Metti una sera di seducente destabilizzazione, per la messa in scena di un montaggio surreale.
Metti una sera dove si sperimenta il superamento delle convenzioni della logica.
Ti ritroverai immerso al di là di una frammentaria percezione ordinaria della realtà, per assaporare l’unità segreta di un nuovo stare al mondo: costruito su una rete di rimandi invisibili, misteriosi, ineffabili.
Vivrai un rovesciamento che porterà ad una rigenerazione.
Vivrai un trionfo della vita, dell’abbondanza e del caos, prima di ritornare nei limiti fissati dalla logica del vivere quotidiano.
Vivrai un’opera d’arte totale e un accresciuto senso di unità sociale, perché sei immerso in un momento di grande indulgenza.
“Ogni uomo mente,
ma dategli una maschera
e sarà sincero”
(Oscar Wilde)
Mascherarsi permette di sospendere le convenzioni sociali.
Indossare tutti insieme una maschera sul viso, rende impermeabile il giudizio dell’altro e fa fluire l’universo indifferenziato del proprio desiderare.
Per un attimo, mascherarsi libera ogni “dover essere”, garantendo un ritorno all’ordine costituito.
Come avviene all’interno di un Carnevale, momento di festa che contiene in sé l’idea di un ciclo. Dove metaforicamente succede che una dirompente primavera faccia sciogliere tutte le rigidità dell’inverno, sapendo che poi all’invervo si ritornerà, per poi uscirne di nuovo. E così via.
Nella surreale dimensione del Carnevale succede infatti che l’uomo – distaccato dalla propria identità sociale, palesando le sue ombre e il suo caos interiore – si conceda a nuovi inizi, a un nuovo ordine, a una nuova stagione della sua vita.
Dentro questa visionarietà, il collettivo romano Project xx1 ha immaginato di immergere i rapporti relazionali noti, e quelli ancora tutti da scoprire, che abitano il Castello di Elsinor. Project xx1 è infatti una realtà multidisciplinare coordinata dallo psicologo e autore teatrale Riccardo Brunetti, specializzata in teatro immersivo e in esperienze interattive che prendono a modello l’Immersive Theatre inglese, basato su dinamiche di ingaggio spesso ancora sconosciute in Italia. E’ grazie a questo metodo di ricerca, che il collettivo Project xx1 riesce a solleticare lo spettatore a liberamente sperimentare nuovi “sottotesti” e nuove “sottotrame” che i testi originali contengono in sé.
E così, qui a Elsinore Carnival, a qualche livello lo spettatore diviene lui stesso personaggio della storia, scegliendo di percorrere una sollecitazione drammaturgica, piuttosto che un’altra: muovendosi come dentro ad una struttura labirintica. Per questo capita poi di voler tornare più volte a rivivere la performance: per esplorare quelle possibilità che la volta precedente si erano palesate ma sulle quali non era caduta la scelta del momento.
Entrando in questa nuova fruizione shakespeariana, si sperimenta come non esista un unico percorso drammaturgico lineare. Ogni spettatore infatti scopre che può scegliere ad ogni bivio drammaturgico dove andare, quali scene seguire e quali indizi raccogliere, rendendo la propria esperienza unica e soggettiva.
Un’esperienza teatrale che ricorda quella libera fruizione letteraria proprosta dal romanzo di Julio Cortázar Rayuela (Il gioco del mondo): un’opera in cui – un po’ come accade qui – la forma riflette il contenuto, ribellandosi alla sterile linearità della vita e del linguaggio. Ne deriva così che il lettore non è più un consumatore passivo, ma diventa un co-autore e un “complice” nella creazione dell’opera.
I capitoli (qui gli atti) e le vite dei personaggi, infatti, s’intrecciano come in un labirinto. Rappresentando la confusione, la ricerca di senso e l’impossibilità di afferrare l’Assoluto attraverso la sola logica razionale.
Amleto, come Horacio Oliveira, è l’intellettuale insoddisfatto simbolo dell’uomo moderno paralizzato dall’eccesso di analisi e incapace di vivere pienamente nel presente. E’ l’uomo che cerca quel contatto diretto e viscerale con la realtà che il linguaggio convenzionale non riesce a esprimere.
Accade ad Amleto, ad Horacio Oliveira ma, forse, anche a noi. Anche a te.
E allora: Metti una sera all’Area xx1.
Perché Elsinore Carnival è anche un’intrigante indagine sulla natura stessa dell’esistenza.
Vista l’attrazione esercitata sull’immaginario degli spettatori e in seguito alla vittoria quale Miglior Spettacolo e Miglior Regia al “Roma Shakespeare Fest 2026”, per venire incontro al gran numero di richieste di partecipazione, dopo già due mesi di messe in scena,
la programmazione è stata prorogata
al 19 Luglio p.v.
Le performance andranno in scena ogni Giovedì e Sabato alle ore 21:00 e ogni Domenica alle ore 18:00, presso l’ Area xx1 di Via Aquilonia, n. 61, Roma (Zona Prenestina, fermata Metro C Teano).
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Elsinore Carnival – quanti volti può avere la follia? –
Ma soprattutto Elsinore Carnival propone modalità sapientemente folli di fruizione della performance: una follia legata metaforicamente al genio creativo e a intuizioni visionarie, che vanno oltre i limiti imposti dal pensiero logico e conformista.
Modalità di fruizione che si muovono dal free-roaming (dove gli spettatori sono liberi di esplorare gli spazi e seguire le narrazioni in autonomia); a esperienze più ludiche (in cui i meccanismi di gaming vengono intrecciati con la drammaturgia); alla fruizione di audioguide (in cui la narrazione vive principalmente nelle azioni dello spettatore); fino all’intimità delle esperienze one-to-one.
Per chi desidera essere solo un testimone – spiega Riccardo Brunetti – “Elsinore Carnival” assomiglia ad uno spettacolo dove è possibile, in continuazione, scegliere il punto di vista e l’aspetto della storia che interessa. Ma se qualcuno desidera di più, il nostro Carnival offre la possibilità di entrare in contatto con Shakespeare, Stoppard e altri autori come nessun’altra esperienza in Italia. Lo spettatore intraprendente potrà infatti trovarsi a tu per tu con Amleto, danzare con Ofelia, aiutare Rosencrantz e Guildenstern a capire quale sarà il loro destino, oppure gustarsi un cocktail al Bar (Yorick’s), con la regina Gertrude o il re Claudius.
Ma per scoprire davvero cos’è l’esperienza multisensoriale di Elsinore Carnival c’è un solo modo: viverla.
Nella rappresentazione di Venerdì 19 Giugno u.s. i performer in scena ad interpretare i 10 personaggi erano:
Loro la capacità di seminare, far fiorire e poi tessere, con seducente e giocosa eleganza, corrispondenze e associazioni intuitive con lo spettatore.
Complici la cura appassionata delle scene (di Luisa Angiolillo, Arash Rahimi, Fabiana Tosca, Christian De Marco, Martina Giannico, Fabio de Iuliis, Simone Cerminara) e il magnetismo del paesaggio disegnato dalla luminosa ombrosità delle luci e dei suoni, curato da Riccardo Brunetti e Christian De Marco.
Per chi è questo Carnevale?
Per chi è lacerato dall’odio e dalla necessità di vendetta?
Per chi è intrappolata in una tragedia più grande di lei?
Per chi è pedina incastrata in un destino che la vuole già morta?
Per assaporare la libertà che solo la follia può donare?
Per chi vuole sbilanciarsi e sprofondare?
Per affrontare la verità?
Vieni a scoprirlo. Dietro ad ogni maschera, ci sei tu.
UN ORIZZONTE ARTISTICO TRA MEMORIA E CONTEMPORANEITÀ
(H)EARTH OF GLASS
Tradizione e sperimentazione in dialogo aperto al mondo
Sotto la direzione di Fabrizio Arcuri, questa 78ª edizione – già presentata nei mesi scorsi – si dispone ora ad inaugurare la nuova visione, fondata sulla sinergia tra tradizione-innovazione-apertura internazionale.
Fabrizio Arcuri
Il festival, il più longevo in Italia, si articola ora sempre più come piattaforma di incontro tra linguaggi, discipline e prospettive globali, riaffermando il teatro come spazio di comunità e confronto.
La programmazione riunisce protagoniste e protagonisti della scena nazionale e internazionale accanto a proposte innovative che interrogano e superano i formati tradizionali, consolidando l’identità della rassegna come luogo di convergenza artistica e culturale.
Questa traiettoria si riflette anche nell’immagine guida firmata da Matteo Basilè, artista visivo di respiro internazionale. La sua opera, sospesa tra fotografia, pittura e digitale, restituisce un immaginario che tiene insieme memoria e visione contemporanea, traducendo visivamente la complessità dell’esperienza teatrale.
Il Teatro Romano resta il cuore del festival, centro simbolico e operativo da cui si diramano interventi e progettualità diffuse nella città, trasformando Verona in uno spazio performativo aperto e dinamico.
L’edizione 2026 prosegue il percorso sugli stati della materia avviato nel 2025, dedicato all’acqua, scegliendo la Terra come fulcro tematico. (H)Earth of Glass evoca una materia al tempo stesso solida e fragile: paesaggio culturale, radice identitaria e figura simbolica legata a Gea, archetipo di generazione e trasformazione.
L’Assessora alla Cultura Marta Ugolini sottolinea l’avvio di una fase orientata al futuro, capace di rafforzare il profilo internazionale del festival e la sua centralità nel panorama dello spettacolo dal vivo:
‘l’Estate Teatrale Veronese celebra 78 anni di eccellenza rinnovandosi con un’energia profonda. Con questa edizione curata da Fabrizio Arcuri inauguriamo un nuovo corso che trasforma il Festival Shakespeariano nel cuore pulsante di un’offerta artistica di respiro globale. Riportare Shakespeare a Verona attraverso produzioni internazionali di caratura mondiale significa riposizionare la nostra città al centro della geografia teatrale contemporanea, offrendo a cittadini e turisti un’esperienza culturale che onora la tradizione aprendosi con coraggio ai nuovi linguaggi del mondo.’
Fabrizio Arcuri – Marta Ugolini
Fabrizio Arcuri, direttore artistico alla guida della nuova edizione, sottolinea l’equilibrio tra rispetto della tradizione — in particolare shakespeariana — e apertura alla contemporaneità, con un’attenzione specifica alle nuove generazioni e alle forme ibride.
“(H)Earth of Glass è più di un titolo: è il manifesto di una stagione che fonde la solidità della nostra storia con la trasparenza e la fragilità dell’innovazione.
Il nuovo posizionamento dell’Estate Teatrale Veronese è una sfida ambiziosa che si traduce in un cartellone che accoglie i grandi maestri della scena internazionale, a partire dal debutto di Declan Donnellan, alle grandi personalità del teatro italiano come Toni Servillo e il Premio Oscar Nicola Piovani.
Vogliamo che il Teatro Romano diventi una piattaforma di convergenza per compagnie straordinarie, capaci di sfidare le forme tradizionali e di restituire al pubblico una visione del teatro come arte viva, internazionale e necessaria”.
Giancarlo Marinelli
Aggiunge Giancarlo Marinelli, direttore di Arteven:
‘Nell’augurare a tutti gli spettatori dell’Estate Teatrale Veronese il pieno godimento degli spettacoli scelti con sapienza dalla nuova direzione artistica, siamo convinti che si avvererà la profezia di Mary Shelley, ma al contrario: “Se non riuscirò a ispirare amore, scatenerò la paura”. Sarà l’amore per il teatro a scatenare il mondo.’
Accanto al Comune di Verona e Arteven, storico partner operativo, confermano il proprio sostegno Banco BPM e Gruppo Magis, preziosi compagni di viaggio da anni ai quali si aggiunge la collaborazione di Pasqua Vini e Gruppo Vicenzi, a testimonianza di un sistema condiviso che riconosce nella cultura un motore di crescita e coesione.
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– ETV26 –
(H)EARTH OF GLASS
Dal 25 giugno al 18 di settembre
un ecosistema artistico tra teatro, corpo e immagine
L’edizione 2026 si sviluppa come un progetto articolato sui classici della scena occidentale, con un focus su Shakespeare inteso come struttura capace di dialogare con il presente.
Il cartellone si struttura in sezioni tematiche:
il Festival Shakespeariano, fulcro della riflessione drammaturgica;
le Grand Soirée, eventi di forte impatto collettivo;
il Classico, spazio di reinvenzione della tradizione;
la Danza Internazionale, linguaggio universale del corpo;
Nuove Orbite, dedicata alle nuove generazioni;
le Contaminazioni Musicali;
e le Costellazioni, percorsi diffusi che trasformano la città in un paesaggio culturale.
Le sezioni si intrecciano in modo trasversale, costruendo un’esperienza immersiva in cui ogni spettacolo diventa parte di un sistema dinamico. Il tema della Terra organizza questa struttura come una costellazione simbolica: un ecosistema culturale in cui ogni elemento contribuisce all’equilibrio complessivo del festival, restituendo l’immagine di un organismo vivo, in continua trasformazione.
Fabrizio Arcuri
Il 78° Festival Shakespeariano, primo sotto la direzione artistica di Fabrizio Arcuri, si inaugura con Los dos hidalgos de Verona / I due gentiluomini di Verona, affidato alla regia di Declan Donnellan, tra i più autorevoli interpreti contemporanei di Shakespeare e fondatore, insieme a Nick Ormerod, della compagnia internazionale Cheek by Jowl. Presentato in prima nazionale e in lingua originale con sottotitoli, lo spettacolo nasce dalla collaborazione tra Cheek by Jowl, la Compañía Nacional de Teatro Clásico e LAZONA Teatro. Attraverso la vicenda di Valentine e Proteus, amici destinati a innamorarsi della stessa donna, Shakespeare affronta temi che attraverseranno tutta la sua opera: dal desiderio al tradimento, dall’amicizia all’identità. La presenza di Donnellan imprime fin dall’apertura una chiara vocazione internazionale al Festival e ne conferma il dialogo con alcune delle più significative esperienze della scena europea contemporanea (25-26 giugno).
Los dos hidalgos de Verona / I due gentiluomini di Verona, regia Declan Donnellan (25-26 giugno)
Tra gli appuntamenti più attesi figura inoltre la prima nazionale di Tito Andronico – Why don’t you stop the show?, nuova riscrittura di Davide Sacco con Francesco Montanari protagonista (9-10 luglio). A partire da una delle tragedie più feroci di Shakespeare, lo spettacolo affronta il tema della violenza sistemica e della sua progressiva normalizzazione, interrogando il rapporto tra giustizia, vendetta e responsabilità collettiva. Al centro emerge il corpo, in particolare quello femminile, come luogo su cui si esercitano potere, sopraffazione e guerra. Una rilettura contemporanea che trasforma il Tito Andronico in una riflessione sul presente e sulla crescente assuefazione all’orrore che attraversa le nostre società.
Tito Andronico – Why don’t you stop the show? di Davide Sacco, con Francesco Montanari (9-10 luglio)
Con Ophelia, rilettura di Luca Giacomoni, il festival accoglie una nuova creazione in prima italiana affidata alla danzatrice Giulia Quaqueri(5–6 settembre).
Brain Storm – Tempesta in testa, diretto da Frank Heuel su adattamento di Marta Dalla Via, utilizza Shakespeare per esplorare il disagio psichico contemporaneo (12 settembre, Teatro Camploy).
Midsummer. Sogno di un gioco di mezza estate, di Casa Shakespeare, rafforza il legame con il territorio (16–19 luglio).
Chiude il percorso Carta Carbone di Roberto Latini, esperienza intima dedicata ai testi shakespearianni, per uno spettatore alla volta (6–16 luglio, Piazza Bra).
Toni Servillo (ph. Nicolas Spiess)
Accanto al nucleo shakespeariano, la sezione Grande Soirée – Evento Speciale propone quattro serate uniche. Si apre con la prima assoluta di Padre Cicogna: racconto sinfonico per quattro voci, voce recitante e orchestra su testo da Eduardo De Filippo di Nicola Piovani. Voce narrante Toni Servillo, composizione musica e direzione Nicola Piovani, voci Sara Di Fusco, Pino Ingrosso, Tony Nezic, Susy Sebastiano, Orchestra Giovanile Luigi Cherubini (28 giugno).
Seguono tre riletture contemporanee di Shakespeare: Otello, di precise parole si vive di Gabriele Vacis con Lella Costa(3 luglio); Romeo e Giulietta in the war di Stefano Massini, in prima nazionale con Orchestra Multietnica di Arezzo (1° settembre);
Stefano Massini (ph. Chiara Stampacchia)
Rex Destruens, Re Lear di e con Massimo Cacciari, riflessione filosofica su autorità e crisi (3 settembre).
Massimo Cacciari
Tra le riprese, Amleto² di Filippo Timi e Marina Rocco(10–11 settembre).
Il rapporto con il classico si sviluppa in dialogo diretto con il Teatro Romano, cuore della manifestazione. Oltre a Padre Cicogna, torna la collaborazione con la Fondazione INDA con Alcesti di Euripide diretta da Filippo Dini(17–18 settembre).
Il confronto si amplia con Una donna. Edipo. La guerra di Silvia Masotti e Camilla Zorzi (26 e 28 giugno Parco Santa Toscana) con un gruppo di ragazzi di Mine Vaganti / Spazio Teatro Giovani ed Ecuba. La guerra sulle madri di e con Isabella Caserta (29 giugno – 2 luglio, Teatro Scientifico).
Ecuba. La guerra sulle madri di e con Isabella Caserta (29 giugno – 2 luglio, Teatro Scientifico)
La danza contemporanea internazionale occupa un asse centrale del festival. I MOMIX presentano Botanica – Season 2, creazione visionaria tra corpo e illusione (27 luglio – 8 agosto).
I Peeping Tom portano Diptych, lavoro tra danza e teatro (14–15 luglio).
Completa il programma Yoann Bourgeois con The Infinite Approach, ricerca su equilibrio e gravità (20–21 luglio).
Costellazioni apre il festival al dialogo con la città attraverso interventi diffusi e partecipativi. Fulcro è l’installazione artistica di OHT, Little Fun Palace, da cui si sviluppano progetti come Overtourism(6 luglio), The Walks / Verona dei Rimini Protokoll (7–12 luglio) e Attraversamenti di Chiara Frigo e Silvia Gribaudi(13 luglio). Torna anche Carta Carbone, esperienza sonora individuale dedicata ai testi shakespeariani.
La sezione Contaminazioni musicali conferma la vocazione multidisciplinare del festival, intrecciando generi e generazioni. Tra gli artisti: Paolo Fresu con il P.A.F. Trio (27 giugno), Nicolò Fabi (4 luglio), Simona Molinarifeat. Raphael Gualazzi (6 luglio), Daniele Silvestri (25 luglio), Coez(5 settembre),Joan Thiele (29 agosto), insieme a ospiti internazionali come White Lies (29 giugno), Johnny Marr (16 luglio), Dulce Pontes (5 luglio) e il Quintetto Astor Piazzolla (13 settembre).
Ampio spazio è dedicato alle nuove drammaturgie under 40, in un progetto che unisce ricerca, formazione e dialogo europeo, coinvolgendo giovani artiste e artisti, studenti e professionisti. Tra i titoli: Hijos de Buddha di Nicolò Sordo (7 settembre), Infinita bellezza di Claudia Manuelli (13 settembre), L’isola dei ciccioni felici di Andrea Mattei (14 settembre), Dad or Alive (15 settembre), Digital Odyssey di BlueCheese con Roberto Latini (16 settembre), oltre a Ophelia.
Prime, riletture, danza, musica e performance compongono un progetto unitario che non conserva i classici, ma li attiva nel presente mettendo in relazione parola, corpo e spazio. L’Estate Teatrale Veronese 2026 si afferma così come un festival capace di coniugare tradizione e ricerca, radicamento territoriale e visione internazionale.
PLANET SHAKESPEARE | PIANETA SHAKESPEARE
FESTIVAL SHAKESPEARIANO
PRIMA NAZIONALE
25-26 giugno | Teatro Romano
LOS DOS HIDALGOS DE VERONA | I DUE GENTILUOMINI DI VERONA
Di William Shakespeare, Regia Declan Donnellan, adattamento Declan Donnellan and Nick Ormerod (SPAGNA – REGNO UNITO)
PRIMA NAZIONALE
09-10 luglio | Teatro Romano
TITO ANDRONICO | Why don’t you stop the show?
Di Davide Sacco
Dal Tito Andronico di William Shakespeare – Regia Davide Sacco, con Francesco Montanari
PRIMA NAZIONALE – Creazione per Etv
01 settembre | Teatro Romano
ROMEO E GIULIETTA IN THE WAR
Da William Shakespeare – Di e con Stefano Massini con l’Orchestra Multietnica di Arezzo
PRIMA NAZIONALE – Creazione per Etv
03 settembre | Teatro Romano
REX DESTRUENS, RE LEAR
Da Re Lear di William Shakespeare – Di e con Massimo Cacciari, regiaLeonardo Tosini
10-11 settembre | Teatro Romano
AMLETO²
Da Amleto di William Shakespeare – di e con Filippo Timi
03 luglio | Teatro Romano
OTELLO, DI PRECISE PAROLE SI VIVE
Da Otello di William Shakespeare – Regia Gabriele Vacis, con Lella Costa
PRIMA NAZIONALE
06-16 luglio | Piazza Bra
CARTA CARBONE
Da testi di William Shakespeare – Roberto Latini, Gianluca Misiti
PRIMA NAZIONALE
5-6 settembre | Teatro Camploy
OPHELIA
Da Amleto di William Shakespeare – Di Luca Giacomoni (FRANCIA) con Giulia Quacqueri
PRIMA NAZIONALE
16 – 19 luglio | Museo Cavalcaselle – Tomba di Giulietta
MIDSUMMER. Sogno di un gioco di mezza estate
Da Sogno di una notte di mezza estate di William Shakespeare (parti in inglese)
Riscrittura originale di Andrea de Manincor, regia Solimano Pontarollo
PRIMA NAZIONALE – Creazione per Etv
12 settembre | Teatro Camploy
BRAIN STORM Tempesta in testa
Frank Heuel, Marta Dalla Via
GALAXIES | GALASSIE
GRANDE SOIRÉE | EVENTO SPECIALE
PRIMA NAZIONALE – Creazione per Etv
28 giugno | Teatro Romano
PADRE CICOGNA
racconto sinfonico per quattro voci voce recitante e orchestra
testo da Eduardo De Filippo di Nicola Piovani, voce narrante Toni Servillo composizione musica e direzione Nicola Piovani, voci Sara Di Fusco, Pino Ingrosso, Tony NezicSusy Sebastiano, Orchestra Giovanile Luigi Cherubini
03 luglio | Teatro Romano
OTELLO, DI PRECISE PAROLE SI VIVE
Da Otello di William Shakespeare – Regia Gabriele Vacis con Lella Costa
PRIMA NAZIONALE – Creazione per Etv
01 settembre | Teatro Romano
ROMEO E GIULIETTA IN THE WAR
Da William Shakespeare – Di e con Stefano Massini con l’Orchestra Multietnica di Arezzo
PRIMA NAZIONALE – Creazione per Etv
03 settembre | Teatro Romano
REX DESTRUENS, RE LEAR
Da Re Lear di William Shakespeare – Di e con Massimo Cacciari, regiaLeonardo Tosini
POLARIS | POLARIS
CLASSICI
PRIMA NAZIONALE – Creazione per Etv
28 giugno | Teatro Romano
PADRE CICOGNA
racconto sinfonico per quattro voci voce recitante e orchestra
testo da Eduardo De Filippo di Nicola Piovani, voce narrante Toni Servillo, composizione musica e direzione Nicola Piovani, voci Sara Di Fusco, Pino Ingrosso, Tony NezicSusy Sebastiano, Orchestra Giovanile Luigi Cherubini
17-18 settembre | Teatro Romano
ALCESTI
Di Euripide – Regia Filippo Dini, musiche Paolo Fresu
PRIMA NAZIONALE
26 e 28 giugno | Parco Santa Toscana
UNA DONNA. EDIPO. LA GUERRA
Regia Silvia Masotti e Camilla Zorzi con un gruppo dai 21 ai 35 anni
PRIMA NAZIONALE
29 giugno – 2 luglio | Teatro Scientifico
ECUBA. LA GUERRA SULLE MADRI
Di e con Isabella Caserta, musiche Valerio Mauro
BODIES IN REVOLUTION | CORPI IN RIVOLUZIONE
DANZA CONTEMPORANEA INTERNAZIONALE
14-15 luglio | Teatro Romano
DIPTYCH
Peeping Tom (BELGIO)
presentato in collaborazione fra L’Estate Veronese e Bolzano Danza (17 luglio a Bolzano)
20-21 luglio | Teatro Romano
THE INFINITE APPROACH
Yoann Bourgeois Art Company (FRANCIA)
27 luglio-08 agosto | Teatro Romano
BOTANICA – Season 2
Momix (USA)
STELLAR FREQUENCIES | FREQUENZE STELLARI
CONTAMINAZIONI MUSICALI
27 giugno | Teatro Romano
P.A.F. TRIO | Paolo Fresu, Antonello Salis, Furio Di Castri
29 giugno | Teatro Romano
WHITE LIES (REGNO UNITO)
04 luglio | Teatro Romano
NICCOLO’ FABI in concerto
05 luglio | Teatro Romano
35 Anos Tour | DULCE PONTES (PORTOGALLO)
06 luglio | Teatro Romano
Kairos Tour | SIMONA MOLINARI special guest Raphael Gualazzi
16 luglio | Teatro Romano
JOHNNY MARR (The Smiths) (REGNO UNITO)
25 luglio | Teatro Romano
DANIELE SILVESTRI in Concerto
29 agosto | Teatro Romano
Joanita | JOAN THIELE
05 settembre | Teatro Romano
From The Rooftop – Live 2026 | COEZ
13 settembre | Teatro Romano
QUINTETO ASTOR PIAZZOLLA (ARGENTINA)
CONSTELLATIONS | COSTELLAZIONI
06-16 luglio | Piazza Bra
LITTLE FUN PALACE / VERONA
Di Filippo Andreatta
PRIMA NAZIONALE
07-12 luglio | Piazza Bra
THE WALKS / VERONA
Di Rimini Protokoll (GERMANIA) con Antonio Tagliarini
PRIMA NAZIONALE – Creazione per Etv
06 luglio | Piazza Bra
OVERTOURISM
Idea e progetto: Babilonia Teatri
PRIMA NAZIONALE – Creazione per Etv
13 luglio | Piazza Bra
ATTRAVERSAMENTI
Di e con Chiara Frigo e Silvia Gribaudi
PRIMA NAZIONALE – Creazione per Etv
06-16 luglio | Piazza Bra
CARTA CARBONE
Da testi di William Shakespeare – Progetto di Roberto Latinie Gianluca Misiti
7. NUOVE ORBITE
GIOVANI AGITATORI DI LANCE CRESCONO
PRIMA NAZIONALE
5 e 6 settembre | Teatro Camploy
OPHELIA
Da Amleto di William Shakespeare – Di Luca Giacomoni con Giulia Quacqueri
7 settembre | Teatro Camploy
HIJOS DE BUDDHA
Di e con Nicolò Sordo
PRIMA NAZIONALE – Creazione per Etv
12 settembre | Teatro Camploy
BRAIN STORM Tempesta in testa
Di Frank Heuel (GERMANIA), Marta Dalla Via
13 settembre | Teatro Camploy
INFINITA BELLEZZA |
regia e drammaturgia Claudia Manuelli | PREMIO SCENARIO 2025
14 settembre | Teatro Camploy
L’ISOLA DEI CICCIONI FELICI
Di e con Andrea Mattei | PREMIO SCENARIO PERIFERIE 2025
15 settembre | Teatro Camploy
DAD OR ALIVE
Di BumBumFritz, Con Giovanni Frison, Michele Tonicello | PREMIO SCENARIO (DISPOSITIVI STEFANO CIPICIANI) 2025
13-16 settembre | Teatro Camploy
DIGITAL ODYSSEY
Opere video MASBEDO, Theo Eshetu, Vinca Petersen, Elisa Giardina Papa, FLxER
L’Estate Teatrale Veronese è promossa dal Comune di Verona in collaborazione con Arteven, Circuito Multidisciplinare Regionale, con il sostegno del Ministero della Cultura e della Regione Veneto, e con Banco BPM, Magis e Pasqua Vini. Affiancano il Festival in questa 78ª edizione il Gruppo Vicenzi e l’Hotel Touring. Il racconto della stagione è affidato alla rete di media partner Radio Rai 3, L’Arena, TeleArena, Radio Verona e AGTW.
