– LE FALSE CONFIDENZE – regia Arturo Cirillo

– di Pierre de Marivaux –

traduzione Arturo Cirillo

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TEATRO ARGENTINA

dal 14 Aprile al 3 Maggio 2026


Al momento di prendere posto in sala, la regia di Arturo Cirillo sceglie di riempirci gli occhi con un’autorevole superficie solida, frontale, ben definita. Adagiata su basi d’insostenibile leggerezza  (la cura delle scene è di Dario Gessati). Suggestiva allusione freudiana a quell’ “io, che non è padrone in casa propria”, concetto a qualche livello già inscritto all’interno del testo del 1737 di Pierre de Marivaux, acutissimo osservatore dell’animo umano.

Nel testo, infatti, si congegna un rapporto servo-padrone che va al di là di una prima lettura: qui infatti sono proprio coloro che dovrebbero (solo) servire, a indirizzare in maniera sotterranea e complice il desiderare dei padroni. E non solo. Tutti si somigliano: tutti sono un po’ servi e un po’ padroni. L’onesta Araminte, ad esempio, scoprirà ad un certo punto di non essere poi così lontana dall’intrigare proprio dei suoi servi; così come i servi, nell’orchestrare più o meno consapevolmente l’unione tra Araminte e Durante, metteranno in gioco dinamiche da padroni. Una dialettica quella servo-padrone che sarà presa in esame nella “Fenomenologia dello spirito” di Hegel (1807) e successivamente riletta da Jacques Lacan, negli scritti dell’immediato dopoguerra, come lotta per il riconoscimento del proprio desiderio da parte del desiderio dell’altro. Dialettica qui in scena ben evidenziata in ogni aspetto della regia e sottolineata con particolare efficacia – inquietantemente erotica – dalla drammaturgia musicale (la cura del suono è di Federico Mezzana).

Di questo ci parla, infatti, fin dall’inizio la scena: di come dietro a costruite solide apparenze sociali si celi in realtà qualcosa di più raffinatamente irrazionale, capace di sconvolgere ciò che poi così solido si dimostra non essere. Perché il motore delle azioni umane più autentiche si dà in ciò che sta dietro la facciata – come suggestivamente visualizzato dal meccanismo scenico – e che può essere tirato avanti.

Ad esempio attraverso un ritratto. 

Perché il ritratto è il risultato dello sguardo di qualcun altro su di noi, che promuove una più profonda conoscenza di noi stessi. Un ritratto che qui in scena scopriamo visualizzarsi sul retro di quella facciata così apparentemente solida e ben definita – ma che a ben guardare si componeva di vari tasselli – che ci accoglieva al momento di prendere posto in sala. Un ritratto che, inoltre, si dà attraverso una moltitudine di ritratti, in quanto le varie anime di un soggetto possono essere scomposte da quell’apparente unicum che è dato dalla facciata: maschera tra le tante, che scegliamo di indossare.

La lettura registica e la traduzione del testo originale di Marivaux da parte di Arturo Cirillo riflettono un paesaggio interiore che invita lo spettatore a interrogarsi: dove la risata viene declinata in una torsione d’autenticità; dove una determinata postura e una certa prossemica in secondo piano divengono narrazione. Una narrazione che ci parla dei vari modi di essere umani, attraverso segreti sedimentati in gesti, in silenzi. 

E allora ci si chiede: che cosa anche noi riusciamo davvero a vedere, e cosa invece ci sfugge?  Proprio come si chiede Araminte: “Che cosa c’è dunque che voi riuscite a vedere e io no? Non so penetrare in queste cose; confesso che mi ci perdo”. Eloquentemente intrigante si rivela qui la drammaturgia del disegno luci – curata da Pasquale Mari – sapientemente scritta giocando sugli effetti del controluce. 

Così come molto ben restituita dagli interpreti è l’energia sotterranea di ciascun personaggio. Ad iniziare dall’Arlecchino di Francesco Petruzzelli: incarnazione di quella vitalità e di quello scapestrarsi giocoso, che richiedono oltre che doti acrobatiche anche sensibilità dalle sfumature demoniache, di cui Petruzzelli offre una restituzione davvero accattivante. Interessante anche la rivisitazione del suo abito – la cura dei costumi è di Gianluca Falaschi – che sottende ad una natura più contemporanea di scugnizzo glamour.

Dubois, artefice e regista di tutta la macchinazione narrativa – metafora del lavoro psichico di complice conflittualità delle aree sotterranee del nostro inconscio – desidera ambiguamente condurre Dorante nelle braccia di Araminte. Un servitore, Dubois, che si attiva anche in risposta all’inattività creativa del suo Dorante che, caduto in disgrazia, dismette il ruolo dialettico di padrone. Dorante infatti, avendo perso le sue ricchezze materiali, crede di aver perso anche tutte le possibilità per esprimere la propria indipendenza. 

Sarà allora il servitore Dubois che con il suo sotterraneo lavoro creativo servirà il suo padrone facendone velatamente le veci. Dorante in fondo gli lascia carta bianca.

E Arturo Cirillo è maledettamente efficace nel vestire i panni lusinghevolmente serpeggianti di colui che inganna attivando una tensione tale, da risvegliare le parti più nascostamente creative di ognuno dei personaggi.  Sagacemente Gianluca Falaschi lo veste con un completo di lino: un tessuto naturale, fluidamente osmotico, come la sua natura. Accessoriandolo con uno scettro: un elegante piumino scaccia-polvere. E con un elegante fazzoletto: straccio anti-traccia complice del suo continuo spiare, per verificare l’andamento delle sue “creazioni”. 

Un servitore, il Dubois di Cirillo, che per il suo caos liberatorio ricorda la Maschera di Pulcinella: simbolo poliedrico dell’uomo comune capace di incarnare resilienza, astuzia, ironia e ribellione.

(ph. Manuela Giusto)


Così come la musicale Marton di Giulia Trippetta ricorda la Colombina della Commedia dell’Arte per astuzia femminile, intelligenza pratica, vivacità sbarazzina, malizia garbata e capacità nel gestire intrighi amorosi. Qui Falaschi la veste in nero come ad evidenziare la sua capacità a muoversi nell’ombra, soprattutto quando scopre di avere rivali in amore. 

L’oggetto del contendere è Dorante, un giovane uomo in piena crisi esistenziale. Falaschi lo veste con tutti i toni del nero per evidenziare questa sua assenza di luce. Ma come nessun nero riesce a schermare totalmente la luce, così la psiche di Dorante ne lascia passare spiragli che – captati e sapientemente indirizzati dal suo servitore Dubois – porteranno a un nuovo inizio vitale per Dorante. Giacomo Vigentini sa restituire tutta la freschezza che fa capolino in ogni frase piena di sconforto. E’ una qualità del respiro, la sua, che parla di una lotta continua tra la tentazione a deprimersi e una prepotente spinta vitale “a provarle tutte”.

Si sintonizza perfettamente a questa qualità del respiro, l’Araminte di Elena Sofia Ricci. Entrambi brillano di questa continua concitazione interiore che li tormenta di timori e di dubbi. Finche non vivranno un’evoluzione che porterà entrambi a conoscere meglio se stessi, proprio grazie allo sguardo dell’altro. Magnifica la trasformazione dell’Araminte di Elena Sofia Ricci, accompagnata dagli abiti di Gianluca Falaschi: una donna che riscopre tutto il fermento creativo della sua femminilità. 

Fermento che eredita da sua madre: l’irresistibilmente tagliente Signora Argante di Orietta Notari. Che – seppur incasellata nei pregiudizi di cliché sociali – è abitata da una turbolenza interiore che fatica a contenere. Non a caso l’estro di Falaschi la immagina in uno scintillante tailleur nero, coronato da un’acconciatura dai capelli di un grigio-turchino. Cromatismo che parla di una natura materna paradossalmente salvifica, esemplificata nell’affermazione: “Questa è mia figlia: ingannatela, se volete farle del bene”. 

Di bellezza travolgente i suoi contrasti con lo zio di Durante, il Signor Remy – suo rivale in qualità di procacciatore d’affari – interpretato da un seducentemente irrefrenabile Rosario Giglio. Mentre infatti la Signora Argante, ambisce per sua figlia a un matrimonio di prestigio, che la innalzi socialmente, spingendola a sposare il Conte Dorimont – l’elegantemente misterioso Giacinto Palmarini – al contrario il Signor Remy, avvocato concreto, mira a un matrimonio per suo nipote Dorante che garantisca sicurezza economica, proponendogli (inizialmente) di sposare Marton.

Uno splendido spettacolo, questo di Arturo Cirillo, dal carattere decisamente adrenalinico nell’indagare profondità nascoste e interrogativi spesso enigmatici. E che proprio per questo suo carattere riesce ad attraversare traversalmente il pubblico, contagiandolo di una creativa tensione energizzante.

La produzione è firmata da Teatro di Roma – Teatro Nazionale, in collaborazione con Marche Teatro e Teatro Stabile di Catania

Arturo Cirillo, Francesco Petruzzelli, Giacomo Vigentini, Orietta Notari, Elena Sofia Ricci, Giulia Trippetta, Rosario Giglio, Giacinto Palmarini



Recensione di Sonia Remoli

Il Teatro di Roma inaugura la Seconda edizione del TEATRO OSTIA ANTICA FESTIVAL. IL SENSO DEL PASSATO 2026: una rilettura del mito tra istanze di pace e nuove forme di partecipazione collettiva


Quattro grandi spettacoli

che rileggono il mito attraverso le urgenze della contemporaneità,

tra istanze di pace e nuove forme di partecipazione collettiva.

