Al Teatro Vascello il secondo appuntamento del FESTIVAL del CO-HOUSING: ospiti Massimo Recalcati e Francesco Bruni

TEATRO VASCELLO

18 Aprile 2026

Con grande successo di pubblico Sabato 18 Aprile u.s. il Teatro Vascello ha ospitato il Festival del Co-Housing accogliendo coloro che hanno scelto di informarsi e di riflettere sull’opportunità del Co-Housing: l’abitare insieme per affrontare meglio la solitudine, la fragilità e la paura di invecchiare da soli. 

In risposta ad una domanda sociale crescente, il Marzo scorso Roma Capitale ha lanciato il Festival del Co-Housing, per informare ed orientare la comunità sulla risorsa dell’abitare condiviso. 

Il Sindaco Roberto Gualtieri

-.-.-.-.-

Le nostre comunità invecchiano rapidamente e questo cambiamento ci obbliga a ripensare molte cose, a partire dal modo di abitare.

Portare questo tema al centro del dibattito pubblico significa iniziare a costruire una nuova cultura dell’abitare e dell’invecchiamento, più fondata sulle relazioni, sulla prossimità e sulla solidarietà.” 

-.-.-.-.-

Dopo il Primo appuntamento del 30 Marzo u.s. presso l‘Auditorium Parco della Musica, dove il Sindaco Roberto Gualtieri ha aperto i lavori, il Festival Sabato 18 Aprile u.s. si è aperto al grande successo del Secondo appuntamento, attraverso i contributi presentati sul palco del Teatro Vascello di tre diversi sguardi sul tema dell’abitare e della convivenza nella terza età: lo sguardo del filosofo e psicoanalista Massimo Recalcati, quello dello sceneggiatore e regista Francesco Bruni e quello di chi, questa esperienza, l’ha già scelta da anni.

Guidati dalla brillante freschezza di tre presentatori, di cui un interprete LIS, l’incontro ha sagomato l’attenzione degli spettatori intorno ad una domanda: “come continuare a vivere in modo autonomo, dignitoso, e pieno di relazioni, quando l’età avanza?”.

Un’efficace risposta viene offerta dal Co-Housing.
Perché “ convivere, conviene “.
Perché “ quando ti accorgi che ciò che era semplice e ora non lo è più, quello che pesa si può dividere”.
Perché “la solitudine non è una scelta. Vivere insieme, sì”.


Con il Festival del Co-Housing, Roma Capitale vuole aprire uno spazio di conoscenza e confronto.

La sfida oggi è anche culturale: far capire che abitare insieme, mantenendo la propria autonomia, può essere una possibilità concreta


Invitata a salire sul palco, l’Assessora alle Politiche Sociali e alla Salute Barbara Funari ha sottolineato quanto sia prezioso – per costruire nuovi legami sociali – il dialogo tra la concretezza del lavoro ad ora fatto sul territorio e il supporto offerto dalla riflessione sul co-housing da parte di linguaggi diversi, quali quello del pensiero filosofico e quello del cinema.

A seguire, dal palco del Teatro Vascello è stato proiettato il cortometraggio dedicato al Co-Housing del regista e sceneggiatore Francesco Bruni, dal titolo “Quando torni?”. Prodotto da Doc Servizi, con le attrici Elena Cotta e Luisa De Santis.

Elena Cotta

Luisa De Santis


Una “ballata” sulla gentilezza dei gesti tra due donne che si incontrano per condividere del tempo insieme. Un’espressività, la loro, che parla del desiderio che rende viva l’attesa di un incontro. Un’attesa che, seppur velata da un pizzico di diffidenza e di timore, si scioglie subito attraverso il rito del pasto condiviso, che contribuisce a condire di gusto l’occasione dello stare insieme.

Occasione che, da lì a breve, si arricchisce dell’opportunità divertita del giocare insieme: coinvolgimento che apre alla confidenza della condivisione di ricordi personali. Fino a che, troppo presto, arriva il momento di salutarsi. “Quando torni?” – chiede l’una all’altra, esprimendo chiaramente il suo desiderio di stare insieme ancora, e presto. “Quando vuoi”- le risponde l’altra, sintonizzata sulla stessa frequenza empatica. 

-.-.-.-.-

Un cortometraggio questo di Francesco Bruni che rappresenta l’elogio dell’eloquente bellezza dei momenti condivisi, ben raccontati da Bruni senza far ricorso a parole, se non nello scambio delle due battute finali. 

Francesco Bruni

-.-.-.-.-

Alla fine della proiezione, sono stati chiamati sul palco il regista Bruni e le due attrici Elena Cotta e Luisa De Angelis le quali, con una contagiosa verve, hanno dichiarato di essersi “piaciute un sacco” sul set e quindi di essersi appassionate nel contribuire a realizzare questo cortometraggio. 

Dal Co-Housing come orizzonte di vitale bellezza, si è poi passati all’ascolto delle testimonianze di coloro che questa esperienza di co-housing la stanno già vivendo da anni. 

E ci hanno raccontato di come le loro giornate insieme siano organizzate in turni, che rendono efficace la preparazione dei cibi e la gestione della casa. Organizzazione che non esclude possibili flessibilità e occasioni di progressivo apprendimento da parte di chi, ai fornelli, non si era fino ad allora mai avvicinato. 

Tutti hanno sottolineato la bellezza, non sempre semplice ma molto restituiva, di aprirsi alla conoscenza di diversi caratteri e di diverse culture. C’è stato poi chi ha rivelato che stare insieme in questo periodo finale del percorso di vita è un’esigenza paragonabile alla voglia di stare insieme tipica dell’infanzia. 


E poi c’è la cura da parte delle operatrici che si prodigano nell’appassionarli all’intrattenimento più variegato: dalle feste, al teatro; dalla scrittura in rima, alle piccole escursioni. 

“Socializzare è la migliore medicina” – hanno dichiarato. 


Alle loro testimonianze si è aggiunta quella di Annamaria Coluzzi dell’Associazione “Viva gli Anziani” della Comunità di Sant’Egidio che ha parlato dell’importanza per gli anziani di ricevere visite. Ma anche di come lei in famiglia, alla morte di suo padre, abbia scelto, daccordo con sua madre e suo fratello, di ospitare in casa una famiglia di immigrati.

Ora però che gli anni sono trascorsi, è lei stessa a sentire l’esigenza di aver bisogno di aiuto e di attenzioni. Ma il suo sguardo si rifiuta di accontentarsi solo dei malinconici ricordi del passato: anche se in maniera diversa, lei desidera continuare ad immaginare un gradevole futuro.

“Perché – conclude – aprirsi ai cambiamenti si può, ancora”.


Alle ore 12:00 arriva l’atteso momento di riflessione con la lezione magistrale di Massimo Recalcati.

Il celebre filosofo e psicoanalista ha aperto il suo intervento proponendo un’alternativa alla definizione di “Terza età”: quella di “Grande età”. Associandola poi alla struggente e ricercata bellezza di un tramonto. Il pubblico in sala ha mostrato di apprezzare questa diversa modalità di indirizzare lo sguardo su un’importante stagione della vita, che tutti ci riguarda.

Nietzsche – continua Recalcati – riteneva che la più alta forma di saggezza umana consistesse proprio nell’individuare il giusto momento in cui tramontare: il momento cioè in cui il tramonto, dandosi in tutta la sua bellezza, lascia il passo all’alba delle nuove generazioni. L’individuazione di questo momento di passaggio rappresenta non solo la più alta testimonianza di saggezza da parte della “Grande eta“, ma anche il miglior dono da consegnare nelle mani delle nuove generazioni. Un dono che consiste nel promuovere lo sciogliersi del rapporto di controllo, e quindi di dipendenza, che fino ad allora era intercorso tra padri e figli. Atteggiamento applicabile anche al rapporto tra maestri e allievi. 

Come tutte le più grandi bellezze, anche quella del saper individuare il giusto momento per tramontare può comportare un velo di malinconia, che porta a chiedersi: “ma ora che senso ha la mia vita? Adesso che non è più il momento di essere presente attraverso continui “eccomi!”, avendo individuato il giusto momento per dire a mio figlio (o al mio allievo) “vai!”?

