Insieme, nella serata dell’ 8 Giugno, in un Teatro Argentina al completo, si è atteso l’arrivo dell’anniversario della scomparsa di Enzo Siciliano – autore fondamentale della storia culturale italiana – rievocando un’altra attesa: quella dell’esecuzione da lui narrata in uno dei suoi testi teatrali più intensi, “Morte di Galeazzo Ciano”.
E’ stata cura del Teatro di Roma, nell’anno in cui ricorre il ventesimo anniversario della scomparsa di Enzo Siciliano (1934-2006), onorarne la memoria attraverso un percorso scandito in tre tappe – palcoscenico di intersezione di storie umane – così da tentare di restituire l’universo artistico e l’impegno civile di una delle figure centrali del Novecento italiano. Attraverso questo progetto nel nome del padre, il Teatro di Roma ha desiderato valorizzare anche il legame affettivo e professionale con il figlio Francesco Siciliano, attore, produttore e oggi Presidente del Teatro di Roma.
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Teatro Argentina – Fondo Moravia – Nuovo Cinema Aquila
8 – 9 – 10 giugno 2026
OMAGGIO A ENZO SICILIANO
8 giugno, ore 20.00 | Teatro Argentina
Morte di Galeazzo Ciano
a cura di Tommaso Capodanno
con Filippo Nigro, Lorenzo Parrotto, Marco Prosperini, Galatea Ranzi, Francesco Siciliano, Carolina Sisto
voice off Paolo Cresta
un progetto di Teatro di Roma – Teatro Nazionale
9 giugno, ore 18.30 | Casa Museo Alberto Moravia
Per Enzo Siciliano
incontro a cura di Francesco Siciliano, Lorenzo Pavolini, Simone Casini, Flavio Santi e del Fondo Moravia
10 giugno, ore 18.30 | Nuovo Cinema Aquila
Enzo Siciliano: lo scrittore e il suo guscio
la proiezione del film sarà preceduta da un momento di incontro e riflessione con Mimmo Calopresti, Arnaldo Colasanti, Leonardo Colombati, Catherine McGilvray, Bernardo Siciliano
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Ad aprire la serata al Teatro Argentina, il Vice Presidente della Fondazione del Teatro di Roma Danilo Del Gaizo. Suo il desiderio di ricordare come per Enzo Siciliano l’impegno quotidiano della cultura fosse il motore capace di promuovere la crescita sociale di un Paese.
In molti ricorderanno infatti, solo per fare un esempio, il carattere di evento storico che rappresentò la scelta culturale di Enzo Siciliano, durante il suo mandato come presidente della Rai (1996-1998), di trasmettere in diretta – in prima serata su Rai 1, sostituendo l’edizione serale del telegiornale delle 20:00 – l‘evento inaugurale della stagione del Teatro alla Scala di Milano: il Macbeth di Giuseppe Verdi, diretto dal maestro Riccardo Muti, per la regia di Graham Vick (7 dicembre 1997).
Enzo Siciliano e Giancarlo Menotti (da Settimo Giorno, 1975)
Concetto – quello della cultura come motore di crescita sociale – ribadito anche nella testimonianza riferita al pubblico da Edoardo Albinati che, salito sul palco, ha sottolineato l’insolita inclinazione di Enzo Siciliano ad appassionarsi ad un ascolto trasversale delle creazioni artistico/letterarie, al di là delle ostilità di prospettiva con gli autori.
Ne è un esempio l’ammirazione per Ezra Pound: al quale Siciliano riusciva a riconoscere una grandezza poetica assoluta – tale da influenzare intere generazioni di autori – nonostante le forti contraddizioni ideologiche e le scelte politiche estreme del poeta. Non solo: negli anni ’50 Siciliano contribuì a diffondere l’opera poundiana in Italia e fu proprio lui a favorire uno storico—seppur burrascoso—incontro tra Pound e Pier Paolo Pasolini a Rapallo, mediando tra due delle menti più complesse del secolo.
L’attenzione del pubblico si è poi sagomata sulla restituzione – curata da Tommaso Capodanno – di uno dei testi teatrali più intensi e di stringente impegno civile, scritti da Enzo Siciliano: “Morte di Galeazzo Ciano”. Opera pubblicata nel 1978 da Einaudi nella collana Collezione di Teatro e portata in scena per la prima volta il 20 gennaio del 1998 dal Teatro Stabile di Torino, per la regia di Marco Tullio Giordana.
Acuta sensibilità drammaturgica di Enzo Siciliano è quella di riuscire a far emergere tutta la commozione verso la potenza drammatica di quella che – al di là di una cronaca documentaria – si diede come una “tragedia familiare”. Quella commozione che, facendoci “muovere insieme“ parla di un’unione capace di abbattere le barriere e di metterci in comunicazione gli uni con gli altri. Sia nella gioia, che nel dolore.
Qui in scena, è il carceriere degli Scalzi di Verona Mario Pellegrinotti (un Lorenzo Parrotto che sa unire fermezza e intelligenza emotiva) a presentare ciascun personaggio. E a suggerire gli ambienti nei quali vengono rievocate “le stazioni” della tragedia familiare: luoghi fisici e metaforici – frammenti emotivi – dove il distacco, l’attesa e l’ignoto s’incontrano. Crocevia tra il passato e il futuro di un percorso di spoliazione del potere, in cui Ciano viene costretto ad affrontare la fragilità umana, i propri errori e l’inevitabile morte.
Villa Feltrinelli, Gargnano sul Lago di Garda
La prima delle “stazioni” proposte in scena è relativa all’ufficio di Mussolini a Villa Feltrinelli sulle sponde bresciane del Lago di Garda (1943). Qui un’appassionata e indomita Edda – interpretata assai efficacemente da Galatea Ranzi – provoca suo padre Benito (reso nella sua sovranità tragicamente logora da Marco Prosperini) affinché si attivi con “un atto politico” a favore di Ciano. “Sono contingenze impreviste” – si giustifica lui. E lei: “Hai sempre le SS alle calcagna. Sei impotente, ecco l’imprevisto!”. Non a caso Mussolini era solito dire di lei: “Sono riuscito a sottomettere l’Italia, ma non riuscirò mai a sottomettere mia figlia”.
Accanto all’immagine pubblica di donna svagata e mondana, Edda si dimostra disposta a tutto per salvare il marito, lottando con freddezza e coraggio contro il padre e l’apparato nazista. Inizia così a delinearsi tutto il carattere tragico di questo frangente esistenziale, dove Edda si trova costretta a scegliere tra il legame di sangue con il padre e l’amore viscerale per il marito; e il padre costretto a scegliere tra gli adorati legami familiari e la tentazione a non voler rinunciare al potere.
La seconda “stazione” è la casa dei Ciano a Roma. Siamo nel 1939: i due coniugi ballano sulle note di “Non dimenticar le mie parole” (1937), brano punto di svolta della musica leggera italiana del tempo, che inaugura il celebre “stile Novecento” esprimendosi musicalmente attraverso un ritmo sincopato che risente delle influenze swing e jazz. “Non dimenticar le mie parole” è infatti una canzone d’amore dal testo malinconico ma caratterizzata da quel ritmo dondolante, proprio della sezione ritmica del swing. Ballando, Edda punzecchia Galeazzo per gelosia ma anche perché lui non riesce, a suo avviso, a portare fino in fondo la sua opinione politica, divergente da quella di Mussolini (sulla non opportunità per l’Italia di entrare in guerra) dimettendosi da Ministro degli Esteri. “Io voglio la pace: non sono un fatuo livornese!” – gli risponde lui. E intanto ballano sulle note di “Non dimenticar le mie parole” : un brano che canta l’amore e i suoi tormenti.
Frau Felizitas Beetz
In carcere Ciano conosce e si innamora di Frau Felizitas Beetz (qui interpretata da una Carolina Sisto ricca in quieta malinconia). “Lui la cerca come un cibo” – commenta Edda. E lei, Felizitas, per Ciano tradisce l’incarico affidatole da Hitler: quello di impossessarsi dei diari dell’ex Ministro degli Esteri. Manoscritti ritenuti compromettenti e che per questo motivo non devono finire in mano nemica. La missione di spia affidata a Frau Felizitas Beetz è ritenuta fondamentale dal Terzo Reich: deve convincere l’ex ministro a consegnarle quei documenti, con ogni mezzo. A costo di illuderlo che, in quel modo, avrebbe avuto salva la vita. Invece Felizitas commette l’errore più grave: si innamora dell’uomo che deve tradire.
Esecuzione dell’11 gennaio del 1944 al poligono di tiro di Verona
E invece di escogitare il modo di farsi consegnare i diari, instaura con lui un rapporto che, giorno dopo giorno, si fa sempre più profondo. Anche quando Ciano viene processato a Castelvecchio, assieme ai «complici» della caduta del Fascismo, lei partecipa a tutte le udienze, ritornando ogni sera al carcere degli Scalzi per rincuorare Galeazzo. Gli rimane vicino anche dopo la condanna a morte, fin quando viene trasferito al poligono di Porta Catena per l’esecuzione, l’11 gennaio del 1944. Si salutano – riportano le cronache dell’epoca – quaranta minuti prima che Ciano venga ucciso dal plotone d’esecuzione. A dispetto dei ruoli sociali Edda riuscirà poi ad entrare in amicizia con la spia tedesca. Tanto che è proprio Felizitas ad aiutarla a fuggire con i bambini in Svizzera, consentendo così di salvare i diari dell’ex gerarca, consegnandoli alla Storia.
Galeazzo Ciano
In carcere continua poi anche lo stretto rapporto di amicizia tra Ciano e il Ministro ai Lavori Pubblici Zenone Benini (qui in scena un arguto Filippo Nigro). A lui Galeazzo confida che Mussolini “è un vile perché è il suggeritore dei suoi padroni… perché mette in mostra il dolore… e vile è qualcosa di diverso dall’aver paura”. Ma il suo amico lo aiuta a riflettere sul fatto che lui, Ciano, ha sicuramente “meriti nei confronti del futuro” ma è stato imprudente nel credere che Mussolini gli avrebbe perdonato qualsiasi offesa.
Nel susseguirsi delle “stazioni” – complice la sinergia tra la drammaturgia di Enzo Siciliano, la cura di Tommaso Capodanno e la coralità del corpo della parola degli interpreti in scena – si assiste alla progressiva messa a nudo dell’animo di quell’uomo apparentemente solo “frac e decorazioni”. E il Galeazzo Ciano qui interpretato da Francesco Siciliano restituisce allo spettatore tutta la contraddittorietà propria dell’animo umano di fronte a certi ambigui frangenti dell’esistenza.
Francesco Siciliano
La sua elegante spavalderia lascia spazio alla profonda riflessione interiore, alla paura, al desiderio di immaginare la propria sepoltura a Livorno insieme all’uomo che più di ogni altra cosa ha amato: suo padre Costanzo Ciano. E poi ancora il pensiero per il futuro dei suoi figli, la cura di affidarli allo sguardo del suo caro amico Benini.
Ma un pensiero l’assilla e, nel confidarlo alla profonda umanità del suo secondino Pellegrinotti, ne riceve in cambio un po’ di sollievo: “dopo avermi massacrato, dove mi butteranno questi cani?”. E ancora : “questa notte io non me la voglio ricordare… e domani non voglio sentire il ghiaccio della pallottola”. Un orrore così viscerale il suo da portarlo a desiderare morire prima. Ma ritorna l’eco di quel brano: “non dimenticar le mie parole …”.
Processo di Verona, 8-10 gennaio 1944
E così il Ciano di Francesco Siciliano proprio nell’arrivare a restituire il suo animo sempre più “nudo”, finisce per risultare “un uomo ridicolo”: un uomo moderno affetto dall’ indifferenza universale, convinto che nulla abbia importanza. Convinzione che lo porta all’alienazione e a desiderare l’idea del suicidio.
Ce ne parla quella dilaniante comicità che si fa strada nell’assurda risata che serpeggia tra i suoi pensieri e le sue parole. Finche anche le mani iniziano a muoversi in modo ossessivo, all’unisono con le sue paure.
Galeazzo Ciano nel Carcere degli Scalzi a Verona
E quel momento tanto temuto arriva: ma sorprendentemente mettere a nudo le varie parti della sua umanità lo portano a liberarsi dal rancore e dalla paura. E mentre Edda ci confida di essere ormai “una macerie di donna”, Galeazzo riesce a sentire ora la vita “piacevole” nonostante tutto: “La vita è sempre bella”. Amare il prossimo può significare redimere le perversioni dell’animo umano. E tornano le parole-guida di quella canzone:
“Non dimenticar le mie parole, bimba tu non sai cos’è l’amor, è una cosa bella come il sole, più del sole dà calor”.
Carolina Sisto, Filippo Nigro, Galatea Ranzi, Francesco Siciliano, Marco Prosperini, Lorenzo Parrotto
Una serata piena di commossa riflessione, questa che ha preceduto l’arrivo dell’anniversario della scomparsa di Enzo Siciliano. Uno splendido rito per omaggiare la presenza civile, culturale e sentimentale di un’assenza.
Il 9 giugno, giorno dell’anniversario, il percorso della rievocazione della presenza di Enzo Siciliano ha fatto capo al palcoscenico di intersezione di storie umane di Casa Moravia, attraverso l’incontro intitolato Per Enzo Siciliano a cura di Francesco Siciliano, Lorenzo Pavolini, Simone Casini, Flavio Santi e del Fondo Moravia.
Per poi concludersi il 10 giugno al Nuovo Cinema Aquila, con la proiezione del film Enzo Siciliano: lo scrittore e il suo guscio. La proiezione è stata preceduta da un momento di incontro e riflessione con Mimmo Calopresti, Arnaldo Colasanti, Leonardo Colombati, Catherine McGilvray, Bernardo Siciliano.
E’ questa l’esortazione che Marty – la carismatica insegnante di teatro, qui interpretata da una fascinosa Pamela Villoresi – utilizza più frequentemente con i suoi allievi.
Loro sono persone vivacemente imperfette: persone cioè che hanno mancato qualche obiettivo in amore, o nell’esprimere il proprio talento. Ma che non hanno smesso di desiderare. Di desiderare una seconda possibilità, di desiderare ancora di ricominciare.
L’imperfezione, infatti, è molto più di un difetto: rappresenta la condizione stessa della vita e del suo evolversi. Perché l’imperfezione cerca sempre una trasformazione, che può darsi attraverso “lo specchio” che ci rimanda lo sguardo dell’altro.
Non a caso i personaggi di questa sapientemente imperfetta drammaturgia di Annie Baker – tradotta da Monica Capuani e da Cristina Spina che ne restituiscono tutta la meravigliosa imperfezione vitale – hanno scelto, più o meno consapevolmente, di iscriversi ad un corso di teatro. In un piccolo teatro di provincia del Vermont, per dilettanti.
La prima sollecitazione che Marty rivolge ai suoi allievi è: “vorrei, che questo luogo sia per voi un luogo in cui sentirvi al sicuro, per potervi esprimere davvero liberamente”. Ma essere liberi – a teatro così come nella vita – significa anche “saper contare” (questo è il nome di uno degli esercizi-base proposti da Marty) ovvero saper non invadere lo spazio di libertà vitale dell’altro.
Lo stesso motto dello Stato del Vermont – luogo dove la drammaturga statunitense Annie Baker decide di ambientare questo suo testo – è “Freedom and Unity” (libertà e unità). E venne adottato per la prima volta nel 1788 sul sigillo della Repubblica del Vermont. L’idea di fondo, anche qui, è quella dell’importanza del rispetto dell’equilibrio fra la libertà personale del singolo cittadino ed il bene della comunità.
(ph. Virginia Brown)
Attraversata da una melodia al pianoforte – che sa farsi terra ma anche cielo, in quanto simbolo universale di ricerca introspettiva – la regia di Valerio Binasco lascia che il suo spettacolo si apra con un prologo non abitato da parole. La cura del suono è di Filippo Conti.
