– MORTE DI GALEAZZO CIANO – di Enzo Siciliano – a cura di Tommaso Capodanno

Il Teatro di Roma ricorda Enzo Siciliano a vent’anni dalla scomparsa

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TEATRO ARGENTINA

8 Giugno 2026

Insieme, nella serata dell’ 8 Giugno, in un Teatro Argentina al completo, si è atteso l’arrivo dell’anniversario della scomparsa di Enzo Siciliano – autore fondamentale della storia culturale italiana – rievocando un’altra attesa: quella dell’esecuzione da lui narrata in uno dei suoi testi teatrali più intensi, “Morte di Galeazzo Ciano”


E’ stata cura del Teatro di Roma, nell’anno in cui ricorre il ventesimo anniversario della scomparsa di Enzo Siciliano (1934-2006), onorarne la memoria attraverso un percorso scandito in tre tappe – palcoscenico di intersezione di storie umane  – così da tentare di restituire l’universo artistico e l’impegno civile di una delle figure centrali del Novecento italiano.
Attraverso questo progetto nel nome del padre, il Teatro di Roma ha desiderato valorizzare anche il legame affettivo e professionale con il figlio Francesco Siciliano, attore, produttore e oggi Presidente del Teatro di Roma.

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Teatro Argentina – Fondo Moravia  Nuovo Cinema Aquila

8 – 9 – 10 giugno 2026

OMAGGIO A ENZO SICILIANO

8 giugno, ore 20.00 | Teatro Argentina

Morte di Galeazzo Ciano

a cura di Tommaso Capodanno

con Filippo Nigro, Lorenzo Parrotto, Marco Prosperini, Galatea Ranzi, Francesco Siciliano, Carolina Sisto

voice off Paolo Cresta 

un progetto di Teatro di Roma – Teatro Nazionale

9 giugno, ore 18.30 | Casa Museo Alberto Moravia

Per Enzo Siciliano

incontro a cura di Francesco Siciliano, Lorenzo Pavolini, Simone Casini, Flavio Santi e del Fondo Moravia

10 giugno, ore 18.30 | Nuovo Cinema Aquila

Enzo Siciliano: lo scrittore e il suo guscio

la proiezione del film sarà preceduta da un momento di incontro e riflessione con Mimmo Calopresti, Arnaldo Colasanti, Leonardo Colombati, Catherine McGilvray, Bernardo Siciliano

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Ad aprire la serata al Teatro Argentina, il Vice Presidente della Fondazione del Teatro di Roma Danilo Del Gaizo. Suo il desiderio di ricordare come per Enzo Siciliano l’impegno quotidiano della cultura fosse il motore capace di promuovere la crescita sociale di un Paese.


In molti ricorderanno infatti, solo per fare un esempio,  il carattere di evento storico che rappresentò la scelta culturale di Enzo Siciliano, durante il suo mandato come presidente della Rai (1996-1998),  di trasmettere in diretta – in prima serata su Rai 1, sostituendo l’edizione serale del telegiornale delle 20:00 –  l‘evento inaugurale della stagione del Teatro alla Scala di Milano: il Macbeth di Giuseppe Verdi, diretto dal maestro Riccardo Muti, per la regia di Graham Vick (7 dicembre 1997).

Enzo Siciliano e Giancarlo Menotti (da Settimo Giorno, 1975)



Concetto – quello della cultura come motore di crescita sociale – ribadito anche nella testimonianza riferita al pubblico da Edoardo Albinati che, salito sul palco, ha sottolineato l’insolita inclinazione di Enzo Siciliano ad appassionarsi ad un ascolto trasversale delle creazioni artistico/letterarie, al di là delle ostilità di prospettiva con gli autori.

Ne è un esempio l’ammirazione per Ezra Pound: al quale Siciliano riusciva a riconoscere una grandezza poetica assoluta – tale da influenzare intere generazioni di autori – nonostante le forti contraddizioni ideologiche e le scelte politiche estreme del poeta. Non solo: negli anni ’50 Siciliano contribuì a diffondere l’opera poundiana in Italia e fu proprio lui a favorire uno storico—seppur burrascoso—incontro tra Pound e Pier Paolo Pasolini a Rapallo, mediando tra due delle menti più complesse del secolo.

L’attenzione del pubblico si è poi sagomata sulla restituzione – curata da Tommaso Capodanno – di uno dei testi teatrali più intensi e di stringente impegno civile, scritti da Enzo Siciliano: “Morte di Galeazzo Ciano”. Opera pubblicata nel 1978 da Einaudi nella collana Collezione di Teatro e portata in scena per la prima volta il 20 gennaio del 1998 dal Teatro Stabile di Torino, per la regia di Marco Tullio Giordana.

Acuta sensibilità drammaturgica di Enzo Siciliano è quella di riuscire a far emergere tutta la commozione verso la potenza drammatica di quella che – al di là di una cronaca documentaria – si diede come una “tragedia familiare”. Quella commozione che, facendoci “muovere insieme“ parla di un’unione capace di abbattere le barriere e di metterci in comunicazione gli uni con gli altri. Sia nella gioia, che nel dolore.

Qui in scena, è il carceriere degli Scalzi di Verona Mario Pellegrinotti (un Lorenzo Parrotto che sa unire fermezza e intelligenza emotiva) a presentare ciascun personaggio. E a suggerire gli ambienti nei quali vengono rievocate “le stazioni” della tragedia familiare: luoghi fisici e metaforici – frammenti emotivi – dove il distacco, l’attesa e l’ignoto s’incontrano. Crocevia tra il passato e il futuro di un percorso di spoliazione del potere, in cui Ciano viene costretto ad affrontare la fragilità umana, i propri errori e l’inevitabile morte. 

Villa Feltrinelli, Gargnano sul Lago di Garda


La prima delle “stazioni” proposte in scena è relativa all’ufficio di Mussolini a Villa Feltrinelli sulle sponde bresciane del Lago di Garda (1943). Qui un’appassionata e indomita Edda – interpretata assai efficacemente da Galatea Ranzi – provoca suo padre Benito (reso nella sua sovranità tragicamente logora da Marco Prosperini) affinché si attivi con “un atto politico” a favore di Ciano. “Sono contingenze impreviste” – si giustifica lui. E lei: “Hai sempre le SS alle calcagna. Sei impotente, ecco l’imprevisto!”.  Non a caso Mussolini era solito dire di lei: “Sono riuscito a sottomettere l’Italia, ma non riuscirò mai a sottomettere mia figlia”.

Accanto all’immagine pubblica di donna svagata e mondana, Edda si dimostra disposta a tutto per salvare il marito, lottando con freddezza e coraggio contro il padre e l’apparato nazista. Inizia così a delinearsi tutto il carattere tragico di questo frangente esistenziale, dove Edda si trova costretta a scegliere tra il legame di sangue con il padre e l’amore viscerale per il marito; e  il padre costretto a scegliere tra gli adorati legami familiari e la tentazione a non voler rinunciare al potere.

La seconda “stazione” è la casa dei Ciano a Roma. Siamo nel 1939: i due coniugi ballano sulle note di “Non dimenticar le mie parole” (1937), brano punto di svolta della musica leggera italiana del tempo, che inaugura il celebre “stile Novecento” esprimendosi musicalmente attraverso un ritmo sincopato che risente delle influenze swing e jazz. “Non dimenticar le mie parole” è infatti una canzone d’amore dal testo malinconico ma caratterizzata da quel ritmo dondolante, proprio della sezione ritmica del swing. Ballando, Edda punzecchia Galeazzo per gelosia ma anche perché lui non riesce, a suo avviso, a portare fino in fondo la sua opinione politica, divergente da quella di Mussolini (sulla non opportunità per l’Italia di entrare in guerra) dimettendosi da Ministro degli Esteri. “Io voglio la pace: non sono un fatuo livornese!” – gli risponde lui. E intanto ballano sulle note di “Non dimenticar le mie parole” : un brano che canta l’amore e i suoi tormenti.

 Frau Felizitas Beetz


In carcere Ciano conosce e si innamora di Frau Felizitas Beetz (qui interpretata da una Carolina Sisto ricca in quieta malinconia). “Lui la cerca come un cibo” – commenta Edda. E lei, Felizitas, per Ciano tradisce l’incarico affidatole da Hitler: quello di impossessarsi dei diari dell’ex Ministro degli Esteri. Manoscritti ritenuti compromettenti e che per questo motivo non devono finire in mano nemica. La missione di spia affidata a Frau Felizitas Beetz è ritenuta fondamentale dal Terzo Reich: deve convincere l’ex ministro a consegnarle quei documenti, con ogni mezzo. A costo di illuderlo che, in quel modo, avrebbe avuto salva la vita. Invece Felizitas commette l’errore più grave: si innamora dell’uomo che deve tradire.

Esecuzione dell’11 gennaio del 1944 al poligono di tiro di Verona


E invece di escogitare il modo di farsi consegnare i diari, instaura con lui un rapporto che, giorno dopo giorno, si fa sempre più profondo. Anche quando Ciano viene processato a Castelvecchio, assieme ai «complici» della caduta del Fascismo, lei partecipa a tutte le udienze, ritornando ogni sera al carcere degli Scalzi per rincuorare Galeazzo. Gli rimane vicino anche dopo la condanna a morte, fin quando viene trasferito al poligono di Porta Catena per l’esecuzione, l’11 gennaio del 1944. Si salutano – riportano le cronache dell’epoca – quaranta minuti prima che Ciano venga ucciso dal plotone d’esecuzione. A dispetto dei ruoli sociali Edda riuscirà poi ad entrare in amicizia con la spia tedesca. Tanto che è proprio Felizitas ad aiutarla a fuggire con i bambini in Svizzera, consentendo così di salvare i diari dell’ex gerarca, consegnandoli alla Storia. 

