Uscita d’emergenza

MARCONI TEATRO FESTIVAL, 30-31 Luglio 2022 –

Tra lampi sciabolanti, fumi ipnotici e compulsive “intermittenze del cuore” si apre in un crescendo parossistico l’ultima delle “tempeste” alla quale sono sopravvissuti gli esiliati Cirillo e Pacebbene. Rito psichico oltre che atmosferico nel quale i due si ritrovano a condividere un anfratto in muratura, in attesa di vedersi riconoscere “il posto” che loro spetterebbe. Sopravvivono giorno dopo giorno, a piccoli passi, rischiarati solo dai loro ieri.

Pacebbene e Cirillo

Ciascuno dei due vorrebbe essere “trovato” dall’altro ma nessuno dei due si accorge che, a qualche livello, ciò sta avvenendo. E quasi come per contrappasso alla furiosa lentezza che li abita, i due comunicano attraverso una lingua tutta loro, a tratti “irraggiungibile” per il pubblico. Spiazzamento che il sagace regista Claudio Boccaccini sceglie di insinuare nello spettatore (alla maniera di Artaud) affinché l’attenzione si indirizzi sulla verbalità, invece eloquentissima, dei gesti, delle posture e delle espressioni dei due attori.

Claudio Boccaccini

Disperatamente e inconsapevolmente, Cirillo e Pacebbene, i due sfrattati da tutto, “trovano” casa ciascuno nell’altro proprio perché sono loro “la casa”: quell’ “edificio senza fondamenta”, qual è la vita stessa. Il loro rifugio si è dissolto e continuerà a dissolversi “come la scena priva di sostanza, senza lasciare traccia”. Perché sono “della materia di cui son fatti i sogni”. E la loro vita, così come la nostra, “è circondata da un sonno”.

Le cui oscillazioni, non solo bradisismiche, sono come le braccia di chi sta cercando di risvegliarci da un sonno che è arrivato il momento di terminare. Per ricominciare: ogni giorno, tutti i giorni. Claudio Boccaccini, con il suo particolare lavoro di regia, riesce ad evidenziare dal testo di Manlio Santanelli tutto il carattere shakesperiano in esso contenuto. E ne fa un inno al Teatro che, in maniera unica, sa portare lo spettatore dentro la vita, “un’ombra che cammina”, servendosi di due attori, “pieni di frastuono e di foga” che, a loro modo, strisciano sul tempo “fino all’ultima sillaba”.

Per quasi tutto lo spettacolo i due si punzecchiano, si minacciano, si spiano, si nascondono mascherandosi, solo per insinuarsi morbosamente, a vicenda, quel dubbio che finisce per renderli simbioticamente inseparabili: “ma tu, mi puoi perdere? puoi davvero stare senza di me?”. Perché restare soli significherebbe allenarsi a morire. Meglio allora sacrificarsi e godere del sacrificio, inconsapevoli che le cose che non accadono hanno effetti reali come quelle che accadono. Abitati come siamo da una forza che ci supera.

Registicamente geniale “la scena della farina”, che mescola e impasta la sacralità di una cerimonia eucaristica, all’alchemicità di un rituale magico. Tra esalazioni di farina e colpi di matterello, Pacebbene inserisce nel suo crogiuolo di farina ciò che non riesce ad unire in altro modo. Separando e poi riunendo gli elementi: quasi un erede del Prospero de “La tempesta” di W. Shakespeare.

Gli attori (che sembrano usciti dal quadro di Pieter Bruegel il Vecchio “Lotta tra Carnevale e Quaresima”) danno prova di una grande padronanza della scena. Il pubblico, riconoscendo loro fiducia, si lascia trasportare ripetutamente “dalle oscillazioni” che virano dal riso alla riflessione, erompendo a fine spettacolo in un fragoroso applauso. Felice Della Corte, un poeticamente trascendente Cirillo e Roberto D’Alessandro, un divinamente immanente Pacebbene sanno scavare nell’intimità di piccole manie quotidiano-esistenziali e in rituali disperati, senza mai dimenticare l’indicazione registica di rendere anche la vena comica del testo. 

Pieter Bruegel il Vecchio, “Lotta tra Carnevale e Quaresima” (particolare)

Nel fedele rispetto dell’intenzione, dell’autore Manlio Santanelli, di veicolare il senso del “tragico” con la forza spiazzante dell’ironia e del paradosso.