Una scelta che agisce come un imprinting sullo spettatore: a non prestare cioè troppa attenzione alle parole, quanto piuttosto agli effetti che sono capaci di provocare i sottotesti dei silenzi delle persone che sono dentro ogni personaggio.
Lo stesso varcare la soglia tra il fuori e il dentro da parte dei personaggi; il loro scegliere di entrare in scena e il loro diverso, eppure simile, assaporare questo “luogo del sottosuolo” che è la sala prove di un teatro, sono indizi messaggeri di un loro “cercare uno specchio”, per ridare avvio a qualcosa che si è bloccato. Ma che ha una natura circolare e che qui, a teatro, può trovare una possibilità di riattivarsi. E di trasformarsi in qualcos’altro.
Per esempio, attraverso l’esercizio-gioco di presentazione del “se io fossi te”. Ed è sorprendente scoprire quali caratteristiche intraveda in noi l’altro, per identificarci nella nostra unicità. Caratteristiche che derivano da una nostra sintomatologia comportamentale, la cui origine risiede nello scontro tra desideri e difese interiori.
Ogni sintomo è infatti l’espressione di un “patto”: permette al desiderio represso di esprimersi, ma in una forma talmente alterata da non essere intercettato chiaramente.
Il sintomo, quindi, non è un semplice difetto da eliminare, ma un messaggio cifrato attraverso il quale l’inconscio comunica un conflitto irrisolto, che chiede di essere ascoltato e decifrato.
Ed è su questi graffi e su queste cicatrici sintomatologiche – che ciascun interprete ha gran cura di non veicolare attraverso le parole – che si rivolge tutta l’attenzione di Marty.
Il resto lo fa quel luogo speciale che è il palco del mettersi in prova e alla prova, capace di sprigionare tutto il suo potere maieutico e poietico: di rivelazione e di creazione.
Un palco che brillantemente qui (la cura delle scene è di Guido Fiorato) è dotato di quella sacra circolarità che, addolcendo gli angoli, produce accoglienza facilitando il libero fluire dell’energia vitale.
Abituati, infatti, a incastrare la vita nella routine e tra doveri, siamo portati a lasciare bloccate alcune parti della nostra personalità, dimenticando che anche loro sono dimensioni essenziali per raggiungere la nostra realizzazione come persone. Come ben sottolineato dal disegno luci di Alessandro Verazzi.
Ma qui in scena gli allievi possono contare sulla capacità “aerodinamica” di Marty: il suo farsi forma fluida e quindi priva di attrito, capace di muoversi tra le loro diverse resistenze. E’, il suo, un fluire “con” gli eventi piuttosto che uno scontrarsi frontale con essi, che rivela la sua capacità di scivolare sopra le avversità senza opporre una resistenza rigida.
Aerodinamicità raffinatamente sottolineata anche dai suoi capelli e dal suo abbigliamento, specchi del suo habitus: del suo modo di essere interiore. La cura dei costumi è di Alessio Rosati. In particolate è quel suo indossare – ed essere indossata – da quell’ampia e cromaticamente vibrante sopravveste, che contribuisce ad ammantarla di un’allure carismatico ancor più seducente.
Allure che saprà lasciare il posto ad una trasformazione, che la vedrà protagonista e che la porterà, nei momenti in cui si darà “in prova e alla prova” come un’allieva, a dismettere la sua sopravveste.
Nell’invitare i suoi allievi dicendo loro “accorgetevi di chi c’è intorno a voi” , lei stessa infatti finirà per vedere con nuovi occhi suo marito James (un affascinante sornione Valerio Binasco, capace di incendiarsi di fulgente passionalità) anche lui tra gli allievi del suo corso.
Perché nuovi incontri con persone sconosciute in un posto aperto come il teatro, possono risvegliare inclinazioni sintomatiche prima tenute celate, o addirittura sconosciute. Che, una volta liberate, anziché dare adito a pregiudizi, vengono accolte qui con una straordinaria capacità di compassione, da ciascuno di loro.
In primis dalla stessa Marty, anche quando le rivelazioni la riguardano personalmente: sua la capacità “terapeutica” di individuare il momento più opportuno per contenerle in un argine – che spesso coincide con lo stabilire un momento di intervallo – il quale, a volte, produce l’effetto di far erompere l’inclinazione appena emersa e arginata.
E’ quell’erompere del sottosuolo – sollecitato anche da esercizi creativamente deflagranti, del tipo “come esplode una bomba?” – che in scena viene visualizzato metaforicamente da quel mucchio di oggetti misteriosi accatastati, dotati di una loro luminosità, seppur coperti da un telo di nylon. Dove vanno a insinuarsi giocosamente James, Shultz e Theresa.
E’ il fascino tempestoso del rapporto con “il diverso” che porterà Shultz (il sorprendente Andrea Di Casa, falegname ricco in guizzi d’artista) a restare incantato da Theresa (l’esuberante e sensibile attrice di Alessia Giuliani). Una donna che lui definirà piena di “grazia” cogliendo in lei l’insolita combinazione tra la propria consapevolezza corporea e quel disequilibrio emotivo capace però di librarsi verso un profondo ascolto dell’altro. Grazia visualizzata anche attraverso il suo modo di abitare le superfici: simile a quello di un volatile.
Apparentemente distante, invece, è l’atteggiamento della più giovane degli allievi: la Lauren di Maria Trenta. In realtà – come si rivelerà nel suo ultimo esercizio – la più attenta e la più acuta nel leggere i suoi compagni, inclusa la sua insegnante. E alla fine anche se stessa.
“Ti chiedi mai – dirà a Shultz – quante volte finirà la tua vita, quante volte cambierai per ricominciare”?
Ricominciamo, allora, finché non impareremo a starci vicino, soprattutto “quando la notte si avvicina e la terra è buia, e la luna è l’unica luce che vedremo”.
Stimolanti sollecitazioni arrivano allo spettatore attraverso il luminoso testo di Annie Baker, reso con fascino silenziosamente graffiante dalla regia di Valerio Binasco, in fertile sinergia con l’interpretazione degli attori in scena.
Uno spettacolo che produce una sorta di giocoso solletico commosso, che invita lo spettatore ad abbassare le difese, per esporsi verso l’altro in quella dimensione di autentica empatia, che rafforza il senso di appartenenza ad un gruppo.
Una straordinaria presentazione quella della Stagione 2026/2027 del Teatro di Roma, che quest’anno festeggia anche il successo della riapertura del Teatro Valle: il teatro moderno all’italiana più antico d’Europa ancora in attività.
Dopo dodici anni di attesa — un tempo sospeso che durava dal 2014 —lo storico teatro settecentesco riapre le sue porte per farsi Casa della Drammaturgia contemporanea. Più che una riapertura, la riconsegna del Valle rappresenta un atto di responsabilità civile e artistica che riverbera nell’anima della Capitale e dell’intero Paese, completando l’architettura culturale del Teatro di Roma che, oggi, si definisce attraverso quattro spazi e un solo teatro.
Per omaggiare tale evento di rinascita, la comunità romana ha scelto di essere presente in sala: il Teatro Argentina era “sold-out”.
“L’aprirsi di questa stagione teatrale su quattro sedi è di rilevanza storica”
(il Sindaco di Roma Roberto Gualtieri)
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“Per Roma tutta, per i Romani, un’attesissima restituzione. Per il Teatro di Roma, un grande onore e responsabilità”
(il Direttore Generale del Teatro di Roma Maurizio Roi)
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“E’ il segnale di una grande collaborazione istituzionale: un’istituzione, il teatro, mai da scalfire con tensioni politiche”
(il Presidente Regione Lazio Francesco Rocca)
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“Roma è il suo Teatro: il Teatro di Roma è oggi una realtà solida, aperta e coraggiosa”
(il Presidente della Fondazione Teatro di Roma Francesco Siciliano)
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“Ora l’offerta teatrale di Roma sta tornando ad essere quella di una grande capitale: la stagione che presentiamo ha dimensioni imponenti. Il numero di sale, spettacoli, rassegne collaterali, tournée nazionali e internazionali non ha precedenti nella storia del Teatro di Roma”
(il Direttore artistico della Fondazione Teatro di Roma Luca De Fusco)
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IL TEATRO E’ VITA:
V alle – I ndia – T orlonia – A rgentina
Quattro sale, Quattro visioni, Un solo grande Teatro
“La stagione che presentiamo ha dimensioni imponenti – dichiara il Direttore artistico dellaFondazione Teatro di Roma Luca De Fusco.
Il numero di sale, spettacoli, rassegne collaterali, tournée nazionali e internazionali non ha precedenti nella storia del Teatro di Roma.
Se siamo in grado di presentarla al pubblico si deve al sostegno dei nostri soci, che hanno di molto aumentato i finanziamenti al Teatro anno dopo anno, al Ministero, che pure stenta fino ad ora a prendere atto della grande crescita dell’attività della Fondazione e non fa crescere parallelamente la nostra sovvenzione, all’arrivo di nuovi sostegni privati. Se siamo cresciuti così tanto lo dobbiamo naturalmente a questo Cda e a questo collegio sindacale che ci hanno incoraggiato a questa accelerazione e alle due persone che hanno pigiato con me sul pedale dell’accelerazione, il Presidente Francesco Siciliano e il mio collega Maurizio Roi.
Per molti mesi la Fondazione avrà più di una prima alla settimana e non conoscerà pause estive con le rassegne di Ostia, India, Torlonia. Tanta offerta al nostro pubblico ma tanta fatica in più per i nostri lavoratori. Non posso citarli tutti e mi limiterò a tutte le figure di vertice, da Sandro Pasquini, la cui passione per il nostro Teatro non è inferiore a quella della squadra del suo cuore. Ogni sfida che ho proposto è stata sempre raccolta da Sandro e dalla vasta squadra dei “suoi” tecnici con entusiasmo, professionalità e competenza.
Le stesse capacità, lo stesso entusiasmo misto ad un sano tentativo di tenere ancorata alla realtà la mia bulimia, l’ho sempre riscontrato in Carolina Pisegna e in tutto lo staff della produzione.
Non riesco a spiegare ai nostri interlocutori come sia enorme lo sforzo di chi si occupa di riempire tutte le nostre sale sera dopo sera, teatro dopo teatro. Paola Folchitto, e tutto il suo vitalissimo staff hanno riempito Argentina, Ostia e le altre sale in percentuali che al termine di questa stagione non mancheremo di comunicare e che comunque oltrepassano spesso il 90%.
Tutte queste persone in più, sono lavoro in più per i nostri servizi di sala e di botteghino. Grazie a Maurizio Todaro che li guida.
Ma anche le nostre attività didattiche e culturali si sono arricchite delle serie de “Le verità sospese” e “Psiche e mito”, senza che Silvia Cabasino e le sue entusiaste e entusiasmanti collaboratrici non mancassero di tuffarsi in queste nuove attività con crescente energia. Altre nuove iniziative sono in programma in questa stagione, anche grazie al sostegno della Fondazione Roma.
Potete immaginare come sia aumentato il lavoro dell’ufficio stampa che praticamente ogni giorno dell’anno diffonde comunicati di cui bisogna ottenere la pubblicazione, accoglie critici italiani e stranieri o troupe televisive. Con molte meno persone di altri Teatri questa attività viene svolta con successo da Amelia Realino e Raffaella Tramontano e dal loro staff.
Il budget complessivo della Fondazione è passato da 12 mln di euro di prima del nostro arrivo ai quasi 20 mln che toccheremo nel 2026. Questo grande balzo in avanti, che ci fa intravedere il raddoppio nel 2027, significa il raddoppio dell’attività amministrativa di Patrizia Babusci, che affronta sempre col sorriso anche le strettoie più stressanti trasmettendo un misto di fermezza e serenità tipico dell’azione sua e del suo prezioso team.
Anche dal punto di vista mio personale l’aumento della nostra attività comporta che spesso io dovrei essere contemporaneamente a vedere due spettacoli in due nostre sale diverse, in uno dei teatri nazionali o internazionali che visitiamo coi nostri spettacoli, in una sala prove ad allestire una nuova produzione. Se riesco a tenere più o meno il ritmo di tutto ciò lo devo innanzitutto a Lucia Rocco, che diventa un altro me stesso nel vedere coi miei occhi e col mio gusto spettacoli, oppure a rimpiazzarmi alle prove o in tournée. Anche la nuova arrivata Federica Alegi ha imparato a viaggiare alla mia velocità.
Partiamo in questa stagione per un nuovo Viaggio, che comprende una sala in più e un festival di danza che, con la direttrice junior Lea Giamattei, spero diventi un appuntamento abituale. Abbiamo nella nostra squadra dirigente finalmente anche una donna e una giovane, cosa che ci mancava e di cui sentivamo la mancanza. Benvenuta Lea!
Sono felice che una attività così più estesa rispetto a pochi anni fa non perda, anzi acquisti maggiormente, una linea precisa dando identità a ciascuno dei nostri spazi.
(…) Credo che non si possa non convenire che la Fondazione Teatro di Roma, quella della gestione di questo Cda e di questa direzione, non è paragonabile al “vecchio” Teatro di Roma. Ha quasi raddoppiato il suo bilancio, quasi raddoppiato il numero delle sale, aumentato notevolmente il suo pubblico. Nessuno ha mai capito come funziona esattamente il famoso algoritmo che regola le sovvenzioni ministeriali. É uno dei segreti meglio custoditi d’Italia. Dato che per il progetto triennale il nostro teatro ha ricevuto il maggiore aumento di punteggio artistico dalla commissione ministeriale, ma non la propria sovvenzione, se anche in questa stagione tanti aumenti non saranno premiati bisognerà riflettere sull’ipotesi che l’algoritmo oltre che molto misterioso sia anche abbastanza sbagliato. Non è stato inventato da questa gestione ministeriale; è una ragione in più per cambiarlo”.
