– GUIDA IL TUO CARRO SULLE OSSA DEI MORTI – regia, drammaturgia, sound design Federica Rosellini

– dal romanzo di Olga Tokarczuk –

IF INVASIONI (dal) FUTURO_LEGACY*2026

Teatro India

6 Settembre

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Come due cerve scese dal bosco ci aspettano.
E ci guardano: sedute.

Abitano uno spazio circolare, isolato dentro un confine: di luce, non di pietre. Una luce che recita: una barriera immateriale, viva, mutevole e poetica. Che definisce senza imprigionare: come é naturale tra uomini e animali. Un habitus di cui si tingono anche gli abiti di scena.

Nel silenzio, entra un altro raggio di luce: è una voce, è un canto. E crea un contrasto che si fa passaggio tra due mondi: quello visibile e quello invisibile.

La voce è quella piena di grazia nostalgica di Federica Rosellini. 

È un canto che sa di dolce lamento. 
È emozione pura.
È memoria collettiva.

La regia, la drammaturgia e il sound design curati dalla Rosellini – gravitanti intorno alla parola, al canto, al campionamento digitale, al suono del violino – creano un paesaggio che si fa corpo vivo dello spettacolo, creando ponti: temporali e di senso.

Come, ad esempio, il campionamento porta con sé il “fantasma” del suo contesto originale, così qui il sé più profondo della protagonista porta “il fantasma” della sua voce narrante. In scena ci sono Raffaella D‘Avella e Federica Rosellini: due parti di una stessa anima rock. Quella di Janina Duszejko: la protagonista di Guida il tuo carro sulle ossa dei morti di Olga Tokarczuk.

Un’anima, quella di Janina, il cui stare al mondo anticonvenzionale sa andare al di là di quel pigramente ossequiante “si è sempre fatto così”, che finisce per rivelarsi poi una prepotenza. 

Janina vive attraversando confini, provando a creare ponti: mettendo in discussione la visione del mondo “autorizzata” quando, ad esempio, assegna all’uomo una presunta superiorità sugli animali, tale da legittimare ogni gesto nei loro confronti. 

Con una scrittura lirica ed accattivantemente politica, Olga Tokarczuk manda in scena una sorta di eco-thriller-esistenzialista in cui interroga provocatoriamente il lettore/spettatore su chi “davvero” sia il colpevole di questo giallo: le continue morti in un piccolo e isolato villaggio di montagna, situato nella conca di Klodzko circondata da boschi fitti e montagne, nella regione della Slesia, in Polonia, al confine con la Repubblica Ceca. Omicidi di uomini, tutti accumunati dalla loro passione per la caccia. Ma ci sono anche le morti delle due cagne di Janina, per lei come delle figlie. E delle quali Janina va disperatamente alla ricerca dei corpi, per onorarli di una sepoltura. 

Olga Tokarckuz

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Il genere letterario del giallo visualizza la metafora della condizione umana e della costante ricerca di senso di fronte al caos della vita. Se infatti il delitto rappresenta la rottura traumatica dell’ordine sociale e morale, l’indagine simboleggia il tentativo della ragione umana di ripristinare la giustizia e la verità. L’indagine, in verità, non serve solo a trovare il colpevole, ma ad esplorare le contraddizioni, le ingiustizie e i mali nascosti nel tessuto sociale e storico di ogni epoca.

Anche il lettore viene chiamato a scovare e ad interpretare gli indizi seminati nell’indagine, trasformandosi lui stesso in un detective simbolico a cui viene affidato il caso da “risolvere”.

E in questo senso può essere interpretato il monito di Janina posto da Olga Tokarczuk ad apertura del romanzo. Un monito dal sapore di un oracolo delfico:

“E adesso fate attenzione!

Una volta scelto il sentiero

periglioso,

L’uomo giusto compiva

umilmente il suo tragitto

Nella valle della morte”

Un incipit che mentre annuncia una soglia psicologica e narrativa di rottura del quotidiano, sta insieme stringendo un patto con l’ascoltatore. 

Un incipit che racchiude l’invito a percorrere “un sentiero periglioso”. Avendo cura di tenere i piedi il più possibile puliti. Per renderli il più possibile “sensibili”: ricettivi, in ascolto. 

I piedi – ovvero l’unica parte del corpo che tocca direttamente il suolo – sono il punto di scambio energetico tra l’uomo e la natura. E lo stesso vale per gli animali, secondo le discipline olistiche.

Nel piede è racchiusa infatti una potentissima mappa di canali energetici, collegati a tutto il corpo da una carica attrattiva, erotica. Ma occorre averne cura: occorre mettersi in ascolto delle informazioni che trasmettono. Non come Piede Grande – il primo dei cacciatori morti – il cui nome rivela l’impronta pesante dell’uomo sul mondo: l’impronta di colui che calpesta tracce e territori che non gli appartengono. Che, come non tiene conto della Terra, non si pone in ascolto neppure del Cielo. 

A differenza invece di quanto propone Janine, con la sua passione per le tavole delle Effemeridi: capaci di unire il tempo umano ai cicli cosmici. Un ponte tra macrocosmo e microcosmo fondato sul principio ermetico “come in alto, così in basso”.

Un ordine superiore e geometrico dell’universo, dove i movimenti macrocosmici dei pianeti riflettono in maniera speculare i mutamenti microcosmici dell’animo umano. 

Un “diverso” punto di vista, quello che Janina propone rispetto alle abitudini del suo villaggio, dove ci si limita a seguire i contraddittori consigli di Padre Fruscio. Che dal pulpito della chiesa (come da quello degli appostamenti di caccia) benedice i cacciatori quali ambasciatori sodali della creazione divina.

William Duffield, Sir John Gilbert – “Cacciatori di frodo”, 1863

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Janina è portatrice anche di un femminile che preferisce prendere le distanze da un certo maschile che risulta affetto da una sorta di “autismo testosteronico”: quando diviene impossibile cioè un dialogo ricco in pathos, perché “temuto più dell’inferno”.

Un femminile, quello di Janina, che si scopre invece liricamente molto vicino all’integrazione con il mondo animale. Solo dai cacciatori di frodo Janina si sente minacciata: egoistici predatori non rispettosi dei cicli della vita, che così facendo portano all’estinzione delle specie, per il proprio profitto.
Sono, i cacciatori di frodo, come ombre che si muovono nell’inganno: usando trappole crudeli e violenza cieca. Come avviene anche in “un amore di frodo”: non a caso contro tali cacciatori Janina tiene sempre pronto in casa dello spray al peperoncino.

Ma Janina non desisterà dal percorrere il “suo sentiero periglioso” , guidando il suo carro sulle ossa dei morti. 

Una performance – questa immaginata da Federica Rosellini, affiancata in scena da una Raffaella D’Avella dalla brillante sagacità – che restituisce poeticamente l’anomalia del giallo di Olga Tokarczuk. Un giallo che, volutamente, dopo la scoperta del colpevole non chiude “il caso” ma apre alla riflessione: su una ricerca sempre più attenta alla dignità che accomuna uomini e animali.

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Recensione di Sonia Remoli

– DUNE – la saga di Frank Herbert secondo lacasadargilla

IF/INVASIONI (dal) FUTURO_LEGACY*2026

Teatro India

30 agosto – 6 settembre

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Negli osmotici spazi del Teatro India  dove trovano accoglienza linguaggi non convenzionali – testimonianza del potere trasformativo di un’ex area industriale in moderno laboratorio di cultura e di spettacolo dal vivo – si è appena concluso il ciclico periodo di fertili invasioni aliene proposto dal Festival multidisciplinare IF – Invasioni (dal) Futuro_Legacy*2026.

Il Festival è curato da lacasadargilla: un ensemble artistico-teatrale che si distingue nel panorama del teatro di ricerca italiano per il suo approccio sincretico e multidisciplinare. Fluida ed estesa ad una rete mobile di collaboratori è la realtà di lacasadargilla, il cui nucleo centrale fisso è composto da Lisa Ferlazzo Natoli (autrice e regista), Alessandro Ferroni (regista e disegnatore del suono), Alice Palazzi (attrice e coordinatrice dei progetti), Maddalena Parisi (ricercatrice e artista visiva). Olistica è la loro idea di teatro, capace di coinvolgere l’essere umano nella sua interezza, favorendo una profonda interazione tra la sfera interiore e la sfera relazionale.

Invasioni, queste che lacasadargilla di volta in volta propone, che aiutano a ricordare come il nostro stare al mondo – fatto di case, di terre e di confini – non sia da immaginare come un rigido possesso sicuro. Ma di cui aver cura, restando aperti alla formulazione di sempre nuovi equilibri. Così da poter immaginare come coordinare il nostro stare al mondo con quello di chi capiterà di incontrare sulla soglia del nostro spazio vitale.

Il Festival è infatti un invito ad appassionarsi a rintracciare nella fantascienza uno specchio distorto della realtà, che ci permetta di esplorare il presente, le paure collettive e la natura umana attraverso la lente del futuro e dell’altrove. La fantascienza si dà così anche come strumento di analisi politico-filosofica, capace di gettare un ponte per riflettere sui mutamenti sociali e sull’importanza dell’incontro con l’Altro.

Questa tredicesima edizione di IF – Invasioni (dal) Futuro_Legacy*2026 è stata dedicata all’inaugurazione di un nuovo progetto drammaturgico che si distenderà lungo un orizzonte quinquennale. Sarà una narrazione corale che allenerà il pubblico all’attesa e all’ascolto, portando in scena la SAGA dell’intero ciclo narrativo del DUNE di Frank Herbert. L’edizione 2026 appena conclusa si è concentrata sui primi due volumi: Dune e Messia di Dune.

La saga è un genere letterario e cinematografico che va oltre il semplice intrattenimento: è come una moderna mitologia. E in un mondo contemporaneo spesso privo di grandi narrazioni condivise, le saghe riescono a riempire questo vuoto, riproponendo strutture simboliche ancestrali. A differenza del singolo romanzo, poi, la saga ha bisogno di tempo per trovare un suo respiro. E seguire i personaggi nel lungo scorrere del tempo, permette al lettore/spettatore di sperimentare il loro cambiamento interiore e collettivo, il peso degli anni, l’eredità spirituale.

Nel ricchissimo programma del Festival – che da sempre spazia dagli appuntamenti radiofonici (resi disponibili oltre che in presenza in modalità podcast sulla piattaforma Spreaker) alle immersioni sonore;  dalle performance teatrali interattive agli spazi dedicati alle arti visive, nonché alle installazioni multimediali e ai workshop di alta formazione –  giovedì 3 Settembre scorso alle ore 18:45 nel fervore della diretta su Radio IF, si é tenuta la Conferenza filosofico-scientifica “ Effetto Coriolis. Di spezie, di acqua e di altre risorse in esaurimento”. Un sempre atteso appuntamento del festival – incentrato sulla riflessione ecologica, scientifica ed antropologica – curato dal filosofo Dario Gentili.

Alla postazione di conduzione: Lisa Ferlazzo Natoli, Dario Gentili, Silvio Impegnoso. Assente per un imprevisto il filosofo Felice Cimatti.

L’effetto Coriolis – scelto quale titolo della conferenza – allude fin da subito al profondo valore simbolico che lega questo fenomeno atmosferico al nostro modo di adattarci alle forze della natura e quindi al destino che finiamo per darci in sorte.

Frank Herbert ci racconta che su Arrakis (Dune) l’effetto Coriolis genera devastanti tempeste capaci di muoversi a velocità superiori a 700 chilometri orari, mutando costantemente l’aspetto del territorio. Sono tempeste che rappresentano un limite al controllo umano: una sorta di promemoria costante che Arrakis non può essere totalmente addomesticata, colonizzata. Ma se per gli imperiali la tempesta è un ostacolo mortale, per i Fremen (la popolazione indigena) è non solo una risorsa, ma anche un alleato. I Fremen infatti non combattono la tempesta: imparano a prevederla, a nascondersi e persino a usarla come copertura per i loro attacchi.

Metaforicamente, quindi, l’effetto Coriolis rappresenta la filosofia della saga: la vera forza non sta nel “dominare” (il paesaggio, ovvero l’Altro dentro e fuori di noi) ma nel “diventare parte”.

La saga di “Dune” è la storia della sfida tra la dinastia Atreides e quella Harkonnen per il controllo di Arrakis, un pianeta deserto ma anche unico luogo di raccolta e raffinazione del Melange (o Spezia). Una preziosissima sostanza psichedelica – capace di donare la facoltà di prevedere il futuro, oltre a dischiudere le potenzialità latenti della mente umana e allungare la vita – fondamentale per la struttura di questa società galattica che ha rinunciato all’utilizzo delle macchine tecnologiche.

Su Arrakis dominano i giganteschi vermi delle sabbie – dalle cui secrezioni si può estrarre la Spezia – considerati divinità ostili dalla scarsa popolazione nativa, i Fremen. Costretti a vivere aiutati solo dalle loro tute, che recuperano e riciclano, depurandole, tutte le fuoriuscite di acqua del loro corpo.

Vista la sua estrema importanza strategica, Arrakis non appartiene a nessuna casa nobiliare, neppure a quella imperiale. Il pianeta viene solamente assegnato in gestione a una delle case nobiliari dall’imperatore, secondo criteri che riflettono i complessi equilibri di potere dell’universo di Dune.  Da molti anni oramai, Arrakis è affidato in gestione alla casata degli Harkonnen, che governano la popolazione locale dei Fremen con pugno di ferro, sfruttandola al limite della schiavitù. Ma l’imperatore Shaddam, in complicità con lo stesso barone Vladimir Harkonnen, annuncia un nuovo passaggio della gestione di Arrakis: questa volta assegnandola alla famiglia Atreides.

E’ da qui che prende avvio l’inizio della saga.

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Con brillante acutezza i conduttori della conferenza scientifico-filosofica Lisa Ferlazzo Natoli e Dario Gentili hanno sollevato fertili interrogativi, alimentando nel pubblico grande curiosità verso la saga di Herbert. Sottolineando, ad esempio, come un sistema sociale che rinuncia alle macchine poggi su un ordinamento politico feudale; come sia politicamente conveniente che le risorse di un territorio restino scarse; come tutta la saga possa essere letta come intrisa da uno spinto vitalismo nietzschiano; come la storia ufficiale sia scritta dai vincitori ma gestita da chi detiene il sapere.

Un immaginario davvero interessante ed inquietante, quello che questa saga solleva !

Dopo una breve pausa, una volta calato il sipario della notte, la pelle del Teatro India inizia a restituire osmoticamente le energie che si esprimono all’interno delle sue sale. Dove il pubblico entrerà per partecipare ai melologhi dedicati alla messa in scena dei primi due volumi di Dune.

La pelle del Teatro parla attraverso l’ installazione multimediale THE GOLDEN PATH (curata da Alessandro Ferroni e Maddalena Parise) ispirata all’intera saga di Dune. Un’installazione che allude a quel piano strategico, a quel percorso “stretto” di utopie ingannevoli, veicolato subdolamente dai leader totalitari della saga come unica occasione per il raggiungimento di una sicurezza assoluta e di una pace eterna. In realtà una trappola mortale: un’invito alla stagnazione che snatura l’umanità rendendola pigra, prevedibile e totalmente dipendente da un’unica sostanza (la Spezia) e da un sistema di potere centralizzato.

Queste energie epidermicamente veicolate all’esterno, ad un certo punto si silenziano. Ma lasciano un varco d’ingresso all’interno del Teatro India. Dove – nel raggiungere la sala del melologo – ci si imbatte in piccoli fuochi narrativi che ospitano le opere dell’artista Martina Biolo.

Sono come reliquie laiche della memoria, oggetti in lattice, materiale che come la Spezia, è farmaco: cura e veleno. Resina protettiva e curativa ma anche barriera invalicabile tra il corpo e l’esterno. Un’interessante dualità di vicina distanza suggerita anche dal titolo scelto per la mostra: “ Mi capita di pensarti”. Si tratta si un riallesimento interamente rinnovato delle opere realizzate per Beautiful Creatures. Terre di lupi, di lantanidi e ginestre, un’opera site specific ispirata a Giuliano Scabia ideata e realizzata da lacasadargilla per il Teatro Fabbricone di Prato. Opere che sono potute essere presenti al Teatro India su gentile concessione del Teatro Metastasio di Prato.

Proseguendo, si arriva alla sala dove – in uno spazio scenico tra fisica e metafisica, meravigliosamente nudo eppure di raffinata e ambigua accuratezza – il nuovo progetto de lacasadargilla immerge il ciclo di melologhi dedicati agli scenari fantascientifici di Frank Herbert. Complice un paesaggio sonoro sinesteticamente visionario: irresistibilmente trascinante nel permettere allo spettatore di ascoltare con gli occhi, guardando con le orecchie.

Ecco allora che dolci e ossessivi contrappunti di enigmatiche percussioni e ancestrali sentori di fiati sottolineano quella sintesi emotiva di musica e parole, di pathos e logos, che concorre nell’ amplificare l’allure psicologico del testo.

Un testo che arriva allo spettatore in maniera intima, nuda, diretta: come un flusso di coscienza con i suoi non detti; come un’evocazione onirica.

Restituendo magnificamente quanto scriveva la principessa Irulan Corrino, primogenita dell’imperatore Shammam IV e narratrice ufficiale del regno di Paul Atreides:

”… questa fusione mistica di Arrakis, la cui profonda bellezza noi ritroviamo nella commovente musica composta sulle antiche forme, ma contrassegnata da questo profondo risveglio…”.