Galeazzo Ciano


In carcere continua poi anche lo stretto rapporto di amicizia tra Ciano e il Ministro ai Lavori Pubblici Zenone Benini (qui in scena un arguto Filippo Nigro). A lui Galeazzo confida che Mussolini “è un vile perché è il suggeritore dei suoi padroni… perché mette in mostra il dolore… e vile è qualcosa di diverso dall’aver paura”. Ma il suo amico lo aiuta a riflettere sul fatto che lui, Ciano, ha sicuramente “meriti nei confronti del futuro” ma è stato imprudente nel credere che Mussolini gli avrebbe perdonato qualsiasi offesa. 

Nel susseguirsi delle “stazioni” – complice la sinergia tra la drammaturgia di Enzo Siciliano, la cura di Tommaso Capodanno e la coralità del corpo della parola degli interpreti in scena – si assiste alla progressiva messa a nudo dell’animo di quell’uomo apparentemente solo “frac e decorazioni”. E il Galeazzo Ciano qui interpretato da Francesco Siciliano restituisce allo spettatore tutta la contraddittorietà propria dell’animo umano di fronte a certi ambigui frangenti dell’esistenza. 

Francesco Siciliano


La sua elegante spavalderia lascia spazio alla profonda riflessione interiore, alla paura, al desiderio di immaginare la propria sepoltura a Livorno insieme all’uomo che più di ogni altra cosa ha amato: suo padre Costanzo Ciano. E poi ancora il pensiero per il futuro dei suoi figli, la cura di affidarli allo sguardo del suo caro amico Benini. 

Ma un pensiero l’assilla e, nel confidarlo alla profonda umanità del suo secondino Pellegrinotti, ne riceve in cambio un po’ di sollievo: “dopo avermi massacrato, dove mi butteranno questi cani?”. E ancora : “questa notte io non me la voglio ricordare… e domani non voglio sentire il ghiaccio della pallottola”. Un orrore così viscerale il suo da portarlo a desiderare morire prima. Ma ritorna l’eco di quel brano: “non dimenticar le mie parole …”.

Processo di Verona, 8-10 gennaio 1944


E così il Ciano di Francesco Siciliano proprio nell’arrivare a restituire il suo animo sempre  più “nudo”, finisce per risultare “un uomo ridicolo”: un uomo moderno affetto dall’ indifferenza universale, convinto che nulla abbia importanza. Convinzione che lo porta all’alienazione e a desiderare l’idea del suicidio. 

Ce ne parla quella dilaniante comicità che si fa strada nell’assurda risata che serpeggia tra i suoi pensieri e le sue parole. Finche anche le mani iniziano a muoversi in modo ossessivo, all’unisono con le sue paure. 

Galeazzo Ciano nel Carcere degli Scalzi a Verona


E quel momento tanto temuto arriva: ma sorprendentemente mettere a nudo le varie parti della sua umanità lo portano a liberarsi dal rancore e dalla paura. E mentre Edda ci confida di essere ormai “una macerie di donna”, Galeazzo riesce a sentire ora la vita “piacevole” nonostante tutto: “La vita è sempre bella”. Amare il prossimo può significare redimere le perversioni dell’animo umano. E tornano le parole-guida di quella canzone: 

“Non dimenticar le mie parole,
bimba tu non sai cos’è l’amor,
è una cosa bella come il sole,
più del sole dà calor”.

Carolina Sisto, Filippo Nigro, Galatea Ranzi, Francesco Siciliano, Marco Prosperini, Lorenzo Parrotto

Una serata piena di commossa riflessione, questa che ha preceduto l’arrivo dell’anniversario della scomparsa di Enzo Siciliano. Uno splendido rito per omaggiare la presenza civile, culturale e sentimentale di un’assenza.

Il 9 giugno, giorno dell’anniversario, il percorso della rievocazione della presenza di Enzo Siciliano ha fatto capo al palcoscenico di intersezione di storie umane di Casa Moravia, attraverso l’incontro intitolato Per Enzo Siciliano a cura di Francesco Siciliano, Lorenzo Pavolini, Simone Casini, Flavio Santi e del Fondo Moravia.

Per poi concludersi il 10 giugno al Nuovo Cinema Aquila, con la proiezione del film Enzo Siciliano: lo scrittore e il suo guscio. La proiezione è stata preceduta da un momento di incontro e riflessione con Mimmo Calopresti, Arnaldo Colasanti, Leonardo Colombati, Catherine McGilvray, Bernardo Siciliano.


Recensione di Sonia Remoli

– CIRCLE MIRROR TRANSFORMATION – regia Valerio Binasco

di Annie Baker

traduzione Monica Capuani, Cristina Spina

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TEATRO ARGENTINA

dal 3 al 14 Giugno 2026


“ Ricominciamo ! ”

E’ questa l’esortazione che Marty – la carismatica insegnante di teatro, qui interpretata da una fascinosa Pamela Villoresi – utilizza più frequentemente con i suoi allievi.

Loro sono persone vivacemente imperfette: persone cioè che hanno mancato qualche obiettivo in amore, o nell’esprimere il proprio talento. Ma che non hanno smesso di desiderare. Di desiderare una seconda possibilità, di desiderare ancora di ricominciare.

L’imperfezione, infatti, è molto più di un difetto: rappresenta la condizione stessa della vita e del suo evolversi. Perché l’imperfezione cerca sempre una trasformazione, che può darsi attraverso “lo specchio” che ci rimanda lo sguardo dell’altro.

Non a caso i personaggi di questa sapientemente imperfetta drammaturgia di Annie Baker – tradotta da Monica Capuani e da Cristina Spina che ne restituiscono tutta la meravigliosa imperfezione vitale – hanno scelto, più o meno consapevolmente, di iscriversi ad un corso di teatro. In un piccolo teatro di provincia del Vermont, per dilettanti. 

La prima sollecitazione che Marty rivolge ai suoi allievi è: “vorrei, che questo luogo sia per voi un luogo in cui sentirvi al sicuro, per potervi esprimere davvero liberamente”. Ma essere liberi – a teatro così come nella vita – significa anche “saper contare” (questo è il nome di uno degli esercizi-base proposti da Marty) ovvero saper non invadere lo spazio di libertà vitale dell’altro. 

Lo stesso motto dello Stato del Vermont – luogo dove la drammaturga statunitense Annie Baker decide di ambientare questo suo testo – è “Freedom and Unity” (libertà e unità). E venne adottato per la prima volta nel 1788 sul sigillo della Repubblica del Vermont. L’idea di fondo, anche qui, è quella dell’importanza del rispetto dell’equilibrio fra la libertà personale del singolo cittadino ed il bene della comunità. 

(ph. Virginia Brown)


Attraversata da una melodia al pianoforte – che sa farsi terra ma anche cielo, in quanto simbolo universale di ricerca introspettiva – la regia di Valerio Binasco lascia che il suo spettacolo si apra con un prologo non abitato da parole. La cura del suono è di Filippo Conti.

Una scelta che agisce come un imprinting sullo spettatore: a non prestare cioè troppa attenzione alle parole, quanto piuttosto agli effetti che sono capaci di provocare i sottotesti dei silenzi delle persone che sono dentro ogni personaggio.

Lo stesso varcare la soglia tra il fuori e il dentro da parte dei personaggi; il loro scegliere di entrare in scena e il loro diverso, eppure simile, assaporare questo “luogo del sottosuolo” che è la sala prove di un teatro, sono indizi messaggeri di un loro “cercare uno specchio”, per ridare avvio a qualcosa che si è bloccato. Ma che ha una natura circolare e che qui, a teatro, può trovare una possibilità di riattivarsi. E di trasformarsi in qualcos’altro.

Per esempio, attraverso l’esercizio-gioco di presentazione del “se io fossi te”. Ed è sorprendente scoprire quali caratteristiche intraveda in noi l’altro, per identificarci nella nostra unicità. Caratteristiche che derivano da una nostra sintomatologia comportamentale, la cui origine risiede nello scontro tra desideri e difese interiori.


Ogni sintomo è infatti l’espressione di un “patto”: permette al desiderio represso di esprimersi, ma in una forma talmente alterata da non essere intercettato chiaramente.

Il sintomo, quindi, non è un semplice difetto da eliminare, ma un messaggio cifrato attraverso il quale l’inconscio comunica un conflitto irrisolto, che chiede di essere ascoltato e decifrato.

Ed è su questi graffi e su queste cicatrici sintomatologiche – che ciascun interprete ha gran cura di non veicolare attraverso le parole – che si rivolge tutta l’attenzione di Marty.  

Il resto lo fa quel luogo speciale che è il palco del mettersi in prova e alla prova, capace di sprigionare tutto il suo potere maieutico e poietico: di rivelazione e di creazione. 

Un palco che brillantemente qui (la cura delle scene è di Guido Fiorato) è dotato di quella sacra circolarità che, addolcendo gli angoli, produce accoglienza facilitando il libero fluire dell’energia vitale. 

‍Abituati, infatti, a incastrare la vita nella routine e tra doveri, siamo portati a lasciare bloccate alcune parti della nostra personalità, dimenticando che anche loro sono dimensioni essenziali per raggiungere la nostra realizzazione come persone. Come ben sottolineato dal disegno luci di Alessandro Verazzi.

