel 1928.

Culturalmente, poi, lei si formò  molto sui testi di John Ruskin (1819-1900) influente critico d’arte, scrittore e pensatore sociale vittoriano, famoso per aver legato l’estetica ad un profondo senso di responsabilità morale e sociale, difendendo il valore del lavoro artigianale e del patrimonio storico-ambientale.  Lei stessa, infatti, accantonando l’impeto destabilizzante delle avanguardie, sarà pronta a rivalutare il realismo classico. E con lo stesso entusiasmo darà vita al suo progetto artistico, teso a coniugare la Modernità con la monumentalità del Rinascimento. Da qui la fondazione del Gruppo Novecento: “perché anche il 900 come il 400 e il 500  poteva diventare un grande secolo“.

Ma com’è lacerante ripercorrere e analizzare gli antichi dolori, continuando a sentirsi esclusa dalla storia e dalla memoria!

Neanche il rituale di accedersi una sigaretta dietro l’altra l’aiuta davvero nella gestione emotiva. Imbarazzo che lei prova a celare con raffinata disinvoltura. Non le viene neppure in soccorso il rituale di ridipingersi continuamente le labbra di rosso: manifesto di sicurezza e glamour.

Solo questo suo sapiente e spontaneo darsi nell’intimità sembra aiutarla. Perché l’intimità sa trascendere la dimensione fisica offrendosi come un atto di esposizione. Uno spazio dove la nudità emotiva può essere condivisa, e quindi accolta. Un porto sicuro dove esprimersi senza paura del giudizio o della vergogna. Una condivisione di valori per la costruzione di un futuro insieme: un linguaggio intimo che sa farsi politico.

Lo si ritrova nel suo commovente delirio: dove ci confida come, per superare il dolore e il senso di colpa per aver lasciato forse troppo solo suo figlio presa dall’amore per Mussolini, lei abbia continuato a farlo vivere “in” Mussolini.   

Gli occhi della madre rivivono tutto: ma sono occhi ogni parte del suo corpo. E l’andamento del suo incedere verbale si dà in tutta la sua meravigliosa e disarmante irregolarità.

(ph. Elisa Vettori)

“La vita è un pezzo di storia. E’ un sapere d’arte, se si è fortunati” – sostiene la Sarfatti. 

Ed è così che la morte di suo figlio diventa per lei decisiva per la guerra e per la costruzione del mito del duce: “se Roberto non fosse morto, tu non saresti diventato il duce … per continuare a dare vita a Roberto serviva una corona a Benito… è così consolante  trasfigurare la realtà dolorosa con l’arte !”

Ma poi la Sarfatti scopre – ci confida – la pavidità di Benito, il suo indugiare: lo detesta. Ma nonostante tutto continua la regia del suo successo politico-culturale: “c’è un dio dentro di te, forse l’ho creato io. Non voglio vederti così pavido… io ti ho insegnato a dire la parte, ma il corpo è il tuo. Io ti preparo il costume di scena perché tu sei l’anima mia, di Roberto, di mio padre”. 

E conclude: “La politica è l’arte del miracolo del meraviglioso. L’artista crea con l’ispirazione, il politico con la decisione… ma poi ti hanno convinto che tutto questo era sbagliato, che l’arte è sbagliata, che la vita è realismo e ti hanno fatto tornare a vestirti da contadino, pronto per fare bonifiche, costruire ferrovie…”.

Ma, ora, basta. Tutto questo non è più così importante per lei.

Merito del potere del racconto. Che non é solo intrattenimento, ma dispositivo fondamentale per interpretare la realtà e dare nuova forma alla propria vita. Merito del potere dell’attraversamento del dolore: strumento di auto-conoscenza e stimolo all’evoluzione personale.

“Io sono comunque qualcosa 

in uno spazio trascendente 

come l’amore, l’odio, l’invidia,

il desiderio di essere amata e la voglia di vivere”.

(ph. Elisa Vettori)

E’ un’ardente Margherita Sarfatti quella che scorre nelle parole di Angela Dematté, nelle vene e nella voce di Claudia Coli e nella regia di Andrea Chiodi.

Una Margherita Sarfatti che vive al di là dei limiti spazio temporali. Una trascendenza la sua che anela ad un ritorno alla terra, all’immediato e al vissuto. Dove il senso della sua testimonianza di vita non vada cercato solo “oltre”, ma trovato “dentro”. 


Recensione di Sonia Remoli

Lucia Mascino in IL SEN(n)O – regia Serena Sinigaglia

di Monica Dolan

traduzione Monica Capuani

TEATRO VASCELLO

9-10-11 Febbraio 2026

Perché è così importante essere persone “normali”?