(dal “Risveglio di Arrakis” della Principessa Irulan Corrino)

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Recensione di Sonia Remoli

– MORTE DI GALEAZZO CIANO – di Enzo Siciliano – a cura di Tommaso Capodanno

Il Teatro di Roma ricorda Enzo Siciliano a vent’anni dalla scomparsa

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TEATRO ARGENTINA

8 Giugno 2026

Insieme, nella serata dell’ 8 Giugno, in un Teatro Argentina al completo, si è atteso l’arrivo dell’anniversario della scomparsa di Enzo Siciliano – autore fondamentale della storia culturale italiana – rievocando un’altra attesa: quella dell’esecuzione da lui narrata in uno dei suoi testi teatrali più intensi, “Morte di Galeazzo Ciano”


E’ stata cura del Teatro di Roma, nell’anno in cui ricorre il ventesimo anniversario della scomparsa di Enzo Siciliano (1934-2006), onorarne la memoria attraverso un percorso scandito in tre tappe – palcoscenico di intersezione di storie umane  – così da tentare di restituire l’universo artistico e l’impegno civile di una delle figure centrali del Novecento italiano.
Attraverso questo progetto nel nome del padre, il Teatro di Roma ha desiderato valorizzare anche il legame affettivo e professionale con il figlio Francesco Siciliano, attore, produttore e oggi Presidente del Teatro di Roma.

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Teatro Argentina – Fondo Moravia  Nuovo Cinema Aquila

8 – 9 – 10 giugno 2026

OMAGGIO A ENZO SICILIANO

8 giugno, ore 20.00 | Teatro Argentina

Morte di Galeazzo Ciano

a cura di Tommaso Capodanno

con Filippo Nigro, Lorenzo Parrotto, Marco Prosperini, Galatea Ranzi, Francesco Siciliano, Carolina Sisto

voice off Paolo Cresta 

un progetto di Teatro di Roma – Teatro Nazionale

9 giugno, ore 18.30 | Casa Museo Alberto Moravia

Per Enzo Siciliano

incontro a cura di Francesco Siciliano, Lorenzo Pavolini, Simone Casini, Flavio Santi e del Fondo Moravia

10 giugno, ore 18.30 | Nuovo Cinema Aquila

Enzo Siciliano: lo scrittore e il suo guscio

la proiezione del film sarà preceduta da un momento di incontro e riflessione con Mimmo Calopresti, Arnaldo Colasanti, Leonardo Colombati, Catherine McGilvray, Bernardo Siciliano

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Ad aprire la serata al Teatro Argentina, il Vice Presidente della Fondazione del Teatro di Roma Danilo Del Gaizo. Suo il desiderio di ricordare come per Enzo Siciliano l’impegno quotidiano della cultura fosse il motore capace di promuovere la crescita sociale di un Paese.


In molti ricorderanno infatti, solo per fare un esempio,  il carattere di evento storico che rappresentò la scelta culturale di Enzo Siciliano, durante il suo mandato come presidente della Rai (1996-1998),  di trasmettere in diretta – in prima serata su Rai 1, sostituendo l’edizione serale del telegiornale delle 20:00 –  l‘evento inaugurale della stagione del Teatro alla Scala di Milano: il Macbeth di Giuseppe Verdi, diretto dal maestro Riccardo Muti, per la regia di Graham Vick (7 dicembre 1997).

Enzo Siciliano e Giancarlo Menotti (da Settimo Giorno, 1975)



Concetto – quello della cultura come motore di crescita sociale – ribadito anche nella testimonianza riferita al pubblico da Edoardo Albinati che, salito sul palco, ha sottolineato l’insolita inclinazione di Enzo Siciliano ad appassionarsi ad un ascolto trasversale delle creazioni artistico/letterarie, al di là delle ostilità di prospettiva con gli autori.

Ne è un esempio l’ammirazione per Ezra Pound: al quale Siciliano riusciva a riconoscere una grandezza poetica assoluta – tale da influenzare intere generazioni di autori – nonostante le forti contraddizioni ideologiche e le scelte politiche estreme del poeta. Non solo: negli anni ’50 Siciliano contribuì a diffondere l’opera poundiana in Italia e fu proprio lui a favorire uno storico—seppur burrascoso—incontro tra Pound e Pier Paolo Pasolini a Rapallo, mediando tra due delle menti più complesse del secolo.

L’attenzione del pubblico si è poi sagomata sulla restituzione – curata da Tommaso Capodanno – di uno dei testi teatrali più intensi e di stringente impegno civile, scritti da Enzo Siciliano: “Morte di Galeazzo Ciano”. Opera pubblicata nel 1978 da Einaudi nella collana Collezione di Teatro e portata in scena per la prima volta il 20 gennaio del 1998 dal Teatro Stabile di Torino, per la regia di Marco Tullio Giordana.

Acuta sensibilità drammaturgica di Enzo Siciliano è quella di riuscire a far emergere tutta la commozione verso la potenza drammatica di quella che – al di là di una cronaca documentaria – si diede come una “tragedia familiare”. Quella commozione che, facendoci “muovere insieme“ parla di un’unione capace di abbattere le barriere e di metterci in comunicazione gli uni con gli altri. Sia nella gioia, che nel dolore.

Qui in scena, è il carceriere degli Scalzi di Verona Mario Pellegrinotti (un Lorenzo Parrotto che sa unire fermezza e intelligenza emotiva) a presentare ciascun personaggio. E a suggerire gli ambienti nei quali vengono rievocate “le stazioni” della tragedia familiare: luoghi fisici e metaforici – frammenti emotivi – dove il distacco, l’attesa e l’ignoto s’incontrano. Crocevia tra il passato e il futuro di un percorso di spoliazione del potere, in cui Ciano viene costretto ad affrontare la fragilità umana, i propri errori e l’inevitabile morte. 

Villa Feltrinelli, Gargnano sul Lago di Garda


La prima delle “stazioni” proposte in scena è relativa all’ufficio di Mussolini a Villa Feltrinelli sulle sponde bresciane del Lago di Garda (1943). Qui un’appassionata e indomita Edda – interpretata assai efficacemente da Galatea Ranzi – provoca suo padre Benito (reso nella sua sovranità tragicamente logora da Marco Prosperini) affinché si attivi con “un atto politico” a favore di Ciano. “Sono contingenze impreviste” – si giustifica lui. E lei: “Hai sempre le SS alle calcagna. Sei impotente, ecco l’imprevisto!”.  Non a caso Mussolini era solito dire di lei: “Sono riuscito a sottomettere l’Italia, ma non riuscirò mai a sottomettere mia figlia”.

Accanto all’immagine pubblica di donna svagata e mondana, Edda si dimostra disposta a tutto per salvare il marito, lottando con freddezza e coraggio contro il padre e l’apparato nazista. Inizia così a delinearsi tutto il carattere tragico di questo frangente esistenziale, dove Edda si trova costretta a scegliere tra il legame di sangue con il padre e l’amore viscerale per il marito; e  il padre costretto a scegliere tra gli adorati legami familiari e la tentazione a non voler rinunciare al potere.

La seconda “stazione” è la casa dei Ciano a Roma. Siamo nel 1939: i due coniugi ballano sulle note di “Non dimenticar le mie parole” (1937), brano punto di svolta della musica leggera italiana del tempo, che inaugura il celebre “stile Novecento” esprimendosi musicalmente attraverso un ritmo sincopato che risente delle influenze swing e jazz. “Non dimenticar le mie parole” è infatti una canzone d’amore dal testo malinconico ma caratterizzata da quel ritmo dondolante, proprio della sezione ritmica del swing. Ballando, Edda punzecchia Galeazzo per gelosia ma anche perché lui non riesce, a suo avviso, a portare fino in fondo la sua opinione politica, divergente da quella di Mussolini (sulla non opportunità per l’Italia di entrare in guerra) dimettendosi da Ministro degli Esteri. “Io voglio la pace: non sono un fatuo livornese!” – gli risponde lui. E intanto ballano sulle note di “Non dimenticar le mie parole” : un brano che canta l’amore e i suoi tormenti.

 Frau Felizitas Beetz


In carcere Ciano conosce e si innamora di Frau Felizitas Beetz (qui interpretata da una Carolina Sisto ricca in quieta malinconia). “Lui la cerca come un cibo” – commenta Edda. E lei, Felizitas, per Ciano tradisce l’incarico affidatole da Hitler: quello di impossessarsi dei diari dell’ex Ministro degli Esteri. Manoscritti ritenuti compromettenti e che per questo motivo non devono finire in mano nemica. La missione di spia affidata a Frau Felizitas Beetz è ritenuta fondamentale dal Terzo Reich: deve convincere l’ex ministro a consegnarle quei documenti, con ogni mezzo. A costo di illuderlo che, in quel modo, avrebbe avuto salva la vita. Invece Felizitas commette l’errore più grave: si innamora dell’uomo che deve tradire.

Esecuzione dell’11 gennaio del 1944 al poligono di tiro di Verona


E invece di escogitare il modo di farsi consegnare i diari, instaura con lui un rapporto che, giorno dopo giorno, si fa sempre più profondo. Anche quando Ciano viene processato a Castelvecchio, assieme ai «complici» della caduta del Fascismo, lei partecipa a tutte le udienze, ritornando ogni sera al carcere degli Scalzi per rincuorare Galeazzo. Gli rimane vicino anche dopo la condanna a morte, fin quando viene trasferito al poligono di Porta Catena per l’esecuzione, l’11 gennaio del 1944. Si salutano – riportano le cronache dell’epoca – quaranta minuti prima che Ciano venga ucciso dal plotone d’esecuzione. A dispetto dei ruoli sociali Edda riuscirà poi ad entrare in amicizia con la spia tedesca. Tanto che è proprio Felizitas ad aiutarla a fuggire con i bambini in Svizzera, consentendo così di salvare i diari dell’ex gerarca, consegnandoli alla Storia. 

Galeazzo Ciano


In carcere continua poi anche lo stretto rapporto di amicizia tra Ciano e il Ministro ai Lavori Pubblici Zenone Benini (qui in scena un arguto Filippo Nigro). A lui Galeazzo confida che Mussolini “è un vile perché è il suggeritore dei suoi padroni… perché mette in mostra il dolore… e vile è qualcosa di diverso dall’aver paura”. Ma il suo amico lo aiuta a riflettere sul fatto che lui, Ciano, ha sicuramente “meriti nei confronti del futuro” ma è stato imprudente nel credere che Mussolini gli avrebbe perdonato qualsiasi offesa. 

Nel susseguirsi delle “stazioni” – complice la sinergia tra la drammaturgia di Enzo Siciliano, la cura di Tommaso Capodanno e la coralità del corpo della parola degli interpreti in scena – si assiste alla progressiva messa a nudo dell’animo di quell’uomo apparentemente solo “frac e decorazioni”. E il Galeazzo Ciano qui interpretato da Francesco Siciliano restituisce allo spettatore tutta la contraddittorietà propria dell’animo umano di fronte a certi ambigui frangenti dell’esistenza. 

Francesco Siciliano


La sua elegante spavalderia lascia spazio alla profonda riflessione interiore, alla paura, al desiderio di immaginare la propria sepoltura a Livorno insieme all’uomo che più di ogni altra cosa ha amato: suo padre Costanzo Ciano. E poi ancora il pensiero per il futuro dei suoi figli, la cura di affidarli allo sguardo del suo caro amico Benini. 

Ma un pensiero l’assilla e, nel confidarlo alla profonda umanità del suo secondino Pellegrinotti, ne riceve in cambio un po’ di sollievo: “dopo avermi massacrato, dove mi butteranno questi cani?”. E ancora : “questa notte io non me la voglio ricordare… e domani non voglio sentire il ghiaccio della pallottola”. Un orrore così viscerale il suo da portarlo a desiderare morire prima. Ma ritorna l’eco di quel brano: “non dimenticar le mie parole …”.

Processo di Verona, 8-10 gennaio 1944


E così il Ciano di Francesco Siciliano proprio nell’arrivare a restituire il suo animo sempre  più “nudo”, finisce per risultare “un uomo ridicolo”: un uomo moderno affetto dall’ indifferenza universale, convinto che nulla abbia importanza. Convinzione che lo porta all’alienazione e a desiderare l’idea del suicidio. 

Ce ne parla quella dilaniante comicità che si fa strada nell’assurda risata che serpeggia tra i suoi pensieri e le sue parole. Finche anche le mani iniziano a muoversi in modo ossessivo, all’unisono con le sue paure. 

Galeazzo Ciano nel Carcere degli Scalzi a Verona


E quel momento tanto temuto arriva: ma sorprendentemente mettere a nudo le varie parti della sua umanità lo portano a liberarsi dal rancore e dalla paura. E mentre Edda ci confida di essere ormai “una macerie di donna”, Galeazzo riesce a sentire ora la vita “piacevole” nonostante tutto: “La vita è sempre bella”. Amare il prossimo può significare redimere le perversioni dell’animo umano. E tornano le parole-guida di quella canzone: 

“Non dimenticar le mie parole,
bimba tu non sai cos’è l’amor,
è una cosa bella come il sole,
più del sole dà calor”.

Carolina Sisto, Filippo Nigro, Galatea Ranzi, Francesco Siciliano, Marco Prosperini, Lorenzo Parrotto

Una serata piena di commossa riflessione, questa che ha preceduto l’arrivo dell’anniversario della scomparsa di Enzo Siciliano. Uno splendido rito per omaggiare la presenza civile, culturale e sentimentale di un’assenza.

Il 9 giugno, giorno dell’anniversario, il percorso della rievocazione della presenza di Enzo Siciliano ha fatto capo al palcoscenico di intersezione di storie umane di Casa Moravia, attraverso l’incontro intitolato Per Enzo Siciliano a cura di Francesco Siciliano, Lorenzo Pavolini, Simone Casini, Flavio Santi e del Fondo Moravia.

Per poi concludersi il 10 giugno al Nuovo Cinema Aquila, con la proiezione del film Enzo Siciliano: lo scrittore e il suo guscio. La proiezione è stata preceduta da un momento di incontro e riflessione con Mimmo Calopresti, Arnaldo Colasanti, Leonardo Colombati, Catherine McGilvray, Bernardo Siciliano.


Recensione di Sonia Remoli

– CIRCLE MIRROR TRANSFORMATION – regia Valerio Binasco

di Annie Baker

traduzione Monica Capuani, Cristina Spina

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TEATRO ARGENTINA

dal 3 al 14 Giugno 2026


“ Ricominciamo ! ”

E’ questa l’esortazione che Marty – la carismatica insegnante di teatro, qui interpretata da una fascinosa Pamela Villoresi – utilizza più frequentemente con i suoi allievi.

Loro sono persone vivacemente imperfette: persone cioè che hanno mancato qualche obiettivo in amore, o nell’esprimere il proprio talento. Ma che non hanno smesso di desiderare. Di desiderare una seconda possibilità, di desiderare ancora di ricominciare.

L’imperfezione, infatti, è molto più di un difetto: rappresenta la condizione stessa della vita e del suo evolversi. Perché l’imperfezione cerca sempre una trasformazione, che può darsi attraverso “lo specchio” che ci rimanda lo sguardo dell’altro.

Non a caso i personaggi di questa sapientemente imperfetta drammaturgia di Annie Baker – tradotta da Monica Capuani e da Cristina Spina che ne restituiscono tutta la meravigliosa imperfezione vitale – hanno scelto, più o meno consapevolmente, di iscriversi ad un corso di teatro. In un piccolo teatro di provincia del Vermont, per dilettanti. 

La prima sollecitazione che Marty rivolge ai suoi allievi è: “vorrei, che questo luogo sia per voi un luogo in cui sentirvi al sicuro, per potervi esprimere davvero liberamente”. Ma essere liberi – a teatro così come nella vita – significa anche “saper contare” (questo è il nome di uno degli esercizi-base proposti da Marty) ovvero saper non invadere lo spazio di libertà vitale dell’altro. 

Lo stesso motto dello Stato del Vermont – luogo dove la drammaturga statunitense Annie Baker decide di ambientare questo suo testo – è “Freedom and Unity” (libertà e unità). E venne adottato per la prima volta nel 1788 sul sigillo della Repubblica del Vermont. L’idea di fondo, anche qui, è quella dell’importanza del rispetto dell’equilibrio fra la libertà personale del singolo cittadino ed il bene della comunità. 

(ph. Virginia Brown)


Attraversata da una melodia al pianoforte – che sa farsi terra ma anche cielo, in quanto simbolo universale di ricerca introspettiva – la regia di Valerio Binasco lascia che il suo spettacolo si apra con un prologo non abitato da parole. La cura del suono è di Filippo Conti.

Una scelta che agisce come un imprinting sullo spettatore: a non prestare cioè troppa attenzione alle parole, quanto piuttosto agli effetti che sono capaci di provocare i sottotesti dei silenzi delle persone che sono dentro ogni personaggio.

Lo stesso varcare la soglia tra il fuori e il dentro da parte dei personaggi; il loro scegliere di entrare in scena e il loro diverso, eppure simile, assaporare questo “luogo del sottosuolo” che è la sala prove di un teatro, sono indizi messaggeri di un loro “cercare uno specchio”, per ridare avvio a qualcosa che si è bloccato. Ma che ha una natura circolare e che qui, a teatro, può trovare una possibilità di riattivarsi. E di trasformarsi in qualcos’altro.