IL CALENDARIO
TEATRO VALLE
16 – 18 OTTOBRE
“LA SERA DELLA PRIMA”. Sei personaggi in cerca d’autore al Teatro Valle
di e con Francesco Piccolo
Produzione Teatro di Roma – Teatro Nazionale
PRODUZIONE
23 OTTOBRE – 1° NOVEMBRE
ESCAPED ALONE
di Caryl Churchill
traduzione Monica Capuani un progetto di lacasadargilla
regia Lisa Ferlazzo Natoli e Alessandro Ferroni con Caterina Carpio, Tania Garribba, Arianna Gaudio, Alice Palazzi
dramaturg Margherita Mauro paesaggi sonori e ideazione spazio scenico Alessandro Ferroni
drammaturgia del movimento Marta Ciappina scene Marco Rossi e Francesca Sgariboldi
ambienti visivi Maddalena Parise,
drammaturgia delle luci Luigi Biondi
costumi Anna Missaglia accompagnamento alla ricerca Marco D’Agostin
assistente alla regia Matteo Finamore
produzione Piccolo Teatro di Milano – Teatro d’Europa, Teatro di Roma – Teatro Nazionale
con Federica Fracassi, Francesca Mazza, Emanuela Villagrossi
musica Ayumi Paul
scenografia e luci Silvia Costa
collaborazione alla scenografia Thomas Lauret e Michele Taborelli
costumi Rebecca Stange e Silvia Costa
assistente alla regia Jacopo Panizza
produzione Teatro di Roma – Teatro Nazionale in corealizzazione con Romaeuropa Festival
Questo spettacolo è stato originariamente realizzato dal Teatro di Stato Bavarese, il Residenztheater di Monaco, nella stagione 2020–21, adattato dalla Comédie Française per la stagione 2022–23 e dal Teatro di Roma – Teatro Nazionale per la stagione 2026 – 2027
PRODUZIONE
26 NOVEMBRE – 6 DICEMBRE
CHE DOLORE TERRIBILE È L’AMORE
a partire da “Non dico addio” di Han Kang
drammaturgia e regia Daria Deflorian
con Anna Coppola, Daria Deflorian, Monica Piseddu
progetto condiviso con Monica Piseddu e Andrea Pizzalis
dramaturg Eric Vautrin
scene e aiuto regia Andrea Pizzalis
luci Giulia Pastore
suono Emanuele Pontecorvo
costumi Ettore Lombardi
direzione tecnica Enrico Maso
consulenza artistica Attilio Scarpellini
collaborazione alla drammaturgia Nikolai Palmieri e Blu Silla
per INDEX Valentina Bertolino, Francesco Di Stefano
produzione INDEX
in coproduzione con Emilia Romagna Teatro ERT / Teatro Nazionale; Piccolo Teatro di Milano – Teatro d’Europa; Teatro di Roma – Teatro Nazionale; Festival d’Avignon; théâtre Garonne, scène européenne – Toulouse
distribuzione in Francia théâtre Garonne, scène européenne – Toulouse
con la collaborazione di Istituto Culturale Coreano in Italia; L’arboreto – Teatro Dimora di Mondaino | Centro di Residenza Emilia-Romagna; Residenza Olinda/TeatroLaCucina
con il supporto di MiC – Ministero della Cultura
COPRODUZIONE
9 – 13 DICEMBRE
CASANOVA
dell’infinita fuga
scritto e diretto da Ruggero Cappuccio
con Claudio Di Palma
voci delle donne Sonia Bergamasco
e con Emanuele Zappariello, Francesca Cercola, Viviana Curcio, Eleonora Fardella, Claudia Moroni, Gaia Piatti, Estelle Maria Presciutti
e le acrobate Maria Anzivino, Sara Lupoli, Marianna Moccia, Viola Russo Coreografie Aeree FUNA
musiche Marco Betta, Ivo Parlati
costumi Carlo Poggioli
progetto scenico Ruggero Cappuccio
scenografi Paolo Iammarrone Vincenzo Fiorillo
aiuto regia e progetto Luci Nadia Baldi produzione Teatro Segreto srl in coproduzione con Teatro di Napoli- Teatro Nazionale
OSPITALITÀ
15 – 20 DICEMBRE
EQUUS
di Peter Shaffer
traduzione di Marco e Carlo Sciaccaluga
con Luca Lazzareschi, Pietro Giannini, Paolo Cresta, Pia Lanciotti, Camilla Semino Favro,
Giulia Prevedello, Michele De Paola
regia Carlo Sciaccaluga
scene e Costumi Anna Varaldo; Luci Aldo Mantovani
produzione Teatro Nazionale di Genova in accordo con la Concessionaria Antonia Brancati srl
OSPITALITÀ
14 – 24 GENNAIO
STATO CONTRO NOLAN
(un posto tranquillo)
di Stefano Massini
uno spettacolo di Alessandro Gassmann
con Daniele Russo, Gaetano Bruno, Mauro Marino, Emanuele Maria Basso, Gaia Benassi, Davide Dolores, Giuseppe Gandini, Stefano Guerrieri, Alessia Santalucia, Angelo Zampieri
scene Gianluca Amodio
luci Marco Palmieri
costumi Mariano Tufano
musiche di Pivio e Aldo De Scalzi
video Marco Schiavoni
produzione Fondazione Teatro di Napoli – Teatro Bellini, Teatro Biondo Palermo
OSPITALITÀ
26 – 31 GENNAIO
IL MALE OSCURO
di Giuseppe Berto
riduzione per il teatro e regia Giuseppe Dipasquale
scene Antonio Fiorentino
costumi Dora Argento
musiche Germano Mazzocchetti
movimenti coreografici Rebecca Murgi
con Alessio Vassallo, Ninni Bruschetta
(in o. a.) Cesare Biondolillo, Lucia Fossi, Luca Iacono, Viviana Lombardo, Consuelo Lupo, Ginevra Pisani
Produzione Teatro Biondo Palermo / Teatro Stabile di Catania / MARCHE TEATRO
OSPITALITÀ
4 – 14 FEBBRAIO
DOPO LA PROVA
Dall’omonimo film di Ingmar Bergman
regia Gabriele Lavia
con Gabriele Lavia e Federica De Martino
e con Eleonora Bernazza
scene Carmelo Giammello
costumi Andrea Viotti
suono Riccardo Benassi
produzione Compagnia Gabriele Lavia– Teatro Stabile di Catania
OSPITALITÀ
23 – 28 FEBBRAIO
LA GOVERNANTE
di Vitaliano Brancati
regia Valerio Santoro
con Franco Branciaroli, Giovanna Di Rauso
e cast in via di definizione
aiuto regia Nicasio Catanese
produzione Teatro Biondo Palermo
OSPITALITÀ
11 – 21 MARZO
LA REGINETTA DI LEENANE
di Martin McDonagh
traduzione italiana Marta Gilmore
regia Raphael Tobia Vogel
con Ambra Angiolini, Ivana Monti, Stefano Annoni, Edoardo Rivoira
scene Angelo Linzalata
luci Oscar Frosio
costumi Simona Dondoni
musiche Andrea Cotroneo
produzione Teatro Franco Parenti in accordo con Arcadia & Ricono Ltd per gentile concessione di Knight Hall Agency Ltd
OSPITALITÀ
8 – 18 APRILE
VISITA AL PADRE
di Norm Foster regia Piero Maccarinelli
traduzione e adattamento Pino Tierno
musica Antonio Di Pofi
con Massimo De Francovich e Maximilian Nisi
produzione Teatro di Roma – Teatro Nazionale
PRODUZIONE
20 – 30 APRILE
STUDIO SUI SEI PERSONAGGI IN CERCA D’AUTORE
di Luigi Pirandello
regia Emma Dante
produzione Sud Costa Occidentale/Carnezzeria, Piccolo Teatro di Milano – Teatro d’Europa, Teatro di Roma – Teatro Nazionale, Teatro di Napoli – Teatro Nazionale, Emilia Romagna Teatro ERT – Teatro Nazionale
COPRODUZIONE
4 – 13 MAGGIO
IL DELIRIO DEL PARTICOLARE
di Vitaliano Trevisan
regia Giorgio Sangati
con Maria Paiato, Carlo Valli e Alessandro Mor
scene Alberto Nonnato – costumi Gianluca Sbicca
musiche Michele Rabbia – luci Cesare Agoni – assistente alla regia Valeria de Santis
produzione Emilia Romagna Teatro ERT/ Teatro Nazionale in coproduzione con Centro Teatrale Bresciano
con (in o. a.) Alfonso De Vreese, Ilaria Falini, Christian La Rosa, Rosario Lisma, Nicola Pannelli, Mario Pirrello, Giuliana Vigogna
scene e luci Nicolas Bovey
costumi Aurora Damanti
suono Claudio Tortorici
cura movimenti scenici Riccardo Micheletti
puppets Damiano Augusto Zigrino e Silvia Fancelli
regista assistente Alba Porto
assistente regia Eleonora Bentivoglio
assistente scene Nathalie Deana
produzione Teatro Stabile Torino – Teatro Nazionale
con il sostegno di Fondazione CRT
OSPITALITÀ
16 – 25 MARZO
LO ZAR
di e con Stefano Massini
e con Luca Roccia Baldini e Mariel Tahiraj (musicisti in corso di definizione)
scene Paolo Di Benedetto disegno luci Manuel Frenda suoni Andrea Baggio costumi Elena Bianchini
produzione Teatro della Toscana
OSPITALITÀ
31 MARZO – 11 APRILE
PLATONOV
di Anton Čechov
traduzione adattamento e regia Peter Stein
con Alessandro Averone, Maddalena Crippa, Sergio Basile, Gianluigi Fogacci, Andrea Nicolini, Francesco Santagada, Maria Chiara Centorami, Odette Piscitelli, Alessandro Sampaoli, Emilia Scatigno,
Tommaso Garrè, Davide Lorino, Sebastian Gimelli Morosini, Giulio Petushi
scene Ferdinand Woegerbauer
costumi Anna Maria Heinreich
luci Mattia De Pace
assistente regista Carlo Bellamio
produzione Tieffe Teatro Milano, Fondazione Teatro di Roma,
Teatro Stabile di Catania, Teatro Biondo Stabile di Palermo
COPRODUZIONE
14 – 25 APRILE
L’ANGELO DEL FOCOLARE
testo e regia di Emma Dante
con Leonarda Saffi, Ivano Picciallo, David Leone, Giuditta Perriera
scene e costumi Emma Dante luci Cristian Zucaro
coproduzione Piccolo Teatro di Milano – Teatro d’Europa / Teatro di Napoli – Teatro Nazionale / Châteauvallon-Liberté Scène Nationale / Les Célestins Théâtre de Lyon / Comédie de Clermont-Ferrand / La Scène Nationale d’ALBI-Tarn / Le Cratère, Scène Nationale d’Alès en Cévennes / L’Estive, scène nationale de Foix et de l’Ariège / Théâtre + Cinéma Scène nationale Grand Narbonne / Théâtre de l’Archipel, scène nationale de Perpignan / Théâtre Molière, Sète – Scène Nationale Archipel de Thau / Le Parvis, scène nationale de Tarbes Pyrénées / Compagnia Sud Costa Occidentale / Carnezzeria
coordinamento e distribuzione Aldo Miguel Grompone, Roma
organizzazione Daniela Gusmano
tecnico in tournée Marco Guarrera
OSPITALITÀ
28 – 30 APRILE
EZRA IN GABBIA
scritto e diretto da Leonardo Petrillo
con Mariano Rigillo, Anna Teresa Rossini
scene Gianluca Amodio
costumi Lia Francesca Morandini
disegno luci Enrico Berardi
musiche Carlo Covelli
aiuto regia Mario Rinaldoni
produzione TSV – Teatro Nazionale, OTI – Officine del Teatro Italiano
TEATRO INDIA
OSPITALITÀ
8 – 11 OTTOBRE
ANCHE IN CASA SI POSSONO PROVARE EMOZIONI FORTI
regia e drammaturgia Caterina Filograno
scene e costumi Giuseppe Di Morabito
con Gloria Busti, Caterina Filograno, Francesca Porrini, Simona Senzacqua, Maria Grazia Sughi
sound design Gerets
light design Stefano Bardelli
movement coach Ester Guntıń
aiuto regia e collaborazione artistica Ksenija Martinović
produzione Sardegna Teatro / Teatro Stabile di Torino – Teatro Nazionale/ Teatri di Bari
OSPITALITÀ
16 OTTOBRE – 1 NOVEMBRE
GLI ELEFANTI NELLA STANZA
di e con Francesca Astrei
produzione Teatro di Roma – Teatro Nazionale
PRODUZIONE
28 OTTOBRE – 1 NOVEMBRE
GONE
uno spettacolo di Kepler-452 ideazione e drammaturgia Enrico Baraldi, Nicola Borghesi, Riccardo Tabilio regia Enrico Baraldi, Nicola Borghesi con Nino Burduli, Temo Natroshvili, Nika Tserediani, Luka Chibukhaia, Kato Kalatozishvili,
Paata Inauri, Keta Shatirishvili, Liza Nikvashvili, Giorgi Chachanidze traduzione e adattamento in Georgia Tatia Mtvareldize scene e costumi Simon Machabeli musiche Gogi Dzodzuashvili assistente alla regia Mariam Jamerashvili direttore tecnico Anuki Khoshtaria coordinamento Roberta Gabriele produzione Lepl Mikheil Tumanishvili Film Actors Professional State Theatre (Tbilisi- Georgia) coproduzione Emilia Romagna Teatro ERT / Teatro Nazionale con il contributo del Ministero della Cultura della Georgia in collaborazione con GIFT Festival, ATER Fondazione e Kepler-452
Spettacolo in georgiano sovratitolato in italiano
OSPITALITÀ
3 – 8 NOVEMBRE
VIAGGIO A HONG KONG
testo e regia Pascal Rambert
traduzione Chiara Elefante
con Sandro Lombardi
scenografia Aliénor Durand
produzione Emilia Romagna Teatro ERT / Teatro Nazionale
in collaborazione con Compagnia Lombardi-Tiezzi
OSPITALITÀ
11 – 15 NOVEMBRE
LA FIRMA
testo e regia di Valerio Vestoso
con Antonio Bannò
produzione BAM teatro
OSPITALITÀ
18 – 19 NOVEMBRE
BODIES ON GLASS
coreografia Diego Tortelli
in collaborazione con i danzatori Cristian Cucco e Thomas Van de Ven
interpreti Cristian Cucco e Thomas Van de Ven
musica dal vivo Andrea Rebaudengo/brani dal repertorio di Philip Glass
costumi ETRO by Marco de Vincenzo
coproduzione Triennale Milano, Volvo Studio Milano e Teatro Grande di Brescia
si ringrazia Fattoria Vittadini
OSPITALITÀ – DANZA
21 – 22 NOVEMBRE
AMAE NO KŌZŌ
concept, coreografia e performance Borna Babić e Eliana Stragapede
drammaturgia Margherita Scalise
musica Nenad Kovačić
voce Teresa Campos
musica originale Lola Beltràn
light design Joaquín Hernández
Produzione Paper Bridge
ringraziamenti speciali RV, Akira Yoshida and Mathieu Minjoulat-Rey
OSPITALITÀ – DANZA
25 – 29 NOVEMBRE
I AM THE WIND di Jon Fosse
regia Gábor Tompa
scene e costumi Gyopár Bocskai
coreografia Enikő Györgyjakab
musiche di Csaba Boros
luci Romeo Groza
spettacolo in rumeno con sopratitoli in italiano
OSPITALITÀ
27 – 31 GENNAIO
LU SANTO JULLARE FRANCESCO
di Dario Fo e Franca Rame
diretto e interpretato da Matthias Martelli
Teatro Stabile Torino – Teatro Nazionale / Teatro Stabile dell’Umbria
Spettacolo inserito nelle Celebrazioni per i Cento anni di Dario Fo promosse dalla Fondazione Fo Rame
OSPITALITÀ
9 – 14 FEBBRAIO
VORREI UNA VOCE
di e con Tindaro Granata
con le canzoni di Mina
ispirato dall’incontro con le detenute-attrici del teatro Piccolo Shakespeare all’interno della Casa Circondariale di Messina nell’ambito del progetto Il Teatro per Sognare di D’aRteventi diretto da Daniela Ursino
disegno luci Luigi Biondi
costumi Aurora Damanti
regista assistente Alessandro Bandini
produzione LAC Lugano Arte e Cultura in collaborazione con Proxima Res
partner di produzione Gruppo Ospedaliero Moncucco
OSPITALITÀ
20 – 28 FEBBRAIO
THE BODY OF AN AMERICAN
di Dan O’Brien
traduzione Enrico Luttmann Marco Maria Casazza
regia Jacopo Gassmann
con Danilo Nigrelli e Paolo Mazzarelli
produzione LAC Lugano Arte e Cultura, Teatro di Napoli – Teatro Nazionale, Teatro Nazionale di Genova
Teatro di Roma – Teatro Nazionale
COPRODUZIONE
3 – 7 MARZO
LA FIRMA. NON TI FIDARE
tratto da Non ti fidare di Claudio Fava
regia Claudio Fava
con Ninni Bruschetta e Federica De Benedittis
produzione Teatro della Città Marche Teatro
OSPITALITÀ
6 – 14 MARZO
FLUSSO
di Christian di Furia
regia Lino Guanciale
con Lino Guanciale e Gianmarco Saurino
videoanimazione Iole Cilento, Cristina Zanoboni
scenografia Iole Cilento
foto e video Peperonitto film
Coproduzione Teatri di Bari, Wrong Child Production in collaborazione con Premio Riccione
OSPITALITÀ
17 – 21 MARZO
MADRI
di Diego Pleuteri
regia Alice Sinigaglia
con Valentina Picello e Vito Vicino
sound designer Federica Furlani
scenografo Alessandro Ratti
luci Luca Scotton
produzione La Corte Ospitale
coproduzione SCARTI Centro di Produzione Teatrale d’Innovazione
con il contributo della Regione Emilia-Romagna
con il sostegno del MiC e di SIAE, nell’ambito del programma “Per Chi Crea”
OSPITALITÀ
1 – 4 APRILE
NEANCHE PARENTI
testo e regia Gabriele Russo e Arianna D’Angiò
con la Compagnia Bellini Teatro Factory:
Greta Bertani, Filippo D’Amato, Daniela De Riso, Miriam Giacchetta,
Gaia Napoletano, Matteo Ronconi, Umberto Serra
assistente alla regia Bellini Teatro Factory Martina Abate
progetto sonoro Antonio Della Ragione
disegno luci Giuseppe Di Lorenzo
scene Accademia di Belle Arti di Napoli Cattedra di Scenografia Luigi Ferrigno
con gli studenti Alessia Di Pace, Claudia Pugliese, Roberta Fierro, Laura lloret Garcia, Sabrina Oliva, Alessandra Avitabile, Salvatore Esposito, Emanuela Bartoli, Lucrezia Maria Aita, Claudia Sabella
costumi Enzo Pirozzi
produzione Fondazione Teatro di Napoli – Teatro Bellini
OSPITALITÀ
2 – 4 APRILE
ASFALTO
Poema fisico e musicale per sette attori
regia e coreografia di Michela Lucenti
con la Compagnia Bellini Teatro Factory
Sofia Celentani Ungaro, Cristoforo Iorio, Tarek Ismail, Valeria Martire,
Giuseppina Ruggiero, Luigi Savinelli, Lucia Straccamore
assistente alla regia Antonio Basile
assistenza alla creazione Maurizio Camilli
drammaturgia Balletto Civile
testi Emanuela Serra
musiche e progetto sonoro Antonio Della Ragione
collaborazione al progetto sonoro Rainer Monaco
disegno luci Michela Lucenti / Balletto Civile e Maurizio Di Maio
scene Accademia di Belle Arti di Napoli Cattedra di Scenografia Luigi Ferrigno
con gli studenti Alessia Di Pace, Claudia Pugliese, Roberta Fierro, Laura lloret Garcia, Sabrina Oliva, Alessandra Avitabile, Salvatore Esposito, Emanuela Bartoli, Lucrezia Maria Aita, Claudia Sabella
costumi Enzo Pirozzi
produzione Fondazione Teatro di Napoli – Teatro Bellini
OSPITALITÀ – DANZA
13 – 18 APRILE
LETTERA DI UNA SCONOSCIUTA
da Stefan Zweig
testo e regia Davide Sacco
con Giordana Faggiano
scene Luigi Sacco
luci Luigi Della Monica
costumi Luciana Donadio
musiche Arturo Annecchino
assistente alla regia Enrico Spelta – direttore di produzione Luigi Cosimelli
produzione Teatro di Roma – Teatro Nazionale e LVF / Teatro Manini di Narni
COPRODUZIONE
23 – 24 APRILE
CRAZY GRASS
testi di Yordan Radichkov
versione scenica e regia Margarita Mladenova
scenografia Boris Dalchev, Mihaela Dobreva
musica Hristo Namliev
foto Yana Lozeva
con Albena Georgieva, Jana Rasheva, Antonio Dimitrievski, Katalin Stareishinska, Ivan Nikolov, Nadya Keranova, Dimitar Krumov, Rumen Draganov, Bilyana Georgieva, Galya Kostadinova, Georgi A. Bogdanov
spettacolo in bulgaro con soprattitoli in italiano
OSPITALITÀ
19 – 23 MAGGIO
RESTEREMO PER SEMPRE QUI BUONE AD ASPETTARTI
di Diego Pleuteri
regia Leonardo Lidi
con Marta Malvestiti, Beatrice Verzotti, Teresa Castello, Hana Daneri
scene Fabio Carpene
cura dei movimenti scenici Riccardo Micheletti
assistente alla regia Nicolò Tomassini
produzione Teatro Stabile di Torino – Teatro Nazionale
con il sostegno del MiC e di SIAE nell’ambito del programma “Per Chi Crea”
OSPITALITÀ
21 – 23 MAGGIO 2027
LOGORANTE, MA VIVO – Viaggio tra le parole di Paolo Grassi
drammaturgia Katia Ippaso
regia Arturo Armone Caruso
con Sara Valerio
produzione Piccolo teatro di Milano, Teatro di Roma,
Saval Spettacoli, Fondazione Paolo Grassi-La voce della cultura.