Ma qui in scena gli allievi possono contare sulla capacità “aerodinamica” di Marty: il suo farsi forma fluida e quindi priva di attrito, capace di muoversi tra le loro diverse resistenze.  E’, il suo, un fluire “con” gli eventi piuttosto che uno scontrarsi frontale con essi, che rivela la sua capacità di scivolare sopra le avversità senza opporre una resistenza rigida.

Aerodinamicità raffinatamente sottolineata anche dai suoi capelli e dal suo abbigliamento, specchi del suo habitus: del suo modo di essere interiore. La cura dei costumi è di Alessio Rosati. In particolate è quel suo indossare – ed essere indossata – da quell’ampia e cromaticamente vibrante sopravveste, che contribuisce ad ammantarla di un’allure carismatico ancor più seducente.

Allure che saprà lasciare il posto ad una trasformazione, che la vedrà protagonista e che la porterà, nei momenti in cui si darà “in prova e alla prova” come un’allieva, a dismettere la sua sopravveste.  

Nell’invitare i suoi allievi dicendo loro “accorgetevi di chi c’è intorno a voi” , lei stessa infatti finirà per vedere con nuovi occhi suo marito James (un affascinante sornione Valerio Binasco, capace di incendiarsi di fulgente passionalità) anche lui tra gli allievi del suo corso.

Perché nuovi incontri con persone sconosciute in un posto aperto come il teatro, possono risvegliare inclinazioni sintomatiche prima tenute celate, o addirittura sconosciute. Che, una volta liberate, anziché dare adito a pregiudizi, vengono accolte qui con una straordinaria capacità di compassione, da ciascuno di loro. 

In primis dalla stessa Marty, anche quando le rivelazioni la riguardano personalmente: sua la capacità “terapeutica” di individuare il momento più opportuno per contenerle in un argine – che spesso coincide con lo stabilire un momento di intervallo – il quale, a volte, produce l’effetto di far erompere l’inclinazione appena emersa e arginata.

E’ quell’erompere del sottosuolo – sollecitato anche da esercizi creativamente deflagranti, del tipo “come esplode una bomba?” –  che in scena viene visualizzato metaforicamente da quel mucchio di oggetti misteriosi accatastati, dotati di una loro luminosità, seppur coperti da un telo di nylon. Dove vanno a insinuarsi giocosamente James, Shultz e Theresa.

E’ il fascino tempestoso del rapporto con “il diverso” che porterà Shultz (il sorprendente Andrea Di Casa, falegname ricco in guizzi d’artista) a restare incantato da Theresa (l’esuberante e sensibile attrice di Alessia Giuliani). Una donna che lui definirà piena di “grazia” cogliendo in lei l’insolita combinazione tra la propria consapevolezza corporea e quel disequilibrio emotivo capace però di librarsi verso un profondo ascolto dell’altro. Grazia visualizzata anche attraverso il suo modo di abitare le superfici: simile a quello di un volatile.

Apparentemente distante, invece, è l’atteggiamento della più giovane degli allievi: la Lauren di Maria Trenta. In realtà – come si rivelerà nel suo ultimo esercizio – la più attenta e la più acuta nel leggere i suoi compagni, inclusa la sua insegnante. E alla fine anche se stessa. 

“Ti chiedi mai – dirà a Shultz – quante volte finirà la tua vita, quante volte cambierai per ricominciare”?

Ricominciamo, allora, finché non impareremo a starci vicino, soprattutto “quando la notte si avvicina e la terra è buia, e la luna è l’unica luce che vedremo”. 

Stimolanti sollecitazioni arrivano allo spettatore attraverso il luminoso testo di Annie Baker, reso con fascino silenziosamente graffiante dalla regia di Valerio Binasco, in fertile sinergia con l’interpretazione degli attori in scena.

Uno spettacolo che produce una sorta di giocoso solletico commosso, che invita lo spettatore ad abbassare le difese, per esporsi verso l’altro in quella dimensione di autentica empatia, che rafforza il senso di appartenenza ad un gruppo.

Uno spettacolo dal glamour raffinatamente politico, prodotto dal Teatro Stabile di Torino – Teatro Nazionale  e dal Teatro di Roma – Teatro Nazionale.


Recensione di Sonia Remoli

– PRIMA DEL TEMPORALE – con Umberto Orsini – regia Massimo Popolizio

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TEATRO ARGENTINA

dal 5 al 10 Maggio 2026

E’ inverno: una stagione della vita che parla di introspezione. E di promessa di rinascita. 

Soffia vento e crepitano tuoni fuori dal camerino di un teatro – luogo dell’animo oltre che luogo scenico – nel quale un attore sceglie di rifugiarsi, “prima” dell’inizio della sua ultima replica dello spettacolo “Il temporale” di August Strindberg.

Sebbene solitamente abitato da attese frementi, questa volta il camerino accoglie un attore che non ha alcuna ansia di gettarsi alla ribalta. Preferisce altro: qualcosa che ancora non sa, ma che ha interesse a conoscere. 

Ha paura. Ha paura dell’approssimarsi della fine. E sceglie di accoglierla lì in casa: nel camerino del teatro. Nel suo “teatro da camera” strindberghiano. 

L’acuta cura delle scene di Marco Rossi e Francesca Sgariboldi fa sì che il grigiore delle pareti del camerino trovi alimento da una pavimentazione ancora verde. Ancora vitale.

L’attore è lì e attende una fine metaforica, necessaria e propedeutica ad una nuova rinascita. 
E si dà ospitale: come un albero. La sua è una postura aperta, anzi spalancata, come un solstizio d’inverno: il culmine delle tenebre ma anche il circolare inizio del ritorno della luce.

E’ inquieto, ma disponibile ad accogliere quella carica di forte trasformazione che sente arrivare.

L’accurata regia di Massimo Popolizio dona a Umberto Orsini la possibilità di rivivere la bellezza dirompente del caos necessario al preludio di ogni rinnovamento. E’ lui, Orsini, l’attore dal vitalismo vibrantemente naturale che qui, in scena, si racconta con stupefacente freschezza fisica e metafisica.



E una sorta di temporale, in effetti, irrompe nel camerino scatenato dall’incontro con un libro. Un libro intimamente legato alla sua vita, che misteriosamente qualcuno gli fa recapitare, lasciandolo sul tavolo del suo camerino.

Umberto Orsini inizia allora, come un albero, a spogliarsi: il suo raccontare e’ come un lasciar che si stacchino foglie di ricordi, che registicamente Popolizio rende attraverso lo sfoglio delle pagine del libro appena ricevuto. Ricordi, legati agli incontri più importanti della vita percorsa da Orsini fino ad ora. 

Perché sono certi incontri particolarmente significativi a far sì che la nostra vita assuma una forma, continuamente modellata dal susseguirsi di altri incontri speciali.

Il biglietto anonimo che accompagna il libro dice: “Per Umberto, il ragazzo che non si ferma mai” ed il libro è proprio il “suo” libro: quello tanto amato da ragazzo. Letto e riletto varie volte. Proprio perché, ieri come ora, da questo libro Orsini “è letto nel profondo”.

(ph. Claudia Pajewski)


E’ grazie al nuovo incontro con questo libro, e alle emozioni tempestose che ne conseguono, che può scatenarsi uno scroscio di ricordi che la regia di Popolizio ci permette di “vedere con i suoi occhi”: quelli di Orsini (la cura dei video è di Lorenzo Letizia).

Il libro è “Dove corri Sammy” di Budd Schulberg: un piccolo romanzo che esplora l’ambiente competitivo e spesso privo di etica di Hollywood, durante la sua epoca d’oro. Per il giovane Orsini – che lo ricevette in dono da Romolo Valli, che aveva notato il suo forte desiderio di arrivare e glielo aveva consegnato con affetto e con ironia – è una sorta di romanzo di formazione sulle conseguenze di un’ambizione sfrenata, e più in generale sul costo del successo.  Un libro che rimase fra loro come “un codice segreto”. 

Il giovane Orsini, infatti, era scappato dalla provincia per approdare nella città che per lui rappresentava l’America: Roma. Letto nella sua autentica vocazione d’attore dalle ragazze dello studio dove stava crescendo come avvocato, si presenta all’esame d’ammissione dell’Accademia d’Arte Drammatica Silvio D’Amico e viene preso, portando “L’uomo dal fiore in bocca” di Pirandello. Complice del successo, forse, anche un altro incontro di buon auspicio: quello in treno, durante il viaggio da Milano a Roma, con Orson Welles. 

All’eredità contenuta nel testo galeotto di Pirandello – la disperata ricerca del valore della vita attraverso la consapevolezza della morte imminente – inizia ad associarsi il contributo onirico di sogni dove, ad esempio, una vibrante Virna Lisi lo invita a seguirla, sebbene lui sia avanti con gli anni e lei giovanissima. Si innamorerà perdutamente, Orsini, di attrici bellissime: saranno esperienze indimenticabili. 

E poi ritorna l’emozione per il primo copione, le esperienze fortunatissime con il cinema, l’importanza dei fotoromanzi: tante emozioni dolci, eccitanti, tristi, malinconiche, traumatiche. Un caos emotivo in cui è sostenuto dal conforto del rito della sigaretta: interrotto, ogni volta, dal pronto intervento in camerino di un giovane vigile del fuoco: un efficacissimo Flavio Francucci, inizialmente glaciale nel suo rigore, ma poi intercettato emotivamente da Orsini nella sua calda e fragile umanità. 