Per esempio, attraverso l’esercizio-gioco di presentazione del “se io fossi te”. Ed è sorprendente scoprire quali caratteristiche intraveda in noi l’altro, per identificarci nella nostra unicità. Caratteristiche che derivano da una nostra sintomatologia comportamentale, la cui origine risiede nello scontro tra desideri e difese interiori.


Ogni sintomo è infatti l’espressione di un “patto”: permette al desiderio represso di esprimersi, ma in una forma talmente alterata da non essere intercettato chiaramente.

Il sintomo, quindi, non è un semplice difetto da eliminare, ma un messaggio cifrato attraverso il quale l’inconscio comunica un conflitto irrisolto, che chiede di essere ascoltato e decifrato.

Ed è su questi graffi e su queste cicatrici sintomatologiche – che ciascun interprete ha gran cura di non veicolare attraverso le parole – che si rivolge tutta l’attenzione di Marty.  

Il resto lo fa quel luogo speciale che è il palco del mettersi in prova e alla prova, capace di sprigionare tutto il suo potere maieutico e poietico: di rivelazione e di creazione. 

Un palco che brillantemente qui (la cura delle scene è di Guido Fiorato) è dotato di quella sacra circolarità che, addolcendo gli angoli, produce accoglienza facilitando il libero fluire dell’energia vitale. 

‍Abituati, infatti, a incastrare la vita nella routine e tra doveri, siamo portati a lasciare bloccate alcune parti della nostra personalità, dimenticando che anche loro sono dimensioni essenziali per raggiungere la nostra realizzazione come persone. Come ben sottolineato dal disegno luci di Alessandro Verazzi.

Ma qui in scena gli allievi possono contare sulla capacità “aerodinamica” di Marty: il suo farsi forma fluida e quindi priva di attrito, capace di muoversi tra le loro diverse resistenze.  E’, il suo, un fluire “con” gli eventi piuttosto che uno scontrarsi frontale con essi, che rivela la sua capacità di scivolare sopra le avversità senza opporre una resistenza rigida.

Aerodinamicità raffinatamente sottolineata anche dai suoi capelli e dal suo abbigliamento, specchi del suo habitus: del suo modo di essere interiore. La cura dei costumi è di Alessio Rosati. In particolate è quel suo indossare – ed essere indossata – da quell’ampia e cromaticamente vibrante sopravveste, che contribuisce ad ammantarla di un’allure carismatico ancor più seducente.

Allure che saprà lasciare il posto ad una trasformazione, che la vedrà protagonista e che la porterà, nei momenti in cui si darà “in prova e alla prova” come un’allieva, a dismettere la sua sopravveste.  

Nell’invitare i suoi allievi dicendo loro “accorgetevi di chi c’è intorno a voi” , lei stessa infatti finirà per vedere con nuovi occhi suo marito James (un affascinante sornione Valerio Binasco, capace di incendiarsi di fulgente passionalità) anche lui tra gli allievi del suo corso.

Perché nuovi incontri con persone sconosciute in un posto aperto come il teatro, possono risvegliare inclinazioni sintomatiche prima tenute celate, o addirittura sconosciute. Che, una volta liberate, anziché dare adito a pregiudizi, vengono accolte qui con una straordinaria capacità di compassione, da ciascuno di loro. 

In primis dalla stessa Marty, anche quando le rivelazioni la riguardano personalmente: sua la capacità “terapeutica” di individuare il momento più opportuno per contenerle in un argine – che spesso coincide con lo stabilire un momento di intervallo – il quale, a volte, produce l’effetto di far erompere l’inclinazione appena emersa e arginata.

E’ quell’erompere del sottosuolo – sollecitato anche da esercizi creativamente deflagranti, del tipo “come esplode una bomba?” –  che in scena viene visualizzato metaforicamente da quel mucchio di oggetti misteriosi accatastati, dotati di una loro luminosità, seppur coperti da un telo di nylon. Dove vanno a insinuarsi giocosamente James, Shultz e Theresa.

E’ il fascino tempestoso del rapporto con “il diverso” che porterà Shultz (il sorprendente Andrea Di Casa, falegname ricco in guizzi d’artista) a restare incantato da Theresa (l’esuberante e sensibile attrice di Alessia Giuliani). Una donna che lui definirà piena di “grazia” cogliendo in lei l’insolita combinazione tra la propria consapevolezza corporea e quel disequilibrio emotivo capace però di librarsi verso un profondo ascolto dell’altro. Grazia visualizzata anche attraverso il suo modo di abitare le superfici: simile a quello di un volatile.

Apparentemente distante, invece, è l’atteggiamento della più giovane degli allievi: la Lauren di Maria Trenta. In realtà – come si rivelerà nel suo ultimo esercizio – la più attenta e la più acuta nel leggere i suoi compagni, inclusa la sua insegnante. E alla fine anche se stessa. 

“Ti chiedi mai – dirà a Shultz – quante volte finirà la tua vita, quante volte cambierai per ricominciare”?

Ricominciamo, allora, finché non impareremo a starci vicino, soprattutto “quando la notte si avvicina e la terra è buia, e la luna è l’unica luce che vedremo”. 

Stimolanti sollecitazioni arrivano allo spettatore attraverso il luminoso testo di Annie Baker, reso con fascino silenziosamente graffiante dalla regia di Valerio Binasco, in fertile sinergia con l’interpretazione degli attori in scena.

Uno spettacolo che produce una sorta di giocoso solletico commosso, che invita lo spettatore ad abbassare le difese, per esporsi verso l’altro in quella dimensione di autentica empatia, che rafforza il senso di appartenenza ad un gruppo.

Uno spettacolo dal glamour raffinatamente politico, prodotto dal Teatro Stabile di Torino – Teatro Nazionale  e dal Teatro di Roma – Teatro Nazionale.


Recensione di Sonia Remoli

– La nuova Stagione 2026/2027 del Teatro di Roma

– La nuova stagione 2026/2027 del Teatro di Roma si fregia della riapertura del Teatro Valle –

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Il Teatro è  VITA:  

alle – ndia – orlonia – rgentina 

Quattro sale, Quattro visioni, Un solo grande Teatro

TEATRO ARGENTINA

Conferenza stampa

21 Maggio 2026

Una straordinaria presentazione quella della Stagione 2026/2027 del Teatro di Roma, che quest’anno festeggia anche il successo della riapertura del Teatro Valle: il teatro moderno all’italiana più antico d’Europa ancora in attività. 

Dopo dodici anni di attesa — un tempo sospeso che durava dal 2014 —lo storico teatro settecentesco riapre le sue porte per farsi Casa della Drammaturgia contemporanea. Più che una riapertura, la riconsegna del Valle rappresenta un atto di responsabilità civile e artistica che riverbera nell’anima della Capitale e dell’intero Paese, completando l’architettura culturale del Teatro di Roma che, oggi, si definisce attraverso quattro spazi e un solo teatro.

Per omaggiare tale evento di rinascita, la comunità romana ha scelto di essere presente in sala: il Teatro Argentina era “sold-out”.

“L’aprirsi di questa stagione teatrale su quattro sedi è di rilevanza storica”

(il Sindaco di Roma Roberto Gualtieri)

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“Per Roma tutta, per i Romani, un’attesissima restituzione. Per il Teatro di Roma, un grande onore e responsabilità”

(il Direttore Generale del Teatro di Roma Maurizio Roi)

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“E’ il segnale di una grande collaborazione istituzionale: un’istituzione, il teatro, mai da scalfire con tensioni politiche”

(il Presidente Regione Lazio Francesco Rocca)

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“Roma è il suo Teatro: ​il Teatro di Roma è oggi una realtà solida, aperta e coraggiosa”

(il Presidente della Fondazione Teatro di Roma Francesco Siciliano)

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“Ora l’offerta teatrale di Roma sta tornando ad essere quella di una grande capitale: la stagione che presentiamo ha dimensioni imponenti. Il numero di sale, spettacoli, rassegne collaterali, tournée nazionali e internazionali non ha precedenti nella storia del Teatro di Roma”

(il Direttore artistico della Fondazione Teatro di Roma Luca De Fusco)

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IL TEATRO E’  VITA:  

alle – ndia – orlonia – rgentina 

Quattro sale, Quattro visioni, Un solo grande Teatro

“La stagione che presentiamo ha dimensioni imponenti – dichiara il Direttore artistico dellaFondazione Teatro di Roma Luca De Fusco.

Il numero di sale, spettacoli, rassegne collaterali, tournée nazionali e internazionali non ha precedenti nella storia del Teatro di Roma. 

Se siamo in grado di presentarla al pubblico si deve al sostegno dei nostri soci, che hanno di molto aumentato i finanziamenti al Teatro anno dopo anno, al Ministero, che pure stenta fino ad ora a prendere atto della grande crescita dell’attività della Fondazione e non fa crescere parallelamente la nostra sovvenzione, all’arrivo di nuovi sostegni privati. Se siamo cresciuti così tanto lo dobbiamo naturalmente a questo Cda e a questo collegio sindacale che ci hanno incoraggiato a questa accelerazione e alle due persone che hanno pigiato con me sul pedale dell’accelerazione, il Presidente Francesco Siciliano e il mio collega Maurizio Roi. 

Per molti mesi la Fondazione avrà più di una prima alla settimana e non conoscerà pause estive con le rassegne di Ostia, India, Torlonia. Tanta offerta al nostro pubblico ma tanta fatica in più per i nostri lavoratori. Non posso citarli tutti e mi limiterò a tutte le figure di vertice, da Sandro Pasquini, la cui passione per il nostro Teatro non è inferiore a quella della squadra del suo cuore. Ogni sfida che ho proposto è stata sempre raccolta da Sandro e dalla vasta squadra dei “suoi” tecnici con entusiasmo, professionalità e competenza. 

Le stesse capacità, lo stesso entusiasmo misto ad un sano tentativo di tenere ancorata alla realtà la mia bulimia, l’ho sempre riscontrato in Carolina Pisegna e in tutto lo staff della produzione. 

Non riesco a spiegare ai nostri interlocutori come sia enorme lo sforzo di chi si occupa di riempire tutte le nostre sale sera dopo sera, teatro dopo teatro. Paola Folchitto, e tutto il suo vitalissimo staff hanno riempito Argentina, Ostia e le altre sale in percentuali che al termine di questa stagione non mancheremo di comunicare e che comunque oltrepassano spesso il 90%. 

Tutte queste persone in più, sono lavoro in più per i nostri servizi di sala e di botteghino. Grazie a Maurizio Todaro che li guida. 

Ma anche le nostre attività didattiche e culturali si sono arricchite delle serie de “Le verità sospese” e “Psiche e mito”, senza che Silvia Cabasino e le sue entusiaste e entusiasmanti collaboratrici non mancassero di tuffarsi in queste nuove attività con crescente energia. Altre nuove iniziative sono in programma in questa stagione, anche grazie al sostegno della Fondazione Roma.  

Potete immaginare come sia aumentato il lavoro dell’ufficio stampa che praticamente ogni giorno dell’anno diffonde comunicati di cui bisogna ottenere la pubblicazione, accoglie critici italiani e stranieri o troupe televisive. Con molte meno persone di altri Teatri questa attività viene svolta con successo da Amelia Realino e Raffaella Tramontano e dal loro staff. 

Il budget complessivo della Fondazione è passato da 12 mln di euro di prima del nostro arrivo ai quasi 20 mln che toccheremo nel 2026. Questo grande balzo in avanti, che ci fa intravedere il raddoppio nel 2027, significa il raddoppio dell’attività amministrativa di Patrizia Babusci, che affronta sempre col sorriso anche le strettoie più stressanti trasmettendo un misto di fermezza e serenità tipico dell’azione sua e del suo prezioso team.

Anche dal punto di vista mio personale l’aumento della nostra attività comporta che spesso io dovrei essere contemporaneamente a vedere due spettacoli in due nostre sale diverse, in uno dei teatri nazionali o internazionali che visitiamo coi nostri spettacoli, in una sala prove ad allestire una nuova produzione. Se riesco a tenere più o meno il ritmo di tutto ciò lo devo innanzitutto a Lucia Rocco, che diventa un altro me stesso nel vedere coi miei occhi e col mio gusto spettacoli, oppure a rimpiazzarmi alle prove o in tournée. Anche la nuova arrivata Federica Alegi ha imparato a viaggiare alla mia velocità.

Partiamo in questa stagione per un nuovo Viaggio, che comprende una sala in più e un festival di danza che, con la direttrice junior Lea Giamattei, spero diventi un appuntamento abituale. Abbiamo nella nostra squadra dirigente finalmente anche una donna e una giovane, cosa che ci mancava e di cui sentivamo la mancanza. Benvenuta Lea!

Sono felice che una attività così più estesa rispetto a pochi anni fa non perda, anzi acquisti maggiormente, una linea precisa dando identità a ciascuno dei nostri spazi.

(…) Credo che non si possa non convenire che la Fondazione Teatro di Roma, quella della gestione di questo Cda e di questa direzione, non è paragonabile al “vecchio” Teatro di Roma. Ha quasi raddoppiato il suo bilancio, quasi raddoppiato il numero delle sale, aumentato notevolmente il suo pubblico. Nessuno ha mai capito come funziona esattamente il famoso algoritmo che regola le sovvenzioni ministeriali. É uno dei segreti meglio custoditi d’Italia. Dato che per il progetto triennale il nostro teatro ha ricevuto il maggiore aumento di punteggio artistico dalla commissione ministeriale, ma non la propria sovvenzione, se anche in questa stagione tanti aumenti non saranno premiati bisognerà riflettere sull’ipotesi che l’algoritmo oltre che molto misterioso sia anche abbastanza sbagliato. Non è stato inventato da questa gestione ministeriale; è una ragione in più per cambiarlo”. 


IL CALENDARIO

TEATRO VALLE


16 – 18 OTTOBRE

“LA SERA DELLA PRIMA”. Sei personaggi in cerca d’autore al Teatro Valle

di e con Francesco Piccolo

Produzione Teatro di Roma – Teatro Nazionale

PRODUZIONE

23 OTTOBRE – 1° NOVEMBRE

ESCAPED ALONE

di Caryl Churchill

traduzione Monica Capuani
un progetto di lacasadargilla

regia Lisa Ferlazzo Natoli e Alessandro Ferroni
con Caterina Carpio, Tania Garribba, Arianna Gaudio, Alice Palazzi

dramaturg Margherita Mauro
paesaggi sonori e ideazione spazio scenico Alessandro Ferroni

drammaturgia del movimento Marta Ciappina
scene Marco Rossi e Francesca Sgariboldi

ambienti visivi Maddalena Parise,

drammaturgia delle luci Luigi Biondi

costumi Anna Missaglia
accompagnamento alla ricerca Marco D’Agostin

assistente alla regia Matteo Finamore

produzione Piccolo Teatro di Milano – Teatro d’Europa, Teatro di Roma – Teatro Nazionale


COPRODUZIONE

10 – 22 NOVEMBRE

MEMORIA DI RAGAZZA

tratto dal libro Mémoire de fille di ANNIE ERNAUX © Gallimard

traduzione di Lorenzo Flabbi 

regia e adattamento Silvia Costa

drammaturgo Ewald Palmetshofer

con Federica Fracassi, Francesca Mazza, Emanuela Villagrossi

musica Ayumi Paul 

scenografia e luci Silvia Costa

collaborazione alla scenografia Thomas Lauret e Michele Taborelli 

costumi Rebecca Stange e Silvia Costa

assistente alla regia Jacopo Panizza

produzione Teatro di Roma – Teatro Nazionale in corealizzazione con Romaeuropa Festival

Questo spettacolo è stato originariamente realizzato dal Teatro di Stato Bavarese, il Residenztheater di Monaco, nella stagione 2020–21, adattato dalla Comédie Française per la stagione 2022–23 e dal Teatro di Roma – Teatro Nazionale per la stagione 2026 – 2027

PRODUZIONE

26 NOVEMBRE – 6 DICEMBRE

CHE DOLORE TERRIBILE È L’AMORE

a partire da “Non dico addio” di Han Kang

drammaturgia e regia Daria Deflorian

con Anna Coppola, Daria Deflorian, Monica Piseddu

progetto condiviso con Monica Piseddu e Andrea Pizzalis

dramaturg Eric Vautrin

scene e aiuto regia Andrea Pizzalis

luci Giulia Pastore

suono Emanuele Pontecorvo

costumi Ettore Lombardi

direzione tecnica Enrico Maso

consulenza artistica Attilio Scarpellini

collaborazione alla drammaturgia Nikolai Palmieri e Blu Silla

per INDEX Valentina Bertolino, Francesco Di Stefano

produzione INDEX

in coproduzione con Emilia Romagna Teatro ERT / Teatro Nazionale; Piccolo Teatro di Milano – Teatro d’Europa; Teatro di Roma – Teatro Nazionale; Festival d’Avignon; théâtre Garonne, scène européenne – Toulouse

distribuzione in Francia théâtre Garonne, scène européenne – Toulouse

con la collaborazione di Istituto Culturale Coreano in Italia; L’arboreto – Teatro Dimora di Mondaino | Centro di Residenza Emilia-Romagna; Residenza Olinda/TeatroLaCucina

con il supporto di MiC – Ministero della Cultura

COPRODUZIONE

9 – 13 DICEMBRE

CASANOVA

dell’infinita fuga

scritto e diretto da Ruggero Cappuccio

con Claudio Di Palma

voci delle donne Sonia Bergamasco

e con Emanuele Zappariello, Francesca Cercola, Viviana Curcio, Eleonora Fardella, Claudia Moroni, Gaia Piatti, Estelle Maria Presciutti

e le acrobate Maria Anzivino, Sara Lupoli, Marianna Moccia, Viola Russo Coreografie Aeree FUNA

musiche Marco Betta, Ivo Parlati 

costumi Carlo Poggioli 

progetto scenico Ruggero Cappuccio 

scenografi Paolo Iammarrone Vincenzo Fiorillo

aiuto regia e progetto Luci Nadia Baldi
produzione Teatro Segreto srl in coproduzione con Teatro di Napoli- Teatro Nazionale 

