Il male dei ricci

TEATRO ARGENTINA, 10 Settembre 2022 –

Uno spettacolo “giocato” sulla ricerca della “giusta distanza”, dove Fabrizio Gifuni interpreta un Pier Paolo Pasolini che anela ad un contatto più vero con il pubblico. Fin da subito, si offre spingendosi sul confine del proscenio per poi “sfondare” la quarta parete fino a sedersi sui gradini, che lo vorrebbero separato dalla platea. E ancora più giù: in platea. Poi risale. Più tardi tornerà.

Quella di Pasolini è un’urgenza ad essere “messo a fuoco”, ad essere “inquadrato” nella giusta luce. E nessuno spazio più del teatro è adatto a dare la giusta ospitalità ad uno “spettro”, ad un “fantasma”. Perché è così che Gifuni si muove e Pasolini si sente ancora. “Un corpo sul quale si continua ad inciampare, non essendogli stata data giusta sepoltura”.   

Nasce da questa esigenza, probabilmente, anche l’idea drammaturgica di interpolare determinati testi (“avvicinandoli” per mescolarli; “allontanandoli”  per ripulirli; “integrandoli” per delucidare) con l’obiettivo, così caro anche ad Antigone, di condividere amore e non odio. Cercando un equilibrio tra “appartenenza” e “separazione”: poli che caratterizzano la nostra stessa esistenza.

L’adattamento di Gifuni parte da un concetto chiave: quello di nostalgia, di rimpianto. Si allaccia alla lettera aperta (scritta nel 1974 sulle pagine di Paese Sera) a Italo Calvino dove Pasolini si difendeva dall’accusa di rimpiangere l’Italietta “piccolo borghese, provinciale, ai margini della storia». Il  rimpianto di Pasolini si è sempre  rivolto piuttosto al «mondo contadino prenazionale e preindustriale», che ha vissuto «l’età del pane» ed era «consumatore di beni estremamente necessari». Non una classe sociale ma piuttosto un modo di vivere quasi roussouniano, una spinta a godere del sacro, precedente la storia. Precedente lo stato di alterazione vitale borghese: una “malattia” che provoca la desacralizzazione della vita.

Ciò che colpisce ed emoziona, è la modalità tutta gifuniana di “giocare” con il proprio ruolo: affiancandolo al protagonista del testo, o facendolo apparire/scomparire; nascondendolo o lasciando che il protagonista del testo si nasconda dietro Gifuni stesso. Cosicché lo spettatore finisce per trovarsi ad assistere a una sorta di danza tra narratore e personaggio; tra discorso diretto e indiretto. E come in una magica dissolvenza, Gifuni si appassiona a far balenare frammenti, dettagli. Uno spettacolo di una tale forza dirompente sul pubblico da sancire il sacro rituale della scena. 

Non smette d’incantare, poi, la duttile corposità della sua voce; le mille modalità di “stortare” la bocca e di dare “forme” al corpo, finanche a divenire “fenicottero”: animale simbolo di equilibrio, sensibilità e rinascita. Conquistando e regalando allora, almeno per un attimo, quell’ “equilibrio” anelato.

E “allumando” tutta la scena.

Il tempo sospeso

TEATRO ARGENTINA, il 9 Giugno 2022 –

Cosa ci permette di recuperare “restare sospesi”, faccia a faccia solo con noi stessi?

Il regista Roberto Gandini, in un interessantissimo esperimento di semiotica, sceglie di amplificare l’esperienza “di allontanamento” appena vissuta dai ragazzi a causa dell’emergenza sanitaria, immaginando di far vivere loro, subito dopo, non appena rientrati in presenza nelle aule, un’esperienza prossemicamente opposta: “di forzato avvicinamento”, causa una successiva emergenza climatica. Perché il Teatro, come Gandini ha tenuto a esplicitare nella breve presentazione allo spettacolo, costituisce il miglior farmaco ai mali della vita. Ma “farmaco” etimologicamente significa sia medicina che veleno. E allora sarà il regista stesso, nelle vesti di “medico”, sulla scia di quanto asseriva Paracelso («Tutto è veleno, e nulla esiste senza veleno. Solo la dose fa in modo che il veleno non faccia effetto») a stabilire la dose più opportuna da somministrare ai pazienti (attori e spettatori).

