-Teatro Vascello- la Kustermann presenta la scommessa della “nuova stagione 2026/2027”

TEATRO VASCELLO

Conferenza Stampa

28 Maggio 2026

Pensatrice creativa da sempre alla ricerca di trasformare l’incertezza in visione, la direttrice artistica Manuela Kustermann – fondatrice del Teatro Vascello assieme a Giancarlo Nanni, di cui è appena ricorso l’anniversario della nascita (27.05.1941) – ha accolto stampa e spettatori lo scorso Giovedì 28 Maggio, per condividere la propria riflessione sul contributo che, in questo particolare frangente storico-culturale, il Teatro può offrire alla comunità. Riflessione che l’ha guidata nel plasmare la nuova Stagione 2026/2027 del Teatro Vascello.

Nel suo acuto interrogarsi, la Kustermann si è rivelata assai consapevole su come attualmente la platea – costituita da “solitudini collettive iper stimolate da un quotidiano digitale” – risulti ogni sera più ardua da conquistare. “Quella di oggi” – sottolinea la Kustermann – “è una sfida senza precedenti”. 

Ma inscalfibile resta la sua tensione – e quella di tutti coloro che contribuiscono ogni anno, dal 1989, a rendere vibrante la proposta culturale del Teatro Vascello – a scommettere su come l’essere umano abbia bisogno del rito del ritrovarsi insieme, fisicamente davanti alla stessa storia, a completare l’atto creativo degli attori.


Perché a Teatro il tempo accade “ora” e non può essere riavvolto. 
Perché il Teatro non inganna, visto che la finzione è dichiarata.
Perché il Teatro ha il coraggio di mettere al centro di ogni storia l’importanza del corpo umano, così com’è: nella propria vulnerabilità, nella propria mortalità. 

E’ una necessità antropologica quindi quella che porta il Teatro a “mettere al centro dell’attenzione ciò che è grezzo”.

E a contenerlo.

Il Teatro è infatti quel luogo interiore e collettivo in cui la complessità spesso intraducibile del reale umano, può essere contenuta. 
Il Teatro è il luogo in cui “l’argine contiene il fiume senza trattenerlo; è il contenitore che non nega ciò che racchiude, ma gli dà forma”.
La tragedia stessa, fin dalle origini – sottolinea la Kustermann – non diceva agli uomini cosa fare, ma facendo loro vedere come sono, li rendeva più forti. 

Nel plasmare la nuova Stagione teatrale 2026/2027 la Kustermann ha dichiarato di essersi lasciata guidare dall’urgenza di tornare ad esplorare determinati temi esistenziali – da quello del perdono a quello del male; dal tema del potere a quello del tempo – ed è partendo da questi temi che ha scelto, in un interessante excursus, di presentare la Stagione 2026/2027 alla stampa e agli spettatori in sala. 

A suggello della conclusione dell’incontro, la Kustermann ha immaginato uno spumeggiante brindisi propiziatorio – rito di convivialità, di offerta e di alleanza – consumato con entusiasmo nel foyer del Teatro Vascello. 

-.-.-.-.-

STAGIONE TEATRALE 2026 2027

15-16 settembre martedì e mercoledì h 21

GLASS with SILENCE 

Lucinda Childs / MP3 Dance Project

musiche Philip Glass

direzione Michele Pogliani

produzione MPTRE Project

durata dello spettacolo 60 minuti

Glass whit SILENCE

Un viaggio straordinario nell’universo coreografico di Lucinda Childs, una delle voci più influenti e innovative della danza postmoderna americana.

La serata celebra la sua straordinaria capacità di intrecciare movimento, spazio e tempo in un racconto visivo e corporeo che unisce passato e presente.

Il programma si apre con Katema, una video/installazione esclusiva che rivisita i l video originale del 1978. Grazie a un nuovo montaggio e all’intervento dal vivo di due danzatrici, le immagini si trasformano in un dialogo vibrante tra storia e contemporaneità, costruendo un ponte dinamico tra memoria e innovazione.

La serata prevede due nuove coreografie firmate dalla stessa Lucinda Childs, ispirate alle celebri Études di Philip Glass. La struttura ipnotica e stratificata della musica diventa il terreno ideale per esplorare i temi cari alla coreografa: la ripetizione, il minimalismo e la metamorfosi del movimento nello spazio. In questo dialogo profondo tra danza e musica, l’eleganza e l’intensità della ricerca artistica di Childs trovano una nuova espressione.

Segue la proiezione di Calico Mingling, una delle coreografie più iconiche dell’artista datata 1973. Questo video storico offre al pubblico una preziosa retrospettiva sul suo linguaggio unico, senza tempo, e sulla visione rivoluzionaria che ha trasformato il mondo della danza contemporanea.

A completare il programma Pastime il primo solo della coreografa riproposto in una nuova versione con un trio di danzatrici.

Una serata che celebra la poesia del movimento e l’eredità immortale di una delle menti più

visionarie della danza moderna.

acquista on line https://www.vivaticket.com/it/ticket/glass-with-silence/303926

-.-.-.-.-

dal 23 al 27 settembre da mercoledì al venerdì h 21, sabato h 19, domenica h 17

LO STRANO CASO DEL DOTTOR JEKYLL E DEL SIGNOR HYDE

Liberamente tratto da R.L. Stevenson

Drammaturgia Federico Bellini

Regia Fabio Condemi

Con Christian La Rosa

Drammaturgia delle immagini e spazio scenico Fabio Cherstich

Scenografo collaboratore Andrea Colombo

Luci Veronica Varesi Monti

Audio e Video Francesco Sileo

Assistente alla regia Andrea Lucchetta

Produzione Compagnia Umberto Orsini, La Fabbrica dell’Attore, Elsinor Società Cooperativa Sociale, LAC Lugano Arte Cultura

Lo strano caso del dottor Jekyll e del signor Hyde nasce da un incubo che Stevenson si affrettò a trascrivere in modo febbrile. La storia di Jekyll e Hyde è fatta (e scritta) con la stessa sostanza di cui sono fatti gli incubi e lascia nel lettore un senso di inquietudine misto a esaltazione.

L’ossessione per gli esperimenti e l’ambiguo potere della scienza, gli sdoppiamenti di personalità e i rischi della repressione fanno di questo romanzo scritto nel 1886 una riflessione sulla natura umana che seduce anche i lettori di oggi. Basti pensare a queste parole sull’immaterialità del corpo:

L’elogio del crimine in De Sade, gli incubi postindustriali di Ligotti, i deserti geografici e metafisici di Roberto Bolaño e ora il signor Hyde in persona\e. Con questo lavoro indago nuovamente un tema che attraversa molti dei miei lavori precedenti. È difficile per me dargli un nome preciso ma credo sia un’indagine sul male, una domanda sul male e sul suo rapporto con la rappresentazione e la creazione artistica. Anche la struttura del romanzo di Stevenson è quella frammentaria e

dell’indagine. Come il notaio Utterson (vero protagonista del romanzo di Stevenson), il lettore segue le tracce di mr. Hyde, del male nascosto in evidenza nelle città, nei rapporti umani, nelle istituzioni senza mai afferrarlo del tutto in un inquietante nascondino (hide and seek in inglese).

acquista on line https://www.vivaticket.com/it/ticket/lo-strano-caso-del-dottor-jekyll-e-del-signor-hyde/303599

-.-.-.-.-

dal 29 settembre al 4 ottobre dal martedì al venerdì h 21, sabato h 19, domenica h 17

TRAGUDIA Il canto di Edipo

liberamente ispirato alle opere di Sofocle e ai racconti del mito

Di Alessandro Serra

Regia Alessandro Serra

Con Alessandro Burzotta, Salvatore Drago, Francesca Gabucci, Sara Giannelli, Jared McNeill, Chiara Michelini, Felice Montervino

Regia, scene, luci, suoni, costumi Alessandro Serra

Traduzione in lingua grecanica Salvino Nucera

Voci e canti Bruno de Franceschi

Costruzione scena Daniele Lepori, Serena Trevisi Marceddu, Loic Francois Hamelin

Produzione Sardegna Teatro, Teatro Bellini, Emilia Romagna Teatro ERT / Teatro Nazionale Fondazione Teatro Due Parma

In collaborazione con Compagnia Teatropersona, I Teatri di Reggio Emilia

durata ’80

guarda il trailer https://www.youtube.com/watch?v=hoIeyD4DtHk&list=RDhoIeyD4DtHk&start_radio=1

64th INTERNATIONAL THEATER FESTIVAL MESS:

“Golden Laurel Wreath Award” Grand Prix per il miglior spettacolo

“Golden Laurel Wreath Award”, miglior regista Alessandro Serra

“Golden Laurel Wreath Award”, miglior attore/attrice Chiara Michelini

Premio Radio Sarajevo “Sound of MESS” per il miglior uso dei suoni in teatro

Scrive Antifane nella commedia Poiesis:

La tragedia è un’arte fortunata, perché gli spettatori conoscono l’intreccio già prima che il poeta lo racconti, basta ricordarglielo. Appena pronunziato il nome di «Edipo», già si sa tutto il resto il padre Laio, la madre Giocasta, le figlie, i figli, che cosa ha sofferto, la sua colpa.

Come ricostruire oggi quel sapere collettivo che esonerava il poeta tragico dal dover volgere in prosa il mito e lo legittimava a sollecitare immediate visioni nel pubblico?

Come compiere il tragico oggi?

Quale linguaggio è, ciò che tramite Sofocle, vogliamo dire allo spettatore? E in quale lingua? Il greco di Sofocle era volutamente alto e musicale, una lingua che ci strappa dal piano di realtà e ci pone su un livello di trascendenza.

Come consegnare al pubblico la drammatizzazione perfetta del mito perfetto in una lingua non ostile e concettuale ma musicale, istintiva e sensuale?

L’italiano sembra abbassare il tragico a un fatto drammatico.

Abbiamo perciò scelto il grecanico, lingua che ancora oggi risuona in un angolo remoto di quella che fu la Magna Grecia, una striscia di terra che dal mare si arrampica sull’Aspromonte scrutando all’orizzonte l’Etna.

acquista on line https://www.vivaticket.com/it/ticket/tragudia-il-canto-di-edipo/303954

-.-.-.-.-

spettacolo in collaborazione con Romaeuropa Festival 

dal 7 al 11 ottobre da mercoledì al venerdì h 21, sabato h 19, domenica h 17

(7 e 10 ottobre date del REF)

8-9 -11 ottobre giovedì e venerdì h 21, domenica h 17 date del vascello

LEMNOS

regia, drammaturgia, scene e video Giorgina Pi 

dramaturg Massimo Fusillo 

con Gaia Insenga (Filottete), Giampiero Judica (Ulisse), Aurora Peres (Deus Ex), Gabriele Portoghese (Neottolemo), Alexia Sarantopoulou (Il Coro) 

ambiente sonoro Collettivo Angelo Mai 

arrangiamenti e cura del suono Cristiano De Fabritiis, Valerio Vigliar 

costumi Sandra Cardini 

luci Andrea Gallo 

produzione Bluemotion /Teatro Nazionale di Genova / ERT Emilia Romagna Teatro Fondazione –Teatro Nazionale / TPE Teatro Piemonte Europa in collaborazione Angelo Mai

durata 1 ora e 15’

Lemnos è la prima tappa di un progetto performativo che attraversa mito, poesia e paesaggio contemporaneo. Il lavoro prende avvio dalla figura di Filottete, l’eroe abbandonato sull’isola di Lemnos dopo essere stato ferito da un serpente. La sua ferita, incurabile e maleodorante, lo rende intollerabile alla comunità dei guerrieri che lo lasciano solo sull’isola durante la spedizione verso Troia. Anni dopo, quando la guerra sembra impossibile da vincere, i Greci scoprono che solo il suo arco — l’arco di Eracle — può garantire la vittoria. Sono così costretti a tornare a cercare proprio colui che avevano espulso. Il mito narra che Ulisse e il giovane Neottolemo tornino a Lemnos, per sottrargli l’arco con l’inganno. Alla fine, però, la rivoluzione interiore di Neottolemo modificherà l’esito della storia. Lemnos è una drammaturgia originale che nasce da scoperte e risonanze con il presente, da viaggi nei luoghi della ricerca, da incontri e interviste. 

Da diari scritti nei mesi di lavoro. Il progetto assume questo mito come una figura nodale per interrogare i meccanismi di esclusione che attraversano le comunità politiche e le narrazioni storiche. Nella riscrittura scenica di Lemnos, Filottete è una donna: un gesto che si pone come omaggio alla poesia e al pensiero di Adrienne Rich, che sceglie proprio Filottete come suo alter ego che re-visiona il mondo da una prospettiva femminista e radicale. La ferita di Filottete diventa così il punto di emergenza di un corpo che la comunità non riesce a contenere ma di cui continua ad avere bisogno. Anche Eracle è una donna, ma ha perso le sue doti di deus ex machina. Queste due polarità circondano i due diversi modelli maschili: Ulisse archetipo di una strategia stanca accanto a Neottolemo che porta il peso di essere figlio di un eroe. E poi c’è il coro che dal presente racconta, sa, rende testimonianza parlando in greco.

acquista on line https://www.vivaticket.com/it/ticket/lemnos/303938

-.-.-.-.-

dal 14 al 18 ottobre dal mercoledì al venerdì h 21, sabato h 19, domenica h 17

prima nazionale mercoledì 14 ottobre h 21

L’OROLOGIO AMERICANO

di Arthur Miller

traduzione Cristina Viti 

regia Elio De Capitani

scene e costumi Carlo Sala 

musiche originali e arrangiamenti Mario Arcari eseguite dal vivo

con gli attori della Compagnia dell’Accademia: Angelica Barelli, Alessandro Buono, Melissa Del Carmen Chaigan, Chiara Casarin, Laura Cestaro, Flavio D’Andrea, Edoardo De Padova, Anna Demichelis, Luca Duarte Di Gangi, Vittorio Maria Mearelli, Giorgio Petrotta, Gabriele Maria Pizzurro, Caterina Rugghia, Pietro Saccomani, Nicola Tagliatori, Chiara Tognarini, Chiara Trombini, Nicola Vantaggi

luci Nando Frigerio 

suono Hubert Westkemper 

costruzione scene Tommaso Frigerio

co-produzione Accademia Nazionale d’Arte Drammatica “Silvio d’Amico”, Teatro dell’Elfo

Una grande produzione che vede associati l’Accademia Nazionale d’Arte Drammatica “Silvio d’Amico” e il Teatro dell’Elfo e che si avvale anche della collaborazione dell’Accademia di Brera. Per incarnare la mia visione di quest’opera, la più aperta e sperimentale di Miller, ho subito pensato a un circo, tra Brecht e Fellini, un nuovo teatro-circo per quest’epoca di accelerazioni brutali. Sotto la maschera di un clown, l’uomo si mostra nella sua sempre vulnerata grandezza. Dietro al ghigno di un ambiguo maestro di cerimonie, come nel Kit-Kat Club del film Cabaret di Bob Fosse, l’uomo mostra il suo lato mefistofelico.

Miller ci porta nel pieno della Grande Depressione e della crisi che investe l’America nel 1929. Rispetto ai testi precedenti, qui allarga il campo del suo racconto: il ring delle azioni non è circoscritto alla famiglia americana, ma guarda all’intero paese, da Brooklin alle pianure dell’Iowa, dalle sponde del Mississippi a quelle dei grandi laghi in Michigan.

La famiglia Baum – che è lo specchio di quella di Arthur Miller – un tempo benestante, vede restringersi i propri privilegi e scivola progressivamente nell’indigenza, dopo che il capofamiglia perde il lavoro. La sua storia è raccontata intrecciando i ricordi del giovane figlio e di Arthur Robertson, un uomo di affari che è scampato al collasso finanziario prevedendo gli esiti della grande bolla che ha trascinato il Paese nella più grave crisi economica e sociale conosciuta sino ad allora. I due evocano e mettono in scena una girandola di decine di personaggi, una folla proveniente dai più diversi contesti sociali, un grande affresco corale: la società stessa diventa protagonista e con essa la sua responsabilità nei confronti dell’individuo e quella del potere politico ed economico nei confronti della collettività. 

acquista on line https://www.vivaticket.com/it/ticket/l-orologio-americano/303931

-.-.-.-.-

in corealizzazione con Romaeuropa Festival

28 ottobre mercoledì h 21 data Romaeuropa

29 ottobre e giovedì h 21 data teatro vascello

La medium

uno spettacolo di mentalismo femminista ispirato alla storia vera di Hersilie Rouy

di e con Marta Cuscunà
liberamente tratto da Incantagioni di Mariano Tomatis
set & lighting design Paola Villani
assistenza alla regia e direzione tecnica Marco Rogante

Foto © Alessandro Ruzzier

produzione Etnorama – Cultura per nuovi ecosistemi
in coproduzione con Piccolo Teatro di Milano – Teatro d’EuropaCSS Teatro stabile di innovazione del Friuli Venezia GiuliaCentro Teatrale BrescianoTeatro Stabile di Bolzano
con il sostegno di Regione Autonoma Friuli Venezia Giulia

in corealizzazione con Teatro Vascello

in collaborazione con Teatro Piccolo di Milano

durata prevista di circa 60 minuti senza intervallo

Con La Medium, Marta Cuscunà prosegue il suo percorso di ricerca tra artigianalità scenica, teatro di figura e sperimentazione, tornando a misurarsi con i dispositivi del potere e con le radici storiche della violenza di genere. Al centro dello spettacolo c’è la storia vera di Hersilie Rouy, figlia dell’illusionista Charles Rouy (celebre per il numero de La Donna Invisibile in cui delle donne venivano fatte scomparire attraverso scatole magiche), rinchiusa in manicomio per quattordici anni.  Durante la prigionia, Hersilie scrive con il proprio sangue un diario-denuncia in cui registra i soprusi subiti, diventando la voce ribelle delle internate della Salpêtrière, luogo simbolico della psichiatria ottocentesca e degli studi sull’isteria femminile. Tra illusionismo, sedute spiritiche, guarattelle napoletane e dispositivi tecnologici, Cuscunà costruisce un immaginario scenico che riporta alla luce le “donne invisibili” dello spettacolo e delle istituzioni manicomiali del XIX secolo. La magia, qui, non serve a produrre meraviglia, ma a rendere visibile ciò che è stato rimosso. La vicenda di Hersilie (che dopo la liberazione riuscì a incidere sulla modifica della legge francese del 1838 sull’internamento) diventa così il punto di partenza per una riflessione lucida su emancipazione, resistenza e memoria, ma anche sui meccanismi con cui le istituzioni disciplinano, cancellano e riducono al silenzio i corpi femminili.

acquista on line https://www.vivaticket.com/it/ticket/la-medium/303939

-.-.-.-.-

in corealizzazione con Romaeuropa Festival

31 ottobre sabato h 19 data RomaEuropa

1° novembre, domenica h 17 data teatro vascello

CATALOGO

un’idea originale di Marta CiappinaMarco D’AgostinDamien Modolo
creazioni di Silvia GribaudiFrancesca Pennini / CollettivO CineticOSotteraneoEmio Greco | Pieter C. Scholten
con Marta Ciappina
suono Simone Arganini
drammaturgia Marco D’Agostin
cura, promozione Damien Modolo
organizzazione, amministrazione Eleonora CavalloIrene MaiolinPaola Miolano

produzione VAN
coproduzione Piccolo Teatro di Milano – Teatro d’EuropaERT Emilia Romagna TeatroRomaeuropa FestivalCDCN Pôle SudICK Dans Amsterdam
con il sostegno di Centro di Residenza delle Arti Performative del Friuli Venezia Giulia / La Contrada Teatro stabile di TriesteAtcl / Spazio Rossellini
in collaborazione con AMAT e Comune di Pesaro per RAM – Residenze Artistiche Marchigiane

in corealizzazione con Teatro Vascello

Durata: 60 minuti circa (senza intervallo)

Come si orchestra la propria sparizione?
M. è una danzatrice che intende congedarsi dalle scene. Ogni suo giorno in sala prove sembra essere l’ultimo. Ogni frammento di danza è un affondo in un’estetica, in un linguaggio, in un tempo specifico.
Marco D’Agostin e Marta Ciappina orchestrano Catalogo come una rete di collaborazioni, sguardi, intenzioni e prospettive intorno al corpo e alla danza, riunendo in un’unica serata gli sguardi di alcuni tra i più importanti coreografi della scena italiana e internazionale.
Silvia Gribaudi, Francesca Pennini per CollettivO CineticO, Sotterraneo ed Emio Greco insieme a Pieter C. Scholten compongono un brano per M. senza averla mai incontrata prima. Ne nasce un blind date coreografico, come lo definisce D’Agostin, dagli esiti imprevedibili, in cui i diversi pezzi, cuciti dalla drammaturgia del coreografo Premio Ubu, compongono una partitura sull’addio, sulla fine e sulla sopravvivenza.

acquista on line https://www.vivaticket.com/it/ticket/catalogo/303922

-.-.-.-.-

in corealizzazione con Romaeuropa Festival

4 novembre mercoledì h 21 data di Romaeuropa

5 novembre giovedì h 21 data del teatro vascello

STARMAN

La vera storia di Leon Skum

Di e con Pietro Giannini

Produzione Teatro Nazionale di Genova

durata di 50 minuti

Chi è Leon Skum?
L’uomo più ricco del mondo, genio visionario, imprenditore discusso, pioniere dello spazio e delle nuove tecnologie.
Ma cosa si nasconde davvero dietro questo mito?
Con STARMAN. La vera storia di Leon Skum Pietro Giannini porta in scena la ricostruzione della vita di un Leonardo ai tempi di Elon Musk mettendo insieme tasselli o tracce che compongono un nero mosaico del XXI secolo. Dall’infanzia in Sudafrica fino alla costruzione dell’impero economico che tutti conosciamo. Da un vortice di testimonianze e quadri in salsa barbecue, linguaggio contaminato dai musical e dai talk-show, saghe galattiche e l’enigmatica presenza del robot Prometheus, prende forma la figura prismatica e controversa di Leon. Un ritratto tra mito e spettacolo, frutto di un percorso di studio e letture onnivore di saggistica americana per raccontare la morte dei “padri”, tra ambizione smisurata e fantasmi del passato, per provare a capire come nasce – e cosa diventa – un uomo deciso a cambiare il destino dell’umanità.

acquista on line https://www.vivaticket.com/it/ticket/starman/303950

-.-.-.-.-

10 novembre martedì h 21 Danza contemporanea

C’ERA UNA VOLTA

Coreografia, Danzatori LIM Jinho, JI Kyung Min, LEE Kyunggu 

Strumentista (Gayageum) KIM Minjeog 
Lighting Designer LEE Seungho, 

Stage Manager KWAK Yongmin

Producer LEE Yeong Chan

Durata 60 minuti

Guarda la presentazione https://youtu.be/g8KpgOWf7Zg

Guarda il trailer https://youtu.be/JfafLCMBiHc

C’era una volta è un’opera basata sul movimento; utilizziamo elementi come l’hanbok (abito tradizionale coreano), il ventaglio, la pipa coreana, e il cappello tradizionale realizzato in bambù e crine di cavallo, oggetti impiegati nelle performance tradizionali coreane. Attraverso questi elementi, diamo nuovi significati alle figure storiche e reinterpretiamo eventi della storia.