OSPITALITÀ

15 – 20 DICEMBRE

EQUUS

di Peter Shaffer

traduzione di Marco e Carlo Sciaccaluga 

con Luca Lazzareschi, Pietro Giannini, Paolo Cresta, Pia Lanciotti, Camilla Semino Favro,

Giulia Prevedello, Michele De Paola 

regia Carlo Sciaccaluga

scene e Costumi Anna Varaldo; Luci Aldo Mantovani

produzione Teatro Nazionale di Genova in accordo con la Concessionaria Antonia Brancati srl

OSPITALITÀ

14 – 24 GENNAIO

STATO CONTRO NOLAN

(un posto tranquillo)

di Stefano Massini

uno spettacolo di Alessandro Gassmann

con Daniele Russo, Gaetano Bruno, Mauro Marino, Emanuele Maria Basso, Gaia Benassi, Davide Dolores, Giuseppe Gandini, Stefano Guerrieri, Alessia Santalucia, Angelo Zampieri

scene Gianluca Amodio

luci Marco Palmieri

costumi Mariano Tufano

musiche di Pivio e Aldo De Scalzi

video Marco Schiavoni 

produzione Fondazione Teatro di Napoli – Teatro Bellini, Teatro Biondo Palermo

OSPITALITÀ

26 – 31 GENNAIO

IL MALE OSCURO

di Giuseppe Berto

riduzione per il teatro e regia Giuseppe Dipasquale

scene Antonio Fiorentino

costumi Dora Argento

musiche Germano Mazzocchetti

movimenti coreografici Rebecca Murgi

con Alessio Vassallo, Ninni Bruschetta

(in o. a.) Cesare Biondolillo, Lucia Fossi, Luca Iacono, Viviana Lombardo, Consuelo Lupo, Ginevra Pisani

Produzione Teatro Biondo Palermo / Teatro Stabile di Catania / MARCHE TEATRO

OSPITALITÀ

4 – 14 FEBBRAIO

DOPO LA PROVA

Dall’omonimo film di Ingmar Bergman

regia Gabriele Lavia

con Gabriele Lavia e Federica De Martino

e con Eleonora Bernazza

scene Carmelo Giammello

costumi Andrea Viotti 

suono Riccardo Benassi

produzione Compagnia Gabriele Lavia– Teatro Stabile di Catania

OSPITALITÀ 

23 – 28 FEBBRAIO

LA GOVERNANTE

di Vitaliano Brancati

regia Valerio Santoro

con Franco Branciaroli, Giovanna Di Rauso

e cast in via di definizione

aiuto regia Nicasio Catanese 

produzione Teatro Biondo Palermo

OSPITALITÀ

11 – 21 MARZO

LA REGINETTA DI LEENANE

di Martin McDonagh

traduzione italiana Marta Gilmore

regia Raphael Tobia Vogel

con Ambra Angiolini, Ivana Monti, Stefano Annoni, Edoardo Rivoira

scene Angelo Linzalata

luci Oscar Frosio

costumi Simona Dondoni

musiche Andrea Cotroneo

produzione Teatro Franco Parenti in accordo con Arcadia & Ricono Ltd per gentile concessione di Knight Hall Agency Ltd

OSPITALITÀ 

8 – 18 APRILE

VISITA AL PADRE

di Norm Foster
regia Piero Maccarinelli

traduzione e adattamento Pino Tierno

musica Antonio Di Pofi

con Massimo De Francovich e Maximilian Nisi

produzione Teatro di Roma – Teatro Nazionale

PRODUZIONE

20 – 30 APRILE

STUDIO SUI SEI PERSONAGGI IN CERCA D’AUTORE

di Luigi Pirandello

regia Emma Dante

produzione Sud Costa Occidentale/Carnezzeria, Piccolo Teatro di Milano – Teatro d’Europa, Teatro di Roma – Teatro Nazionale, Teatro di Napoli – Teatro Nazionale, Emilia Romagna Teatro ERT – Teatro Nazionale 

COPRODUZIONE

4 – 13 MAGGIO

IL DELIRIO DEL PARTICOLARE

di Vitaliano Trevisan

regia Giorgio Sangati

con Maria Paiato, Carlo Valli e Alessandro Mor

scene Alberto Nonnato – costumi Gianluca Sbicca 

musiche Michele Rabbia – luci Cesare Agoni – assistente alla regia Valeria de Santis

produzione Emilia Romagna Teatro ERT/ Teatro Nazionale in coproduzione con Centro Teatrale Bresciano

OSPITALITÀ 

20 – 30 MAGGIO

BELLA FIGURA

di Yasmina Reza

traduzione Donatella Punturo

regia Lucia Rocco
con Pierluigi Corallo, Manuela Mandracchia, Orietta Notari, Galatea Ranzi, Stefano Santospago 

produzione Teatro di Roma – Teatro Nazionale

TEATRO ARGENTINA


PRODUZIONE

8 – 9 OTTOBRE

WHAT THE BODY DOES NOT REMEMBER (REVIVAL 2026)

di Wim Vandekeybus

Ultima Vez

In corealizzazione con Romaeuropa Festival 2026

Con il sostegno di Dance Reflections by Van Cleef & Arpels

REF – DANZA

11 OTTOBRE

FOUR SEASONS CHANGED 

Max Richter, Didem Coskunseven, Jolente De Maeyer, BRYGGEN – Bruges String

coreografia, concept, scenografia, disegno luci Michiel Vandevelde

concept, direzione musicale, violino solista Jolente De Maeyer

danza Amanda Barrio Charmelo o Sophia Dinkel

esecuzione musicale BRYGGEN – Bruges Strings

violini primi Veronique De Raedemaeker, Paula Carmona Caminos, Eva Ackerman, Bérénice Awouters

violini secondi Isabel Dhallé, Femke Verstappen / Natalia Kotarba, Dominika Karbowniczek, Asude Ata

viole Oleksandr Petryakov, Ana Sofia Sousa, Eva Van de Ven, Natalie Glas

violoncelli Julia Kotarba, Suzanne Vermeyen, Lieselot Watté

contrabbasso Lisa De Boos

arpa Leen Van der Roost

clavicembalo Jan Devlieger

musica Max Richter – Recomposed: The Four Seasons; Didem Co?kunseven – Traveler on a Winter’s Night, parti 1 e 2

costumi Milk of Lime

produzione BRYGGEN – Bruges Strings

con il supporto del Tax Shelter belga tramite Flanders Tax Shelter

in corealizzazione con Romaeuropa Festival 2026

REF – DANZA

15 – 18 OTTOBRE

FAUST- FATTO, NON DETTO

Romeo Castellucci

SOCIETAS

concezione e regia Romeo Castellucci

musiche originali Scott Gibbons

con cast in via di definizione

drammaturgia Piersandra Di Matteo

produzione e tournée Giulia Colla

immagini Anna Paola Guerra, Juan Manual Castro Prieto

ritratto Francesco Raffaelli

in corealizzazione con Romaeuropa Festival 2026

REF

4 – 29 NOVEMBRE

OTELLO

di William Shakespeare

traduzione Gianni Garrera

adattamento Luca De Fusco e Gianni Garrera

regia Luca De Fusco

con (con o. a.) Alessandro Balletta, Francesco Biscione, Paolo Cresta, Rossella De Martino,

Luca Lazzareschi, Gianluca Merolli, Pierluigi Misasi, Sara Putignano, Mersila Sokoli, Federico Vanni

aiuto regia Lucia Rocco

scene e costumi Marta Crisolini Malatesta 

luci Gigi Saccomandi – proiezioni Alessandro Papa 

musiche Ran Bagno

produzione Teatro di Roma -Teatro Nazionale, 

Teatro Stabile di Torino-Teatro Nazionale, Teatro Biondo di Palermo

PRODUZIONE

2 – 13 DICEMBRE

PECCATO CHE FOSSE UNA SGUALDRINA

di John Ford 

adattamento Luca De Fusco e Gianni Garrera

regia Luca De Fusco

con (in o. a.) Alessandro Balletta, Debora Bernardi, Francesco Biscione, Andrea Codognato, Pierluigi Corallo, 

Paolo Cresta, Rossella De Martino, Gianluca Merolli, Pierluigi Misasi, Sara Putignano, Mersila Sokoli

aiuto regia Lucia Rocco

scene e costumi Marta Crisolini Malatesta 

luci Gigi Saccomandi

musiche Ran Bagno

Produzione Teatro di Roma – Teatro Nazionale

PRODUZIONE

9 – 31 GENNAIO

LA PAZZIA DI RE GIORGIO

di Alan Bennett

traduzione Franco Salvatorelli

regia Massimo Popolizio 

con Massimo Popolizio, Sandra Toffolatti, Raffaele Esposito, Michele Nani, Massimo Nicolini, Paolo Serra, Alberto Onofrietti, Giampiero Cicciò, Francesco Migliaccio, Tommaso Cardarelli, Riccardo Bocci

e con Adriano Exacoustos, Luca Carbone, Michele Lisi, Paolo Minnielli, Michele Montironi, Eros Pascale, Arianna Pozzi, Giorgio Sales

produzione Teatro di Roma – Teatro Nazionale, Piccolo Teatro di Milano – Teatro d’Europa, 

Teatro della Toscana, ERT Emilia-Romagna Teatro Fondazione


PRODUZIONE

2 – 14 FEBBRAIO

UNA DELLE ULTIME SERE DI CARNOVALE

di Carlo Goldoni 

regia Valerio Binasco 

cast in via di definizione

produzione Teatro Stabile Di Torino – Teatro Nazionale, Teatro di Roma – Teatro Nazionale, 

TSV – Teatro Nazionale, Teatro Stabile di Bolzano

COPRODUZIONE

18 – 28 FEBBRAIO

NON POSSO NARRARE LA MIA VITA

da Gli anni piccoli e altri testi di Enzo Moscato

drammaturgia e regia Roberto Andò 

con Lino Musella

e con Tonino Taiuti, Flo, Lello Giulivo, Giuseppe Affinito

Vincenzo Pasquariello, Ivano Battiston, Lello Pirone, Eleonora Limongi

voci e corpi della città Nikita Abagnale, Mariarosaria Bozzon, Francesca Cercola, Gabriella Cerino,

Nicola Conforto, Mattia Coppola, Vincenzo D’Ambrosio, Matteo Maria D’Antò, Ciro Giacco, 

Eleonora Fardella, Mariano Nicodemo, Maurizio Oliviero

scene e luci Gianni Carluccio  

costumi Daniela Cernigliaro

musiche Pasquale Scialò

suono Hubert Westkemper

coreografie Luna Cenere

trucco Vincenzo Cucchiara

parrucchiera Sara Carbone

aiuto regia Luca Bargagna

produzione Teatro di Napoli – Teatro Nazionale

OSPITALITÀ 

2 – 14 MARZO

AMLETO

di William Shakespeare

traduzione e adattamento Diego Pleuteri

regia Leonardo Lidi 

con (in o. a.) Alfonso De Vreese, Ilaria Falini, Christian La Rosa, Rosario Lisma, Nicola Pannelli, Mario Pirrello, Giuliana Vigogna

scene e luci Nicolas Bovey

costumi Aurora Damanti

suono Claudio Tortorici

cura movimenti scenici Riccardo Micheletti

puppets Damiano Augusto Zigrino e Silvia Fancelli

regista assistente Alba Porto

assistente regia Eleonora Bentivoglio

assistente scene Nathalie Deana

produzione Teatro Stabile Torino – Teatro Nazionale 

con il sostegno di Fondazione CRT

OSPITALITÀ

16 – 25 MARZO

LO ZAR

di e con Stefano Massini

e con Luca Roccia Baldini e Mariel Tahiraj (musicisti in corso di definizione)

scene Paolo Di Benedetto disegno luci Manuel Frenda suoni Andrea Baggio costumi Elena Bianchini

produzione Teatro della Toscana

OSPITALITÀ 

31 MARZO – 11 APRILE

PLATONOV

di Anton Čechov

traduzione adattamento e regia Peter Stein

con Alessandro Averone, Maddalena Crippa, Sergio Basile, Gianluigi Fogacci, Andrea Nicolini, Francesco Santagada, Maria Chiara Centorami, Odette Piscitelli, Alessandro Sampaoli, Emilia Scatigno, 

Tommaso Garrè, Davide Lorino, Sebastian Gimelli Morosini, Giulio Petushi                     

scene Ferdinand Woegerbauer

costumi Anna Maria Heinreich

luci Mattia De Pace 

assistente regista Carlo Bellamio

produzione Tieffe Teatro Milano, Fondazione Teatro di Roma, 

Teatro Stabile di Catania, Teatro Biondo Stabile di Palermo

COPRODUZIONE

14 – 25 APRILE

L’ANGELO DEL FOCOLARE

testo e regia di Emma Dante

con Leonarda Saffi, Ivano Picciallo, David Leone, Giuditta Perriera

scene e costumi Emma Dante                                                                                                                                                                                                          luci Cristian Zucaro                                                                                                                                                                                                                              

coproduzione Piccolo Teatro di Milano – Teatro d’Europa / Teatro di Napoli – Teatro Nazionale / Châteauvallon-Liberté Scène Nationale / Les Célestins Théâtre de Lyon / Comédie de Clermont-Ferrand / La Scène Nationale d’ALBI-Tarn / Le Cratère, Scène Nationale d’Alès en Cévennes / L’Estive, scène nationale de Foix et de l’Ariège / Théâtre + Cinéma Scène nationale Grand Narbonne / Théâtre de l’Archipel, scène nationale de Perpignan / Théâtre Molière, Sète – Scène Nationale Archipel de Thau / Le Parvis, scène nationale de Tarbes Pyrénées / Compagnia Sud Costa Occidentale / Carnezzeria 

coordinamento e distribuzione Aldo Miguel Grompone, Roma  

organizzazione Daniela Gusmano

tecnico in tournée Marco Guarrera

OSPITALITÀ 

28 – 30 APRILE

EZRA IN GABBIA

scritto e diretto da Leonardo Petrillo 

con Mariano Rigillo, Anna Teresa Rossini

scene Gianluca Amodio 

costumi Lia Francesca Morandini 

disegno luci Enrico Berardi 

musiche Carlo Covelli 

aiuto regia Mario Rinaldoni 

produzione TSV – Teatro Nazionale, OTI – Officine del Teatro Italiano

TEATRO INDIA


OSPITALITÀ 

8 – 11 OTTOBRE

ANCHE IN CASA SI POSSONO PROVARE EMOZIONI FORTI

regia e drammaturgia Caterina Filograno

scene e costumi Giuseppe Di Morabito

con Gloria Busti, Caterina Filograno, Francesca Porrini, Simona Senzacqua, Maria Grazia Sughi

sound design Gerets

light design Stefano Bardelli

movement coach Ester Guntıń

aiuto regia e collaborazione artistica Ksenija Martinović

produzione Sardegna Teatro / Teatro Stabile di Torino – Teatro Nazionale/ Teatri di Bari

OSPITALITÀ 

16 OTTOBRE – 1 NOVEMBRE

GLI ELEFANTI NELLA STANZA

di e con Francesca Astrei

produzione Teatro di Roma – Teatro Nazionale

PRODUZIONE

28 OTTOBRE – 1 NOVEMBRE

GONE

uno spettacolo di Kepler-452
ideazione e drammaturgia Enrico Baraldi, Nicola Borghesi, Riccardo Tabilio
regia Enrico Baraldi, Nicola Borghesi
con Nino Burduli, Temo Natroshvili, Nika Tserediani, Luka Chibukhaia, Kato Kalatozishvili, 

Paata Inauri, Keta Shatirishvili, Liza Nikvashvili, Giorgi Chachanidze
traduzione e adattamento in Georgia Tatia Mtvareldize
scene e costumi Simon Machabeli
musiche Gogi Dzodzuashvili
assistente alla regia Mariam Jamerashvili
direttore tecnico Anuki Khoshtaria
coordinamento Roberta Gabriele
produzione Lepl Mikheil Tumanishvili Film Actors Professional State Theatre (Tbilisi- Georgia)
coproduzione Emilia Romagna Teatro ERT / Teatro Nazionale
con il contributo del Ministero della Cultura della Georgia
in collaborazione con GIFT  Festival, ATER Fondazione e Kepler-452