Imparando a “saper contare i giorni”: ora, ancor più di prima, la conta dei nostri giorni – spiega Recalcati – deve aver cura che ogni giorno sia vivo: colmo di desiderio di vita viva. Concentrandoci ogni giorno cioè in quello che stiamo facendo, perché desideriamo farlo. Senza preoccupazioni per il domani. Prendendo a maestri, come faceva lo stesso Gesù, gli uccelli nel cielo e i gigli del campo: che godono dell’atto che stanno compiendo. Senza distrarsi per fare bilanci. E dal pubblico inizia a farsi strada un applauso. 

Massimo Recalcati


“Una vita così vissuta, non teme la durata” – continua Recalcati.
Perché vivere vivi di desiderio, rende eterni. Ogni giorno. 
Perché imparare ad amare e a far fruttificare il nostro desiderare, salva. 
Prorompe un nuovo applauso.

E così – continua Recalcati – ci si svincola anche dall’ossessione, tipica dei nostri tempi, del dover raggiungere una vita sempre più lunga, mortificando la nostra vitalità viva, come in una continua quaresima penitenziale. Considerazione che di nuovo accende il pubblico in un grande applauso. 

Così come avviene quando Massimo Recalcati dichiara che nel nostro Paese sarebbe utile una legge sul fine vita, per evitare l’accanimento terapeutico di una vita che continua solo perchè attaccata a macchinari.

(ph. Walter Cainelli)


Ma allora, dov’è la vita che ci fa vibrare? Dov’è quel qualcos’altro che non si rassegna a rassegnarsi? E che ci spinge ad amare alla follia, proprio ciò che poi inevitabilmente andrà via?
Dove sono gli anni, non quelli che il calendario pretende di organizzare, no, piuttosto quelli che “non si lasciano pensare mentre li vivi?”. 

Ed è proprio sulla continua ricerca di questi anni vitalizzanti, che Recalcati ci invita ad investire. 

A differenza di come fa l’ “Avaro” di Molière – continua Recalcati : che si chiude ai rischi dell’amore preferendo la sicurezza affidabile della sua cassetta colma d’oro. 

Con questa stimolante riflessione del filosofo e psicoanalista Massimo Recalcati sulla “Grande età”, il Secondo Appuntamento del Festival del Co-Housing volge al termine.


Il Terzo appuntamento, previsto per il 21 Maggio p.v. alle Industrie Fluviali, sarà dedicato – all’ interno del Sanidays – agli esperti e alle organizzazioni del terzo settore, per approfondire il ruolo delle reti sociali e civiche nello sviluppo di nuove forme di abitare collaborativo. 

Il Festival del Co-Housing si concluderà il 5 Giugno p.v. con una grande festa popolare in Piazza Don Bosco: una serata di racconto sul percorso compiuto, con momenti di festa, con la proiezione di un video mapping 3D e con la presentazione dell’ Atlante del Co-Housing che raccoglierà esperienze, mappe e prospettive emerse durante il Festival.

-.-.-.-.-

“Ognuno di noi deve sentirsi un po’ custode del benessere dell’altro. Perché una città non è fatta solo di strade e palazzi, ma dalle relazioni tra le persone e dobbiamo lavorare insieme affinché la solitudine smetta di essere un’emergenza invisibile“.


Recensione di Sonia Remoli

STANZA CON COMPOSITORE, DONNE, STRUMENTI MUSICALI, RAGAZZO – scene e regia Mario Martone

– Testo inedito di Fabrizia Ramondino –

-.-.-.-.-

TEATRO VASCELLO

dal 14 al 19 Aprile 2026

-.-.-.-.-

In principio era la traformazione del tempo in spazio, per Fabrizia Ramondino

Qui, in principio è la “stanza”: tra la scena e il proscenio; tra il dentro e il fuori; tra il sogno e la veglia; tra il conscio e l’inconscio.

Una stanza che è “un tra”: un transito, una transizione. Condizione esistenziale di uno “star di casa” che si dà come viaggio, nella Ramondino. 

Come avviene in musica: dove “la stanza” è un ponte che traghetta verso una dimensione interiore, rendendo possibile l’esperienza esistenziale e la comunicazione creativa. 

Una stanza-mondo delle idee, in cui ci si isola per fare i conti con se stessi elaborando emozioni, memorie, domande aperte: resti di fratture relazionali.

Una stanza con compositore, donne, strumenti musicali, ragazzo.  

Un titolo, dallo stile elencatorio-paratattico, proprio di una scrittura che mira a descrivere realtà complesse, caotiche, dove si accumulano oggetti, azioni: “senza un inizio e senza una fine. Ma soprattutto senza un fine”.

Uno stile utilizzato per restituire la percezione soggettiva del tempo e dello spazio: frammentando la narrazione in flashback liberamente associativi, o in una successione di scene e di sensazioni: “mai ho composto – dichiara il compositore – secondo un motivo conduttore … ogni tema si dà per motivi”

Uno stile non stile, quello della Ramondino: uno stile ritroso. E in quanto tale geniale, perché non univoco ma trasversale e, quindi, capace di parlare di un’intensità confusa. Un po’ come il linguaggio musicale: un’intensità che permette alla Ramondino di trovare quel “sentiero chiaro” che dà forma letteraria ai fantasmi della sua fragilità.

Ma non è ogni opera umana, le città come i libri, altro che la trasformazione del tempo in spazio?”– dice infatti in “Star di casa” la Ramondino. Riconoscendo così alla scrittura – intesa come transito che mette insieme resti – il potere di dare forma spaziale al tempo che scorre: trasformando storie in luoghi fisici. 

In questa stanza allora vediamo convivere vari elementi: il primo è “un compositore”. Che Mario Martone mirabilmente fa venire alla luce avvolto nel panneggio di un sipario. Un compositore che ci parla togliendosi (e togliendoci) le tende dagli occhi. E’ una creatura artigianale dal sentore demiurgico: “non dovete credere a niente” – asserisce.  Meglio piuttosto viaggiare con l’immaginazione, varcando sempre nuovi confini. Tornando per ripartire, senza considerarsi arrivati in “un” luogo.

Un compositore – manifestazione poetica del pensiero musicale stesso – qui incarnato da un Lino Musella potente e asciutto, pungente e tenero, stridente e acuto. In canottiera e calzoncini: svestizione che evoca intimità, fragilità e messa a nudo dalle convenzioni sociali.  Come orchestrali, infatti, ci presenta i componenti della sua famiglia, di cui lui si dichiara “forza centripeta, capace di evitare il loro (e il nostro) perdersi nel mondo”.

Sono un quartetto di arch-etipi esistenziali – madre, ex moglie, figlia, fidanzato – che accompagnano i riti di passaggio della vita. Un ciclo vitale che Martone scandisce nello spazio come quadranti di un orologio, che gira in senso anti orario.

Un quartetto d’arch-etipi, in verità, con pianoforte: formazione dal valore simbolico e sonoro peculiare. Un parlare del cuore, quello del pianoforte, che contrapponendosi alla natura più astratta e pura degli archi, richiede al pianista di dimostrare una sensibilità particolare nel non sopraffare gli archi, nonostante il suo essere capace a produrre la completa gamma delle passioni umane. 

La madre – un’elegantemente celestiale Iaia Forte, dall’allure ricco in ambiguità – ci viene presentata come incarnazione di un violino: il più “umano” degli strumenti per la sua capacità di imitarne la voce, per il suo darsi in sensualità e quale metafora di memoria storica. Una memoria qui imperfettamente simbiotica: che non appaga il desiderio del figlio, dandosi attraverso il suono di un taglio.

La madre di sua figlia – un’asciutta ed incisiva Tania Garibba – ci viene presentata come incarnazione di una viola: uno strumento che pur condividendo le origini con quelle del violino, si distingue per un timbro unico di introspezione e profondità. Malinconica, passionale, riflessiva, la viola parla di un’interiorità emotiva meno appariscente, che richiede ascolto e attenzione per essere apprezzata. La viola non cerca il centro dell’attenzione solistica, come il violino: la viola arricchisce l’insieme.

La figlia – un’efficace India Santella – ci viene presentata come incarnazione di un violoncello: simbolo di calore e di connessione fisica. Conforto e transizione d’umanità, libera da una fissa collocazione e definizione.