COPRODUZIONE
25 – 26 MAGGIO 2027
REMINISCENCIA ideazione e creazione Malicho Vaca Valenzuela
con Malicho Vaca Valenzuela
in video Rosa Alfaro, Lindor Valenzuela
assistente alla regia Ébana Garín Coronel
produzione esecutiva MC2: Maison de la Culture de Grenoble – Scène nationale
produzione artistica Ébana Garín, Luis Guenel, Roni Isola – Collectif Cuerpo Sur
spettacolo in spagnolo cileno con sopratitoli in italiano
OSPITALITÀ INTERNAZIONALE (Cile)
TEATRO TORLONIA
15 – 18 OTTOBRE
PAZZO AD ARTE
frammenti di vita che ci ri-guardano
liberamente tratto da alcune scene del dramma The Tragedy of Hamlet, Prince of Denmark di William Shakespeare
di Alessandra Niccolini e Giuseppe Pestillo
con Giuseppe Pestillo
OSPITALITÀ
29 OTTOBRE – 1 NOVEMBRE
WITCH IS
progetto di LANDI/MIGNEMI/PARIS
drammaturgia di Francesca Mignemi
regia Virginia Landi
con Giorgia Iolanda Barsotti, Eleonora Paris, Cristiana Tramparulo
costumi di Rossana Gea Cavallo – musiche e sound design di Andrea Centonza
produzione IL TEATRO DELLE DONNE, Firenze
con il sostegno del Centro di Residenza della Toscana Armunia-Capotrave/Kilowatt e Z.I.A. – Zona Indipendente Artistica
consulenza live electronics Emanuele Pontecorvo Cura e diffusione Edoardo Lazzari
organizzazione e amministrazione Giusy Guadagno ProduzioneExtragarbo Snaporazverein (CH),
Lavanderia a Vapore – Centro di Residenza per la Danza (IT), Murmuris (IT), IntercettAzioni – Centro di Residenza Artistica della Lombardia (IT), Linha de fuga (PT),
con il sostegno di Premio Vienna (Direzione Generale Creatività Contemporanea del Ministero della Cultura, d’intesa con la Direzione Generale per la Diplomazia Pubblica e Culturale del Ministero degli Affari Esteri e della Cooperazione Internazionale e l’Istituto Italiano di Cultura di Vienna), Phonogrammarchiv (AT)
OSPITALITÀ
3 – 6 DICEMBRE
RACCONTI ROMANI – prima parte regia di Danilo Capezzani tratto da Ladro dei lumi di Elsa Morante PRODUZIONE
10 – 13 DICEMBRE RACCONTI ROMANI – seconda parte regia di Danilo Capezzani tratto da Roma amara e dolce di Ercole Patti
PRODUZIONE
21 – 24 GENNAIO
QUARTET
di Heiner Müller
traduzione Saverio Vertone
regia Maximilian Nisi
con Viola Graziosi, Maximilian Nisi
musiche originali Stefano De Meo
scene e costumi Vincenzo La Mendola
produzione Teatro della Città
OSPITALITÀ
28 – 31 GENNAIO
CRISOTEMI
di Ghiannis Ritsos traduzione di Nicola Crocetti
diretto e interpretato da Elena Arvigo
disegno luci Pietro Sperduti
scene e costumi Elena Arvigo in collaborazione con Maria Alessandra Giuri
produzione SantaRita & Jack Teatro
si ringrazia la gentile collaborazione di Eleonora Bossi
OSPITALITÀ
3 – 7 FEBBRAIO
GERTRUDE, LUCIA E LE ALTRE
liberamente tratto da Il cuore è un guazzabuglio di Eleonora Mazzoni (Einaudi 2023)
di e con Eleonora Mazzoni
regia di Simonetta Solder
voce recitante fuori campo Lino Guanciale
disegno luci Camila Chiozza sound design Lorenzo Danesin
produzione Compagnia Lombardi-Tiezzi in collaborazione con Ass. Cult. Padiglione Ludwig
OSPITALITÀ
25 – 28 FEBBRAIO
LEI NON SA COSA VUOLE
di Luisa Merloni
regia Manuela Cherubini
con Luisa Merloni e Daniele Natali
disegno luci Camila Chiozza
produzione Bluemotion/Angelo Mai – Psicopompoteatro
OSPITALITÀ
4 – 7 MARZO
BEATA OSCENITA’
di Massimo Sgorbani
regia Serena Sinigaglia
con Gianluca Ferrato
scene Andrea Belli
luci e suono Roberta Faiolo
costumi Valeria Bettella
video Fabio Brusadin
produzione Teatro Stabile di Bolzano
OSPITALITÀ
18 – 21 APRILE
ARCHIMEDE
di Costanza DiQuattro
con Mario Incudine
e con Antonio Vasta e Tommaso Garré
regia Alessio Pizzech
scene e costumi Andrea Stanisci
assistente alla regia Tommaso Garré
musiche Mario Incudine
eseguite dal vivo da Antonio Vasta
produzione Centro Teatrale Bresciano, La Contrada Teatro Stabile di Trieste / Teatro della Città,
in collaborazione con Teatro Donnafugata
produzione esecutiva A.S.C. Production Arte Spettacolo Cultura
OSPITALITÀ
16 – 30 APRILE
VITA A RATE
di Riccardo Caporossi
interpreti Nadia Brustolon, Vincenzo Preziosa
scena e regia Di Riccardo Caporossi
luci Nuccio Marino
PRODUZIONE
21 – 30 MAGGIO
SPETTACOLO POLITICAMENTE SCORRETTO CHE SI PUO’ INTERROMPERE PREMENDO UN TASTO
regia Enrico Torzillo
con Jacopo Carta, Francesco Petruzzelli, Maria Grazia Trombino
produzione Teatro di Roma – Teatro Nazionale
PRODUZIONE
CAPITALE DANZA 2027
TEATRO ARGENTINA
8 – 9 MAGGIO
PORTRAIT
concept e coreografia Mehdi Kerkouche
composizione musicale Lucie Antunes
assistente alla coreografia Alexandra Trovato
light design Judith Leray
scenografia Mehdi Kerkouche e Judith Leray
costumi Guillaume Boulez
trucco Sabine Leib
vocal coaching Nathalie Dupuy
stage e sound management Frédéric Valtre e Vincent Henry
lighting management Marine Stroeher e Henri Coueignoux
danzatori (a rotazione) Marilou Bévis, Margot Bouchet, Maxime Gomard, Jaouen Gouevic, Matteo Lochu, Sacha Neel, Paul Redier, Amy Swanson, Nina Vernin, Titouan Wiener-Durupt et Timothée Zig
produzione Centre chorégraphique national de Créteil et du Val-de-Marne| EMKA
coproduzione Festival Suresnes Cités Danse 2023 avec le soutien de Cités Danse Connexions I Théâtre- Sénart, scène nationale I Chaillot – Théâtre national de la Danse I Visages du monde, Cergy I L’Archipel, Scène nationale de Perpignan
15 – 16 MAGGIO
MOMO
coreografia Ohad Naharin
con la collaborazione dei danzatori della Batsheva Dance Company e Ariel Cohen
danzatori Yarden Bareket, Emil Brukman, Adi Blumenreich, Nathan Chipps, Holden Cole, Guy Davidson, Iyar Elezra, Eddieomar Gonzalez Castillo, Sean Howe, Londiwe Khoza, Adrienne Lipson, Bo Matthews, Sofiia Pikalova, Danai Porat, Igor Ptashenchuk, Leann Reizer, Kelis Robinson, Yoni (Yonatan) Simon, Gili Yaniv Amodai, Yarden Zana.
light design Avi Yona Bueno (Bambi)
scenografia Gadi Tzachor
costumi Eri Nakamura – sound design & design e editing dei brani musicali Maxim Waratt
con il supporto di Batsheva New Works Fund, American Friends of Batsheva, L’Association Pluriel pour l’Art Contemporain, The Zita and Mark Bernstein Family Foundation, Factory54
TEATRO INDIA
4 – 5 MAGGIO
IN RELATION TO WHOM?
concept, coreografia e performance Marah Haj Hussein e Nur Garabli
drammaturgia Krystel Khoury
light design Pôl Seif
scenografia Agnese Forlani
esecuzione e composizione musicale Verena Rizzo
tecnico suono Korin Rizzo – costumi Smila Zinecker – manager di produzione Ehren Verrelst
produzione Monty – coproduzione Kunstencentrum BUDA, Saraya Theater, Theater Rotterdam, Points communs, Nouvelle scène nationale Cergy-Pontoise / Val-d’Oise, Fondation Royaumont, EPPGHV La Villette, Centre national de la danse (CND), De Singel, La Briqueterie CDCN, Les Halles de Schaerbeek, Frascati Producties, Le Maillon – Théâtre de Strasbourg. Con il supporto di Ammodo, De Vlaamse Overheid. Si ringrazia Rabeah Morkus Dance Studio – Kofor Yasif, The Work Room – Glasgow, Battersea Arts Centre – London, KAAP – Bruges, Hana Dance House – Haifa
6 MAGGIO
LA MEZZANOTTE DELLA DANZA(che non è una Cenerentola)
concept e direzione artistica Gabriella Stazio
interverranno artisti e coreografi under 35
talk e panel a cura di AGIS – Associazione Generale Italiana dello Spettacolo
7 – 8 MAGGIO
CROCODILE
coreografia e drammaturgia Martin Harriague in collaborazione con Emilie Leriche
musica Canto Ostinato di Simeon Ten Holt
interpreti Emilie Leriche e Martin Harriague
musica dal vivo Julien e Stéphane Garin – Ensemble 0
arrangiamento Petar Klanac – scenografia e light design Martin Harriague – costumi Vanessa Ohl
produzione Scène Nationale Sud Aquitain, Scène 55 Mougins, Temps d’Aimer la Danse Biarritz, Malandain Ballet Biarritz. Con il sostegno del Ministère de la Culture / DRAC Nouvelle-Aquitaine.