Che cosa significa “essere nella norma” ? E cosa siamo disposti a fare quando ci troviamo di fronte a un fatto che è “senza precedenti”?

Quando ad esempio veniamo a conoscenza – come sottopone alla nostra attenzione questo intrigante e accorato monologo interpretato da Lucia Mascino, diretto da Serena Sinigaglia, scritto da Monica Dolan e tradotto da Monica Capuani – di come una bambina già dai due/tre anni di età può sentire un forte richiamo verso la femminilità? Una femminilità da usare “per farsi vedere”, come suggerito da certi modelli comportamentali veicolati sui media.

Serena Sinigaglia, Lucia Mascino, Monica Capuani

Cosa ci suscita venire a conoscenza di questa nuova tendenza? Ci interroghiamo, ci poniamo dei dubbi? O impulsivamente ci schieriamo?

E questa giovanissima umanità che è “fuori” dalla norma con la quale fino ad ora si era fissata la giusta età in cui desiderare sentirsi femminili, ci scandalizza o ci eccita?

Perché è così che risponde la società quando questo desiderio di precoce femminilità diventa negli anni sempre più impellente e succede che a 8 anni la bambina si fa costruire un seno prosperoso, assecondata da sua madre.

Serena Sinigaglia

Il testo di Monica Dolan – scelto da Serena Sinigaglia in quanto particolarmente efficace nel cogliere una delle questioni più urgenti della contemporaneità – nasce come riflessione sulla sessualizzazione precoce nell’era digitale e sulla pressione culturale rivolta ai corpi delle bambine. Prendendo spunto da casi reali e storie di cronaca riguardanti la manipolazione dell’identità giovanile.

Quello che questo spettacolo ci invita a ricordare è che “la norma” non serve solamente a regolare i comportamenti sociali attraverso la minaccia di una pena: la norma agisce anche come orientamento. Perché essere “normale” non è una condizione oggettiva e statica. E se questo gap di oscillamento del nostro essere “umanamente normali” non è accolto con accortezza in una norma, finisce per essere oggetto di subdola manipolazione da parte dell’ideologia del marketing. Che prospera sulle nostre insicurezze, e più in generale sulle nostre fragilità.

Monica Dolan

E allora che si fa?  

Magari si può iniziare tenendo sempre acceso il nostro “senno”: una sorta di bussola interiore che permette di orientarsi nella complessità della vita. 

Che è poi l’atteggiamento con cui in scena ci si propone la psicoterapeuta che si immagina coinvolta in in un caso di cronaca, interpretata con appassionata e appassionante umanità da Lucia Mascino.

Che non a caso entra in scena tormentata. Proprio perché la soluzione di “un caso senza precedenti” alimenta prepotenti dubbi. E lei se ne lascia coinvolgere così intensamente, da sentire di avere esigenza di una pausa, di una sospensione dal normale fare e pensare. Sente che le è necessario crearsi uno spazio di riflessione personale, per entrare meglio nel caso. Al di là dei condizionamenti mediatici.

Uno spazio nuovo di confronto: con noi del pubblico. Paradossalmente infrangendo la regola della riservatezza professionale. E immaginando di essere ora lei dall’altra parte della barricata: come paziente.

E proprio come i suoi pazienti, scopre di non riuscire a trovare un inizio da cui partire con il suo racconto. E come ogni paziente si aspetta di tornare ad essere felice, anzi non triste, meglio ancora: funzionante.

Ma come?

Magari iniziando a prendersi cura proprio di quel groviglio di rami secchi che abita la scena, metafora di ciò che nella nostra umanità è rimasto senza nutrimento e si è seccato. Occorre muoversi con delicatezza, entrandoci in relazione “con i guanti”. Perché in fondo ogni incontro “senza precedenti” ci porta a chiederci chi siamo davvero e cosa siamo disposti a scoprire e ad accogliere di noi stessi. E degli altri. 

Sarà così anche per la paziente-terapeuta, che in questo insolito frangente si troverà anche a dover prendere inaspettate scelte sulla salute del proprio seno.

E’ importante che a Tetro ci si interroghi sulla nostra capacità di contemplare le inevitabili contraddizioni proprie del nostro essere gettati al mondo da umani.

E diventa necessario, come in questo caso, che il Teatro ci inviti a puntare l’attenzione e a riconsiderare le reazioni dominanti, derivanti da norme a volte inadeguate ai mutamenti del sentire umano. Una inadeguatezza che troppo spesso lascia spazio a pericolosi scenari manipolatori di marketing, fuori controllo soprattutto quando ad esserne preda sono bambine e adolescenti.


Recensione di Sonia Remoli

LUNGO VIAGGIO VERSO LA NOTTE di Lavia: il Teatro che fa l’uomo

di Eugene O’Neill

regia Gabriele Lavia

TEATRO ARGENTINA

dal 4 al 15 Febbraio 2026

Quanta nebbia, quanta urgenza di celare e di celarsi. Quanto dolore.