Il ragazzo – l’espressivo Matteo De Luca – ci viene presentato come incarnazione di un contrabbasso, che in quanto base dell’intera struttura orchestrale, fornisce le fondamenta armoniche e il sostegno ritmico. Seppur si lasci abbracciare per essere suonato, rappresenta anche quel sostegno nascosto prezioso per l’equilibrio sonoro complessivo, laddove le relazioni rischiano di essere vissute come “un problema insolubile da interrompere”.

Un penetrante personaggio invisibile è qui la musica, capace di tradurre in maniera universale e non verbale emozioni profondissime: astrazioni e vissuti interiori non accessibili alla parola.

Perché il compositore, come lo scrittore, in Fabrizia Ramondino, è il cantastorie dei resti, dei cocci della vita: “se c’è musica c’è mania…solo la musica cura il delirio del mondo”.

Ecco allora che, dentro una scena che di stanza in stanza apparentemente si depaupera, si fa strada invece il principio filosofico secondo il quale ciò che più conta “non serve a niente”: perché di niente e di nessuno è servo. 

Ed è così che la regia di Mario Martone, avvalendosi della collaborazione drammaturgica e ideativa di Ippolita di Majo, restituisce efficacemente allo spettatore tutta la complessa bellezza della scrittura di Fabrizia Ramondino: quel suo personalissimo miscuglio di autobiografia, narrativa, saggistica che, pur sembrando arrivare da un altro mondo, riesce a rivelarsi acuto e preciso sulla realtà. 

Una bellezza complessa restituita veicolando la sensazione di come ogni opera si dia, per Fabrizia Ramondino, come inestricabilmente duplice: tesa “tra adattamento alla realtà e alla ragione, e fuga dalla realtà e nella sragione” . Una duplicità così ben incarnata dai personaggi delle sue opere teatrali: qui sapientemente credibili nel lasciare da parte la logica diurna per affidarsi ad associazioni, a esagerazioni, all’ironia, ai disturbi della comunicazione, alla creatività.

Una duplicità che, al di là del primo impatto, scopriamo sentire così vicina a noi oggi, nel suo darsi quale logica combinatoria fatta di gioco e di ricerca, “di dolce e di salato”, di semplice e di complesso.


Recensione di Sonia Remoli

MERCOLEDI DELLE CENERI – Valentina Esposito

TEATRO VASCELLO

dal 31 Marzo al 4 Aprile 2006

Che cosa sappiamo, ma ogni volta dimentichiamo, permettendo che ricominci?

Sappiamo che il maschile non può affermare prepotentemente la propria identità ogni volta che la reazione femminile gli risulti incomprensibile. Inaccettabilmente diversa.

Un fraintendimento della propria identità virile che nasce dal considerare minacciosa la diversità dell’Altro: di quel femminile che è fuori (cioè nella donna) ma anche dentro ogni uomo, come ci hanno rivelato la biologia e la psicoanalisi. 
Non siamo totalmente maschi o totalmente femmine: la percentuale della componente che predomina in ognuno – e che si immagina definire un genere – in realtà e’ di poco superiore all’altra.

Valentina Esposito (ph. Jo Fenz)

Non a caso, con pungente persuasività, la drammaturgia di Valentina Esposito si apre con la provocatoria confessione di un uomo che rivela di trovare gustosissimo quel “fuori” così morbido e succulento di una donna, e detestabile quel suo “dentro” così ferroso: che resiste a tutto. Anche al fuoco. 

Un “dentro” che qui in scena si immagina plasmato sensualmente dall’uomo come un “fuori”. Uno scheletro ferroso che si preferisce non si sorregga autonomamente per poter essere governato da chi “gli entra dentro da sotto e lo prende per i fianchi”.

La chiamano Rosa la Pupazza e rievoca la passione della vittima che nonostante tutto – nonostante lo sappiamo ma lo dimentichiamo così da permettere di ricominciare – continua a rivivere in un increscioso rituale paesano.

Dove, nell’immaginario maschile più miope, Rosa viene resa “una maschera criminale” che ogni uomo può finalmente indossare e gestire a suo modo. Colui che la realizza e ogni anno la restaura per la serata tra il Carnevale e il Mercoledì delle Ceneri, a fronte di un adeguato pagamento accetta di condividerla con altri uomini. Dopo di che Rosa deve scomparire, deve essere bruciata. Non deve essere più di nessuno, non deve essere più nessuno: “poi la facciamo evaporare come una santa: pesante e leggera. Che miracolo!”. 

“Con i soldi si può ottenere tutto” – così persuade gli altri uomini del paese il caporale. Lui che in un lontano passato era l’innammorato di Rosa, che poi perse per la sua incapacità di capirla, di entrare in relazione con lei, preoccupato già allora solo di fare soldi. “I soldi aggiustano tutto. Questa è l’unica cosa vera…le stesse lacrime non vanno sprecate nell’intimità, ma messe in vendita all’asta”.


A qualche livello però tutti, gli uomini e le donne del Paese – seppur complici, sanno che “il dentro” della donna sfugge a questa logica monetaria ingabbiante. La Pupazza non a caso è anche detta Pantasima: sopravvive alla morte come fantasma.

Intrecciando alla ritualità religiosa quella folkloristico-ancestrale del passaggio dal Martedì grasso al Mercoledì delle Ceneri, emerge dall’avvincente drammaturgia della Esposito la violenta ipocrisia secondo la quale tutto è lecito, potendo poi chiedere e ottenere perdono. E così, le ceneri che aprono alla quaresima, si mescolano alle ceneri della donna abusata, smembrata e bruciata. Ceneri, queste ultime, che non si riducono in soffice polvere: nelle ceneri della donna bruciata resta sempre qualcosa di irriducibile.

La feroce bellezza della regia di Valentina Esposito restituisce quadri scenici che si fissano negli occhi dello spettatore. Come il sacrale e sacrilego quadro dove delle donne – in splendida cornice attorno alla Pupazza Rosa – si offrono remissive e disponibili, “sempre pronte a dire sì”. E “accucciate” in attesa di essere travolte dalla tracotanza maschile e da quel che resta della perversione di un rito. Sono tutte (solo) esteticamente diverse: “la giovincella che si deve ancora aprire”, “la monumentale”, “la ciuccia”. ecc.

Anche la nuda scenografia shakespeariana, resa da un oggetto di scena che sembra poter essere univocamente solo un carro e che si declina invece in molto altro, parla della fertile ricchezza di un conoscere più aperto e creativo.

E poi c’è un altro quadro scenico dalla bellezza dilaniante: un flashback sul coro delle donne del paese che partecipano con devozione al funerale di Rosa. Ma che commentano sostenendo che se Rosa “avesse chinato la testa, sarebbe ancora viva”. E visivamente, in scena, emerge dalle loro nere vesti un cieco maschile che prorompe, genialmente, attraverso puppet.

(ph. Ilaria Giorgi)

Il caporale era il suo innamorato. E da 50 anni non si perdona di non aver compreso i suoi silenzi e le espressioni del suo volto quando le comunicò, quella sera, che sarebbe partito per fare soldi, così da tornare e sposarla. Si aspettava assecondamento o parole che lo dissuadessero dal partire. Rosa invece lo lascia “indifeso”: lo supplica di restare con una diversa modalità relazionale che lui non riesce a decifrare. Ora dice che allora avrebbe potuto fare qualcosa di diverso. Ma se da un lato continua a chiederle perdono, dall’altro è lui stesso a lucrare sulla sua morte, offrendola in pasto ai cittadini, eccitati dal riviverne la rievocazione.


E non si accorge che un’altra donna – la puttana “monumentale” – si è innamorata di lui, ora. O forse sì. E anche lei, incompresa, finirà per abbracciare il fiume sciogliendosi nelle sue acque. Come Rosa.

E poi c’è il Ciuccio, il giovane omosessuale anche lui troppo diverso per essere compreso e accolto da identità prepotentemente maschili. Tollerato durante il Martedì di Carnevale in cui tutti sono uguali, allo scadere della mezzanotte viene fatto bersaglio di violenze che sfociano in un omicidio di gruppo. 

Uno spettacolo, questo di Valentina Esposito, che avvince e accende fiamme di rabbia nello spettatore: in scena va il carnevale criminale del nostro tempo. 


Ma “a teatro ci si può confessare” – si dice in scena – iniziando a dire basta.

Come?