C’è un luogo che rappresenta il riscatto civico di una periferia: un’oasi di biodiversità che preserva la campagna romana, dandosi come un punto di sovrapposizione tra la Roma Antica e il tessuto urbano contemporaneo.
C’è un luogo – brillante esempio di cittadinanza attiva – che ha coinvolto le istituzioni in un dialogo concreto, così da riuscire a trasformare un’area periferica abusiva in stato di abbandono, in un moderno polo di aggregazione e tutela.
C’è un luogo che ospita una moltitudine di monumenti di epoche differenti: l’omonima torre medioevale (del XII sec.), sei acquedotti romani (tra cui il Claudio e il Felice) e i resti dell’antico Campo Barbarico dei Goti.
E’ il Parco di Torre del Fiscale, parte del Parco Archeologico dell’Appia Antica di Roma. Un luogo che incarna un eccezionale valore storico, sociale e paesaggistico: simbolo della rigenerazione urbana di un’area periferica ad alta densità abitativa.
E’ con questo luogo speciale che il Festival Attraversamenti Multipli – ideato dal gruppo artistico multi/transdisciplinare Margine Operativo, coordinato da Alessandra Ferraro e Pako Graziani – ha scelto di entrare in dialogo. Un Festival che dal 2001 valorizza il Parco di Torre del Fiscale come palcoscenico diffuso, ospitando spettacoli di danza, di teatro e musica site-specific.
Perché l’imprinting di Margine Operativo è guardare all’arte come a un dispositivoche può creare cambiamenti e solleticare la propensione a creare connessioni con altri progetti, con altri spazi dell’attivismo culturale, con altri paesaggi urbani.
Il Festival Attraversamenti Multipli è realizzato con il sostegno del Ministero della Cultura – Direzione Generale Spettacolo. L’iniziativa è promossa e sostenuta da Roma Capitale – Assessorato alla Cultura e al Coordinamento delle iniziative riconducibili alla Giornata della Memoria – Dipartimento Attività Culturali in collaborazione con Zètema Progetto Cultura.
Tema ispiratore di questo 26esimo viaggio di “Attraversamenti Multipli” tra gli orizzonti mobili delle performing arts – all’interno di una traiettoria progettuale che si sviluppa su più anni – è LA COESISTENZA.
Perché nessuno può considerarsi sufficiente a se stesso.
Perché siamo tutti connessi – attraverso relazioni complesse – con la terra, con il clima, con gli esseri umani, con gli animali, con le piante, con le culture.
Il valore della COESISTENZA risiede tutto, infatti, nel riconoscimento della legittimità dell’Altro. Consapevolezza che implica la rinuncia al dominio e all’usurpazione dello spazio altrui, unitamente alla valorizzazione e all’integrazione delle diverse identità che contraddistinguono ciascuno.
Una postura esistenziale che promuove il superamento dei limiti culturali e sociali, puntando sulla coesistenza e sull’interazione, quali antidoti alla frammentazione sociale.
“Coesistere” è infatti l’atto dinamico di abbandonare il conosciuto per l’ignoto; è l’attraversamento della soglia che separa ciò che è privato e sicuro da ciò che è pubblico e incognito; è il cambiamento di stato, che implica il superamento della resistenza posta da un ostacolo, da una diversità.
“Coesistere” è il farsi ponte tra due sponde opposte. Ma attenzione: un ponte non si può costruire da soli. Si parte da un estremo, ma se manca dove appoggiarsi, ovvero chi ti tende la mano dall’altra parte, non si può fare.
Ecco allora l’importanza di lavorare anche sul “margine”.
Perché “il margine” è la soglia che permette a due elementi di distinguersi ma, al tempo stesso, di entrare in contatto.
Perché stando sul “margine” si riescono ad analizzare e a valorizzare elementi che stando nel “centro” sembrano secondari, o vengono addirittura esclusi.
E’ così che il “margine” diventa uno spazio di emancipazione e di ridefinizione identitaria. Dal “margine” infatti si può osservare con una prospettiva radicale: libera dagli schemi dominanti e capace di immaginare nuovi mondi.
Proprio come si è potuto sperimentare Venerdì 12 giugno scorso, nella seconda giornata del Festival “Attraversamenti Multipli 2026”.
La serata è iniziata con uno studio scelto da Carlo Massari/ C&C Company /SPaCCa per i partecipanti del laboratorio “Farsi Corpo_sesto movimento”, dal titolo BESTIARIO UMANO. Uno studio esplorativo sugli attraversamenti emotivi fra allievi al quale ci è stata data la possibilità, il permesso, di assistere, di osservare.
Il loro rituale di conoscenza ha avuto un inizio molto suggestivo: con gli interpreti avvolti dalla chioma di un albero, i loro piedi sopra le sue radici, in cerchio stretti al suo tronco. Connessi tra terra e cielo.
L’attraversamento energetico con la natura ha trovato un ponte in un particolare utilizzo della voce che, in un crescendo, ha preso le sembianze di una conversazione come tra diverse specie di animali.
Arricchiti di energia linfatica, gli interpreti si sono progressivamente allontanati dall’albero-totem fino ad uscir fuori dal cerchio magico del loro rito, per aprirsi nello spazio verso di noi.
Esplorando ogni piano dello spazio e ogni forma di disequilibrio, loro osano, si lasciano andare, creano ponti come abbracci, legami come manipolazioni, incantevoli abbandoni pieni di fiducia.
Una ricerca, la loro, sulle trasformazioni, sul cambiamento, sul sottile confine tra uomo e bestia. Ne scaturisce la fascinosa restituzione di “un bestiario umano” dove i corpi degli interpreti, rivelandosi intimamente, danno forma a sintomi che parlano di vizi, di loro virtù, di pulsioni profonde. Del loro marcare il territorio, dell’invadere e del lasciarsi invadere dall’altro. Generosamente. Egoisticamente. Un bestiario umano dove il corpo diventa il tramite visibile dell’inconscio e dei vissuti interiori di ciascuno. Parti oscure che ognuno di noi è chiamato a riconoscere e a integrare con l’energia razionale, per raggiungere un buon equilibrio di sé.
E proprio mentre tutte queste segrete differenze interiori prendevano forma, nell’aria si diffondeva il discorso di Martin Luther King Jr. “I have a dream” (1963), simbolo universale della lotta al razzismo per un’uguaglianza dei diritti umani. Un discorso il cui valore risiede nell’aver trasformato il dolore per la segregazione in un messaggio di speranza, di pace e di fratellanza. Perché integrare il diverso è possibile.
Nell’ora dell’imbrunire – con la complicità di una brezza dall’aura di presagio – ha preso forma il rituale di congedo dalla vita di Cassandra. Una performance di teatro in prima nazionale di Margine Operativo, dal titolo: KASSANDRA_OVER.
Prima di entrare nel palazzo reale di Micene, Cassandra ha infatti una visione. Vede il suo destino e quello di Agamennone, tentando invano di avvertire il re. Pur possedendo il dono della profezia donatole da Apollo, sa che nessuno le crederà: è la vendetta che le ha riservato Apollo nel momento in cui lei ha rifiutato le sue avances. Ed è così che lui le tolse la capacità di persuadere gli altri, condannandola ad essere inascoltata.
Cassandra è una donna scomoda, straniera, emarginata, perché rifiuta di assimilarsi e di sottomettersi al modello virile. Lei sceglie invece di vivere a modo suo, autonoma, con il proprio spirito critico. Rifiuta la protezione e l’amore dell’eroe Enea, rifiuta i sotterfugi, rifiuta i compromessi. Si staglia perspicace e sola contro il rosso delle fiamme di Troia, prima, e contro il bronzo affilato e lucente di Clitennestra, poi. Purché, fino all’ultimo possa “parlare con la sua voce“.
‘Ecco dove accadde. Lei è stata qui’: così lei entra e vede, permettendo anche a noi – che la stiamo aspettando disposti “nel cerchio magico di uno sguardo” – di sapere, di ricordare. Disattivando, con il nostro ascolto, la maledizione della condanna all’incredulità a cui Apollo l’aveva condannata.
Il rito che va in scena è il racconto di quel che Kassandra pensò prima di “andare a morire”, di come ripercorse la propria vicenda esistenziale, le sventure sue e della sua città, i suoi amori, le violenze subite. La sua versione dei fatti, la sua storia raccontata con la sua voce.
Sussulta sui suoi passi, profetizza con il corpo e si chiede: “perché volli a tutti i costi i doni della veggenza?”.
E la risposta è: “Il mio ruolo era dire no”. Era andare oltre: affermando la sua non omologazione, affermando la sua non sottomissione. “Kassandra_over”.
Una dinamica, questa, raccontata nel mito perché sempre può riproporsi nella vita. Cassandra – archetipo del segnale di pericolo – viene infatti spesso invocata nella quotidianità della vita in contesti quali l’ecologia, l’arte, l’economia o la geopolitica per indicare coloro che lanciano avvertimenti cruciali sul futuro e che vengono ignorati fino all’avverarsi della crisi.
Trascendendo il mito, il significato di Cassandra è quindi diventato un’importante metafora per analizzare le dinamiche del potere, la cecità della collettività e l’importanza dell’ascolto delle voci critiche.
All’allontanarsi dell’epifania di Kassandra, i nostri occhi si sono riempiti di una nuova luminosità: quella del FUORI FUOCO di Carlo Massari/C&C/SPaCCa.
Qualcosa infatti brillava lassù, sul margine, tra gli arbusti: qualcosa di regale e di deprivato.
Qualcosa di femminile e di maschile. Qualcosa che andava oltre, che attraversava i generi. Affascinava e intimoriva.
Come il suo esprimersi vocale: un’energia dal suono meccanicamente metallico ma dal contenuto bruciantemente provocatorio.
Come il suo darsi posturale: di spalle. A comunicare una barriera ma anche fiducia incondizionata: tipico di chi guida e non si cura delle critiche. Tipico di chi ha il potere di nasconderci qualcosa, risultandoci così crudelmente affascinante. C’è bisogno di sottrazione per farsi irretire.
E lui lo sa. E quando ci ha presi nella rete, si volta.
E ci chiede di guardarlo: “non come una rovina ma come un’alba”.
Perché lui è il figlio del sole, quello che corrode.
Perché lui non ama le leggi, ma le primavere.
Perché lui insinua negli umani il dubbio capace di aprire una nuova porta: “E se fosse possibile vivere diversamente?”. E il suo muoversi “diversamente” nello spazio, ne è una splendida visualizzazione.
E’ Eliogabalo. E questo è il suo ritorno.
Lui che nella società romana rappresentò lo sconvolgimento dei ruoli di genere, il sovvertimento della religione tradizionale e la minaccia dell’assolutismo orientale; oggi si è evoluto da emblema della degenerazione assoluta a icona della libertà.
Come le cronache del passato lo descrivevano, anche l’Eliogabalo di Massari ama truccarsi, travestirsi. Ma anche mettersi a nudo. E ci rivela come, sotto al prorompere dei lustrini e delle paillettes, sopravviva un certo suo modo di autosabotarsi. Che lo fa nascondere e poi osare, rompere i piani, le convenzioni. Come un animale braccato che anela alla sua libertà. Celebrando l’anarchia come energia distruttiva e creatrice. Un po’ come l’Eliogabalo di Artaud.
Attraversando poi il confine fluido dell’acquedotto romano – legame vitale tra una risorsa pura e la città, ma anche simbolo rigenerativo di una civiltà – siamo stati coinvolti in un concerto per violoncello e contrabbasso, guidato da Flavia Massimo e Caterina Palazzi, intitolato “HAYALET”.
Motivo conduttore è stato il riuscire a far emergere quell’ancestrale senso di paura e fascino che resta e sopravvive a tutto: l’hayalet, appunto, tradotto dalla lingua turca come “fantasma”.
Una sensazione evocata attraverso il respiro e quindi attraverso il canto dell’ Aum – suono primordiale e vibrazione creatrice dell’universo – che simbolicamente rappresenta l’unione tra il microcosmo (l’individuo) e il macrocosmo (il tutto).
Una sensazione che ruota attorno all’idea dell’invisibile che interferisce con il visibile, evocando un’atmosfera di malinconico mistero energizzante.
Un paesaggio sonoro rarefatto, pungente, emotivamente carico di presenze: un viaggio tra silenzi e immaginazione, tra composizioni e improvvisazioni, come quello esperito attraverso la performance musicale sperimentale per violoncello e contrabbasso di Flavia Massimo e Caterina Palazzi.
Un paesaggio sonoro magnificamente integrato al video live performance site specific LIZ + FLxER “In_Between”, il cui valore simbolico risiede nella sua natura di organismo multiforme ibrido, pensato per fondere i confini tra reale e fantastico.
Una meravigliosa installazione immersiva che apre il dialogo tra epoche, trasformando le arcate storiche degli acquedotti del Parco di Torre del Fiscale in schermi dinamici; unendo l’archeologia romana all’avanguardia del video mapping e della grafica digitale live.
Un’installazione che solletica anche la percezione del senso di liminalità: lo spazio “nel mezzo” (In_Between), giocando con la percezione dello spettatore per creare un universo immersivo fatto di collisioni visive e biodiversità immaginativa. In unacontinua sovrapposizione tra arti visive e suono, che diventa “quella visione” che riprogramma, temporaneamente, l’identità dello spazio urbano notturno.
Un’esperienza decisamente coinvolgente, l’occasione proposta dal “Festival Attraversamenti Multipli 2026”. Un’occasione che ritorna dal prossimo mercoledì 17 Giugno fino a sabato 20 giugno al Parco di Torre del Fiscale. Per poi spostarsi a Toffia, in provincia di Rieti, per una due giorni di circo contemporaneo.
Insieme, nella serata dell’ 8 Giugno, in un Teatro Argentina al completo, si è atteso l’arrivo dell’anniversario della scomparsa di Enzo Siciliano – autore fondamentale della storia culturale italiana – rievocando un’altra attesa: quella dell’esecuzione da lui narrata in uno dei suoi testi teatrali più intensi, “Morte di Galeazzo Ciano”.
E’ stata cura del Teatro di Roma, nell’anno in cui ricorre il ventesimo anniversario della scomparsa di Enzo Siciliano (1934-2006), onorarne la memoria attraverso un percorso scandito in tre tappe – palcoscenico di intersezione di storie umane – così da tentare di restituire l’universo artistico e l’impegno civile di una delle figure centrali del Novecento italiano. Attraverso questo progetto nel nome del padre, il Teatro di Roma ha desiderato valorizzare anche il legame affettivo e professionale con il figlio Francesco Siciliano, attore, produttore e oggi Presidente del Teatro di Roma.
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Teatro Argentina – Fondo Moravia – Nuovo Cinema Aquila
8 – 9 – 10 giugno 2026
OMAGGIO A ENZO SICILIANO
8 giugno, ore 20.00 | Teatro Argentina
Morte di Galeazzo Ciano
a cura di Tommaso Capodanno
con Filippo Nigro, Lorenzo Parrotto, Marco Prosperini, Galatea Ranzi, Francesco Siciliano, Carolina Sisto
voice off Paolo Cresta
un progetto di Teatro di Roma – Teatro Nazionale
9 giugno, ore 18.30 | Casa Museo Alberto Moravia
Per Enzo Siciliano
incontro a cura di Francesco Siciliano, Lorenzo Pavolini, Simone Casini, Flavio Santi e del Fondo Moravia
10 giugno, ore 18.30 | Nuovo Cinema Aquila
Enzo Siciliano: lo scrittore e il suo guscio
la proiezione del film sarà preceduta da un momento di incontro e riflessione con Mimmo Calopresti, Arnaldo Colasanti, Leonardo Colombati, Catherine McGilvray, Bernardo Siciliano
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Ad aprire la serata al Teatro Argentina, il Vice Presidente della Fondazione del Teatro di Roma Danilo Del Gaizo. Suo il desiderio di ricordare come per Enzo Siciliano l’impegno quotidiano della cultura fosse il motore capace di promuovere la crescita sociale di un Paese.
In molti ricorderanno infatti, solo per fare un esempio, il carattere di evento storico che rappresentò la scelta culturale di Enzo Siciliano, durante il suo mandato come presidente della Rai (1996-1998), di trasmettere in diretta – in prima serata su Rai 1, sostituendo l’edizione serale del telegiornale delle 20:00 – l‘evento inaugurale della stagione del Teatro alla Scala di Milano: il Macbeth di Giuseppe Verdi, diretto dal maestro Riccardo Muti, per la regia di Graham Vick (7 dicembre 1997).
Enzo Siciliano e Giancarlo Menotti (da Settimo Giorno, 1975)
Concetto – quello della cultura come motore di crescita sociale – ribadito anche nella testimonianza riferita al pubblico da Edoardo Albinati che, salito sul palco, ha sottolineato l’insolita inclinazione di Enzo Siciliano ad appassionarsi ad un ascolto trasversale delle creazioni artistico/letterarie, al di là delle ostilità di prospettiva con gli autori.
Ne è un esempio l’ammirazione per Ezra Pound: al quale Siciliano riusciva a riconoscere una grandezza poetica assoluta – tale da influenzare intere generazioni di autori – nonostante le forti contraddizioni ideologiche e le scelte politiche estreme del poeta. Non solo: negli anni ’50 Siciliano contribuì a diffondere l’opera poundiana in Italia e fu proprio lui a favorire uno storico—seppur burrascoso—incontro tra Pound e Pier Paolo Pasolini a Rapallo, mediando tra due delle menti più complesse del secolo.
L’attenzione del pubblico si è poi sagomata sulla restituzione – curata da Tommaso Capodanno – di uno dei testi teatrali più intensi e di stringente impegno civile, scritti da Enzo Siciliano: “Morte di Galeazzo Ciano”. Opera pubblicata nel 1978 da Einaudi nella collana Collezione di Teatro e portata in scena per la prima volta il 20 gennaio del 1998 dal Teatro Stabile di Torino, per la regia di Marco Tullio Giordana.
Acuta sensibilità drammaturgica di Enzo Siciliano è quella di riuscire a far emergere tutta la commozione verso la potenza drammatica di quella che – al di là di una cronaca documentaria – si diede come una “tragedia familiare”. Quella commozione che, facendoci “muovere insieme“ parla di un’unione capace di abbattere le barriere e di metterci in comunicazione gli uni con gli altri. Sia nella gioia, che nel dolore.
Qui in scena, è il carceriere degli Scalzi di Verona Mario Pellegrinotti (un Lorenzo Parrotto che sa unire fermezza e intelligenza emotiva) a presentare ciascun personaggio. E a suggerire gli ambienti nei quali vengono rievocate “le stazioni” della tragedia familiare: luoghi fisici e metaforici – frammenti emotivi – dove il distacco, l’attesa e l’ignoto s’incontrano. Crocevia tra il passato e il futuro di un percorso di spoliazione del potere, in cui Ciano viene costretto ad affrontare la fragilità umana, i propri errori e l’inevitabile morte.
Villa Feltrinelli, Gargnano sul Lago di Garda
La prima delle “stazioni” proposte in scena è relativa all’ufficio di Mussolini a Villa Feltrinelli sulle sponde bresciane del Lago di Garda (1943). Qui un’appassionata e indomita Edda – interpretata assai efficacemente da Galatea Ranzi – provoca suo padre Benito (reso nella sua sovranità tragicamente logora da Marco Prosperini) affinché si attivi con “un atto politico” a favore di Ciano. “Sono contingenze impreviste” – si giustifica lui. E lei: “Hai sempre le SS alle calcagna. Sei impotente, ecco l’imprevisto!”. Non a caso Mussolini era solito dire di lei: “Sono riuscito a sottomettere l’Italia, ma non riuscirò mai a sottomettere mia figlia”.
Accanto all’immagine pubblica di donna svagata e mondana, Edda si dimostra disposta a tutto per salvare il marito, lottando con freddezza e coraggio contro il padre e l’apparato nazista. Inizia così a delinearsi tutto il carattere tragico di questo frangente esistenziale, dove Edda si trova costretta a scegliere tra il legame di sangue con il padre e l’amore viscerale per il marito; e il padre costretto a scegliere tra gli adorati legami familiari e la tentazione a non voler rinunciare al potere.
La seconda “stazione” è la casa dei Ciano a Roma. Siamo nel 1939: i due coniugi ballano sulle note di “Non dimenticar le mie parole” (1937), brano punto di svolta della musica leggera italiana del tempo, che inaugura il celebre “stile Novecento” esprimendosi musicalmente attraverso un ritmo sincopato che risente delle influenze swing e jazz. “Non dimenticar le mie parole” è infatti una canzone d’amore dal testo malinconico ma caratterizzata da quel ritmo dondolante, proprio della sezione ritmica del swing. Ballando, Edda punzecchia Galeazzo per gelosia ma anche perché lui non riesce, a suo avviso, a portare fino in fondo la sua opinione politica, divergente da quella di Mussolini (sulla non opportunità per l’Italia di entrare in guerra) dimettendosi da Ministro degli Esteri. “Io voglio la pace: non sono un fatuo livornese!” – gli risponde lui. E intanto ballano sulle note di “Non dimenticar le mie parole” : un brano che canta l’amore e i suoi tormenti.