Manlio Santanelli

La caduta di Troia

TEATRO INDIA, 27 Luglio 2022 –

La caduta di Troia – dal libro II dell’Eneide

Interpretazione e adattamento Massimo Popolizio

– musiche di STEFANO SALETTI eseguite in scena da:

BARBARA ERAMO voce e percussioni

– STEFANO SALETTI oud, bouzouki, bodhran, voce – PEJMAN TADAYON kemence, ney, daf –

Canti in ebraico, ladino, aramaico, sabir

-Produzione Compagnia Orsini

Come una sinfonia: armonia di elementi, fusione di suoni !

È questa l’impressione che si può ricevere assistendo alla rappresentazione dello spettacolo di Massimo Popolizio “La caduta di Troia”, dove un’affascinante orchestra di tre elementi si suggella alla voce dell’Attore, crogiuolo di sonorità.

Come l’affresco di RaffaelloL’incendio di Borgo” (del 1514, situato nella Stanza dell’incendio di borgo, una delle Stanze Vaticane) così l’orchestrazione dello spettacolo trasforma il testo in un palco dove si proiettano corpi, gesti, sguardi, colori. Ma soprattutto è l’occasione in cui trovano rivelazione quelle visioni “sonore” custodite dalle parole, dai ritmi dell’esametro e dai necessari silenzi.

Nel raggiungere tali esiti, risulta essenziale il lavoro d’ensamble, musicale e canoro, cucito con artisti di grande sensibilità, quali Barbara Eramo, Stefano Saletti, Pejman Tadayon. È loro il contrappunto di paesaggi sonori, antichi e arcani, creato attraverso strumenti a fiato, a corda, membranofoni (kemence, daf, ney, fra gli altri) e cantando in lingue come l’ebraico, l’aramaico, il ladino e il sabir.

Una sinfonia che sa far rivivere in maniera lacerante il dissidio, tutto umano nonché insito nell’etimologia stessa della parola “inganno”, tra coloro che, oramai stanchi, si sono lasciati vincere da illusorie visioni favorevoli (sottolineate dall’insinuarsi di incantevoli sonorità flautate, rafforzate dall’arpeggio pizzicato di corde e poi sublimate dalle note suadenti di un canto da sirena)

e coloro che invece riuscirono a restare in contatto con il proprio istinto e quindi con la capacità di annusare e riconoscere pericolose rassicurazioni (annunciate dallo strisciare di subdoli sonagli, da menzogneri colpi vuoti, oppure da percussioni lente e poi sempre più concitate). 

Questo trionfo di magnifiche suggestioni è costruito intorno ad uno scottante tema d’informazione, purtroppo ancor oggi attualissimo: quello dell’assurdità della guerra e delle conseguenti migrazioni.

Alla corte di Didone, Enea narra, descrivendola con “indicibile dolore“, quella notte di violenza e di orrore, che si origina dall’inganno del cavallo di legno. Proprio quello con cui i Greci espugnarono, dopo dieci anni di assedio, la città di Troia. Così si apre il secondo libro dell’Eneide, considerato un capolavoro assoluto per la sua struttura e per la sua forza tragica. È l’inizio di un lungo cammino, che permetterà sì, alla fine, di trovare fortuna altrove, ma dove Enea vive la violenza della guerra, la fuga per mare, la ricerca di una nuova terra. Quella stessa disperazione di milioni di persone che anche oggi hanno iniziato il loro lungo viaggio per la sopravvivenza.

Dante metterà coloro che fanno uso di inganni, nel ghiaccio dell’ultimo cerchio dell’Inferno: l’inganno “vive di carne umana” e blinda il cuore dell’uomo. 

E la partitura narrativa nonché “sinfonica” di questo spettacolo è tutta costruita proprio su questa ambiguità costituzionale all’inganno che, anche etimologicamente, racchiude in sé, quasi paradossalmente, il significato di “truffa” e insieme quello di “gioco”.

Riccardo II

TEATRO INDIA, 20 e 21 Giugno 2022

Un lento e dilaniante gocciolio stanco accompagna il nostro prendere posto in sala. Un gocciolio di sangue, scopriremo più avanti. “Sangue” è una parola che ricorre costantemente in questo adattamento del regista Danilo Capezzani. “Sangue” che scorre e sangue che stagna e gocciola; “sangue” come casata, discendenza, famiglia; “sangue” come temperamento, indole; “sangue” come coraggio; “sangue” come vendetta: “non c’è balsamo se non il sangue”.

Capezzani sceglie di presentarci fin da subito un Riccardo II umanissimo nelle sue contraddizioni. Un re, mollemente disteso sul suo trono e che non appena tutto l’uditorio si è seduto, si gira su un fianco, verso noi del pubblico, per confidarci quanto “lunga e tortuosa” è la sua condizione di re, che “conosce più tormenti mortali di quelli che lo adorano”. Che proverebbe una qualche consolazione se solo riuscisse a trovare “un paragone” tra la sua condizione e il mondo.