E nessuno che sappia leggere con cura nel cuore dell’altro: nessuno a cui non si possa nascondere nulla perché riesce a guardare con accoglienza anche “il peggio” dell’altro. Senza abbassare lo sguardo, senza voltare le spalle, senza spiare, senza ipocrisie.

Solo quei “dolci occhi” di Madre Elisabetta. Che di fronte ad una vocazione colma di sicurezza, sa mettere tempo. Spingendo Mary verso le fascinazioni della vita: quella fuori dal collegio. E basterà poco tempo perché Mary si lasci traghettare dall’amore per Dio a quello per l’attore di teatro James Tyrone.

Ma l’amore, quando si dà prevalentemente come rifugio, rischia di divenire una prigione: che sia l’amore per Dio, che sia l’amore per un Uomo, che sia l’amore per il Teatro.

Una prigione che qui nella penetrante regia di Gabriele Lavia diviene concreta, tanto da invadere la scena e lo sguardo dello spettatore (la cura delle scene è di Alessandro Camera). Una prigione che circoscrive proprio l’habitat del soggiorno: il luogo della casa dedicato alla convivialità e all’accoglienza degli ospiti. Luogo del respiro sociale e dell’apertura alla relazione. 

La fitta nebbia che domina il paesaggio esterno, si specchia metaforicamente nella nebbia che abita il paesaggio interiore di casa Tyrone. Divenendo così protettiva da farsi ferrea: una barriera che ci si illude possa proteggere il nucleo familiare dall’esterno. E ciascun familiare dall’estraneità dell’altro. Una rigida coltre di nebbia che cela il dolore e lo smarrimento esistenziale che nessuno di loro riesce ad accogliere in se stesso. E nell’altro.

Con cruda eleganza il Lavia regista ci restituisce la consapevolezza di come la nostra umanità, tenda a difendersi dal dolore piuttosto che provare ad attraversarlo. Preferendo prenderne le distanze trincerandosi in prigioni evasive: qui la morfina per Mary, l’alcol e le donne per Jamie ed Edmund, il teatro per James Tyrone.

Un’umanità che si ammanta di quel grigiore che parla di un prudente distacco ma anche di tristezza, di noia, di solitudine: cromatismo emotivo di cui si tingono anche i costumi (la cura è di Andrea Viotti) e il mobilio. Un grigiore di cui la drammaturgia delle luci (di Giuseppe Filipponio) e delle musiche (curata da Andrea Nicolini) in sinergia con quella del suono (di Riccardo Benassi) rivela una insinuante inquietudine esistenziale.

Inquietudine e dolore che annebbiano anche la storia familiare dell’autore – il drammturgo Eugene O’Neill – che scopre però di avvertire l’esigenza di voler riaffrontare queste sue amare emozioni attraverso la scrittura: come in un “lungo viaggio” dentro se stesso, dentro le proprie “antiche pene”, dentro le sue eredità familiari.

Ne nasce questo suo “Lungo viaggio verso la notte” opera velatamente autobiografica, completata nel 1942 ma che O’Neill chiede di far pubblicare successivamente alla sua morte, avvenuta nel 1953. Un’opera scritta “con le lacrime e con il sangue” con la quale, alla fine, O’Neill riesce ad affrontare il suo vissuto familiare “con profonda pietà e comprensione e desiderio di perdono”.

Eugene O’Neill e Carlotta Monterey

Un risultato raggiunto anche grazie al “sostegno dell’amore e della tenerezza” della sua amata moglie Carlotta Monterey, alla quale offre in dono il manoscritto originale di questo dramma, in occasione del loro dodicesimo anniversario di matrimonio. 

Un testo, considerato una delle opere più importanti del teatro statunitense, che valse ad O’Neill il Premio Pulitzer nel 1957. 

Ed è d’incredibile interesse come, gia nelle disdascalie iniziali, l’indagine dell’autore attribuisca anima alla descrizione planimetrica dell’habitat familiare, metaforicamente rappresentante veri e propri habitat mentali; così come ricco d’anima è quell’elenco degli autori dei libri presenti in casa, quasi a voler anticipare allo spettatore il desiderare dei componenti di questa famiglia. E ancora, colma d’anima è l’attenzione nomenclatoria verso le caratteristiche morfologiche dei personaggi, in verità indizio delle diverse anime da cui gli stessi sono abitati.