Dando vita ad una geografia creativa che ridefinisce il Teatro Romano di Ostia

come un palcoscenico globale e un’agorà comune,

dove l’identità storica millenaria incontra la visione artistica più avanzata del nostro tempo


Il Teatro di Roma

forte dello straordinario riscontro di pubblico

della Prima edizione del Teatro Ostia Antica Festival. Il senso del Passato,

inaugura la Seconda edizione

che dal 25 Giugno al 18 Luglio 2026

torna ad animare il palcoscenico Millenario del Teatro Romano di Ostia.


Alessandro D’Alessio, Francesco Rocca, Francesco Siciliano, Alessandro Onorato, Luca De Fusco


Alla Conferenza Stampa del 20 Aprile u.s per la Presentazione del Programma della Seconda edizione del Teatro Ostia Antica Festival. Il senso del Passato sono intervenuti:

il Presidente della Fondazione Teatro di Roma Francesco Siciliano,

il Presidente della Regione Lazio Francesco Rocca,

l’Assessore ai Grandi Eventi, Sport, Turismo e Moda di Roma Capitale Alessandro Onorato

il Direttore del Parco archeologico di Ostia antica Alessandro D’Alessio

il programma è stato illustrato dal Direttore artistico Luca De Fusco


Il Presidente della Fondazione Teatro di Roma Francesco Siciliano apre i lavori con i saluti istituzionali sottolineando quanto la recente estensione del Teatro di Roma – rappresentata dalla creazione del Teatro Ostia Antica Festival. Il Senso del Passato – sia stata sin dall’inizio fortemente desiderata dal Direttore Artistico Luca De Fusco. E si è molto investito sulla realizzazione di questo sogno, dove preziosa si è rivelata anche la disponibilità entusiastica con la quale tutto il personale del Teatro di Roma ha risposto nel collaborare in un’attività continuativa, che impegna il Teatro di Roma 12 mesi l’anno. I risultati sono arrivati, e ancora più luminosi di quanto si era immaginato: il Festival ha realizzato solo sold-out in tutte le repliche.  Meravigliosamente sorprendente è stata anche – continua il Presidente Siciliano – l’immediata disponibilità della comunità romana a spostarsi sul Litorale, per godere della speciale bellezza degli spettacoli presentati al Teatro di Ostia Antica. 

E’ seguito l’intervento del Presidente della Regione Lazio Francesco Rocca che ha manifestato grande orgoglio per la riapertura – dopo 25 anni di inattività – del Teatro di Ostia antica e per il successo del Festival, che ha superato tutte le scommesse iniziali. Un Festival che sicuramente ha lasciato il segno nella sua Prima edizione – e che è destinato a lasciarlo in futuro – di cui va sempre più sottolineata l’unicità. In un’ottica di valorizzazione ad ampio raggio, la Regione Lazio ha iniziato anche il recupero e la valorizzazione del Litorale di Ostia, con l’obiettivo di restituire la dovuta visibilità a questo splendido spazio turistico, allontanandolo sempre più dall’attenzione mediatica per i fatti di cronaca. Il Presidente Rocca ha tenuto a rimarcare, inoltre, come il suo impegno si avvalga della preziosa collaborazione del Sindaco di Roma Roberto Gualtieri, costantemente disponibile al dialogo.

La parola è passata al Direttore del Parco archeologico di Ostia antica Alessandro D’Alessio che ha sagomato l’attenzione sugli importanti lavori di recupero che anche recentemente sono stati ultimati per mantenere la superba bellezza del Teatro di Ostia Antica, proseguendo lungo il percorso segnato dalla grandiosa e appassionata impresa del primo direttore dei lavori di scavo Guido Calza. Inoltre – in un’ottica di valorizzazione sinergica tra Teatro e Rappresentazioni sceniche – D’Alessio ha annunciato che saranno disponibili visite guidate tematiche, che valorizzeranno il Teatro a seconda dello spettacolo che vi si svolgerà.

L’Assessore ai Grandi Eventi, Sport, Turismo e Moda di Roma Capitale Alessandro Onorato  inizia il suo intervento valorizzando il clima di collaborazione che ha riscontrato con tutti i partner della squadra di lavoro, nonostante i diversi colori politici a cui ciascuno appartiene. Sottolinea poi come è stata sua cura valorizzare la visibilità dell’area archeologica di Ostia, una delle più estese in Italia, attraverso iniziative riguardanti il mondo del cinema, della moda e dello sport. Ospitando, ad esempio, le finali dei Campionati Europei di Tiro con l’Arco Paralimpico e facendo tornare il Giro d’Italia a Roma e sul Litorale di Ostia.

Il Direttore Artistico Luca De Fuscoa testimonianza del suo grande trasporto per la riapertura del Teatro di Ostia Antica, ha ricordato come già ai tempi del suo primo incontro con il Presidente della Regione Lazio Francesco Rocca abbia cercato subito di proporre, trovando pronta accoglienza, di riaprire il Teatro Antico. Forte dell’esperienza di quando, in qualità di Direttore del Teatro di Napoli, De Fusco aveva promosso la riapertura del Teatro Grande di Pompei. Con l’obiettivo non solo di realizzare un progetto straordinario ma di mantenerne la stessa straordinarietà nella continuità, nel tempo. A questo proposito De Fusco ha tenuto a sottolineare il vivo impegno di tutti i Capi settore: da Sandro Pasquini responsabile del Settore Tecnico e Allestimenti a Carolina Pisegna responsabile del Settore Produzione e Programmazione; da Paola Folchitto Responsabile Comunicazione, Promozione e Marketing a Silvia Cabasino Responsabile delle Attività culturali e Internazionali. De Fusco ha espresso inoltre piena soddisfazione per il Programma di questa Seconda edizione del Festival, che aprirà con uno spettacolo – Le Baccanti – del più grande regista greco vivente: Theodoros Terzopoulus. Seguirà la Lysistrata di Asterios Peltekis, direttore artistico del Teatro nazionale di Salonicco. Quella di Ostia sarà la prima italiana e poi lo spettacolo passerà a Epidauro: il teatro greco più famoso per le sue dimensioni, per la la sua perfezione acustica e per la capacità di circa 14.000 spettatori. Il Festival proseguirà con il Requiem(s) di Angelin Preljocaj: uno spettacolo di danza di altissimo livello, presenza fortemente voluta dalla nuova direttrice artistica Under 35 Lea Giammattei. Conclude e suggella la programmazione di questa Seconda stagione l’Alcesti di Euripide secondo Filippo Dini. Uno spettacolo che debutterà l’8 Maggio al Teatro Greco di Siracusa. Quella di portare ogni anno al Teatro Ostia antica Festival. Il Senso del passato un titolo del Teatro Greco di Siracusa,  diverrà una costante di questo Festival – conclude il Direttore artistico De Fusco.

Il Direttore artistico Luca De Fusco


Il Festival

si conferma un appuntamento internazionale di eccellenza

capace di far dialogare la potenza del mito classico con i linguaggi più innovativi della scena contemporanea

attraverso le firme di grandi maestri come 

Theodoros Terzopoulos, Asterios Peltekis, Angelin Preljocaj, Filippo Dini.



                                                                                                                                                                                             

25 giugno – 18 luglio 2026          

IL TEATRO DI ROMA TORNA IN SCENA A OSTIA ANTICA: 

AL VIA LA SECONDA EDIZIONE DEL FESTIVAL

TRA MITO, ARCHETIPO E CONTEMPORANEITÀ

NEL SEGNO DELLE CREAZIONI DI QUATTRO GRANDI MAESTRI DEL PALCOSCENICO:

THEODOROS TERZOPOULOS

dirige Le Baccanti di Euripide, un rito metafisico sull’archetipo dello straniero

 25 I 26 giugno

ASTERIOS PELTEKIS

in prima nazionale con Lysistrata di Aristofane, una commedia politica sulla disobbedienza civile –

4 I 5 luglio

ANGELIN PRELJOCAJ

presenta Requiem(s), una danza di corpi tra finitudine ed eternità

 10 I 11 luglio

FILIPPO DINI

con Alcesti di Euripide, un affondo sul sacrificio e il ritorno

 17 l 18 luglio

Il viaggio artistico del Festival si inaugura celebrando la radice dionisiaca e rituale del teatro con Le Baccanti di Theodoros Terzopoulos (25 e 26 giugno), una messa in scena monumentale che spoglia il tragico euripideo di ogni storicismo per trasformarlo in un’esperienza metafisica e in un’urgente riflessione sull’archetipo dello “straniero”.

Theodoros Terzopoulos – (ph. Johanna Weber)


Da questo rigore arcaico si approda alla forza civile e dirompente della Lysistrata di Asterios Peltekis (4 e 5 luglio), in prima nazionale, dove la commedia aristofanea si proietta nello specchio dei conflitti moderni, trasformando lo storico “sciopero del sesso” in un atto di disobbedienza politica contro l’entropia della guerra.

Asterios Peltekis


Il percorso si eleva poi verso le riflessioni spirituali e l’estetica potente di Angelin Preljocaj con Requiem(s) (1011 luglio), un’architettura di corpi e bellezza che esplora il confine tra la finitudine umana e l’eternità dell’arte, tramutando la ferita del lutto in una celebrazione della vita.