Effetti sonori e luminosi fanno entrare in scena la tempesta climatica (ed emotiva) che si sta per abbattere sui ragazzi di una scuola. Sono reduci da un’esperienza di traumatica lontananza ma anche ora che si è tornati “in presenza”, prossimi l’uno all’altro, rassicuranti referenti della loro vita continuano ad essere i cellulari. E continuano ad esserlo anche nello shock iniziale dell’annunciato sequestro sanitario. Almeno fino a quando la tempesta garantisce ancora “campo”. Ma “il segnale” ad un certo punto salta. E come nel blackout dei blackout, i ragazzi restano totalmente al buio, disorientati. Privi di coordinate “di rete”. Neanche la flebile luce dello schermo del cellulare rischiara i loro volti. E restano per la prima volta davvero sospesi nel vuoto buio dell’attesa. Soli con se stessi, a contatto con altri nelle stesse condizioni. Prossemici nel panico, insieme ad atteggiamenti deliranti iniziano a farsi strada strategie di sopravvivenza: dapprima egoisticamente individuali ma poi anche collettive.

Annullate le consuete coordinate temporali, le lavagne, da strumenti d’insegnamento, diventano, grazie ad un’acuta intuizione scenografica, “quadri temporali” nei quali “lasciare il segno”, ora, dello scorrere dei giorni, delle settimane. E laddove tutto stagna e l’orizzonte perde (apparentemente) profondità, scenograficamente cala un fondale stracciato, a brandelli, unica e immensa “rete” di ragnatele. I giorni non si distinguono dalle notti in questo limbo ma proprio l’assenza di distrazioni permette ai ragazzi di sentire “rumori” : il rumore dei loro pensieri. Finalmente, in questa drammatica situazione, hanno la possibilità di sperimentare “la connessione” con loro stessi. E allora i rumori diventano preziose emozioni a cui si riesce a dare un volto: nausea, ansia, rabbia, fame di attenzioni, fame di segni. Fame d’amore.

Il nutrimento alimentare, di scarsa qualità e anaffettivo, cade dall’alto e diventa causa di egoismi, soprusi e violenze. Ci si scopre in tutte le proprie ombre umane. Ma occorre il vuoto per poter riscoprire il pieno. E così riaffiora sempre più prepotentemente la voglia di famiglia, sì proprio quella che prima era solo “un accollo”. E poi la voglia di “condividere”, attraverso la parola e il contatto, segreti, bisogni ed esigenze. Anche privatissime. Capaci di superare la vergogna, scopertisi ora umanamente uguali. Eppure così seducentemente diversi. Ma soprattutto ricchi in immaginazione: la musa di fuoco capace di colmare ed esaltare la limitatezza della realtà. 

I 35 ragazzi, che per la durata di gran parte delle prove sono stati preparati in piccoli gruppi, in conformità alle indicazioni previste dalle regole sanitarie e che solo poco prima dello spettacolo hanno provato tutti insieme, hanno dimostrato affiatamento e complicità sincronici, brillando nelle coreografie musicali.

Lo spettacolo gode della precisione di un orologio e risulta godibilissimo. Interminabili gli applausi con la platea insorta in piedi a reclamare un bis. 

La tempesta

TEATRO ARGENTINA, Dal 28 Aprile al 15 Maggio 2022 –

Apre lo spettacolo un nero roboare di tuono, punteggiato solo dalle piccole luci delle applique dei palchetti: stelle di un insolito firmamento. L’ alzarsi del sipario rivela una situazione atmosferica e psichica primordiale, dove un conico fascio di luce infilza dense e frattaliche nuvole di fumo. Grida di uccelli anticipano l’ascesa di una gigantesca luna di tulle nero: sipario di nuovi sconvolgimenti.

Il regista Alessandro Serra ci trascina quasi dentro a un quadro, ad esempio “Pescatori in mare” di William Turner, dove l’imbarcazione è simboleggiata dal fluttuare danzato di uno spirito dell’aria. La luna nera accoglie, modellandosi e rimodellandosi, tutto l’impeto del vento e dà avvio alla sua metamorfosi. Si fa liquida, assorbendo anche l’irruenza dell’acqua, fino a scomporsi in onda proprio nell’attimo in cui si avvicina troppo alla Terra. Scroscia il primo fragoroso applauso.