Quest’opera, che rappresenta anche una riflessione su come i giovani artisti contemporanei possano portare avanti la tradizione, porta in scena elementi del passato coreano tramandati nel tempo; i costumi tradizionali hanbok, il pansori, l’immagine degli aristocratici yangban e i racconti antichi. Una volta sul palco, questi elementi vengono smembrati e, con l’aggiunta dell’immaginazione, viene costruito il racconto trasmesso al pubblico. Allo stesso tempo, l’opera può essere considerata un rito in danza contemporanea dedicato agli antenati che ci hanno lasciato tale eredità.

acquista on line https://www.vivaticket.com/it/ticket/c-era-una-volta/303919

-.-.-.-.-

11 novembre mercoledì h 21 Lettura-concerto con musica dal vivo

IL GIORNO DELLA CIVETTA

Musiche originali e direzione artistica Paolo Vivaldi

Pianoforte Paolo Vivaldi

Voce recitante Vita Villi

I Solisti dell’Augusteo ensemble musicale 

Organico musicale Quintetto d’archi, batteria, clarinetto, fisarmonica e pianoforte

Musiche originali: Paolo Vivaldi

Durata: circa 60 minuti

Il Giorno della Civetta – Lettura Concerto è un omaggio intenso e raffinato alla letteratura, alla legalità e alla memoria civile.

Ispirato al capolavoro di Leonardo Sciascia, lo spettacolo intreccia la forza della parola recitata con la potenza evocativa della musica dal vivo, dando vita a un’esperienza scenica capace di emozionare, interrogare e coinvolgere profondamente il pubblico.

La voce di Vita Villi attraversa le pagine più significative del romanzo, restituendo la tensione morale dell’indagine, la solitudine del Capitano Bellodi, il peso dell’omertà e la presenza invisibile di un potere che condiziona vite, coscienze e destini.

Le musiche originali del M° Paolo Vivaldi, eseguite dal vivo, creano una partitura intensa e cinematografica, in cui ogni nota diventa memoria, sospensione e denuncia.

Il Giorno della Civetta non è soltanto un romanzo sulla mafia. È una riflessione universale sulla verità, sul coraggio e sulla responsabilità. È la storia di chi cerca giustizia in un mondo che preferisce tacere. È una domanda ancora aperta rivolta a ciascuno di noi.

acquista on line https://www.vivaticket.com/it/ticket/il-giorno-della-civetta/303930

-.-.-.-.-

in corealizzazione con Romaeuropa Festival

dal 13 al 22 novembre, debutto venerdì 13 novembre h 21, 13-14-15 novembre date di Romaeuropa

17-18-19-20-21-22 novembre dal martedì al venerdì h 21, sabato h 19, domenica h 17 date del teatro vascello

IL PRODIGIO 

dal romanzo omonimo di Fabrizio Sinisi edito da Mondadori
adattamento di Giacomo Bisordi e Fabrizio Sinisi
regia Giacomo Bisordi
con (in o.a.) Chiara Ferrara, Candida NieriGabriele PortogheseFederica Rosellini
e un altro interprete in via di definizione
scene e luci Marco Giusti
costumi e scenografa collaboratrice Caterina Rossi
suono Dario Felli

produzione La Fabbrica dell’Attore – Teatro Vascello
in coproduzione Romaeuropa Festival e LAC – Lugano Arte e Cultura

guarda la presentazione https://youtu.be/WsyTSd0Cnqo

Giacomo Bisordi porta in scena Il Prodigio, primo romanzo del drammaturgo Fabrizio Sinisi, accolto con entusiasmo dalla critica, trasformandolo in un dispositivo scenico visionario che interroga il nostro bisogno di credere. Più che una semplice trasposizione, il lavoro prende forma come un’apocalisse contemporanea nel senso originario del termine: una rivelazione. Nel cielo di una grande città italiana appare un volto dai tratti rozzi, quasi infantili; all’inizio è un’anomalia, poi una presenza, infine un enigma capace di catalizzare desideri, paure e tensioni collettive. Attorno a quell’apparizione si moltiplicano segni, guarigioni, eventi inspiegabili: proiezione, inganno o manifestazione divina? Al centro di questo smottamento del reale ci sono Don Luca, sacerdote mediatico più abituato a raccontare la fede che a praticarla, Marta, figura enigmatica e sfuggente, e Folker, profeta magnetico capace di intercettare il bisogno di spiritualità e trasformarlo in una nuova, inquietante forma di culto.

Con la sua regia tesa e lucidissima, Bisordi attraversa il romanzo come un libro di visioni, costruendo una sequenza di immagini, crolli e apparizioni che incrinano ogni sistema di senso. In scena, Gabriele Portoghese, Federica Rosellini e Chiara Ferrara danno corpo a un universo sospeso tra desiderio, fede e dissoluzione. Di fronte all’inspiegabile, quando ogni certezza vacilla, a che cosa scegliamo di credere?

acquista on line https://www.vivaticket.com/it/ticket/il-prodigio/303928

-.-.-.-.-

dal 24 al 29 novembre dal martedì al venerdì h 21, sabato h 19, domenica h 17

QUINTO: NON UCCIDERE

uno spettacolo di Massimiliano Civica

con Maria Vittoria Argenti, Monica Demuru, Luigi Fedele, 

Francesco Rotelli, Marcello Sambati, Paola Tintinelli

collaborazione all’elaborazione del testo Maria Vittoria Argenti

scene Loris Giancola

costumi Daniela Salernitano

luci Gianni Staropoli

produzione Teatro Metastasio di Prato, TPE – Teatro Piemonte Europa

riproduzione in scena di un’opera di Annibale Carracci 

su concessione del MiC – Museo e Real Bosco di Capodimonte

durata 80 minuti

Guarda la presentazione https://youtu.be/pOEn6PxgyYE

Si può chiedere perdono per un gesto irreparabile? Si può perdonare chi ha ucciso il proprio figlio?

Durante la Prima Guerra Mondiale, Henri, un giovane soldato francese, ha ucciso Peter, un soldato tedesco, suo coetaneo. 

Nel primo anniversario dell’Armistizio, in una Parigi in festa, Henri è nella chiesa di Notre-Dame per chiedere l’assoluzione per l’omicidio che ha commesso. Non riesce a fuggire dallo sguardo dell’uomo che ha ucciso. Il prete, dopo aver ascoltato la sua confessione, lo benedice dicendogli che non ha nessun crimine da farsi perdonare: ha solo compiuto il suo dovere di soldato. 

“Io sono venuto qui per trovare pace. E tu non me l’hai data”, risponde Henri, decidendo così di partire per andare in Germania dai genitori di Peter e chiedere a loro il perdono. 

Una volta conosciuti gli anziani genitori di Peter e la sua promessa sposa, Annette, Henri si rende però conto di essere andato lì a chiedere loro un gesto dis-umano: ripetere “lo scandalo” di Gesù che perdona i suoi assassini, di Dio che perdona agli uomini l’uccisione del figlio. 

Di fronte a questo, Henri esiterà tra il suo bisogno di trovare pace e quello umano, troppo umano, di dire una bugia.

Lo spettacolo è ispirato al film Broken Lullaby di Ernst Lubitsch.

acquista on line https://www.vivaticket.com/it/ticket/quinto-non-uccidere/303948

-.-.-.-.-

dal 1° al 6 dicembre dal martedì al venerdì h 21, sabato h 19, domenica h 17

THE SLEEPING QUEEN

Coreografia e Regia Mauro Astolfi

Interpreti Maria Cossu, Marco Prete, Martina Staltari, Miriam Raffone, Filippo Arlenghi, Lorenzo Beneventano, Alessandro Piergentili, Anita Bonavida, Giuliana Mele

Disegno luci Marco Policastro

Realizzazione scene Marco Fieni

Musiche Pëtr Il’ič Čajkovskij

Musiche originali Davidson Jaconello

Costumi Anna Coluccia

Assistente alle Coreografie Elena Furlan

Una produzione Spellbound con il contributo del Ministero della Cultura e Regione Lazio in collaborazione con Fondazione Teatro Comunale di Vicenza 

Durata 64’ 

Guarda la presentazione https://youtube.com/shorts/DqRi9F5XBUY

Sleeping Queen si propone come una riflessione poetica e simbolica sul potere, sull’alienazione e sul risveglio. Un lavoro che trae ispirazione dalla fiaba universale de La Bella Addormentata nel Bosco, ma ne sovverte i codici narrativi e i simbolismi per trasporli in una dimensione profondamente attuale.

La figura centrale non è una principessa, ma una regina: non una giovane donna in attesa del proprio destino, ma una figura di potere e autorità, intrappolata nei suoi nuovi poteri, perde il contatto con il suo scopo originario e con le persone che governa. 

Il cuore narrativo di Sleeping Queen si sviluppa attorno al tema del risveglio: cosa può scuotere una figura di potere dal torpore emotivo? Nella fiaba, il bacio del principe è un atto d’amore esterno, salvifico. Qui, invece, il risveglio è un processo interno, un ritorno all’essenza dell’essere umano che abita dietro la maschera della sovranità. È un cammino di riconnessione con la realtà e con coloro che, nella struttura gerarchica del potere, sono stati ignorati o soffocati. Il “bacio” simbolico non è un gesto romantico, ma un confronto diretto con la sofferenza, la ribellione o persino la speranza di chi la circonda.

Sleeping Queen si pone come una metafora del potere contemporaneo, interrogandosi su come l’autorità possa trasformarsi in una prigione. È un racconto sulla vulnerabilità del potere e sul suo potenziale di rinascita: il vero risveglio non avviene attraverso la forza, ma attraverso l’ascolto, la compassione e il riconoscimento della propria fragilità. La regina, alla fine, non si risveglia per essere salvata, ma per riscoprire se stessa come donna, leader e, soprattutto, come essere umano.

acquista on line https://www.vivaticket.com/it/ticket/the-sleeping-queen/303952

-.-.-.-.-

dal 10 al 20 dicembre dal martedì al venerdì h 21, sabato h 19, domenica h 17

debutto giovedì 10 dicembre h 21

HOSPITALITY SUITE

di Roger Rueff
traduzione italiana di Paola Ponti Paola Ermenegildo
in accordo con Arcadia & Ricono Ltd per gentile concessione di Roger Rueff

regia Francesco Scianna

con Francesco SciannaSergio Romano (miglior attore protagonista David di Donatello 2026), Lorenzo Crovo, Fabrizio Romano

scene e luci Angelo Linzalata
costumi Stefania Cempini
musiche Paolo Spaccamonti
regista assistente Luca Bargagna

produzione MARCHE TEATRO, GOLDENART PRODUCTION, Teatro Biondo Palermo, La Fabbrica dell’Attore – Teatro Vascello

durata 1 ora e 15 minuti atto unico

guarda la presentazione https://youtu.be/z4j272AR-eo   

“Hospitality Suite” è un’opera teatrale scritta da Roger Rueff, un testo che affronta con acume e profondità i temi dell’identità, della moralità e delle scelte di vita. Ambientata in una suite d’albergo durante una convention aziendale, la pièce segue tre venditori di un’importante compagnia industriale che cercano di conquistare un potenziale cliente cruciale per le sorti dell’azienda.

Il dialogo serrato tra i personaggi svela a poco a poco le loro vulnerabilità, ambizioni e illusioni, offrendo al pubblico uno spaccato umano che va ben oltre la superficie professionale. Una riflessione attuale e potente sul lavoro, le relazioni interpersonali e le domande esistenziali che ognuno si pone nel corso della propria vita.

“Hospitality Suite” è uno spettacolo che tocca l’anima e il cuore dello spettatore. Un’occasione unica per vedere in scena un testo di rara profondità e attualità, interpretato da uno degli attori più talentuosi del panorama teatrale italiano.

acquista on line https://www.vivaticket.com/it/ticket/hospitality-suite/303927

-.-.-.-.-

dal 22 dicembre al 17 gennaio 

REZZA MASTRELLA

dal 22 dicembre al 3 gennaio dal martedì al venerdì h 21, sabato h 19, domenica h 17

replica speciale lunedì 28 dicembre h 21

speciale capodanno giovedì 31 dicembre h 21.30

giorni di chiusura 24-25 dicembre, 1° gennaio

7-14-21-28

di Flavia Mastrella, Antonio Rezza

con Antonio Rezza

e con Ivan Bellavista

habitat Flavia Mastrella

(mai) scritto da Antonio Rezza

assistente alla creazione Massimo Camilli

luci e tecnica Alice Mollica

macchinista Eughenij Razzeca

organizzazione generale Stefania Saltarelli

ufficio stampa Artinconnessione

organizzazione e comunicazione This is Acqua

una produzione La Fabbrica dell’Attore – Teatro Vascello – Rezza Mastrella

Durata: 90′, 1 atto

Guarda la presentazione https://youtu.be/7iQyEtT3QFg

guarda il trailer https://youtu.be/dwkLB42EbAs

Civiltà numeriche a confronto. La sconfitta definitiva del significato.

Malesseri in doppia cifra che si moltiplicano fino a trasalire: siamo a pochi salti di

distanza dalla sottrazione che ci fa sparire.

Oscillazioni e tentennamenti in ideogramma mobile.

Improvvisamente cessa il legame con il passato: corde, reti e lacci tengono in piedi la

situazione. Si gioca alla vita in un ideogramma. Il tratto, tradotto in tre dimensioni,

sviluppa volumi triangolari diretti verso l’alto che coesistono con linee orizzontali: ma in

verticale si muove solo l’uomo.

Qui non si racconta la storiella della buona notte, qui si porge l’altro fianco. Che non è

la guancia di chi ha la faccia come il culo sotto. Il fianco non significa se non è trafitto.

Con la gola secca e il corpo in avaria si emette un altro suono.

Fine delle parole.

Inizio della danza macabra. 

acquista on line https://www.vivaticket.com/it/ticket/7-14-21-28/303918

-.-.-.-.-

dal 5 al 17 gennaio dal martedì al venerdì h 21, sabato h 19, domenica h 17

METADIETRO

di Flavia Mastrella Antonio Rezza 

con Antonio Rezza 

e con Daniele Cavaioli 

habitat Flavia Mastrella 

(mai) scritto da Antonio Rezza 

assistente alla creazione Massimo Camilli 

luci e tecnica Alice Mollica 

voci fuori campo Noemi Pirastru e Mauro Ranucci 

montaggio traccia sonora Barbara Faonio 

mix traccia sonora Stefano Falcone  

macchinista Eughenij Razzeca 

organizzazione generale Tamara Viola, Stefania Saltarelli 

metalli Cisall

foto Flavia Mastrella  

Annalisa Gonnella, Giulio Mazzi 

ufficio stampa Artinconnessione 

una produzione La Fabbrica dell’Attore – Teatro Vascello – Rezza Mastrella 

durata 1h e 35′

guarda il trailer https://youtu.be/x3jvUQHLmHA

L’ammutinamento è sempre auspicabile in un organismo sano. Un ammiraglio blu elettrico 

tenta di portare in salvo la sua nave spalleggiato da una frotta che lo stordisce con 

ossessioni di mercato: la salvezza di chi ti è vicino non è la via di fuga per chi vive delle

proprie idee. In ogni caso nessuno è colpevole, c’è solo un gran divario nello stare al 

mondo. Tra visioni difformi si consuma l’ennesimo espatrio, che non è la migrazione di un 

popolo, ma l’allontanamento inesorabile dalla propria volontà.   

E vissero tutti relitti e portenti.   

Tornare alla dimensione naturale e selvaggia è impossibile. Viviamo una nuova preistoria; 

la mansione umana è mortificata, confusa e inadeguata. Nello spazio virtuale fatto materia,

un ecopentagono provoca il vuoto, personaggi invisibili fiancheggiano l’egocentrico 

edificio: 

non sono fantasmi ma sollecitazioni induttive e, nonostante tutto, la realtà 

non è mai uniforme, scombina sempre i programmi prestabiliti e nutre in 

modo imprevedibile la funzione della fantasia. 

La crudeltà tecnologica permea l’essere vivente. 

È la scomparsa dell’eroe.

acquista on line https://www.vivaticket.com/it/ticket/metadietro/303941

-.-.-.-.-

dal 19 al 24 gennaio dal martedì al venerdì h 21, sabato h 19, domenica h 17

IL VIALE DEL TRAMONTO

un progetto a cura di MUTA IMAGO

interpretato da IAIA FORTE, MASSIMO VERDASTRO e GIOVANNI ONORATO

regia e scene Claudia Sorace

drammaturgia Riccardo Fazi 

musiche Lorenzo Tomio

luci Maria Elena Fusacchia

una produzione Argot Produzioni

in coproduzione con INDEX, La Fabbrica dell’Attore teatro Vascello 

e con Solares Fondazione delle Arti

in collaborazione con Pierfrancesco Pisani e Isabella Borettini per Infinito

Un giorno Iaia Forte è venuta a vedere Tre Sorelle. Non ci conoscevamo davvero, ma all’uscita ci ha detto: “Ragazzi noi dobbiamo fare uno spettacolo insieme.”

Per noi Iaia era un mito, una chimera, una sfinge.

Un mese dopo ci ha invitato a cena nella sua torre romana, piena di segni e voci di una vita enorme.

Davanti al caminetto acceso, ci è venuto in mente Viale del Tramonto.

Avevamo timore di proporle la storia di una diva dimenticata, abbracciata solo dal suo primo marito, Max von Mayerling. Invece Iaia si è illuminata.

Abbiamo continuato a incontrarci, mescolando racconti di vita e riflessioni sul teatro.

Poi ci siamo detti: “Se ha senso farlo, va fatto come nel film.”

Viale del Tramonto è un trattamento originale ispirato alla sceneggiatura del celebre film, facendola dialogare con la storia del teatro italiano.

Norma è una diva dimenticata, Max il suo cameriere e grande regista del passato.

La loro vita sospesa viene interrotta dall’arrivo di Joe, giovane sceneggiatore squattrinato che lentamente viene catturato nella rete della ricca diva, come accade nelle migliori favole nere. 

Un gioco di specchi tra finzione e realtà, dove i corpi e le biografie degli attori diventano materia drammaturgica. 

Il fascino di chi si ostina ad essere sé stessa in un mondo che cambia.

Norma è un fantasma che continua a infestare il presente, uno scarto tra essere e realtà. Una figura che resiste al tempo, alle estetiche, ai gusti che si trasformano.

Avere a che fare con questa storia significa fare i conti con l’idea stessa di tramonto, personale e collettivo. Claudia Sorace – Muta Imago

acquista on line https://www.vivaticket.com/it/ticket/il-viale-del-tramonto/303929

-.-.-.-.-

dal 26 al 31 gennaio dal martedì al venerdì h 21, sabato h 19, domenica h 17

STAGIONE TEATRALE 2026 – 2027 

dal 26 al 31 gennaio dal martedì al venerdì h 21, sabato h 19, domenica h 17

L’ULTIMO NASTRO DI KRAPP di Samuel Beckett, traduzione Carlo Fruttero
PRESS CONFERENCE di Harold Pinter, traduzione Alessandra Serra
regia Roberto Andò
con Renato Carpentieri
scene e luci Gianni Carluccio
costumi Daniela Cernigliaro
suono Hubert Westkemper 
aiuto regia Luca Bargagna
L’ultimo nastro di Krapp è rappresentato in accordo con Arcadia & Ricono Ltd

per gentile concessione di Curtis Brown Group Ltd

produzione Teatro di Napoli – Teatro Nazionale, Fondazione Campania dei Festival – Campania Teatro Festival

Roberto Andò accosta L’ultimo nastro di Krapp di Samuel Beckett a Press conference di Harold Pinter in un dittico che indaga il rapporto fra parola, memoria e potere, affidandoli all’interpretazione di Renato Carpentieri.

Ne L’ultimo nastro di Krapp, il cuore della scena è un “dialogo impossibile”: un uomo ascolta la propria voce registrata trent’anni prima e si confronta con il fantasma di sé stesso. La parola diventa archivio, traccia, residuo e la memoria un campo di battaglia. Un Krapp “archivista del nulla”, sospeso tra ironia e struggimento, tra lucidità e disfatta.

In ideale e inquietante contrappunto, Press conference sposta il conflitto dalla sfera privata a quella pubblica. Qui la parola non custodisce il passato, ma lo occulta: il portavoce governativo risponde ai giornalisti con frasi evasive e contraddittorie, evidenziando, attraverso l’ironia tagliente di Pinter, la manipolazione del linguaggio politico e il potere come dispositivo di controllo.