Magari portando sul palco temi sociali dolorosamente irrisolti: come quello che emerge da questo spettacolo e che è risultato fortemente sentito da parte di molte delle attrici della Compagnia Fort Apache Cinema Teatro. Cifra del teatro della Esposito è infatti quella di mettere il teatro a servizio degli interpreti, per attraversare e sciogliere quei nodi esistenziali che possono restare ancora serrati.

O magari indirizzando i giovani fin da piccoli ad una ricca educazione sentimentale, capace di trasformare gli istinti in emozioni complesse. Apprendendo attraverso la letteratura, l’arte, il teatro -che con il loro linguaggio creativo rivelano le sfumature per riconoscere e nominare le emozioni – a riconoscere il proprio dolore e quello altrui, cadendo più difficilmente nell’aggressività.

A differenza di certi giochi – a cui si allude acutamente in questa drammaturgia – propedeutici al carnevale degli adulti, come ad esempio quello di “Regina, Reginella”:

Regina reginella 
quanti passi devo fare
per arrivare al tuo castello

con la fede con l’anello 
con la punta del coltello?


Gli attori in scena:

Alessandro Bernardini, Fabio Camassa, Luca Carrieri, Matteo Cateni, Chiara Cavalieri, Viola Centi, Massimiliano De Rossi, Roberto Fiorentino, Marcello Fonte, Sofia Iacuitto, Gabriella Indolfi, Giulio Maroncelli, Claudia Marsicano, Giancarlo Porcacchia, Cristina Vagnoli, Camila Urbano

brillano per una potenza espressiva tale, da restituire assai efficacemente la ruvida bellezza delle derive in cui può deragliare il nostro animo umano. 


Fort Apache Cinema Teatro è l’unica compagnia stabile, in Italia e in Europa, composta da attori ex detenuti, oggi professionisti di cinema e palcoscenico. Diretta da Valentina Esposito, autrice e regista attiva da quasi vent’anni nei teatri e nelle carceri italiane, la compagnia realizza spettacoli, produzioni cinematografiche e progetti di ricerca e formazione con la Sapienza Università di Roma.

Oggi Fort Apache Cinema Teatro è una compagnia professionale e da quest’anno i loro progetti sono coprodotti dal Teatro Vascello. “È un grande risultato – dichiara Valentina Esposito – perché significa uscire dal ghetto del teatro in carcere: non perché lì non ci siano bei prodotti, ma perché se dobbiamo fare inserimento vero, dobbiamo uscire dallo stereotipo».

E continua: “Ho aperto la compagnia anche agli attori professionisti, perché vuol dire creare relazioni fuori. Ma con i professionisti applico lo stesso metodo: vita e teatro dialogano continuamente».

Un teatro davvero politico.



Recensione di Sonia Remoli

– LETTERE A BERNINI – di Marco Martinelli

– con Marco Cacciola –

TEATRO VASCELLO

dal 24 al 29 Marzo 2026

Non è uno spettacolo da osservare: è un evento comunitario da condividere. 

Il Bernini di Marco Cacciola entra dalla platea in soggettiva, chiuso nel suo giaccone, intento a contenere un’incontenibile rabbia. 

E’ un uomo di oggi, così come le fattezze del suo studio artistico (la cura delle scene è di Edoardo Sanchi): cifra del Teatro delle Albe – di cui Marco Martinelli è fondatore insieme a Ermanna Montanari, Luigi Dadina e Marcella Nonni –  è attraversare e “mettere in vita”, in una preziosa occasione di confronto, il classico e il nostro presente. 

Quello in scena è un Bernini che ha un urgente bisogno di essere ascoltato: cerca dapprima in uno specchio ma vede qualcosa che non accetta.  Non soddisfatto, prende i suoi strumenti e come un direttore d’orchestra prova a cercare soddisfazione laddove si sente più potente: dando vita ad una nuova creazione. Ma non funziona.

Questa volta è diverso. La drammaturgia del disegno luci (di Luca Pagliano) in sinergia con quella del suono (di Marco Olivieri) sottolineano questo indomabile tormento interiore, da cui il Bernini di Marco Cacciola si lascia generosamente attraversare, “rovinare”.

E’ accaduto qualcosa di inaudito: una donna, sì proprio una donna, non si è sottomessa alla sua arroganza e ha cercato giustizia facendo “escalation”. 

Bernini è bloccato: non riesce a creare. Non riesce a trovare le parole per dirlo, il suo furore. Cerca e trova aiuto nel nostro ascolto.  “Sta tutto infuocato il Bernino”: un fuoco, il suo, che produce una fulgida tensione nella voce e nel gesto di Cacciola. Una tensione alla ricerca di un febbrile equilibrio, che trova splendida espressione nelle sue mani, nei suoi occhi, finanche nei suoi capelli. Perché “l’equilibrio è tutto nell’arte: se lo capisci, capisci anche quando romperlo”. 

@Enrrico Fredigoli

Ma questa donna – Francesca Bresciani – è riuscita a smontare il suo “io”, anche all’esterno. I cardinali a cui lei scrive, finiscono per scrivere a loro volta al Bernini di renderle il compenso dovuto. 

Bernini fa di tutto per denigrarla ai nostri occhi, così da far risaltare la propria posizione di potere. Eppure, nonostante i suoi sforzi, si percepisce che una parte di sé la sta ammirando: “questa non tene paura”. E scrive di lui ai cardinali: “il Bernino è il più grande, ma non s’intende di gioielli come i lapislazzuli”. 

A lei, infatti, Bernini aveva commissionato il Tabernacolo con intarsi di lapislazzuli della Cappella del Santissimo Sacramento della Basilica di San Pietro in Vaticano, scegliendo non a caso proprio lei tra altri quattro colleghi uomini.   

E più il Bernini cerca di spiegarci, in un florilegio di insulti, come il darle 700 scudi anziché 1900 (l’ammontare pattuito) sia stata la cosa più giusta da fare, più si percepisce cha qualcosa scricchiola in lui. 

Perché proprio in una “longobarda”, in una quindi senza una vera conoscenza della civiltà, lui rintraccia qualcosa di luminoso. Così come gli accade di notare in un altro “longobardo” con il quale aveva interrotto i rapporti, sempre per una questione di soldi: quel Borromini “bravo a disegnare ma capriccioso, con quella sua voglia di uscire dalle regole per fare chimere”.  

Non a caso alcuni definivano Bernini come “il drago del Giardino delle Esperidi”: un custode indomabile del proprio primato. Ma lui si considerava così meritevole del primato conquistato perché sapeva quale sofferenza per lui comportava fare arte: “se non ti ammazzi, come fai? Come fai a farle splendere le carni, se non facendoti male?”.

E quel Borromini pretende di pestargli i piedi: lui così cupo e triste “che non si magna un’emozione …che non sa stare al mondo”. 

“Mai avere paura” – si ripete Bernini – caricandosi su un tappeto di musica rock. 

Ma la drammaturgia e la regia di Martinelli ci fa arrivare, insinuante, la sensazione di quanto lui, in verità, implori attenzione. Ora. Da noi. Questo stesso suo sfogo, infatti, può essere letto anche come una magnifica orchestrazione registica di lampi visionari, di insistenze, di ritorni traumatici. 

E poi arriva l’ultima lettera della giornata: non è l’effetto delle lamentele della Bresciani su qualche altro cardinale. E’ sì un cardinale ma che questa volta gli comunica il suicidio di Borromini. E l’ultima traccia di rabbia evapora. Lasciando che qualcosa si sciolga in Bernini. 

@Enrico Fedrigoli

L’arroganza si stempera e può fare ingresso la compassione umana. E il riconoscimento sincero di un artista, di cui ora riesce a stimare il valore senza necessariamente ricoprirlo di denigrazione. 

E’ il trionfo del Bernini uomo, umano. Che la drammaturgia e la regia di Marco Martinelli  raccoglie e accoglie quasi come il risultato di un’operazione alchemica.  Dove attraverso un affresco di colori, di suoni, di lingue, di sensazioni, capaci di dare forma a magnifiche contraddizioni umane, si arriva ad un processo di trasmutazione interiore.  

Un prezioso incontro con un fascinosamente oscuro Bernini, questo che ci propone Marco Martinelli, che mette al centro del suo lavoro l’importanza esistenziale, tutta teatrale, dell’incontrarsi con l’altro: così diverso eppure simile. 