Angelin Preljocaj


Il Festival giunge infine all’indagine psicologica sull’ambiguità dell’amore e del sacrificio nell’Alcesti di Filippo Dini (17 e 18 luglio), una rilettura visionaria che scava nelle zone d’ombra del mito per scandagliare le implicazioni umane più profonde e il mistero perturbante della soglia tra vita e morte.

Filippo Dini – (ph. F. Centaro)


Ne emerge una costellazione multidisciplinare composta da quattro tasselli che riconducono al mito universale riletto attraverso le urgenze della contemporaneità, tra istanze di pace e nuove forme di partecipazione collettiva. Non semplici frammenti, ma stazioni di un’unica geografia creativa che ridefinisce il Teatro Romano di Ostia come un palcoscenico globale e un’agorà comune, dove l’identità storica millenaria incontra la visione artistica più avanzata del nostro tempo.

Nel solco della dialettica istituzionale che anima la manifestazione, l’incontro tra il patrimonio archeologico e l’arte teatrale si realizza anche grazie alla collaborazione con il Ministero della Cultura – attraverso il Dipartimento per la Valorizzazione Culturale e la Direzione Generale Musei – e con il Parco archeologico di Ostia antica, quest’ultimo al servizio di un’esperienza rinnovata dei luoghi della cultura rendendoli accessibili e trasformandoli in un volano di crescita per tutto il territorio.


Recensione di Sonia Remoli

– BARRILETE COSMICO/ MARADONA PEDAGOGISTA – Christian Raimo

TEATRO BASILICA

5 Marzo – 20 Aprile – 29 Aprile 2026

Una nuova ritualità al Teatro Basilica: ad iniziare a tesserla, al momento di prendere posto in sala, è la chitarra di Amedeo Monda

Strumento dell’anima e simbolo di memoria, la chitarra di Monda intreccia con estro una melodicità che allude al paesaggio argentino, ma anche a quel fluttuante ritmo jazz del “Pancho” di Jack Trombey, storica sigla di un rito collettivo italiano come “90° minuto”. 

Amedeo Monda

Non esce da una quinta, né ci attende sul palco: lo scrittore, saggista e docente Christian Raimo è seduto tra noi in platea, e da qui raggiunge il palco. Un multiforme luogo di condivisione declinato in un bar, in un’aula e in un campo sportivo.

Raimo si presenta definendosi per sottrazione – “non sono un attore” – e così facendo sottolinea la propria ricerca: “sono un insegnante”.

Raimo sa come catturare l’attenzione e attivare una relazione con argomenti che attraversino trasversalmente la platea: ad esempio, stimolando il ricordo di certi eventi memorabili, frutto di un mix tra talento e mania creativa. 

Christian Raimo

Perché è questo il tema della serata: ricordare in quanti modi irripetibili ognuno di noi, con il proprio talento, può interpretare e interagire con la realtà. 

La mania creativa è il motore della tenacia necessaria per far fruttare il proprio talento: come nel caso di Diego Armando Maradona.

La mania creativa conduce infatti ad una dedizione tale, da permettere di superare particolari difficoltà perfezionando le proprie abilità. Ma non è un viaggio in solitaria: serve entrare in relazione con qualcun altro di cui si abbia fiducia, ma soprattutto che sappia sedurrre con i suoi commenti. Fascino che Raoul sa riportare sul fratello maggiore Diego che, a sua volta, sa aprirsi all’ascolto.  

Il fascino non è necessariamente qualcosa di immediato: spesso ha bisogno del suo tempo – un tempo mai prevedibile – per sedimentare e produrre frutto. Sul momento, infatti, il commento di Raoul su quel gol mancato nell’amichevole del 1979 contro l’Inghilterra – “Diego, c’era spazio e c’era tempo per scartare il portiere” – lascia interdetto il fratello, che poco prima gli aveva detto: “ho fatto tutto quello che potevo”. In realtà Raoul aveva visto giusto. Ma servono, in questo caso, sette anni affinché la sua osservazione produca in Diego quel frutto che poi prenderà forma nel “Gol del Secolo”, realizzato nella partita Argentina-Inghilterra del 1986. 

Un Gol memorabile quello del 1986, accompagnato da una telecronaca memorabile: che argutamente Raimo sceglie di inserire sul retro del “santino di Maradona”, che ci viene consegnato all’entrata: quasi come una preghiera laica che parla di devozione verso i poteri di una trascinante improvvisazione creativa, talentuosamente maniacale. Victor Hugo Morales non è infatti solo un cronista, è un “relator”: un uomo che sa lasciarsi trascinare dall’inventiva creativa di una manifestazione di talento. Il ritmo della sua voce – in un totale flusso di coscienza – si sintonizza infatti mirabilmente sul ritmo dell’azione creativa di Maradona. Non è un caso se gli arriva l’ispirazione di associare all’appellativo “barrilete” l’aggettivo “cosmico”. E di rafforzarlo con la domanda: “de qué planeta viniste?””.

Morales si è infatti lasciato completamente contagiare da quella mania di libertà creativa, che non si sa bene da quale pianeta venga: quel desiderio di elevarsi come in connessione tra terra e cielo, tra sogno e realtà. Una libertà legata al filo delle osservazioni ricevute dal fratello Raoul, sette anni prima: perché un aquilone vola non solo perché inebriato dal vento, ma anche grazie al filo a cui si relaziona: quel legame indispensabile tra il volo e la terra; tra la sfida alla gravità e la limitazione fisica.

Qualcosa che resta difficile da accettare per il suo precedente allenatore César Louis Menotti, che fu il primo a definirlo un “aquilone”, ma con intenzioni spregiative: legate alla sua volatilità emozionale. Un aquilone incontrollabile, che se ne va dove meno te lo aspetti, decisamente meno “affidabile” e meno “stabile” di altri giocatori: come “l’avvoltoio” Emilio Butragueño, ad esempio . 

Diego Armando Maradona

Era il 1976 quando Diego Armando Maradona entra nella Serie A argentina: aveva solo 15 anni e nessuno fino ad allora era riuscito ad entrarvi così giovane. Nello stesso anno Evita Perón viene svegliata dalla notizia che la democrazia argentina è stata soppiantata da una giunta militare. In una situazione di povertà generale, la dittatura riesce a fare breccia negli animi degli argentini proponendo come soluzione una politica neo-liberista, efficace per mantenere un’economia stabile, affidabile.

Ma anche qui, cosa significa “stabile”, “affidabile”? 

Politicamente ha significato sterminare e disperdere l’opposizione: il diverso.

Si moltiplicano le prigioni per accatastare i corpi morti di chi la pensa in maniera differente. Per poi liberarsene caricando quei corpi in voli speciali, finalizzati al loro sgancio nell’oceano.

Tra chi la pensa diversamente, ci sono molte donne incinte fatte partorire e poi uccise per realizzare con i loro figli dei futuri uomini obbedienti al regime: stabili, affidabili. 

Nel 1978 si svolge in Argentina quello che passò alla storia come “il mondiale della vergogna”: un atto di propaganda per recuperare il consenso del popolo. Il regime lo recuperò ma tornò a perderlo pochi anni dopo, per una nuova ondata di crisi economica. Per resistere allo scontento, il Generale Galtieri trova che spostare l’attenzione su una guerra di facile vittoria si sarebbe rivelato efficace. Individua l’obiettivo nelle isole Falkland. Ma le cose non vanno come sperato.

Intanto a Plaza de Majo madri sempre più numerose si incontrano, si confrontano e girano, dando vita a un movimento pacifico di resistenza contro la dittatura militare e la repressione: alla ricerca di verità sui propri figli e in cerca dei loro corpi da piangere.

Nel 1983 tornerà la democrazia ma alla vigilia della partita Argentina-Inghilterra del 22 giugno del 1986, per i quarti di finale della Coppa del Mondo, la sconfitta della Guerra delle Falkland/Malvinas brucia ancora. E la stampa internazionale fa di questa partita un’imperdibile occasione di riscatto.

Ma a dire il vero, Diego Armando Maradona – come ci mostra attraverso una testimonianza video Christian Raimo – dopo aver segnato il gol della sua vita, quel gol del tanto agognato riscatto nazionale, più che inebriarsi di divismo confessa che il primo pensiero in quell’attimo è per suo fratello e per il suo commento in occasione dell’amichevole con l’Inghilterra del 1979. A Maradona arriva ora consapevolmente, cioè, la sensazione di come dietro alla sua genialità creativa di “aquilone cosmico” ci sia il filo della relazione con suo fratello.

In questo loro legame, sottolinea Raimo, c’è l’essenza di un’autentica formazione al talento. Tra i due fratelli infatti c’è un rapporto tra pari che rende possibile – attraverso l’ascolto – lo scambio di punti di vista diversi, e il grato riconoscimento della fertilità di una valutazione critica diversa. Atteggiamento che permette il darsi di un folgorante risultato, in un tempo imprecisato, diacronico. Senza fretta. 

Uno spettacolo fresco, diverso, dissidente, dove Christian Raimo acutamente rintraccia e gentilmente invita a notare come nel trascinamento talentuoso del celeberrimo “aquilone cosmico” si celi un “Maradona pedagogista”: testimone di quanto possa rivelarsi prezioso lo scambio alla pari tra sguardi differenti. Dissidenti.  

Come appassionatamente sottolineato, in chiusura, dalla chitarra e dalla voce di Amedeo Monda, interprete di un poeticamente pungente brano di Luigi Tenco. 