E in lui Orsini individua la persona giusta per una sostituzione dell’ultimo minuto: quella per il ruolo dell’ “uomo che porta il ghiaccio”. Personaggio de “Il Temporale” di Strindberg, che qui si allontana dalla sua natura fantasmatica per parlare concretamente, invece, di come ci possa essere una solida complicità tra le varie età della vita. Ne è prova anche l’altra giovanissima attrice in scena: l’incisiva sarta Diamara Ferrero. Sebbene anch’essa con una funzione “da grillo parlante”, in realtà si rivela amorevolissima con l’Orsini attore, al quale dichiara fin dall’inizio: “a me piace stare qui, con lei”.

E non a caso lo spettacolo “si chiude” con la complice circolarità di “un nuovo inizio”: l’alzarsi del sipario su “Il Temporale ” di Strindberg. 

Perché così è la Vita, e così è il Teatro: un continuo finire per continuamente incominciare. 

Ora – attraversato “il suo” inverno introspettivo – l’attore Orsini torna a sentire il gusto eccitante di quella nuova primavera che lo spinge a nascere alla sua ultima replica de “Il Temporale” di Strindberg. Perchè lui è “Umberto, il ragazzo che non si ferma mai”.

A dire il vero, forse, il vero temporale è quello che si è scatenato al termine dello spettacolo: dalla platea gremita e da tutti i palchetti, prorompenti applausi hanno continuamente richiamato sul palco un attore, che il pubblico non riusciva a smettere di acclamare con entusiastica esultanza.

Lo spettacolo, che nasce da un’idea di Umberto Orsini e Massimo Popolizio, è prodotto dalla Compagnia Umberto Orsini.



Recensione di Sonia Remoli

– LE FALSE CONFIDENZE – regia Arturo Cirillo

– di Pierre de Marivaux –

traduzione Arturo Cirillo

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TEATRO ARGENTINA

dal 14 Aprile al 3 Maggio 2026


Al momento di prendere posto in sala, la regia di Arturo Cirillo sceglie di riempirci gli occhi con un’autorevole superficie solida, frontale, ben definita. Adagiata su basi d’insostenibile leggerezza  (la cura delle scene è di Dario Gessati). Suggestiva allusione freudiana a quell’ “io, che non è padrone in casa propria”, concetto a qualche livello già inscritto all’interno del testo del 1737 di Pierre de Marivaux, acutissimo osservatore dell’animo umano.

Nel testo, infatti, si congegna un rapporto servo-padrone che va al di là di una prima lettura: qui infatti sono proprio coloro che dovrebbero (solo) servire, a indirizzare in maniera sotterranea e complice il desiderare dei padroni. E non solo. Tutti si somigliano: tutti sono un po’ servi e un po’ padroni. L’onesta Araminte, ad esempio, scoprirà ad un certo punto di non essere poi così lontana dall’intrigare proprio dei suoi servi; così come i servi, nell’orchestrare più o meno consapevolmente l’unione tra Araminte e Durante, metteranno in gioco dinamiche da padroni. Una dialettica quella servo-padrone che sarà presa in esame nella “Fenomenologia dello spirito” di Hegel (1807) e successivamente riletta da Jacques Lacan, negli scritti dell’immediato dopoguerra, come lotta per il riconoscimento del proprio desiderio da parte del desiderio dell’altro. Dialettica qui in scena ben evidenziata in ogni aspetto della regia e sottolineata con particolare efficacia – inquietantemente erotica – dalla drammaturgia musicale (la cura del suono è di Federico Mezzana).

Di questo ci parla, infatti, fin dall’inizio la scena: di come dietro a costruite solide apparenze sociali si celi in realtà qualcosa di più raffinatamente irrazionale, capace di sconvolgere ciò che poi così solido si dimostra non essere. Perché il motore delle azioni umane più autentiche si dà in ciò che sta dietro la facciata – come suggestivamente visualizzato dal meccanismo scenico – e che può essere tirato avanti.

Ad esempio attraverso un ritratto. 

Perché il ritratto è il risultato dello sguardo di qualcun altro su di noi, che promuove una più profonda conoscenza di noi stessi. Un ritratto che qui in scena scopriamo visualizzarsi sul retro di quella facciata così apparentemente solida e ben definita – ma che a ben guardare si componeva di vari tasselli – che ci accoglieva al momento di prendere posto in sala. Un ritratto che, inoltre, si dà attraverso una moltitudine di ritratti, in quanto le varie anime di un soggetto possono essere scomposte da quell’apparente unicum che è dato dalla facciata: maschera tra le tante, che scegliamo di indossare.

La lettura registica e la traduzione del testo originale di Marivaux da parte di Arturo Cirillo riflettono un paesaggio interiore che invita lo spettatore a interrogarsi: dove la risata viene declinata in una torsione d’autenticità; dove una determinata postura e una certa prossemica in secondo piano divengono narrazione. Una narrazione che ci parla dei vari modi di essere umani, attraverso segreti sedimentati in gesti, in silenzi. 

E allora ci si chiede: che cosa anche noi riusciamo davvero a vedere, e cosa invece ci sfugge?  Proprio come si chiede Araminte: “Che cosa c’è dunque che voi riuscite a vedere e io no? Non so penetrare in queste cose; confesso che mi ci perdo”. Eloquentemente intrigante si rivela qui la drammaturgia del disegno luci – curata da Pasquale Mari – sapientemente scritta giocando sugli effetti del controluce. 

Così come molto ben restituita dagli interpreti è l’energia sotterranea di ciascun personaggio. Ad iniziare dall’Arlecchino di Francesco Petruzzelli: incarnazione di quella vitalità e di quello scapestrarsi giocoso, che richiedono oltre che doti acrobatiche anche sensibilità dalle sfumature demoniache, di cui Petruzzelli offre una restituzione davvero accattivante. Interessante anche la rivisitazione del suo abito – la cura dei costumi è di Gianluca Falaschi – che sottende ad una natura più contemporanea di scugnizzo glamour.

Dubois, artefice e regista di tutta la macchinazione narrativa – metafora del lavoro psichico di complice conflittualità delle aree sotterranee del nostro inconscio – desidera ambiguamente condurre Dorante nelle braccia di Araminte. Un servitore, Dubois, che si attiva anche in risposta all’inattività creativa del suo Dorante che, caduto in disgrazia, dismette il ruolo dialettico di padrone. Dorante infatti, avendo perso le sue ricchezze materiali, crede di aver perso anche tutte le possibilità per esprimere la propria indipendenza. 

Sarà allora il servitore Dubois che con il suo sotterraneo lavoro creativo servirà il suo padrone facendone velatamente le veci. Dorante in fondo gli lascia carta bianca.

E Arturo Cirillo è maledettamente efficace nel vestire i panni lusinghevolmente serpeggianti di colui che inganna attivando una tensione tale, da risvegliare le parti più nascostamente creative di ognuno dei personaggi.  Sagacemente Gianluca Falaschi lo veste con un completo di lino: un tessuto naturale, fluidamente osmotico, come la sua natura. Accessoriandolo con uno scettro: un elegante piumino scaccia-polvere. E con un elegante fazzoletto: straccio anti-traccia complice del suo continuo spiare, per verificare l’andamento delle sue “creazioni”. 

Un servitore, il Dubois di Cirillo, che per il suo caos liberatorio ricorda la Maschera di Pulcinella: simbolo poliedrico dell’uomo comune capace di incarnare resilienza, astuzia, ironia e ribellione.

(ph. Manuela Giusto)


Così come la musicale Marton di Giulia Trippetta ricorda la Colombina della Commedia dell’Arte per astuzia femminile, intelligenza pratica, vivacità sbarazzina, malizia garbata e capacità nel gestire intrighi amorosi. Qui Falaschi la veste in nero come ad evidenziare la sua capacità a muoversi nell’ombra, soprattutto quando scopre di avere rivali in amore. 

L’oggetto del contendere è Dorante, un giovane uomo in piena crisi esistenziale. Falaschi lo veste con tutti i toni del nero per evidenziare questa sua assenza di luce. Ma come nessun nero riesce a schermare totalmente la luce, così la psiche di Dorante ne lascia passare spiragli che – captati e sapientemente indirizzati dal suo servitore Dubois – porteranno a un nuovo inizio vitale per Dorante. Giacomo Vigentini sa restituire tutta la freschezza che fa capolino in ogni frase piena di sconforto. E’ una qualità del respiro, la sua, che parla di una lotta continua tra la tentazione a deprimersi e una prepotente spinta vitale “a provarle tutte”.

Si sintonizza perfettamente a questa qualità del respiro, l’Araminte di Elena Sofia Ricci. Entrambi brillano di questa continua concitazione interiore che li tormenta di timori e di dubbi. Finche non vivranno un’evoluzione che porterà entrambi a conoscere meglio se stessi, proprio grazie allo sguardo dell’altro. Magnifica la trasformazione dell’Araminte di Elena Sofia Ricci, accompagnata dagli abiti di Gianluca Falaschi: una donna che riscopre tutto il fermento creativo della sua femminilità. 

Fermento che eredita da sua madre: l’irresistibilmente tagliente Signora Argante di Orietta Notari. Che – seppur incasellata nei pregiudizi di cliché sociali – è abitata da una turbolenza interiore che fatica a contenere. Non a caso l’estro di Falaschi la immagina in uno scintillante tailleur nero, coronato da un’acconciatura dai capelli di un grigio-turchino. Cromatismo che parla di una natura materna paradossalmente salvifica, esemplificata nell’affermazione: “Questa è mia figlia: ingannatela, se volete farle del bene”. 