11 – 12 MAGGIO
OUTBREAK
coreografia James Florendo
nuova produzione per 8 danzatori
musiche James Florendo e AA.VV.
light design Emanuele De Maria
ideazione costumi James Florendo
produzione Balletto di Roma
14 – 15 MAGGIO
RENDEZ- VOUS
coreografia Simone Repele e Sasha Riva
con Leonardo Mazzarotto
produzione Riva & Repele
16 MAGGIO
Nuove Generazioni dai 6 anni
CUOR DI CONIGLIO
creazione Compagnia Dimitri/Canessa
regia Elisa Canessa
danzatori Federico Dimitri e Francesco Manenti
collaborazione artistica Giorgio Rossi
light design Marco Oliani – sound design Tommaso Marzini Della Ragione
scenografia e costumi Matilde Gori / Atelier Zaches
produzione Associazione Sosta Palmizi, Pilar Ternera / Nuovo Teatro delle Commedie e Straligut Teatro con il sostegno residenziale di Centro di Residenza della Toscana (Fondazione Armunia Castiglioncello –CapoTrave/Kilowatt Sansepolcro), Wintergarten – Atelier di teatro permanente e In Tel Fade
NUOVE GENERAZIONI
TEATRO INDIA
16 – 27 NOVEMBRE
ENDING
di Roberto Gandini e Roberto Scarpetti
regia Roberto Gandini
con Iulia Bonagura, Edoardo Maria Lombardo, Fabio Piperno, Tiziana Scrocca, Carolina Sisto
produzione Teatro di Roma – Teatro Nazionale
PRODUZIONE
22 DICEMBRE – 6 GENNAIO
STORIE DI NATALE
di Gianni Rodari, Bernard Friot, Andrea Valente, Roberto Gandini
adattamento e regia Roberto Gandini
con Irene Ciani, Edoardo Maria Lombardo, Paolo Minnielli, Giulia Navarra, Fabio Piperno
produzione Teatro di Roma – Teatro Nazionale
PRODUZIONE
23 – 24 GENNAIO
MARMOCCHIO
una specie di Pinocchio di marmo
Radiodramma animato per i ragazzi di tutte le età
progetto scenico e regia I Sacchi di Sabbia
con Serena Guardone
e le voci di Gabriele Carli, Giulia Gallo, Giovanni Guerrieri, Enzo Illiano, Carlo Ipata, Federico Polacci, Giulia Solano, Daniele Tarini
disegno luci Luca Tessieri
costruzione scene Antonio Calandrino disegno e progetto grafico Enrico Pantani
produzione Fondazione Sipario Toscana | I Sacchi di Sabbia
dai 7 anni
6 – 7 FEBBRAIO
CLÀSSICS
uno spettacolo di marionette in sette scene
autore, regista e performer Jordi Bertran
suoni e luci Isabel Martinez
costumi Ma Dolors Fernandez
produzione Companyia Jordi Bertran
dai 5 anni
TEATRO TORLONIA
10 – 11 OTTOBRE
ALBERT eD IO
di Francesco Niccolini
drammaturgia Flavio Albanese, Marinella Anaclerio, Francesco Niccolini
direzione scientifica Marco Giliberti
regia Marinella Anaclerio
con Flavio Albanese
produzione Compagnia del Sole, Fondazione Sipario Toscana Onlus, Fondazione TRG
dagli 11 anni
24 – 25 OTTOBRE
CHARLIE GORDON
di Patrizio Dall’Argine
liberamente ispirato al racconto Fiori per Algernon di Daniel Keyes
costumi Veronica Ambrosini
burattinaio Patrizio Dall’Argine
produzione Teatro Caverna
dai 6 anni
14 – 15 NOVEMBRE
ODE ALLA VITA
di e con Manuela Capece e Davide Doro
un progetto della compagnia rodisio
in collaborazione con Unicorn Theatre (London, UK), Espace600 (Grenoble, FR) Centre d’Animation de la Cité (Lausanne, CH), VolterraTeatro Festival
dai 3 agli 8 anni
17 DICEMBRE – 6 GENNAIO
LA MOSCA VERDOLINA
di Giorgio Parisi regia Davide Doro
ddattamento drammaturgico Emanuele Di Giacomo con Jacob Olesen
produzione Teatro di Roma – Teatro Nazionale
PRODUZIONE
16 – 17 GENNAIO
PETITES HISTOIRES SANS PAROLES
con Brice Coupey e Jean-Luc Ponthieux
produzione Compagnie l’Alinéa
dai 5 anni
20 – 21 FEBBRAIO
HO UN PEZZETTINO IN GOLA
di e con Valentina Dal Mas
testo originale Valentina Dal Mas
direzione tecnica Federico Fracasso
consulenza luci Alessio Guerra
produzione La Piccionaia Centro di Produzione Teatrale
in collaborazione con Compagnia Abbondanza/Bertoni
produzione 2025
dai 6 anni
13 – 14 MARZO
FARE UN FUOCO
di Francesco Niccolini e Luigi D’Elia
molto liberamente ispirato ai Racconti dello Yukon di Jack London
con Luigi D’Elia
regia Francesco Niccolini e Luigi D’Elia
disegno luci Francesco Dignitoso
assistenti alla produzione Elisabetta Aloia, Adalgisa Vavassori, Susanna Zoccali le musiche originali sono di Giorgio Lazzarini
produzione Teatri di Bari | Fondazione Sipario Toscana – La Città del Teatro In collaborazione con INTI
dai 9 anni
7 – 11 APRILE
FESTIVAL CONTEMPORANEO FUTURO
VII EDIZIONE
a cura di Fabrizio Pallara
Teatro India, Teatro Torlonia
RASSEGNE CULTURALI 2026/2027
GENNAIO – APRILE anteprima domenica 8 novembre 2026
LUCE SULL’ARCHEOLOGIA
Voci di donne straordinarie. Il ruolo femminile nella storia e nella cultura di Roma
TEATRO ARGENTINA
FEBBRAIO – APRILE TRA PSICHE E MITO. Dialoghi sull’essere
TEATRO VALLE, ARGENTINA
NOVEMBRE – MAGGIO LE VERITA’ SOSPESE
TEATRO VALLE
NOVEMBRE – APRILE CHE NE SARA’ DI NOI?
TEATRO VALLE
NOVEMBRE – MAGGIO IL TEATRO VALLE: TRECENTO ANNI DI SPETTACOLI
TEATRO ARGENTINA – TEATRO VALLE
NOVEMBRE – MAGGIO LE STAGIONI DEL TEATRO DI ROMA. Volti, memorie e visioni
TEATRO ARGENTINA – TEATRO VALLE
GENNAIO – MAGGIO LE DONNE DELL’ASSEMBLEA COSTITUENTE
In un non posto ai confini della cosiddetta vita civile lavorano 4 fattorini: Nuno, Munir, Dani ed Eduardo. Ci sono solo loro e una macchina intelligente che li avvisa delle consegne da effettuare. E poi li paga.
In scena, lo spazio è organizzato in una modalità indeterminata che invita lo spettatore ad immaginarlo come una discarica, in qualche modo però strutturata come un anfiteatro. Dei gradoni, infatti, si affacciano su una sorta di palco dove va in scena la vita lavorativa e privata dei 4 fattorini (la cura delle scene è di Lua Quiroga Paul).
Li chiamano “Los de Ahí” – ovvero “quelli di là” – non meglio identificati da “quelli di qua”. Nessun contatto tra loro, neppure sul confine tra i due mondi, se non per il lancio di sacchi di spazzatura fatto con indifferenza verso i 4 fattorini. Nonostante “quelli di là” svolgano per “quelli di qua” il servizio delle consegne, non c’è nessun rispetto verso di loro.
E i 4 fattorini a urlare: “familia!”. A sottolineare che lì dove tirano la loro immondizia, lì, proprio lì nella discarica, c’è una famiglia.
Perché Nuno, Munir, Dani ed Eduardo si considerano davvero una forma di famiglia.
Il valore della famiglia, infatti, trascende il legame biologico e giuridico. E loro “i Los de Ahi” sono un felice esempio di micro-società: sono una comunità ristretta dove si impara la cooperazione, la gestione dei conflitti e il rispetto delle regole di convivenza.
Le vite di Nuno, Munir, Dani ed Eduardo – nonostante fragilità inevitabili – sono ricche infatti di partecipazione. Tra loro c’è un bel senso di partecipazione: ci si aiuta, c’è un sacro rispetto per chi non c’è ma è stato una guida (incluse le sue cose, che in sua assenza restano sue e non diventano preda di altri), si scherza e si ha cura dell’altro se è in difficoltà. Anche quando chi ha bisogno fa fatica a riconoscerlo, chiedendo aiuto.
E poi consumano l’attesa tra una chiamata e l’altra per le consegne facendo musica, cantando, raccontandosi. Hanno una bella vitalità.
La loro attesa impaziente per il segnale di chiamata non nasce solo dal bisogno di guadagnare: è quel piacere più sottile di sentirsi chiamare, di sentirsi cercare – anche solo da un suono meccanico – che però crea l’ilusione di una sorta di contatto con l’Altro, che riconosce loro esistenza. E li fa sentire vivi.
L’unico contatto, infatti, che riesce ad oltrepassare la cortina – e di cui tutti si inebriano – è olfattivo: è l’odore del forno che cuoce pane e dolci. Cuore alchemico della casa, l’odore del forno è il simbolo primordiale della trasformazione, del nutrimento e dell’accoglienza. E così il profumo della cottura rende per un attimo anche il loro ambiente accogliente e sicuro, evocando un gran bel senso di appartenenza.
L’effervescente drammaturgia di Claudio Tolcachir dalla provocazione poeticamente politica, racconta anche di Nuno che da poco ha avuto una bambina, che adora anche quando deve cambiarle i pannolini. I suoi amici lo portano bonariamente in giro dicendogli che quell’odore gli si attacca addosso ma lui ogni volta verifica, annusandosi, e se ha qualche dubbio tira fuori dal suo zaino deodorante e salviettine umidificate.
Mirja è la sua ragazza, nonché mamma della loro piccolina ma, come spesso accade alle neomamme, ha difficoltà a dedicarle attenzioni. La piccola è un po’ quel “diverso” – con il quale ogni neomamma deve imparare ad entrare in relazione – che sembra succhiare via ogni istante di vita. Allo stesso tempo però una mamma che tende ad allontanarsi dalla propria figlia è considerata una madre incomprensibile: anche lei “una straniera” rispetto al cosiddetto “normale” sentire materno.
E argutamente Tolcachir sceglie di cambiarle lingua, per rendere ancora più efficace questo distaccamento. Ma Nuno non giudica, né si perde d’animo: è sua cura essere più presente in questo momento di criticità.
Ma nemmeno gli altri, seppur spiazzati, la giudicano. L’unica a permettersi dell’ironia è solo Susan, che essendo donna e conoscendo questa possibile crisi, in alcuni “a parte” ci confessa di sentirsi sollevata, a non essere sola.
L’attenzione che Nuno dedica a sua figlia e a Mirja, la rivolge anche a Dani: il fattorino che cade continuamente dalla bici – mezzo che usano tutti per lavorare – avendo un problema visivo: fragilità di cui lui riesce a parlare solo con Susan, la donna con la quale convive. E che gli cura amorevolmente le sue abrasioni post caduta con lo zucchero.
Dani suscita spesso l’irritazione di Munir perché vorrebbe sostituire la propria bici, piuttosto malandata, con quella di Edoardo, l’altro fattorino che però da giorni non si fa vivo. Munir prova un profondo rispetto per lui perché Edoardo gli ha insegnato il lavoro. E allora fa sì che la sua identità non venga sminuita solo perché al momento sembra invisibile. Ma Edoardo non tornerà e sarà Susan a prendersi cura con dolce malinconia di Munir, per aiutarlo ad accettare e ad attraversare il dolore.
I colpi di scena non sono ancora terminati: i 4 amici perderanno il lavoro. Ma tra loro c’è quel legame che permette di sostenersi l’un l’altro. Ed è così – con la consapevolezza che dietro a ogni fine c’è sempre un nuovo inizio – che ciascuno intraprenderà un differente percorso. Tutto da scoprire. L’importante è non fermarsi: “continuiamo !”.
Decisamente interessante risulta la visualizzazione scenica qui restituita suggestivamente dall’anfiteatro costruito sulla discarica. Il Teatro, infatti, da sempre si dedica a lavorare sui resti, su ciò che preferiamo scartare e rimuovere gettandolo nella spazzatura dell’inconscio.
Quelle nostre fragilità e quei traumi cioè che preferiamo non integrare con l’immagine che per tutta la vita ci impegniamo a costruire e a manutenere.
Il Teatro invece – ci ricorda Claudio Tolcachir – è la nostra casa dove possiamo trasformare la nostra immondizia, ovvero “ciò che resta” (il dolore, il ricordo, i frammenti di una storia o di una vita) in una nuova forma di conoscenza e di riflessione collettiva.
Immondizia possono essere anche le tensioni sociali del presente, come la tensione provocata dall’immigrazione. Un naturale fenomeno sociale che – seppur incarni nella sua essenza i significati di cambiamento, globalizzazione e superamento dei confini – viene spesso percepito come una minaccia all’identità nazionale e alla sicurezza. Tanto che il migrante diventa il simbolo su cui la società proietta le proprie paure di impoverimento e di smarrimento.
E’ il timore che “ciò che è straniero” veicola entrando in una nuova comunità: tema affrontato da Tolcachir anche in “Rabia”, lo spettacolo che insieme a “Los de Ahí” dà forma al dittico che nei giorni scorsi è stato ospitato al Teatro India, riscuotendo grande partecipazione.
Lo “straniero” rappresenta infatti quel “diverso” che facciamo fatica ad integrare, ad accogliere perché percepito come quel qualcosa di ignoto che, solo perché non ancora conosciuto, si crede possa mettere a rischio l’identità del gruppo. Ma che invece, se non riconosciuto nella sua identità, può dare vita ad assai più pericolose degenerazioni.
E’ naturale che l’arrivo di culture “altre” solletichi la comunità ospitante ad interrogarsi sulla propria identità, sui propri valori fondanti e su cosa significhi appartenere a una specifica nazione.
Ma la reazione può non essere solo quella di chiusura e di maggiore definizione dei confini della terra ospitante. Sono possibili ed efficaci, se ben calibrati, tentativi di integrazione che gioverebbero di molto ad un arricchimento e ad un rinnovamento di entrambe le culture che si stanno incontrando.
E il Teatro, attraverso l’esperienza artistica della compassione, aiuta a percepire “gli altri” – “quelli che stanno di là” – sorprendentemente più vicini, facendo sciogliere l’illusione di un’autosufficienza del “noi” rispetto al “loro”.
Anche perché, simbolicamente, “straniero” non è solo il cittadino di un altro Paese. È la parte di noi stessi che ci risulta estranea e incomprensibile, e che ci spaventa. Ma che è fondamentale per comprendere la nostra identità e il nostro senso di appartenenza.
Significato meravigliosamente racchiuso in quel gesto di Susan che, per curare le ferite di Dani, mette dello zucchero per disinfettarle e farle cicatrizzare. Prendersi cura dell’Altro cioè – ci ricorda Claudio Tolcachir – è la prova che due opposti possono unirsi e convivere.
Mettere il dolce sulla ferita racchiude, infatti, l’antico auspicio di trasformare il dolore in guarigione, o di lenire l’amarezza della vita con una cura dolce.
In quanti modi può manifestarsi il furore della rabbia? E quanti usi se ne possono fare?
Con la cifra stilistica che lo contraddistingue Claudio Tolcachir intriga e spiazza per poi intenerire fino alla commozione lo spettatore, portandolo al cospetto di manifestazioni dell’animo umano, così umane da sembrare surreali.
La rabbia è un’emozione non univoca, decisamente sorprendente. Da un lato è l’archetipo del fuoco, della distruzione e della perdita del controllo in risposta a un’ingiustizia, o meglio in risposta alla percezione di un’invasione insopportabile di un confine vitale. Dall’altro lato la rabbia incarna unaforza vitale trasformativa, che libera e distrugge per creare un terreno fertile: per dare vita ad una nuova consapevolezza.
(ph. Lucia Romero)
In questo adattamento, il José Maria di Claudio Tolcachir si racconta in presa diretta: è il fidanzato di Rosa, una donna che lavora come domestica nella villa dei Blinder. Una coppia borghese di Buenos Aires,microcosmo sociale metafora di un’Argentina corrotta e priva di valori: decadente proprio come la villa che fa da palcoscenico alla narrazione. La novella è infatti ambientata nell’Argentina travolta dalla grave crisi economica e sociale del 2001 e descrive una società borghese arricchita ma disillusa, che fa da sfondo alle disuguaglianze e alle tensioni proprie del periodo.
Un complesso momento storico che si è trovato ad attraversare lo stesso Tolcachir che al tempo viveva a Buenos Aires. E che per reazione, per trasformare cioè la precarietà e l’isolamento in opportunità creativa, sceglie di dare forma, insieme alla sua compagnia, ad uno spazio indipendente di resistenza e di creatività. Fondando un proprio movimento culturale: il Teatro Timbre 4. La sede originaria non era un teatro tradizionale, ma la casa stessa di Tolcachir nel quartiere di Boedo, dotata di una sala allestita in fondo al patio. In un momento in cui il Paese si sgretolava, il teatro ha rappresentato un rifugio, uno strumento di aggregazione sociale e un’occasione per raccontare quell’umanità più fragile e invisibile, lasciata ai margini dalla crisi.