Uno spettacolo prodotto dal Gruppo della Creta.

Amedeo Monda – Christian Raimo

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Recensione di Sonia Remoli

Al Teatro Vascello il secondo appuntamento del FESTIVAL del CO-HOUSING: ospiti Massimo Recalcati e Francesco Bruni

TEATRO VASCELLO

18 Aprile 2026

Con grande successo di pubblico Sabato 18 Aprile u.s. il Teatro Vascello ha ospitato il Festival del Co-Housing accogliendo coloro che hanno scelto di informarsi e di riflettere sull’opportunità del Co-Housing: l’abitare insieme per affrontare meglio la solitudine, la fragilità e la paura di invecchiare da soli. 

In risposta ad una domanda sociale crescente, il Marzo scorso Roma Capitale ha lanciato il Festival del Co-Housing, per informare ed orientare la comunità sulla risorsa dell’abitare condiviso. 

Il Sindaco Roberto Gualtieri

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Le nostre comunità invecchiano rapidamente e questo cambiamento ci obbliga a ripensare molte cose, a partire dal modo di abitare.

Portare questo tema al centro del dibattito pubblico significa iniziare a costruire una nuova cultura dell’abitare e dell’invecchiamento, più fondata sulle relazioni, sulla prossimità e sulla solidarietà.” 

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Dopo il Primo appuntamento del 30 Marzo u.s. presso l‘Auditorium Parco della Musica, dove il Sindaco Roberto Gualtieri ha aperto i lavori, il Festival Sabato 18 Aprile u.s. si è aperto al grande successo del Secondo appuntamento, attraverso i contributi presentati sul palco del Teatro Vascello di tre diversi sguardi sul tema dell’abitare e della convivenza nella terza età: lo sguardo del filosofo e psicoanalista Massimo Recalcati, quello dello sceneggiatore e regista Francesco Bruni e quello di chi, questa esperienza, l’ha già scelta da anni.

Guidati dalla brillante freschezza di tre presentatori, di cui un interprete LIS, l’incontro ha sagomato l’attenzione degli spettatori intorno ad una domanda: “come continuare a vivere in modo autonomo, dignitoso, e pieno di relazioni, quando l’età avanza?”.

Un’efficace risposta viene offerta dal Co-Housing.
Perché “ convivere, conviene “.
Perché “ quando ti accorgi che ciò che era semplice e ora non lo è più, quello che pesa si può dividere”.
Perché “la solitudine non è una scelta. Vivere insieme, sì”.


Con il Festival del Co-Housing, Roma Capitale vuole aprire uno spazio di conoscenza e confronto.

La sfida oggi è anche culturale: far capire che abitare insieme, mantenendo la propria autonomia, può essere una possibilità concreta


Invitata a salire sul palco, l’Assessora alle Politiche Sociali e alla Salute Barbara Funari ha sottolineato quanto sia prezioso – per costruire nuovi legami sociali – il dialogo tra la concretezza del lavoro ad ora fatto sul territorio e il supporto offerto dalla riflessione sul co-housing da parte di linguaggi diversi, quali quello del pensiero filosofico e quello del cinema.

A seguire, dal palco del Teatro Vascello è stato proiettato il cortometraggio dedicato al Co-Housing del regista e sceneggiatore Francesco Bruni, dal titolo “Quando torni?”. Prodotto da Doc Servizi, con le attrici Elena Cotta e Luisa De Santis.

Elena Cotta

Luisa De Santis


Una “ballata” sulla gentilezza dei gesti tra due donne che si incontrano per condividere del tempo insieme. Un’espressività, la loro, che parla del desiderio che rende viva l’attesa di un incontro. Un’attesa che, seppur velata da un pizzico di diffidenza e di timore, si scioglie subito attraverso il rito del pasto condiviso, che contribuisce a condire di gusto l’occasione dello stare insieme.

Occasione che, da lì a breve, si arricchisce dell’opportunità divertita del giocare insieme: coinvolgimento che apre alla confidenza della condivisione di ricordi personali. Fino a che, troppo presto, arriva il momento di salutarsi. “Quando torni?” – chiede l’una all’altra, esprimendo chiaramente il suo desiderio di stare insieme ancora, e presto. “Quando vuoi”- le risponde l’altra, sintonizzata sulla stessa frequenza empatica. 

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Un cortometraggio questo di Francesco Bruni che rappresenta l’elogio dell’eloquente bellezza dei momenti condivisi, ben raccontati da Bruni senza far ricorso a parole, se non nello scambio delle due battute finali. 

Francesco Bruni

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Alla fine della proiezione, sono stati chiamati sul palco il regista Bruni e le due attrici Elena Cotta e Luisa De Angelis le quali, con una contagiosa verve, hanno dichiarato di essersi “piaciute un sacco” sul set e quindi di essersi appassionate nel contribuire a realizzare questo cortometraggio. 

Dal Co-Housing come orizzonte di vitale bellezza, si è poi passati all’ascolto delle testimonianze di coloro che questa esperienza di co-housing la stanno già vivendo da anni. 

E ci hanno raccontato di come le loro giornate insieme siano organizzate in turni, che rendono efficace la preparazione dei cibi e la gestione della casa. Organizzazione che non esclude possibili flessibilità e occasioni di progressivo apprendimento da parte di chi, ai fornelli, non si era fino ad allora mai avvicinato. 

Tutti hanno sottolineato la bellezza, non sempre semplice ma molto restituiva, di aprirsi alla conoscenza di diversi caratteri e di diverse culture. C’è stato poi chi ha rivelato che stare insieme in questo periodo finale del percorso di vita è un’esigenza paragonabile alla voglia di stare insieme tipica dell’infanzia. 


E poi c’è la cura da parte delle operatrici che si prodigano nell’appassionarli all’intrattenimento più variegato: dalle feste, al teatro; dalla scrittura in rima, alle piccole escursioni. 

“Socializzare è la migliore medicina” – hanno dichiarato. 


Alle loro testimonianze si è aggiunta quella di Annamaria Coluzzi dell’Associazione “Viva gli Anziani” della Comunità di Sant’Egidio che ha parlato dell’importanza per gli anziani di ricevere visite. Ma anche di come lei in famiglia, alla morte di suo padre, abbia scelto, daccordo con sua madre e suo fratello, di ospitare in casa una famiglia di immigrati.

Ora però che gli anni sono trascorsi, è lei stessa a sentire l’esigenza di aver bisogno di aiuto e di attenzioni. Ma il suo sguardo si rifiuta di accontentarsi solo dei malinconici ricordi del passato: anche se in maniera diversa, lei desidera continuare ad immaginare un gradevole futuro.

“Perché – conclude – aprirsi ai cambiamenti si può, ancora”.


Alle ore 12:00 arriva l’atteso momento di riflessione con la lezione magistrale di Massimo Recalcati.

Il celebre filosofo e psicoanalista ha aperto il suo intervento proponendo un’alternativa alla definizione di “Terza età”: quella di “Grande età”. Associandola poi alla struggente e ricercata bellezza di un tramonto. Il pubblico in sala ha mostrato di apprezzare questa diversa modalità di indirizzare lo sguardo su un’importante stagione della vita, che tutti ci riguarda.

Nietzsche – continua Recalcati – riteneva che la più alta forma di saggezza umana consistesse proprio nell’individuare il giusto momento in cui tramontare: il momento cioè in cui il tramonto, dandosi in tutta la sua bellezza, lascia il passo all’alba delle nuove generazioni. L’individuazione di questo momento di passaggio rappresenta non solo la più alta testimonianza di saggezza da parte della “Grande eta“, ma anche il miglior dono da consegnare nelle mani delle nuove generazioni. Un dono che consiste nel promuovere lo sciogliersi del rapporto di controllo, e quindi di dipendenza, che fino ad allora era intercorso tra padri e figli. Atteggiamento applicabile anche al rapporto tra maestri e allievi. 

Come tutte le più grandi bellezze, anche quella del saper individuare il giusto momento per tramontare può comportare un velo di malinconia, che porta a chiedersi: “ma ora che senso ha la mia vita? Adesso che non è più il momento di essere presente attraverso continui “eccomi!”, avendo individuato il giusto momento per dire a mio figlio (o al mio allievo) “vai!”?

Imparando a “saper contare i giorni”: ora, ancor più di prima, la conta dei nostri giorni – spiega Recalcati – deve aver cura che ogni giorno sia vivo: colmo di desiderio di vita viva. Concentrandoci ogni giorno cioè in quello che stiamo facendo, perché desideriamo farlo. Senza preoccupazioni per il domani. Prendendo a maestri, come faceva lo stesso Gesù, gli uccelli nel cielo e i gigli del campo: che godono dell’atto che stanno compiendo. Senza distrarsi per fare bilanci. E dal pubblico inizia a farsi strada un applauso. 

Massimo Recalcati


“Una vita così vissuta, non teme la durata” – continua Recalcati.
Perché vivere vivi di desiderio, rende eterni. Ogni giorno. 
Perché imparare ad amare e a far fruttificare il nostro desiderare, salva. 
Prorompe un nuovo applauso.

E così – continua Recalcati – ci si svincola anche dall’ossessione, tipica dei nostri tempi, del dover raggiungere una vita sempre più lunga, mortificando la nostra vitalità viva, come in una continua quaresima penitenziale. Considerazione che di nuovo accende il pubblico in un grande applauso. 