È il cruccio che apre e chiude lo spettacolo; è il cruccio degli addii: di chi sta iniziando a seguire la Fine, la morte. La nostra più vecchia amica, quella che ci ha accompagnato per tutta la durata del nostro cammino. Unica vera certezza dell’essere umano. E in qualche maniera, volendo anche noi fare “un paragone”, è la stessa condizione “esistenziale” che ha dato origine alla composizione della struggente ballata “The Long And Winding Road” dei Beatles: unica presenza musicale dello spettacolo.

Cantata (o anche solo fischiettata) e accompagnata dal vivo dalla chitarra classica. Con sublime suggestione. Interessante è che anche John, Paul, George e Ringo siano riusciti a partorire questo loro capolavoro, nel loro “ultimo” periodo, trovandosi in pesante disaccordo fra loro, sia dal punto di vista artistico, che personale. E Riccardo II, come il cantante, indispettito dal dolore, si rivolge alla Fine, alla Morte, desideroso di capire perché, che senso ha, essere lasciato così: “inerme, senza sapere la via da seguire”. Senza trovare nessun aiuto, non solo in un vero amico ma neppure nelle lenti e nei prismi di un binocolo.

Questo interessante sguardo di Capezzani sulla figura di Riccardo II, umanissima proprio nel suo essere piena di contraddizioni, viene declinato anche scenograficamente attraverso l’idea di un regno simile ad un ring, al cui centro troneggia, di sbieco, un re dispotico ma anche insicuro, incline alla riflessione, all’introspezione. Un re, che non sa dove “mettere i piedi”: che abita il suo trono/letto a testa in giù, appoggiando i piedi sul guanciale, o che, nell’andare verso la guerra d’Irlanda, sale in piedi sopra divani. Un re giovane, quasi adolescenziale.

Un re solo: gli altri personaggi raramente entrano nel ring. Prevalentemente sfilano sui praticabili sopraelevati che lo circondano, quasi fossero sulle mura del palazzo. Ne emerge un senso di soffocamento, di oppressione, di accerchiamento, più che di potere. È un re che cerca, a volte implora, il conforto e il sostegno del pubblico. Consapevole che molti tra noi faranno come Pilato. Consapevole di aver perso potere sul suo popolo.

Un re che, disperato, sfonda il sipario e si appropria di un ultimo spazio. Vulnerabile. Un re, come un Cristo crocefisso e tradito dai suoi. Un re che si ostina a trattenere una corona, in bilico tra un’aureola e una fascetta per capelli. Il sipario è dietro. E cela il mondo degli intrighi. Un mondo nuovo che sta prendendo forma, come un ologramma. E che cerca una nuova figura di re.

J. Coghlan, Riccardo II nel castello di Pomfret

Un mondo che emerge dalla nebbia, che una volta dipanata, lascerà nudo Riccardo II. E lui, a quel punto cercherà di avvolgersi nel sipario: ultima cortina tra vecchio e nuovo mondo. A volte si ha la sensazione di una regia cinematografica, ricca di primi piani, mezzi campi (anche in soggettiva) e campi lunghi.

Gli attori dimostrano un’ottima gestione del corpo e della voce. In alcuni magici momenti sembra che intorno a Riccardo II ruoti un malefico carillon. L’uso delle luci rende con molta efficacia la diversa densità delle atmosfere che permeano la zona antistante e quella retrostante il sipario: il mondo dell’introiezione, del racconto da consegnare ad un uditorio da mandare a casa in lacrime (complice anche un poetico testamento rap) e quello delle cospirazioni, delle ambiguità, dell’avanzare del nuovo, della fine di un ciclo.

Tutto lo spettacolo brilla di una cura vertiginosa.

E rapisce.

La locandiera

TEATRO INDIA, 17 giugno ore 21.00 – 19 giugno ore 15.00 (maratona) – 20 giugno ore 21.00 –

“La locandiera” del regista Antonio Latella (Premio Ubu nel 2001 e Premio Gassman nel 2004) è un inno a ciò che di diverso, di “straniero” e quindi di unico brilla in ciascun personaggio. “Fra voi e me vi è qualche differenza”: così l’incipit allo spettacolo. Per esaltare ciò al massimo grado, Latella veste tutti i personaggi in maniera identica. Come dentro una divisa che li uniforma tutti: giacca nera, sotto-giacca nero, bermuda nero e calze nere che svettano, con più o meno audacia, da scarpe scure. Tutti: uomini e donne; servi e padroni.