Se in Beckett la voce registrata scava nell’identità fino a rivelarne il vuoto, in Pinter la voce ufficiale costruisce un vuoto di senso per esercitare dominio. Due solitudini diverse, quella dell’uomo davanti al proprio tempo perduto e quella dell’uomo di potere davanti alla verità, compongono così un unico discorso teatrale sulla responsabilità della parola.

acquista on line https://www.vivaticket.com/it/ticket/l-ultimo-nastro-di-krapp-press-conference/303933

-.-.-.-.-

dal 3 al 14 febbraio da mercoledì al venerdì h 21, sabato h 19, domenica h 17

ORESTEA

parte 1° Mithos 3-4-5 febbraio mercoledì, giovedì, venerdì h 21 acquista on line https://www.vivaticket.com/it/ticket/orestea-1-mithos/303946 durata 1 ora e 30’

parte 2°Logos 9-10-11-12 febbraio dal martedì al venerdì h 21 acquista on line https://www.vivaticket.com/it/ticket/orestea-2-logos/303947 durata 1 ora e 30’


Orestea integrale 6-7-13-14 febbraio sabato h 19, domenica h 17, acquista on line https://www.vivaticket.com/it/ticket/orestea/303945 durata 3 ore e mezzo 

di Eschilo

traduzione Riccardo Favaro, Carmelo Rifici

regia Carmelo Rifici

con (in ordine alfabetico) Fausto Cabra, Alfonso De Vreese, Igor Horvat, Stefano Iagulli, Marta Malvestiti, Giusi Merli, Valeria Milillo, Francesca Osso, Valentina Picello, Monica Piseddu, Anahì Traversi

Scene Daniele Spanò

costumi Margherita Baldoni

disegno luci Marzio Picchetti

musica Federica Furlani, Zeno Gabaglio

sound design Andrea Gianessi

produzione LAC Lugano Arte e Cultura

in coproduzione con TPE – Teatro Piemonte Europa, La Fabbrica dell’attore – Teatro Vascello, Piccolo Teatro di Milano –Teatro d’Europa, Teatro Nazionale di Fiume – HNK Ivana pl. Zajca u Rijeci

Orestea – Parte 1 / Mithos

Si apre con l’Agamennone e si chiude con la prima lamentazione del coro delle Coefore. Si tratta di decifrare, nella storia dell’uccisione di Agamennone e Cassandra da parte di Clitemnestra ed Egisto, e nel riconoscimento di Elettra del fratello Oreste come unico vendicatore, portatore di giustizia, un trauma fondativo della civiltà occidentale. In questo mondo, fatto soprattutto di dèi del sottosuolo, i morti non muoiono se non vendicati. Qui la violenza è regolata dalla giustizia della vendetta. Su questa certezza si costruisce il primo pilastro della società occidentale e su questa evidenza si chiude la prima parte della tragedia.

Orestea – Parte 2 / Logos 

Inizia con Oreste e Pilade e il loro destino di uccisori di Clitemnestra; si apre con il matricidio e si chiude con il tribunale di Atene, dove il processo ai danni di Oreste termina con la sua assoluzione, grazie all’intercessione di Apollo, ma soprattutto alla strategia di Atena. Si abbandona la riva del mito per entrare nel territorio della storia dell’uomo; l’assoluzione di Oreste sancisce la nascita della democrazia occidentale, che poggia il suo primo pilastro sull’assassinio di una Grande Madre. La democrazia non nasce dalla pace ma da una violenza regolata: la polis non elimina la barbarie, la trasforma. Il logos non risolve ma è contenimento della forza arcaica.

Carmelo Rifici rilegge Orestea di Eschilo restituendole il suo carattere di origine, di trauma fondativo: non un racconto antico, ma la soglia in cui l’umanità scopre che la violenza non si elimina, si organizza. Un’indagine sulla fragilità della nostra idea di giustizia e su ciò che abbiamo perduto nel passaggio dal mondo arcaico al logos. In questa nuova produzione LAC, Carmelo Rifici sceglie di indagare le origini della democrazia occidentale a partire dall’unica trilogia della classicità greca giunta integralmente fino a noi: Orestea di Eschilo, composta dalle tragedie Agamennone, Coefore ed Eumenidi. Al centro del lavoro vi è l’ipotesi che la democrazia non nasca da una volontà di pace, bensì dall’esigenza di regolare la violenza ineliminabile; la polis, la città-stato non è l’alternativa alla barbarie della guerra e della vendetta, ma la sua trasformazione migliore. Questo pensiero, così nitido già in Eschilo, getta una luce malinconica sul nostro stesso concetto di democrazia. In scena si confrontano due mondi: le forze arcaiche, antica sapienza politeista che incarna la memoria sacrificale, e l’astrazione del logos, sotto l’egida di un unico Dio, che tenta di contenere – più che superare – il concetto di vendetta. Il tribunale di Atene che assolve Oreste dalla colpa di matricidio, grazie alle strategie oratorie e incantatrici di Atena, nata dal cervello di Zeus, mostra come, alla luce della storia contemporanea, l’uomo moderno sia il risultato di un fragile e pericoloso compromesso, sempre minacciato dagli eventi, e non il frutto della sapienza umana. 

-.-.-.-.-

16 febbraio martedì h 21

VAI PURE 

autocoscienza di una coppia

gli anni 70 fra arte e femminismo nella storia di Pietro Consagra e Carla Lonzi

Riduzione teatrale a cura di Paola Pitagora

Con Paola Pitagora e Fernando Maraghini

scene Johanna Tedde 

musiche Mirio Cosottini

regia a Massimo Luconi

produzione La Fabbrica dell’Attore – Teatro Vascello

un progetto in collaborazione con il festival di Radicondoli

durata 60’ circa

Un dialogo intenso e avvolgente fra un famoso artista come Pietro Consagra e Carla Lonzi, la più importante teorica del femminismo italiano fra gli 70 e 80.

Una massacrante autocoscienza che scava senza pudori e senza reticenze nell’intimità della relazione di due personaggi importanti mettendo a nudo il ruolo della donna e le debolezze dell’uomo.

Nel 1980, per quattro giorni, un uomo e una donna si siedono davanti a un registratore per parlare della relazione che li ha uniti per molti anni e che ha attraversato dei cambiamenti ineluttabili, e discutono accanitamente dell’incomprensione di fondo, insanabile che mina la loro relazione e il rapporto uomo donna.

È un colloquio intimo, impegnativo e a tratti struggente, che non nasce per diventare pubblico, ma si rivela da pubblicare alla luce della forza della conversazione. Sono Carla Lonzi e Pietro Consagra, due figure che hanno dedicato tutto il loro talento e la loro originalità all’arte e al femminismo, qui a confronto innanzitutto come uomo e come donna intenti a spezzare “l’omertà del rapporto a due”. 

Vai pure è uno straordinario match, serrato e avvincente che scavando nell’esperienza di una relazione, mette in luce tematiche ancora terribilmente attuali nell’insanabile magma di incomprensioni che avvolge la coppia e di un dibattito che a quasi 50 anni di distanza è ancora attualissimo.

acquista on line https://www.vivaticket.com/it/ticket/vai-pure-autocoscienza-di-una-coppia/303956

-.-.-.-.-

dal 18 al 21 febbraio giovedì e venerdì h 21, sabato h 19, domenica h 17

MA A CHE SERVE LA LUCE? / Le Ceneri di Gramsci

dal poemetto Le ceneri di Gramsci (1954) di Pier Paolo Pasolini

coreografia, regia, spazio e interpretazione Virgilio Sieni

voce registrata Pier Paolo Pasolini

musica a cura di Virgilio Sieni (Johann Sebastian Bach, William Basinski, Odetta Holmes)

luci Virgilio Sieni, Marco Cassini

sound design Mauro Forte

diapositive Pietro Viti

produzione Teatro della Toscana, Centro Nazionale di Produzione della Danza Cango /Firenze

durata 55 minuti

guarda il trailer https://youtu.be/Emq9a_EaCTY

Si ringrazia Mimmo Cuticchio per aver donato Ossatura/Pupo palermitano

prima assoluta 26 novembre 2025 – Teatro della Pergola, Firenze in occasione del 50°anniversario della morte di Pier Paolo Pasolini

Ma a che serve la luce? / Le ceneri di Gramsci ha debuttato in prima assoluta al Teatro della Pergola di Firenze il 26 novembre 2025, in occasione del 50° anniversario della morte di Pier Paolo Pasolini. Virgilio Sieni attraversa Le ceneri di Gramsci proseguendo il percorso dello spettacolo-manifesto Solo Golberg Variationscon la sua personale e unica ricerca sui linguaggi del corpo in relazione alle opere d’arte. Sieni plasma il gesto sull’opera letteraria di Pasolini con uno spettacolo che invita alla riflessione sulla condizione umana e sulla società contemporanea, immergendosi nella profondità dell’opera del poeta di Casarsa.

La scrittura della danza compone una partitura di battiti, gesti e respiri, in cui le terzine scivolano l’una nell’altra secondo una prospettiva che esplode dai dettagli. Il corpo diviene forma del sensibile, elaborando stratificazioni che convivono con la storia. La coreografia è un incontro organico tra voce e movimento: una “meloterapia coreutica” dove il gesto si fa dissidente e il corpo si apre alla comunità attraverso un’oratura cantata e danzata, cercando un punto d’incontro tra materia celeste e impegno civile.

acquista on line https://www.vivaticket.com/it/ticket/ma-a-che-serve-la-luce-le-ceneri-di-gramsci/303940

-.-.-.-.-

dal 23 al 28 febbraio dal martedì al venerdì h 21, sabato h 19, domenica h 17

EDIPUS

di Giovanni Testori 
30 anni dopo
uno spettacolo di Federico Tiezzi e Sandro Lombardi
con Sandro Lombardi e Antonio Perretta
regia Federico Tiezzi
scene Pier Paolo Bisleri
costumi Giovanna Buzzi
luci Gianni Pollini
regista assistente Giovanni Scandella
produzione Compagnia Lombardi-Tiezzi
in collaborazione con Fondazione Teatri di Pistoia e Associazione Giovanni Testori
1 ora e 20 minuti


A distanza di 30 anni dal suo apparire, Federico Tiezzi e Sandro Lombardi riallestiscono uno dei loro maggiori successi, quell’Edipus di Giovanni Testori che, all’indomani della morte del suo autore, ne rilanciò la drammaturgia.

Con Edipus (1977) Testori conclude, dopo l’Ambleto e Macbetto, la trilogia degli Scarrozzanti: fantastica reinvenzione, tutta in chiave barocca, del mondo tragico, grottesco e disperato di un’accolita di guitti plebei, che girano le periferie d’Italia, contaminando il piano mitico e alto della rappresentazione (desunta volta a volta da archetipi della grande letteratura teatrale), al piano delle vicende personali, innescando un meccanismo scenico di prodigiosa, intensa teatralità dove Sofocle e Shakespeare convivono con l’avanspettacolo, il melodramma con il varietà, il mito con il presente.

In Edipus si narra di un capocomico abbandonato da tutti: il primo attore ha preferito andare a fare il travestito in una compagnia di cabaret, e la prima attrice ha lasciato il teatro per sposare un mobiliere brianzolo.

Sera dopo sera, e tutto da solo, lo Scarrozzante mette su l’Edipo di Sofocle coprendo tutti i ruoli e tutte le funzioni: da Laio a Giocasta, da Edipo a Dioniso, nel progressivo intensificarsi di una tensione al delirio e alla follia.

acquista on line https://www.vivaticket.com/it/ticket/edipus/303923

-.-.-.-.-

dal 2 al 14 marzo dal martedì al venerdì h 21, sabato h 19, domenica h 17

FUGGIRE, CADERE E ALTRE COSE INUTILI

uno spettacolo di Carrozzeria Orfeo

drammaturgia di Gabriele Di Luca

regia Gabriele Di Luca e Massimiliano Setti

con (in o.a.) Sebastiano Bronzato, Sara Cianfriglia, Aldo Ottobrino, Massimiliano Setti e due attori in via di definizione

assistente alla regia Matteo Berardinelli 

musiche originali Massimiliano Setti 

scene Enzo Mologni 

organizzazione Luisa Supino e Giulia Zaccherini 

ufficio stampa Raffaella Ilari 

una produzione TSA Teatro Stabile d’Abruzzo, Teatro Nazionale di Genova, Teatri di Bari, Teatro Elfo Puccini, Teatro Biondo Stabile di Palermo

Dopo Misurare il salto delle rane, Premio della Critica A.N.C.T. 2025, Carrozzeria Orfeo prosegue la sua osservazione poetica e ironica sulla condizione umana contemporanea. Un’esplorazione, tra realismo e simbolismo, nelle contraddizioni dell’esistenza e nella complessità dell’essere umano, con la sua infinita capacità di perdersi e ritrovarsi.

«Per Fuggire, cadere e altre cose inutili, il mio nuovo testo, ho trovato ispirazione nella poetica dello scrittore statunitense Raymond Carver, pur mantenendo alcuni elementi di continuità con lo stile che contraddistingue da sempre le nostre creazioni. Partendo da alcuni spunti narrativi mutuati dai racconti di Carver, ho lavorato sulla costruzione di un mio personalissimo mondo ispirato al suo, ma che per molti versi si allontana da esso, in cui trovano più spazio momenti di poesia e immagine. Personalmente, mi sembra si respiri la continua sensazione di essere immersi in una sorta di bolla, come in un grande sogno immaginifico sempre sospeso tra realismo, realismo magico e metafora. Partendo dalla narrazione, nel continuo alternarsi di momenti dialogati a momenti narrati in scena, accade che questa si evolva improvvisamente in un dialogo catapultando immediatamente il pubblico in una situazione concreta fatta di azione e carnalità per poi ritirarsi nuovamente all’interno della narrazione con un cambio repentino, anche se, a mio avviso, armonico, di stile e linguaggio. 

Come già per Misurare il salto delle rane, è certamente un testo per molti versi esistenziale, che prova a ricercare, attraverso la bellezza della parola e dell’immagine, una sua delicatezza e un suo equilibrio tra classico e contemporaneo. 

acquista on line https://www.vivaticket.com/it/ticket/fuggire-cadere-e-altre-cose-inutili/303924

-.-.-.-.-

Dal 16 al 21 marzo dal martedì al venerdì h 21, sabato h 19, domenica h 17

MISURARE IL SALTO DELLE RANE

Uno spettacolo di Carrozzeria Orfeo

Premio della Critica A.N.C.T. 2025

Drammaturgia Gabriele Di Luca

Regia Gabriele Di Luca e Massimiliano Setti

Con (in o.a.) Elsa Bossi (Lori), Marina Occhionero (Iris), Chiara Stoppa (Betti)

Assistente alla regia Matteo Berardinelli Musiche originali Massimiliano Setti

Scene Enzo Mologni Costumi Elisabetta Zinelli Ideazione luci Carrozzeria Orfeo

Direzione tecnica e luci Silvia Laureti Macchinista Cecilia Sacchi

Realizzazione scene Atelier Scenografia Fondazione Teatro Due

Realizzazione costumi Atelier Sartoria Fondazione Teatro Due

Illustrazione locandina Federico BassiGiacomo Trivellini Foto di scena Simone Infantino

Organizzazione Luisa Supino e Giulia Zaccherini Ufficio stampa Raffaella Ilari

Una produzione Fondazione Teatro Due, Accademia Perduta/Romagna Teatri, Teatro Stabile d’Abruzzo, Teatri di Bari e Fondazione Campania dei Festival – Campania Teatro Festival in collaborazione con Asti Teatro 47

durata 1 ora e 40’ 

guarda il trailer https://www.youtube.com/watch?v=gg27zjXAlIM

Vincitore del Premio della Critica A.N.C.T. 2025, arriva al Teatro Vascellodal 27 gennaio all’8 febbraio,“Misurare il salto delle rane” uno spettacolo di Carrozzeria Orfeo, testo di Gabriele Di Luca, anche regista insieme a Massimiliano Setti, che vede in scena le tre attrici Elsa Bossi, Marina Occhionero e Chiara Stoppa. Una produzione Fondazione Teatro Due, Accademia Perduta/Romagna Teatri, Teatro Stabile d’Abruzzo, Teatri di Bari e Fondazione Campania dei Festival – Campania Teatro Festival in collaborazione con Asti Teatro 47.

Ambientata in un piccolo paese di pescatori negli anni ’90, Misurare il salto delle rane è una dark comedy che vede protagoniste tre donne di diverse generazioni – Lori, Betti e Iris – unite da un tragico lutto avvenuto vent’anni prima e ancora avvolto in un’aura di mistero. Il paese emerge come un frammento dimenticato, circondato da un vasto lago e da una palude minacciosa che lo isola dal mondo esterno, un microcosmo sospeso tra arcaismo e quotidianità, dove una piccola comunità persiste ancorata a consuetudini superate. 

Partendo da questo habitat, Misurare il salto delle rane vuole essere un’indagine poetica e tragicomica sulla condizione umana contemporanea: un viaggio nell’intimità di tre esistenze femminili che si specchiano l’una nell’altra e che, in modo diverso, rifiutano etichette imposte dall’esterno. 

acquista on line https://www.vivaticket.com/it/ticket/misurare-il-salto-delle-rane/303942

-.-.-.-.-

dal 23 al 27 marzo dal martedì al venerdì h 21, sabato h 19

SCEMI DEL VILLAGGIO

progetto teatrale di  NICCOLÒ FETTARAPPA e LORENZO GUERRIERI

drammaturgia NICCOLÒ FETTARAPPA

con NICCOLÒ FETTARAPPA e LORENZO GUERRIERI

aiuto regia MARIA CHIARA ARRIGHINI

contributo intellettuale CHRISTIAN RAIMO

sound designer LORENZO MINOZZI

regia e interpretazione di NICCOLÒ FETTARAPPA e LORENZO GUERRIERI

produzione AGIDI – ArtistiAssociati-Centro di Produzione Teatrale

durata 60 minuti senza intervallo

SCEMI DEL VILLAGGIO è un progetto teatrale che vuole riscoprire la città come per la prima volta, con uno sguardo satirico, beffardo e irridente. Protagonista è il territorio e il nostro rapporto conflittuale con i diversi spazi sociali, i paesi di provincia, le metropoli, i luoghi di villeggiatura. Ci proponiamo come scemi del villaggio, come aedi non richiesti che cantano le nevrosi del vivere cittadino, cantori pellegrini di città che in tutto il mondo tendono sempre più ad assomigliarsi e ad omologarsi secondo i diktat del mercato e del turismo. Con feroce ingenuità ci interroghiamo sul significato di “spazio pubblico” e su come in concreto esso si realizzi nelle nostre città. Come “stiamo insieme” nelle nostre città? Male, ci stiamo molto male.

acquista on line https://www.vivaticket.com/it/ticket/scemi-del-villaggio/304070

-.-.-.-.-

dal 30 marzo al 4 aprile dal martedì al venerdì h 21, sabato h 19, domenica h 17

RICCARDO III

di William Shakespeare 

traduzione Federico Bellini 
adattamento Antonio Latella e Federico Bellini

regia Antonio Latella 

con Vinicio Marchioni (Riccardo III),Silvia Ajelli (Regina Elisabetta), Anna Coppola (Regina madre, Duchessa di York), Flavio Capuzzo Dolcetta (custode), Sebastian Luque Herrera (Principe York, Richmond), Luca Ingravalle (Principe Edoardo), Giulia Mazzarino (Lady Anna), Candida Nieri (Regina Margherita), Stefano Patti (Buckingham), Annibale Pavone (Clarence – Re Edoardo – Stanley), Andrea Sorrentino (Hastings, Sindaco)

dramaturg Linda Dalisi 

scene Annelisa Zaccheria 

costumi Simona D’Amico 

musiche e suono Franco Visioli 

produzione Teatro Stabile dell’Umbria e LAC Lugano Arte e Cultura 

durata 2 ore e 40 minuti compreso intervallo

guarda la presentazione https://youtube.com/shorts/jN4tGaPnX90  

guarda il trailer https://youtu.be/NYkd3BTc6gc

Il male è. Non è una forma, non è uno zoppo. Non è un gobbo. Il male è vita. Il male è natura. Il male è divinità. Il nostro intento è quello di provare ad andare oltre l’esteriorità del male cercando di percepirne l’incanto. È chiaro che se il male stesso viene rappresentato attraverso un segno fisico il pubblico è portato ad accettarlo, vede la “mostruosità” e la giustifica. Anzi, prova empatia se non simpatia con e per il protagonista. Ma è ancora accettabile questo “alibi di deformità” nel ventunesimo secolo? Probabilmente il Bardo ne aveva bisogno per giustificare al pubblico, in qualche modo, tutte le malefatte del protagonista. Difatti utilizzò un corpo maschera, molto più vicino a un giullare di corte, al fool, la cui figura era spesso caricata di segni esteriori – come la gobba – che, nel tempo, hanno assunto significati ambivalenti: grotteschi ma anche propiziatori. Non è un caso che nella cultura popolare si corresse a toccare la gobba per buon auspicio.

La traduzione di Federico Bellini mi permette inizialmente di giocare con tempi e andamenti ritmici quasi da commedia, direi wildiana, in una pennellata che rimanda all’Inghilterra Vittoriana. Ci siamo presi il lusso, studiando i personaggi del testo, di ampliarne uno già esistente, chiamandolo Custode, apparentemente un servitore del male e di Riccardo III, che, con l’andare della narrazione, si scoprirà essere in realtà al servizio della bellezza del luogo; un custode che vuole garantire la sopravvivenza del giardino dell’Eden e per questo è pronto a tutto. acquista on line https://www.vivaticket.com/it/ticket/riccardo-iii/303949

-.-.-.-.-

dal 6 all’11 aprile dal martedì al venerdì h 21, sabato h 19, domenica h 17

TOO LATE

di Jon Fosse; traduzione Thea Dellavalle

un progetto di DELLAVALLE/PETRIS

con (in o.a.): Anna Bonaiuto NORA; Irene Petris DONNA; Roberta Ricciardi RAGAZZA; Emanuele Righi OMBRA; Giuseppe Sartori UOMO 

regia Thea Dellavalle

suono Franco Visioli; scene Francesco Esposito; costumi Marta Balduinotti

produzione Teatro Nazionale di Genova, TPE – Teatro Piemonte Europa

in collaborazione con Lido51

in accordo con Arcadia & Ricono Ltd; per gentile concessione di Colombine Teaterförlag

durata 1 ora e 10 minuti

In TOO LATE, ideato da Thea Dellavalle e Irene Petris, Jon Fosse ci mette di fronte alla scelta di una “nuova Nora”(Anna Bonaiuto), una donna che ha lasciato il marito e i figli per diventare un’artista.