Frau Felizitas Beetz
In carcere Ciano conosce e si innamora di Frau Felizitas Beetz (qui interpretata da una Carolina Sisto ricca in quieta malinconia). “Lui la cerca come un cibo” – commenta Edda. E lei, Felizitas, per Ciano tradisce l’incarico affidatole da Hitler: quello di impossessarsi dei diari dell’ex Ministro degli Esteri. Manoscritti ritenuti compromettenti e che per questo motivo non devono finire in mano nemica. La missione di spia affidata a Frau Felizitas Beetz è ritenuta fondamentale dal Terzo Reich: deve convincere l’ex ministro a consegnarle quei documenti, con ogni mezzo. A costo di illuderlo che, in quel modo, avrebbe avuto salva la vita. Invece Felizitas commette l’errore più grave: si innamora dell’uomo che deve tradire.
Esecuzione dell’11 gennaio del 1944 al poligono di tiro di Verona
E invece di escogitare il modo di farsi consegnare i diari, instaura con lui un rapporto che, giorno dopo giorno, si fa sempre più profondo. Anche quando Ciano viene processato a Castelvecchio, assieme ai «complici» della caduta del Fascismo, lei partecipa a tutte le udienze, ritornando ogni sera al carcere degli Scalzi per rincuorare Galeazzo. Gli rimane vicino anche dopo la condanna a morte, fin quando viene trasferito al poligono di Porta Catena per l’esecuzione, l’11 gennaio del 1944. Si salutano – riportano le cronache dell’epoca – quaranta minuti prima che Ciano venga ucciso dal plotone d’esecuzione. A dispetto dei ruoli sociali Edda riuscirà poi ad entrare in amicizia con la spia tedesca. Tanto che è proprio Felizitas ad aiutarla a fuggire con i bambini in Svizzera, consentendo così di salvare i diari dell’ex gerarca, consegnandoli alla Storia.
Galeazzo Ciano
In carcere continua poi anche lo stretto rapporto di amicizia tra Ciano e il Ministro ai Lavori Pubblici Zenone Benini (qui in scena un arguto Filippo Nigro). A lui Galeazzo confida che Mussolini “è un vile perché è il suggeritore dei suoi padroni… perché mette in mostra il dolore… e vile è qualcosa di diverso dall’aver paura”. Ma il suo amico lo aiuta a riflettere sul fatto che lui, Ciano, ha sicuramente “meriti nei confronti del futuro” ma è stato imprudente nel credere che Mussolini gli avrebbe perdonato qualsiasi offesa.
Nel susseguirsi delle “stazioni” – complice la sinergia tra la drammaturgia di Enzo Siciliano, la cura di Tommaso Capodanno e la coralità del corpo della parola degli interpreti in scena – si assiste alla progressiva messa a nudo dell’animo di quell’uomo apparentemente solo “frac e decorazioni”. E il Galeazzo Ciano qui interpretato da Francesco Siciliano restituisce allo spettatore tutta la contraddittorietà propria dell’animo umano di fronte a certi ambigui frangenti dell’esistenza.
Francesco Siciliano
La sua elegante spavalderia lascia spazio alla profonda riflessione interiore, alla paura, al desiderio di immaginare la propria sepoltura a Livorno insieme all’uomo che più di ogni altra cosa ha amato: suo padre Costanzo Ciano. E poi ancora il pensiero per il futuro dei suoi figli, la cura di affidarli allo sguardo del suo caro amico Benini.
Ma un pensiero l’assilla e, nel confidarlo alla profonda umanità del suo secondino Pellegrinotti, ne riceve in cambio un po’ di sollievo: “dopo avermi massacrato, dove mi butteranno questi cani?”. E ancora : “questa notte io non me la voglio ricordare… e domani non voglio sentire il ghiaccio della pallottola”. Un orrore così viscerale il suo da portarlo a desiderare morire prima. Ma ritorna l’eco di quel brano: “non dimenticar le mie parole …”.
Processo di Verona, 8-10 gennaio 1944
E così il Ciano di Francesco Siciliano proprio nell’arrivare a restituire il suo animo sempre più “nudo”, finisce per risultare “un uomo ridicolo”: un uomo moderno affetto dall’ indifferenza universale, convinto che nulla abbia importanza. Convinzione che lo porta all’alienazione e a desiderare l’idea del suicidio.
Ce ne parla quella dilaniante comicità che si fa strada nell’assurda risata che serpeggia tra i suoi pensieri e le sue parole. Finche anche le mani iniziano a muoversi in modo ossessivo, all’unisono con le sue paure.
Galeazzo Ciano nel Carcere degli Scalzi a Verona
E quel momento tanto temuto arriva: ma sorprendentemente mettere a nudo le varie parti della sua umanità lo portano a liberarsi dal rancore e dalla paura. E mentre Edda ci confida di essere ormai “una macerie di donna”, Galeazzo riesce a sentire ora la vita “piacevole” nonostante tutto: “La vita è sempre bella”. Amare il prossimo può significare redimere le perversioni dell’animo umano. E tornano le parole-guida di quella canzone:
“Non dimenticar le mie parole, bimba tu non sai cos’è l’amor, è una cosa bella come il sole, più del sole dà calor”.
Carolina Sisto, Filippo Nigro, Galatea Ranzi, Francesco Siciliano, Marco Prosperini, Lorenzo Parrotto
Una serata piena di commossa riflessione, questa che ha preceduto l’arrivo dell’anniversario della scomparsa di Enzo Siciliano. Uno splendido rito per omaggiare la presenza civile, culturale e sentimentale di un’assenza.
Il 9 giugno, giorno dell’anniversario, il percorso della rievocazione della presenza di Enzo Siciliano ha fatto capo al palcoscenico di intersezione di storie umane di Casa Moravia, attraverso l’incontro intitolato Per Enzo Siciliano a cura di Francesco Siciliano, Lorenzo Pavolini, Simone Casini, Flavio Santi e del Fondo Moravia.
Per poi concludersi il 10 giugno al Nuovo Cinema Aquila, con la proiezione del film Enzo Siciliano: lo scrittore e il suo guscio. La proiezione è stata preceduta da un momento di incontro e riflessione con Mimmo Calopresti, Arnaldo Colasanti, Leonardo Colombati, Catherine McGilvray, Bernardo Siciliano.
Nella splendida cornice offerta, nel cuore del quartiere Testaccio,dal Teatro di Documenti – spazio unico progettato dal massimo scenografo del Novecento Luciano Damiani quale spazio dedicato alla ricerca, alla sperimentazione e alla valorizzazione degli autori contemporanei – la regia di Ennio Coltorti immagina e sperimenta di raccontare, avvalendosi della drammaturgia di Alma Daddario, gli ultimi anni di vita del sassofonista e compositore jazz Charlie Parker, uno dei padri fondatori del movimento musicale del “bebop”, attraverso la particolare “interazione” che lo legò al critico musicale Bruno Werner, interessato a scrivere una biografia che riuscisse a cogliere e a codificare il genio di Parker.
Coltorti guarda al lororapporto come ad una possibile declinazione narrativo-teatrale dell’interplay della musica jazz: quell’arte dell’interazione estemporanea e della comunicazione attiva tra musicisti – e quindi quel dialogo fatto di ascolto reciproco – dove i membri di un gruppo reagiscono all’istante alle frasi melodiche, alle variazioni ritmiche e alle intenzioni degli altri, trasformando l’esecuzione in un organismo collettivo.
La regia di Coltorti – che lo vede anche interprete nei panni di Charlie Parker – si articola intorno al concetto di “interazione musicale” ed esplora le variazioni delle dinamiche in essa contenute.
Con la complicità allora di Massimo Napoli (interprete del giornalista e critico musicale Bruno Werner) ma anche della cantante Elena Barbati (qui nei panni di Baby Lennox) e del pianista e cantante Federico Pappalardo, Coltorti apre la drammaturgia di Alma Daddario (che a sua volta fa interagire la vita reale di Charlie Parker con la vita romanzata di Parker come immaginata da Julio Cortazar nel libro “Il persecutore” del 1967) a estemporanei botta e risposta e contrappunti, così come a momenti di ascolto condiviso, come proposto dalla selezione musicale di Pietro Sergio.
Ne scaturisce un arrangiamento narrativo-teatrale non rigidamente fissato ma che prende vita, si modella e si evolve in tempo reale. Dove la drammaturgia di Alma Daddario sa restituire efficacemente, con cruda poesia, anche l’ambiguità creativa del concetto di “deriva” da cui è stata caratterizzata da sempre la vita di Charlie Parker. Un’inclinazione esistenziale tra abisso e ali; tra io e noi; tra arresa al caos e liberazione creativa; tra naufragio e atto ludico-creativo di resistenza contro la prevedibilità.
Un’interessante prova di interplay teatrale che si è conclusa con due accattivanti omaggi a Parker – proposti dalla cantante Elena Barbati e dal pianista e cantante Federico Pappalardo – nei quali si è potuto apprezzare anche un’intrigante prova di “scat”: quella tecnica vocale del jazz in cui il cantante improvvisa linee melodiche usando sillabe e fonemi senza senso logico, con l’obiettivo di trasformare la voce in un vero e proprio strumento musicale (solitamente un sax o una tromba) per dialogare con gli altri interpreti.
Una messa in scena di interazione e influenza reciproca, enfatizzata dalla suggestione dello spazio scenico del Teatro di Documenti – ricavato all’interno di una grotta seicentesca a ridosso di Monte Testaccio – concepito da Luciano Damiani per rompere le tradizionali barriere tra palcoscenico e platea.
Uno spazio “democratico” così come l’essenza dell’interplay: molto più di un semplice accompagnamento, l’interplay incarna infatti il valore simbolico della democrazia, dell’ascolto attivo e della coesione sociale. Esaltando l’individuo all’interno del collettivo e dimostrando come l’armonia nasca dal rispetto e dalla reazione reciproca.
Al di là dell’essere solo una splendida tecnica improvvisativa, l’interplay si dà quindi come un vero e proprio manifesto culturale e filosofico, fondato su un tipo di comunicazione paritaria, sul rispetto e la fiducia, sull’equilibrio tra libertà e responsabilità e su una sapiente accettazione dell’errore, che da imprevisto diviene punto di forza creativo.
Alma Daddario, Ennio Coltorti, Massimo Napoli, Elena Barbati, Federico Pappalardo
Filosofia incarnata magnificamente dal Teatro di Documenti che Damiani ha guidato fino alla sua scomparsa nel 2007. Da allora, la direzione artistica è portata avanti da Carla Ceravolo (affiancata nel tempo da Anna Ceravolo e Paolo Orlandelli) mantenendo l’indirizzo di ricerca, di sperimentazione e di valorizzazione degli autori contemporanei.
E’ questa l’esortazione che Marty – la carismatica insegnante di teatro, qui interpretata da una fascinosa Pamela Villoresi – utilizza più frequentemente con i suoi allievi.
Loro sono persone vivacemente imperfette: persone cioè che hanno mancato qualche obiettivo in amore, o nell’esprimere il proprio talento. Ma che non hanno smesso di desiderare. Di desiderare una seconda possibilità, di desiderare ancora di ricominciare.
L’imperfezione, infatti, è molto più di un difetto: rappresenta la condizione stessa della vita e del suo evolversi. Perché l’imperfezione cerca sempre una trasformazione, che può darsi attraverso “lo specchio” che ci rimanda lo sguardo dell’altro.
Non a caso i personaggi di questa sapientemente imperfetta drammaturgia di Annie Baker – tradotta da Monica Capuani e da Cristina Spina che ne restituiscono tutta la meravigliosa imperfezione vitale – hanno scelto, più o meno consapevolmente, di iscriversi ad un corso di teatro. In un piccolo teatro di provincia del Vermont, per dilettanti.
La prima sollecitazione che Marty rivolge ai suoi allievi è: “vorrei, che questo luogo sia per voi un luogo in cui sentirvi al sicuro, per potervi esprimere davvero liberamente”. Ma essere liberi – a teatro così come nella vita – significa anche “saper contare” (questo è il nome di uno degli esercizi-base proposti da Marty) ovvero saper non invadere lo spazio di libertà vitale dell’altro.
Lo stesso motto dello Stato del Vermont – luogo dove la drammaturga statunitense Annie Baker decide di ambientare questo suo testo – è “Freedom and Unity” (libertà e unità). E venne adottato per la prima volta nel 1788 sul sigillo della Repubblica del Vermont. L’idea di fondo, anche qui, è quella dell’importanza del rispetto dell’equilibrio fra la libertà personale del singolo cittadino ed il bene della comunità.
(ph. Virginia Brown)
Attraversata da una melodia al pianoforte – che sa farsi terra ma anche cielo, in quanto simbolo universale di ricerca introspettiva – la regia di Valerio Binasco lascia che il suo spettacolo si apra con un prologo non abitato da parole. La cura del suono è di Filippo Conti.
Una scelta che agisce come un imprinting sullo spettatore: a non prestare cioè troppa attenzione alle parole, quanto piuttosto agli effetti che sono capaci di provocare i sottotesti dei silenzi delle persone che sono dentro ogni personaggio.
Lo stesso varcare la soglia tra il fuori e il dentro da parte dei personaggi; il loro scegliere di entrare in scena e il loro diverso, eppure simile, assaporare questo “luogo del sottosuolo” che è la sala prove di un teatro, sono indizi messaggeri di un loro “cercare uno specchio”, per ridare avvio a qualcosa che si è bloccato. Ma che ha una natura circolare e che qui, a teatro, può trovare una possibilità di riattivarsi. E di trasformarsi in qualcos’altro.
Per esempio, attraverso l’esercizio-gioco di presentazione del “se io fossi te”. Ed è sorprendente scoprire quali caratteristiche intraveda in noi l’altro, per identificarci nella nostra unicità. Caratteristiche che derivano da una nostra sintomatologia comportamentale, la cui origine risiede nello scontro tra desideri e difese interiori.
Ogni sintomo è infatti l’espressione di un “patto”: permette al desiderio represso di esprimersi, ma in una forma talmente alterata da non essere intercettato chiaramente.
Il sintomo, quindi, non è un semplice difetto da eliminare, ma un messaggio cifrato attraverso il quale l’inconscio comunica un conflitto irrisolto, che chiede di essere ascoltato e decifrato.
Ed è su questi graffi e su queste cicatrici sintomatologiche – che ciascun interprete ha gran cura di non veicolare attraverso le parole – che si rivolge tutta l’attenzione di Marty.
Il resto lo fa quel luogo speciale che è il palco del mettersi in prova e alla prova, capace di sprigionare tutto il suo potere maieutico e poietico: di rivelazione e di creazione.
Un palco che brillantemente qui (la cura delle scene è di Guido Fiorato) è dotato di quella sacra circolarità che, addolcendo gli angoli, produce accoglienza facilitando il libero fluire dell’energia vitale.
Abituati, infatti, a incastrare la vita nella routine e tra doveri, siamo portati a lasciare bloccate alcune parti della nostra personalità, dimenticando che anche loro sono dimensioni essenziali per raggiungere la nostra realizzazione come persone. Come ben sottolineato dal disegno luci di Alessandro Verazzi.
Ma qui in scena gli allievi possono contare sulla capacità “aerodinamica” di Marty: il suo farsi forma fluida e quindi priva di attrito, capace di muoversi tra le loro diverse resistenze. E’, il suo, un fluire “con” gli eventi piuttosto che uno scontrarsi frontale con essi, che rivela la sua capacità di scivolare sopra le avversità senza opporre una resistenza rigida.
Aerodinamicità raffinatamente sottolineata anche dai suoi capelli e dal suo abbigliamento, specchi del suo habitus: del suo modo di essere interiore. La cura dei costumi è di Alessio Rosati. In particolate è quel suo indossare – ed essere indossata – da quell’ampia e cromaticamente vibrante sopravveste, che contribuisce ad ammantarla di un’allure carismatico ancor più seducente.
Allure che saprà lasciare il posto ad una trasformazione, che la vedrà protagonista e che la porterà, nei momenti in cui si darà “in prova e alla prova” come un’allieva, a dismettere la sua sopravveste.
Nell’invitare i suoi allievi dicendo loro “accorgetevi di chi c’è intorno a voi” , lei stessa infatti finirà per vedere con nuovi occhi suo marito James (un affascinante sornione Valerio Binasco, capace di incendiarsi di fulgente passionalità) anche lui tra gli allievi del suo corso.
Perché nuovi incontri con persone sconosciute in un posto aperto come il teatro, possono risvegliare inclinazioni sintomatiche prima tenute celate, o addirittura sconosciute. Che, una volta liberate, anziché dare adito a pregiudizi, vengono accolte qui con una straordinaria capacità di compassione, da ciascuno di loro.
In primis dalla stessa Marty, anche quando le rivelazioni la riguardano personalmente: sua la capacità “terapeutica” di individuare il momento più opportuno per contenerle in un argine – che spesso coincide con lo stabilire un momento di intervallo – il quale, a volte, produce l’effetto di far erompere l’inclinazione appena emersa e arginata.
E’ quell’erompere del sottosuolo – sollecitato anche da esercizi creativamente deflagranti, del tipo “come esplode una bomba?” – che in scena viene visualizzato metaforicamente da quel mucchio di oggetti misteriosi accatastati, dotati di una loro luminosità, seppur coperti da un telo di nylon. Dove vanno a insinuarsi giocosamente James, Shultz e Theresa.
E’ il fascino tempestoso del rapporto con “il diverso” che porterà Shultz (il sorprendente Andrea Di Casa, falegname ricco in guizzi d’artista) a restare incantato da Theresa (l’esuberante e sensibile attrice di Alessia Giuliani). Una donna che lui definirà piena di “grazia” cogliendo in lei l’insolita combinazione tra la propria consapevolezza corporea e quel disequilibrio emotivo capace però di librarsi verso un profondo ascolto dell’altro. Grazia visualizzata anche attraverso il suo modo di abitare le superfici: simile a quello di un volatile.
Apparentemente distante, invece, è l’atteggiamento della più giovane degli allievi: la Lauren di Maria Trenta. In realtà – come si rivelerà nel suo ultimo esercizio – la più attenta e la più acuta nel leggere i suoi compagni, inclusa la sua insegnante. E alla fine anche se stessa.
“Ti chiedi mai – dirà a Shultz – quante volte finirà la tua vita, quante volte cambierai per ricominciare”?
Ricominciamo, allora, finché non impareremo a starci vicino, soprattutto “quando la notte si avvicina e la terra è buia, e la luna è l’unica luce che vedremo”.
Stimolanti sollecitazioni arrivano allo spettatore attraverso il luminoso testo di Annie Baker, reso con fascino silenziosamente graffiante dalla regia di Valerio Binasco, in fertile sinergia con l’interpretazione degli attori in scena.
Uno spettacolo che produce una sorta di giocoso solletico commosso, che invita lo spettatore ad abbassare le difese, per esporsi verso l’altro in quella dimensione di autentica empatia, che rafforza il senso di appartenenza ad un gruppo.
Pensatrice creativa da sempre alla ricerca di trasformare l’incertezza in visione, la direttrice artistica Manuela Kustermann – fondatrice del Teatro Vascello assieme a Giancarlo Nanni, di cui è appena ricorso l’anniversario della nascita (27.05.1941) – ha accolto stampa e spettatori lo scorso Giovedì 28 Maggio, per condividere la propria riflessione sul contributo che, in questo particolare frangente storico-culturale, il Teatro può offrire alla comunità. Riflessione che l’ha guidata nel plasmare la nuova Stagione 2026/2027 del Teatro Vascello.
Nel suo acuto interrogarsi, la Kustermann si è rivelata assai consapevole su come attualmente la platea – costituita da “solitudini collettive iper stimolate da un quotidiano digitale” – risulti ogni sera più ardua da conquistare. “Quella di oggi” – sottolinea la Kustermann – “è una sfida senza precedenti”.
Ma inscalfibile resta la sua tensione – e quella di tutti coloro che contribuiscono ogni anno, dal 1989, a rendere vibrante la proposta culturale del Teatro Vascello – a scommettere su come l’essere umano abbia bisogno del rito del ritrovarsi insieme, fisicamente davanti alla stessa storia, a completare l’atto creativo degli attori.
Perché a Teatro il tempo accade “ora” e non può essere riavvolto. Perché il Teatro non inganna, visto che la finzione è dichiarata. Perché il Teatro ha il coraggio di mettere al centro di ogni storia l’importanza del corpo umano, così com’è: nella propria vulnerabilità, nella propria mortalità.
E’ una necessità antropologica quindi quella che porta il Teatro a “mettere al centro dell’attenzione ciò che è grezzo”.
E a contenerlo.
Il Teatro è infatti quel luogo interiore e collettivo in cui la complessità spesso intraducibile del reale umano, può essere contenuta. Il Teatro è il luogo in cui “l’argine contiene il fiume senza trattenerlo; è il contenitore che non nega ciò che racchiude, ma gli dà forma”. La tragedia stessa, fin dalle origini – sottolinea la Kustermann – non diceva agli uomini cosa fare, ma facendo loro vedere come sono, li rendeva più forti.
Nel plasmare la nuova Stagione teatrale 2026/2027 la Kustermann ha dichiarato di essersi lasciata guidare dall’urgenza di tornare ad esplorare determinati temi esistenziali – da quello del perdono a quello del male; dal tema del potere a quello del tempo – ed è partendo da questi temi che ha scelto, in un interessante excursus, di presentare la Stagione 2026/2027 alla stampa e agli spettatori in sala.
A suggello della conclusione dell’incontro, la Kustermann ha immaginato uno spumeggiante brindisi propiziatorio – rito di convivialità, di offerta e di alleanza – consumato con entusiasmo nel foyer del Teatro Vascello.
Un viaggio straordinario nell’universo coreografico di Lucinda Childs, una delle voci più influenti e innovative della danza postmoderna americana.
La serata celebra la sua straordinaria capacità di intrecciare movimento, spazio e tempo in un racconto visivo e corporeo che unisce passato e presente.
Il programma si apre con Katema, una video/installazione esclusiva che rivisita i l video originale del 1978. Grazie a un nuovo montaggio e all’intervento dal vivo di due danzatrici, le immagini si trasformano in un dialogo vibrante tra storia e contemporaneità, costruendo un ponte dinamico tra memoria e innovazione.
La serata prevede due nuove coreografie firmate dalla stessa Lucinda Childs, ispirate alle celebri Études di Philip Glass. La struttura ipnotica e stratificata della musica diventa il terreno ideale per esplorare i temi cari alla coreografa: la ripetizione, il minimalismo e la metamorfosi del movimento nello spazio. In questo dialogo profondo tra danza e musica, l’eleganza e l’intensità della ricerca artistica di Childs trovano una nuova espressione.
Segue la proiezione di Calico Mingling, una delle coreografie più iconiche dell’artista datata 1973. Questo video storico offre al pubblico una preziosa retrospettiva sul suo linguaggio unico, senza tempo, e sulla visione rivoluzionaria che ha trasformato il mondo della danza contemporanea.
A completare il programma Pastime il primo solo della coreografa riproposto in una nuova versione con un trio di danzatrici.
Una serata che celebra la poesia del movimento e l’eredità immortale di una delle menti più
dal 23 al 27 settembre da mercoledì al venerdì h 21, sabato h 19, domenica h 17
LO STRANO CASO DEL DOTTOR JEKYLL E DEL SIGNOR HYDE
Liberamente tratto da R.L. Stevenson
Drammaturgia Federico Bellini
Regia Fabio Condemi
Con Christian La Rosa
Drammaturgia delle immagini e spazio scenico Fabio Cherstich
Scenografo collaboratore Andrea Colombo
Luci Veronica Varesi Monti
Audio e Video Francesco Sileo
Assistente alla regia Andrea Lucchetta
Produzione Compagnia Umberto Orsini, La Fabbrica dell’Attore, Elsinor Società Cooperativa Sociale, LAC Lugano Arte Cultura
Lo strano caso del dottor Jekyll e del signor Hyde nasce da un incubo che Stevenson si affrettò a trascrivere in modo febbrile. La storia di Jekyll e Hyde è fatta (e scritta) con la stessa sostanza di cui sono fatti gli incubi e lascia nel lettore un senso di inquietudine misto a esaltazione.
L’ossessione per gli esperimenti e l’ambiguo potere della scienza, gli sdoppiamenti di personalità e i rischi della repressione fanno di questo romanzo scritto nel 1886 una riflessione sulla natura umana che seduce anche i lettori di oggi. Basti pensare a queste parole sull’immaterialità del corpo:
L’elogio del crimine in De Sade, gli incubi postindustriali di Ligotti, i deserti geografici e metafisici di Roberto Bolaño e ora il signor Hyde in persona\e. Con questo lavoro indago nuovamente un tema che attraversa molti dei miei lavori precedenti. È difficile per me dargli un nome preciso ma credo sia un’indagine sul male, una domanda sul male e sul suo rapporto con la rappresentazione e la creazione artistica. Anche la struttura del romanzo di Stevenson è quella frammentaria e
dell’indagine. Come il notaio Utterson (vero protagonista del romanzo di Stevenson), il lettore segue le tracce di mr. Hyde, del male nascosto in evidenza nelle città, nei rapporti umani, nelle istituzioni senza mai afferrarlo del tutto in un inquietante nascondino (hide and seek in inglese).