Spettacolo in georgiano sovratitolato in italiano

OSPITALITÀ 

3 – 8 NOVEMBRE

VIAGGIO A HONG KONG

testo e regia Pascal Rambert 

traduzione Chiara Elefante 

con Sandro Lombardi 

scenografia Aliénor Durand 

produzione Emilia Romagna Teatro ERT / Teatro Nazionale 

in collaborazione con Compagnia Lombardi-Tiezzi 

OSPITALITÀ

11 – 15 NOVEMBRE

LA FIRMA

testo e regia di Valerio Vestoso

con Antonio Bannò 

produzione BAM teatro

OSPITALITÀ

18 – 19 NOVEMBRE 

BODIES ON GLASS

coreografia Diego Tortelli 

in collaborazione con i danzatori Cristian Cucco e Thomas Van de Ven 

interpreti Cristian Cucco e Thomas Van de Ven

musica dal vivo Andrea Rebaudengo/brani dal repertorio di Philip Glass

costumi ETRO by Marco de Vincenzo

coproduzione Triennale Milano, Volvo Studio Milano e Teatro Grande di Brescia

si ringrazia Fattoria Vittadini

OSPITALITÀ – DANZA

21 – 22 NOVEMBRE

AMAE NO KŌZŌ

concept, coreografia e performance Borna Babić e Eliana Stragapede

drammaturgia Margherita Scalise

musica Nenad Kovačić

voce Teresa Campos

musica originale Lola Beltràn

light design Joaquín Hernández

Produzione Paper Bridge

ringraziamenti speciali RV, Akira Yoshida and Mathieu Minjoulat-Rey

OSPITALITÀ – DANZA

25 – 29 NOVEMBRE

I AM THE WIND 
di Jon Fosse

regia Gábor Tompa

scene e costumi Gyopár Bocskai

coreografia Enikő Györgyjakab

musiche di Csaba Boros

luci Romeo Groza

spettacolo in rumeno con sopratitoli in italiano

OSPITALITÀ

27 – 31 GENNAIO

LU SANTO JULLARE FRANCESCO

di Dario Fo e Franca Rame

diretto e interpretato da Matthias Martelli

Teatro Stabile Torino – Teatro Nazionale / Teatro Stabile dell’Umbria

Spettacolo inserito nelle Celebrazioni per i Cento anni di Dario Fo promosse dalla Fondazione Fo Rame

OSPITALITÀ 

9 – 14 FEBBRAIO

VORREI UNA VOCE

di e con Tindaro Granata

con le canzoni di Mina

ispirato dall’incontro con le detenute-attrici del teatro Piccolo Shakespeare all’interno della Casa Circondariale di Messina nell’ambito del progetto Il Teatro per Sognare di D’aRteventi diretto da Daniela Ursino

disegno luci Luigi Biondi

costumi Aurora Damanti

regista assistente Alessandro Bandini 

produzione LAC Lugano Arte e Cultura in collaborazione con Proxima Res

partner di produzione Gruppo Ospedaliero Moncucco

OSPITALITÀ 

20 – 28 FEBBRAIO

THE BODY OF AN AMERICAN 

di Dan O’Brien

traduzione Enrico Luttmann Marco Maria Casazza

regia Jacopo Gassmann

con Danilo Nigrelli e Paolo Mazzarelli

produzione LAC Lugano Arte e Cultura, Teatro di Napoli – Teatro Nazionale, Teatro Nazionale di Genova

Teatro di Roma – Teatro Nazionale

COPRODUZIONE

3 – 7 MARZO

LA FIRMA. NON TI FIDARE

tratto da Non ti fidare di Claudio Fava

regia Claudio Fava

con Ninni Bruschetta e Federica De Benedittis

produzione Teatro della Città Marche Teatro

OSPITALITÀ 

6 – 14 MARZO

FLUSSO

di Christian di Furia

regia Lino Guanciale

con Lino Guanciale e Gianmarco Saurino

videoanimazione Iole Cilento, Cristina Zanoboni

scenografia Iole Cilento

foto e video Peperonitto film

Coproduzione Teatri di Bari, Wrong Child Production in collaborazione con Premio Riccione

OSPITALITÀ 

17 – 21 MARZO

MADRI

di Diego Pleuteri

regia Alice Sinigaglia

con Valentina Picello e Vito Vicino

sound designer Federica Furlani

scenografo Alessandro Ratti

luci Luca Scotton

produzione La Corte Ospitale

coproduzione SCARTI Centro di Produzione Teatrale d’Innovazione

con il contributo della Regione Emilia-Romagna

con il sostegno del MiC e di SIAE, nell’ambito del programma “Per Chi Crea”

OSPITALITÀ 

1 – 4 APRILE

NEANCHE PARENTI

testo e regia Gabriele Russo e Arianna D’Angiò

con la Compagnia Bellini Teatro Factory:

Greta Bertani, Filippo D’Amato, Daniela De Riso, Miriam Giacchetta,

Gaia Napoletano, Matteo Ronconi, Umberto Serra 

assistente alla regia Bellini Teatro Factory Martina Abate

progetto sonoro Antonio Della Ragione

disegno luci Giuseppe Di Lorenzo

scene Accademia di Belle Arti di Napoli Cattedra di Scenografia Luigi Ferrigno 

con gli studenti Alessia Di Pace, Claudia Pugliese, Roberta Fierro, Laura lloret Garcia, Sabrina Oliva, Alessandra Avitabile, Salvatore Esposito, Emanuela Bartoli, Lucrezia Maria Aita, Claudia Sabella

costumi Enzo Pirozzi

produzione Fondazione Teatro di Napoli – Teatro Bellini

OSPITALITÀ 

2 – 4 APRILE

ASFALTO

Poema fisico e musicale per sette attori

regia e coreografia di Michela Lucenti 

con la Compagnia Bellini Teatro Factory

Sofia Celentani Ungaro, Cristoforo Iorio, Tarek Ismail, Valeria Martire, 

Giuseppina Ruggiero, Luigi Savinelli, Lucia Straccamore 

assistente alla regia Antonio Basile

assistenza alla creazione Maurizio Camilli 

drammaturgia Balletto Civile

testi Emanuela Serra

musiche e progetto sonoro Antonio Della Ragione

collaborazione al progetto sonoro Rainer Monaco

disegno luci Michela Lucenti / Balletto Civile e Maurizio Di Maio

scene Accademia di Belle Arti di Napoli Cattedra di Scenografia Luigi Ferrigno 

con gli studenti Alessia Di Pace, Claudia Pugliese, Roberta Fierro, Laura lloret Garcia, Sabrina Oliva, Alessandra Avitabile, Salvatore Esposito, Emanuela Bartoli, Lucrezia Maria Aita, Claudia Sabella

costumi Enzo Pirozzi

produzione Fondazione Teatro di Napoli – Teatro Bellini

OSPITALITÀ – DANZA

13 – 18 APRILE

LETTERA DI UNA SCONOSCIUTA

da Stefan Zweig

testo e regia Davide Sacco

con Giordana Faggiano

scene Luigi Sacco

luci Luigi Della Monica

costumi Luciana Donadio

musiche Arturo Annecchino

assistente alla regia Enrico Spelta – direttore di produzione Luigi Cosimelli

produzione Teatro di Roma – Teatro Nazionale e LVF / Teatro Manini di Narni

COPRODUZIONE

23 – 24 APRILE

CRAZY GRASS

testi di Yordan Radichkov

versione scenica e regia Margarita Mladenova

scenografia Boris Dalchev, Mihaela Dobreva 

musica Hristo Namliev 

foto Yana Lozeva

con Albena Georgieva, Jana Rasheva, Antonio Dimitrievski, Katalin Stareishinska, Ivan Nikolov, Nadya Keranova, Dimitar Krumov, Rumen Draganov, Bilyana Georgieva, Galya Kostadinova, Georgi A. Bogdanov

spettacolo in bulgaro con soprattitoli in italiano 

OSPITALITÀ 

19 – 23 MAGGIO

RESTEREMO PER SEMPRE QUI BUONE AD ASPETTARTI

di Diego Pleuteri

regia Leonardo Lidi

con Marta Malvestiti, Beatrice Verzotti, Teresa Castello, Hana Daneri 

scene Fabio Carpene 

cura dei movimenti scenici Riccardo Micheletti

assistente alla regia Nicolò Tomassini

produzione Teatro Stabile di Torino – Teatro Nazionale 

con il sostegno del MiC e di SIAE nell’ambito del programma “Per Chi Crea”

OSPITALITÀ 

21 – 23 MAGGIO 2027

LOGORANTE, MA VIVO – Viaggio tra le parole di Paolo Grassi

drammaturgia Katia Ippaso

regia Arturo Armone Caruso

con Sara Valerio

produzione Piccolo teatro di Milano, Teatro di Roma, 

Saval Spettacoli, Fondazione Paolo Grassi-La voce della cultura.

COPRODUZIONE

25 – 26 MAGGIO 2027

REMINISCENCIA 
ideazione e creazione Malicho Vaca Valenzuela

con Malicho Vaca Valenzuela

in video Rosa Alfaro, Lindor Valenzuela

assistente alla regia Ébana Garín Coronel

produzione esecutiva MC2: Maison de la Culture de Grenoble – Scène nationale

produzione artistica Ébana Garín, Luis Guenel, Roni Isola – Collectif Cuerpo Sur

spettacolo in spagnolo cileno con sopratitoli in italiano

OSPITALITÀ INTERNAZIONALE (Cile)

TEATRO TORLONIA


15 – 18 OTTOBRE

PAZZO AD ARTE

frammenti di vita che ci ri-guardano

liberamente tratto da alcune scene del dramma The Tragedy of Hamlet, Prince of Denmark di William Shakespeare

di Alessandra Niccolini e Giuseppe Pestillo 

con Giuseppe Pestillo

OSPITALITÀ 

29 OTTOBRE – 1 NOVEMBRE

WITCH IS

progetto di LANDI/MIGNEMI/PARIS

drammaturgia di Francesca Mignemi

regia Virginia Landi

con Giorgia Iolanda Barsotti, Eleonora Paris, Cristiana Tramparulo

costumi di Rossana Gea Cavallo – musiche e sound design di Andrea Centonza

produzione IL TEATRO DELLE DONNE, Firenze

con il sostegno del Centro di Residenza della Toscana Armunia-Capotrave/Kilowatt e Z.I.A. – Zona Indipendente Artistica

OSPITALITÀ 

19 – 22 NOVEMBRE

MAY FALLING ASLEEP NEVER OPEN OUR MOUTH

ricerca, ideazione Gaia Ginevra Giorgi Performance Gaia Ginevra Giorgi, Denise Tosato Dialogo drammaturgico Giada Cipollone Accompagnamento artistico Stella Succi

pratiche vocali Veza Fernández

consulenza coreografica Asher O’Gorman

luci e direzione tecnica Andrea Sanson

suoni Devid Ciampalini – abiti Gianni Mattarucco

consulenza live electronics Emanuele Pontecorvo Cura e diffusione Edoardo Lazzari

organizzazione e amministrazione Giusy Guadagno ProduzioneExtragarbo Snaporazverein (CH),

Lavanderia a Vapore – Centro di Residenza per la Danza (IT), Murmuris (IT), IntercettAzioni – Centro di Residenza Artistica della Lombardia (IT), Linha de fuga (PT),

con il sostegno di Premio Vienna (Direzione Generale Creatività Contemporanea del Ministero della Cultura, d’intesa con la Direzione Generale per la Diplomazia Pubblica e Culturale del Ministero degli Affari Esteri e della Cooperazione Internazionale e l’Istituto Italiano di Cultura di Vienna), Phonogrammarchiv (AT)

OSPITALITÀ 

3 – 6 DICEMBRE

RACCONTI ROMANI – prima parte
regia di Danilo Capezzani
tratto da Ladro dei lumi di Elsa Morante
PRODUZIONE


10 – 13 DICEMBRE
RACCONTI ROMANI – seconda parte
regia di Danilo Capezzani
tratto da Roma amara e dolce di Ercole Patti 

PRODUZIONE

21 – 24 GENNAIO

QUARTET

di Heiner Müller

traduzione Saverio Vertone

regia Maximilian Nisi

con Viola Graziosi, Maximilian Nisi

musiche originali Stefano De Meo

scene e costumi Vincenzo La Mendola

produzione Teatro della Città

OSPITALITÀ 

28 – 31 GENNAIO

CRISOTEMI

di Ghiannis Ritsos traduzione di Nicola Crocetti

diretto e interpretato da Elena Arvigo

disegno luci Pietro Sperduti

scene e costumi Elena Arvigo in collaborazione con Maria Alessandra Giuri 

produzione SantaRita & Jack Teatro

si ringrazia la gentile collaborazione di Eleonora Bossi

OSPITALITÀ

3 – 7 FEBBRAIO

GERTRUDE, LUCIA E LE ALTRE

liberamente tratto da Il cuore è un guazzabuglio di Eleonora Mazzoni (Einaudi 2023)

di e con Eleonora Mazzoni

regia di Simonetta Solder

voce recitante fuori campo Lino Guanciale 

disegno luci Camila Chiozza sound design Lorenzo Danesin 

produzione 369gradi

OSPITALITÀ 

11 – 14 FEBBRAIO

WEEK-END

di Annibale Ruccello

con Sabrina Scuccimarra

e con Manuel Severino e Matteo D’Incoronato

scene Alessandra Solimene costumi Easy Costumes

luci Marco Linari

aiuto regia Matteo D’Incoronato assistente regia Elia Colacchio

produzione Compagnia Lombardi-Tiezzi in collaborazione con Ass. Cult. Padiglione Ludwig

OSPITALITÀ

25 – 28 FEBBRAIO

LEI NON SA COSA VUOLE

di Luisa Merloni

regia Manuela Cherubini

con Luisa Merloni e Daniele Natali

disegno luci Camila Chiozza

produzione Bluemotion/Angelo Mai – Psicopompoteatro 

OSPITALITÀ 

4 – 7 MARZO

BEATA OSCENITA’

di Massimo Sgorbani

regia Serena Sinigaglia

con Gianluca Ferrato

scene Andrea Belli

luci e suono Roberta Faiolo

costumi Valeria Bettella

video Fabio Brusadin 

produzione Teatro Stabile di Bolzano

OSPITALITÀ

18 – 21 APRILE

ARCHIMEDE

di Costanza DiQuattro

con Mario Incudine

e con Antonio Vasta e Tommaso Garré

regia Alessio Pizzech

scene e costumi Andrea Stanisci

assistente alla regia Tommaso Garré

musiche Mario Incudine

eseguite dal vivo da Antonio Vasta

produzione Centro Teatrale Bresciano, La Contrada Teatro Stabile di Trieste / Teatro della Città,

in collaborazione con Teatro Donnafugata

produzione esecutiva A.S.C. Production Arte Spettacolo Cultura

OSPITALITÀ

16 – 30 APRILE

VITA A RATE

di Riccardo Caporossi

interpreti Nadia Brustolon, Vincenzo Preziosa

scena e regia Di Riccardo Caporossi

luci Nuccio Marino

PRODUZIONE

21 – 30 MAGGIO

SPETTACOLO POLITICAMENTE SCORRETTO CHE SI PUO’ INTERROMPERE PREMENDO UN TASTO

regia Enrico Torzillo 

con Jacopo Carta, Francesco Petruzzelli, Maria Grazia Trombino

produzione Teatro di Roma – Teatro Nazionale

PRODUZIONE

CAPITALE DANZA 2027

TEATRO ARGENTINA

8 – 9 MAGGIO

PORTRAIT

concept e coreografia Mehdi Kerkouche

composizione musicale Lucie Antunes 

assistente alla coreografia Alexandra Trovato

light design Judith Leray

scenografia Mehdi Kerkouche e Judith Leray

costumi Guillaume Boulez

trucco Sabine Leib

vocal coaching Nathalie Dupuy

stage e sound management Frédéric Valtre e Vincent Henry

lighting management Marine Stroeher e Henri Coueignoux

danzatori (a rotazione) Marilou Bévis, Margot Bouchet, Maxime Gomard, Jaouen Gouevic, Matteo Lochu, Sacha Neel, Paul Redier, Amy Swanson, Nina Vernin, Titouan Wiener-Durupt et Timothée Zig

produzione Centre chorégraphique national de Créteil et du Val-de-Marne| EMKA

coproduzione Festival Suresnes Cités Danse 2023 avec le soutien de Cités Danse Connexions I Théâtre- Sénart, scène nationale I Chaillot – Théâtre national de la Danse I Visages du monde, Cergy I L’Archipel, Scène nationale de Perpignan

15 – 16 MAGGIO 

MOMO

coreografia Ohad Naharin 

con la collaborazione dei danzatori della Batsheva Dance Company e Ariel Cohen

danzatori Yarden Bareket, Emil Brukman, Adi Blumenreich, Nathan Chipps, Holden Cole, Guy Davidson, Iyar Elezra, Eddieomar Gonzalez Castillo, Sean Howe, Londiwe Khoza, Adrienne Lipson, Bo Matthews, Sofiia Pikalova, Danai Porat, Igor Ptashenchuk, Leann Reizer, Kelis Robinson, Yoni (Yonatan) Simon, Gili Yaniv Amodai, Yarden Zana.

light design Avi Yona Bueno (Bambi) 

scenografia Gadi Tzachor 

costumi Eri Nakamura – sound design & design e editing dei brani musicali Maxim Waratt

con il supporto di Batsheva New Works Fund, American Friends of Batsheva, L’Association Pluriel pour l’Art Contemporain, The Zita and Mark Bernstein Family Foundation, Factory54

TEATRO INDIA

4 – 5 MAGGIO

IN RELATION TO WHOM?

concept, coreografia e performance Marah Haj Hussein e Nur Garabli 

drammaturgia Krystel Khoury 

light design Pôl Seif

scenografia Agnese Forlani 

esecuzione e composizione musicale Verena Rizzo 

tecnico suono Korin Rizzo – costumi Smila Zinecker – manager di produzione Ehren Verrelst 

produzione Monty – coproduzione Kunstencentrum BUDA, Saraya Theater, Theater Rotterdam, Points communs, Nouvelle scène nationale Cergy-Pontoise / Val-d’Oise, Fondation Royaumont, EPPGHV La Villette, Centre national de la danse (CND), De Singel, La Briqueterie CDCN, Les Halles de Schaerbeek, Frascati Producties, Le Maillon – Théâtre de Strasbourg. Con il supporto di Ammodo, De Vlaamse Overheid. Si ringrazia Rabeah Morkus Dance Studio – Kofor Yasif, The Work Room – Glasgow, Battersea Arts Centre – London, KAAP – Bruges, Hana Dance House – Haifa

6 MAGGIO

LA MEZZANOTTE DELLA DANZA (che non è una Cenerentola)

concept e direzione artistica Gabriella Stazio

interverranno artisti e coreografi under 35

talk e panel a cura di AGIS – Associazione Generale Italiana dello Spettacolo

7 – 8 MAGGIO

CROCODILE

coreografia e drammaturgia Martin Harriague in collaborazione con Emilie Leriche

musica Canto Ostinato di Simeon Ten Holt

interpreti Emilie Leriche e Martin Harriague

musica dal vivo Julien e Stéphane Garin – Ensemble 0

arrangiamento Petar Klanac – scenografia e light design Martin Harriague – costumi Vanessa Ohl 

assistente alla drammaturgia Françoise Dubuc

regia luci Peïo Lamarque – regia suono Alexandre Maillet – regia generale Alexandre Maillet

produzione Scène Nationale Sud Aquitain, Scène 55 Mougins, Temps d’Aimer la Danse Biarritz, Malandain Ballet Biarritz. Con il sostegno del Ministère de la Culture / DRAC Nouvelle-Aquitaine.