Si è lasciata la vita alle spalle per ricominciare e non è mai tornata indietro.

Siamo nel suo sguardo e nel suo pensiero mentre, a distanza di anni, si lascia visitare dalle ombre e dai ricordi della sua vita e si accorge che quei frammenti di passato non si ricompongono.

TOO LATE nasce come progetto, ideato da Thea Dellavalle e Irene Petris, a partire da un testo inedito con una radice non puramente teatrale (un libretto d’opera) da cui trapelano atmosfere che vanno oltre il tempo e lo spazio e, nella maestria della scrittura di Jon Fosse, si evocano fantasmi o accenti del teatro di Henrik Ibsen, ma anche di Čechov e Samuel Beckett. 

Benché l’autore norvegese abbia più volte sottolineato che non bisogna «leggere i suoi testi per la trama» e che «scrivere dischiude dimensioni dell’esistenza che non si possono spiegare», TOO LATE ritorna ai temi cari a Ibsen, immaginando un “ritorno alla di Casa di bambola”, con una Nora anziana che fa i conti con le scelte di una vita, scoprendo che il “troppo tardi” le fa scoprire che i conti con il passato e i frammenti di una vita non sempre si ricompongono. Le ombre si allungano, ma, sono ombre che appartengono a tutti. La vita, i rapporti, i momenti, le fratture si ripetono: abbandoniamo e siamo abbandonati, siamo egoisti per noia o per necessità interiore, amiamo e non siamo ricambiati, spesso non riusciamo a non mentire, raramente ci sentiamo compresi.

Il titolo lo dice, è troppo tardi (“c’è qualcosa per cui è troppo tardi?”).

acquista on line https://www.vivaticket.com/it/ticket/too-late/303953

-.-.-.-.-

dal 13 al 18 aprile dal martedì al venerdì h 21, sabato h 19, domenica h 17

TROUBLEYN / JAN FABRE

13-14-15-16-17 aprile dal martedì al venerdì h 21, sabato h 19

LA POÉSIE DE LA RÉSISTANCE

Ideazione, testo e regia di Jan Fabre

Traduzione in italiano di Franco Paris

Con Annabelle Chambon e Cédric Charron

Drammaturgia Miet Martens

Musiche con improvvisazioni al corno Gustav Koenigs

Luci e progetto tecnico Wout Janssens

Spettacolo in francese, con sopratitoli in italiano. Traduzione di Franco Paris.

produzione Troubleyn/Jan Fabre – Carnezzeria

La compagnia Troubleyn/Jan Fabre è sponsorizzata da Katoen Natie

Durata: un’ora

Guarda il trailer https://youtu.be/M13w48shUHE

La poésie de la résistance è un testo teatrale potente e impegnato, scritto da Jan Fabre nel 2024, che celebra la forza dell’arte, della poesia e della resistenza contro l’oppressione. In un manifesto poetico e ritmico, due performer si presentano come membri di un movimento di resistenza artistica, che lotta in modo non violento contro la censura, la soppressione e il conformismo. I loro corpi e le loro parole diventano armi di bellezza, amore e creatività. L’opera è ricca di simbolismi e ripetizioni. I performer vengono “giustiziati” più e più volte da revolver, fucili, mitragliatrici, ma si rialzano, trasformando la violenza in movimento e poesia. Motivo ricorrente è l’atto di tatuare un nome sul corpo, presentato come una tela vivente, uno strumento di sfida che pensa e sente. Dai piedi alla lingua, dal cuore al cervello, ogni parte porta l’impronta dell’amore, della memoria e della lotta. Il nome inciso ancora e ancora è sempre lo stesso: Libertà.

“Créer, c’est résister. Résister c’est créer”

(Creare è resistere. Resistere è creare) – Stéphane Hessel, Indignez-vous!

La vera libertà vive nell’arte e in coloro che continuano a sognare, a danzare, a parlare e ad amare, anche se i proiettili continuano ad arrivare.

Lo spettacolo è ispirato al pamphlet Indignez-vous! di Stéphane Hessel e alla poesia

Liberté di Paul Eluard. 

acquista on line https://www.vivaticket.com/it/ticket/la-poesie-de-la-resistance/303934

-.-.-.-.-

18 aprile domenica h 17

UNA TRIBU’, ECCO QUELLO CHE SONO

Testo, concetto, regia Jan Fabre 

Traduzione di Franco Paris

Con Irene Urciuoli 

Drammaturgia Miet Martens 

Disegno luci e tecnica Wout Janssens

produzione Troubleyn/Jan Fabre – Carnezzeria

La compagnia Troubleyn/Jan Fabre è sponsorizzata da Katoen Natie.

Durata: un’ora

Guarda la presentazione https://youtu.be/k1GqZSwgY_g

Guarda il trailer https://youtu.be/ks-jzehlwwA

Spettacolo in italiano

Una tribù, ecco quello che sono (2004) è la prospettiva poetica di Jan Fabre sul lavoro del visionario del teatro Antonin Artaud, il “fondatore” del Théâtre de la Cruauté (1938).

Questa crudeltà non è fisica, ma spirituale: un invito a tornare alla verità cruda e non filtrata. Alla ricerca di un rituale segreto per risvegliare il divino dentro di sé, Artaud si recò presso le tribù indiane; cercava la purificazione e la scoperta di sé come modo per rivelare la malattia spirituale dell’umanità. “Mi spoglio del mio corpo fino all’osso”, si legge nel testo di Fabre.

L’umanità è spiritualmente incapace di affrontare la natura. L’umanità soffre di insoddisfazione spirituale. Da qui il desiderio di tornare a uno stato primordiale. Parlare di vita significa anche parlare di morte. Possiamo solo gridare alla morte. Il linguaggio deve tornare a essere un grido. Il cambiamento avverrà attraverso incontri che curano le ferite del nostro cuore.

acquista on line https://www.vivaticket.com/it/ticket/una-tribu-ecco-quello-che-sono/303955

-.-.-.-.-

dal 20 al 25 aprile dal martedì al venerdì h 21, sabato h 19, domenica h 17

THE FOREST

So dove sono, mi sono già persa qui

di Cristiana Morganti e Claudio Tolcachir

Con Cristiana Morganti e Lisa Lippi Pagliai 

Regia Claudio Tolcachir

Coreografie Cristiana Morganti

Assistente alla regia Tommaso De Santis 

Scena Cosimo Ferrigolo

Costumi Nika Campisi

Luci Alice Colla

Da un’idea di Gaia Silvestrini

Laboratorio di scenografia ATTOSECONDO | immagine fondale LOREM | foto di scena Alfredo Toriello

Produzione Carnezzeria con Théâtre de la Ville de Paris, Teatri di Pistoia, Emilia Romagna Teatro ERT / Teatro Nazionale, Teatro Nazionale di Genova, Teatro Biondo di Palermo

in collaborazione con Timbre4 Madrid, coordinamento e distribuzione Aldo Miguel Grompone

Durata: 1 ora e 10 minuti

Guarda il trailer https://www.youtube.com/watch?v=rwZA9DOHVgg&t=19s

Claudio Tolcachir e Cristiana Morganti si incontrano per dar vita ad un racconto che parte da riflessioni e spunti autobiografici, ma che trova eco nelle vicende di personaggi del teatro classico, archetipi della sensibilità e del mondo femminile.

Scegliendo di intrecciare storie solo apparentemente distanti fra loro, la danzatrice, attrice Cristiana Morganti, per oltre vent’anni solista del Tanztheater Wuppertal di Pina Bausch, ora coreografa indipendente, e il regista e drammaturgo argentino Claudio Tolcachir, costruiscono una fiaba contemporanea per esplorare il tema del tradimento emotivo, riflettendo sulla crisi delle relazioni sentimentali tra genitori e figli e sul tempo che scorre.

La pièce unisce la costruzione narrativa alla poesia del movimento, mescolando fiabe, autobiografia ed echi shakespeariani. Come tipico dei due artisti, lo sguardo è sempre ironico e disincantato, attento a cogliere i risvolti tragicomici, a volte grotteschi delle ferite sentimentali. Le figure portate in scena da Morganti, affiancata in scena dall’interprete Lisa Lippi Pagliai, appaiono e scompaiono nella suggestiva scenografia di Cosimo Ferrigolo, dove anche le voci fuori campo interagiscono con la protagonista, dando vita a un luogo emotivo complesso e affascinante, un mondo popolato anche di ombre, fantasmi e visioni. In questo universo variopinto si muovono altri temi, dalla memoria ingannevole alla demenza senile, dalla morte alla possibilità di trasformare il dolore in energia vitale. 

acquista on line https://www.vivaticket.com/it/ticket/the-forest/303951

-.-.-.-.-

dal 27 aprile al 2 maggio dal martedì al venerdì h 21, sabato h 19, domenica h 17

GIULIO CESARE o La Notte della Repubblica

Da William Shakespeare

Adattamento drammaturgico e riscrittura Marco Lorenzi e Lorenzo De Iacovo

Progetto Il Mulino di Amleto / A.M.A. Factory

Regia Marco Lorenzi

Collaborazione artistica Barbara Mazzi, Rebecca Rossetti, Daniele Russo

Con (in o.a.) Vittorio Camarota, Yuri D’Agostino, Raffaele Musella, Rebecca Rossetti, Francesco Sabatino, Angelo Tronca

Con la partecipazione in video di Ida Marinelli e Danilo Nigrelli

Disegno sonoro Massimiliano Bressan

produzione A.M.A. Factory in coproduzione La Fabbrica dell’Attore – Teatro Vascello 
Durata 2 ore

Guarda il trailer https://www.youtube.com/watch?v=y8-P1uG45i4

GIULIO CESARE o LA NOTTE DELLA REPUBBLICA, da un adattamento drammaturgico di Marco Lorenzi e Lorenzo De Iacovo, è un progetto nato per indagare il rapporto tra potere, individuo e fragilità degli ordinamenti democratici nel nostro tempo. È pensato per coinvolgere emotivamente il pubblico in una delle congiure più celebri della Storia, raccontata da Shakespeare con lucidità e contraddizione.

Lo spettacolo ha un duplice obiettivo: affrontare con radicalità uno dei testi shakespeariani più potenti e “usare” la storia di Bruto, Cassio, Antonio e del crollo della Repubblica romana, per interrogare il nostro presente. Le domande sono molte: cosa spinge alcuni a ribellarsi, anche con l’uso delle armi? Che rapporto abbiamo con la responsabilità legata alla libertà e alla democrazia? Quando smettiamo di credere nei nostri ideali? Che ruolo hanno i media nella costruzione del reale?

Non si tratta di una ricostruzione storica, ma di un’indagine del “nostro” rapporto, oggi, con questi temi e questo testo.

Cassio dice a Bruto: «La colpa non è nelle nostre stelle, ma in noi stessi». Da lì, parte il nostro viaggio nell’imperfezione umana di quel male che, moltiplicato, diventa motore delle forze sociali, le quali impediscono che lo sviluppo si trasformi in progresso.

acquista on line https://www.vivaticket.com/it/ticket/giulio-cesare-o-la-notte-della-repubblica/303925

-.-.-.-.-

Dal 4 al 9 maggio dal martedì al venerdì h 21, sabato h 19, domenica h 17

CONGIURA

testo e regia Stefano Ricci

con Francesca Bonelli, Stefania Micheli, Barbara Piovella, Rita Quaglia, Fulvia Roggero

movimenti Stellario Di Blasi

suono Andrea Cera

scene Rosita Vallefuoco

costumi in via di definizione

assistente regia Ada Delogu

produzione CSS Teatro stabile di innovazione del Friuli Venezia Giulia,

La Fabbrica dell’Attore – Teatro Vascello

Congiura è una creazione che attraversa la terza età come territorio di resistenza, di lucidità e di sopravvivenza. Non come tema o categoria anagrafica ma condizione esistenziale e politica: quella di un corpo che continua a esistere quando il mondo smette di interpellarlo. Il progetto nasce da una riflessione sul rapporto tra tempo, organismo e memoria, su ciò che accade quando l’illusione della possibilità infinita si incrina e l’esperienza accumulata non coincide più con un riconoscimento sociale. In questa frattura si apre uno spazio fragile e radicale, in cui il soggetto non è più chiamato a produrre.

In scena, cinque donneintorno ai settant’anni occupano lo spazio. Il loro stare non è sola rappresentazione. I loro volumi, attraversati dalle stagioni, diventano misura, soglia, materia viva. Non offrono un racconto ma una durata condivisa. Non chiedono attenzione: la reclamano attraverso l’esistenza stessa.

Liberamente ispirato a Mine-Haha di Frank Wedekind, Congiura rovescia l’idea di educazione. Non più giovani fanciulle addestrate al futuro ma donne mature che disimparano l’obbedienza al declino. Il palco si trasforma in uno spazio di rieducazione al presente, un luogo in cui il gesto più semplice – stare, respirare, attendere – riacquista densità e senso.

Il lavoro manuale, la ripetizione, la fatica e il silenzio diventano linguaggio. In un tempo dominato dall’immateriale e dalla velocità, Congiura insiste sulla realtà del corpo e dello spirito, sulla sua imperfezione, sulla sua tenacia.

Il titolo stesso allude a un’impresa collettiva e segreta: una congiura nel senso originario del termine, con-giurare/cum spirare, respirare insieme. Un’alleanza silenziosa tra individui che condividono una condizione e scelgono di renderla visibile, senza chiedere permesso.

Dopo anni di ricerca sulla fisicità come immagine, superficie di desiderio o luogo del sacrificio, Congiura segna un movimento inverso: un ritorno all’organismo residuo, non spettacolarizzato, non funzionale, e proprio per questo irriducibilmente politico. 

acquista on line https://www.vivaticket.com/it/ticket/congiura/303921

-.-.-.-.-

dall’11 al 16 maggio dal martedì al venerdì h 21, sabato h 19, domenica h 17

LA TRILOGIA DEI POVERI CRISTI

Laika – Pueblo – Rumba

di e con Ascanio Celestini

musica di Gianluca Casadei

suono Andrea Pesce

organizzazione Sara Severoni

distribuzione a cura di Mismaonda

Laika e Pueblo durata 90’ senza intervallo

Rumba durata 110’ senza intervallo

Guarda il video di presentazione https://youtube.com/shorts/i9hwqP7x_yg

LAIKA

voce fuori campo Alba Rohrwacher

immagine Riccardo Mannelli

produzione Fabbrica, Roma Europa Festival, Teatro Carcano

PUEBLO

voce Ettore Celestini

immagine Riccardo Mannelli

luci Danilo Facco

produzione Fabbrica, Roma Europa Festival, Teatro Carcano

RUMBA

L’Asino e il Bue del presepe di San Francesco nel parcheggio del supermercato

voce Agata Celestini

immagini dipinte Franco Biagioni

luci Filip Marocchi

Produzione Fabbrica, Fondazione Musica Per Roma, Teatro Carcano

commissionato dal Comitato Nazionale Greccio 2023

martedì 11-05-27 h 21 e domenica 16-05-27 h 17 Laika acquista on line https://www.vivaticket.com/it/ticket/la-trilogia-dei-poveri-cristi-laika/303935

 
mercoledì 12-05-27 h 21 e sabato 15-05-27 h 19 Pueblo acquista on line https://www.vivaticket.com/it/ticket/la-trilogia-dei-poveri-cristi-pueblo/303936

giovedì 13-05-27 h 21 e venerdì 14-05-27 h 21 Rumba acquista on line https://www.vivaticket.com/it/ticket/la-trilogia-dei-poveri-cristi-rumba/303937

Laika e Pueblo durata 90’ senza intervallo

Rumba durata 110’ senza intervallo

LA TRILOGIA DEI POVERI CRISTI

Laika – Pueblo – Rumba

Ho cominciato dieci anni fa. Pensavo a un parcheggio in qualche periferia. Le periferie si

assomigliano tutte. I personaggi periferici pure. Protagonisti, ma fuori dalla grande Storia,

lontani da qualsiasi centro del mondo, ma al centro della propria vita. Lontano dai riflettori,

ma se ti abitui a vedere dove c’è poca luce: li vedrai brillare nell’ombra!

LAIKA

di e con Ascanio Celestini

musica di Gianluca Casadei

voce fuori campo Alba Rohrwacher

In principio c’è Dio. O forse il Big Bang. Poi c’è tutto il resto. C’è la Vecchia che ha letto una

montagna di libri e la prostituta che non ha letto abbastanza.

Tutto succede in un parcheggio nella periferia di una città. La periferia del mondo, senza

mai passare dal centro.

Produzione Fabbrica, Roma Europa Festival, Teatro Carcano

Distribuzione a cura di Mismaonda

PUEBLO

di e con Ascanio Celestini

musica di Gianluca Casadei

Io mi chiamo Violetta. A me la cassa mi piace. Faccio la pipì prima di sedermi come le

bambine prima di mettersi in viaggio. Sul seggiolino della mia cassa sono una regina in

trono, e i clienti sono sudditi gentili che mi vengono a regalare le cose.

Produzione Fabbrica, Roma Europa Festival, Teatro Carcano – 

Distribuzione a cura di Mismaonda

RUMBA

L’Asino e il Bue del presepe di San Francesco

nel parcheggio del supermercato

di e con Ascanio Celestini

musica di Gianluca Casadei

Ma perché Francesco ci affascina ancora dopo otto secoli? E dove lo troveremmo oggi? Tra

i barboni che chiedono l’elemosina nel parcheggio di un supermercato? Tra i facchini

africani che spostano pacchi in qualche grande magazzino della logistica?

Produzione Fabbrica, Fondazione Musica Per Roma, Teatro Carcano

commissionato dal Comitato Nazionale Greccio 2023

Distribuzione a cura di Mismaonda.

Card trilogia poveri cristi 45 euro tre spettacoli (Laika – Pueblo – Rumba)

acquista on line https://www.vivaticket.com/it/ticket/card-trilogia-poveri-cristi/303964

-.-.-.-.-

18 maggio martedì h 21

NON SEPPELLITEMI VIVA
Vita e poesie di Marina Cvetaeva

di Vico Faggi

con Raffaella Azim

produzione La Fabbrica dell’Attore

acquista on line https://www.vivaticket.com/it/ticket/non-seppellitemi-viva/303944

-.-.-.-.-

dal 20 al 23 maggio giovedì e venerdì h 21, sabato h 19, domenica h 17

CINEMA CIELO

scenografia, maschere, manichini, costumi Danio Manfredini

con Patrizia Aroldi, Vincenzo Del Prete, Danio Manfredini, Giuseppe Semeraro

assistente alla regia Patrizia Aroldi

luci Maurizio Viani

realizzazione colonna sonora Marco Olivieri

direttore di scena Alex Carnevali 

elettricista Luisa Giusti 

fonico da definire
produzione Emilia Romagna Teatro ERT / Teatro Nazionale
Spettacolo vincitore Premio Ubu 2004 per la Miglior regia  

Durata 1 ora e 20 minuti

A oltre vent’anni dalla vittoria del Premio Ubu per la miglior regia, è ancora in scena Cinema Cielo, lo spettacolo cult dell’autore, attore e regista Danio Manfredini, che combina la storia dell’omonima sala a luci rosse di Milano, ora chiusa, con il romanzo di Genet Notre Dame des Fleurs. Rievocando i frequentatori di quel cinema, l’artista propone un ritratto poetico e carnevalesco di un’umanità per la quale il sesso è bisogno, evasione, merce, voglia di compagnia e fantasma d’amore. 

C’era una volta a Milano il Cinema Cielo, una sala cinematografica a luci rosse ora chiusa.
Lo spettacolo è ispirato a questo luogo e mette una lente di ingrandimento su un’umanità per la quale il sesso è bisogno, evasione, merce, voglia di compagnia e fantasma d’amore.
Lo sguardo dello spettatore è rivolto alla sala cinematografica e spia le presenze che abitano il luogo.
Il sonoro del film è liberamente ispirato a un romanzo di Jean Genet e racconta di Louis, che tutti chiamano Divine, dei suoi amanti e di Nostra Signora dei Fiori, seducente assassino.
Trasferendo la storia del romanzo in una partitura sonora per quadri e intrecciandola con la vita di un cinema a luci rosse, prende forma un’opera che risuona della poetica genettiana e la aggancia fortemente a una realtà di vita concreta.
L’universo carcerario, diventa il buio mondo del cinema, metafora della stessa esclusione, le voci del film si fanno evocazione dello spessore poetico dei personaggi.
Lo spettacolo vive dell’incontro di due mondi che si appartengono, indissolubilmente legati: le ombre che abitano il Cinema Cielo, fanno riemergere le ombre e il mondo di Genet.

acquista on line https://www.vivaticket.com/it/ticket/cinema-cielo/303920

-.-.-.-.-

25 e 26 maggio martedì e mercoledì h 21

NOTTI

da Le notti bianche di Dostoevskij

ideazione Rajeev Badhan e Elena Strada 

regia, video, luci e musiche Rajeev Badhan 

drammaturgia e adattamento Elena Strada e Rajeev Badhan

con in o.a. Elena Strada, Alberto Baraghini, Ruggero Franceschini

e la partecipazione di allieve e allievi delle scuole secondarie di secondo grado di Feltre e Belluno

scene Badhan/Strada realizzate da Matteo Menegaz

assistente alla regia Harbans Badhan

assistente alla produzione Alex Paniz

operatore video Federico Boni 

fotografa di scena Elisa Calabrese

produzione esecutiva Rajeev Badhan

produzione SlowMachine

con il sostegno di Fondazione Teatri delle Dolomiti, FUNDER 35, Fondazione Cariverona

Durata Circa 1 ora e 15 minuti

guarda il video di presentazione https://youtube.com/shorts/nRV1PeN_3Tg

Può “Le notti bianche”, a duecento anni dalla nascita del suo autore, parlare ancora alle generazioni di oggi? Quali universi può aprire? Quali immaginari può svelare? Quali contrasti può portare alla luce? Uno spettacolo dalla forte tensione visionaria, un dialogo tra teatro, video e video live, realizzato partendo da una riflessione sul racconto “Le notti bianche” di Dostoevskij, passando attraverso “Amore liquido” di Bauman, in cui due e più livelli visivi e temporali si intrecciano nella ricerca di un senso profondo nelle relazioni ai nostri tempi.