Premio Radio Sarajevo “Sound of MESS” per il miglior uso dei suoni in teatro
Scrive Antifane nella commedia Poiesis:
La tragedia è un’arte fortunata, perché gli spettatori conoscono l’intreccio già prima che il poeta lo racconti, basta ricordarglielo. Appena pronunziato il nome di «Edipo», già si sa tutto il resto il padre Laio, la madre Giocasta, le figlie, i figli, che cosa ha sofferto, la sua colpa.
Come ricostruire oggi quel sapere collettivo che esonerava il poeta tragico dal dover volgere in prosa il mito e lo legittimava a sollecitare immediate visioni nel pubblico?
Come compiere il tragico oggi?
Quale linguaggio è, ciò che tramite Sofocle, vogliamo dire allo spettatore? E in quale lingua? Il greco di Sofocle era volutamente alto e musicale, una lingua che ci strappa dal piano di realtà e ci pone su un livello di trascendenza.
Come consegnare al pubblico la drammatizzazione perfetta del mito perfetto in una lingua non ostile e concettuale ma musicale, istintiva e sensuale?
L’italiano sembra abbassare il tragico a un fatto drammatico.
Abbiamo perciò scelto il grecanico, lingua che ancora oggi risuona in un angolo remoto di quella che fu la Magna Grecia, una striscia di terra che dal mare si arrampica sull’Aspromonte scrutando all’orizzonte l’Etna.
spettacolo in collaborazione con Romaeuropa Festival
dal 7 al 11 ottobre da mercoledì al venerdì h 21, sabato h 19, domenica h 17
(7 e 10 ottobre date del REF)
8-9 -11 ottobre giovedì e venerdì h 21, domenica h 17 date del vascello
LEMNOS
regia, drammaturgia, scene e video Giorgina Pi
dramaturg Massimo Fusillo
con Gaia Insenga (Filottete), Giampiero Judica (Ulisse), Aurora Peres (Deus Ex), Gabriele Portoghese (Neottolemo), Alexia Sarantopoulou (Il Coro)
ambiente sonoro Collettivo Angelo Mai
arrangiamenti e cura del suono Cristiano De Fabritiis, Valerio Vigliar
costumi Sandra Cardini
luci Andrea Gallo
produzione Bluemotion /Teatro Nazionale di Genova / ERT Emilia Romagna Teatro Fondazione –Teatro Nazionale / TPE Teatro Piemonte Europa in collaborazione Angelo Mai
durata 1 ora e 15’
Lemnos è la prima tappa di un progetto performativo che attraversa mito, poesia e paesaggio contemporaneo. Il lavoro prende avvio dalla figura di Filottete, l’eroe abbandonato sull’isola di Lemnos dopo essere stato ferito da un serpente. La sua ferita, incurabile e maleodorante, lo rende intollerabile alla comunità dei guerrieri che lo lasciano solo sull’isola durante la spedizione verso Troia. Anni dopo, quando la guerra sembra impossibile da vincere, i Greci scoprono che solo il suo arco — l’arco di Eracle — può garantire la vittoria. Sono così costretti a tornare a cercare proprio colui che avevano espulso. Il mito narra che Ulisse e il giovane Neottolemo tornino a Lemnos, per sottrargli l’arco con l’inganno. Alla fine, però, la rivoluzione interiore di Neottolemo modificherà l’esito della storia. Lemnos è una drammaturgia originale che nasce da scoperte e risonanze con il presente, da viaggi nei luoghi della ricerca, da incontri e interviste.
Da diari scritti nei mesi di lavoro. Il progetto assume questo mito come una figura nodale per interrogare i meccanismi di esclusione che attraversano le comunità politiche e le narrazioni storiche. Nella riscrittura scenica di Lemnos, Filottete è una donna: un gesto che si pone come omaggio alla poesia e al pensiero di Adrienne Rich, che sceglie proprio Filottete come suo alter ego che re-visiona il mondo da una prospettiva femminista e radicale. La ferita di Filottete diventa così il punto di emergenza di un corpo che la comunità non riesce a contenere ma di cui continua ad avere bisogno. Anche Eracle è una donna, ma ha perso le sue doti di deus ex machina. Queste due polarità circondano i due diversi modelli maschili: Ulisse archetipo di una strategia stanca accanto a Neottolemo che porta il peso di essere figlio di un eroe. E poi c’è il coro che dal presente racconta, sa, rende testimonianza parlando in greco.
dal 14 al 18 ottobre dal mercoledì al venerdì h 21, sabato h 19, domenica h 17
prima nazionale mercoledì 14 ottobre h 21
L’OROLOGIO AMERICANO
di Arthur Miller
traduzione Cristina Viti
regia Elio De Capitani
scene e costumi Carlo Sala
musiche originali e arrangiamenti Mario Arcari eseguite dal vivo
con gli attori della Compagnia dell’Accademia: Angelica Barelli, Alessandro Buono, Melissa Del Carmen Chaigan, Chiara Casarin, Laura Cestaro, Flavio D’Andrea, Edoardo De Padova, Anna Demichelis, Luca Duarte Di Gangi, Vittorio Maria Mearelli, Giorgio Petrotta, Gabriele Maria Pizzurro, Caterina Rugghia, Pietro Saccomani, Nicola Tagliatori, Chiara Tognarini, Chiara Trombini, Nicola Vantaggi
luci Nando Frigerio
suono Hubert Westkemper
costruzione scene Tommaso Frigerio
co-produzione Accademia Nazionale d’Arte Drammatica “Silvio d’Amico”, Teatro dell’Elfo
Una grande produzione che vede associati l’Accademia Nazionale d’Arte Drammatica “Silvio d’Amico” e il Teatro dell’Elfo e che si avvale anche della collaborazione dell’Accademia di Brera. Per incarnare la mia visione di quest’opera, la più aperta e sperimentale di Miller, ho subito pensato a un circo, tra Brecht e Fellini, un nuovo teatro-circo per quest’epoca di accelerazioni brutali. Sotto la maschera di un clown, l’uomo si mostra nella sua sempre vulnerata grandezza. Dietro al ghigno di un ambiguo maestro di cerimonie, come nel Kit-Kat Club del film Cabaret di Bob Fosse, l’uomo mostra il suo lato mefistofelico.
Miller ci porta nel pieno della Grande Depressione e della crisi che investe l’America nel 1929. Rispetto ai testi precedenti, qui allarga il campo del suo racconto: il ring delle azioni non è circoscritto alla famiglia americana, ma guarda all’intero paese, da Brooklin alle pianure dell’Iowa, dalle sponde del Mississippi a quelle dei grandi laghi in Michigan.
La famiglia Baum – che è lo specchio di quella di Arthur Miller – un tempo benestante, vede restringersi i propri privilegi e scivola progressivamente nell’indigenza, dopo che il capofamiglia perde il lavoro. La sua storia è raccontata intrecciando i ricordi del giovane figlio e di Arthur Robertson, un uomo di affari che è scampato al collasso finanziario prevedendo gli esiti della grande bolla che ha trascinato il Paese nella più grave crisi economica e sociale conosciuta sino ad allora. I due evocano e mettono in scena una girandola di decine di personaggi, una folla proveniente dai più diversi contesti sociali, un grande affresco corale: la società stessa diventa protagonista e con essa la sua responsabilità nei confronti dell’individuo e quella del potere politico ed economico nei confronti della collettività.
uno spettacolo di mentalismo femminista ispirato alla storia vera di Hersilie Rouy
di e con Marta Cuscunà liberamente tratto da Incantagioni di Mariano Tomatis set & lighting design Paola Villani assistenza alla regia e direzione tecnica Marco Rogante
produzione Etnorama – Cultura per nuovi ecosistemi in coproduzione con Piccolo Teatro di Milano – Teatro d’Europa, CSS Teatro stabile di innovazione del Friuli Venezia Giulia, Centro Teatrale Bresciano, Teatro Stabile di Bolzano con il sostegno di Regione Autonoma Friuli Venezia Giulia
in corealizzazione con Teatro Vascello
in collaborazione con Teatro Piccolo di Milano
durata prevista di circa 60 minuti senza intervallo
Con La Medium, Marta Cuscunà prosegue il suo percorso di ricerca tra artigianalità scenica, teatro di figura e sperimentazione, tornando a misurarsi con i dispositivi del potere e con le radici storiche della violenza di genere. Al centro dello spettacolo c’è la storia vera di Hersilie Rouy, figlia dell’illusionista Charles Rouy (celebre per il numero de La Donna Invisibile in cui delle donne venivano fatte scomparire attraverso scatole magiche), rinchiusa in manicomio per quattordici anni. Durante la prigionia, Hersilie scrive con il proprio sangue un diario-denuncia in cui registra i soprusi subiti, diventando la voce ribelle delle internate della Salpêtrière, luogo simbolico della psichiatria ottocentesca e degli studi sull’isteria femminile. Tra illusionismo, sedute spiritiche, guarattelle napoletane e dispositivi tecnologici, Cuscunà costruisce un immaginario scenico che riporta alla luce le “donne invisibili” dello spettacolo e delle istituzioni manicomiali del XIX secolo. La magia, qui, non serve a produrre meraviglia, ma a rendere visibile ciò che è stato rimosso. La vicenda di Hersilie (che dopo la liberazione riuscì a incidere sulla modifica della legge francese del 1838 sull’internamento) diventa così il punto di partenza per una riflessione lucida su emancipazione, resistenza e memoria, ma anche sui meccanismi con cui le istituzioni disciplinano, cancellano e riducono al silenzio i corpi femminili.
un’idea originale di Marta Ciappina, Marco D’Agostin, Damien Modolo creazioni di Silvia Gribaudi, Francesca Pennini / CollettivO CineticO, Sotteraneo, Emio Greco | Pieter C. Scholten con Marta Ciappina suono Simone Arganini drammaturgia Marco D’Agostin cura, promozione Damien Modolo organizzazione, amministrazione Eleonora Cavallo, Irene Maiolin, Paola Miolano
produzione VAN coproduzione Piccolo Teatro di Milano – Teatro d’Europa; ERT Emilia Romagna Teatro; Romaeuropa Festival; CDCN Pôle Sud; ICK Dans Amsterdam con il sostegno di Centro di Residenza delle Arti Performative del Friuli Venezia Giulia / La Contrada Teatro stabile di Trieste; Atcl / Spazio Rossellini in collaborazione con AMAT e Comune di Pesaro per RAM – Residenze Artistiche Marchigiane
in corealizzazione con Teatro Vascello
Durata: 60 minuti circa (senza intervallo)
Come si orchestra la propria sparizione? M. è una danzatrice che intende congedarsi dalle scene. Ogni suo giorno in sala prove sembra essere l’ultimo. Ogni frammento di danza è un affondo in un’estetica, in un linguaggio, in un tempo specifico. Marco D’Agostin e Marta Ciappina orchestrano Catalogo come una rete di collaborazioni, sguardi, intenzioni e prospettive intorno al corpo e alla danza, riunendo in un’unica serata gli sguardi di alcuni tra i più importanti coreografi della scena italiana e internazionale. Silvia Gribaudi, Francesca Pennini per CollettivO CineticO, Sotterraneo ed Emio Greco insieme a Pieter C. Scholten compongono un brano per M. senza averla mai incontrata prima. Ne nasce un blind date coreografico, come lo definisce D’Agostin, dagli esiti imprevedibili, in cui i diversi pezzi, cuciti dalla drammaturgia del coreografo Premio Ubu, compongono una partitura sull’addio, sulla fine e sulla sopravvivenza.
Chi è Leon Skum? L’uomo più ricco del mondo, genio visionario, imprenditore discusso, pioniere dello spazio e delle nuove tecnologie. Ma cosa si nasconde davvero dietro questo mito? Con STARMAN. La vera storia di Leon Skum Pietro Giannini porta in scena la ricostruzione della vita di un Leonardo ai tempi di Elon Musk mettendo insieme tasselli o tracce che compongono un nero mosaico del XXI secolo. Dall’infanzia in Sudafrica fino alla costruzione dell’impero economico che tutti conosciamo. Da un vortice di testimonianze e quadri in salsa barbecue, linguaggio contaminato dai musical e dai talk-show, saghe galattiche e l’enigmatica presenza del robot Prometheus, prende forma la figura prismatica e controversa di Leon. Un ritratto tra mito e spettacolo, frutto di un percorso di studio e letture onnivore di saggistica americana per raccontare la morte dei “padri”, tra ambizione smisurata e fantasmi del passato, per provare a capire come nasce – e cosa diventa – un uomo deciso a cambiare il destino dell’umanità.
C’era una volta è un’opera basata sul movimento; utilizziamo elementi come l’hanbok (abito tradizionale coreano), il ventaglio, la pipa coreana, e il cappello tradizionale realizzato in bambù e crine di cavallo, oggetti impiegati nelle performance tradizionali coreane. Attraverso questi elementi, diamo nuovi significati alle figure storiche e reinterpretiamo eventi della storia.
Quest’opera, che rappresenta anche una riflessione su come i giovani artisti contemporanei possano portare avanti la tradizione, porta in scena elementi del passato coreano tramandati nel tempo; i costumi tradizionali hanbok, il pansori, l’immagine degli aristocratici yangban e i racconti antichi. Una volta sul palco, questi elementi vengono smembrati e, con l’aggiunta dell’immaginazione, viene costruito il racconto trasmesso al pubblico. Allo stesso tempo, l’opera può essere considerata un rito in danza contemporanea dedicato agli antenati che ci hanno lasciato tale eredità.
11 novembre mercoledì h 21 Lettura-concerto con musica dal vivo
IL GIORNO DELLA CIVETTA
Musiche originali e direzione artistica Paolo Vivaldi
Pianoforte Paolo Vivaldi
Voce recitante Vita Villi
I Solisti dell’Augusteo ensemble musicale
Organico musicale Quintetto d’archi, batteria, clarinetto, fisarmonica e pianoforte
Musiche originali: Paolo Vivaldi
Durata: circa 60 minuti
Il Giorno della Civetta – Lettura Concerto è un omaggio intenso e raffinato alla letteratura, alla legalità e alla memoria civile.
Ispirato al capolavoro di Leonardo Sciascia, lo spettacolo intreccia la forza della parola recitata con la potenza evocativa della musica dal vivo, dando vita a un’esperienza scenica capace di emozionare, interrogare e coinvolgere profondamente il pubblico.
La voce di Vita Villi attraversa le pagine più significative del romanzo, restituendo la tensione morale dell’indagine, la solitudine del Capitano Bellodi, il peso dell’omertà e la presenza invisibile di un potere che condiziona vite, coscienze e destini.
Le musiche originali del M° Paolo Vivaldi, eseguite dal vivo, creano una partitura intensa e cinematografica, in cui ogni nota diventa memoria, sospensione e denuncia.
Il Giorno della Civetta non è soltanto un romanzo sulla mafia. È una riflessione universale sulla verità, sul coraggio e sulla responsabilità. È la storia di chi cerca giustizia in un mondo che preferisce tacere. È una domanda ancora aperta rivolta a ciascuno di noi.
dal 13 al 22 novembre, debutto venerdì 13 novembre h 21, 13-14-15 novembre date di Romaeuropa
17-18-19-20-21-22 novembre dal martedì al venerdì h 21, sabato h 19, domenica h 17 date del teatro vascello
IL PRODIGIO
dal romanzo omonimo di Fabrizio Sinisi edito da Mondadori adattamento di Giacomo Bisordi e Fabrizio Sinisi regia Giacomo Bisordi con (in o.a.) Chiara Ferrara, Candida Nieri, Gabriele Portoghese, Federica Rosellini e un altro interprete in via di definizione scene e luci Marco Giusti costumi e scenografa collaboratrice Caterina Rossi suono Dario Felli
produzione La Fabbrica dell’Attore – Teatro Vascello in coproduzione Romaeuropa Festival e LAC – Lugano Arte e Cultura
Giacomo Bisordi porta in scena Il Prodigio, primo romanzo del drammaturgo Fabrizio Sinisi, accolto con entusiasmo dalla critica, trasformandolo in un dispositivo scenico visionario che interroga il nostro bisogno di credere. Più che una semplice trasposizione, il lavoro prende forma come un’apocalisse contemporanea nel senso originario del termine: una rivelazione. Nel cielo di una grande città italiana appare un volto dai tratti rozzi, quasi infantili; all’inizio è un’anomalia, poi una presenza, infine un enigma capace di catalizzare desideri, paure e tensioni collettive. Attorno a quell’apparizione si moltiplicano segni, guarigioni, eventi inspiegabili: proiezione, inganno o manifestazione divina? Al centro di questo smottamento del reale ci sono Don Luca, sacerdote mediatico più abituato a raccontare la fede che a praticarla, Marta, figura enigmatica e sfuggente, e Folker, profeta magnetico capace di intercettare il bisogno di spiritualità e trasformarlo in una nuova, inquietante forma di culto.
Con la sua regia tesa e lucidissima, Bisordi attraversa il romanzo come un libro di visioni, costruendo una sequenza di immagini, crolli e apparizioni che incrinano ogni sistema di senso. In scena, Gabriele Portoghese, Federica Rosellini e Chiara Ferrara danno corpo a un universo sospeso tra desiderio, fede e dissoluzione. Di fronte all’inspiegabile, quando ogni certezza vacilla, a che cosa scegliamo di credere?
Si può chiedere perdono per un gesto irreparabile? Si può perdonare chi ha ucciso il proprio figlio?
Durante la Prima Guerra Mondiale, Henri, un giovane soldato francese, ha ucciso Peter, un soldato tedesco, suo coetaneo.
Nel primo anniversario dell’Armistizio, in una Parigi in festa, Henri è nella chiesa di Notre-Dame per chiedere l’assoluzione per l’omicidio che ha commesso. Non riesce a fuggire dallo sguardo dell’uomo che ha ucciso. Il prete, dopo aver ascoltato la sua confessione, lo benedice dicendogli che non ha nessun crimine da farsi perdonare: ha solo compiuto il suo dovere di soldato.
“Io sono venuto qui per trovare pace. E tu non me l’hai data”, risponde Henri, decidendo così di partire per andare in Germania dai genitori di Peter e chiedere a loro il perdono.
Una volta conosciuti gli anziani genitori di Peter e la sua promessa sposa, Annette, Henri si rende però conto di essere andato lì a chiedere loro un gesto dis-umano: ripetere “lo scandalo” di Gesù che perdona i suoi assassini, di Dio che perdona agli uomini l’uccisione del figlio.
Di fronte a questo, Henri esiterà tra il suo bisogno di trovare pace e quello umano, troppo umano, di dire una bugia.
Lo spettacolo è ispirato al film Broken Lullaby di Ernst Lubitsch.
dal 1° al 6 dicembre dal martedì al venerdì h 21, sabato h 19, domenica h 17
THE SLEEPING QUEEN
Coreografia e Regia Mauro Astolfi
Interpreti Maria Cossu, Marco Prete, Martina Staltari, Miriam Raffone, Filippo Arlenghi, Lorenzo Beneventano, Alessandro Piergentili, Anita Bonavida, Giuliana Mele
Disegno luci Marco Policastro
Realizzazione scene Marco Fieni
Musiche Pëtr Il’ič Čajkovskij
Musiche originali Davidson Jaconello
Costumi Anna Coluccia
Assistente alle Coreografie Elena Furlan
Una produzione Spellbound con il contributo del Ministero della Cultura e Regione Lazio in collaborazione con Fondazione Teatro Comunale di Vicenza
Sleeping Queen si propone come una riflessione poetica e simbolica sul potere, sull’alienazione e sul risveglio. Un lavoro che trae ispirazione dalla fiaba universale de La Bella Addormentata nel Bosco, ma ne sovverte i codici narrativi e i simbolismi per trasporli in una dimensione profondamente attuale.
La figura centrale non è una principessa, ma una regina: non una giovane donna in attesa del proprio destino, ma una figura di potere e autorità, intrappolata nei suoi nuovi poteri, perde il contatto con il suo scopo originario e con le persone che governa.
Il cuore narrativo di Sleeping Queen si sviluppa attorno al tema del risveglio: cosa può scuotere una figura di potere dal torpore emotivo? Nella fiaba, il bacio del principe è un atto d’amore esterno, salvifico. Qui, invece, il risveglio è un processo interno, un ritorno all’essenza dell’essere umano che abita dietro la maschera della sovranità. È un cammino di riconnessione con la realtà e con coloro che, nella struttura gerarchica del potere, sono stati ignorati o soffocati. Il “bacio” simbolico non è un gesto romantico, ma un confronto diretto con la sofferenza, la ribellione o persino la speranza di chi la circonda.
Sleeping Queen si pone come una metafora del potere contemporaneo, interrogandosi su come l’autorità possa trasformarsi in una prigione. È un racconto sulla vulnerabilità del potere e sul suo potenziale di rinascita: il vero risveglio non avviene attraverso la forza, ma attraverso l’ascolto, la compassione e il riconoscimento della propria fragilità. La regina, alla fine, non si risveglia per essere salvata, ma per riscoprire se stessa come donna, leader e, soprattutto, come essere umano.
“Hospitality Suite” è un’opera teatrale scritta da Roger Rueff, un testo che affronta con acume e profondità i temi dell’identità, della moralità e delle scelte di vita. Ambientata in una suite d’albergo durante una convention aziendale, la pièce segue tre venditori di un’importante compagnia industriale che cercano di conquistare un potenziale cliente cruciale per le sorti dell’azienda.
Il dialogo serrato tra i personaggi svela a poco a poco le loro vulnerabilità, ambizioni e illusioni, offrendo al pubblico uno spaccato umano che va ben oltre la superficie professionale. Una riflessione attuale e potente sul lavoro, le relazioni interpersonali e le domande esistenziali che ognuno si pone nel corso della propria vita.
“Hospitality Suite” è uno spettacolo che tocca l’anima e il cuore dello spettatore. Un’occasione unica per vedere in scena un testo di rara profondità e attualità, interpretato da uno degli attori più talentuosi del panorama teatrale italiano.
dal 19 al 24 gennaio dal martedì al venerdì h 21, sabato h 19, domenica h 17
IL VIALE DEL TRAMONTO
un progetto a cura di MUTA IMAGO
interpretato da IAIA FORTE, MASSIMO VERDASTRO e GIOVANNI ONORATO
regia e scene Claudia Sorace
drammaturgia Riccardo Fazi
musiche Lorenzo Tomio
luci Maria Elena Fusacchia
una produzione Argot Produzioni
in coproduzione con INDEX, La Fabbrica dell’Attore teatro Vascello
e con Solares Fondazione delle Arti
in collaborazione con Pierfrancesco Pisani e Isabella Borettini per Infinito
Un giorno Iaia Forte è venuta a vedere Tre Sorelle. Non ci conoscevamo davvero, ma all’uscita ci ha detto: “Ragazzi noi dobbiamo fare uno spettacolo insieme.”
Per noi Iaia era un mito, una chimera, una sfinge.
Un mese dopo ci ha invitato a cena nella sua torre romana, piena di segni e voci di una vita enorme.
Davanti al caminetto acceso, ci è venuto in mente Viale del Tramonto.
Avevamo timore di proporle la storia di una diva dimenticata, abbracciata solo dal suo primo marito, Max von Mayerling. Invece Iaia si è illuminata.
Abbiamo continuato a incontrarci, mescolando racconti di vita e riflessioni sul teatro.
Poi ci siamo detti: “Se ha senso farlo, va fatto come nel film.”
Viale del Tramonto è un trattamento originale ispirato alla sceneggiatura del celebre film, facendola dialogare con la storia del teatro italiano.
Norma è una diva dimenticata, Max il suo cameriere e grande regista del passato.
La loro vita sospesa viene interrotta dall’arrivo di Joe, giovane sceneggiatore squattrinato che lentamente viene catturato nella rete della ricca diva, come accade nelle migliori favole nere.
Un gioco di specchi tra finzione e realtà, dove i corpi e le biografie degli attori diventano materia drammaturgica.
Il fascino di chi si ostina ad essere sé stessa in un mondo che cambia.
Norma è un fantasma che continua a infestare il presente, uno scarto tra essere e realtà. Una figura che resiste al tempo, alle estetiche, ai gusti che si trasformano.
Avere a che fare con questa storia significa fare i conti con l’idea stessa di tramonto, personale e collettivo. Claudia Sorace – Muta Imago
dal 26 al 31 gennaio dal martedì al venerdì h 21, sabato h 19, domenica h 17
STAGIONE TEATRALE 2026 – 2027
dal 26 al 31 gennaio dal martedì al venerdì h 21, sabato h 19, domenica h 17
L’ULTIMO NASTRO DI KRAPP di Samuel Beckett, traduzione Carlo Fruttero PRESS CONFERENCE di Harold Pinter, traduzione Alessandra Serra regia Roberto Andò con Renato Carpentieri scene e luci Gianni Carluccio costumi Daniela Cernigliaro suono Hubert Westkemper aiuto regia Luca Bargagna L’ultimo nastro di Krapp è rappresentato in accordo con Arcadia & Ricono Ltd
per gentile concessione di Curtis Brown Group Ltd
produzione Teatro di Napoli – Teatro Nazionale, Fondazione Campania dei Festival – Campania Teatro Festival
Roberto Andò accosta L’ultimo nastro di Krapp di Samuel Beckett a Press conference di Harold Pinter in un dittico che indaga il rapporto fra parola, memoria e potere, affidandoli all’interpretazione di Renato Carpentieri.