Così come avviene quando Massimo Recalcati dichiara che nel nostro Paese sarebbe utile una legge sul fine vita, per evitare l’accanimento terapeutico di una vita che continua solo perchè attaccata a macchinari.

(ph. Walter Cainelli)


Ma allora, dov’è la vita che ci fa vibrare? Dov’è quel qualcos’altro che non si rassegna a rassegnarsi? E che ci spinge ad amare alla follia, proprio ciò che poi inevitabilmente andrà via?
Dove sono gli anni, non quelli che il calendario pretende di organizzare, no, piuttosto quelli che “non si lasciano pensare mentre li vivi?”. 

Ed è proprio sulla continua ricerca di questi anni vitalizzanti, che Recalcati ci invita ad investire. 

A differenza di come fa l’ “Avaro” di Molière – continua Recalcati : che si chiude ai rischi dell’amore preferendo la sicurezza affidabile della sua cassetta colma d’oro. 

Con questa stimolante riflessione del filosofo e psicoanalista Massimo Recalcati sulla “Grande età”, il Secondo Appuntamento del Festival del Co-Housing volge al termine.


Il Terzo appuntamento, previsto per il 21 Maggio p.v. alle Industrie Fluviali, sarà dedicato – all’ interno del Sanidays – agli esperti e alle organizzazioni del terzo settore, per approfondire il ruolo delle reti sociali e civiche nello sviluppo di nuove forme di abitare collaborativo. 

Il Festival del Co-Housing si concluderà il 5 Giugno p.v. con una grande festa popolare in Piazza Don Bosco: una serata di racconto sul percorso compiuto, con momenti di festa, con la proiezione di un video mapping 3D e con la presentazione dell’ Atlante del Co-Housing che raccoglierà esperienze, mappe e prospettive emerse durante il Festival.

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“Ognuno di noi deve sentirsi un po’ custode del benessere dell’altro. Perché una città non è fatta solo di strade e palazzi, ma dalle relazioni tra le persone e dobbiamo lavorare insieme affinché la solitudine smetta di essere un’emergenza invisibile“.


Recensione di Sonia Remoli

– IVAN E I CANI – Federica Rosellini

testo di Hattie Naylor

traduzione Monica Capuani


Ci viene versata nelle orecchie come una fiaba a tinte scure. Ma è una storia vera.

Un fatto di cronaca avvenuto all’inizio degli anni Novanta a Mosca, divenuto poi il soggetto della drammaturgia di Hattie Naylor, tradotta da Monica Capuani.

Qui in scena – attraverso lo stupefacente “corpo-cassa di risonanza” della performer Federica Rosellini – Ivan evoca la sua sconvolgente esperienza avvenuta in un frangente di disperazione.  Un’esperienza la cui memoria riesce a risuonare intensamente nello spettatore, complice l’effetto delle vibrazioni restituite dall’amplificazione dei suoni e delle parole della Rosellini.

Ivan, che a quel tempo ha solo quattro anni, scappando di casa crede davvero, nonostante tutto, in un cambiamento migliorativo: “ho ancora molte cose per cui vivere”. E così lasciando che la rabbia ceda il passo a un’energia creativa, il suo atteggiamento lo condurrà verso un’autentica formazione. Possibile anche grazie al recupero di un’antica memoria che tutti ci accomuna: quella che ci porta a ricontattare la nostra sintonia con il mondo naturale. E qui, nello specifico, ad eleggere gli animali quali nostri preziosi compagni di viaggio.

Torneremo mai così innocenti come i transumanti, che viaggiavano insieme agli animali?” – si chiedeva (e ci chiedeva) la Rosellini nel suo precedente “Igirl”. 

Era un tempo invece quello in cui Ivan aveva quattro anni – quello abitato cioè dalla devastazione sociale della Russia post sovietica – in cui a causa di un’accecante povertà “le madri e i padri cercavano di alleggerirsi di cose da mangiare, da bere, e da tenere al caldo”. E i primi ad essere allontanati dalla famiglia e portati dall’altra parte della città per essere lì abbandonati, furono i cani. Successivamente, i bambini.

Con meravigliosa accoglienza allora la Rosellini costruisce la sua performance scegliendo di aprirla e di chiuderla circolarmente attraverso il rito dell’humming: quel dolcissimo massaggio sonoro del canticchiare a bocca chiusa. Un massaggio che allude ad un abbraccio che, trascendendo le parole e le lingue, viene versato come un dondolio nelle orecchie di chi ascolta. Questo è il suo dono a Ivan: un cullante abbraccio sonoro nel quale lo accoglie e custodisce al caldo la sua storia, la sua memoria.

Una memoria fatta anche di percussioni accanite e taglienti: come le botte che il suo patrigno alcolizzato scarica su sua madre. O come le parole di continuo rimprovero che vengono riservate a lui, Ivan, perché mangia troppo. Sarà “all’arrivo del maggio che inizia a spaccare il ghiaccio nel fiume” che Ivan deciderà allora di andarsene. Primo obiettivo: “trovare bambini a cui piaccio”. 

Ma succede sempre qualcosa di diverso.

E Ivan scoprirà di piacere molto a un cane, capo di una manta di bastardi: Belka. E l’afflato è reciproco. Sanno guardarsi loro, aspettarsi, conquistarsi in fiducia, correre insieme a perdifiato fino a condividere la stessa tana. Insieme al branco: Vano, Strelka, Ruslan e Kugya. Insieme sanno condividere e difendersi l’un l’altro: fino in fondo. Come quando Belka, per proteggere Ivan da un agguato della polizia, inizia ad abbaiare loro come un’ossessa, quasi in preda a una mania, pur di permettere ad Ivan di scappare.

E commuove e sconvolge partecipare di come Federica Rosellini si lasci attraversare da ogni emozione – la delusione, il lamento, la rabbia parossistica, la meraviglia creativa di un amicizia autentica – rivelando un’espressività magnificamente infantile ed istintuale.

Lei infatti canta, suona, ulula, ringhia, abbaia, si campiona contrappuntandosi alla voce registrata di sua madre (Laura Pasut Rosellini) che si esprime in russo. Lascia cioè che si sovrappongano tante tracce, perché questo noi umani siamo: stratificazioni di tracce. 

E allora, si chiede lo spettatore, cosa aiuta ad attraversare tempi di incertezza, quando “la gente che gira sembra ti voglia sbranare” ?  
Di cosa nutrirsi in quegli attimi, in quei mesi, in quegli anni?
E cosa invece si può lasciare andare?

Come in “Igirl” anche qui Federica Rosellini ci invita a vivere l’incertezza di alcuni frangenti esistenziali andando a ricontattare quel sentire e quel sapere non razionale, che ci abita e di cui possiamo imparare a fidarci. Per trovare efficaci soluzioni vitali.

Quel richiamo cioè a ricollegarci alla natura e  al suo misterioso contatto. Perché “il mondo diventa ostile quando non si ha più un posto a tavola, intorno al fuoco della caverna”.

Ancora una volta, allora, prezioso dono della Rosellini si rivela quello di aiutarci a ricontattare un nostro “sentore”: quella preziosa vaga intuizione cioè che si basa sulla finezza percettiva di un primo provvisorio sentire. Quell’attitudine che riconosciamo in tanti animali. Potente come un presentimento.


Recensione di Sonia Remoli

STANZA CON COMPOSITORE, DONNE, STRUMENTI MUSICALI, RAGAZZO – scene e regia Mario Martone

– Testo inedito di Fabrizia Ramondino –

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TEATRO VASCELLO

dal 14 al 19 Aprile 2026

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In principio era la traformazione del tempo in spazio, per Fabrizia Ramondino

Qui, in principio è la “stanza”: tra la scena e il proscenio; tra il dentro e il fuori; tra il sogno e la veglia; tra il conscio e l’inconscio.

Una stanza che è “un tra”: un transito, una transizione. Condizione esistenziale di uno “star di casa” che si dà come viaggio, nella Ramondino. 

Come avviene in musica: dove “la stanza” è un ponte che traghetta verso una dimensione interiore, rendendo possibile l’esperienza esistenziale e la comunicazione creativa. 

Una stanza-mondo delle idee, in cui ci si isola per fare i conti con se stessi elaborando emozioni, memorie, domande aperte: resti di fratture relazionali.

Una stanza con compositore, donne, strumenti musicali, ragazzo.  

Un titolo, dallo stile elencatorio-paratattico, proprio di una scrittura che mira a descrivere realtà complesse, caotiche, dove si accumulano oggetti, azioni: “senza un inizio e senza una fine. Ma soprattutto senza un fine”.

Uno stile utilizzato per restituire la percezione soggettiva del tempo e dello spazio: frammentando la narrazione in flashback liberamente associativi, o in una successione di scene e di sensazioni: “mai ho composto – dichiara il compositore – secondo un motivo conduttore … ogni tema si dà per motivi”

Uno stile non stile, quello della Ramondino: uno stile ritroso. E in quanto tale geniale, perché non univoco ma trasversale e, quindi, capace di parlare di un’intensità confusa. Un po’ come il linguaggio musicale: un’intensità che permette alla Ramondino di trovare quel “sentiero chiaro” che dà forma letteraria ai fantasmi della sua fragilità.

Ma non è ogni opera umana, le città come i libri, altro che la trasformazione del tempo in spazio?”– dice infatti in “Star di casa” la Ramondino. Riconoscendo così alla scrittura – intesa come transito che mette insieme resti – il potere di dare forma spaziale al tempo che scorre: trasformando storie in luoghi fisici. 