Di bellezza travolgente i suoi contrasti con lo zio di Durante, il Signor Remy – suo rivale in qualità di procacciatore d’affari – interpretato da un seducentemente irrefrenabile Rosario Giglio. Mentre infatti la Signora Argante, ambisce per sua figlia a un matrimonio di prestigio, che la innalzi socialmente, spingendola a sposare il Conte Dorimont – l’elegantemente misterioso Giacinto Palmarini – al contrario il Signor Remy, avvocato concreto, mira a un matrimonio per suo nipote Dorante che garantisca sicurezza economica, proponendogli (inizialmente) di sposare Marton.

Uno splendido spettacolo, questo di Arturo Cirillo, dal carattere decisamente adrenalinico nell’indagare profondità nascoste e interrogativi spesso enigmatici. E che proprio per questo suo carattere riesce ad attraversare traversalmente il pubblico, contagiandolo di una creativa tensione energizzante.

La produzione è firmata da Teatro di Roma – Teatro Nazionale, in collaborazione con Marche Teatro e Teatro Stabile di Catania

Arturo Cirillo, Francesco Petruzzelli, Giacomo Vigentini, Orietta Notari, Elena Sofia Ricci, Giulia Trippetta, Rosario Giglio, Giacinto Palmarini



Recensione di Sonia Remoli

L’ACQUA, IL MARE E I NAUFRAGI NEL TEATRO DI SHAKESPEARE – di e con Giuseppe Manfridi

TEATRO ARGENTINA

27 MARZO 2026

In un insolitamente gelido pomeriggio del marzo romano, la Sala Squarzina del Teatro Argentina ha accolto la prorompente affluenza degli spettatori che hanno scelto di partecipare alla conferenza spettacolo di e con Giuseppe Manfridi, dal titolo “L’acqua, il mare e i naufragi nel Teatro di Shakespeare”.

L’evento, organizzato in collaborazione con il Teatro di Roma – Teatro Nazionale e patrocinato dal Centro Nazionale di Drammaturgia Italiana Contemporanea CeNDIC e dalla Federazione AUT-Autori, ha reso omaggio alla Giornata Mondiale del Teatro, avvalendosi anche della partecipazione in video di Pamela Villoresi

Francesco Siciliano

Il Presidente della Fondazione del Teatro di Roma Francesco Siciliano ha aperto la conferenza spettacolo sottolineando il suo apprezzamento nel riscontrare l’entusiasmo con cui è stata accolta la proposta del Teatro di Roma. E che ha portato la cittadinanza a colmare la Sala Squarzina dove, in qualità di cerimoniere della Giornata Mondiale del Teatro, Giuseppe Manfridi – uno dei massimi drammaturghi italiani, autore di commedie rappresentate in tutto il mondo –  di lì a breve avrebbe intrattenuto i presenti ricordando loro, attraverso un avvincente raccontare, “per quali motivi ci piace così tanto scrivere e fare teatro”.

Alessandro Occhipinti Trigona

Al saluto del Presidente Siciliano, è seguito quello dell’autore, scrittore e regista Alessandro Occhipinti Trigona, socio fondatore del Centro Nazionale di Drammaturgia Italiana Contemporanea CeNDIC e Presidente della Federazione AUT-Autori. Occhipinti ha espresso soddisfazione anche per un prossimo evento, promosso dalla Federazione AUT-Autori: quello che l’8 Aprile prossimo vedrà Valerio Magrelli, tra le voci più autorevoli della poesia italiana contemporanea, incoronato poeta nella Sala Giulio Cesare in Campidoglio, qui a Roma. L’evento rinnova l’antica tradizione dell’incoronazione petrarchesca del 1341, celebrando il talento del poeta Magrelli.

Pamela Villoresi

L’entrata sul palco di Giuseppe Manfridi è stata anticipata da un collegamento video con la celebre attrice Pamela Villoresi, la quale ha amato ricordare il piacere con il quale non solo ha letto ma si è lasciata leggere da quest’ultimo libro di Manfridi “Shakespeare sul Titanic”, prima ancora che il libro andasse in stampa. E come, nel sentirsi profondamente coinvolta nella lettura, abbia desiderato condividere con Manfridi un breve e appassionato racconto su una sua esperienza di fertile naufragio umano e professionale. Racconto che Manfridi ha così apprezzato, da scegliere di inserirlo all’interno del suo “Shakespeare sul Titanic”.

Giuseppe Manfridi

Attraverso l’oggetto sortilegio della pipa dell’uomo di mare – declinata nelle tre splendide varianti da marinaio, da contemplazione e da navigatori d’acqua – Giuseppe Manfridi ha dato avvio al suo rituale narrativo dedicato a “L’ acqua, il mare e i naufragi nel Teatro di Shakespeare”.

Ogni cosa inizia dall’acqua e all’acqua tende, si dice nel linguaggio alchemico. Eros è liquido, dice Platone. “Il mio amore è un’insaziabile fame e divora come il mare” – dice Ursino ne “La dodicesima notte”, auspicando che il suo amore si dia come un naufragio.

George Gower, “Il ritratto dell’Armada” – Foto: Woburn Abbey, UK / Bridgeman / Aci

L’attraversamento di un’impresa marina è da sempre preludio ad una iniziazione. Lo stesso celebre discorso pronunciato dalla Regina Elisabetta I a Tilbury nell’agosto del 1588, durante la minaccia dell’Invincibile Armata spagnola, ne è un fulgido esempio. Di cui Shakespeare tenne sempre memoria: basti pensare al discorso di Enrico V prima della Battaglia di San Crispino.

Ma Shakespeare si fa anche “reporter di guerra” nel momento in cui descrive in che modo, da terra, venissero viste le guerre e i relativi naufragi : ne abbiamo esempi nell’ “Otello” o in “Antonio e Cleopatra”.

Perché ieri come oggi – sottolineava Elias Canetti – “sopravvivere significa aumentare di potere”.

E se i reduci  seducono con i loro racconti (vedi Otello con Desdemona), “tremare e poi sospirare di sollievo” è un piacere che ci accomuna tutti, da sempre. Forse perché –  continua  Manfridi –  quella del sopravvivere è la prima esperienza in cui veniamo gettati: “la nascita è un naufragio sulle spiagge della vita”- diceva Lucrezio.

E così, dopo aver lasciato punteggiare la sua narrazione da suggestivi “farewell” (ballate irlandesi di addio, legate alla guerra), è accompagnato dalla ballata “Tempest” di Bob Dylan che Giuseppe Manfridi si avvia alla conclusione. Ma è solo un’apparenza: “Nulla finisce tutto s’interrompe” – è il pensiero che ispira la sua estetica. Un suggello transitorio con il quale si apre, non a caso, anche l’ultima pagina del suo “Shakespeare sul Titanic”.

Lasciando la Sala Squarzina del Teatro Argentina si è raggiunti da un’insolita consapevolezza, maturata durante il rito della narrazione di Giuseppe Manfridi. Una consapevolezza che permette di decifrare la suspence racchiusa nelle parole di apertura del Presidente della Fondazione del Teatro di Roma Francesco Siciliano: “ci piace scrivere e fare teatro” perchè ci  aiutano a vivere, a ricordare. E a sopravvivere nella memoria, come naufraghi.


Shakespeare sul Titanic è un’opera dall’apparenza monumentale, ma di grande trasparenza, addirittura leggibile aprendola a qualsiasi punto, e può essere considerata un compendio del lungo percorso artistico del suo autore. Il libro si irradia all’interno dell’intero universo shakespeariano, e ha per temi portanti l’amore, la giovinezza, gli scontri generazionali, la contaminazione dell’arte e la sua continua trasformazione. 

Assieme all’edizione cartacea (in doppio volume con cofanetto) verrà offerto anche l’e-book, in cui ogni capitolo è introdotto da un file video esplicativo dell’autore. I due volumi sono corredati di 64 raffinatissime tavole a colori originali rielaborate da Antonella Rebecchini, scenografa e art director, su disegni dello stesso Manfridi.


Recensione di Sonia Remoli

– POETICHE DEL RESTO – Massimo Recalcati

TEATRO ARGENTINA

22 Marzo 2026

Come un’onda che sfida la citta blindata per la maratona, si sono riversati ieri gli spettatori sul Teatro Argentina che, nella prima domenica di primavera, ha accolto una delle voci più autorevoli del panorama intellettuale contemporaneo: Massimo Recalcati.

“Poetiche del resto” è il titolo dell’incontro attraverso il quale il noto filosofo e psicoanalista ha guidato il pubblico – rimasto costantemente in ascolto corale – verso un’esplorazione profonda del legame tra arte e psicoanalisi: potenze capaci di generare nuove forme di vita. Proprio attraverso i frammenti, i rottami: gli scarti, le rovine, che restano dopo una grande perdita. 

L’evento ha rappresentato un appuntamento d’eccezione all’interno del ciclo “Creazioni Melanconiche”, promosso dall’Associazione Lacaniana Internazionale di Roma, in collaborazione con la Società Milanese di psicoanalisi



L’entrata in scena di Recalcati, annunciata da Cristina Guarnieri – direttrice editoriale della casa editrice Castelvecchi – è stata accompagnata dalla presentazione di Cristiana Fanelli – presidente dell’Associazione Lacaniana Internazionale di Roma – che ha sottolineato le molteplici identità in cui si declinano fertilmente la vita e le opere di Recalcati.