Ne L’ultimo nastro diKrapp, il cuore della scena è un “dialogo impossibile”: un uomo ascolta la propria voce registrata trent’anni prima e si confronta con il fantasma di sé stesso. La parola diventa archivio, traccia, residuo e la memoria un campo di battaglia. Un Krapp “archivista del nulla”, sospeso tra ironia e struggimento, tra lucidità e disfatta.
In ideale e inquietante contrappunto, Press conference sposta il conflitto dalla sfera privata a quella pubblica. Qui la parola non custodisce il passato, ma lo occulta: il portavoce governativo risponde ai giornalisti con frasi evasive e contraddittorie, evidenziando, attraverso l’ironia tagliente di Pinter, la manipolazione del linguaggio politico e il potere come dispositivo di controllo.
Se in Beckett la voce registrata scava nell’identità fino a rivelarne il vuoto, in Pinter la voce ufficiale costruisce un vuoto di senso per esercitare dominio. Due solitudini diverse, quella dell’uomo davanti al proprio tempo perduto e quella dell’uomo di potere davanti alla verità, compongono così un unico discorso teatrale sulla responsabilità della parola.
con (in ordine alfabetico) Fausto Cabra, Alfonso De Vreese, Igor Horvat, Stefano Iagulli, Marta Malvestiti, Giusi Merli, Valeria Milillo, Francesca Osso, Valentina Picello, Monica Piseddu, Anahì Traversi
Scene Daniele Spanò
costumi Margherita Baldoni
disegno luci Marzio Picchetti
musica Federica Furlani, Zeno Gabaglio
sound design Andrea Gianessi
produzione LAC Lugano Arte e Cultura
in coproduzione con TPE – Teatro Piemonte Europa, La Fabbrica dell’attore – Teatro Vascello, Piccolo Teatro di Milano –Teatro d’Europa, Teatro Nazionale di Fiume – HNK Ivana pl. Zajca u Rijeci
Orestea – Parte 1 / Mithos
Si apre con l’Agamennone e si chiude con la prima lamentazione del coro delle Coefore. Si tratta di decifrare, nella storia dell’uccisione di Agamennone e Cassandra da parte di Clitemnestra ed Egisto, e nel riconoscimento di Elettra del fratello Oreste come unico vendicatore, portatore di giustizia, un trauma fondativo della civiltà occidentale. In questo mondo, fatto soprattutto di dèi del sottosuolo, i morti non muoiono se non vendicati. Qui la violenza è regolata dalla giustizia della vendetta. Su questa certezza si costruisce il primo pilastro della società occidentale e su questa evidenza si chiude la prima parte della tragedia.
Orestea – Parte 2 / Logos
Inizia con Oreste e Pilade e il loro destino di uccisori di Clitemnestra; si apre con il matricidio e si chiude con il tribunale di Atene, dove il processo ai danni di Oreste termina con la sua assoluzione, grazie all’intercessione di Apollo, ma soprattutto alla strategia di Atena. Si abbandona la riva del mito per entrare nel territorio della storia dell’uomo; l’assoluzione di Oreste sancisce la nascita della democrazia occidentale, che poggia il suo primo pilastro sull’assassinio di una Grande Madre. La democrazia non nasce dalla pace ma da una violenza regolata: la polis non elimina la barbarie, la trasforma. Il logos non risolve ma è contenimento della forza arcaica.
Carmelo Rifici rilegge Orestea di Eschilo restituendole il suo carattere di origine, di trauma fondativo: non un racconto antico, ma la soglia in cui l’umanità scopre che la violenza non si elimina, si organizza. Un’indagine sulla fragilità della nostra idea di giustizia e su ciò che abbiamo perduto nel passaggio dal mondo arcaico al logos. In questa nuova produzione LAC, Carmelo Rifici sceglie di indagare le origini della democrazia occidentale a partire dall’unica trilogia della classicità greca giunta integralmente fino a noi: Orestea di Eschilo, composta dalle tragedie Agamennone, Coefore ed Eumenidi. Al centro del lavoro vi è l’ipotesi che la democrazia non nasca da una volontà di pace, bensì dall’esigenza di regolare la violenza ineliminabile; la polis, la città-stato non è l’alternativa alla barbarie della guerra e della vendetta, ma la sua trasformazione migliore. Questo pensiero, così nitido già in Eschilo, getta una luce malinconica sul nostro stesso concetto di democrazia. In scena si confrontano due mondi: le forze arcaiche, antica sapienza politeista che incarna la memoria sacrificale, e l’astrazione del logos, sotto l’egida di un unico Dio, che tenta di contenere – più che superare – il concetto di vendetta. Il tribunale di Atene che assolve Oreste dalla colpa di matricidio, grazie alle strategie oratorie e incantatrici di Atena, nata dal cervello di Zeus, mostra come, alla luce della storia contemporanea, l’uomo moderno sia il risultato di un fragile e pericoloso compromesso, sempre minacciato dagli eventi, e non il frutto della sapienza umana.
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16 febbraio martedì h 21
VAI PURE
autocoscienza di una coppia
gli anni 70 fra arte e femminismo nella storia di Pietro Consagra e Carla Lonzi
Riduzione teatrale a cura di Paola Pitagora
Con Paola Pitagora e Fernando Maraghini
scene Johanna Tedde
musiche Mirio Cosottini
regia a Massimo Luconi
produzione La Fabbrica dell’Attore – Teatro Vascello
un progetto in collaborazione con il festival di Radicondoli
durata 60’ circa
Un dialogo intenso e avvolgente fra un famoso artista come Pietro Consagra e Carla Lonzi, la più importante teorica del femminismo italiano fra gli 70 e 80.
Una massacrante autocoscienza che scava senza pudori e senza reticenze nell’intimità della relazione di due personaggi importanti mettendo a nudo il ruolo della donna e le debolezze dell’uomo.
Nel 1980, per quattro giorni, un uomo e una donna si siedono davanti a un registratore per parlare della relazione che li ha uniti per molti anni e che ha attraversato dei cambiamenti ineluttabili, e discutono accanitamente dell’incomprensione di fondo, insanabile che mina la loro relazione e il rapporto uomo donna.
È un colloquio intimo, impegnativo e a tratti struggente, che non nasce per diventare pubblico, ma si rivela da pubblicare alla luce della forza della conversazione. Sono Carla Lonzi e Pietro Consagra, due figure che hanno dedicato tutto il loro talento e la loro originalità all’arte e al femminismo, qui a confronto innanzitutto come uomo e come donna intenti a spezzare “l’omertà del rapporto a due”.
Vai pure è uno straordinario match, serrato e avvincente che scavando nell’esperienza di una relazione, mette in luce tematiche ancora terribilmente attuali nell’insanabile magma di incomprensioni che avvolge la coppia e di un dibattito che a quasi 50 anni di distanza è ancora attualissimo.
Si ringrazia Mimmo Cuticchio per aver donato Ossatura/Pupo palermitano
prima assoluta 26 novembre 2025 – Teatro della Pergola, Firenze in occasione del 50°anniversario della morte di Pier Paolo Pasolini
Ma a che serve la luce? / Le ceneri di Gramsci ha debuttato in prima assoluta al Teatro della Pergola di Firenze il 26 novembre 2025, in occasione del 50° anniversario della morte di Pier Paolo Pasolini. Virgilio Sieni attraversa Le ceneri di Gramsci proseguendo il percorso dello spettacolo-manifesto Solo Golberg Variationscon la sua personale e unica ricerca sui linguaggi del corpo in relazione alle opere d’arte. Sieni plasma il gesto sull’opera letteraria di Pasolini con uno spettacolo che invita alla riflessione sulla condizione umana e sulla società contemporanea, immergendosi nella profondità dell’opera del poeta di Casarsa.
La scrittura della danza compone una partitura di battiti, gesti e respiri, in cui le terzine scivolano l’una nell’altra secondo una prospettiva che esplode dai dettagli. Il corpo diviene forma del sensibile, elaborando stratificazioni che convivono con la storia. La coreografia è un incontro organico tra voce e movimento: una “meloterapia coreutica” dove il gesto si fa dissidente e il corpo si apre alla comunità attraverso un’oratura cantata e danzata, cercando un punto d’incontro tra materia celeste e impegno civile.
dal 23 al 28 febbraio dal martedì al venerdì h 21, sabato h 19, domenica h 17
EDIPUS
di Giovanni Testori 30 anni dopo uno spettacolo di Federico Tiezzi e Sandro Lombardi con Sandro Lombardi e Antonio Perretta regia Federico Tiezzi scene Pier Paolo Bisleri costumi Giovanna Buzzi luci Gianni Pollini regista assistente Giovanni Scandella produzione Compagnia Lombardi-Tiezzi in collaborazione con Fondazione Teatri di Pistoia e Associazione Giovanni Testori 1 ora e 20 minuti
A distanza di 30 anni dal suo apparire, Federico Tiezzi e Sandro Lombardi riallestiscono uno dei loro maggiori successi, quell’Edipus di Giovanni Testori che, all’indomani della morte del suo autore, ne rilanciò la drammaturgia.
Con Edipus (1977) Testori conclude, dopo l’Ambleto e Macbetto, la trilogia degli Scarrozzanti: fantastica reinvenzione, tutta in chiave barocca, del mondo tragico, grottesco e disperato di un’accolita di guitti plebei, che girano le periferie d’Italia, contaminando il piano mitico e alto della rappresentazione (desunta volta a volta da archetipi della grande letteratura teatrale), al piano delle vicende personali, innescando un meccanismo scenico di prodigiosa, intensa teatralità dove Sofocle e Shakespeare convivono con l’avanspettacolo, il melodramma con il varietà, il mito con il presente.
In Edipus si narra di un capocomico abbandonato da tutti: il primo attore ha preferito andare a fare il travestito in una compagnia di cabaret, e la prima attrice ha lasciato il teatro per sposare un mobiliere brianzolo.
Sera dopo sera, e tutto da solo, lo Scarrozzante mette su l’Edipo di Sofocle coprendo tutti i ruoli e tutte le funzioni: da Laio a Giocasta, da Edipo a Dioniso, nel progressivo intensificarsi di una tensione al delirio e alla follia.
dal 2 al 14 marzo dal martedì al venerdì h 21, sabato h 19, domenica h 17
FUGGIRE, CADERE E ALTRE COSE INUTILI
uno spettacolo di Carrozzeria Orfeo
drammaturgia di Gabriele Di Luca
regia Gabriele Di Luca e Massimiliano Setti
con (in o.a.) Sebastiano Bronzato, Sara Cianfriglia, Aldo Ottobrino, Massimiliano Setti e due attori in via di definizione
assistente alla regia Matteo Berardinelli
musiche originali Massimiliano Setti
scene Enzo Mologni
organizzazione Luisa Supino e Giulia Zaccherini
ufficio stampa Raffaella Ilari
una produzione TSA Teatro Stabile d’Abruzzo, Teatro Nazionale di Genova, Teatri di Bari, Teatro Elfo Puccini, Teatro Biondo Stabile di Palermo
Dopo Misurare il salto delle rane, Premio della Critica A.N.C.T. 2025, Carrozzeria Orfeo prosegue la sua osservazione poetica e ironica sulla condizione umana contemporanea. Un’esplorazione, tra realismo e simbolismo, nelle contraddizioni dell’esistenza e nella complessità dell’essere umano, con la sua infinita capacità di perdersi e ritrovarsi.
«Per Fuggire, cadere e altre cose inutili, il mio nuovo testo, ho trovato ispirazione nella poetica dello scrittore statunitense Raymond Carver, pur mantenendo alcuni elementi di continuità con lo stile che contraddistingue da sempre le nostre creazioni. Partendo da alcuni spunti narrativi mutuati dai racconti di Carver, ho lavorato sulla costruzione di un mio personalissimo mondo ispirato al suo, ma che per molti versi si allontana da esso, in cui trovano più spazio momenti di poesia e immagine. Personalmente, mi sembra si respiri la continua sensazione di essere immersi in una sorta di bolla, come in un grande sogno immaginifico sempre sospeso tra realismo, realismo magico e metafora. Partendo dalla narrazione, nel continuo alternarsi di momenti dialogati a momenti narrati in scena, accade che questa si evolva improvvisamente in un dialogo catapultando immediatamente il pubblico in una situazione concreta fatta di azione e carnalità per poi ritirarsi nuovamente all’interno della narrazione con un cambio repentino, anche se, a mio avviso, armonico, di stile e linguaggio.
Come già per Misurare il salto delle rane, è certamente un testo per molti versi esistenziale, che prova a ricercare, attraverso la bellezza della parola e dell’immagine, una sua delicatezza e un suo equilibrio tra classico e contemporaneo.
Organizzazione Luisa Supino e Giulia Zaccherini Ufficio stampa Raffaella Ilari
Una produzione Fondazione Teatro Due, Accademia Perduta/Romagna Teatri, Teatro Stabile d’Abruzzo, Teatri di Bari e Fondazione Campania dei Festival – Campania Teatro Festival in collaborazione con Asti Teatro 47
Vincitore del Premio della Critica A.N.C.T. 2025, arriva al Teatro Vascello, dal 27 gennaio all’8 febbraio,“Misurare il salto delle rane” uno spettacolo di Carrozzeria Orfeo, testo di Gabriele Di Luca, anche regista insieme a Massimiliano Setti, che vede in scena le tre attrici Elsa Bossi, Marina Occhionero e Chiara Stoppa. Una produzione Fondazione Teatro Due, Accademia Perduta/Romagna Teatri, Teatro Stabile d’Abruzzo, Teatri di Bari e Fondazione Campania dei Festival – Campania Teatro Festival in collaborazione con Asti Teatro 47.
Ambientata in un piccolo paese di pescatori negli anni ’90, Misurare il salto delle rane è una dark comedy che vede protagoniste tre donne di diverse generazioni – Lori, Betti e Iris – unite da un tragico lutto avvenuto vent’anni prima e ancora avvolto in un’aura di mistero. Il paese emerge come un frammento dimenticato, circondato da un vasto lago e da una palude minacciosa che lo isola dal mondo esterno, un microcosmo sospeso tra arcaismo e quotidianità, dove una piccola comunità persiste ancorata a consuetudini superate.
Partendo da questo habitat, Misurare il salto delle rane vuole essere un’indagine poetica e tragicomica sulla condizione umana contemporanea: un viaggio nell’intimità di tre esistenze femminili che si specchiano l’una nell’altra e che, in modo diverso, rifiutano etichette imposte dall’esterno.
dal 23 al 27 marzo dal martedì al venerdì h 21, sabato h 19
SCEMI DEL VILLAGGIO
progetto teatrale di NICCOLÒ FETTARAPPA e LORENZO GUERRIERI
drammaturgia NICCOLÒ FETTARAPPA
con NICCOLÒ FETTARAPPA e LORENZO GUERRIERI
aiuto regia MARIA CHIARA ARRIGHINI
contributo intellettuale CHRISTIAN RAIMO
sound designer LORENZO MINOZZI
regia e interpretazione di NICCOLÒ FETTARAPPA e LORENZO GUERRIERI
produzione AGIDI – ArtistiAssociati-Centro di Produzione Teatrale
durata 60 minuti senza intervallo
SCEMI DEL VILLAGGIO è un progetto teatrale che vuole riscoprire la città come per la prima volta, con uno sguardo satirico, beffardo e irridente. Protagonista è il territorio e il nostro rapporto conflittuale con i diversi spazi sociali, i paesi di provincia, le metropoli, i luoghi di villeggiatura. Ci proponiamo come scemi del villaggio, come aedi non richiesti che cantano le nevrosi del vivere cittadino, cantori pellegrini di città che in tutto il mondo tendono sempre più ad assomigliarsi e ad omologarsi secondo i diktat del mercato e del turismo. Con feroce ingenuità ci interroghiamo sul significato di “spazio pubblico” e su come in concreto esso si realizzi nelle nostre città. Come “stiamo insieme” nelle nostre città? Male, ci stiamo molto male.
Il male è. Non è una forma, non è uno zoppo. Non è un gobbo. Il male è vita. Il male è natura. Il male è divinità. Il nostro intento è quello di provare ad andare oltre l’esteriorità del male cercando di percepirne l’incanto. È chiaro che se il male stesso viene rappresentato attraverso un segno fisico il pubblico è portato ad accettarlo, vede la “mostruosità” e la giustifica. Anzi, prova empatia se non simpatia con e per il protagonista. Ma è ancora accettabile questo “alibi di deformità” nel ventunesimo secolo? Probabilmente il Bardo ne aveva bisogno per giustificare al pubblico, in qualche modo, tutte le malefatte del protagonista. Difatti utilizzò un corpo maschera, molto più vicino a un giullare di corte, al fool, la cui figura era spesso caricata di segni esteriori – come la gobba – che, nel tempo, hanno assunto significati ambivalenti: grotteschi ma anche propiziatori. Non è un caso che nella cultura popolare si corresse a toccare la gobba per buon auspicio.
La traduzione di Federico Bellini mi permette inizialmente di giocare con tempi e andamenti ritmici quasi da commedia, direi wildiana, in una pennellata che rimanda all’Inghilterra Vittoriana. Ci siamo presi il lusso, studiando i personaggi del testo, di ampliarne uno già esistente, chiamandolo Custode, apparentemente un servitore del male e di Riccardo III, che, con l’andare della narrazione, si scoprirà essere in realtà al servizio della bellezza del luogo; un custode che vuole garantire la sopravvivenza del giardino dell’Eden e per questo è pronto a tutto. acquista on line https://www.vivaticket.com/it/ticket/riccardo-iii/303949
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dal 6 all’11 aprile dal martedì al venerdì h 21, sabato h 19, domenica h 17
TOO LATE
di Jon Fosse; traduzione Thea Dellavalle
un progetto di DELLAVALLE/PETRIS
con (in o.a.): Anna Bonaiuto NORA; Irene Petris DONNA; Roberta Ricciardi RAGAZZA; Emanuele Righi OMBRA; Giuseppe Sartori UOMO
regia Thea Dellavalle
suono Franco Visioli; scene Francesco Esposito; costumi Marta Balduinotti
produzione Teatro Nazionale di Genova, TPE – Teatro Piemonte Europa
in collaborazione con Lido51
in accordo con Arcadia & Ricono Ltd; per gentile concessione di Colombine Teaterförlag
durata 1 ora e 10 minuti
In TOO LATE, ideato da Thea Dellavalle e Irene Petris, Jon Fosse ci mette di fronte alla scelta di una “nuova Nora”(Anna Bonaiuto), una donna che ha lasciato il marito e i figli per diventare un’artista.
Si è lasciata la vita alle spalle per ricominciare e non è mai tornata indietro.
Siamo nel suo sguardo e nel suo pensiero mentre, a distanza di anni, si lascia visitare dalle ombre e dai ricordi della sua vita e si accorge che quei frammenti di passato non si ricompongono.
TOO LATE nasce come progetto, ideato da Thea Dellavalle e Irene Petris, a partire da un testo inedito con una radice non puramente teatrale (un libretto d’opera) da cui trapelano atmosfere che vanno oltre il tempo e lo spazio e, nella maestria della scrittura di Jon Fosse, si evocano fantasmi o accenti del teatro di Henrik Ibsen, ma anche di Čechov e Samuel Beckett.
Benché l’autore norvegese abbia più volte sottolineato che non bisogna «leggere i suoi testi per la trama» e che «scrivere dischiude dimensioni dell’esistenza che non si possono spiegare», TOO LATE ritorna ai temi cari a Ibsen, immaginando un “ritorno alla di Casa di bambola”, con una Nora anziana che fa i conti con le scelte di una vita, scoprendo che il “troppo tardi” le fa scoprire che i conti con il passato e i frammenti di una vita non sempre si ricompongono. Le ombre si allungano, ma, sono ombre che appartengono a tutti. La vita, i rapporti, i momenti, le fratture si ripetono: abbandoniamo e siamo abbandonati, siamo egoisti per noia o per necessità interiore, amiamo e non siamo ricambiati, spesso non riusciamo a non mentire, raramente ci sentiamo compresi.
Il titolo lo dice, è troppo tardi (“c’è qualcosa per cui è troppo tardi?”).
La poésie de la résistance è un testo teatrale potente e impegnato, scritto da Jan Fabre nel 2024, che celebra la forza dell’arte, della poesia e della resistenza contro l’oppressione. In un manifesto poetico e ritmico, due performer si presentano come membri di un movimento di resistenza artistica, che lotta in modo non violento contro la censura, la soppressione e il conformismo. I loro corpi e le loro parole diventano armi di bellezza, amore e creatività. L’opera è ricca di simbolismi e ripetizioni. I performer vengono “giustiziati” più e più volte da revolver, fucili, mitragliatrici, ma si rialzano, trasformando la violenza in movimento e poesia. Motivo ricorrente è l’atto di tatuare un nome sul corpo, presentato come una tela vivente, uno strumento di sfida che pensa e sente. Dai piedi alla lingua, dal cuore al cervello, ogni parte porta l’impronta dell’amore, della memoria e della lotta. Il nome inciso ancora e ancora è sempre lo stesso: Libertà.
“Créer, c’est résister. Résister c’est créer”
(Creare è resistere. Resistere è creare) – Stéphane Hessel, Indignez-vous!
La vera libertà vive nell’arte e in coloro che continuano a sognare, a danzare, a parlare e ad amare, anche se i proiettili continuano ad arrivare.
Lo spettacolo è ispirato al pamphlet Indignez-vous! di Stéphane Hessel e alla poesia
Una tribù, ecco quello che sono (2004) è la prospettiva poetica di Jan Fabre sul lavoro del visionario del teatro Antonin Artaud, il “fondatore” del Théâtre de la Cruauté (1938).
Questa crudeltà non è fisica, ma spirituale: un invito a tornare alla verità cruda e non filtrata. Alla ricerca di un rituale segreto per risvegliare il divino dentro di sé, Artaud si recò presso le tribù indiane; cercava la purificazione e la scoperta di sé come modo per rivelare la malattia spirituale dell’umanità. “Mi spoglio del mio corpo fino all’osso”, si legge nel testo di Fabre.
L’umanità è spiritualmente incapace di affrontare la natura. L’umanità soffre di insoddisfazione spirituale. Da qui il desiderio di tornare a uno stato primordiale. Parlare di vita significa anche parlare di morte. Possiamo solo gridare alla morte. Il linguaggio deve tornare a essere un grido. Il cambiamento avverrà attraverso incontri che curano le ferite del nostro cuore.
dal 20 al 25 aprile dal martedì al venerdì h 21, sabato h 19, domenica h 17
THE FOREST
So dove sono, mi sono già persa qui
di Cristiana Morganti e Claudio Tolcachir
Con Cristiana Morganti e Lisa Lippi Pagliai
Regia Claudio Tolcachir
Coreografie Cristiana Morganti
Assistente alla regia Tommaso De Santis
Scena Cosimo Ferrigolo
Costumi Nika Campisi
Luci Alice Colla
Da un’idea di Gaia Silvestrini
Laboratorio di scenografia ATTOSECONDO | immagine fondale LOREM | foto di scena Alfredo Toriello
Produzione Carnezzeria con Théâtre de la Ville de Paris, Teatri di Pistoia, Emilia Romagna Teatro ERT / Teatro Nazionale, Teatro Nazionale di Genova, Teatro Biondo di Palermo
in collaborazione con Timbre4 Madrid, coordinamento e distribuzione Aldo Miguel Grompone
Claudio Tolcachir e Cristiana Morganti si incontrano per dar vita ad un racconto che parte da riflessioni e spunti autobiografici, ma che trova eco nelle vicende di personaggi del teatro classico, archetipi della sensibilità e del mondo femminile.
Scegliendo di intrecciare storie solo apparentemente distanti fra loro, la danzatrice, attrice Cristiana Morganti, per oltre vent’anni solista del Tanztheater Wuppertal di Pina Bausch, ora coreografa indipendente, e il regista e drammaturgo argentino Claudio Tolcachir, costruiscono una fiaba contemporanea per esplorare il tema del tradimento emotivo, riflettendo sulla crisi delle relazioni sentimentali tra genitori e figli e sul tempo che scorre.