In scena tre attori/autori di una storia che si sdoppia, tra parallelismi e seconde dimensioni, producendo nuovi interrogativi: può la liquidità della nostra epoca, intesa come la fragilità di qualsiasi costruzione, influire anche sui sentimenti più forti e apparentemente solidi? Il concetto di amore ha un denominatore comune? Amore e libertà sono un binomio così incompatibile? “L’opera dell’autore russo Dostoevskij è il punto di partenza, drammaturgico e narrativo, dell’intera performance teatrale che, con forza, riemerge attraverso il mezzo del video, quasi fosse un sogno o una proiezione caleidoscopica di ciò che è accaduto o potrebbe accadere. Il testo diventa sia elemento d’indagine che strumento metateatrale, all’interno del quale i personaggi stessi si immergono e si perdono, facendo affiorare nuove domande sull’amore nella liquidità dell’oggi attraverso una recitazione desaturata, “liberata” da cliché o sovrastrutture teatrali che possa così correre in parallelo alle emozioni e mettersi in dialogo con la costruzione registica che viaggia tra il video e il reale”. Rajeev Badhan

acquista on line https://www.vivaticket.com/it/ticket/notti/303943

-.-.-.-.-

dal 27 al 30 maggio giovedì e venerdì h 21, sabato h 19, domenica h 17

L’OSTAGGIO

scritto e diretto da Valentina Esposito

con Edoardo Pesce e Giancarlo Porcacchia

Costumi Mari Caselli

Musiche originali Luca Novelli/Mokadelic

produzione Fort Apache Cinema Teatro, La Fabbrica dell’Attore – Teatro Vascello

Con il sostegno di Ministero della Cultura, Regione Lazio

Durata 1 h 15’

Guarda il video di presentazione https://youtu.be/HgQqxYV6lxo

In uno spazio vuoto che sembra non avere via d’uscita, un giovane uomo vive e racconta di un’esistenza vissuta ferocemente nella criminalità, in un’escalation di violenza e perdizione, tra sogno e rimorso, piacere e dolore, rabbia, risentimento, solitudine profonda. Un altro, più vecchio, lo sorveglia, lo giudica implacabilmente, lo tortura. Gli sta addosso, come un mastino affamato, un cane da guerra, lo tiene in ostaggio, gli rende impossibile precipitare fino in fondo, ma nemmeno gli permette di salvarsi, di redimersi. Il vecchio lo costringe ma è costretto a sua volta, trascinato dal desiderio, dalla voluttà, dalla smania volitiva dell’altro. Tra i due pende un cappio di corda che dondola inesorabile come un ammonimento, il segno di un presagio che li lega a doppio filo in un unico destino. Liberamente ispirato a una storia vera.

Note di regia

Un uomo solo è alle prese con se stesso e il suo passato nel carcere della sua interiorità. La memoria riempie lo spazio che si anima filtrato dalla soggettività, con le sue distorsioni, le sue proiezioni, il cranio spaccato in due con un’ascia, un chiodo piantato nel mezzo… Il dissidio prende voce, il tormento diventa visibile, la tortura dell’anima si fa materia, sulla scena la persona genera il suo doppio, un personaggio prende forma dal ricordo costretto a interpretare la persona, il soliloquio diventa dialogo e relazione. La dimensione onirica e archetipica deforma il realismo delle situazioni sceniche e del linguaggio. In testa quest’uomo vorrebbe solo silenzio, ma silenzio non c’è, mentre devoto all’altare dei soldi firma la sua condanna all’inferno. 

acquista on line https://www.vivaticket.com/it/ticket/l-ostaggio/303932

Info e prenotazioni esclusivamente tramite abbonamenti Zefiro , Eolo e CARD LIBERA E CARD LOVE, Card Danza, card libera scuole, Vivispettacolo info promozioneteatrovascello@gmail.com  – promozione@teatrovascello.it
Biglietti: Intero 25 euro – Ridotto over 65: 20 euro – Ridotto addetti ai lavori del settore e Cral/Enti convenzionati: 18 euro – Ridotto studenti, studenti universitari, docenti e operatori esclusivamente delle scuole di teatro, cinema e danza 16 euro e gruppi di almeno 10 persone 16 euro a persona È possibile acquistare i biglietti, abbonamenti e card telefonicamente 065881021 con carta di credito e bancomat abilitati,
acquista direttamente alla biglietteria 
acquista tramite bonifico bancario SOLAMENTE PER GRUPPI DI ALMENO 10 PERSONE a favore di Coop. La Fabbrica dell’Attore E.T.S. BANCA INTESA SAN PAOLO ag. Circ. Gianicolense 137 A di Roma iban IT28f0306905096100000013849
oppure acquista on line

Info: 06 5881021 – 06 5898031

promozioneteatrovascello@gmail.com – promozione@teatrovascello.it

Teatro Vascello Via Giacinto Carini 78

Monteverde Roma

ORARI spettacoli

dal martedì al venerdì h.21

sabato h.19

domenica h.17

replica speciale lunedì 28 dicembre h 21

speciale capodanno giovedì 31 dicembre h 21.30

giorni di chiusura 24-25 dicembre, 1° gennaio, 28-29 marzo

BIGLIETTERIA

intero € 25

over 65 € 20

cral e convenzioni € 18

studenti € 16

Abbonamenti 

Zefiro (1 ingresso per 9 titoli) € 135 ACQUISTA ON LINE https://www.vivaticket.com/it/ticket/abbonamento-zefiro-9-spettacoli/303958

Tragudia

L’orologio americano

Quinto: Non uccidere

Hospitality suite

L’ultimo nastro di Krapp

Orestea

Riccardo III

Giulio Cesare

La trilogia dei poveri cristi

(uno spettacolo della trilogia)

Eolo (1 ingresso per 9 titoli) € 135 ACQUISTA ON LINE https://www.vivaticket.com/it/ticket/abbonamento-eolo-9-spettacoli/303957

Lo strano caso del dottor Jekyll e del signor Hyde

Lemnos 

Il Prodigio 

Il viale del tramonto

Edipus 

Fuggire, cadere e altre cose inutili 

Too Late 

The Forest 

Congiura

CARD

Card love (2 ingressi per 2 spettacoli a scelta su tutta la programmazione dal martedì alla domenica) € 74 acquista on line https://www.vivaticket.com/it/ticket/card-love-2-spettacoli-per-2-persone-4-ingressi/303961

Card libera (6 spettacoli non cumulativi a scelta su tutta la programmazione dal martedì alla domenica) € 114 acquista on line https://www.vivaticket.com/it/ticket/card-libera-6-spettacoli/303960

Card libera scuole di teatro* 5 ingressi anche cumulativi € 50

(su tutti gli spettacoli in cartellone dal martedì al giovedì)

Card libera scuole di teatro* week end 5 ingressi anche cumulativi € 65

(su tutti gli spettacoli in cartellone dal venerdì alla domenica)

* le scuole di teatro devono essere certificate e convenzionate con il teatro Vascello quindi acquistabili soltanto per telefono o alla biglietteria del teatro 

Card Danza 4 ingressi anche cumulativi € 50 Glass with Silence / C’era una volta/

The Sleeping Queen / Ma a che serve la luce? https://www.vivaticket.com/it/ticket/card-danza-4-ingressi/303959

Card trilogia poveri cristi 45 euro tre spettacoli ( Laika – Pueblo – Rumba ) acquista on line https://www.vivaticket.com/it/ticket/card-trilogia-poveri-cristi/303964

Le card devono essere acquistate preventivamente almeno 24 ore prima dal primo utilizzo. Si consiglia la prenotazione del posto e la verifica della disponibilità dei posti.

-.-.-.-.-

SOSTIENI LA CULTURA VIENI AL TEATRO VASCELLO

Donaci il tuo 5×1000 con la prossima dichiarazione dei redditi basta indicare al tuo commercialista il nostro codice fiscale: 01340410586 – Coop. La Fabbrica dell’Attore E.T.S. BANCA INTESA SAN PAOLO ag. Circ. Gianicolense 137 A di Roma iban IT28f0306905096100000013849

#Drammaturgia Contemporanea #Prosa #Danza #Musica #Concerti #FestivaL #Eventi #Laboratori

Come raggiungerci con mezzi privati: Parcheggio per automobili lungo Via delle Mura Gianicolensi, a circa 100 metri dal Teatro. Parcheggi a pagamento vicini al Teatro Vascello: Via Giacinto Carini, 43, Roma; Via Maurizio Quadrio, 22, 00152 Roma, Via R. Giovagnoli, 20,00152 Roma 
Con mezzi pubblici: autobus 75 ferma davanti al teatro Vascello che si può prendere da stazione Termini, Colosseo, Piramide, oppure: 44, 710, 870, 871. Treno Metropolitano: da Ostiense fermata Stazione Quattro Venti a due passi dal Teatro Vascello. Oppure fermata della metro Cipro e Treno Metropolitano fino a Stazione Quattro Venti a due passi dal Teatro Vascello

SOSTIENI LA CULTURA VIENI AL TEATRO VASCELLO


Recensione di Sonia Remoli

-CASANOVA- regia Fabio Condemi

di Fabrizio Sinisi

liberamente ispirato a Storia della mia vita di Giacomo Casanova

-.-.-.-.-

TEATRO VASCELLO

dal 13 al 17 Maggio 2026


Affronta le ombre dell’oscurità attraverso il rito della luce. Complice il richiamo delle campane.  Si muove sulla soglia con prudente eleganza, indossato dalla sua preziosa vestaglia di broccato, confine fluido tra il sonno e la veglia, tra la dimensione privata e la dimensione pubblica. Sa cosa cercare quando si avvicina alla sua biblioteca. Ma poi si lascia tentare da un peccato di gola. 

E’ il Casanova di un ancora fascinoso Sandro Lombardi che – dopo l’ennesimo esilio da Venezia, umiliato e in cerca di stabilità economica – vive nel Castello di Dux in Boemia, dove accetta un lavoro da bibliotecario, offertogli dal Conte di Waldstein. Un lavoro da custode geloso della memoria e del sapere. 

Casanova vive questi suoi ultimi anni scrivendo – e quindi anche custodendo e organizzando – la sua memoria biografica. Ma, arrivato alla compilazione del settimo volume, succede qualcosa di diverso. 

La memoria viene meno, non si lascia contattare: come se avesse iniziato a parlare un’altra lingua, diversa, a lui incomprensibile. Come quel dannato tedesco che lì a corte tutti parlano tranne lui. E così, esiliato anche dal rapporto con il suo presente a causa di una lingua barbara, resta nevroticamente intrappolato in una sorta di inferno, dove “non riceve mai quello che chiede”.

Ci vorrebbe un altro tipo di bibliotecario: meno geloso, meno custode. Qualcuno che riesca a muoversi nel caos di “una diversa” forma di lingua, di memoria. Casanova a qualche livello lo sa –“non mi convince ma mi affascina“ – e convoca allora da Parigi un medico esperto di mesmerismo: un approccio medico seducente che mescola storia, esoterismo e psicologia. Proprio nell’Età dei Lumi. Una teoria medica che attribuisce la causa delle malattie al blocco di un fluido corporeo, proponendo di scioglierlo tramite “influssi magnetici” e ipnosi.

Franz Anton Mesmer (1734-1815) – celebre medico viennese, di quando Vienna era una delle grandi capitali del mondo, ovvero la Vienna di Maria Teresa e di Haydn – inventore di questo metodo, studiò a lungo l’opera di Paracelso, medico del Cinquecento, che sosteneva che le cause e i rimedi delle malattie vanno cercati nelle forze dell’universo, perché sono loro a influire sulle nostre condizioni fisiche. Tra queste forze che legano il macrocosmo al nostro microcosmo umano Mesmer individuò il magnetismo, immaginandolo come un fluido sottile e invisibile emanato non solo dalla calamita, ma anche dal proprio corpo (o da quello di persone che ne risultassero particolarmente cariche) e con il quale sosteneva di poter curare vari disturbi.

Mesmer, di spalle, durante una seduta di terapia a Parigi attorno a un grande baquet magnetico a forma di ellisse

(Foto: Alamy / Aci)


Nelle illuminate corti settecentesche era diventato molto di moda il mesmerismo e, effettivamente, le sedute qualche effetto lo avevano su chi riceveva questo trattamento. Mesmer fu in effetti un pioniere nell’individuare la possibilità di una diversa relazione con la persona malata e con la sua esperienza della cura. Inoltre, le sue osservazioni riguardanti un certo tipo di sonno magnetico che lui induceva, fornirono una base per i successivi sviluppi dell’ipnosi.

D’altra parte Casanova vive in un secolo decisamente complesso e, in quanto tale, affascinante.

E’ il secolo di Kant (1724-1804) e della differenza tra “fenomeno” (la realtà come ci appare organizzata dalle strutture della nostra mente) e “noumeno” (la realtà vera, indipendente dalla nostra percezione, che rimane inconoscibile). 

E’ il secolo del terremoto di Lisbona (1755), accompagnato da un incendio e da uno tsunami. Non solo una catastrofe naturale, ma un vero e proprio evento traumatico collettivo che scosse le fondamenta intellettuali, religiose e filosofiche dell’Europa del XVIII secolo. Un disastro che mise in crisi la filosofia teodicea e l’ottimismo razionalista, in particolare quello di Leibniz, che sosteneva vivessimo nel “migliore dei mondi possibili”.

Voltaire – presenza rievocata qui in scena (e interpretata da un efficace Alberto Marcello) – divenne il portavoce dello shock europeo, scrivendo il Poema sul disastro di Lisbona (1756) e il celebre romanzo Candido o l’ottimismo (1759). Opere, dove attaccò l’idea che la sofferenza avesse un senso provvidenziale, chiedendosi perché innocenti (e bambini) dovessero morire in modo così orribile. Un terremoto, quello del 1755, che ha costretto la generazione dei Lumi a confrontarsi con l’irrazionalità e l’imprevedibilità della natura, ponendo le basi per un nuovo approccio alla vita, alla sofferenza e alla scienza.

E’ il secolo però anche dell’introduzione delle macchine e della prima rivoluzione industriale (1760), eventi che ebbero un impatto dirompente sulla coscienza della società, ponendo le basi per una mentalità moderna basata su produttività ed efficienza.

E’ il secolo del primo volo a bordo di una mongolfiera (1783) che rappresentò la concretizzazione fisica dei sogni illuministi di progresso e di dominio della natura attraverso la ragione. Così come la sfida dell’ignoto da parte dei primi aeronauti contribuì ad alimentare un senso di ammirazione per lo spirito d’avventura umano.

E’ il secolo della Rivoluzione Francese (1789-1799) che ebbe un impatto dirompente sulla coscienza sociale del Settecento, trasformando radicalmente il modo in cui le persone percepivano il potere, i diritti e la propria posizione nella società. Fu un vero e proprio shock nella coscienza europea, in quanto sostituì l’idea di una società statica e gerarchica con quella di una società dinamica, fondata sui diritti individuali e sulla partecipazione politica.

Casanova si trova ad attraversare e ad essere testimone nell’arco della sua vita (1725 al 1798) di tutte queste sconvolgenti e fertili contraddizioni, che fanno di lui una coscienza che non si accontenta e indaga le sfumature della realtà, dell’arte e della scienza. Una coscienza, la sua, che nonostante una stabilità precaria, cerca comunque un nuovo orientamento. E’ questa sua energia eccedente, che impedisce il suo totale chiudersi su se stesso.

Casanova sente infatti che ha bisogno di essere aiutato da qualcuno – come “un vecchio amico o un compagno di scena” – che lo porti “a volare” oltre quei confini della sua coscienza che lui, da solo, non riesce a varcare. Ha bisogno di un medico mesmerico. Ed è questa particolare tipologia di medico che sta aspettando ora, in scena. 

Con fascinosa perspicacia la sinergia artistica tra il drammaturgo Fabrizio Sinisi e il regista Fabio Condemi immagina allora di rendere forma drammaturgica la sessione di mesmerismo, così da visualizzare suggestivamente le fertili contraddizioni che convivono nell’uomo che ha dato accoglienza a innumerevoli identità. La sua vita fu un susseguirsi di fughe, intrighi, travestimenti: avventuriero, amante, giocatore d’azzardo, latitante, soldato di ventura, filosofo, scrittore, diplomatico, studiò diritto, fu matematico, scrisse saggi su scienza ed economia, si occupò di spionaggio.

Fu un acuto osservatore della società del suo tempo, quella società che desiderava incantare. Ma fu anche un acuto osservatore di se stesso: un uomo che alla fine del suo tempo è ancora interessato alla ricerca di se stesso. Tanto che sul limitar della sua vita sente e accoglie la spinta di avventurarsi ad indagare il più grande mistero dell’esistenza: la memoria, la psiche.

Il medico mesmerista (interpretato in scena da un rigorosamente magnetico Marco Cavalcoli) accompagna allora Casanova in un viaggio onirico tra le sue memorie più nascoste – irraggiungibili alla razionalità logica perché depositate in aree diverse da quella dell’io – per scoprire cosa accade nel suo teatro dell’inconscio. 

E’ “un volo”, questo, che chiede fiducia, che va affrontato “a occhi chiusi”, o meglio con gli occhi del sentire. Occorre salpare dal controllo razionale per poter incontrare una nuova terra, una razionalità onirica, fuori dai principi della logica. Una lingua nuova: che si dà per frammenti dell’io, per immagini, che mirabilmente gli occhi del Casanova di Sandro Lombardi riescono a proiettare su di noi. Ed è incanto.

E’ in questa nuova dimensione che arriva a Casanova – prendendo forma dallo sciabordio dell’acqua – la memoria di un antico trauma: un episodio di epistassi, che riporta in scena un piccolo Casanova (un talentuosissimo Edoardo Matteo).

(ph. Luce Del Pia)


Un’epistassi, comunemente nota come “sangue dal naso”, che pur essendo un evento di natura medica legato alla fragilità capillare o a fattori ambientali, può rivelare, in una prospettiva simbolica, significati legati a emozioni, ad una richiesta di attenzione.

Ma in questa nuova area frammentata della psiche tutto scorre, si sovrappone, fluisce, si arresta, ritorna. Così come, con stile accattivante, viene visualizzato dalla concertazione tra la drammaturgia della scena e dell’immagine curata da Fabio Cherstich; il disegno luci di Giulia Pastore; le musiche e il sound design di Andrea Gianessi. Una sinergia che riesce a riprodurre la continua trasformazione del paesaggio psichico di Casanova.

E così dal trauma dell’epistassi, si passa all’eros di un altro ricordo traumatico: l’abbandono del più grande amore della sua vita. Henriette: donna intellettualmente a lui complice e assai appassionata (qui in scena una Simona De Leo dall’aura seducentemente enigmatica).

Ricordo che lascia il passo a quello vissuto nella prigione dei Piombi assieme al monaco barnabita Padre Marino Balbi (qui in scena interpretato da un interessante Marco Cavalcoli, divinamente grato e umanamente gaudente) con il quale condivise la detenzione e il piano di fuga.

(ph. Luca Del Pia)


E poi ecco l’imbarazzo per  il rapporto poco onesto con la finanziatrice, protettrice e cliente esoterica frequentata durante il suo soggiorno parigino, in particolare nel periodo post-fuga dai Piombi: la marchesa Jeanne de Durfé ( in scena una meravigliosa Betti Pedrazzi).

(ph. Luca Del Pia)


E  ancora, continua ad emergere lo sconcerto per il terremoto di Lisbona, descritto dallo stesso Voltaire (qui di Alberto Marcello).

(ph. Luca Del Pia)


E poi quella frase che torna senza cancellarsi: “Dimenticherai anche Henriette”. Forse perchè, come ricorda Fabrizio Sinisi nelle sue note di drammaturgia, “soltanto quel che non cessa di dolorare resta nella memoria” citando il Nietzsche della “Genealogia della morale” (1887).

(ph. Luca Del Pia)


Tutto si sblocca, tutto fluisce attraverso questa nuova dimensione mentale che non ha fretta di capire, perché “le verità sono scritte in forma di enigmi e gli enigmi vanno intesi in forma allegorica, non lineare”. 

Ma il medico stabilisce che il tempo è finito e che ora si può tornare ad aprire gli occhi. 

(ph. Luca Del Pia)


Resta la sensazione di come sia diverso “il cercare di non morire, dal cercare di vivere”. Di come ricordare i propri successi per inserirli in una memoria biografica non sia più interessante del raccontare e condividere le proprie fragilità.

Perché si può rincominciare. Sempre. Anche quando tutto cambia. Anche quando ci sembra di non avere più un “nostro” posto, perché tutte le precedenti certezze sono state stravolte. Anche dopo la morte. A teatro si può. 

(ph. Luca Del Pia)


Uno spettacolo che brilla di sapiente cura e fertile ricerca in ogni sua componente, per raggiungere picchi di eccellenza nell’interpretazione di Sandro Lombardi. 