Perché “ l’altro che interroghiamo e che ci interroga – dichiara Martinelli –  è il nostro specchio rovesciato” .  

L’altro parla di noi: ci rivela e ci fa scoprire ricchi in mistero. 


Recensione di Sonia Remoli

LA STORIA – regia Fausto Cabra

UNO SCANDALO CHE DURA DA DIECIMILA ANNI

-.-.-.-.-

– Liberamente ispirato a La Storia di Elsa Morante (ed. Einaudi) –

E’ attraverso il felice espediente narrativo di uno sciopero – che per sua natura si dà come un atto di dignità, di solidarietà e di mobilitazione dei lavoratori per provare a bilanciare eventuali squilibri di potere nel rapporto con il datore di lavoro – che Fausto Cabra sceglie acutamente di aprire il suo spettacolo, liberamente ispirato a “La Storia” di Elsa Morante. 

Un atto, quello dello sciopero, che – proprio in quanto strumento necessario a tutelare i diritti comuni dei lavoratori nei confronti di “superiori” che, a loro modo, vorrebbero scrivere la storia con la “S” maiuscola – qui diviene cornice meta teatrale di solidarietà umana, organizzata tra chi certe scelte che cadono dall’alto prova a non condividerle. 

Fausto Cabra

Ma l’espediente narrativo dello sciopero gioca ancora un altro fertile ruolo: quello di fornire l’occasione per un appassionato incontro. Quello tra la donna, che si trova a gestire l’attesa del ritardo del volo generato dallo sciopero, e un libro. 


La Storia” di Elsa Morante è quel libro.


Un libro che legge, e da cui è letta, la donna in attesa di ripartire.

Un libro da cui gli “attori” sono letti e che portano in scena in qualità di “personaggi”.

Un libro capace di leggere la nostra vita di oggi, così come quella dei lettori che vi posarono gli occhi e le mani nel 1974, anno della sua pubblicazione e del clamoroso riscontro di pubblico. 

Una meraviglia che si verifica quando un libro sa farsi corpo, così da attrarci come un amato che, proprio in quanto tale, riesce a parlare intimamente non solo “a noi”, ma anche “di noi”. Generando una spinta trasformativa al nostro abituale scorrere del tempo.



Da qui prende vita una drammaturgia intensamente poetica – frutto del sodalizio artistico tra l’attore e regista Fausto Cabra e lo scrittore Marco Archetti – orientata a rintracciare quelle corrispondenze profondamente vitali, che tendono a restare in ombra all’interno dell’opera della Morante. Ma anche attraverso le quali il libro trova autentica espressione.

Pur essendo ambientato durante la Seconda guerra mondiale e nell’immediato dopoguerra.

Pur essendo abitato da una lacerante tensione dialettica tra le pulsioni umane più creative e quelle più distruttive. 


In un nudo spazio shakespeariano Fausto Cabra sceglie allora di portare in scena la sua drammaturgia (la cura delle scene e dei costumi è di Roberta Monopoli) dove, complice la strabiliante bravura dei tre interpreti in scena, lo spettatore non fatica a dare libero sfogo alla propria fulgida immaginazione. Sono Franca Penone, Alberto Onofrietti, Francesco Sferrazza Papa. E loro è la capacità di far irrompere lo straordinario nella realtà, generando un’esperienza estetica profonda. 

Franca Penone (Ida Ramundo), Francesco Sferrazza Papa (Useppe) , Alberto Onofrietti (Nino)

Ma in verità qui, in questa restituzione, c’è un quarto protagonista: la luce.

Fausto Cabra infatti sceglie di disegnare con la luce una drammaturgia parallela che non può non arrivare a tutti: una testimonianza, questa, erede di quell’urgente desiderio della Morante di chiamare a raccolta ognuno di noi.  Sempre. Nonostante tutto.

Ecco allora che la luce – così come immaginata dallo stesso Cabra e da Marco Renica, in sinergia con la drammaturgia del suono curata da Mimosa Campironi – riesce ad agire su ognuno come un potente linguaggio simbolico che modella e sagoma l’atmosfera, guidando l’intelligenza emotiva dello spettatore. Una vera e propria scrittura scenica che delinea, attraverso ombre e cromatismi, le profondità psicologiche e narrative del capolavoro della Morante.

Capolavoro ambientato nella Roma tra il 1941 e il 1947, dove gli eventi della seconda guerra mondiale e dell’immediato dopoguerra sono mostrati attraverso gli occhi della popolazione: quella sulla quale ricadono le decisioni prese dal “gran mondo”.  

Al centro c’è la storia di una famiglia: quella della maestra Ida Ramundo (Franca Penone) e dei suoi figli Nino (Alberto Onofrietti) e Useppe (Francesco Sferrazza Papa). Un “lessico familiare” che poi si intreccia a mille storie e a mille volti, sapientemente restituiti dai tre interpreti in scena. Una famiglia-una comunità capace di andare avanti nonostante tutto. E che non sopravvive solo alla guerra e alla alla fame: sopravvive alla Vita, che continuamente li mette “alla prova”.

(ph. Salvatore Pastore)


E ciò che lo spettatore si porta a casa all’uscita di questo spettacolo – così necessario nel frangente storico che stiamo attraversando – è proprio quella fertile suggestione del messaggio, secondo cui tutti noi gettati sul palco della Vita siamo “in prova”: in cammino. Fuori e dentro di noi. 

E che, seppur consapevoli di aver lasciato andare, o di aver visto sottrarci, incontri e occasioni che potevano fiorire come semi, restiamo ancora stimolati dal sentire che ce n’è sempre una nuova, di occasione, che ci aspetta. E che “probabilmente è un fiore e non un’erbaccia”.


Perché, nonostante tutto, stare al mondo può essere anche spudoratamente bello: “sia quando la vita racconta la morte, sia quando la morte racconta la vita”.

“Uno scandalo che dura da diecimila anni” – quello che vede coesistere eros e thanatos,  la tensione ad attrarci e l’istinto a sopraffarci – che non esclude dalla Storia la possibilità di rintracciare o creare piccole-grandi occasioni di meraviglia. Nonostante tutto. Facendo emergere e coltivando in noi anche un’altra spinta: quella che ci muove a compassione dell’Altro.

Spinta che, ad esempio, riesce a percepire Nino, quando afferma: “Loro nun lo sanno, a Ma’, quant’è bella la vita”.

Spinta che riesce a restituirci Fausto Cabra, ogni volta che la Morante la semina nel testo.

Ne scaturisce una messa in scena che lascia il segno.

Una produzione Teatro Franco Parenti, Centro Teatrale Bresciano, Fondazione Campania dei Festival.

Alberto Onofrietti, Franca Penone, Francesco Sferrazza Papa


Recensione di Sonia Remoli

ORLANDO – regia Andrea De Rosa

-con Anna Della Rosa-

TEATRO VASCELLO

dal 3 all’ 8 Marzo 2026

Seduta ai piedi di una maestosa quercia – “solido ormeggio al suo cuore fluttuante” – è lì che ci aspetta: quasi mimetizzandosi con la corteccia alla quale fluidamente si appoggia. Come a contagiarsi della sua resistenza alle avversità. 

Lei è Virginia Woolf: l’autrice e l’amante. Ma anche Orlando: il personaggio e l’amata Vita Sackville-West, a cui l’omonimo romanzo è dedicato. 

Fluidità che confluiscono nella travolgente interpretazione di Anna Della Rosa: tutto in lei trova empito, librandosi nell’attraversare gioie e disperazioni d’amore. In un coesistere di arcana solennità, complice liricità, musicale eleganza.

Quello che il regista Andrea De Rosa ha immaginato per lei, è un sacro rito da celebrare sotto la chioma (qui di proiettori e graticce) della quercia che domina il centro della scena. Proprio come erano soliti fare i Druidi celti. La cura delle scene è di Giuseppe Stellato, in sinergia con la drammaturgia del disegno luci di Pasquale Mari.

Una quercia che, come Orlando, nell’arco della sua vita diviene forte e maestosa. Con calma: Orlando ha impiegato oltre 400 anni.