Tutti si originano dalla stessa “forma”, dando vita però, ciascuno, a qualcosa di meravigliosamente diverso. È un “muro” di legno quello che delimita il proscenio. Forse, la porta della locanda. Al suo interno ospita due aperture, due “buchi della serratura”: quelli delle sagome vettoriali di un uomo e di una donna.

Da qui i personaggi si affacciano, sostano, si incastrano. Solo quando trovano il giusto impeto, sbucano, sfondano, oltrepassano “la forma”, rompono lo stampo che li unifica. Aprono. Si aprono. E quale migliore modalità di differenziazione esiste se non quella che si esprime nel sedurre, nel corteggiare?

Latella sceglie di mettere in scena allora una presentazione collettiva dei pretendenti della locandiera: come in una “giostra”, in una parata. Dove però tutti hanno già il loro “fazzoletto”: sarà la dama a scegliere se e da chi accettarlo. La locandiera: lei che “incatena, parla bene ed è di ottimo gusto”. Lei che “ha qualcosa di più delle altre: unisce gentilezza e decoro come nessuna mai”.

Il corteggiamento, la giostra, è fatta prevalentemente di parole. Ma se è vero che “il punto g” è nelle orecchie, è vero anche che la locandiera è una donna concreta: “mi piace l’arrosto. Del fumo non so che farmene … mio piacere è vedermi servita e vagheggiata”. Soprattutto “vagheggiata”: inseguita irresistibilmente nella sua volubilità.

Il suo gioco infatti sarà, almeno finché le sarà concesso, quello di scegliere di non scegliere. Quale piacere più grande si può ricavare, se non seducendo per farsi sedurre dal più scontroso e misogino degli ospiti della locanda? E poi lasciarlo andare. Rischiando. Ma non fino in fondo. Obbedendo, e forse lasciandosi schiacciare, dal consiglio paterno di sposare Fabrizio. Un’eredità, una “forma”, dalla quale la locandiera non riesce a plasmare qualcosa di diverso e quindi unico. Solo suo.

I giovani attori incantano lo spettatore dando prova di sapersi misurare in un originale uso dell’eredità dei frizzi e dei lazzi della commedia dell’arte. Sapendo punteggiare il mare di parole con accattivanti pause e dardeggianti sguardi. Delizioso contrappunto quello messo in scena dalle due commedianti Ortensia e Dejanira: nuove, fresche e conturbanti baccanti.

Vite a scadenza

TEATRO MARCONI, 15 Giugno 2022 –

“Audace è chi riesce a fare qualcosa del proprio buio”. Senza lasciarsene schiacciare.

Dopo la morte del padre, avvenuta quando aveva solo sette anni, Elias Canetti (premio Nobel per la Letteratura nel 1981) dedica tutta la sua vita a “fare qualcosa del proprio buio”: il trauma della morte. Imprevista. Inattesa e che nel suo essere inimmaginabile, ci coglie impreparati. Indifesi. E ci angoscia. In questo testo Canetti prova a immaginare, invece, un’ipotetica società “diversa”, dove lo stato di impotenza umana di fronte alla morte viene rovesciato grazie ad un espediente: si nasce sapendo già la data della propria morte. La propria data “di scadenza”. Ma sarà davvero preferibile?

Claudio Boccaccini, regista di questo adattamento, all’età di sette anni, scopre, come racconta nell’emozionante monologo “La foto del carabiniere”, cosa significa vivere la morte. Nascere dalla morte. Intorno ai sette anni, infatti, viene a conoscenza del fatto che la sua nascita è stata possibile anche perché qualcuno (il vicebrigadiere dell’Arma dei Carabinieri Salvo D’acquisto) sentì l’urgenza di fare qualcosa del “buio altrui”, quello dei ventidue civili ingiustamente rastrellati per essere condannati a morte dalle truppe naziste, nel corso della Seconda guerra Mondiale. Tra i ventidue civili, Tarquinio, il padre di Boccaccini. Il ventitreenne Salvo D’Acquisto scelse allora di “tramontare”, di anticipare la “scadenza” della propria vita, di stabilire lui (forse) una “scadenza”, offrendosi alla morte. Forte della consapevolezza di lasciare un prezioso testimone, regalando inebriante vita non solo ai suoi amici ma anche ai loro figli. In atto e in potenza: già nati o ancora solo desiderati. 

Sarà forse per un simile destino di prossimità alla morte che, in questo adattamento del testo di Canetti e nella resa registica dell’intero spettacolo, Claudio Boccaccini rivela una speciale sensibilità nel lavorare sul binomio vita-morte e sull’angoscia ad esso collegata.