Quell’umanità di cui José Maria è un rappresentante.
Tornando allora alla narrazione, un giorno – dopo un’esplosione di rabbia che lo portò a reagire esageratamente verso un’ingiustizia in ambito lavorativo – José Maria senza farsi notare da nessuno (neanche dalla stessa Rosa) decide di insinuarsi nei meandri della villa e di rimanervi segretamente nascosco per tre anni. Questa invasione clandestina della villa è il suo modo di ribellarsi e di negoziare il prezzo di un’ingiustizia da lui arrecata, a fronte di un’ingiustizia sociale che è costretto a subire.
E così, dimenticato dalla società che lo considera invisibile nei suoi diritti, proprio da invisibile si esilia dalla società per trovare segreto asilo nelle parti (anche loro) dimenticate, e quindi in disuso, della villa. Scegliendo però di mantenere un contatto, a senso unico, esclusivamente con l’amata Rosa, che lavora e abita in questa villa.
In effetti José Maria riesce a dare forma, in questa sua vita parallela, ad una certa vita erotica con Rosa. Spiandola segretamente, si sente infatti comunque a lei vicino, seppur separato da un muro di segreti che lo esclude dalla vita reale.
Carico della sua rabbia, che a differenza della tristezza non svuota ma sostiene, José Maria per tre anni “resiste” inventandosi un nuovo modo di vivere senza farsi notare. E, a suo modo, paradossalmente, in questa casa trova anche un qualche conforto familiare: una sorta di rifugio esistenziale e un surrogato di affetti.
Ma la realtà esplosiva dei propri desideri repressi – che parlano di un disperato bisogno di contatto, indispensabile per essere riconosciuto nella propria identità – si farà sentire ancora, quando il silenzio e la finzione risulteranno insostenibili. Proverà anche, Josè Maria, a stabilire un contatto e quindi a socializzare e a farsi accogliere nel consorzio vitale dei topi, con i quali si ritrova a condividere gli spazi abbandonati della villa. Animale tra animali.
Ma anche qui, in questo consorzio, le cose non vanno meglio. La loro rabbia non è meno distruttiva di quella degli uomini. Infatti anche i topi con i quali José Maria si trova a dover coabitare nel buio della soffitta, lo attaccano: anche loro animali disprezzati che vivono nell’ombra. La loro è la reazione rabbiosa dell’emarginato, del represso, che se minacciato scatena una reazione sproporzionata e vendicativa.
Sembrerebbe allora che la massima difficoltà dello stare al mondo, generalmente inteso, sia proprio quella di integrare “il diverso” con “il simile”. Quel perturbante capace di far riaffiorare contenuti inconsci rimossi e credenze primitive superate. Quel brivido che proviamo quando ciò che dovrebbe restare nascosto, torna alla luce (come ben visualizzato dal disegno luci di Juan Gómez-Cornejo).
La scena sa rendere con magnifico simbolismo lo spazio non solo fisico (quello della villa) ma anche quello della mente del protagonista: la cura delle scene è di Emilio Valenzuela. E’ infatti uno spazio restituito da una scala, che ci si dà in varie prospettive, proprio come la mente di José Maria quando viene sollecitata da qualcosa di perturbante.
Più di ogni altra cosa – ci confida José Maria – a intimorirlo e insieme ad affascinarlo è il modo in cui i suoni penetrino in casa. Sua priorità è proprio quella di evitare, o di frammentare in piccole parti, i rumori che potrebbero rivelare la sua presenza. Anche i rumori, infatti, sono reazioni a determinati “contatti” che lui, in questa sua vita parallela, si sta imponendo di non avere.
E così, con eleganza sobria e riservata, in una seconda pelle grigio topo, il Josè Maria di Tolcachir penetra dentro e fuori di sè, temendo di essere intercettato anche attraverso contatti di luce, suggestivamente resi da un disegno luci calibratissimo.
I suoi occhi sono ora le sue orecchie: sono loro che gli restituiscono la misura della sicurezza del muoversi vitale. Nel suo spiare acustico segue tutto quello che avviene nella villa, incluso ogni momento di intimità di Rosa. Ed è così che un giorno si accorge di come lei cada preda del desiderio violento del figlio dei due coniugi padroni della villa.
Un evento che fa eruttare la sua rabbia incontrollata, accecata dal desiderio di dominare, annientare e incorporare il violentatore in un atto di sottomissione definitivo.
Dalla violenza subita da Rosa nascerà un figlio, che Josè Maria non farà alcuna fatica ad accettare come suo, teneramente seguendolo ogni giorno per rubare qualche attimo solo con lui, approfittando dei momenti in cui Rosa è costretta a spostarsi di stanza per le pulizie.
Ma la storia di Josè Maria non finisce qui: ad attendere lo spettatore c’è un finale terribile eppure dolce.
La performance di Claudio Tolcachir è straordinaria. Lui sa farsi corpo disponibile ad accogliere l’intero spettro, perversamente emotivo, da cui la rabbia di José Maria è abitato.
Una disponibilità, quella di Tolcachir, piena di grazia. Colma di quella compassione che – lungi dall’essere semplice pietà o debolezza emotiva – è espressione di una interconnessione esistenziale che riconosce come la sofferenza e la fragilità appartengano a tutti gli esseri umani. Una disponibilità, la sua, che è espressione del coraggio di non distogliere lo sguardo di fronte al dolore altrui, trasformando l’empatia in un desiderio attivo di conoscenza e di autoconoscenza.
E lo spettatore, come ogni volta al termine del viaggio sentimentale affrontato partecipando ai suoi spettacoli, si sorprende del sentire affiorare in sè quel disarmante senso di tenerezza, segno di vulnerabilità condivisa.
Con questa domanda si apre il raffinato adattamento di Lucia Rocco a Le notti bianche di Fëdor Dostoevskij.
Il suo Sognatore in primis è un uomo che s’interroga.
Perché la domanda – veicolando il desiderio di costruire una relazione con l’altro (fuori o dentro di noi) – svela la dimensione emotiva di chi si interroga: qualcuno che è alla ricerca non tanto di risposte ma di potersi aprire a nuovi orizzonti.
L’efficace Sognatore di Paolo Cresta ancora non lo sa – perché sarà il dirompente entrare in contatto con la vibrante Nasten’ka di Francesca Piccolo a renderlo consapevole – ma interrogandosi sta cercando non di colmare un vuoto, ma di metterlo in moto. Per scoprire come si accende quel desiderare che permette di lasciare libero l’altro di scegliere.
(ph. Manuela Giusto)
Un desiderare che rende ricchi nel contribuire a sostenere le scelte dell’altro, anche quando queste scelte non sono indirizzate su di noi.
Un desiderare che non si chiude nel rapporto a due, ma che erotizza lo sguardo sul mondo. E che resta. Anche dopo la fine del rapporto.
E’ questa particolare inclinazione verso l’altro a provocare l’incanto di “attimi di beatitudine”. Perché l’incanto è legato alla trasmutazione del reale attraverso quella meraviglia che eleva lo spirito dalla quotidianità.
Le stesse notti bianche – che fanno, non tanto da sfondo, quanto da crogiolo metaforico alla narrazione dostojeskjiana – si originano da una particolare inclinazione dell’asse terrestre rispetto al piano dell’orbita intorno al Sole.
Inclinazione che provoca il fenomeno per cui il Sole, non scendendo mai abbastanza sotto l’orizzonte, impedisce il buio completo. Lasciando così il cielo in una condizione di penombra continua.
Inclinazione assai suggestivamente restituita, qui, da una scena le cui pareti sono abitate da un insolito equilibrio di forze, che rimanda allo spettatore la sensazione sotterranea di un erompente desiderio di trasformazione. La cura delle scene è di Francesca Tunno; la realizzazione è opera del Laboratorio scenotecnico del Teatro di Roma.
E’ infatti dentro un‘alchemica architettura di stati liminari – tra giorno e notte; tra il sé e l’altro da sè; tra desiderio immaginifico e impegno reale; tra dimensione conscia e dimensione inconscia – che Dostoevskij dona forma a questo meraviglioso romanzo sentimentale, specchio delle ansie e dei desideri di una società in attesa di confrontarsi con una dirompente primavera.
Condizione esistenziale ben incarnata dalla scelta stilistica di utilizzare prevalentemente la forma dialogica. La quale – attraversando le dinamiche amorose esplorate nel romanzo sentimentale – arriva a confrontarsi con conflitti universali quali: l’affermazione dell’individuo contro le convenzioni sociali; la ricerca di autenticità e l’integrazione tra ragione e passione; il passaggio dalla giovinezza alla maturità.
(ph. Manuela Giusto)
Protagonista principale di questa trasformazione è un giovane 26enne, rappresentante dell’archetipo dell’ “Uomo superfluo”. Non ha un nome proprio: è Il Sognatore. Un “tipo” di intellettuale della Russia degli anni 30-40 del 1800 nel quale si include, almeno fino ad un certo periodo, lo stesso Dostoevskij.
Un giovane uomo, Il Sognatore, per il quale Dostoevskij immagina e auspica una trasformazione: come è accaduto a lui. Una trasformazione ferocemente fertile come la primavera, dirompente come l’energia spesso incontrollabile dell’amore. Un passaggio quindi dallo stato di quiete ad una vitalità estrema: una forma di sovvertimento degli equilibri e quindi una rivoluzione vitale, così negata e troppo poco cercata dagli intellettuali immersi nel contesto politico russo del periodo.
I quali, privi di libertà di espressione e delusi dalla realtà sociale, come reazione all’asfissiante regime autocratico dello Zar Nicola I, trovano rifugio nell’isolamento, nella letteratura e nell’idealismo romantico.
Non è un caso che Le notti bianche esca sulla rivista “Quaderni patriottici”.
Assai suggestivamente, qui in scena, questa reazione d’isolamento viene restituita dalle proiezioni video di Alessandro Papa che – abitate da un continuum trasformativo di angoli di luce e di ombra – parlano di confine, di scelta. Ma anche di ricerca di relazione con un centro.
E le proiezioni di Alessandro Papa – con la complicità del disegno luci di Massimo Munalli – ben ci immergono in una bidimensionalità dai colori puri, che ci parla anche del bisogno di emozioni immediate, di relazione, di contatto, oltre che di isolamento. La prima risposta, infatti, che il Sognatore si dà cercando di analizzare il suo senso di angoscia, allude al terrore che tutti si allontanino da lui. Prova che, alla reazione a rifugiarsi all’angolo della vita politica, si associa l’angoscia di restare confinati nell’angolo, cioè esclusi dallo sguardo e dall’interesse dell’altro. Contatto che ci fa esistere, che ci dà la prova di esistere.
Acutamente quindi la regia di Lucia Rocco fa sì che questa acuminata geometria scenica “s’incontri” con le linee morbide di una panchina. Spazio pubblico incline alla socializzazione, che ospiterà l’esplosivo incontro tra lui e lei: Il Sognatore e Nasten’ka.
(ph. Manuela Giusto)
Un incontro che inizialmente avviene su un ponte: luogo per eccellenza della transizione, archetipo del cambiamento e della riconciliazione, che connette due sponde altrimenti separate.
“Perché tremate?” – è la prima domanda che lei (una penetrante Francesca Piccolo) gli rivolge, una volta calmatasi la concitazione per lo scampato pericolo di aggressione, da cui la salva Il Sognatore.
E lei, che in lui a qualche livello si specchia, sente nel suo tremare la vulnerabilità propria dell’incontro con l’ignoto, con il sacro: con la perdita di controllo dell’ Io di fronte a forze soverchianti che aprono ad un nuovo orizzonte. E nel rendere il deflagrante e buffo passaggio di stato da un’emozione all’altra, la sensibilità interpretativa di Paolo Cresta è davvero sorprendente.
E questo il primo segnale di una nuova e dirompente primavera.
Quella primavera che Il Sognatore aspettava e che nelle ore precedenti aveva iniziato a manifestarsi attraverso il varco dei confini del suo solito e ossessivo percorso cittadino. Un’insolita inclinazione, questa, che a tarda notte torna a manifestarsi attraverso il suo spingersi fisicamente intimo verso una donna, sola, in lacrime, preda di un aggressore.
Quella primavera che sgorga dalle lacrime e dalla risata di lei: magnifico collante relazionale, capace di comunicare complicità.
(ph. Manuela Giusto)
E la reazione del Sognatore non si fa attendere: è un primo incendio.
Anche questo lei aveva intuito in lui – “siete polvere che prende fuoco in un attimo”. “Ma siete nemico di voi stesso !”.
“Che tipo di persona siete?”.
Lui – lasciandosi invadere da questa domanda – osa maldestramente, si sporge intrepidamente e le rivela di essere “un tipo” (di appartenere cioè ad una categoria indifferenziata), “un uomo ridicolo”, “originale” (lontano dalla normalità: un sognatore che vive in un angolo).
E allora lei, anche per allontanarlo dal suo fare solitario, lo introduce a un patto paradossale: “non dovete innamorarvi di me”. Che comunque è un loro rito, e quindi qualcosa che va oltre il mero accordo. Anzi, a suo modo, è un vincolo di fiducia che trasforma la promessa in un’identità condivisa.
E’ una primavera destinata a fluire e a ricominciare. Ancora.
Ora lei sente che può raccontarsi a lui. E gli rivela che a suo modo ha vissuto un’esperienza molto simile alla sua di sognatore: anche lei è stata mutilata nella sua esuberanza vitale. Non da frangenti socio-politici ma da frangenti familiari, comunque prima forma di società civile.
(ph. Manuela Giusto)
Ed è meraviglioso come la regia di Lucia Rocco – valorizzata dalle suggestioni sonore di Ran Bagno in sinergia alle suggestioni armoniche di Lea Giammattei – abbia immaginato e restituito questa forma traumatica di negata esuberanza vitale, decisamene iper protettiva. La immagina cioè – con l’elegante complicità di Francesca Piccolo – come la ballerina di un carillon: bloccata meccanicamente nei suoi spostamenti spaziali.
E sebbene poi Nasten’ka tornerà a legarsi all’uomo (qui interpretato da Andrea Codognato) che stava aspettando da un anno e che quella sera in cui il Sognatore la incontra lei stava aspettando in quanto giorno del suo possibile ritorno – la primavera attivata nel Sognatore resta.
E come la pioggia che suggella il mattino successivo alla notte quarta – in cui i due si lasciano per unirsi in realtà in un nuovo patto che non esclude nessuno – scendendo dal cielo feconda la terra e permette alla natura di germogliare, così le lacrime del Sognatore inaugurano una nuova primavera. Che ogni anno si rinnoverà grazie a ciò che resta di questa esperienza di “attimi di beatitudine” relazionale. Essendo il Sognatore oramai entrato in un ciclo che ogni volta si rinnova, e che ogni volta chiede adattabilità al mutamento.
Lucia Roccco
Un adattamento e una regia – questi di Lucia Rocco – che intensificano l’invito tutto dostoevskijano a incuriosirsi del meraviglioso mistero rappresentato dal nostro stare al mondo. Come già a 18 anni Dostoevskij dichiara in una lettera al padre del 16 agosto 1839:
“L’uomo è un mistero. Un mistero che bisogna risolvere, e se trascorrerai tutta la vita cercando di risolverlo, non dire che hai perso tempo; io studio questo mistero perché voglio essere un uomo”.
Uno spettacolo andato in scena in prima nazionale al Teatro Torlonia
E’ inverno: una stagione della vita che parla di introspezione. E di promessa di rinascita.