Una quercia che ha un nome femminile, nonostante l’immaginario collettivo la percepisca come un albero maschile. Per quella sua resistenza e solidità, caratteristiche in realtà di chi vive la vita appieno. E la difende: maschio o femmina che sia, come un dono di spontanea e naturale ambivalenza. Che si mostra attraverso un’audace e ammirevole danza degli opposti, che danno vita a quello che chiamiamo Uno.

Anna Della Rosa (ph. Andrea Macchia)

Qualcosa di simile avviene in Orlando: creatura umana che attraversa romanzescamente epoche storiche diverse (dal 1500 al 1928) mantenendo una personalità simile, ma sperimentando differenti habiti di genere. Diversamente accolti in se stesso e nel corso delle epoche che attraversa. 

Il romanzo “Orlando: A Biography “, pubblicato da Virginia Woolf nel 1928, racconta infatti le avventure biografiche di un poeta che attraversa quattro secoli, vivendo tutte le sfumature della vita e dell’amore: al femminile e al maschile. Il romanzo termina quando Orlando – oramai scrittrice di successo grazie al poema La Quercia, scritto per testimoniare la feconda varietà del sentire sperimentato – diviene consapevole di tutta la ricchezza emotiva ed esistenziale derivante dalla libera espressione del suo fluttuare tra maschile e femminile.

Andrea De Rosa (ph. Andrea Macchia)

La regia di Andrea De Rosa – in sinergia con la drammaturgia di Fabrizio Sinisi, basata sulla traduzione aggiornata di Nadia Fusini e sul carteggio, sempre curato dalla Fusini, tra Virginia e Vita – apre la struttura narrativa del romanzo alla tensione documentativa del carteggio. Sagomando cronologicamente l’attenzione sulla magia di alcuni incontri, che hanno dato forma alla vita di Orlando-Virginia-Vita.

In una sacra circolarità, qui tutto nasce e termina per la mancanza dell’Altro. Nel tempo della mezzanotte: culmine dell’oscurità e insieme punto di passaggio tra la fine di un giorno e l’inizio del successivo. Momento di misteriosa transizione e di epifania creativa. Qualcosa di così intenso, da non riuscire ad essere tradotto con parole univoche.

Ma poi la parola arriva: è epica, è “Orlando”. Etimologicamente “che ha fama di ardito”. Orlando: un’azione verbale in divenire, che sembrerebbe contornare qualcosa, ma che contemporaneamente non chiude il contorno con un orlo.

E poi arriva anche la forma: sarà una biografia-romanzo. Dedicata a Vita Sackville-West: colei che ha fatto scoprire a Virginia Woolf cosa significhi desiderare. Cosa significhi scoprirsi disponibili a desiderare: sentire di essere ispirati da qualcun altro, senza però riuscire a “dirlo”. Solo a “supporlo”: “Supponi che Orlando si riveli essere Vita e che sia tutto su di te e la lussuria della tua carne e la seduzione della tua mente… ti secca? Dì sì o no”.

Anna Della Rosa (ph. Andrea Macchia)

Una indicibile libertà intellettuale che si nutre della solitudine del sentirsi manchevoli, “incagliati nel ghiaccio”. Ecco allora che, in un enigmatico intreccio tra vita e letteratura, l’inno all’estasi dell’avventura della vita finisce per legarsi, qui in Virginia Woolf, all’ossessione per la letteratura. Alla paura di non poter più scrivere, a causa di una malattia mentale cronica.

Arriverà così una nuova mezzanotte. Ma il passaggio tra la fine del giorno e l’inizio del successivo resterà bloccato.

Un tragico addio alla vita culmina in un “Adagio lamentoso” che si spegne in silenzio. Come la Sinfonia n. 6 in Si minore Patetica di Čajkovskij: una sinfonia con un segreto programma interiore, capace di dar forma sonora ai reconditi turbamenti dell’autore.

Così, ora, diversamente irresistibile diviene per la Woolf l’attrazione verso “la dura radice della terra”; diversamente irresistibile il suo “solido ormeggio”: per un cuore non più fluttuante ma ossessionato dall’idea di non poter più scrivere. “Orlando si era ammalato di letteratura“.

Ci saranno fogli che come foglie scenderanno su di lei, regalando tepore al suo adagiarsi sul baratro. Fogli capaci di donare nuova vita ad un romanzo autobiografico, trasformato qui da Andrea De Rosa in una stupefacente lettera d’amore.

Che fa di Orlando – proprio come nelle intenzioni del drammaturgo Sinisi – “un inno a Vita e alla Vita, nonché la testimonianza di una speranza estrema: mentre la vita dei corpi finisce, quella delle parole è più lunga e diversa – abbatte i confini dei sessi, delle identità, perfino della morte».


Recensione di Sonia Remoli

-POVERI CRISTI- di e con Ascanio Celestini

TEATRO VASCELLO

dal 13 al 22 Febbraio 2026

Ascanio Celestini compone un cantico per quelle creature che sono alla periferia della società.

Creature le cui storie hanno come baricentro “un parcheggio”: teatro di un invisibile microcosmo esistenziale. Un luogo non solo fisico ma anche sociale ed esistenziale. Uno spazio, nella sua umiltà, di inclusione sociale: chi lo abita e’ solidale con l’altro. E dell’altro sa coglierne la bellezza: quella che gli altri ignorano. 

(…) Noi siamo state fortunate stanotte. Noi abbiamo assistito a un prodigio. Un Cieco, Una Vecchia e una Donna con la testa impicciata, tre persone nel cuore della notte, sono scese in strada per salvare la vita a un Barbone “.


Un’umanità improbabile che però sa assomigliare a un presepe francescano. Un presepe minimalista: come l’allestimento scenico di ieri sera al Teatro Vascello. Che nella sua bellezza povera, ricorda la forma del Tau francescano, composto qui da pezzi di arredo trovati e poi ricomposti per dare nuova forma alle storie di vita, anche degli stessi oggetti.

Un luogo, il parcheggio del supermercato, dove convivono persone che scelgono opportunità immediate. Ma non mancano, anche, piccole-grandi ambizioni da esplorare.


A differenza di quelli che stanno chiusi nel bar di fronte al parcheggio del supermercato e che non escono mai. Impegnati alle slot machine.

A differenza di quelli che vanno in Chiesa, anche lei limitrofa al parcheggio.

Ma “Dio non ci vede” – grida ostinatamente la Donna impicciata con la testa.

Non le vede le ingiustizie subite dagli ultimi tra gli ultimi: i poveri cristi come quelli che Celestini incontra al Quadraro di Roma. 

Non le vede le ingiustizie subite dal Barbone e dalla Prostituita non più giovane, che puzza irrimediabilmente di copertoni bruciati. Ma che, grazie al profondo contatto umano con la Vecchia Saggia, impara a dare valore al suo essere “persona”.

Ad esempio facendo un buon uso del proprio tempo: un tempo non totalmente dedicato al lavoro, ma con dei limiti orari scelti da lei stessa. Magari per poter andare qualche volta in biblioteca, dove i libri sono gratis. O al museo, quel giorno al mese che è gratis. Gratis per tutti. Anche per lei.

Lei stessa applicherà la bellezza della gratuità alla sua professione stabilendo, ogni volta a caso e senza preventivamente avvertire i clienti, quando cadrà il giorno gratis all’interno delle mensilità del suo calendario.

Perché come ha sentito e visto testimoniato dalla Vecchia Saggia – “donna di larghissime vedute” che non giudica ma “guarda solo alla persona”“il buono e il cattivo sta da tutte le parti”. 

E «la cultura non è sapere le cose a memoria, come ti fanno credere in chiesa e a scuola”.

Dove, “se ti impari quello che dicono loro, ti fanno credere che quella è la cultura.

E invece no! La cultura significa che le cose le capisci e poi le sai fare per davvero”.

Una sorta di “buona novella” quella che la Vecchia Saggia fa circolare tra la Puttana, il Barbone e la Donna Impicciata con la testa. Poveri cristi che sanno testimoniare, attraverso l’amore reciproco, una sacra forma di salvezza terrena.

Membri, loro, di una comunità con la quale Ascanio Celestini ha desiderato incrociare il proprio sguardo, usando generosamente ed autenticamente le loro stesse parole, per dare forma ai suoi spettacoli.