11 – 12 MAGGIO

OUTBREAK

coreografia James Florendo

nuova produzione per 8 danzatori

musiche James Florendo e AA.VV.

light design Emanuele De Maria

ideazione costumi James Florendo

produzione Balletto di Roma

14 – 15 MAGGIO 

RENDEZ- VOUS

coreografia Simone Repele e Sasha Riva

con Leonardo Mazzarotto 

produzione Riva & Repele

16 MAGGIO 

Nuove Generazioni dai 6 anni

CUOR DI CONIGLIO

creazione Compagnia Dimitri/Canessa

regia Elisa Canessa

danzatori Federico Dimitri e Francesco Manenti

collaborazione artistica Giorgio Rossi 

light design Marco Oliani – sound design Tommaso Marzini Della Ragione 

scenografia e costumi Matilde Gori / Atelier Zaches

produzione Associazione Sosta Palmizi, Pilar Ternera / Nuovo Teatro delle Commedie e Straligut Teatro con il sostegno residenziale di Centro di Residenza della Toscana (Fondazione Armunia Castiglioncello –CapoTrave/Kilowatt Sansepolcro), Wintergarten – Atelier di teatro permanente e In Tel Fade

NUOVE GENERAZIONI

TEATRO INDIA

16 – 27 NOVEMBRE

ENDING

di Roberto Gandini e Roberto Scarpetti

regia Roberto Gandini

con Iulia Bonagura, Edoardo Maria Lombardo, Fabio Piperno, Tiziana Scrocca, Carolina Sisto

produzione Teatro di Roma – Teatro Nazionale

PRODUZIONE

22 DICEMBRE – 6 GENNAIO

STORIE DI NATALE

di Gianni Rodari, Bernard Friot, Andrea Valente, Roberto Gandini

adattamento e regia Roberto Gandini

con Irene Ciani, Edoardo Maria Lombardo, Paolo Minnielli, Giulia Navarra, Fabio Piperno

produzione Teatro di Roma – Teatro Nazionale

PRODUZIONE

23 – 24 GENNAIO

MARMOCCHIO

una specie di Pinocchio di marmo

Radiodramma animato per i ragazzi di tutte le età

progetto scenico e regia I Sacchi di Sabbia

con Serena Guardone

e le voci di Gabriele Carli, Giulia Gallo, Giovanni Guerrieri, Enzo Illiano, Carlo Ipata, Federico Polacci, Giulia Solano, Daniele Tarini

disegno luci Luca Tessieri

costruzione scene Antonio Calandrino disegno e progetto grafico Enrico Pantani

produzione Fondazione Sipario Toscana | I Sacchi di Sabbia

dai 7 anni

6 – 7 FEBBRAIO

CLÀSSICS

uno spettacolo di marionette in sette scene

autore, regista e performer Jordi Bertran

suoni e luci Isabel Martinez

costumi Ma Dolors Fernandez

produzione Companyia Jordi Bertran

dai 5 anni

TEATRO TORLONIA

10 – 11 OTTOBRE

ALBERT eD IO

di Francesco Niccolini

drammaturgia Flavio Albanese, Marinella Anaclerio, Francesco Niccolini

direzione scientifica Marco Giliberti

regia Marinella Anaclerio

con Flavio Albanese

produzione Compagnia del Sole, Fondazione Sipario Toscana Onlus, Fondazione TRG

dagli 11 anni

24 – 25 OTTOBRE

CHARLIE GORDON

di Patrizio Dall’Argine

liberamente ispirato al racconto Fiori per Algernon di Daniel Keyes

costumi Veronica Ambrosini

burattinaio Patrizio Dall’Argine

produzione Teatro Caverna

dai 6 anni

14 – 15 NOVEMBRE

ODE ALLA VITA

di e con Manuela Capece e Davide Doro 

un progetto della compagnia rodisio

in collaborazione con Unicorn Theatre (London, UK), Espace600 (Grenoble, FR) Centre d’Animation de la Cité (Lausanne, CH), VolterraTeatro Festival

dai 3 agli 8 anni 

17 DICEMBRE – 6 GENNAIO

LA MOSCA VERDOLINA

di Giorgio Parisi
regia Davide Doro

ddattamento drammaturgico Emanuele Di Giacomo
con Jacob Olesen

produzione Teatro di Roma – Teatro Nazionale

PRODUZIONE

16 – 17 GENNAIO

PETITES HISTOIRES SANS PAROLES

con Brice Coupey e Jean-Luc Ponthieux

produzione Compagnie l’Alinéa

dai 5 anni

20 – 21 FEBBRAIO

HO UN PEZZETTINO IN GOLA

di e con Valentina Dal Mas

testo originale Valentina Dal Mas

direzione tecnica Federico Fracasso

consulenza luci Alessio Guerra

produzione La Piccionaia Centro di Produzione Teatrale

in collaborazione con Compagnia Abbondanza/Bertoni

produzione 2025

dai 6 anni

13 – 14 MARZO

FARE UN FUOCO

di Francesco Niccolini e Luigi D’Elia

molto liberamente ispirato ai Racconti dello Yukon di Jack London

con Luigi D’Elia

regia Francesco Niccolini e Luigi D’Elia

disegno luci Francesco Dignitoso

assistenti alla produzione Elisabetta Aloia, Adalgisa Vavassori, Susanna Zoccali le musiche originali sono di Giorgio Lazzarini

produzione Teatri di Bari | Fondazione Sipario Toscana – La Città del Teatro In collaborazione con INTI

dai 9 anni

7 – 11 APRILE

FESTIVAL CONTEMPORANEO FUTURO

VII EDIZIONE

a cura di Fabrizio Pallara

Teatro India, Teatro Torlonia 

RASSEGNE CULTURALI 2026/2027

GENNAIO – APRILE
anteprima domenica 8 novembre 2026

LUCE SULL’ARCHEOLOGIA 

Voci di donne straordinarie. Il ruolo femminile nella storia e nella cultura di Roma

TEATRO ARGENTINA

FEBBRAIO – APRILE
TRA PSICHE E MITO. Dialoghi sull’essere 

TEATRO VALLE, ARGENTINA

NOVEMBRE – MAGGIO
LE VERITA’ SOSPESE 

TEATRO VALLE

NOVEMBRE – APRILE
CHE NE SARA’ DI NOI? 

TEATRO VALLE

NOVEMBRE – MAGGIO
IL TEATRO VALLE: TRECENTO ANNI DI SPETTACOLI 

TEATRO ARGENTINA – TEATRO VALLE  

NOVEMBRE – MAGGIO
LE STAGIONI DEL TEATRO DI ROMA. Volti, memorie e visioni 

TEATRO ARGENTINA – TEATRO VALLE  

GENNAIO – MAGGIO
LE DONNE DELL’ASSEMBLEA COSTITUENTE

TEATRO TORLONIA


Recensione di Sonia Remoli

– LOS DE AHI’ – regia Claudio Tolcachir

testo di Claudio Tolcachir

-.-.-.-.-

TEATRO INDIA

dal 20 al 24 Maggio 2026


In un non posto ai confini della cosiddetta vita civile lavorano 4 fattorini: Nuno, Munir, Dani ed Eduardo. Ci sono solo loro e una macchina intelligente che li avvisa delle consegne da effettuare. E poi li paga. 

In scena, lo spazio è organizzato in una modalità indeterminata che invita lo spettatore ad immaginarlo come una discarica, in qualche modo però strutturata come un anfiteatro. Dei gradoni, infatti, si affacciano su una sorta di palco dove va in scena la vita lavorativa e privata dei 4 fattorini (la cura delle scene è di Lua Quiroga Paul).

Li chiamano “Los de Ahí” – ovvero “quelli di là” – non meglio identificati da “quelli di qua”. Nessun contatto tra loro, neppure sul confine tra i due mondi, se non per il lancio di sacchi di spazzatura fatto con indifferenza verso i 4 fattorini. Nonostante “quelli di là” svolgano per “quelli di qua” il servizio delle consegne, non c’è nessun rispetto verso di loro. 

E i 4 fattorini a urlare: “familia!”. A sottolineare che lì dove tirano la loro immondizia, lì, proprio lì nella discarica, c’è una famiglia. 

Perché Nuno, Munir, Dani ed Eduardo si considerano davvero una forma di famiglia. 

Il valore della famiglia, infatti, trascende il legame biologico  e  giuridico. E loro “i Los de Ahi” sono un felice esempio di micro-società: sono una comunità ristretta dove si impara la cooperazione, la gestione dei conflitti e il rispetto delle regole di convivenza.

Le vite di Nuno, Munir, Dani ed Eduardo – nonostante fragilità inevitabili – sono ricche infatti di partecipazione. Tra loro c’è un bel senso di partecipazione: ci si aiuta, c’è un sacro rispetto per chi non c’è ma è stato una guida (incluse le sue cose, che in sua assenza restano sue e non diventano preda di altri), si scherza e si ha cura dell’altro se è in difficoltà. Anche quando chi ha bisogno fa fatica a riconoscerlo, chiedendo aiuto.

E poi consumano l’attesa tra una chiamata e l’altra per le consegne facendo musica, cantando, raccontandosi. Hanno una bella vitalità.

La loro attesa impaziente per il segnale di chiamata non nasce solo dal bisogno di guadagnare: è quel piacere più sottile di sentirsi chiamare, di sentirsi cercare – anche solo da un suono meccanico – che però crea l’ilusione di una sorta di contatto con l’Altro, che riconosce loro esistenza. E li fa sentire vivi. 

L’unico contatto, infatti, che riesce ad oltrepassare la cortina – e di cui tutti si inebriano – è olfattivo: è l’odore del forno che cuoce pane e dolci. Cuore alchemico della casa, l’odore del forno è il simbolo primordiale della trasformazione, del nutrimento e dell’accoglienza. E così il profumo della cottura rende per un attimo anche il loro ambiente accogliente e sicuro, evocando un gran bel senso di appartenenza.

L’effervescente drammaturgia di Claudio Tolcachir dalla provocazione poeticamente politica, racconta anche di Nuno che da poco ha avuto una bambina, che adora anche quando deve cambiarle i pannolini. I suoi amici lo portano bonariamente in giro dicendogli che quell’odore gli si attacca addosso ma lui ogni volta verifica, annusandosi, e se ha qualche dubbio tira fuori dal suo zaino deodorante e salviettine umidificate. 

Mirja è la sua ragazza, nonché mamma della loro piccolina ma, come spesso accade alle neomamme, ha difficoltà a dedicarle attenzioni. La piccola è un po’ quel “diverso” – con il quale ogni neomamma deve imparare ad entrare in relazione – che sembra succhiare via ogni istante di vita. Allo stesso tempo però una mamma che tende ad allontanarsi dalla propria figlia è considerata una madre incomprensibile: anche lei “una straniera” rispetto al cosiddetto “normale” sentire materno. 

E argutamente Tolcachir sceglie di cambiarle lingua, per rendere ancora più efficace questo distaccamento. Ma Nuno non giudica, né si perde d’animo: è sua cura essere più presente in questo momento di criticità. 

Ma nemmeno gli altri, seppur spiazzati, la giudicano. L’unica a permettersi dell’ironia è solo Susan, che essendo donna e conoscendo questa possibile crisi, in alcuni “a parte” ci confessa di sentirsi sollevata, a non essere sola. 

L’attenzione che Nuno dedica a sua figlia e a Mirja, la rivolge anche a Dani: il fattorino che cade continuamente dalla bici – mezzo che usano tutti per lavorare – avendo un problema visivo: fragilità di cui lui riesce a parlare solo con Susan, la donna con la quale convive. E che gli cura amorevolmente le sue abrasioni post caduta con lo zucchero. 

Dani suscita spesso l’irritazione di Munir perché vorrebbe sostituire la propria bici, piuttosto malandata, con quella di Edoardo, l’altro fattorino che però da giorni non si fa vivo. Munir prova un profondo rispetto per lui perché Edoardo gli ha insegnato il lavoro. E allora fa sì che la sua identità non venga sminuita solo perché al momento sembra invisibile. Ma Edoardo non tornerà e sarà Susan a prendersi cura con dolce malinconia di Munir, per aiutarlo ad accettare e ad attraversare il dolore. 

I colpi di scena non sono ancora terminati: i 4 amici perderanno il lavoro. Ma tra loro c’è quel legame che permette di sostenersi l’un l’altro. Ed è così – con la consapevolezza che dietro a ogni fine c’è sempre un nuovo inizio – che ciascuno intraprenderà un differente percorso. Tutto da scoprire. L’importante è non fermarsi: “continuiamo !”.

Gli interpreti in scena brillano in naturalezza, ritmo ed espressività: sono Nourdin Batán (Munir), Fer Fraga (Nuno), Malena Gutiérrez (Susan), Nuria Herrero (Mirja) e Gerardo Otero (Dani).

Decisamente interessante risulta la visualizzazione scenica qui restituita suggestivamente dall’anfiteatro costruito sulla discarica. Il Teatro, infatti, da sempre si dedica a lavorare sui resti, su ciò che preferiamo scartare e rimuovere gettandolo nella spazzatura dell’inconscio. 

Quelle nostre fragilità e quei traumi cioè che preferiamo non integrare con l’immagine che per tutta la vita ci impegniamo a costruire e a manutenere.

Il Teatro invece – ci ricorda Claudio Tolcachir – è la nostra casa dove possiamo trasformare la nostra immondizia, ovvero “ciò che resta” (il dolore, il ricordo, i frammenti di una storia o di una vita) in una nuova forma di conoscenza e di riflessione collettiva. 

Immondizia possono essere anche le tensioni sociali del presente, come la tensione provocata dall’immigrazione. Un naturale fenomeno sociale che – seppur incarni nella sua essenza i significati di cambiamento, globalizzazione e superamento dei confini – viene spesso percepito come una minaccia all’identità nazionale e alla sicurezza. Tanto che il migrante diventa il simbolo su cui la società proietta le proprie paure di impoverimento e di smarrimento.

E’ il timore che “ciò che è straniero” veicola entrando in una nuova comunità: tema affrontato da Tolcachir anche in “Rabia”, lo spettacolo che insieme a “Los de Ahí” dà forma al dittico che nei giorni scorsi è stato ospitato al Teatro India, riscuotendo grande partecipazione. 

Lo “straniero” rappresenta infatti quel “diverso” che facciamo fatica ad integrare, ad accogliere perché  percepito come quel qualcosa di ignoto che, solo perché non ancora conosciuto, si crede possa mettere a rischio l’identità del gruppo. Ma che invece, se non riconosciuto nella sua identità, può dare vita ad assai più pericolose degenerazioni.

E’ naturale che l’arrivo di culture “altre” solletichi la comunità ospitante ad interrogarsi sulla propria identità, sui propri valori fondanti e su cosa significhi appartenere a una specifica nazione. 

Ma la reazione può non essere solo quella di chiusura e di maggiore definizione dei confini della terra ospitante. Sono possibili ed efficaci, se ben calibrati, tentativi di integrazione che gioverebbero di molto ad un arricchimento e ad un rinnovamento di entrambe le culture che si stanno incontrando.

E il Teatro, attraverso l’esperienza artistica della compassione, aiuta a percepire “gli altri” – “quelli che stanno di là” – sorprendentemente più vicini, facendo sciogliere l’illusione di un’autosufficienza del “noi” rispetto al “loro”. 

Anche perché, simbolicamente, “straniero” non è solo il cittadino di un altro Paese. È la parte di noi stessi che ci risulta estranea e incomprensibile, e che ci spaventa. Ma che è fondamentale per comprendere la nostra identità e il nostro senso di appartenenza.