Un orologio senza lancette abita il fondale, quasi stampato su uno stropicciato lenzuolo di raso nero che ricopre un letto (per eccellenza luogo di nascita-vita-morte) posizionato verticalmente. In alcuni momenti chiave dello spettacolo, le lancette mancanti del quadrante dell’orologio vengono rese, con geniale naturalezza, da posizioni assunte dai personaggi. Apparenti “padroni” di questo tempo distopico. Loro stessi “lancette” del nuovo tempo.

Ma nonostante ciò, anche da questa umanità “semplificata” emergono insoddisfazioni e nuove paure, rese da un disegno luci spietatamente avvincente e da un’espressività struggentemente ambigua degli interpreti, in bilico tra l’orgoglio di vivere nel momento di “massimo progresso” della storia e l’inspiegabile fascino per l’inquietante, ma vibrante, vita di chi li aveva preceduti.

Nello specifico, il disegno luci sa rendere l’insinuarsi della luce che si fa strada all’interno delle crepe che attraversano l’angoscia. E al contempo sa come rendere l’emergere delle ombre da un’apparente quiete rassicurante: sintomo dell’insistenza della vita, che non si accontenta di “programmi”, “di scadenze” e che scopre di volersi nutrire ancora di caos vitale.

La densa espressività degli interpreti, poi, sa non escludere lampi di vertiginosa audacia dentro quella paura, che solo apparentemente cerca la quiete. Un’espressività che riesce ad esprimersi anche nonostante le maschere, che in alcuni momenti dello spettacolo gli interpreti indossano e che danno vita ad efficaci giochi di specchi.

Perché gli uomini, forse, sono fatti per continui inizi, per nuovi orizzonti tutti da scoprire. E proprio per questo, ricchi di fertile eccitazione. Perché nella vita si muore non una volta ma continuamente. E altrettanto continuamente si nasce. E forse la spinta per continuare ad iniziare ci viene proprio dal sapere che prossima ed imprevista arriverà una nuova morte. 

Lo spettacolo si avvale dell’efficace contributo del tecnico delle luci e del suono Andrea Goracci.

La musica originale del coro, che accompagna lo splendido epilogo dello spettacolo, è di Alessio Pinto. 

Pene d’amor perdute

Gigi Proietti GLOBE THEATRE Silvano Toti, Dal 10 al 19 giugno 2022 –

Direzione artistica Nicola Piovani

Regia di Danilo Capezzani

Prodotto da Politeama s.r.l. e Accademia Nazionale d’Arte Drammatica “Silvio d’Amico”

Alla corte di Navarra del regista Danilo Capezzani si ama ascoltare Musica: l’Arte che include tutte le 9 arti delle Muse, capace di donare all’uomo la possibilità di trasformare ogni cosa in un ordine che incanta. Il re di Navarra (dalle sembianze di un giovane Yves Saint Laurent) ha un debole per suonare la chitarra. Ma ogni piacere rende deboli. Così invita i baroni della sua corte, che il regista immagina come dei collegiali e che il re (della moda francese Yves Saint Laurent) veste in divisa bianca, a firmare un contratto nel quale ci si impegna per tre anni a rifuggire da ogni piacere, in nome dell’imperituro ideale della gloria, raggiungibile solo se “inciso” sul proprio corpo e sulla propria anima. Muovendo cioè guerra alle passioni: “morti al mondo”. In nome di un sapere, chiuso alle competenze dei più. Divino. Il re, per primo, dà l’esempio: si spoglia della sua amata chitarra, che nasconde dentro un’inconscia botola: “ci rivediamo fra tre anni!”. Ma Berowne, uno dei baroni della sua corte, oppone resistenza: “se ogni piacere è vano, il più vano è quello avuto con pena”. Tesi già sostenuta da Sant’Agostino: fare il bene senza piacere, e quindi solo per dovere, non ha alcun valore. Perché Berowne sa che è proprio la legge, la regola, il divieto, a fondare il peccato: “allora io studierò ad esempio dove fare una cenetta sopraffina, quando il fare festa mi si nega espressamente”. E come se ciò non bastasse, Berowne s’accorge anche di una “concreta” contraddizione nel contratto: a giorni la figlia del re di Francia verrà a corte per riavere l’Aquitania e il divieto di parlare con donne, pena il taglio della lingua femminile, sarà trasgredito. Con ipocrisia il re propone di correggere l’articolo introducendo l’assoluzione “solo per pura necessità”. “Allora, firmo!” si affretta a dire Berowne, intuendo la crepa e quindi lo spiraglio di libertà. Questo sarà infatti l’inizio della fine del contratto: “questa necessità ci farà tutti spergiuri, tremila volte in tre anni “. Infatti, al palesarsi della prima presenza femminile, sarà il guitto dandy Armado a cadere vittima dell’arco di Cupido, che lo fa perdere dietro ad una contadina: la sensual dark Jaquinette. Lui che avrebbe dovuto offrire “ricreazione” agli studiosi di corte narrando le gesta di coloro che si sono immolati per rincorrere la gloria, scopre che tutti i suoi sensi non possono se non sottostare alla dittatura dell’occhio. E i suoi rossori lo tradiscono. E il suo incedere è sempre meno ancorato a terra ma si libra alla ricerca di un pericolosamente irresistibile disequilibrio. E neppure la consultazione della rivista Vogue, suo “manuale” di sublimazione o di “preghiera”, riesce a contenere a lungo i suoi spasmi. All’arrivo della principessa di Francia e delle sue damigelle, allo stesso destino risponderanno gli studiosi di corte, incluso il re. Perderanno la testa ma scopriranno di essere sì gentiluomini, ma anche “giocatori d’azzardo”.