Partendo dal Recalcati “politico”: ideatore dei Centri Jonas (Centri di Clinica Psicoanalitica per i Nuovi Sintomi) nati per portare la psicoanalisi nel sociale, rendendola accessibile a tutti. Quale loro emanazione sono nati poi il Centro Telemaco – dedicato specificatamente all’adolescenza e alla cura dei sintomi contemporanei – e il Centro Giamburrasca, dedicato al mondo dell’infanzia. 
Inoltre attraverso Jonas Milano – in collaborazione con l’Assessorato al Welfare a alla Salute del Comune di Milano e il sostegno di importanti realtà del mondo privato – Recalcati sta attualmente promuovendo il Progetto di Psicoanalisi nelle Periferie.



Dal Recalcati “politico” la Fanelli é passata ad illustrare il Recalcati “saggista” e i suoi prestigiosi contributi nell’applicazione del pensiero lacaniano alla società contemporanea, ai legami familiari e alla clinica dei nuovi sintomi. 

E ancora, il Recalcati “che ha riscritto il rapporto tra psicoanalisi e arte”: rintracciando ed evidenziando quella spinta vitale a fare del vuoto, che lascia in noi un trauma, qualcosa che può dare vita ad una nuova creazione. Proprio partendo da quel sentirsi scarti, rottami – come capita di sentirsi in frangenti esistenziali drammatici – per riuscire a trasformarsi in fertili resti: “semi santi“ – direbbe il Profeta Isaia.



E forse non è solo un caso che il suolo scenico – allestimento “ereditato” dallo spettacolo di Massimo Popolizio “Furore”, in scena al Teatro Argentina fino al 29 marzo p.v. – sia ricoperto di torba: una preziosa risorsa naturale organica che si forma in ambienti umidi attraverso la decomposizione parziale di “resti” vegetali, in condizioni “critiche” di scarsità di ossigeno e di alta acidità. 

Perché la vita vegetale, così come quella umana, contemplano che “gli scarti” possano trasformarsi in fertili “resti”.
Perché le nostre esistenze prendono forma attraverso particolari incontri: a volte pieni di grazia, a volte di disgrazia. Una disgrazia però – sottolinea Recalcati – che non è mai totale, perché contiene in sé, nonostante tutto, un seme da poter far germogliare. Così da riuscire a dare nuova forma alla nostra vita. 



Qualcosa di simile è avvenuto anche a lui – racconta Recalcati – quando fresco di laurea e indirizzato verso una luminosa carriera in ambito filosofico, si ritrova coinvolto in una disgrazia stradale, che apre dentro di sé un ampio terreno di crisi. Una crisi travolgente, ma anche fertile: che muta forma alla sua precedente vocazione filosofica, indirizzandola ora verso la psicoanalisi. Una scienza che si prende cura del grido di chi sentendosi “uno scarto” è ossessionato da una domanda: “Come se ne esce, come ci si salva dalla disgrazia che mi ha colpito?”. 



Di disgrazie piene di grazia – ci fa notare Recalcati – è testimone non solo la pratica psicoanalitica ma anche l’arte, in particolare la poetica di alcuni pittori, artisti ed intellettuali.
E così in un affascinante excursus che parte da Vincent van Gogh per arrivare a Caravaggio e a Jannis Kounellis; e poi da Fontana, Pollock, Burri – passando per il Montale di “Ossi di seppia” (raccolta il cui primo titolo, rifiutato dall’editore, era “Rottami”) – fino a Claudio Parmiggiani e ad Anselm Kiefer, ci si è lasciati guidare da Recalcati lungo un itinerario, dove si scopre possibile non lasciare che la disgrazia ci porti via tutto. Dove – come invitava a fare Franco Basaglia – è possibile riuscire a fare qualcosa di luminoso proprio con il buio di quel frangente drammatico in cui si resta coinvolti.

Una lectio magistralis – questa di Massimo Recalcati sulle ”Poetiche del resto” – che ha rapito l’attenzione degli spettatori, lasciando in ciascuno la testimonianza del poter esperire sempre una seconda possibilità, e quindi un nuovo inizio, partendo proprio dalle rovine di ogni fine.

Rovine dietro alle quali, si cela un’incessante insistenza: quella di poter vedere emergere una diversa declinazione vitale di ciò che ha avuto fine.

Come la psicoanalisi e l’arte ci dimostrano.


L’evento con Massimo Recalcati si pone come preludio 

alla seconda edizione del ciclo di incontri Tra Psiche e Mito: dialoghi sull’Essere,

la rassegna del Teatro di Roma che dal 29 marzo al 24 maggio 

approfondirà i grandi temi dell’esistenza.


Recensione di Sonia Remoli

– FURORE – di John Steinbeck – con Massimo Popolizio

dal romanzo di John Steinbeck

adattamento Emanuele Trevi

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ideazione e voce Massimo Popolizio

TEATRO ARGENTINA

dal 17 al 29 Marzo 2026

 Che differenza c’è tra “fare un buon affare” e “sfruttare” qualcuno o qualcosa?

Tra il 1931 e il 1939 gli Stati Uniti centrali e il Canada – a causa dello sfruttamento della terra coltivabile – vengono colpiti dal cataclisma delle tempeste di sabbia: la maggiore e più lunga catastrofe naturale registrata negli Stati Uniti, denominata “Dust Bowl”.

L’allora fertile terreno delle Grandi Pianure, sfruttato oltre ogni limite di utilizzo durante il periodo della Prima guerra mondiale per catturarne profitti, viene sottoposto ad arature così profonde che finiscono per distruggere l’erba che ne assicurava l’idratazione. Il terriccio inaridito, ormai privo delle radici dell’erba che trattenevano il suolo e l’umiditàsi trasforma in polvere che viene trasportata dai forti venti primaverili della regione, dando luogo alle black blizzard: tempeste nere che si susseguono con frequenza sempre maggiore. 

Questo disastro ecologico causa un esodo da Texas, Kansas, Oklahoma e dalle grandi pianure circostanti, in quanto oltre mezzo milione di americani rimangono senza casa. Espropriati dalle banche dalle loro fattorie, non più redditizie dopo il depauperamento della terra, i contadini migrano ad ovest attratti dalla prospettiva che buone offerte di lavoro li avrebbero attesi in California. Ma le cose andarono diversamente. Dopo l’odissea del viaggio – durante il quale il loro disagio diviene occasione di “buoni affari” per chi promette di alleviarlo – giungono alla terra promessa. Occupata però da altri: che vedono con sospetto e diffidenza il loro arrivo. Il lavoro non c’è per loro, e se c’è è sottopagato, suscitando così le ire della manodopera che prima del loro arrivo lavorava lì, ricevendo paghe più alte. 

Su questa situazione il San Francisco News chiede al giornalista John Steinbeck di indagare. E negli anni tra il 1936 e il 1938 Steinbeck scrive una serie di articoli – raccolti poi sotto il titolo “The Harvest Gypsies (I gitani del raccolto) – in cui documenta le pessime condizioni di vita e di lavoro dei migranti provenienti dall’Oklahoma.

Il capolavoro letterario “Furore” (titolo originale “The Grapes of Wrath” del 1939) nasce proprio dal profondo impegno giornalistico di Steinbeck e dalla documentazione diretta della realtà sociale americana durante la Grande Depressione. Il romanzo – Premio Pulitzer per la narrativa nel 1940,  miglior romanzo nello stesso anno per il National Book Award, nonché testo fondamentale per l’assegnazione del Premio Nobel per la Letteratura a Steinbeck nel 1962 –  nasce infatti dalla trasformazione di reportage e inchieste, in una mirabile narrazione epica: quella dell’odissea dei Joad, una famiglia come quelle che si ritrovarono sulla strada verso la California, portando con sè tanti bambini “biondi come il mais”.

John Steinbeck

La vibrante potenza poetica dello spettacolo di Massimo Popolizio – coprodotto dal Teatro di Roma Teatro Nazionale e dalla Compagnia Umberto Orsini – sottolinea seducentemente attraverso l’adattamento di Emanuele Trevi il passaggio dalla parola giornalistica (che informa sulla verità della realtà), alla parola poetica (che rielabora la realtà soggettivamente, con fini estetici). Perché se il giornalismo ci informa su “cosa accade nel mondo”, è proprio della letteratura raccontare “cosa significhi vivere nel mondo”. 

Ed è di straordinaria bellezza energizzante sentire come i diversi ritmi della drammaturgia – sottolineati dalla collettività delle percussioni (le cui musiche sono eseguite dal vivo da Giovanni Lo Cascio) e dal continuum dei contributi video (creati da Igor Renzetti e Lorenzo Bruno) – pervadano la parola, il gesto e il corpo dell’interprete Popolizio.

L’impatto emotivo della narrazione così “vissuta” – complici la drammaturgia del suono di Alessandro Saviozzi e quella delle luci di Carlo Pediani – arriva notevolmente potenziato sullo spettatore, generando un’esperienza immersiva travolgente.

Dal corpo e dall’habitat della voce di Popolizio emergono palpitanti personaggi: crudi e generosi; graffianti e accoglienti. Umani. Che ci scuotono e ci emozionano per la loro eterna attualità.  Ma soprattutto – e nonostante tutto – per la loro dignità umana, espressa di fronte alle avversità. Dignità che si declina da un lato nella spinta a lottare per la sopravvivenza, dall’altro nel far emergere il forte desiderio di giustizia sociale.

