Il berretto a sonagli

TEATRO QUIRINO, Dall’8 al 20 Novembre 2022 –

Perché scegliere di apparire per nascondersi, finendo per diventare invisibili e quindi annientarsi ? Ma perché così fan tutti: “pupi siamo! Pupo io, pupo lei, pupi tutti…ogni pupo vuole portato il suo rispetto non tanto per quello che dentro di sé si crede, quanto per la parte che deve rappresentar fuori”. E si sa: solo se ci adeguiamo immolandoci allo sguardo degli altri, si viene accettati.

Una rara edizione del 1925 de “Il berretto a sonagli” di Luigi Pirandello

Non è un sipario ma una “soglia”, quella tenda grigia che pare continuare fino a ricoprire tutto il proscenio. Il grigio è il colore del punto di vista: muta di significato a seconda di come lo guardiamo, proprio perché si presta ad essere un punto di sosta e di valutazione del mondo circostante. Perfetto per mandare in scena la poetica pirandelliana.

Buio: la tenda s’illumina di ombre. E noi del pubblico possiamo “spiare” cosa succede dietro questo apparente confine. Sono persone che corrono, che si affannano vorticosamente, come fantocci e poi se ne vanno: solo una donna resta ancora lì dentro. Sola. Sembra persa in un limbo tutto suo. Ma poi anche lei se ne va. “Cosa sarà successo?!?” -ci chiediamo noi del pubblico. “E poi?”.

Sono attimi in cui la curiosa morbosità di entrare e invadere la vita degli altri si fa insistente. E ci fa sollevare la tenda, questa “soglia” che per civiltà deve essere flebile e quindi oltrepassabile. Ci si rivela così un’invasione di spazi, interni ed esterni. Una subdola promiscuità: apparentemente elegante ma decadente (le scene sono di Alessandro Camera). Sulla destra notiamo un’altra tenda grigia: un’altra “soglia” e una scala che qualcuno, un fantoccio, ha usato per salire e arrivare a spiare in cima alla tenda. Da fuori, oltrepassando anche questa soglia. Ma non è il solo: altri stanno “spiando” ciò che accade in questo interno. Siamo sempre noi del pubblico che, senza la complicità della tenda frontale, per poter vedere senza essere visti ci siamo spostati dietro e di lato alla scena.

È la storia di un tradimento scoperto ma che la tradita vuole denunciare, contrariamente alle “convenzioni civili” che pretendono che chiuda gli occhi e non veda. Cosicché neanche gli altri vedano. 

La regia di Gabriele Lavia, ricca in acume, ci conduce con felpata eleganza (complice lo stesso palco drappeggiato da un’altra “soglia”) nei meandri di questa ipocrita geografia umana. Accarnandosi poi in un personaggio chiave, Lavia è anche un magnifico Ciampa, l’altro tradito che, da attento utilizzatore della “corda civile”, farà di tutto per evitare di indossare quel berretto a sonagli che “civilmente” la società fa calzare a chi ha perso la propria dignità risultando “un becco”, un cornuto.

Il disegno luci e le musiche seducentemente ossessive (sono del celebre compositore Antonio Di Pofi) enfatizzano quell’inclinazione sociale perbenista, che voluttuosamente s’infila serpeggiando in ogni fessura del privato. Sono inclini al “voyeurismo” anche i proiettori, qui diventati lampioni curiosi d’illuminare le vicende che avvengono in questo interno: uno squilibrato, ma apparentemente elegante, salotto di velluto rosso. Il canapè, avendo perso un sostegno, declina verso terra e così le poltrone, laddove non sono rovesciate.

Un macrocosmo che si riflette nel microcosmo della padrona di casa: Beatrice Fioríca, la moglie tradita del Cavaliere (una fascinosa Federica di Martino, ricca di evanescente plasticità). Anche lei, come il mobilio, subisce la forza di gravità delle apparenze civili. Con sgangherata eleganza si lascia cadere sul canapè e vi si spalma come fango. Finché un guizzo nervoso non la ridesta e repentinamente, come un felino, si rialza per reagire. Almeno finché la forza di gravità civile non la vince di nuovo.

Ad informarla della relazione extraconiugale del marito è la Saracena, l’accattivante androgina Matilde Piana, che Lavia fascia in un elegante tailleur da viaggio, capo d’abbigliamento maschile declinato sulla donna proprio in quegli anni che aprono il Novecento (i costumi sono ideati dagli allievi del Terzo anno dell’Accademia Costume &Moda). A compensare l’effetto eversivo e “incivile” della Saracena su Beatrice, c’è Fana ( una Maribella Piana di grande potenza espressiva) la vecchia serva di Beatrice, devota custode dei vizi della società. Il segreto, dice, è quello di cucirsi la bocca e di offrirli a Dio.

Ma non basta: pur attraversata dagli alti e bassi delle sue spinte emotive, Beatrice va avanti nel suo progetto di denuncia. E né la leggerezza dei passi di danza in cui la ingloba suo fratello Fifí ( un Francesco Bonomo deliziosamente elegante nella sua superficialità); né l’esibizione del modello di “donna civile” che Ciampa porta forzatamente al cospetto di Beatrice (sua moglie Nina, una sensuale Beatrice Ceccherini, dark lady dagli occhi bassi) , riusciranno a placarla.

E il delegato Spanò (un Mario Pietramala ieratico e intrigante certificatore di ridicole verità) arriva in casa per raccogliere la denuncia. La notizia giunge anche alle orecchie della madre di Beatrice (una Giovanna Guida disperatamente compassata) ma, anziché pentirsi e fare un passo indietro, Beatrice va avanti. Finché non sarà proprio un perverso guizzo dello scrivano Ciampa a capovolgere la situazione (un maliardo Gabriele Lavia che riesce a struggere lo spettatore nonostante la subdola e paradossale precarietà decadente del personaggio) . 

Con “Il berretto a sonagli”, il più amaro dei testi di Pirandello, Gabriele Lavia realizza qualcosa di speciale: “che induce”. Perché ci si conosce, grazie al vedersi rappresentati in scena.

La prima de “Il berretto a sonagli” al Teatro Quirino di Roma


Qui l’intervista a Gabriele Lavia su “Il berretto a sonagli” e non solo.


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