La pièce unisce la costruzione narrativa alla poesia del movimento, mescolando fiabe, autobiografia ed echi shakespeariani. Come tipico dei due artisti, lo sguardo è sempre ironico e disincantato, attento a cogliere i risvolti tragicomici, a volte grotteschi delle ferite sentimentali. Le figure portate in scena da Morganti, affiancata in scena dall’interprete Lisa Lippi Pagliai, appaiono e scompaiono nella suggestiva scenografia di Cosimo Ferrigolo, dove anche le voci fuori campo interagiscono con la protagonista, dando vita a un luogo emotivo complesso e affascinante, un mondo popolato anche di ombre, fantasmi e visioni. In questo universo variopinto si muovono altri temi, dalla memoria ingannevole alla demenza senile, dalla morte alla possibilità di trasformare il dolore in energia vitale.
GIULIO CESARE o LA NOTTE DELLA REPUBBLICA, da un adattamento drammaturgico di Marco Lorenzi e Lorenzo De Iacovo, è un progetto nato per indagare il rapporto tra potere, individuo e fragilità degli ordinamenti democratici nel nostro tempo. È pensato per coinvolgere emotivamente il pubblico in una delle congiure più celebri della Storia, raccontata da Shakespeare con lucidità e contraddizione.
Lo spettacolo ha un duplice obiettivo: affrontare con radicalità uno dei testi shakespeariani più potenti e “usare” la storia di Bruto, Cassio, Antonio e del crollo della Repubblica romana, per interrogare il nostro presente. Le domande sono molte: cosa spinge alcuni a ribellarsi, anche con l’uso delle armi? Che rapporto abbiamo con la responsabilità legata alla libertà e alla democrazia? Quando smettiamo di credere nei nostri ideali? Che ruolo hanno i media nella costruzione del reale?
Non si tratta di una ricostruzione storica, ma di un’indagine del “nostro” rapporto, oggi, con questi temi e questo testo.
Cassio dice a Bruto: «La colpa non è nelle nostre stelle, ma in noi stessi». Da lì, parte il nostro viaggio nell’imperfezione umana di quel male che, moltiplicato, diventa motore delle forze sociali, le quali impediscono che lo sviluppo si trasformi in progresso.
Dal 4 al 9 maggio dal martedì al venerdì h 21, sabato h 19, domenica h 17
CONGIURA
testo e regia Stefano Ricci
con Francesca Bonelli, Stefania Micheli, Barbara Piovella, Rita Quaglia, Fulvia Roggero
movimenti Stellario Di Blasi
suono Andrea Cera
scene Rosita Vallefuoco
costumi in via di definizione
assistente regia Ada Delogu
produzione CSS Teatro stabile di innovazione del Friuli Venezia Giulia,
La Fabbrica dell’Attore – Teatro Vascello
Congiura è una creazione che attraversa la terza età come territorio di resistenza, di lucidità e di sopravvivenza. Non come tema o categoria anagrafica ma condizione esistenziale e politica: quella di un corpo che continua a esistere quando il mondo smette di interpellarlo. Il progetto nasce da una riflessione sul rapporto tra tempo, organismo e memoria, su ciò che accade quando l’illusione della possibilità infinita si incrina e l’esperienza accumulata non coincide più con un riconoscimento sociale. In questa frattura si apre uno spazio fragile e radicale, in cui il soggetto non è più chiamato a produrre.
In scena, cinque donneintorno ai settant’anni occupano lo spazio. Il loro stare non è sola rappresentazione. I loro volumi, attraversati dalle stagioni, diventano misura, soglia, materia viva. Non offrono un racconto ma una durata condivisa. Non chiedono attenzione: la reclamano attraverso l’esistenza stessa.
Liberamente ispirato a Mine-Haha di Frank Wedekind, Congiura rovescia l’idea di educazione. Non più giovani fanciulle addestrate al futuro ma donne mature che disimparano l’obbedienza al declino. Il palco si trasforma in uno spazio di rieducazione al presente, un luogo in cui il gesto più semplice – stare, respirare, attendere – riacquista densità e senso.
Il lavoro manuale, la ripetizione, la fatica e il silenzio diventano linguaggio. In un tempo dominato dall’immateriale e dalla velocità, Congiura insiste sulla realtà del corpo e dello spirito, sulla sua imperfezione, sulla sua tenacia.
Il titolo stesso allude a un’impresa collettiva e segreta: una congiura nel senso originario del termine, con-giurare/cum spirare, respirare insieme. Un’alleanza silenziosa tra individui che condividono una condizione e scelgono di renderla visibile, senza chiedere permesso.
Dopo anni di ricerca sulla fisicità come immagine, superficie di desiderio o luogo del sacrificio, Congiura segna un movimento inverso: un ritorno all’organismo residuo, non spettacolarizzato, non funzionale, e proprio per questo irriducibilmente politico.
con Patrizia Aroldi, Vincenzo Del Prete, Danio Manfredini, Giuseppe Semeraro
assistente alla regia Patrizia Aroldi
luci Maurizio Viani
realizzazione colonna sonora Marco Olivieri
direttore di scena Alex Carnevali
elettricista Luisa Giusti
fonico da definire produzione Emilia Romagna Teatro ERT / Teatro Nazionale Spettacolo vincitore Premio Ubu 2004 per la Miglior regia
Durata 1 ora e 20 minuti
A oltre vent’anni dalla vittoria del Premio Ubu per la miglior regia, è ancora in scena Cinema Cielo, lo spettacolo cult dell’autore, attore e regista Danio Manfredini, che combina la storia dell’omonima sala a luci rosse di Milano, ora chiusa, con il romanzo di Genet Notre Dame des Fleurs. Rievocando i frequentatori di quel cinema, l’artista propone un ritratto poetico e carnevalesco di un’umanità per la quale il sesso è bisogno, evasione, merce, voglia di compagnia e fantasma d’amore.
C’era una volta a Milano il Cinema Cielo, una sala cinematografica a luci rosse ora chiusa. Lo spettacolo è ispirato a questo luogo e mette una lente di ingrandimento su un’umanità per la quale il sesso è bisogno, evasione, merce, voglia di compagnia e fantasma d’amore. Lo sguardo dello spettatore è rivolto alla sala cinematografica e spia le presenze che abitano il luogo. Il sonoro del film è liberamente ispirato a un romanzo di Jean Genet e racconta di Louis, che tutti chiamano Divine, dei suoi amanti e di Nostra Signora dei Fiori, seducente assassino. Trasferendo la storia del romanzo in una partitura sonora per quadri e intrecciandola con la vita di un cinema a luci rosse, prende forma un’opera che risuona della poetica genettiana e la aggancia fortemente a una realtà di vita concreta. L’universo carcerario, diventa il buio mondo del cinema, metafora della stessa esclusione, le voci del film si fanno evocazione dello spessore poetico dei personaggi. Lo spettacolo vive dell’incontro di due mondi che si appartengono, indissolubilmente legati: le ombre che abitano il Cinema Cielo, fanno riemergere le ombre e il mondo di Genet.
Può “Le notti bianche”, a duecento anni dalla nascita del suo autore, parlare ancora alle generazioni di oggi? Quali universi può aprire? Quali immaginari può svelare? Quali contrasti può portare alla luce? Uno spettacolo dalla forte tensione visionaria, un dialogo tra teatro, video e video live, realizzato partendo da una riflessione sul racconto “Le notti bianche” di Dostoevskij, passando attraverso “Amore liquido” di Bauman, in cui due e più livelli visivi e temporali si intrecciano nella ricerca di un senso profondo nelle relazioni ai nostri tempi.
In scena tre attori/autori di una storia che si sdoppia, tra parallelismi e seconde dimensioni, producendo nuovi interrogativi: può la liquidità della nostra epoca, intesa come la fragilità di qualsiasi costruzione, influire anche sui sentimenti più forti e apparentemente solidi? Il concetto di amore ha un denominatore comune? Amore e libertà sono un binomio così incompatibile? “L’opera dell’autore russo Dostoevskij è il punto di partenza, drammaturgico e narrativo, dell’intera performance teatrale che, con forza, riemerge attraverso il mezzo del video, quasi fosse un sogno o una proiezione caleidoscopica di ciò che è accaduto o potrebbe accadere. Il testo diventa sia elemento d’indagine che strumento metateatrale, all’interno del quale i personaggi stessi si immergono e si perdono, facendo affiorare nuove domande sull’amore nella liquidità dell’oggi attraverso una recitazione desaturata, “liberata” da cliché o sovrastrutture teatrali che possa così correre in parallelo alle emozioni e mettersi in dialogo con la costruzione registica che viaggia tra il video e il reale”. Rajeev Badhan
In uno spazio vuoto che sembra non avere via d’uscita, un giovane uomo vive e racconta di un’esistenza vissuta ferocemente nella criminalità, in un’escalation di violenza e perdizione, tra sogno e rimorso, piacere e dolore, rabbia, risentimento, solitudine profonda. Un altro, più vecchio, lo sorveglia, lo giudica implacabilmente, lo tortura. Gli sta addosso, come un mastino affamato, un cane da guerra, lo tiene in ostaggio, gli rende impossibile precipitare fino in fondo, ma nemmeno gli permette di salvarsi, di redimersi. Il vecchio lo costringe ma è costretto a sua volta, trascinato dal desiderio, dalla voluttà, dalla smania volitiva dell’altro. Tra i due pende un cappio di corda che dondola inesorabile come un ammonimento, il segno di un presagio che li lega a doppio filo in un unico destino. Liberamente ispirato a una storia vera.
Note di regia
Un uomo solo è alle prese con se stesso e il suo passato nel carcere della sua interiorità. La memoria riempie lo spazio che si anima filtrato dalla soggettività, con le sue distorsioni, le sue proiezioni, il cranio spaccato in due con un’ascia, un chiodo piantato nel mezzo… Il dissidio prende voce, il tormento diventa visibile, la tortura dell’anima si fa materia, sulla scena la persona genera il suo doppio, un personaggio prende forma dal ricordo costretto a interpretare la persona, il soliloquio diventa dialogo e relazione. La dimensione onirica e archetipica deforma il realismo delle situazioni sceniche e del linguaggio. In testa quest’uomo vorrebbe solo silenzio, ma silenzio non c’è, mentre devoto all’altare dei soldi firma la sua condanna all’inferno.
Info e prenotazioni esclusivamente tramite abbonamenti Zefiro , Eolo e CARD LIBERA E CARD LOVE, Card Danza, card libera scuole, Vivispettacolo info promozioneteatrovascello@gmail.com – promozione@teatrovascello.it Biglietti: Intero 25 euro – Ridotto over 65: 20 euro – Ridotto addetti ai lavori del settore e Cral/Enti convenzionati: 18 euro – Ridotto studenti, studenti universitari, docenti e operatori esclusivamente delle scuole di teatro, cinema e danza 16 euro e gruppi di almeno 10 persone 16 euro a persona È possibile acquistare i biglietti, abbonamenti e card telefonicamente 065881021 con carta di credito e bancomat abilitati, acquista direttamente alla biglietteria acquista tramite bonifico bancario SOLAMENTE PER GRUPPI DI ALMENO 10 PERSONE a favore di Coop. La Fabbrica dell’Attore E.T.S. BANCA INTESA SAN PAOLO ag. Circ. Gianicolense 137 A di Roma iban IT28f0306905096100000013849 oppure acquista on line
Card libera scuole di teatro* 5 ingressi anche cumulativi € 50
(su tutti gli spettacoli in cartellone dal martedì al giovedì)
Card libera scuole di teatro* week end 5 ingressi anche cumulativi € 65
(su tutti gli spettacoli in cartellone dal venerdì alla domenica)
* le scuole di teatro devono essere certificate e convenzionate con il teatro Vascello quindi acquistabili soltanto per telefono o alla biglietteria del teatro
Card Danza 4 ingressi anche cumulativi € 50 Glass with Silence / C’era una volta/
Le card devono essere acquistate preventivamente almeno 24 ore prima dal primo utilizzo. Si consiglia la prenotazione del posto e la verifica della disponibilità dei posti.
Come raggiungerci con mezzi privati: Parcheggio per automobili lungo Via delle Mura Gianicolensi, a circa 100 metri dal Teatro. Parcheggi a pagamento vicini al Teatro Vascello: Via Giacinto Carini, 43, Roma; Via Maurizio Quadrio, 22, 00152 Roma, Via R. Giovagnoli, 20,00152 Roma Con mezzi pubblici: autobus 75 ferma davanti al teatro Vascello che si può prendere da stazione Termini, Colosseo, Piramide, oppure: 44, 710, 870, 871. Treno Metropolitano: da Ostiense fermata Stazione Quattro Venti a due passi dal Teatro Vascello. Oppure fermata della metro Cipro e Treno Metropolitano fino a Stazione Quattro Venti a due passi dal Teatro Vascello
Una straordinaria presentazione quella della Stagione 2026/2027 del Teatro di Roma, che quest’anno festeggia anche il successo della riapertura del Teatro Valle: il teatro moderno all’italiana più antico d’Europa ancora in attività.
Dopo dodici anni di attesa — un tempo sospeso che durava dal 2014 —lo storico teatro settecentesco riapre le sue porte per farsi Casa della Drammaturgia contemporanea. Più che una riapertura, la riconsegna del Valle rappresenta un atto di responsabilità civile e artistica che riverbera nell’anima della Capitale e dell’intero Paese, completando l’architettura culturale del Teatro di Roma che, oggi, si definisce attraverso quattro spazi e un solo teatro.
Per omaggiare tale evento di rinascita, la comunità romana ha scelto di essere presente in sala: il Teatro Argentina era “sold-out”.
“L’aprirsi di questa stagione teatrale su quattro sedi è di rilevanza storica”
(il Sindaco di Roma Roberto Gualtieri)
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“Per Roma tutta, per i Romani, un’attesissima restituzione. Per il Teatro di Roma, un grande onore e responsabilità”
(il Direttore Generale del Teatro di Roma Maurizio Roi)
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“E’ il segnale di una grande collaborazione istituzionale: un’istituzione, il teatro, mai da scalfire con tensioni politiche”
(il Presidente Regione Lazio Francesco Rocca)
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“Roma è il suo Teatro: il Teatro di Roma è oggi una realtà solida, aperta e coraggiosa”
(il Presidente della Fondazione Teatro di Roma Francesco Siciliano)
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“Ora l’offerta teatrale di Roma sta tornando ad essere quella di una grande capitale: la stagione che presentiamo ha dimensioni imponenti. Il numero di sale, spettacoli, rassegne collaterali, tournée nazionali e internazionali non ha precedenti nella storia del Teatro di Roma”
(il Direttore artistico della Fondazione Teatro di Roma Luca De Fusco)
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IL TEATRO E’ VITA:
V alle – I ndia – T orlonia – A rgentina
Quattro sale, Quattro visioni, Un solo grande Teatro
“La stagione che presentiamo ha dimensioni imponenti – dichiara il Direttore artistico dellaFondazione Teatro di Roma Luca De Fusco.
Il numero di sale, spettacoli, rassegne collaterali, tournée nazionali e internazionali non ha precedenti nella storia del Teatro di Roma.
Se siamo in grado di presentarla al pubblico si deve al sostegno dei nostri soci, che hanno di molto aumentato i finanziamenti al Teatro anno dopo anno, al Ministero, che pure stenta fino ad ora a prendere atto della grande crescita dell’attività della Fondazione e non fa crescere parallelamente la nostra sovvenzione, all’arrivo di nuovi sostegni privati. Se siamo cresciuti così tanto lo dobbiamo naturalmente a questo Cda e a questo collegio sindacale che ci hanno incoraggiato a questa accelerazione e alle due persone che hanno pigiato con me sul pedale dell’accelerazione, il Presidente Francesco Siciliano e il mio collega Maurizio Roi.
Per molti mesi la Fondazione avrà più di una prima alla settimana e non conoscerà pause estive con le rassegne di Ostia, India, Torlonia. Tanta offerta al nostro pubblico ma tanta fatica in più per i nostri lavoratori. Non posso citarli tutti e mi limiterò a tutte le figure di vertice, da Sandro Pasquini, la cui passione per il nostro Teatro non è inferiore a quella della squadra del suo cuore. Ogni sfida che ho proposto è stata sempre raccolta da Sandro e dalla vasta squadra dei “suoi” tecnici con entusiasmo, professionalità e competenza.
Le stesse capacità, lo stesso entusiasmo misto ad un sano tentativo di tenere ancorata alla realtà la mia bulimia, l’ho sempre riscontrato in Carolina Pisegna e in tutto lo staff della produzione.
Non riesco a spiegare ai nostri interlocutori come sia enorme lo sforzo di chi si occupa di riempire tutte le nostre sale sera dopo sera, teatro dopo teatro. Paola Folchitto, e tutto il suo vitalissimo staff hanno riempito Argentina, Ostia e le altre sale in percentuali che al termine di questa stagione non mancheremo di comunicare e che comunque oltrepassano spesso il 90%.
Tutte queste persone in più, sono lavoro in più per i nostri servizi di sala e di botteghino. Grazie a Maurizio Todaro che li guida.
Ma anche le nostre attività didattiche e culturali si sono arricchite delle serie de “Le verità sospese” e “Psiche e mito”, senza che Silvia Cabasino e le sue entusiaste e entusiasmanti collaboratrici non mancassero di tuffarsi in queste nuove attività con crescente energia. Altre nuove iniziative sono in programma in questa stagione, anche grazie al sostegno della Fondazione Roma.
Potete immaginare come sia aumentato il lavoro dell’ufficio stampa che praticamente ogni giorno dell’anno diffonde comunicati di cui bisogna ottenere la pubblicazione, accoglie critici italiani e stranieri o troupe televisive. Con molte meno persone di altri Teatri questa attività viene svolta con successo da Amelia Realino e Raffaella Tramontano e dal loro staff.
Il budget complessivo della Fondazione è passato da 12 mln di euro di prima del nostro arrivo ai quasi 20 mln che toccheremo nel 2026. Questo grande balzo in avanti, che ci fa intravedere il raddoppio nel 2027, significa il raddoppio dell’attività amministrativa di Patrizia Babusci, che affronta sempre col sorriso anche le strettoie più stressanti trasmettendo un misto di fermezza e serenità tipico dell’azione sua e del suo prezioso team.
Anche dal punto di vista mio personale l’aumento della nostra attività comporta che spesso io dovrei essere contemporaneamente a vedere due spettacoli in due nostre sale diverse, in uno dei teatri nazionali o internazionali che visitiamo coi nostri spettacoli, in una sala prove ad allestire una nuova produzione. Se riesco a tenere più o meno il ritmo di tutto ciò lo devo innanzitutto a Lucia Rocco, che diventa un altro me stesso nel vedere coi miei occhi e col mio gusto spettacoli, oppure a rimpiazzarmi alle prove o in tournée. Anche la nuova arrivata Federica Alegi ha imparato a viaggiare alla mia velocità.
Partiamo in questa stagione per un nuovo Viaggio, che comprende una sala in più e un festival di danza che, con la direttrice junior Lea Giamattei, spero diventi un appuntamento abituale. Abbiamo nella nostra squadra dirigente finalmente anche una donna e una giovane, cosa che ci mancava e di cui sentivamo la mancanza. Benvenuta Lea!
Sono felice che una attività così più estesa rispetto a pochi anni fa non perda, anzi acquisti maggiormente, una linea precisa dando identità a ciascuno dei nostri spazi.
(…) Credo che non si possa non convenire che la Fondazione Teatro di Roma, quella della gestione di questo Cda e di questa direzione, non è paragonabile al “vecchio” Teatro di Roma. Ha quasi raddoppiato il suo bilancio, quasi raddoppiato il numero delle sale, aumentato notevolmente il suo pubblico. Nessuno ha mai capito come funziona esattamente il famoso algoritmo che regola le sovvenzioni ministeriali. É uno dei segreti meglio custoditi d’Italia. Dato che per il progetto triennale il nostro teatro ha ricevuto il maggiore aumento di punteggio artistico dalla commissione ministeriale, ma non la propria sovvenzione, se anche in questa stagione tanti aumenti non saranno premiati bisognerà riflettere sull’ipotesi che l’algoritmo oltre che molto misterioso sia anche abbastanza sbagliato. Non è stato inventato da questa gestione ministeriale; è una ragione in più per cambiarlo”.