Terribile è il tempo in cui l’Uomo non voglia soffrire o morire per un’idea, 

perché quest’unica qualità è fondamento dell’Uomo, 

e quest’unica qualità è l’uomo in sé, peculiare nell’universo

Uno spettacolo necessario – questo che dal 2019 continua a conquistare il pubblico – che ci parla di un passaggio storico ricorrente che ha abitato e continuerà ad abitare le nostre esistenze. Un passaggio che occorre imparare sempre meglio ad attraversare, magari ricordando – come ci suggerisce Steinbeck – che “non si può essere proprietari se non si è indifferenti”.  Perché in questo mondo in cui veniamo gettati a convivere, siamo ospiti. Tutti. E quando lo dimentichiamo per troppo tempo, la natura che nel mentre ha tollerato i nostri presunti “buoni affari”, si presenta a ricordarcelo. 

Perché noi non siamo ospiti stanziali, ma in movimento. E quindi non siamo veri proprietari: “forse la proprietà è la causa di tutto” – scrive Steinbeck. Perché prima ancora del presunto potere delle Banche, c’è il vero potere della Polvere, della Natura.

“Vi ripeto che la banca è qualcosa di più di un essere umano. È il mostro. L’hanno fatta degli uomini, questo sì, ma gli uomini non la possono tenere sotto controllo”: ecco allora che i contadini, abbandonati dalle banche, si ritrovano costretti a vendere o a lasciare i loro beni, che ora – in un frangente storico diverso – non valgono più nulla dal punto di vista dello sfruttamento delle risorse.

Ma, nonostante tutto, questi contadini credono che si possa ricominciare da capo, e la Route 66 diventa il sentiero di un popolo in fuga. Dove può capitare di incontrare fornitori di servizi secondo i quali “la libertà è solo quella che si può comprare”.

E allora, ci porta a riflettere Popolizio: “chi è uno che fa affari?

Ma accanto a questa umanità ne esiste un’altra così straordinaria che si stenta a capire dove trovi così tanto coraggio e una tale fiducia nel prossimo. E’ l’umanità che si diffonde tra gli accampamenti: tra coloro che “sperduti e confusi sono diretti verso un luogo nuovo e misterioso”. E che di notte si ritrovano intorno al fuoco, riscoprendosi nell’ identità di migranti. Migranti narratori. 

Intorno al fuoco ci si racconta: perché si ha voglia di un piacere. E il piacere sono le parole: quelle eroiche. Tanto che “chi le ascoltava si sentiva eroico”. Di giorno però ad aspettarli c’è l’odio dei nuovi centri abitati: di coloro che considerano i paesi in cui abitano loro proprietà e che non vogliono convivere con chi ha “gli occhi pieni di fame e di desiderio”.

Ma “il confine tra la fame e la rabbia è sottile… e la rabbia iniziò a fermentare”.

E di nuovo la Natura torna a farsi sentire: attraverso il disastro, questa volta, delle alluvioni. E tutto si blocca. Così, dopo aver perso ogni cosa, con la nascita del figlio di Rosasharn, la famiglia Joad trova rifugio in una stalla, dove lei avendo partorito il figlio morto, mette a disposizione il suo seno pieno di latte per un pover’uomo affamato. 

Un gesto di umanità estrema, in un contesto di miseria assoluta. Ma è la vita che continua, attraverso la solidarietà tra gli emarginati.

Perché “migliori” non sono coloro che si ingegnano a sopraffare come sciacalli le persone in difficoltà, ma coloro che sanno resistere come tartarughe. Come quella descritta nel secondo capitolo del romanzo – e così sagacemente restituitaci dall’interpretazione di Massimo Popolizio – la cui andatura lenta ma costante incarna la pazienza, la resilienza e la tenacia nel superare le sfide.  

Ma soprattutto “migliori sono coloro che sanno innestare”- scrive Emanuele Trevi: riuscendo a fondere entità distinte – la propria e quella dell’Altro – che insieme collaborano per dare vita a un nuovo organismo funzionale.

Splendida metafora di un’unione feconda tra elementi diversi che, proprio perché insieme, superano i propri limiti individuali.  

Giovanni Lo Cascio – Massimo Popolizio


Recensione di Sonia Remoli

– RICCARDO III – regia Andrea Chiodi

da William Shakespeare

– Riduzione e Adattamento Angela Demattè –

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con Maria Paiato

TEATRO ARGENTINA

dal 3 al 15 Marzo 2026

Un elegantissimo tavolo ovale abita la scena, al momento di prendere posto in sala. Un tavolo che, proprio per la sua forma ovale, rimanda a una fluidità relazionale: senza la gerarchia dei capotavola, senza posizioni dominanti. Un po’ com’è la condizione della Corte descritta nel dramma shakespeariano: priva di una guida solida, con il trono acefalo, oggetto di subdole contese. Una Corte come paralizzata nell’attesa, e quindi incapace di fermare l’ascesa di un tiranno.

La cui mente, dalla razionale spigolosità anomala, metaforicamente incombe sul magnifico tavolo ovale: dall’alto. E trova un corrispettivo nel delizioso carillon con giostra di cavalli, appoggiato sul tavolo. Lo spettatore che ha appena preso posto in sala, non sa che si sta preparando qualcosa di sorprendente (la cura delle scene è di Guido Buganza). 

Infatti, di lì a poco, entra in scena lui: il Riccardo III di una fascinosa Maria Paiato.

Il suo è un ingresso laterale, in sordina, su uno stretto tappeto di luce sinistra. 

Il suo è un ingresso claudicante: non solo nell’andatura ma anche nell’andare. Smarrito, Riccardo III sembra seguire un richiamo, guidato dalle note del “Moon River” di Johnny Mercer e Henry Mancini. Alla ricerca della pace di un luogo a cui appartenere: “dove niente di brutto possa accadere”.

(ph. Ilaria Vidaletti)

Luogo dell’anima rappresentato dalla magia emanata dal suo carillon. Ma le cose non stanno così. Scopriamo infatti come quello che crediamo un dolce richiamo d’infanzia celi invece il ricordo di un trauma: quello di essere stato escluso.

Escluso dal racconto familiare: “Madre, raccontami ancora dei nostri antenati. Ancora Madre, perché è difficile da ricordare! ”.

Un racconto che qui sa di fiaba, nella quale lui vuole essere libero di immaginare di essere incluso. Almeno come eventuale possibile re: “mio fratello se dovesse diventare re si chiamerebbe Edoardo IV e io come mi chiamerei?”. Ma mortificato nel suo desiderio immaginifico di bambino, si sente rispondere ripetutamente: “Tu non diventerai re”. 

Ed è sorprendente come il piccolo Riccardo III di Maria Paiato risulti così credibile nel trovare in sé tutti i colori che il desiderio di questo bimbo si accinge ad attraversare: dalla meraviglia al disincanto; dall’accorato appello al capriccio. 

La prepotente fame di “essere incluso” di cui Riccardo III sarà preda, risponde anche a questo trauma. Ne deriva di conseguenza l’intima decisione di recidere ogni legame emotivo con le proprie radici: per non appartenere più a nulla e a nessuno. E sarà il terrore del bisogno esistenziale di creare legami – che potrebbero ancora una volta rivelarsi traumaticamente deludenti – a portarlo a ripiegarsi su se stesso. Non solo fisicamente.

Magnificamente sinistro è il modo in cui il regista Andrea Chiodi sceglie di presentarci la Corte: con un fermo immagine di sublime bellezza ( la cura della drammaturgia del disegno luci è di Cesare Agoni). 

Dal quale emerge questa lussureggiantemente statica macchia di viola. 
E’ del colore dell’attesa che il regista Chiodi sceglie infatti di vestire ogni membro della corte (la cura dei costumi e’ di Ilaria Ariemme).

L’effetto estetico e poetico generato – complici la raffinata coreografia dei piccoli movimenti scenici e lo stile recitativo elegantemente trattenuto – e’ davvero speciale. E permette allo spettatore di sentire tutta la condizione di stallo in cui versava a quel tempo la Corte. 

Su questo terreno indifeso emergono le seducentemente malefiche macchinazioni – non prive di sagace ironia – del Riccardo III di Maria Paiato. Che Chiodi vuole vestito in total black: il colore che assorbe la luce per manifestarsi attraverso un misterioso potere.

Un potere connotato anche da una sorta di ribellione adolescenziale che si dà – con noi del pubblico – attraverso un’irresistibilmente subdola richiesta di complice comprensione. 

E’ quel suo voltarsi escludendo la corte.

E’ quel suo uso dell’avverbio temporale “ora” che, trascendendo la definizione cronometrica, elegge ogni spettatore a confidente. Convocandolo in un presente assoluto: nell’individuazione di un momento di svolta e di non ritorno.

Tanto la Corte resta ingessata nelle scelte, quanto Riccardo brilla in repentinità. E con ardore che affascina e terrorizza prosegue inesorabile. 

Lui, a differenza della Corte – qui interpretata da Riccardo Bocci, Tommaso Cardarelli, Francesca Ciocchetti, Ludovica D’Auria, Giovanna Di Rauso, Giovanni Franzoni, Igor Horvat, Emiliano Masala, Cristiano Moioli, Lorenzo Vio, Carlotta Viscovo – non contempla l’attesa passiva: le sue macchinazioni devono tramutarsi immediatamente in azione. Non c’è tempo per lasciar decantare i progetti.

Ed è dalla dichiarazione d’intenti presentata allo spettatore in questo celeberrimo monologo, che si origineranno tutti gli eventi successivi. 

Angela Demattè

Davvero avvincente e pieno di cura lo sguardo sinergico che qui lega la riduzione e l’adattamento di Angela Dematté alla regia di Andrea Chiodi, nell’esplorazione delle cause che possono condurre – non solo il personaggio di Riccardo III ma più in generale l’animo umano – a dare libero sfogo al nostro comune istinto alla sopraffazione. 