William Turner, Pescatori in mare, 1796

Al termine della tempesta, la scena si apre su un’isola rappresentata da un semplice rettangolo di tavole, dove udiamo Prospero dire di aver scatenato “per puro caso” tutto questo. Prospero, con la sua narrazione, incanta l’amata figlia Miranda, nell’orecchio della quale versa parole che destano l’etimologica meraviglia che la caratterizzano. Suggestivamente shakespeariana la scelta prossemica del regista, che ci propone il colloquio tra i due immaginando Miranda stesa a terra su un fianco, nel massimo della ricezione uditiva: con un orecchio riceve le parole del padre seduto dietro di lei, con l’altro si appoggia ad una conchiglia che le fa come da cassa di risonanza.

Serra ci propone un Prospero quasi nelle vesti di schermidore, teso a proteggersi dalle proprie, più che dalle altrui, intemperanze. Può contare sull’aiuto di una deliziosamente insinuante Ariel, che riesce con tenera eleganza (quasi come la Titty di Gatto Silvestro) a piegarsi e ad infilarsi, anche fisicamente, ovunque lui voglia. Solo lei può plasmare quel che resta della Luna, trasformandolo in un nuovo mare, in coltre o in un elegante abito nel quale ingabbiarsi e poi librarsi.

Da una feritoia di luce prende corpo il luciferino Caliban, che lamenta il passaggio da “re di se stesso” a servo di Prospero. Il rapporto nostalgico con il sacro permea tutto: dall’adattamento al disegno luci. Il valore simbolico della figura geometrica del triangolo (che rimanda alla spiritualità) si ritrova ad esempio in alcuni abiti di Caliban, oppure nei triangolari coni di luce da cui è sempre abitata la scena: questi sembrano conficcarsi in un tempo reale e insieme ancestrale. Un tempo indefinitamente lontano eppure così presente, tanto da vibrare meraviglia. 

Ambiguo e affascinante è il tempo del sonno che qui, come in altri spettacoli di Serra, assume un valore potentissimo. Tempo, sì, in cui il corpo si ritempra e il cervello rielabora tutti i dati e gli stimoli ricevuti durante la veglia. Ma soprattutto tempo che si sposa ad una morte momentanea: Hypnos, dio del sonno, e Thanatos, la Morte, erano fratelli gemelli e figli di Nyx, la notte. Il sonno di Serra si consuma su un fianco (“dando il fianco”, come a rappresentare la massima delle vulnerabilità) e porgendo l’orecchio a ciò a cui di giorno preferiamo non prestare attenzione.

Il tempo del mito torna anche nella rappresentazione dell’Amore: il regista mette in scena oltre all’amore eroticamente romantico di Miranda e Ferdinando, messo alla prova dal padre di lei e rappresentato come un gioco altalenante intorno ad un’asse di legno, anche quello descritto ne Il Simposio di Platone. Coinvolge Caliban e Trinculo: il loro incontrarsi assume la forma di quella fusione indivisibile rappresentata dagli uomini-palla, che solo successivamente furono separati da Zeus. E poi va oltre, coinvolgendo anche Stefano: di nuovo l’allusione è alla forma geometrica “sacra” del triangolo.

Uno spettacolo che sa ammaliarci e turbarci parlandoci della difficile gestione del potere da parte degli uomini: un potere che “nasce dal desiderio e dalla ricerca dell’intero e che si chiama Amore”. E la cui massima espressione è il perdono. E poi, soprattutto, ci parla del potere del Teatro: un omaggio al teatro con i mezzi del teatro, trucchi da due lire che però possiedono una forza che trascende la realtà .

Questo testo, con il quale Shakespeare si commiata dalle scene, sembra porci di fronte alla domanda: siamo davvero liberi di scegliere se vendicarci o perdonare? E la libertà, è davvero ciò che desideriamo? I momenti più speciali dello spettacolo, che danno la cifra della rilettura di Alessandro Serra, forse sono quelli senza dialoghi dove emerge, con una chiarezza che a volte toglie il fiato, lo straordinario modo con il quale gli attori occupano il quadrato della scena: attraverso il potere evocativo di ogni gesto e la forza sovrannaturale della presenza. “E’ lo spirito del teatro” – direbbe Ariel: è l’arte della drammaturgia, capace di plasmare l’immaginario e creare così l’uomo.