Lo spettacolo è una produzione LAC Lugano Arte e Cultura, in coproduzione con Emilia Romagna Teatro ERT/Teatro Nazionale, TPE Teatro Piemonte Europa, Compagnia Lombardi Tiezzi, La Fabbrica dell’Attore – Teatro Vascello


Recensione di Sonia Remoli

– LE BACCANTI dei Marcido – riscrittura e regia Marco Isidori

– scene e costumi Daniela Dal Cin –

-.-.-.-.-

TEATRO VASCELLO

dal 5 al 10 Maggio 2026


“ Ma soprattutto, buio! “

E’ al buio – ponte tra il visibile e l’invisibile, capace di trasformare lo spettatore da semplice osservatore a partecipante emotivo – che Marco Isidori affida l’apertura e la chiusura della messa in scena della sua riscrittura del testo euripideo: una pungente e poetica drammaturgia immersa in una fragorosa regia.

Avvolgendo e nascondendo, il buio crea una sospensione dalla normalità del quotidiano che getta lo spettatore in un ascolto introspettivo che lo porta a immaginare, a perdersi. E a ritrovarsi “diverso”. Un ascolto introspettivo simile alla suspense inquietantemente vitale del venire alla luce dell’attore quando, ogni volta, si trova a nascere alla scena. 

Qui, è dal buio che si libera la prima dimensione allucinatoria messaggera di un mondo interiore, altrimenti inaccessibile alla mente: quello che ci ricorda come il nostro essere umani si dia anche attraverso eruzioni di liquor divinamente dionisiaco. Pericolosissime, se trattenute da rigide presunzioni logiche. L’estrosa cura dell’agire scenografico prende vita, come sempre, dall’intensa ricerca spaziale e dalla visionaria creatività di Daniela Dal Cin

Precipitato e immerso in questa stupefacente dimensione interiore, prodotta dal contatto con il reagente artistico proprio dei Marcido, a qualche livello vengono somministrate allo spettatore “istruzioni per l’uso del divino amore”: di una razionalità enigmatica cioè molto più potente del pensiero logico. Perché di origine divina, come ricordava Platone nel “Fedro”.  Un “mana enigmistico” che più che incaponirsi a risolvere, i Marcido invitano ad esplorare: entrando a capofitto nel loro magma dionisiaco.

Perché il mana – termine diffuso in molte lingue austronesiane e che significa “forza sovrannaturale” – rappresenta una energia che impregna ogni aspetto della realtà, essendo insita nell’atto rituale, nel soggetto che lo compie e nel contesto di quanti vi assistono. 

E’, il mana, la rete energetica che connette l’individuo con il divino e con la natura: proprio come fa Dioniso. Originariamente dio arcaico della vegetazione legato alla linfa vitale che scorre nelle piante, diviene in seguito l’essenza del creato nel suo perenne e selvaggio fluire.

Essenza che permane anche nell’uomo civilizzato come sua parte originaria e insopprimibile, e che può riemergere ed esplodere in maniera violenta se repressa ostinatamente e non elaborata correttamente. Uno degli epiteti con cui è definito Dioniso è infatti “colui che scioglie”, ovvero colui che scioglie l’uomo dai vincoli di una rigida identità personale, per ricongiungerlo all’originarietà universale della natura.

E’ con la lente del grottesco che i Marcido scelgono di rileggere la vicenda del testo euripideo: una lente capace di rendere sopportabile l’esplorazione delle contraddizioni umane, trasformando la paura per il sacro in qualcosa di umanamente accettabile. Lo stesso apparato scenico della Dal Cin parla di questa ricerca a tirar fuori e a far scorrere, libera dalle barriere univoche del pregiudizio, una dimensionalità altra, diversa, che sa spogliarsi di rigidi modi di pensare e di agire sovrastrutturali. 

Non a caso i costumi dei personaggi sono acutamente resi da una tuta di bianco indifferenziato – cromaticità inquietantemente divina – sulla quale troneggia un’enorme bocca con “lingua in erezione” irriverentemente affamata. Argutamente posizionata sugli occhi. Ed è di sagace poesia per lo spettatore, inebriarsi dell’effetto di questo uso sinestetico degli occhi dei personaggi, che qui vedono con la bocca. Laddove una nuova capacità visiva fa spalancare la bocca, bramosa di esplorare la singolare luminosità del buio, parte divina della nostra umanità.

Lo stesso Palazzo di Tebe – così come immaginato dalla Dal Cin quale luogo della psiche, oltre che scenico – viene spogliato della sua maschera egoica, rivelando, simbolicamente, un sottosuolo psichico molteplice. 

“Quando il Palazzo di quel Re/dopo/si frantuma

Anche la testa di quel Re/un poco/si frantuma:

Balza di qua e di là/dà un ordine/contraddice l’ordine/si svia”

Un sottosuolo psichico non solo molteplice ma ricco di quel “diverso”, di quel sentirsi stranieri a se stessi”, a cui dare accoglienza per non incorrere in pericolose derive.

immagine tratta dal Catalogo”Marcido 2007-2025″ – Introduzione Oliviero Ponte di Pino –


Quel “diverso” che caratterizza così specificatamente Dioniso – “Dio di tutto il teatro possibile all’uomo” – e che nella iniziale visione allucinatoria del prologo assume le sembianze di ciò che può definirsi una declinazione dell’archetipo dell’emarginato. Ricorda infatti una variazione dello Charlot chapliniano l’irresistibile personaggio di Maria Luisa Abate, simbolo della libertà di pensiero e dell’insubordinazione di fronte alle convenzioni sociali.  

Una declinazione, questa della riscrittura di Marco Isidori, che sceglie di rinunciare alle barriere linguistiche della parola per abbracciare il linguaggio universale del muto, dove la visione allucinatoria è affidata alla seducente espressività dello sguardo e a gesti enfatizzati. Che sanno parlare di come l’uomo, schiacciato dalla logica consumistica e dalla meccanizzazione, sia spinto a ritrovare un contatto originario con il ritmo dei cicli della natura. 

Un richiamo verso un fluire libero, selvaggio, che anche il Teatro – così originariamente legato al culto di Dioniso – ha bisogno di recuperare, come proclamato nella “Canzone per Dioniso” che apre la riscrittura di Marco Isidori:

“ ‘O Tiatro è decaduto

non lo si può negar!

Narratori e proiettori

se lo stanno a disossar!

Tutto è sciapo e risaputo

manca la novità

ma qua forse tra un minuto

jamm a falla debuttà!”

La promessa di novità è quella di far “ritrovare” ad ognuno “il bellissimo Dioniso, re del tirabuscion”. Come? Riconducendoci ad attraversare l’accoglienza dell’originaria luminosità del buio :

“Questi tempi sono spenti

Chi li riaccende più

se per fare la recita ci vogliono i TV.

Proposta modestissima

io ve la butto là

salvamolo ‘o Tiatro

via l’elettricità”

Laddove infatti la cultura greca arcaica riconosceva al Teatro la capacità di accogliere sia l’impulso apollineo che quello dionisiaco; la civiltà moderna ha iniziato a soffocare lo spirito dionisiaco, in favore di un razionalismo apollineo, pericolosamente sterile e illusorio.

Perché Dioniso si presenta come un dio anomalo, “diverso”, e in quanto tale da emarginare.

Perché la sua è una natura indifferenziata: maschile e femminile. La gestazione della sua nascita avviene fino al sesto mese nel ventre materno e poi, per gli ultimi tre mesi, nella coscia di suo padre Zeus.

Perché Dioniso nasce da una madre mortale e da un padre divino (Zeus) che non si può manifestare in tutta la potenza di un dio al cospetto dei mortali. Quando viene costretto a farlo – su preghiera di Semele, sua amante e madre di Dioniso – la donna ne resta incenerita. 

Questo “divino darsi sotterraneo” di Dioniso, fu concausa del suo mancato riconoscimento sociale come personalità “dal manifesto” carattere divino. E tutte le tremende sventure che accadono all’interno di questa tragedia euripidea sono la conseguenza del non aver saputo riconoscere il dovuto onore alla potenza di Dioniso in quanto “diverso”, in quanto divino. In quanto energia divinamente inconscia. 

Perspicacemente la riscrittura di Marco Isidori sceglie che Dioniso si presenti attraverso una sorta di cogito – “Io Sono/ e sono Dio” – “spacciato” come il “mistero più grande” in una città e in una comunità familiare chiusa dentro i confini univoci dei principi della logica: identità-non contraddizione e causa-effetto.

Allora, proprio come accadde a suo padre Zeus nei confronti di sua madre Semele, Dioniso si sente costretto a manifestarsi e a fluire in tutta la sua essenza follemente divina. Una dimensione troppo potente per essere sopportata dalla natura umana quando non riconosce accoglienza a questa “razionalità diversa”.  E così colui che “non viene visto” (ovvero riconosciuto nel suo diverso potere divino) finisce per manifestarsi in tutta la sua “accecante” multiformità indifferenziata.

Ulteriore rappresentanza dello stare al mondo da “emarginati”, è il Coro: che qui in Euripide perde il ruolo di portavoce della polis, a favore di un ruolo da commentatore emotivo. Contrariamente al coro maschile e cittadino di Eschilo ad esempio, Euripide utilizza spesso cori composti da donne, da stranieri, da prigionieri: rappresentanti della categoria dei “diversi”.

E’ un Coro che non agisce ma partecipa, entrando in relazione con il dramma interiorizzato dei protagonisti. E rappresenta quella soggettività emotiva della comunità, che si tende in alcuni particolari frangenti storici –  ieri come oggi – a sottovalutare. 

Ieratico ed erotico, “con le grazie di Afrodite negli occhi” – il Dioniso di Paolo Oricco trova nel Penteo di Ottavia Della Porta un’impenetrabilità nevrotica.  Penteo teme (e desidera segretamente) i riti dionisiaci, in quanto ritiene corrompano l’onestà delle donne ma soprattutto perché sente come coinvolgano indistintamente tutti: tutte le classi, tutte le età.  Se stesso incluso. E sarà così che Penteo, ostinandosi a lasciarsi guidare dalla sua prepotente logica egoica, cadrà preda di quell’inquietante “straniero”, sempre capace a svincolarsi. Proprio come il nostro inconscio.

foto tratta dal volume “I teatri della Marcido Marcidorjs e Famosa Mimosa” (volume secondo) – prefazione di Raimondo Guarino – collana Spaesamenti – Editoria &Spettacolo


Penteo finirà smembrato: metaforicamente frantumato nella presunzione che il proprio “io, possa essere padrone in casa propria”. Pur essendo, in verità, molto meno potente dell’enigmatico mana dionisiaco. 

Sparagmòs, opera di Daniela Dal Cin


Ed è lo sparagmòs (lo squartamento del corpo) a simboleggiare la completa distruzione e frammentazione dell’Io di Penteo che, non riuscendo ad integrare l’irrazionale al razionale, il dionisiaco all’apollineo, ne viene annientato.

“Uomo che disprezzi il divino, rammenta la vicenda, considera l’epilogo, poi

fatti bene i conti uomo…e ascolta me che ti sussurro…credi!”

Un po’ come Mangiafuoco suggerisce a Pinocchio – personaggio che l’estro di  Daniela Dal Cin riprende e rivisita evidenziandone l’autentica capacità di partecipazione commossa: «E bada, Pinocchio, non fidarti mai troppo di chi ti sembra buono… e ricordati che c’è sempre qualcosa di buono in chi ti sembra cattivo!» (da “Le avventure di Pinocchio” di Carlo Collodi).

Il Teatro dei Marcido ludicamente provoca, misura, altera, innesca, trasformazioni nello spettatore.  

La poetica rigorosamente surreale della Compagnia Marcido Marcidorjs e Famosa Mimosa è già tutta nell’insieme delle coppie di binomi con le quali ha scelto di evocare esotiche definizioni di sè, che tutte la rappresentano. Uno stare al mondo, il loro, che accoglie poeticamente l’humus rilasciato da decadenti declinazioni di putrescenza attiva, unite a soavi fragranze di pionieristica creatività. Declinazioni che parlano di una capacità creativa linguistica e spaziale incline ad esprimere le sfumature complesse in cui si dà il nostro essere umani. 

E così, in una “fertile confusione” tra razionale e irrazionale; tra ossequio alla tradizione teatrale e apertura ad un esuberante “surplus energetico/performantivo” – i Marcido Marcidorjs e Famosa Mimosa hanno dato espressione, in questi primi 40 anni di attività, ad una tradizione teatrale reinterpretata artisticamente attraverso una vitalissima energia “sporca”. E quindi pioniera: capace di fiorire anche in condizioni avverse e in terreni difficili, lontani dalla “normale stabilità teatrale”.

Marcido Marcidorjs e Famosa Mimosa è una storica e innovativa compagnia di teatro di ricerca, fondata a Torino nel 1985 da Marco Isidori (regista), Daniela Dal Cin (scenografa) e Maria Luisa Abate (attrice). La compagnia ha festeggiato lo scorso anno i suoi primi 40 anni di attività, confermandosi come una delle realtà più coerenti e longeve del teatro sperimentale in Italia.

Sua è un’irrefrenabile vocazione verso una modalità di fare vita e teatro che “ha accompagnato con un instancabile lavoro, condotto con singolare vigore, la trasformazione della Città”- ha dichiarato l’Assessora alla Cultura della Città di Torino Rosanna Purchia, in occasione dei festeggiamenti del quarantennale della fondazione della Compagnia. Una vocazione la cui eredità artistica – continua l’Assessora alla Cultura – si proietta verso il futuro grazie al darsi della Compagnia come fertile testimonianza “di trasmissione di sapere e di saper fare, verso generazioni di giovani, pieni di passione per il teatro”.

Un teatro, quello dei Marcido Marcidorjs e Famosa Mimosa, che esplode nella fisicità di attori, commossi dall’ “enigma che serpeggia nel centro del teatro, dalla sua presenza dolorosa e zeppa di sconcerto”.

Qui in scena, sono: Paolo Oricco (Dioniso), Maria Luisa Abate (Tiresia, pianista), Marco Isidori (Cadmo), Ottavia Della Porta (Penteo), Alessio Arbustini ( Messaggero/Pastore/portatore del pianoforte), Valentina Battistone (Agave), Alessandro Bosticco (Servo di scena/portatore di pianoforte).

Affidandosi esclusivamente alle potenzialità del suono e della densità naturale della voce, portata verso un surrealismo epico, i Marcido non fanno ricorso all’amplificazione. Così come si tengono lontani dal “balordo disio di raccontare e poi raccontar” e soprattutto dal “terrore attoriale di darsi troppo… di esporsi di più”.

Un teatro, il loro, che è un autentico stare al mondo. Iconico.

Daniela Dal Cin – Marco Isisdori


“… si è poeti, attori anche, pittori senza dubbio,

danziamo, innanzitutto melodie, ma il nostro carattere principe

è quello che ci concede di plasmare un’energia quasi a-nonima,

dispensandola con l’aiuto del dio Dioniso,

la cui epifania sul palco

è quanto poi davvero ci interessa provocare”

(Marco Isidori)


Lo spettacolo “Le Baccanti” dei Marcido Marcidorjs e Famosa Mimosa è una coproduzione con Fondazione Teatro Stabile di Torino – Teatro Nazionale


Recensione di Sonia Remoli

Al Teatro Vascello il secondo appuntamento del FESTIVAL del CO-HOUSING: ospiti Massimo Recalcati e Francesco Bruni

TEATRO VASCELLO

18 Aprile 2026

Con grande successo di pubblico Sabato 18 Aprile u.s. il Teatro Vascello ha ospitato il Festival del Co-Housing accogliendo coloro che hanno scelto di informarsi e di riflettere sull’opportunità del Co-Housing: l’abitare insieme per affrontare meglio la solitudine, la fragilità e la paura di invecchiare da soli. 

In risposta ad una domanda sociale crescente, il Marzo scorso Roma Capitale ha lanciato il Festival del Co-Housing, per informare ed orientare la comunità sulla risorsa dell’abitare condiviso. 

Il Sindaco Roberto Gualtieri

-.-.-.-.-

Le nostre comunità invecchiano rapidamente e questo cambiamento ci obbliga a ripensare molte cose, a partire dal modo di abitare.

Portare questo tema al centro del dibattito pubblico significa iniziare a costruire una nuova cultura dell’abitare e dell’invecchiamento, più fondata sulle relazioni, sulla prossimità e sulla solidarietà.” 

-.-.-.-.-

Dopo il Primo appuntamento del 30 Marzo u.s. presso l‘Auditorium Parco della Musica, dove il Sindaco Roberto Gualtieri ha aperto i lavori, il Festival Sabato 18 Aprile u.s. si è aperto al grande successo del Secondo appuntamento, attraverso i contributi presentati sul palco del Teatro Vascello di tre diversi sguardi sul tema dell’abitare e della convivenza nella terza età: lo sguardo del filosofo e psicoanalista Massimo Recalcati, quello dello sceneggiatore e regista Francesco Bruni e quello di chi, questa esperienza, l’ha già scelta da anni.

Guidati dalla brillante freschezza di tre presentatori, di cui un interprete LIS, l’incontro ha sagomato l’attenzione degli spettatori intorno ad una domanda: “come continuare a vivere in modo autonomo, dignitoso, e pieno di relazioni, quando l’età avanza?”.

Un’efficace risposta viene offerta dal Co-Housing.
Perché “ convivere, conviene “.
Perché “ quando ti accorgi che ciò che era semplice e ora non lo è più, quello che pesa si può dividere”.
Perché “la solitudine non è una scelta. Vivere insieme, sì”.


Con il Festival del Co-Housing, Roma Capitale vuole aprire uno spazio di conoscenza e confronto.

La sfida oggi è anche culturale: far capire che abitare insieme, mantenendo la propria autonomia, può essere una possibilità concreta


Invitata a salire sul palco, l’Assessora alle Politiche Sociali e alla Salute Barbara Funari ha sottolineato quanto sia prezioso – per costruire nuovi legami sociali – il dialogo tra la concretezza del lavoro ad ora fatto sul territorio e il supporto offerto dalla riflessione sul co-housing da parte di linguaggi diversi, quali quello del pensiero filosofico e quello del cinema.

A seguire, dal palco del Teatro Vascello è stato proiettato il cortometraggio dedicato al Co-Housing del regista e sceneggiatore Francesco Bruni, dal titolo “Quando torni?”. Prodotto da Doc Servizi, con le attrici Elena Cotta e Luisa De Santis.

Elena Cotta

Luisa De Santis


Una “ballata” sulla gentilezza dei gesti tra due donne che si incontrano per condividere del tempo insieme. Un’espressività, la loro, che parla del desiderio che rende viva l’attesa di un incontro. Un’attesa che, seppur velata da un pizzico di diffidenza e di timore, si scioglie subito attraverso il rito del pasto condiviso, che contribuisce a condire di gusto l’occasione dello stare insieme.

Occasione che, da lì a breve, si arricchisce dell’opportunità divertita del giocare insieme: coinvolgimento che apre alla confidenza della condivisione di ricordi personali. Fino a che, troppo presto, arriva il momento di salutarsi. “Quando torni?” – chiede l’una all’altra, esprimendo chiaramente il suo desiderio di stare insieme ancora, e presto. “Quando vuoi”- le risponde l’altra, sintonizzata sulla stessa frequenza empatica. 

-.-.-.-.-

Un cortometraggio questo di Francesco Bruni che rappresenta l’elogio dell’eloquente bellezza dei momenti condivisi, ben raccontati da Bruni senza far ricorso a parole, se non nello scambio delle due battute finali. 

Francesco Bruni

-.-.-.-.-

Alla fine della proiezione, sono stati chiamati sul palco il regista Bruni e le due attrici Elena Cotta e Luisa De Angelis le quali, con una contagiosa verve, hanno dichiarato di essersi “piaciute un sacco” sul set e quindi di essersi appassionate nel contribuire a realizzare questo cortometraggio. 

Dal Co-Housing come orizzonte di vitale bellezza, si è poi passati all’ascolto delle testimonianze di coloro che questa esperienza di co-housing la stanno già vivendo da anni. 

E ci hanno raccontato di come le loro giornate insieme siano organizzate in turni, che rendono efficace la preparazione dei cibi e la gestione della casa. Organizzazione che non esclude possibili flessibilità e occasioni di progressivo apprendimento da parte di chi, ai fornelli, non si era fino ad allora mai avvicinato. 

Tutti hanno sottolineato la bellezza, non sempre semplice ma molto restituiva, di aprirsi alla conoscenza di diversi caratteri e di diverse culture. C’è stato poi chi ha rivelato che stare insieme in questo periodo finale del percorso di vita è un’esigenza paragonabile alla voglia di stare insieme tipica dell’infanzia. 


E poi c’è la cura da parte delle operatrici che si prodigano nell’appassionarli all’intrattenimento più variegato: dalle feste, al teatro; dalla scrittura in rima, alle piccole escursioni. 

“Socializzare è la migliore medicina” – hanno dichiarato. 


Alle loro testimonianze si è aggiunta quella di Annamaria Coluzzi dell’Associazione “Viva gli Anziani” della Comunità di Sant’Egidio che ha parlato dell’importanza per gli anziani di ricevere visite. Ma anche di come lei in famiglia, alla morte di suo padre, abbia scelto, daccordo con sua madre e suo fratello, di ospitare in casa una famiglia di immigrati.

Ora però che gli anni sono trascorsi, è lei stessa a sentire l’esigenza di aver bisogno di aiuto e di attenzioni. Ma il suo sguardo si rifiuta di accontentarsi solo dei malinconici ricordi del passato: anche se in maniera diversa, lei desidera continuare ad immaginare un gradevole futuro.

“Perché – conclude – aprirsi ai cambiamenti si può, ancora”.


Alle ore 12:00 arriva l’atteso momento di riflessione con la lezione magistrale di Massimo Recalcati.