Il regista Danilo Capezzani, pur attenendosi al testo originale, sceglie di rivelare attraverso una gestualità elegantemente ridicola e di evidenziare attraverso i doppi sensi delle parole, l’irrefrenabilità della natura umana: “straziante, meravigliosa, bellezza del creato”.

Taglio argutamente saggio, in una commedia incentrata sulla potenza del desiderio. I giovani attori dimostrano di esserne efficaci interpreti. Su tutti spiccano il virtuosismo del tenero smargiasso spagnolo Don Adriano de Armado e l’acuta urgenza del barone di corte Barowne.

Il tempo sospeso

TEATRO ARGENTINA, il 9 Giugno 2022 –

Cosa ci permette di recuperare “restare sospesi”, faccia a faccia solo con noi stessi?

Il regista Roberto Gandini, in un interessantissimo esperimento di semiotica, sceglie di amplificare l’esperienza “di allontanamento” appena vissuta dai ragazzi a causa dell’emergenza sanitaria, immaginando di far vivere loro, subito dopo, non appena rientrati in presenza nelle aule, un’esperienza prossemicamente opposta: “di forzato avvicinamento”, causa una successiva emergenza climatica. Perché il Teatro, come Gandini ha tenuto a esplicitare nella breve presentazione allo spettacolo, costituisce il miglior farmaco ai mali della vita. Ma “farmaco” etimologicamente significa sia medicina che veleno. E allora sarà il regista stesso, nelle vesti di “medico”, sulla scia di quanto asseriva Paracelso («Tutto è veleno, e nulla esiste senza veleno. Solo la dose fa in modo che il veleno non faccia effetto») a stabilire la dose più opportuna da somministrare ai pazienti (attori e spettatori).

Effetti sonori e luminosi fanno entrare in scena la tempesta climatica (ed emotiva) che si sta per abbattere sui ragazzi di una scuola. Sono reduci da un’esperienza di traumatica lontananza ma anche ora che si è tornati “in presenza”, prossimi l’uno all’altro, rassicuranti referenti della loro vita continuano ad essere i cellulari. E continuano ad esserlo anche nello shock iniziale dell’annunciato sequestro sanitario. Almeno fino a quando la tempesta garantisce ancora “campo”. Ma “il segnale” ad un certo punto salta. E come nel blackout dei blackout, i ragazzi restano totalmente al buio, disorientati. Privi di coordinate “di rete”. Neanche la flebile luce dello schermo del cellulare rischiara i loro volti. E restano per la prima volta davvero sospesi nel vuoto buio dell’attesa. Soli con se stessi, a contatto con altri nelle stesse condizioni. Prossemici nel panico, insieme ad atteggiamenti deliranti iniziano a farsi strada strategie di sopravvivenza: dapprima egoisticamente individuali ma poi anche collettive.

Annullate le consuete coordinate temporali, le lavagne, da strumenti d’insegnamento, diventano, grazie ad un’acuta intuizione scenografica, “quadri temporali” nei quali “lasciare il segno”, ora, dello scorrere dei giorni, delle settimane. E laddove tutto stagna e l’orizzonte perde (apparentemente) profondità, scenograficamente cala un fondale stracciato, a brandelli, unica e immensa “rete” di ragnatele. I giorni non si distinguono dalle notti in questo limbo ma proprio l’assenza di distrazioni permette ai ragazzi di sentire “rumori” : il rumore dei loro pensieri. Finalmente, in questa drammatica situazione, hanno la possibilità di sperimentare “la connessione” con loro stessi. E allora i rumori diventano preziose emozioni a cui si riesce a dare un volto: nausea, ansia, rabbia, fame di attenzioni, fame di segni. Fame d’amore.