In questa stanza allora vediamo convivere vari elementi: il primo è “un compositore”. Che Mario Martone mirabilmente fa venire alla luce avvolto nel panneggio di un sipario. Un compositore che ci parla togliendosi (e togliendoci) le tende dagli occhi. E’ una creatura artigianale dal sentore demiurgico: “non dovete credere a niente” – asserisce.  Meglio piuttosto viaggiare con l’immaginazione, varcando sempre nuovi confini. Tornando per ripartire, senza considerarsi arrivati in “un” luogo.

Un compositore – manifestazione poetica del pensiero musicale stesso – qui incarnato da un Lino Musella potente e asciutto, pungente e tenero, stridente e acuto. In canottiera e calzoncini: svestizione che evoca intimità, fragilità e messa a nudo dalle convenzioni sociali.  Come orchestrali, infatti, ci presenta i componenti della sua famiglia, di cui lui si dichiara “forza centripeta, capace di evitare il loro (e il nostro) perdersi nel mondo”.

Sono un quartetto di arch-etipi esistenziali – madre, ex moglie, figlia, fidanzato – che accompagnano i riti di passaggio della vita. Un ciclo vitale che Martone scandisce nello spazio come quadranti di un orologio, che gira in senso anti orario.

Un quartetto d’arch-etipi, in verità, con pianoforte: formazione dal valore simbolico e sonoro peculiare. Un parlare del cuore, quello del pianoforte, che contrapponendosi alla natura più astratta e pura degli archi, richiede al pianista di dimostrare una sensibilità particolare nel non sopraffare gli archi, nonostante il suo essere capace a produrre la completa gamma delle passioni umane. 

La madre – un’elegantemente celestiale Iaia Forte, dall’allure ricco in ambiguità – ci viene presentata come incarnazione di un violino: il più “umano” degli strumenti per la sua capacità di imitarne la voce, per il suo darsi in sensualità e quale metafora di memoria storica. Una memoria qui imperfettamente simbiotica: che non appaga il desiderio del figlio, dandosi attraverso il suono di un taglio.

La madre di sua figlia – un’asciutta ed incisiva Tania Garibba – ci viene presentata come incarnazione di una viola: uno strumento che pur condividendo le origini con quelle del violino, si distingue per un timbro unico di introspezione e profondità. Malinconica, passionale, riflessiva, la viola parla di un’interiorità emotiva meno appariscente, che richiede ascolto e attenzione per essere apprezzata. La viola non cerca il centro dell’attenzione solistica, come il violino: la viola arricchisce l’insieme.

La figlia – un’efficace India Santella – ci viene presentata come incarnazione di un violoncello: simbolo di calore e di connessione fisica. Conforto e transizione d’umanità, libera da una fissa collocazione e definizione.

Il ragazzo – l’espressivo Matteo De Luca – ci viene presentato come incarnazione di un contrabbasso, che in quanto base dell’intera struttura orchestrale, fornisce le fondamenta armoniche e il sostegno ritmico. Seppur si lasci abbracciare per essere suonato, rappresenta anche quel sostegno nascosto prezioso per l’equilibrio sonoro complessivo, laddove le relazioni rischiano di essere vissute come “un problema insolubile da interrompere”.

Un penetrante personaggio invisibile è qui la musica, capace di tradurre in maniera universale e non verbale emozioni profondissime: astrazioni e vissuti interiori non accessibili alla parola.

Perché il compositore, come lo scrittore, in Fabrizia Ramondino, è il cantastorie dei resti, dei cocci della vita: “se c’è musica c’è mania…solo la musica cura il delirio del mondo”.

Ecco allora che, dentro una scena che di stanza in stanza apparentemente si depaupera, si fa strada invece il principio filosofico secondo il quale ciò che più conta “non serve a niente”: perché di niente e di nessuno è servo. 

Ed è così che la regia di Mario Martone, avvalendosi della collaborazione drammaturgica e ideativa di Ippolita di Majo, restituisce efficacemente allo spettatore tutta la complessa bellezza della scrittura di Fabrizia Ramondino: quel suo personalissimo miscuglio di autobiografia, narrativa, saggistica che, pur sembrando arrivare da un altro mondo, riesce a rivelarsi acuto e preciso sulla realtà. 

Una bellezza complessa restituita veicolando la sensazione di come ogni opera si dia, per Fabrizia Ramondino, come inestricabilmente duplice: tesa “tra adattamento alla realtà e alla ragione, e fuga dalla realtà e nella sragione” . Una duplicità così ben incarnata dai personaggi delle sue opere teatrali: qui sapientemente credibili nel lasciare da parte la logica diurna per affidarsi ad associazioni, a esagerazioni, all’ironia, ai disturbi della comunicazione, alla creatività.

Una duplicità che, al di là del primo impatto, scopriamo sentire così vicina a noi oggi, nel suo darsi quale logica combinatoria fatta di gioco e di ricerca, “di dolce e di salato”, di semplice e di complesso.


Recensione di Sonia Remoli

– BASSO NAPOLETANO – Marco Sgrosso

– contrabbasso Felice Del Gaudio –

TEATRO ARGOT STUDIO

dal 9 al 12 aprile 2026

Personaggio con una propria voce e una propria presenza fisica, il contrabbasso di Felice del Gaudio apre lo spettacolo introducendo il lato oscuro, profondo e tormentato della narrazione.

Narrazione che si dà come un rito: il rito di un difficile risveglio; il rito dei continui inizi – che ciclicamente si originano dalla fine – scanditi dalle parole di Concetta: Lucarie’, Lucarie’, … scetate”.

Formula qui in scena pronunciata da una maschera sensualmente demoniaca, incarnata in Marco Sgrosso: maschera duale, portatrice della luminosità di un buio che sa introdurre a un disordine ordinato, capace di sfidare convenzioni sociali e religiose. Un presepe che qui prende le sembianze del basso napoletano: unione di sacro e di quotidianità recondita e sordida. Luogo, non solo fisico ma anche dell’anima, che può esalare cattivi odori ma che brulica di un’ umanità viva e ricca di sentimenti. Elemento necessario per poter sperare in un’umanità che si rinnova, in un ciclo di nascita e morte; in un continuo passaggio dal vecchio al nuovo, da destrutturare continuamente: qui, in variazioni per contrabbasso e voce. Dove, in un’interazione profonda che non esclude il valore della resistenza, è l’attrito ciò che rende reale e non ideale il movimento tra la voce del contrabbasso e quella dell’attore.

Un movimento “basso” come un certo tipo di immobile napoletano: la tipica abitazione a piano terra con accesso diretto sulla strada, vero e proprio teatro di vita a cielo aperto, dove la dimensione privata si fonde costantemente con quella pubblica del vicolo.

Un movimento “basso” come un certo tipo di umanità; come i toni profondi e tormentati del contrabbasso; come le posture della maschera di Marco Sgrosso. Un movimento che “costa”, che richiede energia, che resiste e riparte con un ritmo sempre nuovo: ironico, grottesco, ansioso, misteriosamente inquietante. Come il ritmo della tarantella, che secondo Roberto De Simone (vedi La tarantella napoletana ne le due anime del Guarracino) si muove su una precisa linea di basso, sulla quale si eseguono variazioni.

Eccola allora la maschera di Marco Sgrosso insinuarsi in scena, morbidamente strisciando sul contrappunto viscerare del contrabbasso: qui il corpo di Sgrosso si fa materia che si oppone e si plasma sensualmente attraverso forme curve, vitalizzate da repentini scatti verticali. Tutto in lui recita: finanche i capelli. E la lingua: che espone l’interno all’esterno, in relazione, in sfida. In sinergia con il corpo della sua voce – melliflua, tagliente, erotica – e con le metamorfosi delle sue mani.

Uno spettacolo che vibra della tensione di una jam session e dove, come in un sacro rito, ci si apre al desiderio di una “pace senza morte”, recuperando tutta la preziosa memoria del sottosuolo: quella che ha ricevuto adeguato riconoscimento e quella che è ancora in attesa di riceverlo. Iniziando e chiudendo circolarmente il rito, cioè, con Eduardo De Filippo, Enzo Moscato e Totò, per passare poi attraverso Raffaele Viviani, Roberto De Simone, E. A. Mario, Libero Bovio, Angelo Manna, Giovanni Boccacciari, Ferdinando Russo. Cantori della sublime bellezza di una stratificazione sociale e ambientale che caratterizza l’identità della città partenopea, sin dai tempi della dominazione spagnola. Stanze che risuonano di colorita poesia, ancorate ad una tradizione destinata a non morire, vivido affresco dell’essenza di Napoli.

Lo spettacolo – che nasce come dedica al Maestro Leo de Berardinis, figura fondamentale dell’avanguardia teatrale italiana che ha sviluppato un rapporto profondo e innovativo con la cultura e la drammaturgia napoletana all’interno di un processo di sperimentazione continua – è prodotto da Le Belle Bandiere, con il sostegno della Regione Emilia Romagna e del Comune di Russi.



Recensione di Sonia Remoli

LA SORELLA MIGLIORE – regia Francesco Frangipane

– di Filippo Gili –

TEATRO VASCELLO

dall’8 al 12 Aprile 2026

Evoca un’eleganza nostalgica, l’interno dai toni sofisticati dove la penetrante regia di Francesco Frangipane ambienta la labirintica drammaturgia di Filippo Gili.