Ne è un esempio l’attenzione dedicata alle spalle dei personaggi maschili: quelle spalle capaci di sostenere responsabilità, oppure di scrollarle via, com’è nel fare di Jamie (qui interpretato con efficacia da Jacopo Venturiero). Quel suo “lasciar perdere tutto e non affrontare niente” che invece non appartiene a suo fratello Edmund (qui un fascinosamente destrutturato Ian Gualdani), il secondogenito Tyrone così simile al temperamento acutamente nervoso della mamma Mary (una meravigliosamente vibrante Federica Di Martino).

Lei così convinta che “non abbiamo colpa di quello che la vita ci fa”. Perché tutto “accade prima che uno se ne renda conto, una cosa dopo l’altra, finché alla fine ci si ritrova diversi da come avremmo voluto essere. E si è perduta per sempre la nostra vera essenza”. 

Mentre di diverso avviso è invece suo marito James Tyrone (un maestosamente malinconico Gabriele Lavia) convinto che gli esseri umani possano “farsi da soli”, sostenuti dalla propria volontà e dalla propria ambizione. 

E per sottolineare questa dicotomia esistenziale, la regia di Lavia sceglie (di concerto con l’adattamento del testo ad opera di Chiara De Marchi, su traduzione di Bruno Fonzi) di aprire lo spettacolo attraverso una particolare citazione dell’Amleto di Shakespeare, con la quale James Tyrone interroga se stesso : 

Essere o non esser questa è la domanda

se sia più nobile nella mente soffrire
colpi di fionda e dardi d’atroce fortuna
o prender armi contro un mare d’affanni
e, opponendosi, por loro fine?

Morire, dormire…
nient’altro, e con un sonno dire che poniamo fine
al dolore del cuore e ai mille tumulti naturali
di cui è erede la carne: è una conclusione
da desiderarsi devotamente. Morire, dormire.

Dormire, forse sognare. Sì, qui è l’ostacolo,
perché in quel sonno di morte quali sogni possano venire
dopo che ci siamo cavati di dosso questo groviglio mortale
deve farci riflettere. È questo lo scrupolo
che dà alla sventura una vita così lunga
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Una dicotomia esistenziale nella quale si fa strada anche quel “forse sognare”: un sognare, e quindi un desiderare inespresso che qui il suono esterno della sirena nella nebbia riattiva inquietantemente nei protagonisti. Metafora di un segnale inconscio che emerge proprio quando la visibilità del controllo si offusca. E allora cadono le ipocrisie. E ciascuno dice ciò che pensa più autenticamente. Per poi scusarsi. E subito dopo continuare a vivere d’ipocrisia.

Una reazione, questa, che coinvolge sia chi è “tremendamente sensibile” che chi è “senza nervi” : eredità, la prima, che Edmund riceve dalla madre e la seconda Jamie dal padre.

Un lascito esistenziale la cui ereditarietà O’Neill è interessato ad esplorare fin nei minimi dettagli. E che coinvolge intensamente l’indagare del Lavia regista, come già avvenuto anche nel suo precedente “Re Lear”. Ma lo stesso spettatore ne rimane suggestionato. Fino a spingersi a chiedersi se questo imprinting esistenziale che si riceve in sorte sia davvero solo da assecondare o se invece non sia più fertile onorarlo sartrianamente facendone qualcosa di diverso, di proprio e di unico.

Chiedendosi quindi se l’errore più grande non sia proprio quello di tradire il proprio desiderio, il proprio talento. “Non c’è niente di peggio che essere presi nel sogno di un altro” – affermava il filosofo Gilles Deleuze. Come accade qui ai due figli Tyrone: a Edmund, che si lascia prendere nel sogno di Jamie e a Jamie che, a sua volta, si lascia prendere nel sogno del padre. Nel quale quest’ultimo riesce a trascinare, indirettamente, anche sua moglie Mary.

Ma paradossalmente qui è proprio James Tyrone l’unico che difende (ostinatamente) il proprio desiderio: quello di fare teatro. E laddove non riesce a vivere di teatro, cerca di integrare attraverso l’acquisto (sprovveduto) di terreni. Una passione irrinuncibile la sua. E travolgente.

Ed è così che Gabriele Lavia, attraverso questo suo nuovo lavoro, fa dono allo spettatore di un’intensa “partecipazione esperienziale” : complice la generosa concertazione tra gli interpreti – Gabriele Lavia (James Tyrone), Federica Di Martino (Mary Tyrone), Jacopo Venturiero (Jamie Tyrone), Ian Gualdani (Edmund Tyrone), Beatrice Ceccherini (Cathleen) – tale da suscitare nel pubblico un profondo coinvolgimento emotivo.

Perché così è il Teatro. Come Lavia fa dire shakespearianamente al suo James Tyrone: “è il Teatro che ha fatto l’uomo quello che è”.

E’ il Teatro che ha scoperto l’umano.


Recensione di Sonia Remoli