Il nutrimento alimentare, di scarsa qualità e anaffettivo, cade dall’alto e diventa causa di egoismi, soprusi e violenze. Ci si scopre in tutte le proprie ombre umane. Ma occorre il vuoto per poter riscoprire il pieno. E così riaffiora sempre più prepotentemente la voglia di famiglia, sì proprio quella che prima era solo “un accollo”. E poi la voglia di “condividere”, attraverso la parola e il contatto, segreti, bisogni ed esigenze. Anche privatissime. Capaci di superare la vergogna, scopertisi ora umanamente uguali. Eppure così seducentemente diversi. Ma soprattutto ricchi in immaginazione: la musa di fuoco capace di colmare ed esaltare la limitatezza della realtà. 

I 35 ragazzi, che per la durata di gran parte delle prove sono stati preparati in piccoli gruppi, in conformità alle indicazioni previste dalle regole sanitarie e che solo poco prima dello spettacolo hanno provato tutti insieme, hanno dimostrato affiatamento e complicità sincronici, brillando nelle coreografie musicali.

Lo spettacolo gode della precisione di un orologio e risulta godibilissimo. Interminabili gli applausi con la platea insorta in piedi a reclamare un bis. 

Roma: immagini di città

TEATRO VALLE, Dal 25 Maggio al 25 giugno 2022 –

Chi sono i Poeti di oggi? I Poeti della Roma post lockdown? Con questo interrogativo le poliedriche autrici Maria Grazia Calandrone e Lidia Riviello moderate, nel loro affascinante confronto sulle tracce artistiche e storiche che hanno segnato la Città, dal regista Graziano Graziani, sono riuscite a solleticare l’interesse del pubblico presente ieri sera all’incontro “Roma e i suoi poeti”, presso il Teatro Valle, in collaborazione con Dominio Pubblico. L’incontro, il secondo dei cinque in programma, costituisce un ulteriore tassello compositivo della mostra “Roma: immagini di città“, che ha dato alla luce incontri, mappe immaginarie, poesie e video racconti sulla città di Roma. In occasione delle celebrazioni per i 150 anni di Roma Capitale, tale mostra si impegna a ricollegare i tanti fili che il Teatro di Roma ha aperto e disegnato nel lungo percorso dedicato alla Città. 

Ieri sera, l’intreccio delle narrazioni, condotto con appassionato e seducente trasporto dalle suddette autrici Maria Grazia Calandrone e Lidia Riviello, ha seminato nel pubblico fertili domande e si è usciti dal Valle chiedendoci: “saranno ancora disposti i Poeti di oggi, del post lockdown, a rinunciare al proprio cognome e a rendersi identificabili solo attraverso il proprio corpo? Attraverso la loro presenza costante nella Città? Sentendo solo l’urgenza di mescolarsi con tutti e con tutto, azzerando tra loro e con il pubblico inutili distanze? Così, come avveniva nell’indomabile Roma “lirica” degli anni ’80, letteralmente “occupata” dai poeti. Legati tra loro da un’amicizia deleuziana, nella quale contavano non le idee comuni ma le “percezioni” comuni di una pluralità. Potremmo ancora sperare in “attacchi poetici” capaci di infrangere gli attuali muri di silenzio? Riuscirà a ri-crearsi una “comunità” con un’acutezza di sguardo tale da poter instaurare un dialogo con ciò che non è ancora visibile? Lasciando maieuticamente emergere il possibile?

La mostra accoglie inoltre una sezione video in cui viene restituito l’intreccio di relazioni, interviste e dibattiti attivati da Giorgio Barberio Corsetti con il format Metamorfosi Cabaret, ospitando i differenti racconti delle associazioni attive nei territori periferici. Un modo per leggere la metamorfosi di Roma, in risposta alle sfide sociali della pandemia e delle nuove povertà. L’esplorazione della città è stata riconsegnata anche attraverso un video del Cantiere Amleto , condotto dallo stesso Corsetti a Tor Tre Teste e a Tor Bella Monaca; attraverso alcune interviste fatte a studenti e studentesse di diverse scuole romane in occasione del Natale di Roma 2021 e, a conclusione, attraverso i percorsi realizzati in connessione con IPER, il festival delle periferie ideato da Giorgio De Finis, raccontati da un video di presentazione.

Le varie sezioni della mostra “Roma: immagini di città” riescono efficacemente nel tentativo di fissare l’effimero nell’eternità dell’immagine, restituendo vitalità ad una Città attraversata dal periodo più oscuro della pandemia: quello dei teatri vuoti. Un valido antidoto alla concreta evanescenza della vita.