Un interno – luogo non solo fisico – pieno di spigoli più che di morbidezze, che parla di come chi lo abiti si impegni – senza riuscirci davvero – a non pensare a “come si stava bene prima, male ora, e forse ancora peggio in futuro” (la cura delle scene è di Francesco Ghisu).

Emerge dall’inquieto torpore di ombre oniriche, la coscienza di un fratello che otto anni prima ha ucciso una ragazza in un incidente stradale, sotto l’effetto di stupefacenti e con una momentanea interdizione alla guida. Una coscienza, la sua, che lui dichiara risiedere “nell’intercapedine” fra il bene e il male.

Questo fratello (Luca, interpretato da un efficace Alessandro Tedeschi ) trova accoglienza domiciliare in casa di sua sorella Sandra e assistenza legale nell’altra sorella, Giulia.

Ma cosa si nasconde sotto queste diverse forme di aiuto?

Cosa rivela in noi il peso di un dolore? 

E’ in questi meandri che ci invita ad addentrarci la drammaturgia di Filippo Gili.

Ed è così – in un accattivante gioco di specchi dove ciascuno scopre un proprio recondito rimando nel modo di essere dell’altro pur apparentemente così dissimile – che interpretazioni calibrate e sapientemente straripanti mettono a nudo le stratificazioni e le intercapedini dell’animo umano. 

Ecco allora che il fare plateale della sorella avvocato, ci si rivela progressivamente in tutto il suo cavilloso serpeggiamento: la Giulia di Vanessa Scalera sa intrigare lo spettatore, infatti, con il suo darsi prossemico, posturale, vocale teso spasmodicamente alla ricerca di intercapedini legali (e non solo) dove insinuarsi. 

E allora ci si chiede: ma davvero a noi interessa cercare la verità, la giustizia?

O forse, soprattutto quando ci tocca così da vicino, propendiamo a manipolarla questa presunta verità, a boicottarla, cercando dettagli allo scopo di confonderla e di rallentarla? Dando voce così a quel “campo di X” e a certe nostre esigenze interiori, altrimenti sconosciute.

Esigenze qui colte acutamente dalla sorella Sandra: una sorprendente Aurora Peres, apparentemente schiva e lontana dai riflettori, come la descrive anche sua madre. Una composta Michela Martini pronta anche lei a intercettare spazi per furtivi piaceri.

Perché essere sorelle e fratelli oltre a poter rappresentare un supporto emotivo, costituisce anche “un limite” al narcisismo dell’Altro: così diverso eppure familiare. Tanto da farci da specchio, come questo spettacolo riesce efficacemente a visualizzare.

Perché essere sorelle e fratelli ci getta in un confronto che – al di là della gelosia – può aiutare a definire la nostra identità. Avviandoci all’apprendimento della condivisione.

Perché è in famiglia, prima forma di società civile, che può iniziare a costruirsi quel legame di comunità, che va oltre quello del sangue.

Uno spettacolo accattivante, questo scritto da Filippo Gili e diretto da Francesco Frangipane, che riesce a restituire allo spettatore tutta la sensazione di come in noi si insinui l’inquieta seduzione a cercare spazi di confine per invadere l’altro.

Spazi di confine, intercapedini, di un interno familiare prima ancora che sociale.


Recensione di Sonia Remoli

– LA PRINCIPESSA DI LAMPEDUSA – Sonia Bergamasco

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– di Ruggero Cappuccio –

TEATRO INDIA

dal 10 al 15 Febbraio 2026


Con un velo di timore incede attraversando il confine tra la vita e la morte. 

In un raffinato darsi in controluce, ci invita a guardare oltre le apparenze, cercando ciò che resta celato: l’incontro-scontro tra la luce della coscienza e l’ombra dell’ignoto.

In questa dimensione intima e poetica impellente è per lei, che ad ogni cosa attribuiva un’anima, il desiderio di toccare il nuovo luogo. 


Un luogo abitato da covoni di grano, simbolo ancestrale di fertilità e di rinascita, e da ciò che resta, dopo i bombardamenti, del suo amato Palazzo a Palermo. 

Nella cui arcata centrale scopre legata un’altalena. La saggia con le mani  – entrando in relazione con la sua anima – e poi vi sale sopra con la leggerezza di una creatura alata.

Ecco allora che – dondolandosi tra cielo e terra, tra vita e morte, tra paura e gioia, tra infanzia e maturità – scopre di poter sognare ancora. Così, come sospesa tra due mondi. 

(ph. Salvatore Pastore)

Una condizione della coscienza in fondo non troppo lontana da quando, in vita, la morte veniva a farle brevi visite in concomitanza di emozioni troppo forti: “una stranezza che nel tempo aveva imparato a considerare un dono”, come si può scoprire leggendo l’affascinante romanzo di Ruggero Cappuccio “La principessa di Lampedusa”.

Una confidenza con la morte che riassaporò a forti dosi quando il 9 maggio del 1943 – in preda ad “una pulsione segreta al ritorno”  – si spinse nel rischio di un viaggio tra le rovine, pur di ritornare dalla sua Palermo. Ed è con un verso di Rainer Maria Rilke che suggella questa lacerante esperienza: “Era certo strano non abitar più la terra”.

(ph. Salvatore Pastore)



Lei è Beatrice Mastrogiovanni Tasca Filangieri di Cutò, ultima Principessa di Lampedusa: donna affascinante per bellezza, cultura, ardire e umanità. Mamma di Stefania (prematuramente morta) e di Giuseppe, futuro autore de “Il Gattopardo”.

Complice la scrittura dalla fulgente eleganza di Ruggero Cappuccio, capace di sedurre lo spettatore facendo sua una musicalità chirugica che profuma di sacro – in scena Beatrice continua ad essere visitata da quella memoria, che lei amava così tanto tutelare, e che neppure ora l’abbandona. Ancora qui, in una temporalità nebulosa scandita da chiarori e da imbrunire, preludio ad un instancabile concertare di grilli: come quando le finestre dei balconi erano aperte, nei pomeriggi estivi, a Palazzo Lampedusa.

Ruggero Cappuccio

Nella Principessa Beatrice, qui un’incantevolmente carnale e metafisica Sonia Bergamasco, tutte le voci che hanno composto la sinfonia della sua storia continuano a vivere. E la Bergamasco con un fantasmagorico guizzo melodico sa riprodurle. E ne gode. Lo leggiamo già dalla postura delle sue spalle, dalle intriganti torsioni, dalla dolce tensione dei suoi piedi nudi, ancor prima che si volga verso di noi e ci riveli la luce dei suoi occhi, colmi di mistico e folle desiderare.

E poi le si accende l’olfatto. Quel senso che lei considera così legato alla liturgia della speranza e all’afrore dell’alcova. “Chi avrebbe mai potuto immaginare che anche dopo la morte si potesse ancora sentire, desiderare, sognare!” – esclama in un’eccitazione estatica.

E in un continuo dondolio emotivo: “è strano abbandonare il proprio nome come un giocattolo rotto… è strano essere morti”.

Ma ecco il momento del risveglio del gusto: le arriva allora una voglia pazza di assaporare un riccio con il limone, e poi alghe e poi vongole. “Sempre sapori! non mi basta mai niente!”.  Ride di piacere. Ed è un piacere ascoltarla.

Arriva poi il gusto di raccontare della relazione tra le Due Sicilie: personificate nell’esuberanza amorosa tra una donna (l’Etna) e un uomo (il Vesuvio). Gusto che si lega al ricordo della sua storia amorosa con il celebre imprenditore palermitano Ignazio Florio, vissuta sullo sfondo della Belle Époque siciliana.

Il piacere dondola in lei e continua a cambiare forma.  Prima è l’amato ricordo di suo figlio Giuseppe e poi i vizi della Sicilia. A cui non importa fare bene o fare male: “noi non perdoniamo il peccato di fare … il sonno è ciò che i siciliani vogliono”.

E arriva anche l’accorato ricordo della piccola figlia Stefania: un trauma così immenso che la principessa per sopravvivere al dolore la immaginò incarnarsi dentro suo figlio Giuseppe, al quale a volte si rivolgeva anche al femminile. Un trauma che provoca commozione vera anche nella Bergamasco, che si lascia intimamente attraversare dalla traccia di questo dolore.

Ora la voglia è quella di tornare ancora una volta a Palermo, come quel 9 Maggio del 1943: quando da Capo d’Orlando, dove era sfollata, partì alle 4 del mattino in una carrozza guidata dal giovane “arcangelo alato” Leonardo Morello alla volta della sua città, dove sarebbe arrivata alle 15:30. Ma quello che vide superò ogni aspettativa: “Non c’è che dire, i Liberators americani ci hanno recapitato l’invito per l’Inferno”. 

Tanta fu l’impressione, che la colse una sensazione di straniamento che le permetteva di guardare come se nulla le appartenesse. Ma poi, recuperata la consapevolezza di sè, torna in quel che resta della sua amata casa, estensione del suo corpo. Qui c’è sempre la sua fida testimone Eugenia a non perderla di vista. L’altro testimone è suo figlio Giuseppe, al quale consegnerà l’eredità di continuare la memoria della loro famiglia e della loro città: “se non la puoi abitare, allora lei deve abitare te”. Promessa di Gattopardo. 