Soffia vento e crepitano tuoni fuori dal camerino di un teatro – luogo dell’animo oltre che luogo scenico – nel quale un attore sceglie di rifugiarsi, “prima” dell’inizio della sua ultima replica dello spettacolo “Il temporale” di August Strindberg.
Sebbene solitamente abitato da attese frementi, questa volta il camerino accoglie un attore che non ha alcuna ansia di gettarsi alla ribalta. Preferisce altro: qualcosa che ancora non sa, ma che ha interesse a conoscere.
Ha paura. Ha paura dell’approssimarsi della fine. E sceglie di accoglierla lì in casa: nel camerino del teatro. Nel suo “teatro da camera” strindberghiano.
L’acuta cura delle scene di Marco Rossi e Francesca Sgariboldi fa sì che il grigiore delle pareti del camerino trovi alimento da una pavimentazione ancora verde. Ancora vitale.
L’attore è lì e attende una fine metaforica, necessaria e propedeutica ad una nuova rinascita. E si dà ospitale: come un albero. La sua è una postura aperta, anzi spalancata, come un solstizio d’inverno: il culmine delle tenebre ma anche il circolare inizio del ritorno della luce.
E’ inquieto, ma disponibile ad accogliere quella carica di forte trasformazione che sente arrivare.
L’accurata regia di Massimo Popolizio dona a Umberto Orsini la possibilità di rivivere la bellezza dirompente del caos necessario al preludio di ogni rinnovamento. E’ lui, Orsini, l’attore dal vitalismo vibrantemente naturale che qui, in scena, si racconta con stupefacente freschezza fisica e metafisica.
E una sorta di temporale, in effetti, irrompe nel camerino scatenato dall’incontro con un libro. Un libro intimamente legato alla sua vita, che misteriosamente qualcuno gli fa recapitare, lasciandolo sul tavolo del suo camerino.
Umberto Orsini inizia allora, come un albero, a spogliarsi: il suo raccontare e’ come un lasciar che si stacchino foglie di ricordi, che registicamente Popolizio rende attraverso lo sfoglio delle pagine del libro appena ricevuto. Ricordi, legati agli incontri più importanti della vita percorsa da Orsini fino ad ora.
Perché sono certi incontri particolarmente significativi a far sì che la nostra vita assuma una forma, continuamente modellata dal susseguirsi di altri incontri speciali.
Il biglietto anonimo che accompagna il libro dice: “Per Umberto, il ragazzo che non si ferma mai” ed il libro è proprio il “suo” libro: quello tanto amato da ragazzo. Letto e riletto varie volte. Proprio perché, ieri come ora, da questo libro Orsini “è letto nel profondo”.
(ph. Claudia Pajewski)
E’ grazie al nuovo incontro con questo libro, e alle emozioni tempestose che ne conseguono, che può scatenarsi uno scroscio di ricordi che la regia di Popolizio ci permette di “vedere con i suoi occhi”: quelli di Orsini (la cura dei video è di Lorenzo Letizia).
Il libro è “Dove corri Sammy” di Budd Schulberg: un piccolo romanzo che esplora l’ambiente competitivo e spesso privo di etica di Hollywood, durante la sua epoca d’oro. Per il giovane Orsini – che lo ricevette in dono da Romolo Valli, che aveva notato il suo forte desiderio di arrivare e glielo aveva consegnato con affetto e con ironia – è una sorta di romanzo di formazione sulle conseguenze di un’ambizione sfrenata, e più in generale sul costo del successo. Un libro che rimase fra loro come “un codice segreto”.
Il giovane Orsini, infatti, era scappato dalla provincia per approdare nella città che per lui rappresentava l’America: Roma. Letto nella sua autentica vocazione d’attore dalle ragazze dello studio dove stava crescendo come avvocato, si presenta all’esame d’ammissione dell’Accademia d’Arte Drammatica Silvio D’Amico e viene preso, portando “L’uomo dal fiore in bocca” di Pirandello. Complice del successo, forse, anche un altro incontro di buon auspicio: quello in treno, durante il viaggio da Milano a Roma, con Orson Welles.
All’eredità contenuta nel testo galeotto di Pirandello – la disperata ricerca del valore della vita attraverso la consapevolezza della morte imminente – inizia ad associarsi il contributo onirico di sogni dove, ad esempio, una vibrante Virna Lisi lo invita a seguirla, sebbene lui sia avanti con gli anni e lei giovanissima. Si innamorerà perdutamente, Orsini, di attrici bellissime: saranno esperienze indimenticabili.
E poi ritorna l’emozione per il primo copione, le esperienze fortunatissime con il cinema, l’importanza dei fotoromanzi: tante emozioni dolci, eccitanti, tristi, malinconiche, traumatiche. Un caos emotivo in cui è sostenuto dal conforto del rito della sigaretta: interrotto, ogni volta, dal pronto intervento in camerino di un giovane vigile del fuoco: un efficacissimo Flavio Francucci, inizialmente glaciale nel suo rigore, ma poi intercettato emotivamente da Orsini nella sua calda e fragile umanità.
E in lui Orsini individua la persona giusta per una sostituzione dell’ultimo minuto: quella per il ruolo dell’ “uomo che porta il ghiaccio”. Personaggio de “Il Temporale” di Strindberg, che qui si allontana dalla sua natura fantasmatica per parlare concretamente, invece, di come ci possa essere una solida complicità tra le varie età della vita. Ne è prova anche l’altra giovanissima attrice in scena: l’incisiva sarta Diamara Ferrero. Sebbene anch’essa con una funzione “da grillo parlante”, in realtà si rivela amorevolissima con l’Orsini attore, al quale dichiara fin dall’inizio: “a me piace stare qui, con lei”.
E non a caso lo spettacolo “si chiude” con la complice circolarità di “un nuovo inizio”: l’alzarsi del sipario su “Il Temporale ” di Strindberg.
Perché così è la Vita, e così è il Teatro: un continuo finire per continuamente incominciare.
Ora – attraversato “il suo” inverno introspettivo – l’attore Orsini torna a sentire il gusto eccitante di quella nuova primavera che lo spinge a nascere alla sua ultima replica de “Il Temporale” di Strindberg. Perchè lui è “Umberto, il ragazzo che non si ferma mai”.
A dire il vero, forse, il vero temporale è quello che si è scatenato al termine dello spettacolo: dalla platea gremita e da tutti i palchetti, prorompenti applausi hanno continuamente richiamato sul palco un attore, che il pubblico non riusciva a smettere di acclamare con entusiastica esultanza.
Lo spettacolo, che nasce da un’idea di Umberto Orsini e Massimo Popolizio, è prodotto dalla Compagnia Umberto Orsini.
Al momento di prendere posto in sala, la regia di Arturo Cirillo sceglie di riempirci gli occhi con un’autorevole superficie solida, frontale, ben definita. Adagiata su basi d’insostenibile leggerezza (la cura delle scene è di Dario Gessati). Suggestiva allusione freudiana a quell’ “io, che non è padrone in casa propria”, concetto a qualche livello già inscritto all’interno del testo del 1737 di Pierre de Marivaux, acutissimo osservatore dell’animo umano.
Nel testo, infatti, si congegna un rapporto servo-padrone che va al di là di una prima lettura: qui infatti sono proprio coloro che dovrebbero (solo) servire, a indirizzare in maniera sotterranea e complice il desiderare dei padroni. E non solo. Tutti si somigliano: tutti sono un po’ servi e un po’ padroni. L’onesta Araminte, ad esempio, scoprirà ad un certo punto di non essere poi così lontana dall’intrigare proprio dei suoi servi; così come i servi, nell’orchestrare più o meno consapevolmente l’unione tra Araminte e Durante, metteranno in gioco dinamiche da padroni. Una dialettica quella servo-padrone che sarà presa in esame nella “Fenomenologia dello spirito” di Hegel (1807) e successivamente riletta da Jacques Lacan, negli scritti dell’immediato dopoguerra, come lotta per il riconoscimento del proprio desiderio da parte del desiderio dell’altro. Dialettica qui in scena ben evidenziata in ogni aspetto della regia e sottolineata con particolare efficacia – inquietantemente erotica – dalla drammaturgia musicale (la cura del suono è di Federico Mezzana).
Di questo ci parla, infatti, fin dall’inizio la scena: di come dietro a costruite solide apparenze sociali si celi in realtà qualcosa di più raffinatamente irrazionale, capace di sconvolgere ciò che poi così solido si dimostra non essere. Perché il motore delle azioni umane più autentiche si dà in ciò che sta dietro la facciata – come suggestivamente visualizzato dal meccanismo scenico – e che può essere tirato avanti.
Ad esempio attraverso un ritratto.
Perché il ritratto è il risultato dello sguardo di qualcun altro su di noi, che promuove una più profonda conoscenza di noi stessi. Un ritratto che qui in scena scopriamo visualizzarsi sul retro di quella facciata così apparentemente solida e ben definita – ma che a ben guardare si componeva di vari tasselli – che ci accoglieva al momento di prendere posto in sala. Un ritratto che, inoltre, si dà attraverso una moltitudine di ritratti, in quanto le varie anime di un soggetto possono essere scomposte da quell’apparente unicum che è dato dalla facciata: maschera tra le tante, che scegliamo di indossare.
La lettura registica e la traduzione del testo originale di Marivaux da parte di Arturo Cirillo riflettono un paesaggio interiore che invita lo spettatore a interrogarsi: dove la risata viene declinata in una torsione d’autenticità; dove una determinata postura e una certa prossemica in secondo piano divengono narrazione. Una narrazione che ci parla dei vari modi di essere umani, attraverso segreti sedimentati in gesti, in silenzi.
E allora ci si chiede: che cosa anche noi riusciamo davvero a vedere, e cosa invece ci sfugge? Proprio come si chiede Araminte: “Che cosa c’è dunque che voi riuscite a vedere e io no? Non so penetrare in queste cose; confesso che mi ci perdo”. Eloquentemente intrigante si rivela qui la drammaturgia del disegno luci – curata da Pasquale Mari – sapientemente scritta giocando sugli effetti del controluce.
Così come molto ben restituita dagli interpreti è l’energia sotterranea di ciascun personaggio. Ad iniziare dall’Arlecchino di Francesco Petruzzelli: incarnazione di quella vitalità e di quello scapestrarsi giocoso, che richiedono oltre che doti acrobatiche anche sensibilità dalle sfumature demoniache, di cui Petruzzelli offre una restituzione davvero accattivante. Interessante anche la rivisitazione del suo abito – la cura dei costumi è di Gianluca Falaschi – che sottende ad una natura più contemporanea di scugnizzo glamour.
Dubois, artefice e regista di tutta la macchinazione narrativa – metafora del lavoro psichico di complice conflittualità delle aree sotterranee del nostro inconscio – desidera ambiguamente condurre Dorante nelle braccia di Araminte. Un servitore, Dubois, che si attiva anche in risposta all’inattività creativa del suo Dorante che, caduto in disgrazia, dismette il ruolo dialettico di padrone. Dorante infatti, avendo perso le sue ricchezze materiali, crede di aver perso anche tutte le possibilità per esprimere la propria indipendenza.
Sarà allora il servitore Dubois che con il suo sotterraneo lavoro creativo servirà il suo padrone facendone velatamente le veci. Dorante in fondo gli lascia carta bianca.
E Arturo Cirillo è maledettamente efficace nel vestire i panni lusinghevolmente serpeggianti di colui che inganna attivando una tensione tale, da risvegliare le parti più nascostamente creative di ognuno dei personaggi. Sagacemente Gianluca Falaschi lo veste con un completo di lino: un tessuto naturale, fluidamente osmotico, come la sua natura. Accessoriandolo con uno scettro: un elegante piumino scaccia-polvere. E con un elegante fazzoletto: straccio anti-traccia complice del suo continuo spiare, per verificare l’andamento delle sue “creazioni”.
Un servitore, il Dubois di Cirillo, che per il suo caos liberatorio ricorda la Maschera di Pulcinella: simbolo poliedrico dell’uomo comune capace di incarnare resilienza, astuzia, ironia e ribellione.
(ph. Manuela Giusto)
Così come la musicale Marton di Giulia Trippetta ricorda la Colombina della Commedia dell’Arte per astuzia femminile, intelligenza pratica, vivacità sbarazzina, malizia garbata e capacità nel gestire intrighi amorosi. Qui Falaschi la veste in nero come ad evidenziare la sua capacità a muoversi nell’ombra, soprattutto quando scopre di avere rivali in amore.
L’oggetto del contendere è Dorante, un giovane uomo in piena crisi esistenziale. Falaschi lo veste con tutti i toni del nero per evidenziare questa sua assenza di luce. Ma come nessun nero riesce a schermare totalmente la luce, così la psiche di Dorante ne lascia passare spiragli che – captati e sapientemente indirizzati dal suo servitore Dubois – porteranno a un nuovo inizio vitale per Dorante. Giacomo Vigentini sa restituire tutta la freschezza che fa capolino in ogni frase piena di sconforto. E’ una qualità del respiro, la sua, che parla di una lotta continua tra la tentazione a deprimersi e una prepotente spinta vitale “a provarle tutte”.
Si sintonizza perfettamente a questa qualità del respiro, l’Araminte di Elena Sofia Ricci. Entrambi brillano di questa continua concitazione interiore che li tormenta di timori e di dubbi. Finche non vivranno un’evoluzione che porterà entrambi a conoscere meglio se stessi, proprio grazie allo sguardo dell’altro. Magnifica la trasformazione dell’Araminte di Elena Sofia Ricci, accompagnata dagli abiti di Gianluca Falaschi: una donna che riscopre tutto il fermento creativo della sua femminilità.
Fermento che eredita da sua madre: l’irresistibilmente tagliente Signora Argante di Orietta Notari. Che – seppur incasellata nei pregiudizi di cliché sociali – è abitata da una turbolenza interiore che fatica a contenere. Non a caso l’estro di Falaschi la immagina in uno scintillante tailleur nero, coronato da un’acconciatura dai capelli di un grigio-turchino. Cromatismo che parla di una natura materna paradossalmente salvifica, esemplificata nell’affermazione: “Questa è mia figlia: ingannatela, se volete farle del bene”.
Di bellezza travolgente i suoi contrasti con lo zio di Durante, il Signor Remy – suo rivale in qualità di procacciatore d’affari – interpretato da un seducentemente irrefrenabile Rosario Giglio. Mentre infatti la Signora Argante, ambisce per sua figlia a un matrimonio di prestigio, che la innalzi socialmente, spingendola a sposare il Conte Dorimont – l’elegantemente misterioso Giacinto Palmarini – al contrario il Signor Remy, avvocato concreto, mira a un matrimonio per suo nipote Dorante che garantisca sicurezza economica, proponendogli (inizialmente) di sposare Marton.
Uno splendido spettacolo, questo di Arturo Cirillo, dal carattere decisamente adrenalinico nell’indagare profondità nascoste e interrogativi spesso enigmatici. E che proprio per questo suo carattere riesce ad attraversare traversalmente il pubblico, contagiandolo di una creativa tensione energizzante.
che rileggono il mitoattraverso le urgenze della contemporaneità,
tra istanze di pace e nuove forme di partecipazione collettiva.
Dando vita ad una geografia creativa che ridefinisce il Teatro Romano di Ostia
come un palcoscenico globale e un’agorà comune,
dove l’identità storica millenaria incontra la visione artistica più avanzata del nostro tempo
Il Teatro di Roma
forte dello straordinario riscontro di pubblico
della Prima edizione del Teatro Ostia Antica Festival. Il senso del Passato,
inaugura la Seconda edizione
che dal 25 Giugno al 18 Luglio 2026
torna ad animare il palcoscenico Millenario del Teatro Romano di Ostia.