Parole poi ricucite in un racconto, che Celestini legge al musicista Gianluca Casadei , il quale all’impronta inizia a scriverne la musica, traducendone le emozioni. Dando così vita, tra loro, a quella tessitura relazionale dell’ interplay, che si dà come una conversazione estemporanea e un ascolto reciproco, segno di amicizia, di rispetto e fiducia reciproca. Tessitura relazionale che Celestini ad ogni replica accorda anche con il pubblico.

Perché Ascanio Celestini – una delle voci più note del teatro di narrazione – sente profondamente l’urgenza di mettere a servizio la sua visibilità artistica per dare risonanza alle storie belle di chi non ha voce : “fiabe moderne che comunque hanno il potere di dipingere paesaggi senza tempo”, così amava definirle Vincenzo Cerami.


Ha iniziato più di 10 anni fa a raccogliere queste storie, che poi hanno preso forma attraverso tre spettacoli: “Laika” (2015) “Pueblo”(2027) e “Rumba”(2023). Spettacoli dedicati al far conoscere la bellezza di un paesaggio nascosto, che non merita di essere conosciuto solo quando è teatro dei fatti di cronaca.

Perché tutti abbiamo bisogno di qualcuno che ci guardi con tenerezza: che non ci giudichi troppo severamente nel nostro essere umani. Qualcuno che, come un testimone, rivolga con cura il suo sguardo sull’Altro in difficoltà. Anche per renderlo consapevole di essere oggetto di ingiustizia. Un prezioso sguardo di cui si fa portatore Ascanio Celestini e il collettivo d’inchiesta con il quale da anni collabora in un lavoro di ricerca, di scoperta, di testimonianza.

Uno sguardo prezioso sulle gesta apparentemente inutili di una comunità di disgraziata, eppur solidale, bellezza.

Uno sguardo che sceglie di farsi cantico per quelle creature che, seppur alla periferia della società, sono capaci di fare prodigi.

Uno sguardo politico necessario.

Gianluca Casadei – Ascanio Celestini


Recensione di Sonia Remoli

– MISURARE IL SALTO DELLE RANE – uno spettacolo di Carrozzeria Orfeo

Drammaturgia Gabriele Di Luca

Regia Gabriele Di Luca, Massimiliano Setti

-.-.-.-.-

TEATRO VASCELLO

dal 27 Gennaio all’8 Febbraio 2026

Misurare quanto gli altri possono essere capaci di amarci è un lavoro, e Betty lo sa.

Perché bisogna allenarli, gli altri, ad amarci.

Bisogna averne cura. Bisogna guardarli.

(ph. Simone Infantino)

Amare può fare malissimo. Ma senza amore, senza imparare a saltare sempre più lontano, non è vita.

Sarà per questo che è pieno di vento questo nuovo spettacolo di Carrozzeria Orfeo: un vento, messaggero di cambiamenti, di nuove emozioni. 

(ph. Simone Infantino)

Un vento che, ad esempio, agita Betty : lei che nonostante tutto non molla mai.

Vento che soffia sugli amori inconfessati e su quelli immaginati. 

(ph. Simone Infantino)

Betty (una stupefacente Chiara Stoppa) e Lory (una sapientemente avvelenata Elsa Bossi) abitano in un piccolo paese sulle rive di un lago, popolato da donne ostili con le donne che sanno prendere le misure da un certo maschile. E da uomini in affanno con questa qualità del femminile.

Un paese però dove il silenzio può essere non solo la risultante di una colpa, ma anche il regalo di una tregua. Finanche il prodotto di una grazia.

E’ qui che un giorno approda, in preda ad una crisi, Iris (la dolce ribelle e acuta “santarellina” Noemi Apuzzo): stressata dal peso della felicità: quel peso di quando hai tutto. 

E’ qui che ciascuna di queste tre donne cerca “un posticino tutto per sé”, che scopriranno e di cui impareranno ad aver cura proprio grazie alle “misurazioni” e agli “allenamenti” di Betty. 

Carismatica insegnante erotica di connessioni (non solo al walkie-talkie). A sua volta bisognosa d’aiuto per gestire invece “la misurazione” dei rapporti di separazione: quelle maledette porte che tutti le ripetono di chiudere. Senza sbatterle.

Tre donne Lory, Betty, Iris alla ricerca di un nuovo equilibrio con sé stesse, e con quel “misurare” che sa tenere insieme il contare su di sè e il contare sulla presenza di qualcun altro.

Spingendosi al di là di quel “ non superare questo limite”, dietro al quale crede di proteggersi Lori.

Perché la vita sa generarsi anche dalla morte: come è accaduto al puledrino della cavalla bianca. Come è avvenuto a Betty.

Perché la vita è anche questo: una panchina sul bordo di un dirupo. Dove noi possiamo stenderci e “scegliere il fianco sul quale aspettare”. Parlando. Insieme. Senza paura. 

(ph. Simone Infantino)

Uno spettacolo dal realismo onirico che, come sempre negli spettacoli di Carrozzeria Orfeo (qui la drammaturgia è di Gabriele Di Luca, che insieme a Massimiliano Setti ne cura anche la regia) sa strapparti risate caustiche, proprio la’ dove non te lo aspetti.

E’ imbarazzante. E’ liberatorio. E’ vita.

Noemi Apuzzo (Iris), Elsa Bossi (Lori), Chiara Stoppa (Betti)


—————

il cast con Gabriele Di Luca e Massimiliano Setti

—————

—————

Gabriele Di Luca

Misurare il salto delle rane

Contributi di Giulio Baffi, Rodolfo di Giammarco, Maura Gancitano

Collana I Testi

CUE PRESS

Recensione di Sonia Remoli

AMORE – uno spettacolo di Pippo Delbono

TEATRO VASCELLO

dal 20 al 25 Gennaio 2026

Ci protegge e ci separa, l’Amore: è come uno spazio.

E’ il nostro spazio vitale.

E’ questa scena, dove – come in un miscuglio inebriante – il rosso parla di vita ardente, di morte e di potere, di lussuria e di aggressività.

E’ un colore drammatico; è un colore erotico: parla dell’umano che è in noi.

Che altro può una creatura se non,

tra creature, amare?

Amare e dimenticare, amare e amar male

amare, disamare, amare?

Amare ciò che il mare trascina dalla spiaggia

ciò che interra e ciò che, nella brezza marina

è sale o esigenza d’amore o ansia pura?

Amare l’inospitale, l’aspro,

un vaso senza fiori, un suolo di ferro,

un uccello rapace.

Questo il nostro destino: amore senza limiti.

Amare la nostra stessa carenza d’amore.

(da Carlos Drummond De Andrade)

Pippo Delbono (ph. Luca Del Pia)

E’ lui. E’ il corpo della sua voce magneticamente donativa, ad evocare l’Amore attraverso queste parole. 

E’ quel suo modo di respirare impazientemente appassionato; è quel suo dolore così sacro: fuori dai “perché” della logica.

E’ Pippo Delbono, e noi con lui, ad andare in pellegrinaggio verso quell’albero secco e solo, che abita la scena: una presenza oracolare.

A lui – a questo albero – ci rivolgiamo, trascinati dalla magia degli interpreti in scena. Cantando.

Un albero “in attesa”: che come una donna incinta può ancora fiorire, se si ha cura della Vita e delle sue Stagioni.

Si dice che l’uomo prima di parlare abbia cantato, che prima di scriver prosa abbia fatto poesia, perché esiste un rapporto molto naturale tra l’essere umano e la poesia. E’ come un modus vivendi capace di cogliere segrete corrispondenze. E in questo spettacolo scopriamo di averne memoria: torniamo a sentirlo.

E’ un canto d’amore malinconico, che sa di un destino irrevocabile eppure possibile; di lontananza e di presenza nostalgica; di sofferenza e di resilienza: è il fado portoghese. Che qui, come una profezia, prende forma dalla presenza oracolare dell’albero secco e solo. 

Perché il Dolore e la Separazione sono elementi costitutivi non solo dell’Amore, ma anche della Vita. Sono valori civili, politici: sono occasioni di verità, sono occasioni di straordinarietà. Da condividere insieme. 

E il fado non è solo musica, ma un vero e proprio rituale emotivo-esistenziale: è “l’eterno ritorno dell’uguale”. E’ un fare del dolore malinconico della perdita, un canto vitale. Ed è così che l’amore si libera della smania del possedere e della pretesa del “per sempre” ad esso collegata.