Il celebre filosofo e psicoanalista ha aperto il suo intervento proponendo un’alternativa alla definizione di “Terza età”: quella di “Grande età”. Associandola poi alla struggente e ricercata bellezza di un tramonto. Il pubblico in sala ha mostrato di apprezzare questa diversa modalità di indirizzare lo sguardo su un’importante stagione della vita, che tutti ci riguarda.

Nietzsche – continua Recalcati – riteneva che la più alta forma di saggezza umana consistesse proprio nell’individuare il giusto momento in cui tramontare: il momento cioè in cui il tramonto, dandosi in tutta la sua bellezza, lascia il passo all’alba delle nuove generazioni. L’individuazione di questo momento di passaggio rappresenta non solo la più alta testimonianza di saggezza da parte della “Grande eta“, ma anche il miglior dono da consegnare nelle mani delle nuove generazioni. Un dono che consiste nel promuovere lo sciogliersi del rapporto di controllo, e quindi di dipendenza, che fino ad allora era intercorso tra padri e figli. Atteggiamento applicabile anche al rapporto tra maestri e allievi. 

Come tutte le più grandi bellezze, anche quella del saper individuare il giusto momento per tramontare può comportare un velo di malinconia, che porta a chiedersi: “ma ora che senso ha la mia vita? Adesso che non è più il momento di essere presente attraverso continui “eccomi!”, avendo individuato il giusto momento per dire a mio figlio (o al mio allievo) “vai!”?

Imparando a “saper contare i giorni”: ora, ancor più di prima, la conta dei nostri giorni – spiega Recalcati – deve aver cura che ogni giorno sia vivo: colmo di desiderio di vita viva. Concentrandoci ogni giorno cioè in quello che stiamo facendo, perché desideriamo farlo. Senza preoccupazioni per il domani. Prendendo a maestri, come faceva lo stesso Gesù, gli uccelli nel cielo e i gigli del campo: che godono dell’atto che stanno compiendo. Senza distrarsi per fare bilanci. E dal pubblico inizia a farsi strada un applauso. 

Massimo Recalcati


“Una vita così vissuta, non teme la durata” – continua Recalcati.
Perché vivere vivi di desiderio, rende eterni. Ogni giorno. 
Perché imparare ad amare e a far fruttificare il nostro desiderare, salva. 
Prorompe un nuovo applauso.

E così – continua Recalcati – ci si svincola anche dall’ossessione, tipica dei nostri tempi, del dover raggiungere una vita sempre più lunga, mortificando la nostra vitalità viva, come in una continua quaresima penitenziale. Considerazione che di nuovo accende il pubblico in un grande applauso. 

Così come avviene quando Massimo Recalcati dichiara che nel nostro Paese sarebbe utile una legge sul fine vita, per evitare l’accanimento terapeutico di una vita che continua solo perchè attaccata a macchinari.

(ph. Walter Cainelli)


Ma allora, dov’è la vita che ci fa vibrare? Dov’è quel qualcos’altro che non si rassegna a rassegnarsi? E che ci spinge ad amare alla follia, proprio ciò che poi inevitabilmente andrà via?
Dove sono gli anni, non quelli che il calendario pretende di organizzare, no, piuttosto quelli che “non si lasciano pensare mentre li vivi?”. 

Ed è proprio sulla continua ricerca di questi anni vitalizzanti, che Recalcati ci invita ad investire. 

A differenza di come fa l’ “Avaro” di Molière – continua Recalcati : che si chiude ai rischi dell’amore preferendo la sicurezza affidabile della sua cassetta colma d’oro. 

Con questa stimolante riflessione del filosofo e psicoanalista Massimo Recalcati sulla “Grande età”, il Secondo Appuntamento del Festival del Co-Housing volge al termine.


Il Terzo appuntamento, previsto per il 21 Maggio p.v. alle Industrie Fluviali, sarà dedicato – all’ interno del Sanidays – agli esperti e alle organizzazioni del terzo settore, per approfondire il ruolo delle reti sociali e civiche nello sviluppo di nuove forme di abitare collaborativo. 

Il Festival del Co-Housing si concluderà il 5 Giugno p.v. con una grande festa popolare in Piazza Don Bosco: una serata di racconto sul percorso compiuto, con momenti di festa, con la proiezione di un video mapping 3D e con la presentazione dell’ Atlante del Co-Housing che raccoglierà esperienze, mappe e prospettive emerse durante il Festival.

-.-.-.-.-

“Ognuno di noi deve sentirsi un po’ custode del benessere dell’altro. Perché una città non è fatta solo di strade e palazzi, ma dalle relazioni tra le persone e dobbiamo lavorare insieme affinché la solitudine smetta di essere un’emergenza invisibile“.


Recensione di Sonia Remoli

STANZA CON COMPOSITORE, DONNE, STRUMENTI MUSICALI, RAGAZZO – scene e regia Mario Martone

– Testo inedito di Fabrizia Ramondino –

-.-.-.-.-

TEATRO VASCELLO

dal 14 al 19 Aprile 2026

-.-.-.-.-

In principio era la traformazione del tempo in spazio, per Fabrizia Ramondino

Qui, in principio è la “stanza”: tra la scena e il proscenio; tra il dentro e il fuori; tra il sogno e la veglia; tra il conscio e l’inconscio.

Una stanza che è “un tra”: un transito, una transizione. Condizione esistenziale di uno “star di casa” che si dà come viaggio, nella Ramondino. 

Come avviene in musica: dove “la stanza” è un ponte che traghetta verso una dimensione interiore, rendendo possibile l’esperienza esistenziale e la comunicazione creativa. 

Una stanza-mondo delle idee, in cui ci si isola per fare i conti con se stessi elaborando emozioni, memorie, domande aperte: resti di fratture relazionali.

Una stanza con compositore, donne, strumenti musicali, ragazzo.  

Un titolo, dallo stile elencatorio-paratattico, proprio di una scrittura che mira a descrivere realtà complesse, caotiche, dove si accumulano oggetti, azioni: “senza un inizio e senza una fine. Ma soprattutto senza un fine”.

Uno stile utilizzato per restituire la percezione soggettiva del tempo e dello spazio: frammentando la narrazione in flashback liberamente associativi, o in una successione di scene e di sensazioni: “mai ho composto – dichiara il compositore – secondo un motivo conduttore … ogni tema si dà per motivi”

Uno stile non stile, quello della Ramondino: uno stile ritroso. E in quanto tale geniale, perché non univoco ma trasversale e, quindi, capace di parlare di un’intensità confusa. Un po’ come il linguaggio musicale: un’intensità che permette alla Ramondino di trovare quel “sentiero chiaro” che dà forma letteraria ai fantasmi della sua fragilità.

Ma non è ogni opera umana, le città come i libri, altro che la trasformazione del tempo in spazio?”– dice infatti in “Star di casa” la Ramondino. Riconoscendo così alla scrittura – intesa come transito che mette insieme resti – il potere di dare forma spaziale al tempo che scorre: trasformando storie in luoghi fisici. 

In questa stanza allora vediamo convivere vari elementi: il primo è “un compositore”. Che Mario Martone mirabilmente fa venire alla luce avvolto nel panneggio di un sipario. Un compositore che ci parla togliendosi (e togliendoci) le tende dagli occhi. E’ una creatura artigianale dal sentore demiurgico: “non dovete credere a niente” – asserisce.  Meglio piuttosto viaggiare con l’immaginazione, varcando sempre nuovi confini. Tornando per ripartire, senza considerarsi arrivati in “un” luogo.

Un compositore – manifestazione poetica del pensiero musicale stesso – qui incarnato da un Lino Musella potente e asciutto, pungente e tenero, stridente e acuto. In canottiera e calzoncini: svestizione che evoca intimità, fragilità e messa a nudo dalle convenzioni sociali.  Come orchestrali, infatti, ci presenta i componenti della sua famiglia, di cui lui si dichiara “forza centripeta, capace di evitare il loro (e il nostro) perdersi nel mondo”.

Sono un quartetto di arch-etipi esistenziali – madre, ex moglie, figlia, fidanzato – che accompagnano i riti di passaggio della vita. Un ciclo vitale che Martone scandisce nello spazio come quadranti di un orologio, che gira in senso anti orario.

Un quartetto d’arch-etipi, in verità, con pianoforte: formazione dal valore simbolico e sonoro peculiare. Un parlare del cuore, quello del pianoforte, che contrapponendosi alla natura più astratta e pura degli archi, richiede al pianista di dimostrare una sensibilità particolare nel non sopraffare gli archi, nonostante il suo essere capace a produrre la completa gamma delle passioni umane. 

La madre – un’elegantemente celestiale Iaia Forte, dall’allure ricco in ambiguità – ci viene presentata come incarnazione di un violino: il più “umano” degli strumenti per la sua capacità di imitarne la voce, per il suo darsi in sensualità e quale metafora di memoria storica. Una memoria qui imperfettamente simbiotica: che non appaga il desiderio del figlio, dandosi attraverso il suono di un taglio.

La madre di sua figlia – un’asciutta ed incisiva Tania Garibba – ci viene presentata come incarnazione di una viola: uno strumento che pur condividendo le origini con quelle del violino, si distingue per un timbro unico di introspezione e profondità. Malinconica, passionale, riflessiva, la viola parla di un’interiorità emotiva meno appariscente, che richiede ascolto e attenzione per essere apprezzata. La viola non cerca il centro dell’attenzione solistica, come il violino: la viola arricchisce l’insieme.

La figlia – un’efficace India Santella – ci viene presentata come incarnazione di un violoncello: simbolo di calore e di connessione fisica. Conforto e transizione d’umanità, libera da una fissa collocazione e definizione.

Il ragazzo – l’espressivo Matteo De Luca – ci viene presentato come incarnazione di un contrabbasso, che in quanto base dell’intera struttura orchestrale, fornisce le fondamenta armoniche e il sostegno ritmico. Seppur si lasci abbracciare per essere suonato, rappresenta anche quel sostegno nascosto prezioso per l’equilibrio sonoro complessivo, laddove le relazioni rischiano di essere vissute come “un problema insolubile da interrompere”.

Un penetrante personaggio invisibile è qui la musica, capace di tradurre in maniera universale e non verbale emozioni profondissime: astrazioni e vissuti interiori non accessibili alla parola.

Perché il compositore, come lo scrittore, in Fabrizia Ramondino, è il cantastorie dei resti, dei cocci della vita: “se c’è musica c’è mania…solo la musica cura il delirio del mondo”.

Ecco allora che, dentro una scena che di stanza in stanza apparentemente si depaupera, si fa strada invece il principio filosofico secondo il quale ciò che più conta “non serve a niente”: perché di niente e di nessuno è servo. 

Ed è così che la regia di Mario Martone, avvalendosi della collaborazione drammaturgica e ideativa di Ippolita di Majo, restituisce efficacemente allo spettatore tutta la complessa bellezza della scrittura di Fabrizia Ramondino: quel suo personalissimo miscuglio di autobiografia, narrativa, saggistica che, pur sembrando arrivare da un altro mondo, riesce a rivelarsi acuto e preciso sulla realtà. 

Una bellezza complessa restituita veicolando la sensazione di come ogni opera si dia, per Fabrizia Ramondino, come inestricabilmente duplice: tesa “tra adattamento alla realtà e alla ragione, e fuga dalla realtà e nella sragione” . Una duplicità così ben incarnata dai personaggi delle sue opere teatrali: qui sapientemente credibili nel lasciare da parte la logica diurna per affidarsi ad associazioni, a esagerazioni, all’ironia, ai disturbi della comunicazione, alla creatività.

Una duplicità che, al di là del primo impatto, scopriamo sentire così vicina a noi oggi, nel suo darsi quale logica combinatoria fatta di gioco e di ricerca, “di dolce e di salato”, di semplice e di complesso.


Recensione di Sonia Remoli

MERCOLEDI DELLE CENERI – Valentina Esposito

TEATRO VASCELLO

dal 31 Marzo al 4 Aprile 2006

Che cosa sappiamo, ma ogni volta dimentichiamo, permettendo che ricominci?

Sappiamo che il maschile non può affermare prepotentemente la propria identità ogni volta che la reazione femminile gli risulti incomprensibile. Inaccettabilmente diversa.

Un fraintendimento della propria identità virile che nasce dal considerare minacciosa la diversità dell’Altro: di quel femminile che è fuori (cioè nella donna) ma anche dentro ogni uomo, come ci hanno rivelato la biologia e la psicoanalisi. 
Non siamo totalmente maschi o totalmente femmine: la percentuale della componente che predomina in ognuno – e che si immagina definire un genere – in realtà e’ di poco superiore all’altra.

Valentina Esposito (ph. Jo Fenz)

Non a caso, con pungente persuasività, la drammaturgia di Valentina Esposito si apre con la provocatoria confessione di un uomo che rivela di trovare gustosissimo quel “fuori” così morbido e succulento di una donna, e detestabile quel suo “dentro” così ferroso: che resiste a tutto. Anche al fuoco. 

Un “dentro” che qui in scena si immagina plasmato sensualmente dall’uomo come un “fuori”. Uno scheletro ferroso che si preferisce non si sorregga autonomamente per poter essere governato da chi “gli entra dentro da sotto e lo prende per i fianchi”.

La chiamano Rosa la Pupazza e rievoca la passione della vittima che nonostante tutto – nonostante lo sappiamo ma lo dimentichiamo così da permettere di ricominciare – continua a rivivere in un increscioso rituale paesano.

Dove, nell’immaginario maschile più miope, Rosa viene resa “una maschera criminale” che ogni uomo può finalmente indossare e gestire a suo modo. Colui che la realizza e ogni anno la restaura per la serata tra il Carnevale e il Mercoledì delle Ceneri, a fronte di un adeguato pagamento accetta di condividerla con altri uomini. Dopo di che Rosa deve scomparire, deve essere bruciata. Non deve essere più di nessuno, non deve essere più nessuno: “poi la facciamo evaporare come una santa: pesante e leggera. Che miracolo!”. 

“Con i soldi si può ottenere tutto” – così persuade gli altri uomini del paese il caporale. Lui che in un lontano passato era l’innammorato di Rosa, che poi perse per la sua incapacità di capirla, di entrare in relazione con lei, preoccupato già allora solo di fare soldi. “I soldi aggiustano tutto. Questa è l’unica cosa vera…le stesse lacrime non vanno sprecate nell’intimità, ma messe in vendita all’asta”.


A qualche livello però tutti, gli uomini e le donne del Paese – seppur complici, sanno che “il dentro” della donna sfugge a questa logica monetaria ingabbiante. La Pupazza non a caso è anche detta Pantasima: sopravvive alla morte come fantasma.

Intrecciando alla ritualità religiosa quella folkloristico-ancestrale del passaggio dal Martedì grasso al Mercoledì delle Ceneri, emerge dall’avvincente drammaturgia della Esposito la violenta ipocrisia secondo la quale tutto è lecito, potendo poi chiedere e ottenere perdono. E così, le ceneri che aprono alla quaresima, si mescolano alle ceneri della donna abusata, smembrata e bruciata. Ceneri, queste ultime, che non si riducono in soffice polvere: nelle ceneri della donna bruciata resta sempre qualcosa di irriducibile.

La feroce bellezza della regia di Valentina Esposito restituisce quadri scenici che si fissano negli occhi dello spettatore. Come il sacrale e sacrilego quadro dove delle donne – in splendida cornice attorno alla Pupazza Rosa – si offrono remissive e disponibili, “sempre pronte a dire sì”. E “accucciate” in attesa di essere travolte dalla tracotanza maschile e da quel che resta della perversione di un rito. Sono tutte (solo) esteticamente diverse: “la giovincella che si deve ancora aprire”, “la monumentale”, “la ciuccia”. ecc.

Anche la nuda scenografia shakespeariana, resa da un oggetto di scena che sembra poter essere univocamente solo un carro e che si declina invece in molto altro, parla della fertile ricchezza di un conoscere più aperto e creativo.

E poi c’è un altro quadro scenico dalla bellezza dilaniante: un flashback sul coro delle donne del paese che partecipano con devozione al funerale di Rosa. Ma che commentano sostenendo che se Rosa “avesse chinato la testa, sarebbe ancora viva”. E visivamente, in scena, emerge dalle loro nere vesti un cieco maschile che prorompe, genialmente, attraverso puppet.

(ph. Ilaria Giorgi)

Il caporale era il suo innamorato. E da 50 anni non si perdona di non aver compreso i suoi silenzi e le espressioni del suo volto quando le comunicò, quella sera, che sarebbe partito per fare soldi, così da tornare e sposarla. Si aspettava assecondamento o parole che lo dissuadessero dal partire. Rosa invece lo lascia “indifeso”: lo supplica di restare con una diversa modalità relazionale che lui non riesce a decifrare. Ora dice che allora avrebbe potuto fare qualcosa di diverso. Ma se da un lato continua a chiederle perdono, dall’altro è lui stesso a lucrare sulla sua morte, offrendola in pasto ai cittadini, eccitati dal riviverne la rievocazione.


E non si accorge che un’altra donna – la puttana “monumentale” – si è innamorata di lui, ora. O forse sì. E anche lei, incompresa, finirà per abbracciare il fiume sciogliendosi nelle sue acque. Come Rosa.

E poi c’è il Ciuccio, il giovane omosessuale anche lui troppo diverso per essere compreso e accolto da identità prepotentemente maschili. Tollerato durante il Martedì di Carnevale in cui tutti sono uguali, allo scadere della mezzanotte viene fatto bersaglio di violenze che sfociano in un omicidio di gruppo. 

Uno spettacolo, questo di Valentina Esposito, che avvince e accende fiamme di rabbia nello spettatore: in scena va il carnevale criminale del nostro tempo. 


Ma “a teatro ci si può confessare” – si dice in scena – iniziando a dire basta.

Come?

Magari portando sul palco temi sociali dolorosamente irrisolti: come quello che emerge da questo spettacolo e che è risultato fortemente sentito da parte di molte delle attrici della Compagnia Fort Apache Cinema Teatro. Cifra del teatro della Esposito è infatti quella di mettere il teatro a servizio degli interpreti, per attraversare e sciogliere quei nodi esistenziali che possono restare ancora serrati.

O magari indirizzando i giovani fin da piccoli ad una ricca educazione sentimentale, capace di trasformare gli istinti in emozioni complesse. Apprendendo attraverso la letteratura, l’arte, il teatro -che con il loro linguaggio creativo rivelano le sfumature per riconoscere e nominare le emozioni – a riconoscere il proprio dolore e quello altrui, cadendo più difficilmente nell’aggressività.

A differenza di certi giochi – a cui si allude acutamente in questa drammaturgia – propedeutici al carnevale degli adulti, come ad esempio quello di “Regina, Reginella”:

Regina reginella 
quanti passi devo fare
per arrivare al tuo castello

con la fede con l’anello 
con la punta del coltello?


Gli attori in scena:

Alessandro Bernardini, Fabio Camassa, Luca Carrieri, Matteo Cateni, Chiara Cavalieri, Viola Centi, Massimiliano De Rossi, Roberto Fiorentino, Marcello Fonte, Sofia Iacuitto, Gabriella Indolfi, Giulio Maroncelli, Claudia Marsicano, Giancarlo Porcacchia, Cristina Vagnoli, Camila Urbano

brillano per una potenza espressiva tale, da restituire assai efficacemente la ruvida bellezza delle derive in cui può deragliare il nostro animo umano. 


Fort Apache Cinema Teatro è l’unica compagnia stabile, in Italia e in Europa, composta da attori ex detenuti, oggi professionisti di cinema e palcoscenico. Diretta da Valentina Esposito, autrice e regista attiva da quasi vent’anni nei teatri e nelle carceri italiane, la compagnia realizza spettacoli, produzioni cinematografiche e progetti di ricerca e formazione con la Sapienza Università di Roma.

Oggi Fort Apache Cinema Teatro è una compagnia professionale e da quest’anno i loro progetti sono coprodotti dal Teatro Vascello. “È un grande risultato – dichiara Valentina Esposito – perché significa uscire dal ghetto del teatro in carcere: non perché lì non ci siano bei prodotti, ma perché se dobbiamo fare inserimento vero, dobbiamo uscire dallo stereotipo».

E continua: “Ho aperto la compagnia anche agli attori professionisti, perché vuol dire creare relazioni fuori. Ma con i professionisti applico lo stesso metodo: vita e teatro dialogano continuamente».

Un teatro davvero politico.



Recensione di Sonia Remoli

– LETTERE A BERNINI – di Marco Martinelli

– con Marco Cacciola –

TEATRO VASCELLO

dal 24 al 29 Marzo 2026

Non è uno spettacolo da osservare: è un evento comunitario da condividere. 

Il Bernini di Marco Cacciola entra dalla platea in soggettiva, chiuso nel suo giaccone, intento a contenere un’incontenibile rabbia. 

E’ un uomo di oggi, così come le fattezze del suo studio artistico (la cura delle scene è di Edoardo Sanchi): cifra del Teatro delle Albe – di cui Marco Martinelli è fondatore insieme a Ermanna Montanari, Luigi Dadina e Marcella Nonni –  è attraversare e “mettere in vita”, in una preziosa occasione di confronto, il classico e il nostro presente. 

Quello in scena è un Bernini che ha un urgente bisogno di essere ascoltato: cerca dapprima in uno specchio ma vede qualcosa che non accetta.  Non soddisfatto, prende i suoi strumenti e come un direttore d’orchestra prova a cercare soddisfazione laddove si sente più potente: dando vita ad una nuova creazione. Ma non funziona.

Questa volta è diverso. La drammaturgia del disegno luci (di Luca Pagliano) in sinergia con quella del suono (di Marco Olivieri) sottolineano questo indomabile tormento interiore, da cui il Bernini di Marco Cacciola si lascia generosamente attraversare, “rovinare”.

E’ accaduto qualcosa di inaudito: una donna, sì proprio una donna, non si è sottomessa alla sua arroganza e ha cercato giustizia facendo “escalation”. 