Alessandro D’Alessio, Francesco Rocca, Francesco Siciliano, Alessandro Onorato, Luca De Fusco
Alla Conferenza Stampa del 20 Aprile u.s per la Presentazione del Programma della Seconda edizione del Teatro Ostia Antica Festival. Il senso del Passato sono intervenuti:
il Presidente della Fondazione Teatro di Roma Francesco Siciliano,
il Presidente della Regione Lazio Francesco Rocca,
l’Assessore ai Grandi Eventi, Sport, Turismo e Moda di Roma Capitale Alessandro Onorato
il Direttore del Parco archeologico di Ostia antica Alessandro D’Alessio
il programma è stato illustrato dal Direttore artistico Luca De Fusco
Il Presidente della Fondazione Teatro di Roma Francesco Siciliano apre i lavori con i saluti istituzionali sottolineando quanto la recente estensione del Teatro di Roma – rappresentata dalla creazione del Teatro Ostia Antica Festival. Il Senso del Passato – sia stata sin dall’inizio fortemente desiderata dal Direttore Artistico Luca De Fusco. E si è molto investito sulla realizzazione di questo sogno, dove preziosa si è rivelata anche la disponibilità entusiastica con la quale tutto il personale del Teatro di Roma ha risposto nel collaborare in un’attività continuativa, che impegna il Teatro di Roma 12 mesi l’anno. I risultati sono arrivati, e ancora più luminosi di quanto si era immaginato: il Festival ha realizzato solo sold-out in tutte le repliche. Meravigliosamente sorprendente è stata anche – continua il Presidente Siciliano – l’immediata disponibilità della comunità romana a spostarsi sul Litorale, per godere della speciale bellezza degli spettacoli presentati al Teatro di Ostia Antica.
E’ seguito l’intervento del Presidente della Regione LazioFrancesco Rocca che ha manifestato grande orgoglio per la riapertura – dopo 25 anni di inattività – del Teatro di Ostia antica e per il successo del Festival, che ha superato tutte le scommesse iniziali. Un Festival che sicuramente ha lasciato il segno nella sua Prima edizione – e che è destinato a lasciarlo in futuro – di cui va sempre più sottolineata l’unicità. In un’ottica di valorizzazione ad ampio raggio, la Regione Lazio ha iniziato anche il recupero e la valorizzazione del Litorale di Ostia, con l’obiettivo di restituire la dovuta visibilità a questo splendido spazio turistico, allontanandolo sempre più dall’attenzione mediatica per i fatti di cronaca. Il Presidente Rocca ha tenuto a rimarcare, inoltre, come il suo impegno si avvalga della preziosa collaborazione del Sindaco di Roma Roberto Gualtieri, costantemente disponibile al dialogo.
La parola è passata al Direttore del Parco archeologico di Ostia anticaAlessandro D’Alessioche ha sagomato l’attenzione sugli importanti lavori di recupero che anche recentemente sono stati ultimati per mantenere la superba bellezza del Teatro di Ostia Antica, proseguendo lungo il percorso segnato dalla grandiosa e appassionata impresa del primo direttore dei lavori di scavo Guido Calza. Inoltre – in un’ottica di valorizzazione sinergica tra Teatro e Rappresentazioni sceniche – D’Alessio ha annunciato che saranno disponibili visite guidate tematiche, che valorizzeranno il Teatro a seconda dello spettacolo che vi si svolgerà.
L’Assessore ai Grandi Eventi, Sport, Turismo e Moda di Roma Capitale Alessandro Onorato inizia il suo intervento valorizzando il clima di collaborazione che ha riscontrato con tutti i partner della squadra di lavoro, nonostante i diversi colori politici a cui ciascuno appartiene. Sottolinea poi come è stata sua cura valorizzare la visibilità dell’area archeologica di Ostia, una delle più estese in Italia, attraverso iniziative riguardanti il mondo del cinema, della moda e dello sport. Ospitando, ad esempio, le finali dei Campionati Europei di Tiro con l’Arco Paralimpico e facendo tornare il Giro d’Italia a Roma e sul Litorale di Ostia.
Il Direttore Artistico Luca De Fusco, a testimonianza del suo grande trasporto per la riapertura del Teatro di Ostia Antica, ha ricordato come già ai tempi del suo primo incontro con il Presidente della Regione Lazio Francesco Rocca abbia cercato subito di proporre, trovando pronta accoglienza, di riaprire il Teatro Antico. Forte dell’esperienza di quando, in qualità di Direttore del Teatro di Napoli, De Fusco aveva promosso la riapertura del Teatro Grande di Pompei. Con l’obiettivo non solo di realizzare un progetto straordinario ma di mantenerne la stessa straordinarietà nella continuità, nel tempo. A questo proposito De Fusco ha tenuto a sottolineare il vivo impegno di tutti i Capi settore: da Sandro Pasquini responsabile del Settore Tecnico e Allestimenti a Carolina Pisegna responsabile del Settore Produzione e Programmazione; da Paola Folchitto Responsabile Comunicazione, Promozione e Marketing a Silvia Cabasino Responsabile delle Attività culturali e Internazionali. De Fusco ha espresso inoltre piena soddisfazione per il Programma di questa Seconda edizione del Festival, che aprirà con uno spettacolo – Le Baccanti – del più grande regista greco vivente: Theodoros Terzopoulus. Seguirà la Lysistrata di Asterios Peltekis, direttore artistico del Teatro nazionale di Salonicco. Quella di Ostia sarà la prima italiana e poi lo spettacolo passerà a Epidauro: il teatro greco più famoso per le sue dimensioni, per la la sua perfezione acustica e per la capacità di circa 14.000 spettatori. Il Festival proseguirà con il Requiem(s) di Angelin Preljocaj: uno spettacolo di danza di altissimo livello, presenza fortemente voluta dalla nuova direttrice artistica Under 35 Lea Giammattei. Conclude e suggella la programmazione di questa Seconda stagione l’Alcesti di Euripide secondo Filippo Dini. Uno spettacolo che debutterà l’8 Maggio al Teatro Greco di Siracusa. Quella di portare ogni anno al Teatro Ostia antica Festival. Il Senso del passato un titolo del Teatro Greco di Siracusa, diverrà una costante di questo Festival – conclude il Direttore artistico De Fusco.
Il Direttore artistico Luca De Fusco
Il Festival
si conferma un appuntamento internazionale di eccellenza
capace di far dialogare la potenza del mito classico con i linguaggi più innovativi della scena contemporanea
NEL SEGNO DELLE CREAZIONI DI QUATTRO GRANDI MAESTRI DEL PALCOSCENICO:
THEODOROS TERZOPOULOS
dirige Le Baccanti di Euripide, un rito metafisico sull’archetipo dello straniero
25 I 26 giugno
ASTERIOS PELTEKIS
in prima nazionale con Lysistrata di Aristofane, una commedia politica sulla disobbedienza civile –
4 I 5 luglio
ANGELIN PRELJOCAJ
presenta Requiem(s), una danza di corpi tra finitudine ed eternità
10 I 11 luglio
FILIPPO DINI
con Alcesti di Euripide, un affondo sul sacrificio e il ritorno
17 l 18 luglio
Il viaggio artistico del Festival si inaugura celebrando la radice dionisiaca e rituale del teatro con Le Baccantidi Theodoros Terzopoulos (25 e 26 giugno), una messa in scena monumentale che spoglia il tragico euripideo di ogni storicismo per trasformarlo in un’esperienza metafisica e in un’urgente riflessione sull’archetipo dello “straniero”.
Theodoros Terzopoulos – (ph. Johanna Weber)
Da questo rigore arcaico si approda alla forza civile e dirompente della Lysistratadi Asterios Peltekis (4 e 5 luglio), inprima nazionale, dove la commedia aristofanea si proietta nello specchio dei conflitti moderni, trasformando lo storico “sciopero del sesso” in un atto di disobbedienza politica contro l’entropia della guerra.
Asterios Peltekis
Il percorso si eleva poi verso le riflessioni spirituali e l’estetica potente di Angelin Preljocaj con Requiem(s) (10 e 11 luglio), un’architettura di corpi e bellezza che esplora il confine tra la finitudine umana e l’eternità dell’arte, tramutando la ferita del lutto in una celebrazione della vita.
Angelin Preljocaj
Il Festival giunge infine all’indagine psicologica sull’ambiguità dell’amore e del sacrificio nell’Alcesti di Filippo Dini (17 e 18 luglio), una rilettura visionaria che scava nelle zone d’ombra del mito per scandagliare le implicazioni umane più profonde e il mistero perturbante della soglia tra vita e morte.
Filippo Dini – (ph. F. Centaro)
Ne emerge una costellazione multidisciplinare composta da quattro tasselli che riconducono al mito universale riletto attraverso le urgenze della contemporaneità, tra istanze di pace e nuove forme di partecipazione collettiva. Non semplici frammenti, ma stazioni di un’unica geografia creativa che ridefinisce il Teatro Romano di Ostia come un palcoscenico globale e un’agorà comune, dove l’identità storica millenaria incontra la visione artistica più avanzata del nostro tempo.
Nel solco delladialettica istituzionale che anima la manifestazione, l’incontro tra il patrimonio archeologico e l’arte teatrale si realizza anche grazie alla collaborazione con il Ministero della Cultura – attraverso il Dipartimento per la Valorizzazione Culturale e la Direzione Generale Musei – e con il Parco archeologico di Ostia antica, quest’ultimo al servizio di un’esperienza rinnovata dei luoghi della cultura rendendoli accessibili e trasformandoli in un volano di crescita per tutto il territorio.
Con un velo di timore incede attraversando il confine tra la vita e la morte.
In un raffinato darsi in controluce, ci invita a guardare oltre le apparenze, cercando ciò che resta celato: l’incontro-scontro tra la luce della coscienza e l’ombra dell’ignoto.
In questa dimensione intima e poetica impellente è per lei, che ad ogni cosa attribuiva un’anima, il desiderio di toccare il nuovo luogo.
Un luogo abitato da covoni di grano, simbolo ancestrale di fertilità e di rinascita, e da ciò che resta, dopo i bombardamenti, del suo amato Palazzo a Palermo.
Nella cui arcata centrale scopre legata un’altalena. La saggia con le mani – entrando in relazione con la sua anima – e poi vi sale sopra con la leggerezza di una creatura alata.
Ecco allora che – dondolandosi tra cielo e terra, tra vita e morte, tra paura e gioia, tra infanzia e maturità – scopre di poter sognare ancora. Così, come sospesa tra due mondi.
(ph. Salvatore Pastore)
Una condizione della coscienza in fondo non troppo lontana da quando, in vita, la morte veniva a farle brevi visite in concomitanza di emozioni troppo forti: “una stranezza che nel tempo aveva imparato a considerare un dono”, come si può scoprire leggendo l’affascinante romanzo di Ruggero Cappuccio“La principessa di Lampedusa”.
Una confidenza con la morte che riassaporò a forti dosi quando il 9 maggio del 1943 – in preda ad “una pulsione segreta al ritorno” – si spinse nel rischio di un viaggio tra le rovine, pur di ritornare dalla sua Palermo. Ed è con un verso di Rainer Maria Rilke che suggella questa lacerante esperienza: “Era certo strano non abitar più la terra”.
(ph. Salvatore Pastore)
Lei è Beatrice Mastrogiovanni Tasca Filangieri di Cutò, ultima Principessa di Lampedusa: donna affascinante per bellezza, cultura, ardire e umanità. Mamma di Stefania (prematuramente morta) e di Giuseppe, futuro autore de “Il Gattopardo”.
Complice la scrittura dalla fulgente eleganza di Ruggero Cappuccio, capace di sedurre lo spettatore facendo sua una musicalità chirugica che profuma di sacro – in scena Beatrice continua ad essere visitata da quella memoria, che lei amava così tanto tutelare, e che neppure ora l’abbandona. Ancora qui, in una temporalità nebulosa scandita da chiarori e da imbrunire, preludio ad un instancabile concertare di grilli: come quando le finestre dei balconi erano aperte, nei pomeriggi estivi, a Palazzo Lampedusa.
Ruggero Cappuccio
Nella Principessa Beatrice, qui un’incantevolmente carnale e metafisica Sonia Bergamasco, tutte le voci che hanno composto la sinfonia della sua storia continuano a vivere. E la Bergamasco con un fantasmagorico guizzo melodico sa riprodurle. E ne gode. Lo leggiamo già dalla postura delle sue spalle, dalle intriganti torsioni, dalla dolce tensione dei suoi piedi nudi, ancor prima che si volga verso di noi e ci riveli la luce dei suoi occhi, colmi di mistico e folle desiderare.
E poi le si accende l’olfatto. Quel senso che lei considera così legato alla liturgia della speranza e all’afrore dell’alcova. “Chi avrebbe mai potuto immaginare che anche dopo la morte si potesse ancora sentire, desiderare, sognare!” – esclama in un’eccitazione estatica.
E in un continuo dondolio emotivo: “è strano abbandonare il proprio nome come un giocattolo rotto… è strano essere morti”.
Ma ecco il momento del risveglio del gusto: le arriva allora una voglia pazza di assaporare un riccio con il limone, e poi alghe e poi vongole. “Sempre sapori! non mi basta mai niente!”. Ride di piacere. Ed è un piacere ascoltarla.
Arriva poi il gusto di raccontare della relazione tra le Due Sicilie: personificate nell’esuberanza amorosa tra una donna (l’Etna) e un uomo (il Vesuvio). Gusto che si lega al ricordo della sua storia amorosa con il celebre imprenditore palermitano Ignazio Florio, vissuta sullo sfondo della Belle Époque siciliana.
Il piacere dondola in lei e continua a cambiare forma. Prima è l’amato ricordo di suo figlio Giuseppe e poi i vizi della Sicilia. A cui non importa fare bene o fare male: “noi non perdoniamo il peccato di fare … il sonno è ciò che i siciliani vogliono”.
E arriva anche l’accorato ricordo della piccola figlia Stefania: un trauma così immenso che la principessa per sopravvivere al dolore la immaginò incarnarsi dentro suo figlio Giuseppe, al quale a volte si rivolgeva anche al femminile. Un trauma che provoca commozione vera anche nella Bergamasco, che si lascia intimamente attraversare dalla traccia di questo dolore.
Ora la voglia è quella di tornare ancora una volta a Palermo, come quel 9 Maggio del 1943: quando da Capo d’Orlando, dove era sfollata, partì alle 4 del mattino in una carrozza guidata dal giovane “arcangelo alato” Leonardo Morello alla volta della sua città, dove sarebbe arrivata alle 15:30. Ma quello che vide superò ogni aspettativa: “Non c’è che dire, i Liberators americani ci hanno recapitato l’invito per l’Inferno”.
Tanta fu l’impressione, che la colse una sensazione di straniamento che le permetteva di guardare come se nulla le appartenesse. Ma poi, recuperata la consapevolezza di sè, torna in quel che resta della sua amata casa, estensione del suo corpo. Qui c’è sempre la sua fida testimone Eugenia a non perderla di vista. L’altro testimone è suo figlio Giuseppe, al quale consegnerà l’eredità di continuare la memoria della loro famiglia e della loro città: “se non la puoi abitare, allora lei deve abitare te”. Promessa di Gattopardo.
E dal momento che “saper uscire di scena è una delle qualità più alte a cui si possa aspirare”, lei sceglierà quale ultima sinfonia quella di dare un ballo proprio tra le macerie. A cui assolutamente non dovrà mancare Eugenia: “una festa così non la vedrai più”. Per gli abiti da sera degli invitati più in vista della città si sarebbero utilizzati i costumi di scena del Teatro Massimo, uno dei rari edifici rimasti indenni dai bombardamenti. Insieme all’ “edificio” della memoria: anzi, “la sua memoria” resterà per sempre, perché ci sarà Giuseppe e perché ci sarà Eugenia a far sì che venga conosciuta.
Ora, dopo aver goduto del dondolio del suo sognare, la Principessa di Lampedusa può ritirarsi, seguita da una nuova sinfonia di grilli.
Una sinfonia che tornerà a portarla in scena. Ancora.