Significato meravigliosamente racchiuso in quel gesto di Susan che, per curare le ferite di Dani, mette dello zucchero per disinfettarle e farle cicatrizzare. Prendersi cura dell’Altro cioè – ci ricorda Claudio Tolcachir – è la prova che due opposti possono unirsi e convivere. 

Mettere il dolce sulla ferita racchiude, infatti, l’antico auspicio di trasformare il dolore in guarigione, o di lenire l’amarezza della vita con una cura dolce.


Recensione di Sonia Remoli

– RABIA – regia Claudio Tolcachir e Lautaro Perotti

dalla novella di Sergio Bizzio

adattamento Lautaro Perotti e Claudio Tolcachir

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TEATRO INDIA

dal 21 al 24 Maggio 2026

In quanti modi può manifestarsi il furore della rabbia? E quanti usi se ne possono fare?

Con la cifra stilistica che lo contraddistingue Claudio Tolcachir intriga e spiazza per poi intenerire fino alla commozione lo spettatore, portandolo al cospetto di manifestazioni dell’animo umano, così umane da sembrare surreali.

Questa volta è lui stesso a scendere in scena, oltre a curare la regia con Lautaro Perotti della novella omonima di Sergio Bizzio, di cui assieme a Lautaro Perotti, María García de Oteyza e Mónica Acevedo realizza anche l’adattamento.

La rabbia è un’emozione non univoca, decisamente sorprendente. Da un lato è l’archetipo del fuoco, della distruzione e della perdita del controllo in risposta a un’ingiustizia, o meglio in risposta alla percezione di un’invasione insopportabile di un confine vitaleDall’altro lato la rabbia incarna una forza vitale trasformativa, che libera e distrugge per creare un terreno fertile: per dare vita ad una nuova consapevolezza.

(ph. Lucia Romero)


In questo adattamento, il José Maria di Claudio Tolcachir si racconta in presa diretta: è il fidanzato di Rosa, una donna che lavora come domestica nella villa dei Blinder. Una coppia borghese di Buenos Aires, microcosmo sociale metafora di un’Argentina corrotta e priva di valori: decadente proprio come la villa che fa da palcoscenico alla narrazione. La novella è infatti ambientata nell’Argentina travolta dalla grave crisi economica e sociale del 2001 e descrive una società borghese arricchita ma disillusa, che fa da sfondo alle disuguaglianze e alle tensioni proprie del periodo.

Un complesso momento storico che si è trovato ad attraversare lo stesso Tolcachir che al tempo viveva a Buenos Aires. E che per reazione, per trasformare cioè la precarietà e l’isolamento in opportunità creativa, sceglie di dare forma, insieme alla sua compagnia, ad uno spazio indipendente di resistenza e di creatività. Fondando un proprio movimento culturale: il Teatro Timbre 4. La sede originaria non era un teatro tradizionale, ma la casa stessa di Tolcachir nel quartiere di Boedo, dotata di una sala allestita in fondo al patio. In un momento in cui il Paese si sgretolava, il teatro ha rappresentato un rifugio, uno strumento di aggregazione sociale e un’occasione per raccontare quell’umanità più fragile e invisibile, lasciata ai margini dalla crisi.

Quell’umanità di cui José Maria è un rappresentante.

Tornando allora alla narrazione, un giorno – dopo un’esplosione di rabbia che lo portò a reagire esageratamente verso un’ingiustizia in ambito lavorativo – José Maria senza farsi notare da nessuno (neanche dalla stessa Rosa) decide di insinuarsi nei meandri della villa e di rimanervi segretamente nascosco per tre anni. Questa invasione clandestina della villa è il suo modo di ribellarsi e di negoziare il prezzo di un’ingiustizia da lui arrecata, a fronte di un’ingiustizia sociale che è costretto a subire.

E così, dimenticato dalla società che lo considera invisibile nei suoi diritti, proprio da invisibile si esilia dalla società per trovare segreto asilo nelle parti (anche loro) dimenticate, e quindi in disuso, della villa. Scegliendo però di mantenere un contatto, a senso unico, esclusivamente con l’amata Rosa, che lavora e abita in questa villa.

In effetti José Maria riesce a dare forma, in questa sua vita parallela, ad una certa vita erotica con Rosa. Spiandola segretamente, si sente infatti comunque a lei vicino, seppur separato da un muro di segreti che lo esclude dalla vita reale.

Carico della sua rabbia, che a differenza della tristezza non svuota ma sostiene, José Maria per tre anni “resiste” inventandosi un nuovo modo di vivere senza farsi notare. E, a suo modo, paradossalmente, in questa casa trova anche un qualche conforto familiare: una sorta di rifugio esistenziale e un surrogato di affetti.

Ma la realtà esplosiva dei propri desideri repressi – che parlano di un disperato bisogno di contatto, indispensabile per essere riconosciuto nella propria identità – si farà sentire ancora, quando il silenzio e la finzione risulteranno insostenibili. Proverà anche, Josè Maria, a stabilire un contatto e quindi a socializzare e a farsi accogliere nel consorzio vitale dei topi, con i quali si ritrova a condividere gli spazi abbandonati della villa. Animale tra animali.

Ma anche qui, in questo consorzio, le cose non vanno meglio. La loro rabbia non è meno distruttiva di quella degli uomini. Infatti anche i topi con i quali José Maria si trova a dover coabitare nel buio della soffitta, lo attaccano: anche loro animali disprezzati che vivono nell’ombra. La loro è la reazione rabbiosa dell’emarginato, del represso, che se minacciato scatena una reazione sproporzionata e vendicativa.

Sembrerebbe allora che la massima difficoltà dello stare al mondo, generalmente inteso, sia proprio quella di integrare “il diverso” con “il simile”. Quel perturbante capace di far riaffiorare contenuti inconsci rimossi e credenze primitive superate. Quel brivido che proviamo quando ciò che dovrebbe restare nascosto, torna alla luce (come ben visualizzato dal disegno luci di Juan Gómez-Cornejo).

La scena sa rendere con magnifico simbolismo lo spazio non solo fisico (quello della villa) ma anche quello della mente del protagonista: la cura delle scene è di Emilio Valenzuela. E’ infatti uno spazio restituito da una scala, che ci si dà in varie prospettive, proprio come la mente di José Maria quando viene sollecitata da qualcosa di perturbante.

Più di ogni altra cosa – ci confida José Maria – a intimorirlo e insieme ad affascinarlo è il modo in cui i suoni penetrino in casa. Sua priorità è proprio quella di evitare, o di frammentare in piccole parti, i rumori che potrebbero rivelare la sua presenza. Anche i rumori, infatti, sono reazioni a determinati “contatti” che lui, in questa sua vita parallela, si sta imponendo di non avere.

E così, con eleganza sobria e riservata, in una seconda pelle grigio topo, il Josè Maria di Tolcachir penetra dentro e fuori di sè, temendo di essere intercettato anche attraverso contatti di luce, suggestivamente resi da un disegno luci calibratissimo. 

I suoi occhi sono ora le sue orecchie: sono loro che gli restituiscono la misura della sicurezza del muoversi vitale.  Nel suo spiare acustico segue tutto quello che avviene nella villa, incluso ogni momento di intimità di Rosa. Ed è così che un giorno si accorge di come lei cada preda del desiderio violento del figlio dei due coniugi padroni della villa.

Un evento che fa eruttare la sua rabbia incontrollata, accecata dal desiderio di dominare, annientare e incorporare il violentatore in un atto di sottomissione definitivo.

Dalla violenza subita da Rosa nascerà un figlio, che Josè Maria non farà alcuna fatica ad accettare come suo, teneramente seguendolo ogni giorno per rubare qualche attimo solo con lui, approfittando dei momenti in cui Rosa è costretta a spostarsi di stanza per le pulizie. 

Ma la storia di Josè Maria non finisce qui: ad attendere lo spettatore c’è un finale terribile eppure dolce.

La performance di Claudio Tolcachir è straordinaria. Lui sa farsi corpo disponibile ad accogliere l’intero spettro, perversamente emotivo, da cui la rabbia di José Maria è abitato.

Una disponibilità, quella di Tolcachir, piena di grazia. Colma di quella compassione che – lungi dall’essere semplice pietà o debolezza emotiva – è espressione di una interconnessione esistenziale che riconosce come la sofferenza e la fragilità appartengano a tutti gli esseri umani. Una disponibilità, la sua, che è espressione del coraggio di non distogliere lo sguardo di fronte al dolore altrui, trasformando l’empatia in un desiderio attivo di conoscenza e di autoconoscenza.

E lo spettatore, come ogni volta al termine del viaggio sentimentale affrontato partecipando ai suoi spettacoli, si sorprende del sentire affiorare in sè quel disarmante senso di tenerezza, segno di vulnerabilità condivisa.


Recensione di Sonia Remoli

Recensione LE NOTTI BIANCHE – regia Lucia Rocco

di Fëdor Dostoevskij

adattamento Lucia Rocco

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TEATRO TORLONIA

21 Maggio – 7 Giugno 2026


Cosa mi manca?”


Con questa domanda si apre il raffinato adattamento di Lucia Rocco a Le notti bianche di Fëdor Dostoevskij.

Il suo Sognatore in primis è un uomo che s’interroga.

Perché la domanda – veicolando il desiderio di costruire una relazione con l’altro (fuori o dentro di noi) – svela la dimensione emotiva di chi si interroga: qualcuno che è alla ricerca non tanto di risposte ma di potersi aprire a nuovi orizzonti.

L’efficace Sognatore di Paolo Cresta ancora non lo sa – perché sarà il dirompente entrare in contatto con la vibrante Nasten’ka di Francesca Piccolo a renderlo consapevole – ma interrogandosi sta cercando non di colmare un vuoto, ma di metterlo in moto. Per scoprire come si accende quel desiderare che permette di lasciare libero l’altro di scegliere. 

(ph. Manuela Giusto)


Un desiderare che rende ricchi nel contribuire a sostenere le scelte dell’altro, anche quando queste scelte non sono indirizzate su di noi. 

Un desiderare che non si chiude nel rapporto a due, ma che erotizza lo sguardo sul mondo. E che resta. Anche dopo la fine del rapporto. 

E’ questa particolare inclinazione verso l’altro a provocare l’incanto di “attimi di beatitudine”. Perché l’incanto è  legato alla trasmutazione del reale attraverso quella meraviglia che eleva lo spirito dalla quotidianità.

Le stesse notti bianche – che fanno, non tanto da sfondo, quanto da crogiolo metaforico alla narrazione dostojeskjiana – si originano da una particolare inclinazione dell’asse terrestre rispetto al piano dell’orbita intorno al Sole. 

Inclinazione che provoca il fenomeno per cui il Sole, non scendendo mai abbastanza sotto l’orizzonte, impedisce il buio completo. Lasciando così il cielo in una condizione di penombra continua. 

Inclinazione assai suggestivamente restituita, qui, da una scena le cui pareti sono abitate da un insolito equilibrio di forze, che rimanda allo spettatore la sensazione sotterranea di un erompente desiderio di trasformazione. La cura delle scene è di Francesca Tunno; la realizzazione è opera del Laboratorio scenotecnico del Teatro di Roma.

E’ infatti dentro un‘alchemica architettura di stati liminari – tra giorno e notte; tra il sé e l’altro da sè; tra desiderio immaginifico e impegno reale; tra dimensione conscia e dimensione inconscia – che Dostoevskij dona forma a questo meraviglioso romanzo sentimentale, specchio delle ansie e dei desideri di una società in attesa di confrontarsi con una dirompente primavera. 

Condizione esistenziale ben incarnata dalla scelta stilistica di utilizzare prevalentemente la forma dialogica. La quale – attraversando le dinamiche amorose esplorate nel romanzo sentimentale – arriva a confrontarsi con conflitti universali quali: l’affermazione dell’individuo contro le convenzioni sociali; la ricerca di autenticità e l’integrazione tra ragione e passione; il passaggio dalla giovinezza alla maturità. 

(ph. Manuela Giusto)


Protagonista principale di questa trasformazione è un giovane 26enne, rappresentante dell’archetipo dell’ “Uomo superfluo”. Non ha un nome proprio: è Il Sognatore. Un “tipo” di intellettuale della Russia degli anni 30-40 del 1800 nel quale si include, almeno fino ad un certo periodo, lo stesso Dostoevskij. 

Un giovane uomo, Il Sognatore, per il quale Dostoevskij immagina e auspica una trasformazione: come è accaduto a lui. Una trasformazione ferocemente fertile come la primavera, dirompente come l’energia spesso incontrollabile dell’amore. Un passaggio quindi dallo stato di quiete ad una vitalità estrema: una forma di sovvertimento degli equilibri e quindi una rivoluzione vitale, così negata e troppo poco cercata dagli intellettuali immersi nel contesto politico russo del periodo. 

I quali, privi di libertà di espressione e delusi dalla realtà sociale, come reazione all’asfissiante regime autocratico dello Zar Nicola I, trovano rifugio nell’isolamento, nella letteratura e nell’idealismo romantico.

Non è un caso che Le notti bianche esca sulla rivista “Quaderni patriottici”.

Assai suggestivamente, qui in scena, questa reazione d’isolamento viene restituita dalle proiezioni video di Alessandro Papa che – abitate da un continuum trasformativo di angoli di luce e di ombra – parlano di confine, di scelta. Ma anche di ricerca di relazione con un centro. 

E le proiezioni di Alessandro Papa – con la complicità del disegno luci di Massimo Munalli – ben ci immergono in una bidimensionalità dai colori puri, che ci parla anche del bisogno di emozioni immediate, di relazione, di contatto, oltre che di isolamento. La prima risposta, infatti, che il Sognatore si dà cercando di analizzare il suo senso di angoscia, allude al terrore che tutti si allontanino da lui. Prova che, alla reazione a rifugiarsi all’angolo della vita politica, si associa l’angoscia di restare confinati nell’angolo, cioè esclusi dallo sguardo e dall’interesse dell’altro. Contatto che ci fa esistere, che ci dà la prova di esistere.

Acutamente quindi la regia di Lucia Rocco fa sì che questa acuminata geometria scenica “s’incontri” con le linee morbide di una panchina. Spazio pubblico incline alla socializzazione, che ospiterà l’esplosivo incontro tra lui e lei: Il Sognatore e Nasten’ka.

(ph. Manuela Giusto)


Un incontro che inizialmente avviene su un ponte: luogo per eccellenza della transizione, archetipo del cambiamento e della riconciliazione, che connette due sponde altrimenti separate. 

“Perché tremate?” – è la prima domanda che lei (una penetrante Francesca Piccolo) gli rivolge, una volta calmatasi la concitazione per lo scampato pericolo di aggressione, da cui la salva Il Sognatore.

E lei, che in lui a qualche livello si specchia, sente nel suo tremare la vulnerabilità propria dell’incontro con l’ignoto, con il sacro: con la perdita di controllo dell’ Io di fronte a forze soverchianti che aprono ad un nuovo orizzonte. E nel rendere il deflagrante e buffo passaggio di stato da un’emozione all’altra, la sensibilità interpretativa di Paolo Cresta è davvero sorprendente.

E questo il primo segnale di una nuova e dirompente primavera.

Quella primavera che Il Sognatore aspettava e che nelle ore precedenti aveva iniziato a manifestarsi attraverso il varco dei confini del suo solito e ossessivo percorso cittadino. Un’insolita inclinazione, questa, che a tarda notte torna a manifestarsi attraverso il suo spingersi fisicamente intimo verso una donna, sola, in lacrime, preda di un aggressore.

Quella primavera che sgorga dalle lacrime e dalla risata di lei: magnifico collante relazionale, capace di comunicare complicità. 

(ph. Manuela Giusto)


E la reazione del Sognatore non si fa attendere: è un primo incendio. 

Anche questo lei aveva intuito in lui – “siete polvere che prende fuoco in un attimo”. “Ma siete nemico di voi stesso !”.

“Che tipo di persona siete?”. 

Lui – lasciandosi invadere da questa domanda – osa maldestramente, si sporge intrepidamente e le rivela di essere “un tipo” (di appartenere cioè ad una categoria indifferenziata), “un uomo ridicolo”, “originale” (lontano dalla normalità: un sognatore che vive in un angolo).

E allora lei, anche per allontanarlo dal suo fare solitario, lo introduce a un patto paradossale: “non dovete innamorarvi di me”. Che comunque è un loro rito, e quindi qualcosa che va oltre il mero accordo. Anzi, a suo modo, è un vincolo di fiducia che trasforma la promessa in un’identità condivisa.

E’ una primavera destinata a fluire e a ricominciare. Ancora.

Ora lei sente che può raccontarsi a lui. E  gli rivela che a suo modo ha vissuto un’esperienza molto simile alla sua di sognatore: anche lei è stata mutilata nella sua esuberanza vitale. Non da frangenti socio-politici ma da frangenti familiari, comunque prima forma di società civile.

(ph. Manuela Giusto)


Ed è meraviglioso come la regia di Lucia Rocco – valorizzata dalle suggestioni sonore di Ran Bagno in sinergia alle suggestioni armoniche di Lea Giammattei – abbia immaginato e restituito questa forma traumatica di negata esuberanza vitale, decisamene iper protettiva. La immagina cioè – con l’elegante complicità di Francesca Piccolo – come la ballerina di un carillon: bloccata meccanicamente nei suoi spostamenti spaziali.