IL CALENDARIO
TEATRO VALLE
16 – 18 OTTOBRE
“LA SERA DELLA PRIMA”. Sei personaggi in cerca d’autore al Teatro Valle
di e con Francesco Piccolo
Produzione Teatro di Roma – Teatro Nazionale
PRODUZIONE
23 OTTOBRE – 1° NOVEMBRE
ESCAPED ALONE
di Caryl Churchill
traduzione Monica Capuani un progetto di lacasadargilla
regia Lisa Ferlazzo Natoli e Alessandro Ferroni con Caterina Carpio, Tania Garribba, Arianna Gaudio, Alice Palazzi
dramaturg Margherita Mauro paesaggi sonori e ideazione spazio scenico Alessandro Ferroni
drammaturgia del movimento Marta Ciappina scene Marco Rossi e Francesca Sgariboldi
ambienti visivi Maddalena Parise,
drammaturgia delle luci Luigi Biondi
costumi Anna Missaglia accompagnamento alla ricerca Marco D’Agostin
assistente alla regia Matteo Finamore
produzione Piccolo Teatro di Milano – Teatro d’Europa, Teatro di Roma – Teatro Nazionale
con Federica Fracassi, Francesca Mazza, Emanuela Villagrossi
musica Ayumi Paul
scenografia e luci Silvia Costa
collaborazione alla scenografia Thomas Lauret e Michele Taborelli
costumi Rebecca Stange e Silvia Costa
assistente alla regia Jacopo Panizza
produzione Teatro di Roma – Teatro Nazionale in corealizzazione con Romaeuropa Festival
Questo spettacolo è stato originariamente realizzato dal Teatro di Stato Bavarese, il Residenztheater di Monaco, nella stagione 2020–21, adattato dalla Comédie Française per la stagione 2022–23 e dal Teatro di Roma – Teatro Nazionale per la stagione 2026 – 2027
PRODUZIONE
26 NOVEMBRE – 6 DICEMBRE
CHE DOLORE TERRIBILE È L’AMORE
a partire da “Non dico addio” di Han Kang
drammaturgia e regia Daria Deflorian
con Anna Coppola, Daria Deflorian, Monica Piseddu
progetto condiviso con Monica Piseddu e Andrea Pizzalis
dramaturg Eric Vautrin
scene e aiuto regia Andrea Pizzalis
luci Giulia Pastore
suono Emanuele Pontecorvo
costumi Ettore Lombardi
direzione tecnica Enrico Maso
consulenza artistica Attilio Scarpellini
collaborazione alla drammaturgia Nikolai Palmieri e Blu Silla
per INDEX Valentina Bertolino, Francesco Di Stefano
produzione INDEX
in coproduzione con Emilia Romagna Teatro ERT / Teatro Nazionale; Piccolo Teatro di Milano – Teatro d’Europa; Teatro di Roma – Teatro Nazionale; Festival d’Avignon; théâtre Garonne, scène européenne – Toulouse
distribuzione in Francia théâtre Garonne, scène européenne – Toulouse
con la collaborazione di Istituto Culturale Coreano in Italia; L’arboreto – Teatro Dimora di Mondaino | Centro di Residenza Emilia-Romagna; Residenza Olinda/TeatroLaCucina
con il supporto di MiC – Ministero della Cultura
COPRODUZIONE
9 – 13 DICEMBRE
CASANOVA
dell’infinita fuga
scritto e diretto da Ruggero Cappuccio
con Claudio Di Palma
voci delle donne Sonia Bergamasco
e con Emanuele Zappariello, Francesca Cercola, Viviana Curcio, Eleonora Fardella, Claudia Moroni, Gaia Piatti, Estelle Maria Presciutti
e le acrobate Maria Anzivino, Sara Lupoli, Marianna Moccia, Viola Russo Coreografie Aeree FUNA
musiche Marco Betta, Ivo Parlati
costumi Carlo Poggioli
progetto scenico Ruggero Cappuccio
scenografi Paolo Iammarrone Vincenzo Fiorillo
aiuto regia e progetto Luci Nadia Baldi produzione Teatro Segreto srl in coproduzione con Teatro di Napoli- Teatro Nazionale
OSPITALITÀ
15 – 20 DICEMBRE
EQUUS
di Peter Shaffer
traduzione di Marco e Carlo Sciaccaluga
con Luca Lazzareschi, Pietro Giannini, Paolo Cresta, Pia Lanciotti, Camilla Semino Favro,
Giulia Prevedello, Michele De Paola
regia Carlo Sciaccaluga
scene e Costumi Anna Varaldo; Luci Aldo Mantovani
produzione Teatro Nazionale di Genova in accordo con la Concessionaria Antonia Brancati srl
OSPITALITÀ
14 – 24 GENNAIO
STATO CONTRO NOLAN
(un posto tranquillo)
di Stefano Massini
uno spettacolo di Alessandro Gassmann
con Daniele Russo, Gaetano Bruno, Mauro Marino, Emanuele Maria Basso, Gaia Benassi, Davide Dolores, Giuseppe Gandini, Stefano Guerrieri, Alessia Santalucia, Angelo Zampieri
scene Gianluca Amodio
luci Marco Palmieri
costumi Mariano Tufano
musiche di Pivio e Aldo De Scalzi
video Marco Schiavoni
produzione Fondazione Teatro di Napoli – Teatro Bellini, Teatro Biondo Palermo
OSPITALITÀ
26 – 31 GENNAIO
IL MALE OSCURO
di Giuseppe Berto
riduzione per il teatro e regia Giuseppe Dipasquale
scene Antonio Fiorentino
costumi Dora Argento
musiche Germano Mazzocchetti
movimenti coreografici Rebecca Murgi
con Alessio Vassallo, Ninni Bruschetta
(in o. a.) Cesare Biondolillo, Lucia Fossi, Luca Iacono, Viviana Lombardo, Consuelo Lupo, Ginevra Pisani
Produzione Teatro Biondo Palermo / Teatro Stabile di Catania / MARCHE TEATRO
OSPITALITÀ
4 – 14 FEBBRAIO
DOPO LA PROVA
Dall’omonimo film di Ingmar Bergman
regia Gabriele Lavia
con Gabriele Lavia e Federica De Martino
e con Eleonora Bernazza
scene Carmelo Giammello
costumi Andrea Viotti
suono Riccardo Benassi
produzione Compagnia Gabriele Lavia– Teatro Stabile di Catania
OSPITALITÀ
23 – 28 FEBBRAIO
LA GOVERNANTE
di Vitaliano Brancati
regia Valerio Santoro
con Franco Branciaroli, Giovanna Di Rauso
e cast in via di definizione
aiuto regia Nicasio Catanese
produzione Teatro Biondo Palermo
OSPITALITÀ
11 – 21 MARZO
LA REGINETTA DI LEENANE
di Martin McDonagh
traduzione italiana Marta Gilmore
regia Raphael Tobia Vogel
con Ambra Angiolini, Ivana Monti, Stefano Annoni, Edoardo Rivoira
scene Angelo Linzalata
luci Oscar Frosio
costumi Simona Dondoni
musiche Andrea Cotroneo
produzione Teatro Franco Parenti in accordo con Arcadia & Ricono Ltd per gentile concessione di Knight Hall Agency Ltd
OSPITALITÀ
8 – 18 APRILE
VISITA AL PADRE
di Norm Foster regia Piero Maccarinelli
traduzione e adattamento Pino Tierno
musica Antonio Di Pofi
con Massimo De Francovich e Maximilian Nisi
produzione Teatro di Roma – Teatro Nazionale
PRODUZIONE
20 – 30 APRILE
STUDIO SUI SEI PERSONAGGI IN CERCA D’AUTORE
di Luigi Pirandello
regia Emma Dante
produzione Sud Costa Occidentale/Carnezzeria, Piccolo Teatro di Milano – Teatro d’Europa, Teatro di Roma – Teatro Nazionale, Teatro di Napoli – Teatro Nazionale, Emilia Romagna Teatro ERT – Teatro Nazionale
COPRODUZIONE
4 – 13 MAGGIO
IL DELIRIO DEL PARTICOLARE
di Vitaliano Trevisan
regia Giorgio Sangati
con Maria Paiato, Carlo Valli e Alessandro Mor
scene Alberto Nonnato – costumi Gianluca Sbicca
musiche Michele Rabbia – luci Cesare Agoni – assistente alla regia Valeria de Santis
produzione Emilia Romagna Teatro ERT/ Teatro Nazionale in coproduzione con Centro Teatrale Bresciano
con (in o. a.) Alfonso De Vreese, Ilaria Falini, Christian La Rosa, Rosario Lisma, Nicola Pannelli, Mario Pirrello, Giuliana Vigogna
scene e luci Nicolas Bovey
costumi Aurora Damanti
suono Claudio Tortorici
cura movimenti scenici Riccardo Micheletti
puppets Damiano Augusto Zigrino e Silvia Fancelli
regista assistente Alba Porto
assistente regia Eleonora Bentivoglio
assistente scene Nathalie Deana
produzione Teatro Stabile Torino – Teatro Nazionale
con il sostegno di Fondazione CRT
OSPITALITÀ
16 – 25 MARZO
LO ZAR
di e con Stefano Massini
e con Luca Roccia Baldini e Mariel Tahiraj (musicisti in corso di definizione)
scene Paolo Di Benedetto disegno luci Manuel Frenda suoni Andrea Baggio costumi Elena Bianchini
produzione Teatro della Toscana
OSPITALITÀ
31 MARZO – 11 APRILE
PLATONOV
di Anton Čechov
traduzione adattamento e regia Peter Stein
con Alessandro Averone, Maddalena Crippa, Sergio Basile, Gianluigi Fogacci, Andrea Nicolini, Francesco Santagada, Maria Chiara Centorami, Odette Piscitelli, Alessandro Sampaoli, Emilia Scatigno,
Tommaso Garrè, Davide Lorino, Sebastian Gimelli Morosini, Giulio Petushi
scene Ferdinand Woegerbauer
costumi Anna Maria Heinreich
luci Mattia De Pace
assistente regista Carlo Bellamio
produzione Tieffe Teatro Milano, Fondazione Teatro di Roma,
Teatro Stabile di Catania, Teatro Biondo Stabile di Palermo
COPRODUZIONE
14 – 25 APRILE
L’ANGELO DEL FOCOLARE
testo e regia di Emma Dante
con Leonarda Saffi, Ivano Picciallo, David Leone, Giuditta Perriera
scene e costumi Emma Dante luci Cristian Zucaro
coproduzione Piccolo Teatro di Milano – Teatro d’Europa / Teatro di Napoli – Teatro Nazionale / Châteauvallon-Liberté Scène Nationale / Les Célestins Théâtre de Lyon / Comédie de Clermont-Ferrand / La Scène Nationale d’ALBI-Tarn / Le Cratère, Scène Nationale d’Alès en Cévennes / L’Estive, scène nationale de Foix et de l’Ariège / Théâtre + Cinéma Scène nationale Grand Narbonne / Théâtre de l’Archipel, scène nationale de Perpignan / Théâtre Molière, Sète – Scène Nationale Archipel de Thau / Le Parvis, scène nationale de Tarbes Pyrénées / Compagnia Sud Costa Occidentale / Carnezzeria
coordinamento e distribuzione Aldo Miguel Grompone, Roma
organizzazione Daniela Gusmano
tecnico in tournée Marco Guarrera
OSPITALITÀ
28 – 30 APRILE
EZRA IN GABBIA
scritto e diretto da Leonardo Petrillo
con Mariano Rigillo, Anna Teresa Rossini
scene Gianluca Amodio
costumi Lia Francesca Morandini
disegno luci Enrico Berardi
musiche Carlo Covelli
aiuto regia Mario Rinaldoni
produzione TSV – Teatro Nazionale, OTI – Officine del Teatro Italiano
TEATRO INDIA
OSPITALITÀ
8 – 11 OTTOBRE
ANCHE IN CASA SI POSSONO PROVARE EMOZIONI FORTI
regia e drammaturgia Caterina Filograno
scene e costumi Giuseppe Di Morabito
con Gloria Busti, Caterina Filograno, Francesca Porrini, Simona Senzacqua, Maria Grazia Sughi
sound design Gerets
light design Stefano Bardelli
movement coach Ester Guntıń
aiuto regia e collaborazione artistica Ksenija Martinović
produzione Sardegna Teatro / Teatro Stabile di Torino – Teatro Nazionale/ Teatri di Bari
OSPITALITÀ
16 OTTOBRE – 1 NOVEMBRE
GLI ELEFANTI NELLA STANZA
di e con Francesca Astrei
produzione Teatro di Roma – Teatro Nazionale
PRODUZIONE
28 OTTOBRE – 1 NOVEMBRE
GONE
uno spettacolo di Kepler-452 ideazione e drammaturgia Enrico Baraldi, Nicola Borghesi, Riccardo Tabilio regia Enrico Baraldi, Nicola Borghesi con Nino Burduli, Temo Natroshvili, Nika Tserediani, Luka Chibukhaia, Kato Kalatozishvili,
Paata Inauri, Keta Shatirishvili, Liza Nikvashvili, Giorgi Chachanidze traduzione e adattamento in Georgia Tatia Mtvareldize scene e costumi Simon Machabeli musiche Gogi Dzodzuashvili assistente alla regia Mariam Jamerashvili direttore tecnico Anuki Khoshtaria coordinamento Roberta Gabriele produzione Lepl Mikheil Tumanishvili Film Actors Professional State Theatre (Tbilisi- Georgia) coproduzione Emilia Romagna Teatro ERT / Teatro Nazionale con il contributo del Ministero della Cultura della Georgia in collaborazione con GIFT Festival, ATER Fondazione e Kepler-452
Spettacolo in georgiano sovratitolato in italiano
OSPITALITÀ
3 – 8 NOVEMBRE
VIAGGIO A HONG KONG
testo e regia Pascal Rambert
traduzione Chiara Elefante
con Sandro Lombardi
scenografia Aliénor Durand
produzione Emilia Romagna Teatro ERT / Teatro Nazionale
in collaborazione con Compagnia Lombardi-Tiezzi
OSPITALITÀ
11 – 15 NOVEMBRE
LA FIRMA
testo e regia di Valerio Vestoso
con Antonio Bannò
produzione BAM teatro
OSPITALITÀ
18 – 19 NOVEMBRE
BODIES ON GLASS
coreografia Diego Tortelli
in collaborazione con i danzatori Cristian Cucco e Thomas Van de Ven
interpreti Cristian Cucco e Thomas Van de Ven
musica dal vivo Andrea Rebaudengo/brani dal repertorio di Philip Glass
costumi ETRO by Marco de Vincenzo
coproduzione Triennale Milano, Volvo Studio Milano e Teatro Grande di Brescia
si ringrazia Fattoria Vittadini
OSPITALITÀ – DANZA
21 – 22 NOVEMBRE
AMAE NO KŌZŌ
concept, coreografia e performance Borna Babić e Eliana Stragapede
drammaturgia Margherita Scalise
musica Nenad Kovačić
voce Teresa Campos
musica originale Lola Beltràn
light design Joaquín Hernández
Produzione Paper Bridge
ringraziamenti speciali RV, Akira Yoshida and Mathieu Minjoulat-Rey
OSPITALITÀ – DANZA
25 – 29 NOVEMBRE
I AM THE WIND di Jon Fosse
regia Gábor Tompa
scene e costumi Gyopár Bocskai
coreografia Enikő Györgyjakab
musiche di Csaba Boros
luci Romeo Groza
spettacolo in rumeno con sopratitoli in italiano
OSPITALITÀ
27 – 31 GENNAIO
LU SANTO JULLARE FRANCESCO
di Dario Fo e Franca Rame
diretto e interpretato da Matthias Martelli
Teatro Stabile Torino – Teatro Nazionale / Teatro Stabile dell’Umbria
Spettacolo inserito nelle Celebrazioni per i Cento anni di Dario Fo promosse dalla Fondazione Fo Rame
OSPITALITÀ
9 – 14 FEBBRAIO
VORREI UNA VOCE
di e con Tindaro Granata
con le canzoni di Mina
ispirato dall’incontro con le detenute-attrici del teatro Piccolo Shakespeare all’interno della Casa Circondariale di Messina nell’ambito del progetto Il Teatro per Sognare di D’aRteventi diretto da Daniela Ursino
disegno luci Luigi Biondi
costumi Aurora Damanti
regista assistente Alessandro Bandini
produzione LAC Lugano Arte e Cultura in collaborazione con Proxima Res
partner di produzione Gruppo Ospedaliero Moncucco
OSPITALITÀ
20 – 28 FEBBRAIO
THE BODY OF AN AMERICAN
di Dan O’Brien
traduzione Enrico Luttmann Marco Maria Casazza
regia Jacopo Gassmann
con Danilo Nigrelli e Paolo Mazzarelli
produzione LAC Lugano Arte e Cultura, Teatro di Napoli – Teatro Nazionale, Teatro Nazionale di Genova
Teatro di Roma – Teatro Nazionale
COPRODUZIONE
3 – 7 MARZO
LA FIRMA. NON TI FIDARE
tratto da Non ti fidare di Claudio Fava
regia Claudio Fava
con Ninni Bruschetta e Federica De Benedittis
produzione Teatro della Città Marche Teatro
OSPITALITÀ
6 – 14 MARZO
FLUSSO
di Christian di Furia
regia Lino Guanciale
con Lino Guanciale e Gianmarco Saurino
videoanimazione Iole Cilento, Cristina Zanoboni
scenografia Iole Cilento
foto e video Peperonitto film
Coproduzione Teatri di Bari, Wrong Child Production in collaborazione con Premio Riccione
OSPITALITÀ
17 – 21 MARZO
MADRI
di Diego Pleuteri
regia Alice Sinigaglia
con Valentina Picello e Vito Vicino
sound designer Federica Furlani
scenografo Alessandro Ratti
luci Luca Scotton
produzione La Corte Ospitale
coproduzione SCARTI Centro di Produzione Teatrale d’Innovazione
con il contributo della Regione Emilia-Romagna
con il sostegno del MiC e di SIAE, nell’ambito del programma “Per Chi Crea”
OSPITALITÀ
1 – 4 APRILE
NEANCHE PARENTI
testo e regia Gabriele Russo e Arianna D’Angiò
con la Compagnia Bellini Teatro Factory:
Greta Bertani, Filippo D’Amato, Daniela De Riso, Miriam Giacchetta,
Gaia Napoletano, Matteo Ronconi, Umberto Serra
assistente alla regia Bellini Teatro Factory Martina Abate
progetto sonoro Antonio Della Ragione
disegno luci Giuseppe Di Lorenzo
scene Accademia di Belle Arti di Napoli Cattedra di Scenografia Luigi Ferrigno
con gli studenti Alessia Di Pace, Claudia Pugliese, Roberta Fierro, Laura lloret Garcia, Sabrina Oliva, Alessandra Avitabile, Salvatore Esposito, Emanuela Bartoli, Lucrezia Maria Aita, Claudia Sabella
costumi Enzo Pirozzi
produzione Fondazione Teatro di Napoli – Teatro Bellini
OSPITALITÀ
2 – 4 APRILE
ASFALTO
Poema fisico e musicale per sette attori
regia e coreografia di Michela Lucenti
con la Compagnia Bellini Teatro Factory
Sofia Celentani Ungaro, Cristoforo Iorio, Tarek Ismail, Valeria Martire,
Giuseppina Ruggiero, Luigi Savinelli, Lucia Straccamore
assistente alla regia Antonio Basile
assistenza alla creazione Maurizio Camilli
drammaturgia Balletto Civile
testi Emanuela Serra
musiche e progetto sonoro Antonio Della Ragione
collaborazione al progetto sonoro Rainer Monaco
disegno luci Michela Lucenti / Balletto Civile e Maurizio Di Maio
scene Accademia di Belle Arti di Napoli Cattedra di Scenografia Luigi Ferrigno
con gli studenti Alessia Di Pace, Claudia Pugliese, Roberta Fierro, Laura lloret Garcia, Sabrina Oliva, Alessandra Avitabile, Salvatore Esposito, Emanuela Bartoli, Lucrezia Maria Aita, Claudia Sabella
costumi Enzo Pirozzi
produzione Fondazione Teatro di Napoli – Teatro Bellini
OSPITALITÀ – DANZA
13 – 18 APRILE
LETTERA DI UNA SCONOSCIUTA
da Stefan Zweig
testo e regia Davide Sacco
con Giordana Faggiano
scene Luigi Sacco
luci Luigi Della Monica
costumi Luciana Donadio
musiche Arturo Annecchino
assistente alla regia Enrico Spelta – direttore di produzione Luigi Cosimelli
produzione Teatro di Roma – Teatro Nazionale e LVF / Teatro Manini di Narni
COPRODUZIONE
23 – 24 APRILE
CRAZY GRASS
testi di Yordan Radichkov
versione scenica e regia Margarita Mladenova
scenografia Boris Dalchev, Mihaela Dobreva
musica Hristo Namliev
foto Yana Lozeva
con Albena Georgieva, Jana Rasheva, Antonio Dimitrievski, Katalin Stareishinska, Ivan Nikolov, Nadya Keranova, Dimitar Krumov, Rumen Draganov, Bilyana Georgieva, Galya Kostadinova, Georgi A. Bogdanov
spettacolo in bulgaro con soprattitoli in italiano
OSPITALITÀ
19 – 23 MAGGIO
RESTEREMO PER SEMPRE QUI BUONE AD ASPETTARTI
di Diego Pleuteri
regia Leonardo Lidi
con Marta Malvestiti, Beatrice Verzotti, Teresa Castello, Hana Daneri
scene Fabio Carpene
cura dei movimenti scenici Riccardo Micheletti
assistente alla regia Nicolò Tomassini
produzione Teatro Stabile di Torino – Teatro Nazionale
con il sostegno del MiC e di SIAE nell’ambito del programma “Per Chi Crea”
OSPITALITÀ
21 – 23 MAGGIO 2027
LOGORANTE, MA VIVO – Viaggio tra le parole di Paolo Grassi
drammaturgia Katia Ippaso
regia Arturo Armone Caruso
con Sara Valerio
produzione Piccolo teatro di Milano, Teatro di Roma,
Saval Spettacoli, Fondazione Paolo Grassi-La voce della cultura.
COPRODUZIONE
25 – 26 MAGGIO 2027
REMINISCENCIA ideazione e creazione Malicho Vaca Valenzuela
con Malicho Vaca Valenzuela
in video Rosa Alfaro, Lindor Valenzuela
assistente alla regia Ébana Garín Coronel
produzione esecutiva MC2: Maison de la Culture de Grenoble – Scène nationale
produzione artistica Ébana Garín, Luis Guenel, Roni Isola – Collectif Cuerpo Sur
spettacolo in spagnolo cileno con sopratitoli in italiano
OSPITALITÀ INTERNAZIONALE (Cile)
TEATRO TORLONIA
15 – 18 OTTOBRE
PAZZO AD ARTE
frammenti di vita che ci ri-guardano
liberamente tratto da alcune scene del dramma The Tragedy of Hamlet, Prince of Denmark di William Shakespeare
di Alessandra Niccolini e Giuseppe Pestillo
con Giuseppe Pestillo
OSPITALITÀ
29 OTTOBRE – 1 NOVEMBRE
WITCH IS
progetto di LANDI/MIGNEMI/PARIS
drammaturgia di Francesca Mignemi
regia Virginia Landi
con Giorgia Iolanda Barsotti, Eleonora Paris, Cristiana Tramparulo
costumi di Rossana Gea Cavallo – musiche e sound design di Andrea Centonza
produzione IL TEATRO DELLE DONNE, Firenze
con il sostegno del Centro di Residenza della Toscana Armunia-Capotrave/Kilowatt e Z.I.A. – Zona Indipendente Artistica
consulenza live electronics Emanuele Pontecorvo Cura e diffusione Edoardo Lazzari
organizzazione e amministrazione Giusy Guadagno ProduzioneExtragarbo Snaporazverein (CH),
Lavanderia a Vapore – Centro di Residenza per la Danza (IT), Murmuris (IT), IntercettAzioni – Centro di Residenza Artistica della Lombardia (IT), Linha de fuga (PT),
con il sostegno di Premio Vienna (Direzione Generale Creatività Contemporanea del Ministero della Cultura, d’intesa con la Direzione Generale per la Diplomazia Pubblica e Culturale del Ministero degli Affari Esteri e della Cooperazione Internazionale e l’Istituto Italiano di Cultura di Vienna), Phonogrammarchiv (AT)
OSPITALITÀ
3 – 6 DICEMBRE
RACCONTI ROMANI – prima parte regia di Danilo Capezzani tratto da Ladro dei lumi di Elsa Morante PRODUZIONE
10 – 13 DICEMBRE RACCONTI ROMANI – seconda parte regia di Danilo Capezzani tratto da Roma amara e dolce di Ercole Patti
PRODUZIONE
21 – 24 GENNAIO
QUARTET
di Heiner Müller
traduzione Saverio Vertone
regia Maximilian Nisi
con Viola Graziosi, Maximilian Nisi
musiche originali Stefano De Meo
scene e costumi Vincenzo La Mendola
produzione Teatro della Città
OSPITALITÀ
28 – 31 GENNAIO
CRISOTEMI
di Ghiannis Ritsos traduzione di Nicola Crocetti
diretto e interpretato da Elena Arvigo
disegno luci Pietro Sperduti
scene e costumi Elena Arvigo in collaborazione con Maria Alessandra Giuri
produzione SantaRita & Jack Teatro
si ringrazia la gentile collaborazione di Eleonora Bossi
OSPITALITÀ
3 – 7 FEBBRAIO
GERTRUDE, LUCIA E LE ALTRE
liberamente tratto da Il cuore è un guazzabuglio di Eleonora Mazzoni (Einaudi 2023)
di e con Eleonora Mazzoni
regia di Simonetta Solder
voce recitante fuori campo Lino Guanciale
disegno luci Camila Chiozza sound design Lorenzo Danesin
produzione Compagnia Lombardi-Tiezzi in collaborazione con Ass. Cult. Padiglione Ludwig
OSPITALITÀ
25 – 28 FEBBRAIO
LEI NON SA COSA VUOLE
di Luisa Merloni
regia Manuela Cherubini
con Luisa Merloni e Daniele Natali
disegno luci Camila Chiozza
produzione Bluemotion/Angelo Mai – Psicopompoteatro
OSPITALITÀ
4 – 7 MARZO
BEATA OSCENITA’
di Massimo Sgorbani
regia Serena Sinigaglia
con Gianluca Ferrato
scene Andrea Belli
luci e suono Roberta Faiolo
costumi Valeria Bettella
video Fabio Brusadin
produzione Teatro Stabile di Bolzano
OSPITALITÀ
18 – 21 APRILE
ARCHIMEDE
di Costanza DiQuattro
con Mario Incudine
e con Antonio Vasta e Tommaso Garré
regia Alessio Pizzech
scene e costumi Andrea Stanisci
assistente alla regia Tommaso Garré
musiche Mario Incudine
eseguite dal vivo da Antonio Vasta
produzione Centro Teatrale Bresciano, La Contrada Teatro Stabile di Trieste / Teatro della Città,
in collaborazione con Teatro Donnafugata
produzione esecutiva A.S.C. Production Arte Spettacolo Cultura
OSPITALITÀ
16 – 30 APRILE
VITA A RATE
di Riccardo Caporossi
interpreti Nadia Brustolon, Vincenzo Preziosa
scena e regia Di Riccardo Caporossi
luci Nuccio Marino
PRODUZIONE
21 – 30 MAGGIO
SPETTACOLO POLITICAMENTE SCORRETTO CHE SI PUO’ INTERROMPERE PREMENDO UN TASTO
regia Enrico Torzillo
con Jacopo Carta, Francesco Petruzzelli, Maria Grazia Trombino
produzione Teatro di Roma – Teatro Nazionale
PRODUZIONE
CAPITALE DANZA 2027
TEATRO ARGENTINA
8 – 9 MAGGIO
PORTRAIT
concept e coreografia Mehdi Kerkouche
composizione musicale Lucie Antunes
assistente alla coreografia Alexandra Trovato
light design Judith Leray
scenografia Mehdi Kerkouche e Judith Leray
costumi Guillaume Boulez
trucco Sabine Leib
vocal coaching Nathalie Dupuy
stage e sound management Frédéric Valtre e Vincent Henry
lighting management Marine Stroeher e Henri Coueignoux
danzatori (a rotazione) Marilou Bévis, Margot Bouchet, Maxime Gomard, Jaouen Gouevic, Matteo Lochu, Sacha Neel, Paul Redier, Amy Swanson, Nina Vernin, Titouan Wiener-Durupt et Timothée Zig
produzione Centre chorégraphique national de Créteil et du Val-de-Marne| EMKA
coproduzione Festival Suresnes Cités Danse 2023 avec le soutien de Cités Danse Connexions I Théâtre- Sénart, scène nationale I Chaillot – Théâtre national de la Danse I Visages du monde, Cergy I L’Archipel, Scène nationale de Perpignan
15 – 16 MAGGIO
MOMO
coreografia Ohad Naharin
con la collaborazione dei danzatori della Batsheva Dance Company e Ariel Cohen
danzatori Yarden Bareket, Emil Brukman, Adi Blumenreich, Nathan Chipps, Holden Cole, Guy Davidson, Iyar Elezra, Eddieomar Gonzalez Castillo, Sean Howe, Londiwe Khoza, Adrienne Lipson, Bo Matthews, Sofiia Pikalova, Danai Porat, Igor Ptashenchuk, Leann Reizer, Kelis Robinson, Yoni (Yonatan) Simon, Gili Yaniv Amodai, Yarden Zana.
light design Avi Yona Bueno (Bambi)
scenografia Gadi Tzachor
costumi Eri Nakamura – sound design & design e editing dei brani musicali Maxim Waratt
con il supporto di Batsheva New Works Fund, American Friends of Batsheva, L’Association Pluriel pour l’Art Contemporain, The Zita and Mark Bernstein Family Foundation, Factory54
TEATRO INDIA
4 – 5 MAGGIO
IN RELATION TO WHOM?
concept, coreografia e performance Marah Haj Hussein e Nur Garabli
drammaturgia Krystel Khoury
light design Pôl Seif
scenografia Agnese Forlani
esecuzione e composizione musicale Verena Rizzo
tecnico suono Korin Rizzo – costumi Smila Zinecker – manager di produzione Ehren Verrelst
produzione Monty – coproduzione Kunstencentrum BUDA, Saraya Theater, Theater Rotterdam, Points communs, Nouvelle scène nationale Cergy-Pontoise / Val-d’Oise, Fondation Royaumont, EPPGHV La Villette, Centre national de la danse (CND), De Singel, La Briqueterie CDCN, Les Halles de Schaerbeek, Frascati Producties, Le Maillon – Théâtre de Strasbourg. Con il supporto di Ammodo, De Vlaamse Overheid. Si ringrazia Rabeah Morkus Dance Studio – Kofor Yasif, The Work Room – Glasgow, Battersea Arts Centre – London, KAAP – Bruges, Hana Dance House – Haifa
6 MAGGIO
LA MEZZANOTTE DELLA DANZA(che non è una Cenerentola)
concept e direzione artistica Gabriella Stazio
interverranno artisti e coreografi under 35
talk e panel a cura di AGIS – Associazione Generale Italiana dello Spettacolo
7 – 8 MAGGIO
CROCODILE
coreografia e drammaturgia Martin Harriague in collaborazione con Emilie Leriche
musica Canto Ostinato di Simeon Ten Holt
interpreti Emilie Leriche e Martin Harriague
musica dal vivo Julien e Stéphane Garin – Ensemble 0
arrangiamento Petar Klanac – scenografia e light design Martin Harriague – costumi Vanessa Ohl
produzione Scène Nationale Sud Aquitain, Scène 55 Mougins, Temps d’Aimer la Danse Biarritz, Malandain Ballet Biarritz. Con il sostegno del Ministère de la Culture / DRAC Nouvelle-Aquitaine.