Scheggia ancora di mille vite

TEATRO INDIA, Dal 30 Maggio al 1° Giugno 2022 –

TEATRO INDIA
 30 maggio – 1° giugno 2022

 Giorgio Barberio Corsetti
 SCHEGGIA ANCORA DI MILLE VITE
 
esercitazione a cura di Giorgio Barberio Corsetti
 
da Pier Paolo Pasolini
 
assistenti alla regia Andrea Lucchetta, Luigi Siracusa
 con Anna Bisciari, Lorenzo Ciambrelli, Doriana Costanzo, Alessio Del Mastro, Vincenzo Grassi, Ilaria Martinelli, Eros Pascale, Marco Selvatico, Giulia Sessich

musiche originali e maestro di coro Massimo Sigillò Massara
 scene Alessandra Solimene
 costumi Francesco Esposito
 direttore di scena Alberto Rossi
 fonica Laurence Mazzoni
 sarta Marta Montevecchi
 Produzione Teatro di Roma – Teatro Nazionale
 in co-realizzazione con Accademia Nazionale d’Arte Drammatica “Silvio d’Amico”
 
L’ iniziativa fa parte del programma PPP100-Roma Racconta Pasolini promosso da Roma Capitale Assessorato alla Cultura con il coordinamento del Dipartimento Attività Culturali

 
orari: dal 30 maggio al 1°giugno 2022 ore 19.00 – durata: 1h30’ –

Spuntano come fiori, baciati da un canto crepuscolare. Un canto che, la regia di Giorgio Barberio Corsetti e le musiche originali di Massimo Sigillò Massara maestro di coro, rendono incanto, incantesimo, rito magico. L’attenzione cade sulla parola: la prima delle magie dell’uomo, capace di generare l’impossibile, passando per l’intonazione della voce e per il ritmo del respiro, su cui si regge il suono. Consapevoli del potere dell’asserzione, i ragazzi di borgata di Corsetti spuntano dall’ansia tipica “di chi è, ciò che non sa”, di chi ama e conosce ora e ancora, “spinti da un festivo ardore”. Sono gli allievi del Biennio di specializzazione in recitazione e regia dell’Accademia “Silvio d’Amico”, la cui esercitazione, una produzione del Teatro di Roma, curata appunto dal regista Giorgio Barberio Corsetti, ne costituisce l’esito. E’ il regista a condurci da loro, guidandoci appena fuori dal Teatro India, dove la natura, indifferente e selvaggia, prende il sopravvento sull’edilizia civile e su quella post-industriale. Quasi fossimo noi del pubblico una macchina da presa, Corsetti di volta in volta ci gira verso il nuovo obiettivo da raggiungere ed inquadrare con il nostro sguardo: ora, ad esempio, l’interno di un edificio ormai privo di tetto. Qui i ragazzi si raccontano stornellando. Ed è un nuovo incanto. Rime pittoresche, salaci e pungenti, di sfottò uniti alla saggezza popolare dei proverbi : un spaccato di vita quotidiana fondato sul “contrasto”, una gara di bravura fra cantori dell’improvvisazione. 

Il “nostro sguardo” viene spostato poi su un lato del cortile esterno del teatro, dove è stata ricreata l’ambientazione di un bar. Qui, dove “appare ancora dolce la sera”, i ragazzi di borgata sono soliti ritrovarsi, tra Viale Marconi e la stazione di Trastevere, “in tuta o coi calzoni da lavoro, ridenti e sporchi”. La carrellata dello sguardo prosegue e da dietro le inferriate dello stabile, o dall’unica finestra libera, parte un’invettiva contro le madri: quelle vili, mediocri, servili e feroci della “Ballata delle madri”. Veniamo condotti poi dentro, al buio: unico chiarore caravaggesco quello di una tavola dove i ragazzi si apprestano a farsi una spaghettata ma … non mangiano. E poi ancora più dentro ad assistere ad una scena di corteggiamento, separati da un velatino. E poi, di nuovo prossimi all’esterno, assistiamo al frantumarsi del mandala di un momento privato del poeta, catturato da Letizia Battaglia. E di nuovo fuori: tra la ferocia di uno scippo e la leggerezza di una partita di pallone. Fino al commiato: nella natura. Dalla quale, i ragazzi di vita, “come allora, scompaiono cantando”. “Sempre senza pace”: uno sguardo alla vita, uno sguardo alla morte. 

La feroce freschezza degli allievi dell’Accademia “Silvio D’Amico”, complici la suggestiva scelta delle coordinate spazio-temporali da parte del regista Corsetti e la sublime malinconia evocata e declinata con elegante efficacia dalle musiche originali di Massimo Sigillò Massara, maestro di coro, fanno di questa esercitazione un gioiello di “folgorazioni figurative”, cesellato da un originale sodalizio armonico tra musica, versi e teatro.

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