Bernini è bloccato: non riesce a creare. Non riesce a trovare le parole per dirlo, il suo furore. Cerca e trova aiuto nel nostro ascolto.  “Sta tutto infuocato il Bernino”: un fuoco, il suo, che produce una fulgida tensione nella voce e nel gesto di Cacciola. Una tensione alla ricerca di un febbrile equilibrio, che trova splendida espressione nelle sue mani, nei suoi occhi, finanche nei suoi capelli. Perché “l’equilibrio è tutto nell’arte: se lo capisci, capisci anche quando romperlo”. 

@Enrrico Fredigoli

Ma questa donna – Francesca Bresciani – è riuscita a smontare il suo “io”, anche all’esterno. I cardinali a cui lei scrive, finiscono per scrivere a loro volta al Bernini di renderle il compenso dovuto. 

Bernini fa di tutto per denigrarla ai nostri occhi, così da far risaltare la propria posizione di potere. Eppure, nonostante i suoi sforzi, si percepisce che una parte di sé la sta ammirando: “questa non tene paura”. E scrive di lui ai cardinali: “il Bernino è il più grande, ma non s’intende di gioielli come i lapislazzuli”. 

A lei, infatti, Bernini aveva commissionato il Tabernacolo con intarsi di lapislazzuli della Cappella del Santissimo Sacramento della Basilica di San Pietro in Vaticano, scegliendo non a caso proprio lei tra altri quattro colleghi uomini.   

E più il Bernini cerca di spiegarci, in un florilegio di insulti, come il darle 700 scudi anziché 1900 (l’ammontare pattuito) sia stata la cosa più giusta da fare, più si percepisce cha qualcosa scricchiola in lui. 

Perché proprio in una “longobarda”, in una quindi senza una vera conoscenza della civiltà, lui rintraccia qualcosa di luminoso. Così come gli accade di notare in un altro “longobardo” con il quale aveva interrotto i rapporti, sempre per una questione di soldi: quel Borromini “bravo a disegnare ma capriccioso, con quella sua voglia di uscire dalle regole per fare chimere”.  

Non a caso alcuni definivano Bernini come “il drago del Giardino delle Esperidi”: un custode indomabile del proprio primato. Ma lui si considerava così meritevole del primato conquistato perché sapeva quale sofferenza per lui comportava fare arte: “se non ti ammazzi, come fai? Come fai a farle splendere le carni, se non facendoti male?”.

E quel Borromini pretende di pestargli i piedi: lui così cupo e triste “che non si magna un’emozione …che non sa stare al mondo”. 

“Mai avere paura” – si ripete Bernini – caricandosi su un tappeto di musica rock. 

Ma la drammaturgia e la regia di Martinelli ci fa arrivare, insinuante, la sensazione di quanto lui, in verità, implori attenzione. Ora. Da noi. Questo stesso suo sfogo, infatti, può essere letto anche come una magnifica orchestrazione registica di lampi visionari, di insistenze, di ritorni traumatici. 

E poi arriva l’ultima lettera della giornata: non è l’effetto delle lamentele della Bresciani su qualche altro cardinale. E’ sì un cardinale ma che questa volta gli comunica il suicidio di Borromini. E l’ultima traccia di rabbia evapora. Lasciando che qualcosa si sciolga in Bernini. 

@Enrico Fedrigoli

L’arroganza si stempera e può fare ingresso la compassione umana. E il riconoscimento sincero di un artista, di cui ora riesce a stimare il valore senza necessariamente ricoprirlo di denigrazione. 

E’ il trionfo del Bernini uomo, umano. Che la drammaturgia e la regia di Marco Martinelli  raccoglie e accoglie quasi come il risultato di un’operazione alchemica.  Dove attraverso un affresco di colori, di suoni, di lingue, di sensazioni, capaci di dare forma a magnifiche contraddizioni umane, si arriva ad un processo di trasmutazione interiore.  

Un prezioso incontro con un fascinosamente oscuro Bernini, questo che ci propone Marco Martinelli, che mette al centro del suo lavoro l’importanza esistenziale, tutta teatrale, dell’incontrarsi con l’altro: così diverso eppure simile. 

Perché “ l’altro che interroghiamo e che ci interroga – dichiara Martinelli –  è il nostro specchio rovesciato” .  

L’altro parla di noi: ci rivela e ci fa scoprire ricchi in mistero. 


Recensione di Sonia Remoli

LA STORIA – regia Fausto Cabra

UNO SCANDALO CHE DURA DA DIECIMILA ANNI

-.-.-.-.-

– Liberamente ispirato a La Storia di Elsa Morante (ed. Einaudi) –

E’ attraverso il felice espediente narrativo di uno sciopero – che per sua natura si dà come un atto di dignità, di solidarietà e di mobilitazione dei lavoratori per provare a bilanciare eventuali squilibri di potere nel rapporto con il datore di lavoro – che Fausto Cabra sceglie acutamente di aprire il suo spettacolo, liberamente ispirato a “La Storia” di Elsa Morante. 

Un atto, quello dello sciopero, che – proprio in quanto strumento necessario a tutelare i diritti comuni dei lavoratori nei confronti di “superiori” che, a loro modo, vorrebbero scrivere la storia con la “S” maiuscola – qui diviene cornice meta teatrale di solidarietà umana, organizzata tra chi certe scelte che cadono dall’alto prova a non condividerle. 

Fausto Cabra

Ma l’espediente narrativo dello sciopero gioca ancora un altro fertile ruolo: quello di fornire l’occasione per un appassionato incontro. Quello tra la donna, che si trova a gestire l’attesa del ritardo del volo generato dallo sciopero, e un libro. 


La Storia” di Elsa Morante è quel libro.


Un libro che legge, e da cui è letta, la donna in attesa di ripartire.

Un libro da cui gli “attori” sono letti e che portano in scena in qualità di “personaggi”.

Un libro capace di leggere la nostra vita di oggi, così come quella dei lettori che vi posarono gli occhi e le mani nel 1974, anno della sua pubblicazione e del clamoroso riscontro di pubblico. 

Una meraviglia che si verifica quando un libro sa farsi corpo, così da attrarci come un amato che, proprio in quanto tale, riesce a parlare intimamente non solo “a noi”, ma anche “di noi”. Generando una spinta trasformativa al nostro abituale scorrere del tempo.



Da qui prende vita una drammaturgia intensamente poetica – frutto del sodalizio artistico tra l’attore e regista Fausto Cabra e lo scrittore Marco Archetti – orientata a rintracciare quelle corrispondenze profondamente vitali, che tendono a restare in ombra all’interno dell’opera della Morante. Ma anche attraverso le quali il libro trova autentica espressione.

Pur essendo ambientato durante la Seconda guerra mondiale e nell’immediato dopoguerra.

Pur essendo abitato da una lacerante tensione dialettica tra le pulsioni umane più creative e quelle più distruttive. 


In un nudo spazio shakespeariano Fausto Cabra sceglie allora di portare in scena la sua drammaturgia (la cura delle scene e dei costumi è di Roberta Monopoli) dove, complice la strabiliante bravura dei tre interpreti in scena, lo spettatore non fatica a dare libero sfogo alla propria fulgida immaginazione. Sono Franca Penone, Alberto Onofrietti, Francesco Sferrazza Papa. E loro è la capacità di far irrompere lo straordinario nella realtà, generando un’esperienza estetica profonda. 

Franca Penone (Ida Ramundo), Francesco Sferrazza Papa (Useppe) , Alberto Onofrietti (Nino)

Ma in verità qui, in questa restituzione, c’è un quarto protagonista: la luce.

Fausto Cabra infatti sceglie di disegnare con la luce una drammaturgia parallela che non può non arrivare a tutti: una testimonianza, questa, erede di quell’urgente desiderio della Morante di chiamare a raccolta ognuno di noi.  Sempre. Nonostante tutto.

Ecco allora che la luce – così come immaginata dallo stesso Cabra e da Marco Renica, in sinergia con la drammaturgia del suono curata da Mimosa Campironi – riesce ad agire su ognuno come un potente linguaggio simbolico che modella e sagoma l’atmosfera, guidando l’intelligenza emotiva dello spettatore. Una vera e propria scrittura scenica che delinea, attraverso ombre e cromatismi, le profondità psicologiche e narrative del capolavoro della Morante.

Capolavoro ambientato nella Roma tra il 1941 e il 1947, dove gli eventi della seconda guerra mondiale e dell’immediato dopoguerra sono mostrati attraverso gli occhi della popolazione: quella sulla quale ricadono le decisioni prese dal “gran mondo”.  

Al centro c’è la storia di una famiglia: quella della maestra Ida Ramundo (Franca Penone) e dei suoi figli Nino (Alberto Onofrietti) e Useppe (Francesco Sferrazza Papa). Un “lessico familiare” che poi si intreccia a mille storie e a mille volti, sapientemente restituiti dai tre interpreti in scena. Una famiglia-una comunità capace di andare avanti nonostante tutto. E che non sopravvive solo alla guerra e alla alla fame: sopravvive alla Vita, che continuamente li mette “alla prova”.

(ph. Salvatore Pastore)


E ciò che lo spettatore si porta a casa all’uscita di questo spettacolo – così necessario nel frangente storico che stiamo attraversando – è proprio quella fertile suggestione del messaggio, secondo cui tutti noi gettati sul palco della Vita siamo “in prova”: in cammino. Fuori e dentro di noi. 

E che, seppur consapevoli di aver lasciato andare, o di aver visto sottrarci, incontri e occasioni che potevano fiorire come semi, restiamo ancora stimolati dal sentire che ce n’è sempre una nuova, di occasione, che ci aspetta. E che “probabilmente è un fiore e non un’erbaccia”.


Perché, nonostante tutto, stare al mondo può essere anche spudoratamente bello: “sia quando la vita racconta la morte, sia quando la morte racconta la vita”.

“Uno scandalo che dura da diecimila anni” – quello che vede coesistere eros e thanatos,  la tensione ad attrarci e l’istinto a sopraffarci – che non esclude dalla Storia la possibilità di rintracciare o creare piccole-grandi occasioni di meraviglia. Nonostante tutto. Facendo emergere e coltivando in noi anche un’altra spinta: quella che ci muove a compassione dell’Altro.

Spinta che, ad esempio, riesce a percepire Nino, quando afferma: “Loro nun lo sanno, a Ma’, quant’è bella la vita”.

Spinta che riesce a restituirci Fausto Cabra, ogni volta che la Morante la semina nel testo.

Ne scaturisce una messa in scena che lascia il segno.

Una produzione Teatro Franco Parenti, Centro Teatrale Bresciano, Fondazione Campania dei Festival.

Alberto Onofrietti, Franca Penone, Francesco Sferrazza Papa


Recensione di Sonia Remoli

ORLANDO – regia Andrea De Rosa

-con Anna Della Rosa-

TEATRO VASCELLO

dal 3 all’ 8 Marzo 2026

Seduta ai piedi di una maestosa quercia – “solido ormeggio al suo cuore fluttuante” – è lì che ci aspetta: quasi mimetizzandosi con la corteccia alla quale fluidamente si appoggia. Come a contagiarsi della sua resistenza alle avversità. 

Lei è Virginia Woolf: l’autrice e l’amante. Ma anche Orlando: il personaggio e l’amata Vita Sackville-West, a cui l’omonimo romanzo è dedicato. 

Fluidità che confluiscono nella travolgente interpretazione di Anna Della Rosa: tutto in lei trova empito, librandosi nell’attraversare gioie e disperazioni d’amore. In un coesistere di arcana solennità, complice liricità, musicale eleganza.

Quello che il regista Andrea De Rosa ha immaginato per lei, è un sacro rito da celebrare sotto la chioma (qui di proiettori e graticce) della quercia che domina il centro della scena. Proprio come erano soliti fare i Druidi celti. La cura delle scene è di Giuseppe Stellato, in sinergia con la drammaturgia del disegno luci di Pasquale Mari.

Una quercia che, come Orlando, nell’arco della sua vita diviene forte e maestosa. Con calma: Orlando ha impiegato oltre 400 anni.

Una quercia che ha un nome femminile, nonostante l’immaginario collettivo la percepisca come un albero maschile. Per quella sua resistenza e solidità, caratteristiche in realtà di chi vive la vita appieno. E la difende: maschio o femmina che sia, come un dono di spontanea e naturale ambivalenza. Che si mostra attraverso un’audace e ammirevole danza degli opposti, che danno vita a quello che chiamiamo Uno.

Anna Della Rosa (ph. Andrea Macchia)

Qualcosa di simile avviene in Orlando: creatura umana che attraversa romanzescamente epoche storiche diverse (dal 1500 al 1928) mantenendo una personalità simile, ma sperimentando differenti habiti di genere. Diversamente accolti in se stesso e nel corso delle epoche che attraversa. 

Il romanzo “Orlando: A Biography “, pubblicato da Virginia Woolf nel 1928, racconta infatti le avventure biografiche di un poeta che attraversa quattro secoli, vivendo tutte le sfumature della vita e dell’amore: al femminile e al maschile. Il romanzo termina quando Orlando – oramai scrittrice di successo grazie al poema La Quercia, scritto per testimoniare la feconda varietà del sentire sperimentato – diviene consapevole di tutta la ricchezza emotiva ed esistenziale derivante dalla libera espressione del suo fluttuare tra maschile e femminile.

Andrea De Rosa (ph. Andrea Macchia)

La regia di Andrea De Rosa – in sinergia con la drammaturgia di Fabrizio Sinisi, basata sulla traduzione aggiornata di Nadia Fusini e sul carteggio, sempre curato dalla Fusini, tra Virginia e Vita – apre la struttura narrativa del romanzo alla tensione documentativa del carteggio. Sagomando cronologicamente l’attenzione sulla magia di alcuni incontri, che hanno dato forma alla vita di Orlando-Virginia-Vita.

In una sacra circolarità, qui tutto nasce e termina per la mancanza dell’Altro. Nel tempo della mezzanotte: culmine dell’oscurità e insieme punto di passaggio tra la fine di un giorno e l’inizio del successivo. Momento di misteriosa transizione e di epifania creativa. Qualcosa di così intenso, da non riuscire ad essere tradotto con parole univoche.

Ma poi la parola arriva: è epica, è “Orlando”. Etimologicamente “che ha fama di ardito”. Orlando: un’azione verbale in divenire, che sembrerebbe contornare qualcosa, ma che contemporaneamente non chiude il contorno con un orlo.

E poi arriva anche la forma: sarà una biografia-romanzo. Dedicata a Vita Sackville-West: colei che ha fatto scoprire a Virginia Woolf cosa significhi desiderare. Cosa significhi scoprirsi disponibili a desiderare: sentire di essere ispirati da qualcun altro, senza però riuscire a “dirlo”. Solo a “supporlo”: “Supponi che Orlando si riveli essere Vita e che sia tutto su di te e la lussuria della tua carne e la seduzione della tua mente… ti secca? Dì sì o no”.

Anna Della Rosa (ph. Andrea Macchia)

Una indicibile libertà intellettuale che si nutre della solitudine del sentirsi manchevoli, “incagliati nel ghiaccio”. Ecco allora che, in un enigmatico intreccio tra vita e letteratura, l’inno all’estasi dell’avventura della vita finisce per legarsi, qui in Virginia Woolf, all’ossessione per la letteratura. Alla paura di non poter più scrivere, a causa di una malattia mentale cronica.

Arriverà così una nuova mezzanotte. Ma il passaggio tra la fine del giorno e l’inizio del successivo resterà bloccato.

Un tragico addio alla vita culmina in un “Adagio lamentoso” che si spegne in silenzio. Come la Sinfonia n. 6 in Si minore Patetica di Čajkovskij: una sinfonia con un segreto programma interiore, capace di dar forma sonora ai reconditi turbamenti dell’autore.

Così, ora, diversamente irresistibile diviene per la Woolf l’attrazione verso “la dura radice della terra”; diversamente irresistibile il suo “solido ormeggio”: per un cuore non più fluttuante ma ossessionato dall’idea di non poter più scrivere. “Orlando si era ammalato di letteratura“.

Ci saranno fogli che come foglie scenderanno su di lei, regalando tepore al suo adagiarsi sul baratro. Fogli capaci di donare nuova vita ad un romanzo autobiografico, trasformato qui da Andrea De Rosa in una stupefacente lettera d’amore.

Che fa di Orlando – proprio come nelle intenzioni del drammaturgo Sinisi – “un inno a Vita e alla Vita, nonché la testimonianza di una speranza estrema: mentre la vita dei corpi finisce, quella delle parole è più lunga e diversa – abbatte i confini dei sessi, delle identità, perfino della morte».


Recensione di Sonia Remoli

-POVERI CRISTI- di e con Ascanio Celestini

TEATRO VASCELLO

dal 13 al 22 Febbraio 2026

Ascanio Celestini compone un cantico per quelle creature che sono alla periferia della società.

Creature le cui storie hanno come baricentro “un parcheggio”: teatro di un invisibile microcosmo esistenziale. Un luogo non solo fisico ma anche sociale ed esistenziale. Uno spazio, nella sua umiltà, di inclusione sociale: chi lo abita e’ solidale con l’altro. E dell’altro sa coglierne la bellezza: quella che gli altri ignorano. 

(…) Noi siamo state fortunate stanotte. Noi abbiamo assistito a un prodigio. Un Cieco, Una Vecchia e una Donna con la testa impicciata, tre persone nel cuore della notte, sono scese in strada per salvare la vita a un Barbone “.


Un’umanità improbabile che però sa assomigliare a un presepe francescano. Un presepe minimalista: come l’allestimento scenico di ieri sera al Teatro Vascello. Che nella sua bellezza povera, ricorda la forma del Tau francescano, composto qui da pezzi di arredo trovati e poi ricomposti per dare nuova forma alle storie di vita, anche degli stessi oggetti.

Un luogo, il parcheggio del supermercato, dove convivono persone che scelgono opportunità immediate. Ma non mancano, anche, piccole-grandi ambizioni da esplorare.


A differenza di quelli che stanno chiusi nel bar di fronte al parcheggio del supermercato e che non escono mai. Impegnati alle slot machine.

A differenza di quelli che vanno in Chiesa, anche lei limitrofa al parcheggio.

Ma “Dio non ci vede” – grida ostinatamente la Donna impicciata con la testa.

Non le vede le ingiustizie subite dagli ultimi tra gli ultimi: i poveri cristi come quelli che Celestini incontra al Quadraro di Roma. 

Non le vede le ingiustizie subite dal Barbone e dalla Prostituita non più giovane, che puzza irrimediabilmente di copertoni bruciati. Ma che, grazie al profondo contatto umano con la Vecchia Saggia, impara a dare valore al suo essere “persona”.

Ad esempio facendo un buon uso del proprio tempo: un tempo non totalmente dedicato al lavoro, ma con dei limiti orari scelti da lei stessa. Magari per poter andare qualche volta in biblioteca, dove i libri sono gratis. O al museo, quel giorno al mese che è gratis. Gratis per tutti. Anche per lei.

Lei stessa applicherà la bellezza della gratuità alla sua professione stabilendo, ogni volta a caso e senza preventivamente avvertire i clienti, quando cadrà il giorno gratis all’interno delle mensilità del suo calendario.

Perché come ha sentito e visto testimoniato dalla Vecchia Saggia – “donna di larghissime vedute” che non giudica ma “guarda solo alla persona”“il buono e il cattivo sta da tutte le parti”. 

E «la cultura non è sapere le cose a memoria, come ti fanno credere in chiesa e a scuola”.

Dove, “se ti impari quello che dicono loro, ti fanno credere che quella è la cultura.

E invece no! La cultura significa che le cose le capisci e poi le sai fare per davvero”.

Una sorta di “buona novella” quella che la Vecchia Saggia fa circolare tra la Puttana, il Barbone e la Donna Impicciata con la testa. Poveri cristi che sanno testimoniare, attraverso l’amore reciproco, una sacra forma di salvezza terrena.

Membri, loro, di una comunità con la quale Ascanio Celestini ha desiderato incrociare il proprio sguardo, usando generosamente ed autenticamente le loro stesse parole, per dare forma ai suoi spettacoli.

Parole poi ricucite in un racconto, che Celestini legge al musicista Gianluca Casadei , il quale all’impronta inizia a scriverne la musica, traducendone le emozioni. Dando così vita, tra loro, a quella tessitura relazionale dell’ interplay, che si dà come una conversazione estemporanea e un ascolto reciproco, segno di amicizia, di rispetto e fiducia reciproca. Tessitura relazionale che Celestini ad ogni replica accorda anche con il pubblico.

Perché Ascanio Celestini – una delle voci più note del teatro di narrazione – sente profondamente l’urgenza di mettere a servizio la sua visibilità artistica per dare risonanza alle storie belle di chi non ha voce : “fiabe moderne che comunque hanno il potere di dipingere paesaggi senza tempo”, così amava definirle Vincenzo Cerami.


Ha iniziato più di 10 anni fa a raccogliere queste storie, che poi hanno preso forma attraverso tre spettacoli: “Laika” (2015) “Pueblo”(2027) e “Rumba”(2023). Spettacoli dedicati al far conoscere la bellezza di un paesaggio nascosto, che non merita di essere conosciuto solo quando è teatro dei fatti di cronaca.

Perché tutti abbiamo bisogno di qualcuno che ci guardi con tenerezza: che non ci giudichi troppo severamente nel nostro essere umani. Qualcuno che, come un testimone, rivolga con cura il suo sguardo sull’Altro in difficoltà. Anche per renderlo consapevole di essere oggetto di ingiustizia. Un prezioso sguardo di cui si fa portatore Ascanio Celestini e il collettivo d’inchiesta con il quale da anni collabora in un lavoro di ricerca, di scoperta, di testimonianza.

Uno sguardo prezioso sulle gesta apparentemente inutili di una comunità di disgraziata, eppur solidale, bellezza.

Uno sguardo che sceglie di farsi cantico per quelle creature che, seppur alla periferia della società, sono capaci di fare prodigi.

Uno sguardo politico necessario.

Gianluca Casadei – Ascanio Celestini


Recensione di Sonia Remoli