Un cantare, questo, così potente e libero da essere considerato rivoluzionario, e quindi proibito, dai regimi dittatoriali. 

Ma attenzione, ci dice Pippo Delbono: anche l’amore può prendere la forma di una dittatura, quando “i baci vengono elargiti a ricatto” e “un giorno sei di buon umore e mi ami, il giorno dopo sparisci”. Oggi si tende a lasciare libera circolazione a questa concezione dell’amore e a bandire il suo valore autentico, legato a quello della Morte: un valore che si fonda sulla generosità e sull’altruismo.

(ph. Luca Del Pia)

Valori anti-capitalistici, che non onorano “il possedere”.  Non fanno dell’Amore una soluzione per combattere la paura che ci assale di rimanere soli. Ma vanno al di là: cercano “una riconciliazione” con la paura. Come avvertiamo partecipando a questo spettacolo. 

Uno spettacolo dove protagonista è proprio l’Assenza, così costitutiva dell’Amore. Un’assenza che scava nell’animo dell’autore, in quello degli interpreti della sua compagnia, così come nel nostro di spettatori: umanamente tentati, come siamo, a cercare con gli occhi, ciò che manca. E che, inevitabilmente, tarda a manifestarsi.

Questo spettacolo di Pippo Delbono ha il dono invece di offrirsi come un incontro con il creativo furore dell’umiltà.

Quell’umiltà che rintraccia un sentire comune, e che ci restituisce una generosa identità creativa, vitale, trasformativa. Ospitale. 

Come l’Amore.

Morire d’amore 

davanti alla tua bocca

Sciogliere

la pelle

di sorrisi

Soffocare di piacere

con il tuo corpo

Cambiare tutto per te

se necessario

(musica Pedro Jóia

parole Maria Teresa Horta)


Si consiglia di abbinare

la visione dello spettacolo “Amore”

alla proiezione del film “Bobò, la voce del silenzio” ,

creazioni di Pippo Delbono

di passaggio qui a Roma fino a questo fine settimana.

Il film racconta la storia straordinaria e reale di Bobò, un uomo sordomuto, analfabeta e microcefalo che ha vissuto per 46 anni nel manicomio di Aversa. La sua vita prende una svolta inaspettata nel 1995, quando Delbono lo incontra durante una visita nella struttura e ne rimane profondamente colpito. Da quell’incontro nasce un legame umano e artistico destinato a cambiare per sempre le loro vite.


Inoltre

Sabato 24 Gennaio

al termine dello spettacolo

al Teatro Vascello,

sarà presentato il libro dello studioso e critico di teatro

Gianni Manzella

“Delbono”

pubblicato nella collana Linea 

di Emilia Romagna Teatro ERT / Teatro Nazionale e Luca Sossella editore.

Saranno presenti Pippo Delbono e l’autore

modera Cristina Piccino, giornalista del quotidiano il Manifesto.



Recensione di Sonia Remoli

Recensione di WONDER WOMAN – di Antonio Latella e Federico Bellini – regia Antonio Latella

TEATRO VASCELLO

dal 15 al 18 Febbraio 2026

Aperto il sipario, nudo il palco, accese le luci in platea: tutto chiede autenticità.

Via le maschere, via le convenzioni sociali: tutto chiede vulnerabilità.

Occorre un ritorno all’origine del rito, agli elementi primordiali del teatro, attraverso un’esperienza sensoriale che ci connetta con la terra e con le sue forze spirituali.

Per contattare un livello superiore di espressione, da sentire sulla pelle e nello stomaco. 

Per affrontare il giudizio.

Rotta la barriera tra scena e pubblico per un’immersione totale dello spettatore nell’azione teatrale e la sua verità, le quattro interpreti entrano in mezzo al pubblico. E’ un’esperienza intima e collettiva: un gesto che rafforza il senso di comunità. L’interprete diventa il fulcro simbolico della rappresentazione, quasi un sacerdote che officia un rito. 

Inizia così quella che può definirsi una rievocazione teatralizzata della passione della ragazza peruviana, stuprata da un gruppo di ragazzi nel 2015 ad Ancona. E giudicata troppo mascolina, per poter essere oggetto del desiderio di stupro. Da istituzioni come timorose di prendere una posizione (“sei sicura?), da istituzioni come sopraffatte dalla stanchezza (“i soliti discorsi”). Un atteggiamento in fondo riproposto anche dai mezzi di comunicazione. E da un padre, che abbandona il tetto familiare.

Una “storia troppo vera per essere vera”.  

Una fertile rievocazione poi riassunta in 33 gironi, come il numero delle birre che i ragazzi si erano bevuti. Gironi, simili a vorticose stazioni di una via crucis. 

Giulia Heathfield Di Renzi

Le magnificamente umane quattro interpreti – Maria Chiara Arrighini, Giulia Heathfield Di Renzi, Chiara Ferrara, Beatrice Verzotti – riper/corrono infatti una narrazione oggettiva e soggettiva dei fatti e delle emozioni, incluso ciò che in essa c’è di più scandaloso, al di là dei dettagli sessuali.

Maria Chiara Arrighini

Una performance, la loro, dove la temperatura è sempre alta e in alcuni frangenti parossistica. Una narrazione che diventa provocazione e denuncia. Una descensus ad inferos che non smette mai, neanche per un attimo, di immaginare una risalita. Un modo coraggioso – e non “scaltro” – di stare al mondo.

Anche se “il coraggio oggi è vergognoso”.

Beatrice Verzotti

E l’effetto sullo spettatore è straziante. Ma paradossalmente anche energizzante. Come se, dopo aver ricevuto un pugno nello stomaco, da qualche parte iniziasse a salire un’energia limpida, fiera, coraggiosa, audace. Da eroina, da amazzone. Da Wonder Woman.

L’iconica super eroina creata da William Moulton Marston e scelta da Antonio Latella e Federico Bellini per riflettere e parlare della necessità che abbiamo oggi di super eroi. Lo spettacolo Wonder Woman fa parte infatti di una trilogia – insieme a Zorro e a I tre moschettieri – che s’interroga su che cosa significhi oggi essere dei super eroi .

Chiara Ferrara

Un habitus quello di Wonder Woman che parla dell’attuale necessità di sentirsi comunità civile e del nostro bisogno di difendere la verità. Riscoprendo la capacità di rialzarsi, dopo essere stati “spezzati”, considerandosi, nonostante tutto, “ancora preziosi”. 

Insieme a questa ragazza, e alle quattro interpreti che le restituiscono “le parole per dirlo”, ci si sente come guerriere che “hanno imparato a tagliare e a cucire” e che di questo ora si vestono e si caricano: dell’aver trasformato in monili, le ingiustizie subite (la cura dei costumi è di Simona D’Amico) e dell’aver convertito un sopruso e la relativa reazione di difesa in un combattimento scenico, in una danza (la cura dei movimenti è affidata a Francesco Manetti e a Isacco Venturini) .

(ph. Andrea Macchia)

Una cerimonia sacra: calibrata e sensuale, il cui punto di forza è quella lingua protesa che ricorda la lingua dalla bruciante vitalità trasformativa della dea Kali. Una lingua che si fa canto corale: pronunciato in italiano, in peruviano e nel silenzio che accoglie tutte le lingue, “… siamo il grido altissimo e feroce di tutte quelle donne che più non hanno voce”. 

Cardiaca e viscerale la drammaturgia di Antonio Latella e Federico Bellini, così come la restituzione scenica di Latella, accompagnata dalla tessitura drammaturgica delle musiche e del suono di Franco Visioli: un necessario momento di riflessione, di sdegno e di coraggio per “fare il punto” su qualcosa di inaccettabile, che tutti ci riguarda.

“Con un filo si può lasciare un segno, con un ago si può ricamare il tempo”. 

Come quel filo rosso sul proscenio: con il quale le interpreti ci invitano a lasciare un segno, che vada al di là del palco, al di là dell’esperienza di una sera. 

Perché, come ci hanno dimostrato, è con un filo (un insieme di gesti e di parole) e con un ago (il coraggio) che si può ricamare il tempo. Così da contribuire a far emergere la verità. 

Un po’ come il lazzo di Wonder Woman.

Chiara Ferrara, Beatrice Verzotti, Maria Chiara Arrighini, Giulia Heathfield Di Renzi




Recensione di Sonia Remoli