E dal momento che “saper uscire di scena è una delle qualità più alte a cui si possa aspirare”, lei sceglierà quale ultima sinfonia quella di dare un ballo proprio tra le macerie. A cui assolutamente non dovrà mancare Eugenia: “una festa così non la vedrai più”. Per gli abiti da sera degli invitati più in vista della città si sarebbero utilizzati i costumi di scena del Teatro Massimo, uno dei rari edifici rimasti indenni dai bombardamenti. Insieme all’ “edificio” della memoria: anzi, “la sua memoria” resterà per sempre, perché ci sarà Giuseppe e perché ci sarà Eugenia a far sì che venga conosciuta.

Ora, dopo aver goduto del dondolio del suo sognare, la Principessa di Lampedusa può ritirarsi, seguita da una nuova sinfonia di grilli.

Una sinfonia che tornerà a portarla in scena. Ancora.



Recensione di Sonia Remoli

MERCOLEDI DELLE CENERI – Valentina Esposito

TEATRO VASCELLO

dal 31 Marzo al 4 Aprile 2006

Che cosa sappiamo, ma ogni volta dimentichiamo, permettendo che ricominci?

Sappiamo che il maschile non può affermare prepotentemente la propria identità ogni volta che la reazione femminile gli risulti incomprensibile. Inaccettabilmente diversa.

Un fraintendimento della propria identità virile che nasce dal considerare minacciosa la diversità dell’Altro: di quel femminile che è fuori (cioè nella donna) ma anche dentro ogni uomo, come ci hanno rivelato la biologia e la psicoanalisi. 
Non siamo totalmente maschi o totalmente femmine: la percentuale della componente che predomina in ognuno – e che si immagina definire un genere – in realtà e’ di poco superiore all’altra.

Valentina Esposito (ph. Jo Fenz)

Non a caso, con pungente persuasività, la drammaturgia di Valentina Esposito si apre con la provocatoria confessione di un uomo che rivela di trovare gustosissimo quel “fuori” così morbido e succulento di una donna, e detestabile quel suo “dentro” così ferroso: che resiste a tutto. Anche al fuoco. 

Un “dentro” che qui in scena si immagina plasmato sensualmente dall’uomo come un “fuori”. Uno scheletro ferroso che si preferisce non si sorregga autonomamente per poter essere governato da chi “gli entra dentro da sotto e lo prende per i fianchi”.

La chiamano Rosa la Pupazza e rievoca la passione della vittima che nonostante tutto – nonostante lo sappiamo ma lo dimentichiamo così da permettere di ricominciare – continua a rivivere in un increscioso rituale paesano.

Dove, nell’immaginario maschile più miope, Rosa viene resa “una maschera criminale” che ogni uomo può finalmente indossare e gestire a suo modo. Colui che la realizza e ogni anno la restaura per la serata tra il Carnevale e il Mercoledì delle Ceneri, a fronte di un adeguato pagamento accetta di condividerla con altri uomini. Dopo di che Rosa deve scomparire, deve essere bruciata. Non deve essere più di nessuno, non deve essere più nessuno: “poi la facciamo evaporare come una santa: pesante e leggera. Che miracolo!”. 

“Con i soldi si può ottenere tutto” – così persuade gli altri uomini del paese il caporale. Lui che in un lontano passato era l’innammorato di Rosa, che poi perse per la sua incapacità di capirla, di entrare in relazione con lei, preoccupato già allora solo di fare soldi. “I soldi aggiustano tutto. Questa è l’unica cosa vera…le stesse lacrime non vanno sprecate nell’intimità, ma messe in vendita all’asta”.


A qualche livello però tutti, gli uomini e le donne del Paese – seppur complici, sanno che “il dentro” della donna sfugge a questa logica monetaria ingabbiante. La Pupazza non a caso è anche detta Pantasima: sopravvive alla morte come fantasma.

Intrecciando alla ritualità religiosa quella folkloristico-ancestrale del passaggio dal Martedì grasso al Mercoledì delle Ceneri, emerge dall’avvincente drammaturgia della Esposito la violenta ipocrisia secondo la quale tutto è lecito, potendo poi chiedere e ottenere perdono. E così, le ceneri che aprono alla quaresima, si mescolano alle ceneri della donna abusata, smembrata e bruciata. Ceneri, queste ultime, che non si riducono in soffice polvere: nelle ceneri della donna bruciata resta sempre qualcosa di irriducibile.

La feroce bellezza della regia di Valentina Esposito restituisce quadri scenici che si fissano negli occhi dello spettatore. Come il sacrale e sacrilego quadro dove delle donne – in splendida cornice attorno alla Pupazza Rosa – si offrono remissive e disponibili, “sempre pronte a dire sì”. E “accucciate” in attesa di essere travolte dalla tracotanza maschile e da quel che resta della perversione di un rito. Sono tutte (solo) esteticamente diverse: “la giovincella che si deve ancora aprire”, “la monumentale”, “la ciuccia”. ecc.

Anche la nuda scenografia shakespeariana, resa da un oggetto di scena che sembra poter essere univocamente solo un carro e che si declina invece in molto altro, parla della fertile ricchezza di un conoscere più aperto e creativo.

E poi c’è un altro quadro scenico dalla bellezza dilaniante: un flashback sul coro delle donne del paese che partecipano con devozione al funerale di Rosa. Ma che commentano sostenendo che se Rosa “avesse chinato la testa, sarebbe ancora viva”. E visivamente, in scena, emerge dalle loro nere vesti un cieco maschile che prorompe, genialmente, attraverso puppet.

(ph. Ilaria Giorgi)

Il caporale era il suo innamorato. E da 50 anni non si perdona di non aver compreso i suoi silenzi e le espressioni del suo volto quando le comunicò, quella sera, che sarebbe partito per fare soldi, così da tornare e sposarla. Si aspettava assecondamento o parole che lo dissuadessero dal partire. Rosa invece lo lascia “indifeso”: lo supplica di restare con una diversa modalità relazionale che lui non riesce a decifrare. Ora dice che allora avrebbe potuto fare qualcosa di diverso. Ma se da un lato continua a chiederle perdono, dall’altro è lui stesso a lucrare sulla sua morte, offrendola in pasto ai cittadini, eccitati dal riviverne la rievocazione.


E non si accorge che un’altra donna – la puttana “monumentale” – si è innamorata di lui, ora. O forse sì. E anche lei, incompresa, finirà per abbracciare il fiume sciogliendosi nelle sue acque. Come Rosa.

E poi c’è il Ciuccio, il giovane omosessuale anche lui troppo diverso per essere compreso e accolto da identità prepotentemente maschili. Tollerato durante il Martedì di Carnevale in cui tutti sono uguali, allo scadere della mezzanotte viene fatto bersaglio di violenze che sfociano in un omicidio di gruppo. 

Uno spettacolo, questo di Valentina Esposito, che avvince e accende fiamme di rabbia nello spettatore: in scena va il carnevale criminale del nostro tempo. 


Ma “a teatro ci si può confessare” – si dice in scena – iniziando a dire basta.

Come?

Magari portando sul palco temi sociali dolorosamente irrisolti: come quello che emerge da questo spettacolo e che è risultato fortemente sentito da parte di molte delle attrici della Compagnia Fort Apache Cinema Teatro. Cifra del teatro della Esposito è infatti quella di mettere il teatro a servizio degli interpreti, per attraversare e sciogliere quei nodi esistenziali che possono restare ancora serrati.

O magari indirizzando i giovani fin da piccoli ad una ricca educazione sentimentale, capace di trasformare gli istinti in emozioni complesse. Apprendendo attraverso la letteratura, l’arte, il teatro -che con il loro linguaggio creativo rivelano le sfumature per riconoscere e nominare le emozioni – a riconoscere il proprio dolore e quello altrui, cadendo più difficilmente nell’aggressività.

A differenza di certi giochi – a cui si allude acutamente in questa drammaturgia – propedeutici al carnevale degli adulti, come ad esempio quello di “Regina, Reginella”:

Regina reginella 
quanti passi devo fare
per arrivare al tuo castello

con la fede con l’anello 
con la punta del coltello?


Gli attori in scena:

Alessandro Bernardini, Fabio Camassa, Luca Carrieri, Matteo Cateni, Chiara Cavalieri, Viola Centi, Massimiliano De Rossi, Roberto Fiorentino, Marcello Fonte, Sofia Iacuitto, Gabriella Indolfi, Giulio Maroncelli, Claudia Marsicano, Giancarlo Porcacchia, Cristina Vagnoli, Camila Urbano

brillano per una potenza espressiva tale, da restituire assai efficacemente la ruvida bellezza delle derive in cui può deragliare il nostro animo umano. 


Fort Apache Cinema Teatro è l’unica compagnia stabile, in Italia e in Europa, composta da attori ex detenuti, oggi professionisti di cinema e palcoscenico. Diretta da Valentina Esposito, autrice e regista attiva da quasi vent’anni nei teatri e nelle carceri italiane, la compagnia realizza spettacoli, produzioni cinematografiche e progetti di ricerca e formazione con la Sapienza Università di Roma.

Oggi Fort Apache Cinema Teatro è una compagnia professionale e da quest’anno i loro progetti sono coprodotti dal Teatro Vascello. “È un grande risultato – dichiara Valentina Esposito – perché significa uscire dal ghetto del teatro in carcere: non perché lì non ci siano bei prodotti, ma perché se dobbiamo fare inserimento vero, dobbiamo uscire dallo stereotipo».

E continua: “Ho aperto la compagnia anche agli attori professionisti, perché vuol dire creare relazioni fuori. Ma con i professionisti applico lo stesso metodo: vita e teatro dialogano continuamente».

Un teatro davvero politico.



Recensione di Sonia Remoli