11 – 12 MAGGIO
OUTBREAK
coreografia James Florendo
nuova produzione per 8 danzatori
musiche James Florendo e AA.VV.
light design Emanuele De Maria
ideazione costumi James Florendo
produzione Balletto di Roma
14 – 15 MAGGIO
RENDEZ- VOUS
coreografia Simone Repele e Sasha Riva
con Leonardo Mazzarotto
produzione Riva & Repele
16 MAGGIO
Nuove Generazioni dai 6 anni
CUOR DI CONIGLIO
creazione Compagnia Dimitri/Canessa
regia Elisa Canessa
danzatori Federico Dimitri e Francesco Manenti
collaborazione artistica Giorgio Rossi
light design Marco Oliani – sound design Tommaso Marzini Della Ragione
scenografia e costumi Matilde Gori / Atelier Zaches
produzione Associazione Sosta Palmizi, Pilar Ternera / Nuovo Teatro delle Commedie e Straligut Teatro con il sostegno residenziale di Centro di Residenza della Toscana (Fondazione Armunia Castiglioncello –CapoTrave/Kilowatt Sansepolcro), Wintergarten – Atelier di teatro permanente e In Tel Fade
NUOVE GENERAZIONI
TEATRO INDIA
16 – 27 NOVEMBRE
ENDING
di Roberto Gandini e Roberto Scarpetti
regia Roberto Gandini
con Iulia Bonagura, Edoardo Maria Lombardo, Fabio Piperno, Tiziana Scrocca, Carolina Sisto
produzione Teatro di Roma – Teatro Nazionale
PRODUZIONE
22 DICEMBRE – 6 GENNAIO
STORIE DI NATALE
di Gianni Rodari, Bernard Friot, Andrea Valente, Roberto Gandini
adattamento e regia Roberto Gandini
con Irene Ciani, Edoardo Maria Lombardo, Paolo Minnielli, Giulia Navarra, Fabio Piperno
produzione Teatro di Roma – Teatro Nazionale
PRODUZIONE
23 – 24 GENNAIO
MARMOCCHIO
una specie di Pinocchio di marmo
Radiodramma animato per i ragazzi di tutte le età
progetto scenico e regia I Sacchi di Sabbia
con Serena Guardone
e le voci di Gabriele Carli, Giulia Gallo, Giovanni Guerrieri, Enzo Illiano, Carlo Ipata, Federico Polacci, Giulia Solano, Daniele Tarini
disegno luci Luca Tessieri
costruzione scene Antonio Calandrino disegno e progetto grafico Enrico Pantani
produzione Fondazione Sipario Toscana | I Sacchi di Sabbia
dai 7 anni
6 – 7 FEBBRAIO
CLÀSSICS
uno spettacolo di marionette in sette scene
autore, regista e performer Jordi Bertran
suoni e luci Isabel Martinez
costumi Ma Dolors Fernandez
produzione Companyia Jordi Bertran
dai 5 anni
TEATRO TORLONIA
10 – 11 OTTOBRE
ALBERT eD IO
di Francesco Niccolini
drammaturgia Flavio Albanese, Marinella Anaclerio, Francesco Niccolini
direzione scientifica Marco Giliberti
regia Marinella Anaclerio
con Flavio Albanese
produzione Compagnia del Sole, Fondazione Sipario Toscana Onlus, Fondazione TRG
dagli 11 anni
24 – 25 OTTOBRE
CHARLIE GORDON
di Patrizio Dall’Argine
liberamente ispirato al racconto Fiori per Algernon di Daniel Keyes
costumi Veronica Ambrosini
burattinaio Patrizio Dall’Argine
produzione Teatro Caverna
dai 6 anni
14 – 15 NOVEMBRE
ODE ALLA VITA
di e con Manuela Capece e Davide Doro
un progetto della compagnia rodisio
in collaborazione con Unicorn Theatre (London, UK), Espace600 (Grenoble, FR) Centre d’Animation de la Cité (Lausanne, CH), VolterraTeatro Festival
dai 3 agli 8 anni
17 DICEMBRE – 6 GENNAIO
LA MOSCA VERDOLINA
di Giorgio Parisi regia Davide Doro
ddattamento drammaturgico Emanuele Di Giacomo con Jacob Olesen
produzione Teatro di Roma – Teatro Nazionale
PRODUZIONE
16 – 17 GENNAIO
PETITES HISTOIRES SANS PAROLES
con Brice Coupey e Jean-Luc Ponthieux
produzione Compagnie l’Alinéa
dai 5 anni
20 – 21 FEBBRAIO
HO UN PEZZETTINO IN GOLA
di e con Valentina Dal Mas
testo originale Valentina Dal Mas
direzione tecnica Federico Fracasso
consulenza luci Alessio Guerra
produzione La Piccionaia Centro di Produzione Teatrale
in collaborazione con Compagnia Abbondanza/Bertoni
produzione 2025
dai 6 anni
13 – 14 MARZO
FARE UN FUOCO
di Francesco Niccolini e Luigi D’Elia
molto liberamente ispirato ai Racconti dello Yukon di Jack London
con Luigi D’Elia
regia Francesco Niccolini e Luigi D’Elia
disegno luci Francesco Dignitoso
assistenti alla produzione Elisabetta Aloia, Adalgisa Vavassori, Susanna Zoccali le musiche originali sono di Giorgio Lazzarini
produzione Teatri di Bari | Fondazione Sipario Toscana – La Città del Teatro In collaborazione con INTI
dai 9 anni
7 – 11 APRILE
FESTIVAL CONTEMPORANEO FUTURO
VII EDIZIONE
a cura di Fabrizio Pallara
Teatro India, Teatro Torlonia
RASSEGNE CULTURALI 2026/2027
GENNAIO – APRILE anteprima domenica 8 novembre 2026
LUCE SULL’ARCHEOLOGIA
Voci di donne straordinarie. Il ruolo femminile nella storia e nella cultura di Roma
TEATRO ARGENTINA
FEBBRAIO – APRILE TRA PSICHE E MITO. Dialoghi sull’essere
TEATRO VALLE, ARGENTINA
NOVEMBRE – MAGGIO LE VERITA’ SOSPESE
TEATRO VALLE
NOVEMBRE – APRILE CHE NE SARA’ DI NOI?
TEATRO VALLE
NOVEMBRE – MAGGIO IL TEATRO VALLE: TRECENTO ANNI DI SPETTACOLI
TEATRO ARGENTINA – TEATRO VALLE
NOVEMBRE – MAGGIO LE STAGIONI DEL TEATRO DI ROMA. Volti, memorie e visioni
TEATRO ARGENTINA – TEATRO VALLE
GENNAIO – MAGGIO LE DONNE DELL’ASSEMBLEA COSTITUENTE
In un non posto ai confini della cosiddetta vita civile lavorano 4 fattorini: Nuno, Munir, Dani ed Eduardo. Ci sono solo loro e una macchina intelligente che li avvisa delle consegne da effettuare. E poi li paga.
In scena, lo spazio è organizzato in una modalità indeterminata che invita lo spettatore ad immaginarlo come una discarica, in qualche modo però strutturata come un anfiteatro. Dei gradoni, infatti, si affacciano su una sorta di palco dove va in scena la vita lavorativa e privata dei 4 fattorini (la cura delle scene è di Lua Quiroga Paul).
Li chiamano “Los de Ahí” – ovvero “quelli di là” – non meglio identificati da “quelli di qua”. Nessun contatto tra loro, neppure sul confine tra i due mondi, se non per il lancio di sacchi di spazzatura fatto con indifferenza verso i 4 fattorini. Nonostante “quelli di là” svolgano per “quelli di qua” il servizio delle consegne, non c’è nessun rispetto verso di loro.
E i 4 fattorini a urlare: “familia!”. A sottolineare che lì dove tirano la loro immondizia, lì, proprio lì nella discarica, c’è una famiglia.
Perché Nuno, Munir, Dani ed Eduardo si considerano davvero una forma di famiglia.
Il valore della famiglia, infatti, trascende il legame biologico e giuridico. E loro “i Los de Ahi” sono un felice esempio di micro-società: sono una comunità ristretta dove si impara la cooperazione, la gestione dei conflitti e il rispetto delle regole di convivenza.
Le vite di Nuno, Munir, Dani ed Eduardo – nonostante fragilità inevitabili – sono ricche infatti di partecipazione. Tra loro c’è un bel senso di partecipazione: ci si aiuta, c’è un sacro rispetto per chi non c’è ma è stato una guida (incluse le sue cose, che in sua assenza restano sue e non diventano preda di altri), si scherza e si ha cura dell’altro se è in difficoltà. Anche quando chi ha bisogno fa fatica a riconoscerlo, chiedendo aiuto.
E poi consumano l’attesa tra una chiamata e l’altra per le consegne facendo musica, cantando, raccontandosi. Hanno una bella vitalità.
La loro attesa impaziente per il segnale di chiamata non nasce solo dal bisogno di guadagnare: è quel piacere più sottile di sentirsi chiamare, di sentirsi cercare – anche solo da un suono meccanico – che però crea l’ilusione di una sorta di contatto con l’Altro, che riconosce loro esistenza. E li fa sentire vivi.
L’unico contatto, infatti, che riesce ad oltrepassare la cortina – e di cui tutti si inebriano – è olfattivo: è l’odore del forno che cuoce pane e dolci. Cuore alchemico della casa, l’odore del forno è il simbolo primordiale della trasformazione, del nutrimento e dell’accoglienza. E così il profumo della cottura rende per un attimo anche il loro ambiente accogliente e sicuro, evocando un gran bel senso di appartenenza.
L’effervescente drammaturgia di Claudio Tolcachir dalla provocazione poeticamente politica, racconta anche di Nuno che da poco ha avuto una bambina, che adora anche quando deve cambiarle i pannolini. I suoi amici lo portano bonariamente in giro dicendogli che quell’odore gli si attacca addosso ma lui ogni volta verifica, annusandosi, e se ha qualche dubbio tira fuori dal suo zaino deodorante e salviettine umidificate.
Mirja è la sua ragazza, nonché mamma della loro piccolina ma, come spesso accade alle neomamme, ha difficoltà a dedicarle attenzioni. La piccola è un po’ quel “diverso” – con il quale ogni neomamma deve imparare ad entrare in relazione – che sembra succhiare via ogni istante di vita. Allo stesso tempo però una mamma che tende ad allontanarsi dalla propria figlia è considerata una madre incomprensibile: anche lei “una straniera” rispetto al cosiddetto “normale” sentire materno.
E argutamente Tolcachir sceglie di cambiarle lingua, per rendere ancora più efficace questo distaccamento. Ma Nuno non giudica, né si perde d’animo: è sua cura essere più presente in questo momento di criticità.
Ma nemmeno gli altri, seppur spiazzati, la giudicano. L’unica a permettersi dell’ironia è solo Susan, che essendo donna e conoscendo questa possibile crisi, in alcuni “a parte” ci confessa di sentirsi sollevata, a non essere sola.
L’attenzione che Nuno dedica a sua figlia e a Mirja, la rivolge anche a Dani: il fattorino che cade continuamente dalla bici – mezzo che usano tutti per lavorare – avendo un problema visivo: fragilità di cui lui riesce a parlare solo con Susan, la donna con la quale convive. E che gli cura amorevolmente le sue abrasioni post caduta con lo zucchero.
Dani suscita spesso l’irritazione di Munir perché vorrebbe sostituire la propria bici, piuttosto malandata, con quella di Edoardo, l’altro fattorino che però da giorni non si fa vivo. Munir prova un profondo rispetto per lui perché Edoardo gli ha insegnato il lavoro. E allora fa sì che la sua identità non venga sminuita solo perché al momento sembra invisibile. Ma Edoardo non tornerà e sarà Susan a prendersi cura con dolce malinconia di Munir, per aiutarlo ad accettare e ad attraversare il dolore.
I colpi di scena non sono ancora terminati: i 4 amici perderanno il lavoro. Ma tra loro c’è quel legame che permette di sostenersi l’un l’altro. Ed è così – con la consapevolezza che dietro a ogni fine c’è sempre un nuovo inizio – che ciascuno intraprenderà un differente percorso. Tutto da scoprire. L’importante è non fermarsi: “continuiamo !”.
Decisamente interessante risulta la visualizzazione scenica qui restituita suggestivamente dall’anfiteatro costruito sulla discarica. Il Teatro, infatti, da sempre si dedica a lavorare sui resti, su ciò che preferiamo scartare e rimuovere gettandolo nella spazzatura dell’inconscio.
Quelle nostre fragilità e quei traumi cioè che preferiamo non integrare con l’immagine che per tutta la vita ci impegniamo a costruire e a manutenere.
Il Teatro invece – ci ricorda Claudio Tolcachir – è la nostra casa dove possiamo trasformare la nostra immondizia, ovvero “ciò che resta” (il dolore, il ricordo, i frammenti di una storia o di una vita) in una nuova forma di conoscenza e di riflessione collettiva.
Immondizia possono essere anche le tensioni sociali del presente, come la tensione provocata dall’immigrazione. Un naturale fenomeno sociale che – seppur incarni nella sua essenza i significati di cambiamento, globalizzazione e superamento dei confini – viene spesso percepito come una minaccia all’identità nazionale e alla sicurezza. Tanto che il migrante diventa il simbolo su cui la società proietta le proprie paure di impoverimento e di smarrimento.
E’ il timore che “ciò che è straniero” veicola entrando in una nuova comunità: tema affrontato da Tolcachir anche in “Rabia”, lo spettacolo che insieme a “Los de Ahí” dà forma al dittico che nei giorni scorsi è stato ospitato al Teatro India, riscuotendo grande partecipazione.
Lo “straniero” rappresenta infatti quel “diverso” che facciamo fatica ad integrare, ad accogliere perché percepito come quel qualcosa di ignoto che, solo perché non ancora conosciuto, si crede possa mettere a rischio l’identità del gruppo. Ma che invece, se non riconosciuto nella sua identità, può dare vita ad assai più pericolose degenerazioni.
E’ naturale che l’arrivo di culture “altre” solletichi la comunità ospitante ad interrogarsi sulla propria identità, sui propri valori fondanti e su cosa significhi appartenere a una specifica nazione.
Ma la reazione può non essere solo quella di chiusura e di maggiore definizione dei confini della terra ospitante. Sono possibili ed efficaci, se ben calibrati, tentativi di integrazione che gioverebbero di molto ad un arricchimento e ad un rinnovamento di entrambe le culture che si stanno incontrando.
E il Teatro, attraverso l’esperienza artistica della compassione, aiuta a percepire “gli altri” – “quelli che stanno di là” – sorprendentemente più vicini, facendo sciogliere l’illusione di un’autosufficienza del “noi” rispetto al “loro”.
Anche perché, simbolicamente, “straniero” non è solo il cittadino di un altro Paese. È la parte di noi stessi che ci risulta estranea e incomprensibile, e che ci spaventa. Ma che è fondamentale per comprendere la nostra identità e il nostro senso di appartenenza.
Significato meravigliosamente racchiuso in quel gesto di Susan che, per curare le ferite di Dani, mette dello zucchero per disinfettarle e farle cicatrizzare. Prendersi cura dell’Altro cioè – ci ricorda Claudio Tolcachir – è la prova che due opposti possono unirsi e convivere.
Mettere il dolce sulla ferita racchiude, infatti, l’antico auspicio di trasformare il dolore in guarigione, o di lenire l’amarezza della vita con una cura dolce.
In quanti modi può manifestarsi il furore della rabbia? E quanti usi se ne possono fare?
Con la cifra stilistica che lo contraddistingue Claudio Tolcachir intriga e spiazza per poi intenerire fino alla commozione lo spettatore, portandolo al cospetto di manifestazioni dell’animo umano, così umane da sembrare surreali.
La rabbia è un’emozione non univoca, decisamente sorprendente. Da un lato è l’archetipo del fuoco, della distruzione e della perdita del controllo in risposta a un’ingiustizia, o meglio in risposta alla percezione di un’invasione insopportabile di un confine vitale. Dall’altro lato la rabbia incarna unaforza vitale trasformativa, che libera e distrugge per creare un terreno fertile: per dare vita ad una nuova consapevolezza.
(ph. Lucia Romero)
In questo adattamento, il José Maria di Claudio Tolcachir si racconta in presa diretta: è il fidanzato di Rosa, una donna che lavora come domestica nella villa dei Blinder. Una coppia borghese di Buenos Aires,microcosmo sociale metafora di un’Argentina corrotta e priva di valori: decadente proprio come la villa che fa da palcoscenico alla narrazione. La novella è infatti ambientata nell’Argentina travolta dalla grave crisi economica e sociale del 2001 e descrive una società borghese arricchita ma disillusa, che fa da sfondo alle disuguaglianze e alle tensioni proprie del periodo.
Un complesso momento storico che si è trovato ad attraversare lo stesso Tolcachir che al tempo viveva a Buenos Aires. E che per reazione, per trasformare cioè la precarietà e l’isolamento in opportunità creativa, sceglie di dare forma, insieme alla sua compagnia, ad uno spazio indipendente di resistenza e di creatività. Fondando un proprio movimento culturale: il Teatro Timbre 4. La sede originaria non era un teatro tradizionale, ma la casa stessa di Tolcachir nel quartiere di Boedo, dotata di una sala allestita in fondo al patio. In un momento in cui il Paese si sgretolava, il teatro ha rappresentato un rifugio, uno strumento di aggregazione sociale e un’occasione per raccontare quell’umanità più fragile e invisibile, lasciata ai margini dalla crisi.
Quell’umanità di cui José Maria è un rappresentante.
Tornando allora alla narrazione, un giorno – dopo un’esplosione di rabbia che lo portò a reagire esageratamente verso un’ingiustizia in ambito lavorativo – José Maria senza farsi notare da nessuno (neanche dalla stessa Rosa) decide di insinuarsi nei meandri della villa e di rimanervi segretamente nascosco per tre anni. Questa invasione clandestina della villa è il suo modo di ribellarsi e di negoziare il prezzo di un’ingiustizia da lui arrecata, a fronte di un’ingiustizia sociale che è costretto a subire.
E così, dimenticato dalla società che lo considera invisibile nei suoi diritti, proprio da invisibile si esilia dalla società per trovare segreto asilo nelle parti (anche loro) dimenticate, e quindi in disuso, della villa. Scegliendo però di mantenere un contatto, a senso unico, esclusivamente con l’amata Rosa, che lavora e abita in questa villa.
In effetti José Maria riesce a dare forma, in questa sua vita parallela, ad una certa vita erotica con Rosa. Spiandola segretamente, si sente infatti comunque a lei vicino, seppur separato da un muro di segreti che lo esclude dalla vita reale.
Carico della sua rabbia, che a differenza della tristezza non svuota ma sostiene, José Maria per tre anni “resiste” inventandosi un nuovo modo di vivere senza farsi notare. E, a suo modo, paradossalmente, in questa casa trova anche un qualche conforto familiare: una sorta di rifugio esistenziale e un surrogato di affetti.
Ma la realtà esplosiva dei propri desideri repressi – che parlano di un disperato bisogno di contatto, indispensabile per essere riconosciuto nella propria identità – si farà sentire ancora, quando il silenzio e la finzione risulteranno insostenibili. Proverà anche, Josè Maria, a stabilire un contatto e quindi a socializzare e a farsi accogliere nel consorzio vitale dei topi, con i quali si ritrova a condividere gli spazi abbandonati della villa. Animale tra animali.
Ma anche qui, in questo consorzio, le cose non vanno meglio. La loro rabbia non è meno distruttiva di quella degli uomini. Infatti anche i topi con i quali José Maria si trova a dover coabitare nel buio della soffitta, lo attaccano: anche loro animali disprezzati che vivono nell’ombra. La loro è la reazione rabbiosa dell’emarginato, del represso, che se minacciato scatena una reazione sproporzionata e vendicativa.
Sembrerebbe allora che la massima difficoltà dello stare al mondo, generalmente inteso, sia proprio quella di integrare “il diverso” con “il simile”. Quel perturbante capace di far riaffiorare contenuti inconsci rimossi e credenze primitive superate. Quel brivido che proviamo quando ciò che dovrebbe restare nascosto, torna alla luce (come ben visualizzato dal disegno luci di Juan Gómez-Cornejo).
La scena sa rendere con magnifico simbolismo lo spazio non solo fisico (quello della villa) ma anche quello della mente del protagonista: la cura delle scene è di Emilio Valenzuela. E’ infatti uno spazio restituito da una scala, che ci si dà in varie prospettive, proprio come la mente di José Maria quando viene sollecitata da qualcosa di perturbante.
Più di ogni altra cosa – ci confida José Maria – a intimorirlo e insieme ad affascinarlo è il modo in cui i suoni penetrino in casa. Sua priorità è proprio quella di evitare, o di frammentare in piccole parti, i rumori che potrebbero rivelare la sua presenza. Anche i rumori, infatti, sono reazioni a determinati “contatti” che lui, in questa sua vita parallela, si sta imponendo di non avere.
E così, con eleganza sobria e riservata, in una seconda pelle grigio topo, il Josè Maria di Tolcachir penetra dentro e fuori di sè, temendo di essere intercettato anche attraverso contatti di luce, suggestivamente resi da un disegno luci calibratissimo.
I suoi occhi sono ora le sue orecchie: sono loro che gli restituiscono la misura della sicurezza del muoversi vitale. Nel suo spiare acustico segue tutto quello che avviene nella villa, incluso ogni momento di intimità di Rosa. Ed è così che un giorno si accorge di come lei cada preda del desiderio violento del figlio dei due coniugi padroni della villa.
Un evento che fa eruttare la sua rabbia incontrollata, accecata dal desiderio di dominare, annientare e incorporare il violentatore in un atto di sottomissione definitivo.
Dalla violenza subita da Rosa nascerà un figlio, che Josè Maria non farà alcuna fatica ad accettare come suo, teneramente seguendolo ogni giorno per rubare qualche attimo solo con lui, approfittando dei momenti in cui Rosa è costretta a spostarsi di stanza per le pulizie.
Ma la storia di Josè Maria non finisce qui: ad attendere lo spettatore c’è un finale terribile eppure dolce.
La performance di Claudio Tolcachir è straordinaria. Lui sa farsi corpo disponibile ad accogliere l’intero spettro, perversamente emotivo, da cui la rabbia di José Maria è abitato.
Una disponibilità, quella di Tolcachir, piena di grazia. Colma di quella compassione che – lungi dall’essere semplice pietà o debolezza emotiva – è espressione di una interconnessione esistenziale che riconosce come la sofferenza e la fragilità appartengano a tutti gli esseri umani. Una disponibilità, la sua, che è espressione del coraggio di non distogliere lo sguardo di fronte al dolore altrui, trasformando l’empatia in un desiderio attivo di conoscenza e di autoconoscenza.
E lo spettatore, come ogni volta al termine del viaggio sentimentale affrontato partecipando ai suoi spettacoli, si sorprende del sentire affiorare in sè quel disarmante senso di tenerezza, segno di vulnerabilità condivisa.