E sebbene poi Nasten’ka tornerà a legarsi all’uomo (qui interpretato da Andrea Codognato) che stava aspettando da un anno e che quella sera in cui il Sognatore la incontra lei stava aspettando in quanto giorno del suo possibile ritorno – la primavera attivata nel Sognatore resta. 

E come la pioggia che suggella il mattino successivo alla notte quarta – in cui i due si lasciano per unirsi in realtà in un nuovo patto che non esclude nessuno – scendendo dal cielo feconda la terra e permette alla natura di germogliare, così le lacrime del Sognatore inaugurano una nuova primavera. Che ogni anno si rinnoverà grazie a ciò che resta di questa esperienza di “attimi di beatitudine” relazionale. Essendo il Sognatore oramai entrato in un ciclo che ogni volta si rinnova, e che ogni volta chiede adattabilità al mutamento.

Lucia Roccco


Un adattamento e una regia – questi di Lucia Rocco – che intensificano l’invito tutto dostoevskijano a incuriosirsi del meraviglioso mistero rappresentato dal nostro stare al mondo. Come già a 18 anni Dostoevskij dichiara in una lettera al padre del 16 agosto 1839:

“L’uomo è un mistero. Un mistero che bisogna risolvere, e se trascorrerai tutta la vita cercando di risolverlo, non dire che hai perso tempo; io studio questo mistero perché voglio essere un uomo”. 

Uno spettacolo andato in scena in prima nazionale al Teatro Torlonia

e

prodotto da Teatro di Roma – Teatro Nazionale.


Recensione di Sonia Remoli

– PRIMA DEL TEMPORALE – con Umberto Orsini – regia Massimo Popolizio

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TEATRO ARGENTINA

dal 5 al 10 Maggio 2026

E’ inverno: una stagione della vita che parla di introspezione. E di promessa di rinascita. 

Soffia vento e crepitano tuoni fuori dal camerino di un teatro – luogo dell’animo oltre che luogo scenico – nel quale un attore sceglie di rifugiarsi, “prima” dell’inizio della sua ultima replica dello spettacolo “Il temporale” di August Strindberg.

Sebbene solitamente abitato da attese frementi, questa volta il camerino accoglie un attore che non ha alcuna ansia di gettarsi alla ribalta. Preferisce altro: qualcosa che ancora non sa, ma che ha interesse a conoscere. 

Ha paura. Ha paura dell’approssimarsi della fine. E sceglie di accoglierla lì in casa: nel camerino del teatro. Nel suo “teatro da camera” strindberghiano. 

L’acuta cura delle scene di Marco Rossi e Francesca Sgariboldi fa sì che il grigiore delle pareti del camerino trovi alimento da una pavimentazione ancora verde. Ancora vitale.

L’attore è lì e attende una fine metaforica, necessaria e propedeutica ad una nuova rinascita. 
E si dà ospitale: come un albero. La sua è una postura aperta, anzi spalancata, come un solstizio d’inverno: il culmine delle tenebre ma anche il circolare inizio del ritorno della luce.

E’ inquieto, ma disponibile ad accogliere quella carica di forte trasformazione che sente arrivare.

L’accurata regia di Massimo Popolizio dona a Umberto Orsini la possibilità di rivivere la bellezza dirompente del caos necessario al preludio di ogni rinnovamento. E’ lui, Orsini, l’attore dal vitalismo vibrantemente naturale che qui, in scena, si racconta con stupefacente freschezza fisica e metafisica.



E una sorta di temporale, in effetti, irrompe nel camerino scatenato dall’incontro con un libro. Un libro intimamente legato alla sua vita, che misteriosamente qualcuno gli fa recapitare, lasciandolo sul tavolo del suo camerino.

Umberto Orsini inizia allora, come un albero, a spogliarsi: il suo raccontare e’ come un lasciar che si stacchino foglie di ricordi, che registicamente Popolizio rende attraverso lo sfoglio delle pagine del libro appena ricevuto. Ricordi, legati agli incontri più importanti della vita percorsa da Orsini fino ad ora. 

Perché sono certi incontri particolarmente significativi a far sì che la nostra vita assuma una forma, continuamente modellata dal susseguirsi di altri incontri speciali.

Il biglietto anonimo che accompagna il libro dice: “Per Umberto, il ragazzo che non si ferma mai” ed il libro è proprio il “suo” libro: quello tanto amato da ragazzo. Letto e riletto varie volte. Proprio perché, ieri come ora, da questo libro Orsini “è letto nel profondo”.

(ph. Claudia Pajewski)


E’ grazie al nuovo incontro con questo libro, e alle emozioni tempestose che ne conseguono, che può scatenarsi uno scroscio di ricordi che la regia di Popolizio ci permette di “vedere con i suoi occhi”: quelli di Orsini (la cura dei video è di Lorenzo Letizia).

Il libro è “Dove corri Sammy” di Budd Schulberg: un piccolo romanzo che esplora l’ambiente competitivo e spesso privo di etica di Hollywood, durante la sua epoca d’oro. Per il giovane Orsini – che lo ricevette in dono da Romolo Valli, che aveva notato il suo forte desiderio di arrivare e glielo aveva consegnato con affetto e con ironia – è una sorta di romanzo di formazione sulle conseguenze di un’ambizione sfrenata, e più in generale sul costo del successo.  Un libro che rimase fra loro come “un codice segreto”. 

Il giovane Orsini, infatti, era scappato dalla provincia per approdare nella città che per lui rappresentava l’America: Roma. Letto nella sua autentica vocazione d’attore dalle ragazze dello studio dove stava crescendo come avvocato, si presenta all’esame d’ammissione dell’Accademia d’Arte Drammatica Silvio D’Amico e viene preso, portando “L’uomo dal fiore in bocca” di Pirandello. Complice del successo, forse, anche un altro incontro di buon auspicio: quello in treno, durante il viaggio da Milano a Roma, con Orson Welles. 

All’eredità contenuta nel testo galeotto di Pirandello – la disperata ricerca del valore della vita attraverso la consapevolezza della morte imminente – inizia ad associarsi il contributo onirico di sogni dove, ad esempio, una vibrante Virna Lisi lo invita a seguirla, sebbene lui sia avanti con gli anni e lei giovanissima. Si innamorerà perdutamente, Orsini, di attrici bellissime: saranno esperienze indimenticabili. 

E poi ritorna l’emozione per il primo copione, le esperienze fortunatissime con il cinema, l’importanza dei fotoromanzi: tante emozioni dolci, eccitanti, tristi, malinconiche, traumatiche. Un caos emotivo in cui è sostenuto dal conforto del rito della sigaretta: interrotto, ogni volta, dal pronto intervento in camerino di un giovane vigile del fuoco: un efficacissimo Flavio Francucci, inizialmente glaciale nel suo rigore, ma poi intercettato emotivamente da Orsini nella sua calda e fragile umanità. 

E in lui Orsini individua la persona giusta per una sostituzione dell’ultimo minuto: quella per il ruolo dell’ “uomo che porta il ghiaccio”. Personaggio de “Il Temporale” di Strindberg, che qui si allontana dalla sua natura fantasmatica per parlare concretamente, invece, di come ci possa essere una solida complicità tra le varie età della vita. Ne è prova anche l’altra giovanissima attrice in scena: l’incisiva sarta Diamara Ferrero. Sebbene anch’essa con una funzione “da grillo parlante”, in realtà si rivela amorevolissima con l’Orsini attore, al quale dichiara fin dall’inizio: “a me piace stare qui, con lei”.

E non a caso lo spettacolo “si chiude” con la complice circolarità di “un nuovo inizio”: l’alzarsi del sipario su “Il Temporale ” di Strindberg. 

Perché così è la Vita, e così è il Teatro: un continuo finire per continuamente incominciare. 

Ora – attraversato “il suo” inverno introspettivo – l’attore Orsini torna a sentire il gusto eccitante di quella nuova primavera che lo spinge a nascere alla sua ultima replica de “Il Temporale” di Strindberg. Perchè lui è “Umberto, il ragazzo che non si ferma mai”.

A dire il vero, forse, il vero temporale è quello che si è scatenato al termine dello spettacolo: dalla platea gremita e da tutti i palchetti, prorompenti applausi hanno continuamente richiamato sul palco un attore, che il pubblico non riusciva a smettere di acclamare con entusiastica esultanza.

Lo spettacolo, che nasce da un’idea di Umberto Orsini e Massimo Popolizio, è prodotto dalla Compagnia Umberto Orsini.



Recensione di Sonia Remoli

– LE FALSE CONFIDENZE – regia Arturo Cirillo

– di Pierre de Marivaux –

traduzione Arturo Cirillo

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TEATRO ARGENTINA

dal 14 Aprile al 3 Maggio 2026


Al momento di prendere posto in sala, la regia di Arturo Cirillo sceglie di riempirci gli occhi con un’autorevole superficie solida, frontale, ben definita. Adagiata su basi d’insostenibile leggerezza  (la cura delle scene è di Dario Gessati). Suggestiva allusione freudiana a quell’ “io, che non è padrone in casa propria”, concetto a qualche livello già inscritto all’interno del testo del 1737 di Pierre de Marivaux, acutissimo osservatore dell’animo umano.

Nel testo, infatti, si congegna un rapporto servo-padrone che va al di là di una prima lettura: qui infatti sono proprio coloro che dovrebbero (solo) servire, a indirizzare in maniera sotterranea e complice il desiderare dei padroni. E non solo. Tutti si somigliano: tutti sono un po’ servi e un po’ padroni. L’onesta Araminte, ad esempio, scoprirà ad un certo punto di non essere poi così lontana dall’intrigare proprio dei suoi servi; così come i servi, nell’orchestrare più o meno consapevolmente l’unione tra Araminte e Durante, metteranno in gioco dinamiche da padroni. Una dialettica quella servo-padrone che sarà presa in esame nella “Fenomenologia dello spirito” di Hegel (1807) e successivamente riletta da Jacques Lacan, negli scritti dell’immediato dopoguerra, come lotta per il riconoscimento del proprio desiderio da parte del desiderio dell’altro. Dialettica qui in scena ben evidenziata in ogni aspetto della regia e sottolineata con particolare efficacia – inquietantemente erotica – dalla drammaturgia musicale (la cura del suono è di Federico Mezzana).

Di questo ci parla, infatti, fin dall’inizio la scena: di come dietro a costruite solide apparenze sociali si celi in realtà qualcosa di più raffinatamente irrazionale, capace di sconvolgere ciò che poi così solido si dimostra non essere. Perché il motore delle azioni umane più autentiche si dà in ciò che sta dietro la facciata – come suggestivamente visualizzato dal meccanismo scenico – e che può essere tirato avanti.

Ad esempio attraverso un ritratto. 

Perché il ritratto è il risultato dello sguardo di qualcun altro su di noi, che promuove una più profonda conoscenza di noi stessi. Un ritratto che qui in scena scopriamo visualizzarsi sul retro di quella facciata così apparentemente solida e ben definita – ma che a ben guardare si componeva di vari tasselli – che ci accoglieva al momento di prendere posto in sala. Un ritratto che, inoltre, si dà attraverso una moltitudine di ritratti, in quanto le varie anime di un soggetto possono essere scomposte da quell’apparente unicum che è dato dalla facciata: maschera tra le tante, che scegliamo di indossare.

La lettura registica e la traduzione del testo originale di Marivaux da parte di Arturo Cirillo riflettono un paesaggio interiore che invita lo spettatore a interrogarsi: dove la risata viene declinata in una torsione d’autenticità; dove una determinata postura e una certa prossemica in secondo piano divengono narrazione. Una narrazione che ci parla dei vari modi di essere umani, attraverso segreti sedimentati in gesti, in silenzi. 

E allora ci si chiede: che cosa anche noi riusciamo davvero a vedere, e cosa invece ci sfugge?  Proprio come si chiede Araminte: “Che cosa c’è dunque che voi riuscite a vedere e io no? Non so penetrare in queste cose; confesso che mi ci perdo”. Eloquentemente intrigante si rivela qui la drammaturgia del disegno luci – curata da Pasquale Mari – sapientemente scritta giocando sugli effetti del controluce. 

Così come molto ben restituita dagli interpreti è l’energia sotterranea di ciascun personaggio. Ad iniziare dall’Arlecchino di Francesco Petruzzelli: incarnazione di quella vitalità e di quello scapestrarsi giocoso, che richiedono oltre che doti acrobatiche anche sensibilità dalle sfumature demoniache, di cui Petruzzelli offre una restituzione davvero accattivante. Interessante anche la rivisitazione del suo abito – la cura dei costumi è di Gianluca Falaschi – che sottende ad una natura più contemporanea di scugnizzo glamour.

Dubois, artefice e regista di tutta la macchinazione narrativa – metafora del lavoro psichico di complice conflittualità delle aree sotterranee del nostro inconscio – desidera ambiguamente condurre Dorante nelle braccia di Araminte. Un servitore, Dubois, che si attiva anche in risposta all’inattività creativa del suo Dorante che, caduto in disgrazia, dismette il ruolo dialettico di padrone. Dorante infatti, avendo perso le sue ricchezze materiali, crede di aver perso anche tutte le possibilità per esprimere la propria indipendenza. 

Sarà allora il servitore Dubois che con il suo sotterraneo lavoro creativo servirà il suo padrone facendone velatamente le veci. Dorante in fondo gli lascia carta bianca.

E Arturo Cirillo è maledettamente efficace nel vestire i panni lusinghevolmente serpeggianti di colui che inganna attivando una tensione tale, da risvegliare le parti più nascostamente creative di ognuno dei personaggi.  Sagacemente Gianluca Falaschi lo veste con un completo di lino: un tessuto naturale, fluidamente osmotico, come la sua natura. Accessoriandolo con uno scettro: un elegante piumino scaccia-polvere. E con un elegante fazzoletto: straccio anti-traccia complice del suo continuo spiare, per verificare l’andamento delle sue “creazioni”. 

Un servitore, il Dubois di Cirillo, che per il suo caos liberatorio ricorda la Maschera di Pulcinella: simbolo poliedrico dell’uomo comune capace di incarnare resilienza, astuzia, ironia e ribellione.

(ph. Manuela Giusto)


Così come la musicale Marton di Giulia Trippetta ricorda la Colombina della Commedia dell’Arte per astuzia femminile, intelligenza pratica, vivacità sbarazzina, malizia garbata e capacità nel gestire intrighi amorosi. Qui Falaschi la veste in nero come ad evidenziare la sua capacità a muoversi nell’ombra, soprattutto quando scopre di avere rivali in amore. 

L’oggetto del contendere è Dorante, un giovane uomo in piena crisi esistenziale. Falaschi lo veste con tutti i toni del nero per evidenziare questa sua assenza di luce. Ma come nessun nero riesce a schermare totalmente la luce, così la psiche di Dorante ne lascia passare spiragli che – captati e sapientemente indirizzati dal suo servitore Dubois – porteranno a un nuovo inizio vitale per Dorante. Giacomo Vigentini sa restituire tutta la freschezza che fa capolino in ogni frase piena di sconforto. E’ una qualità del respiro, la sua, che parla di una lotta continua tra la tentazione a deprimersi e una prepotente spinta vitale “a provarle tutte”.

Si sintonizza perfettamente a questa qualità del respiro, l’Araminte di Elena Sofia Ricci. Entrambi brillano di questa continua concitazione interiore che li tormenta di timori e di dubbi. Finche non vivranno un’evoluzione che porterà entrambi a conoscere meglio se stessi, proprio grazie allo sguardo dell’altro. Magnifica la trasformazione dell’Araminte di Elena Sofia Ricci, accompagnata dagli abiti di Gianluca Falaschi: una donna che riscopre tutto il fermento creativo della sua femminilità. 

Fermento che eredita da sua madre: l’irresistibilmente tagliente Signora Argante di Orietta Notari. Che – seppur incasellata nei pregiudizi di cliché sociali – è abitata da una turbolenza interiore che fatica a contenere. Non a caso l’estro di Falaschi la immagina in uno scintillante tailleur nero, coronato da un’acconciatura dai capelli di un grigio-turchino. Cromatismo che parla di una natura materna paradossalmente salvifica, esemplificata nell’affermazione: “Questa è mia figlia: ingannatela, se volete farle del bene”. 

Di bellezza travolgente i suoi contrasti con lo zio di Durante, il Signor Remy – suo rivale in qualità di procacciatore d’affari – interpretato da un seducentemente irrefrenabile Rosario Giglio. Mentre infatti la Signora Argante, ambisce per sua figlia a un matrimonio di prestigio, che la innalzi socialmente, spingendola a sposare il Conte Dorimont – l’elegantemente misterioso Giacinto Palmarini – al contrario il Signor Remy, avvocato concreto, mira a un matrimonio per suo nipote Dorante che garantisca sicurezza economica, proponendogli (inizialmente) di sposare Marton.

Uno splendido spettacolo, questo di Arturo Cirillo, dal carattere decisamente adrenalinico nell’indagare profondità nascoste e interrogativi spesso enigmatici. E che proprio per questo suo carattere riesce ad attraversare traversalmente il pubblico, contagiandolo di una creativa tensione energizzante.

La produzione è firmata da Teatro di Roma – Teatro Nazionale, in collaborazione con Marche Teatro e Teatro Stabile di Catania

Arturo Cirillo, Francesco Petruzzelli, Giacomo Vigentini, Orietta Notari, Elena Sofia Ricci, Giulia Trippetta, Rosario Giglio, Giacinto Palmarini



Recensione di Sonia Remoli