Andrea Chiodi


Con il quale veniamo corredati fin dalla nascita, in attesa di ricevere un’adeguata educazione sentimentale. Perché a differenza dell’aggressività, l’amore non è un istinto: l’amore – e quindi l’ascolto rispettoso dell’Altro – si impara.


Recensione di Sonia Remoli

-MEIN KAMPF- di e con Stefano Massini

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da Adolf Hitler

TEATRO ARGENTINA

dal 18 Febbraio all’1 Marzo 2026



Con appassionata solidarietà Stefano Massini, artista dal vigoroso impegno civile, ci porta attraverso questo suo lavoro a sperimentare una verità: ciò che ha il potere di “cambiare tutto“ – e quindi “di cambiare la Storia” – sono le parole. 

Perché la parola ha un valore che risiede nella sua capacità di andare oltre il significato letterale, trasformandosi in uno strumento per costruire la realtà. La parola è capace infatti di evocare emozioni che influenzano la nostra mente, le nostre scelte e il nostro sguardo sul reale. 



La parola è la prima magia dell’uomo. È la genesi dell’impossibile che passa per l’intonazione della voce, per la scelta dei verbi, per il ritmo del respiro su cui si regge il suono.

Quindi migliore è il nostro uso delle parole, migliore è il nostro potere sul reale.

Per anni Stefano Massini ha incrociato nelle sue ricerche la prima stesura del libro-manifesto “Mein Kampf” con i discorsi e i comizi di Hitler. Nonché con il vasto materiale raccolto nelle “Conversazioni con Hitler a tavola” dove, davanti a pochi uomini di fiducia, Hitler fa valere la sua fama di abile conversatore, per catturare l’attenzione dei commensali con discorsi che molto spesso assumono i tratti del monologo. Oltre al fanatismo tipico delle sue orazioni pubbliche, l’occasione informale lascia trapelare inquietanti convinzioni che risiedono alla base del progetto politico e ideologico nazista.

Inquietanti convinzioni da insufflare nelle orecchie di chi si vuole influenzare nella volontà di scelta. Soprattutto quando la forza di volontà crolla in alcuni frangenti storico-esistenziali e lascia un varco di accesso proprio a “certe parole”. 

Parole acutamente scelte da Adolf Hitler, dopo aver dedicato gli anni della sua giovinezza a studiare il genere umano: osservandone costantemente la natura e le inclinazioni.

Frutto di questa analisi sono parole tremendamente rassicuranti: parole di cui siamo caduti preda. 

Parole che non smettono di sedurre perversamente la nostra volontà: parole alle quali ancora oggi siamo vulnerabili. Parole che ci si cementano dentro come mattoni, e che ci fanno sembrare necessarie certe persone. 



Questo non significa che tutto è perso: ci sono ancora pagine bianche che possiamo scrivere. Noi. Consapevolmente. 


E’ infatti una pagina bianca quella che occupa la scena, e che ci si offre già dal prendere posto in sala (la cura delle scene è di Paolo Di Benedetto).

Stefano Massini “la scrive” con le sue parole, che ci aiutano a riportare attenzione al potere dei libri.
Un “esperimento”, quello che lui ci propone, per “sentirle queste parole, per riconoscerle e valutare quanto ne siamo ancora vulnerabili”. 

Stefano Massini (ph. Masiar Pasquali)



Massini, sceglie di entrare in scena dal fondo della platea: è uno di noi. E raggiunge la scena progressivamente: per testimoniare il suo sentire vicino al nostro. 

La scena è abitata da una struttura, metafora di una pagina bianca, che a seconda della nostra consapevolezza, si può rivelare la nostra salvezza o la nostra perdizione. Un vuoto vitale o un vuoto mortifero.

Si prende tempo per osservarla, Stefano Massini. E poi la esplora come a sentire l’effetto che gli suscita. Ci invita, così facendo, a riproporre anche noi la stessa cura nel guardare consapevolmente certe opportunità, senza cadere nella tentazione di lasciarne la guida ad altri.



La pagina in scena si dà come un piano inclinato che visualizza come la nostra opportunità di conoscere sia un salire impegnativo, mai affrettato, sostenuto da spirito critico. Un crescendo di attenzione verso il conoscere al quale siamo tentati a volte di abdicare, preferendo scivolare giù, fino al punto di partenza: delegando a qualcun altro il nostro sguardo sul reale.


Massini ha una presenza scenica potentissima – coronata dalla sinergia tra la drammaturgia del disegno luci (la cura è di Manuel Frenda) e quella degli ambienti sonori (di Andrea Baggio) – attraverso la quale ci porta a sentire come Hitler abbia costruito il suo potere rimanendo sempre fedele al proprio desiderio. 

Un desiderio che ha bisogno di tempo per prendere una forma precisa ma che Hitler sa già, fin dall’inizio, che non prenderà mai la forma per fare di lui “un irrilevante impiegato”. 

Stefano Massini (ph. Filippo Manzini)


Quello che Massini ci invita a non perdere di vista è il potere del desiderare. E le sue derive. Consapevoli di quanti usi si possono fare di questo potere, di questa pagina bianca.


La prima parola che Hitler scrive sul suo foglio bianco è: “non voglio fare l’impiegato: temo l’irrilevanza”. Che significa anche: non voglio mettermi a disposizione, a servizio di qualcun altro. Voglio comandare sugli altri. 

Ma come?
“Da dove si inizia per cambiare la Storia?”.



Da qui: osservandola. E scoprendo che l’uomo spesso finisce per tradire se stesso – il suo desiderare – scegliendo di “incurvarsi e di flettere le gambe fino a scendere in ginocchio”.

Hitler lo scopre osservando la rassegnazione che domina il suo piccolo paese, abitato da gente che “potrebbe ma non vuole” e che “non sente l’attrazione della grandezza”, preferendo finire per ridursi “piccoli piccoli fino a scomparire nel minuscolo”. 

Continua poi la sua indagine a Vienna: ma anche la città è abitata dal “sonno delle masse”, sia tra i quartieri poveri, che tra quelli ricchi.

Ecco allora arrivare una prima deduzione: alle masse manca una guida a cui votarsi.

E la fatale illuminazione: “Alle masse manca un furer: ecco cosa voglio essere”. 



Come riuscirci? Come portare le masse dalla sua parte?

Facendo credere loro – con determinate parole – di essere vittime di un controllo, finalizzato a renderle inermi. E poi insufflando nelle loro menti pregiudizi – ovvero parole fallaci – che avrebbero ridestato nazionalisticamente i loro animi. Inducendoli a separarsi, fino ad eliminare, ciò che essendo “diverso” minaccia la purezza della razza ariana. 

Conseguenza del far entrare in noi l’influenza di certe parole è arrivare poi a sviluppare la convinzione che “sopprimere l’altro non è brutto, è necessario”. E che la guerra è selezione: tu meriti perché appartieni alla razza eletta e allora vivi; tu non appartieni a noi, non meriti e quindi non vivi. 



Hitler si arruola in guerra , viene ferito e lo raggiunge la notizia che la Germania si è arresa. Orrore: mai arrendersi ! Infatti lui decide di restare in battaglia, portando avanti la “sua battaglia”.

Gli sale una forza rabbiosa mai sentita prima, che lo porta ad esporsi, ad uscire dalle quinte. 
“Serve riscatto e io vi sono necessario”. 

E così “laddove per tutti la guerra era finita, la mia guerra iniziava”. 

Una guerra che avrebbe portato a far sì che gli altri dicessero: “ io la penso come lui. Io sono come lui”.
Questa consapevolezza lo nutre, portandolo a sentire di “non essere irrilevante”. E così accadrà: le masse lo applaudono e poi gli dicono: “Sei necessario!”. 

Proprio come lui le aveva programmate: facendo scendere in loro il potere di certe parole, da lui accuratamente scelte.



Arrestato nel 1923 per alto tradimento, nei nove mesi di prigionia scrive un libro che tutti dovranno imparare a memoria: perché certe parole hanno il potere di manipolare le scelte personali.  E’ “Mein Kampf”: un saggio autobiografico pubblicato nel 1925, dove Hitler espone il suo pensiero politico e delinea il programma del Partito nazista.

Nel 1945, dopo la sua morte, i diritti d’autore diventano proprietà dello Stato della Baviera, che mai ne autorizza la pubblicazione in Germania.

Nel 2016, allo scadere dei diritti d’autore, viene invece pubblicata una nuova edizione commentata. La prima ad essere autorizzata dopo il 1945.

Ecco perché allora è importante essere consapevoli di tutto questo: perché le parole possono cambiare tutto.

Possono cambiare “ancora” la Storia. 

Ma noi ricorderemo. Ricorderemo questo “esperimento”.
Ricorderemo che c’è sempre una pagina che “noi” possiamo scrivere. Consapevolmente. Insieme.



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Recensione di Sonia Remoli





-LUNGO VIAGGIO VERSO LA NOTTE- regia Gabriele Lavia

-.-.-.-.-

di Eugene O’Neill

TEATRO ARGENTINA

dal 4 al 15 Febbraio 2026

Quanta nebbia, quanta urgenza di celare e di celarsi. Quanto dolore.

E nessuno che sappia leggere con cura nel cuore dell’altro: nessuno a cui non si possa nascondere nulla perché riesce a guardare con accoglienza anche “il peggio” dell’altro. Senza abbassare lo sguardo, senza voltare le spalle, senza spiare, senza ipocrisie.

Solo quei “dolci occhi” di Madre Elisabetta. Che di fronte ad una vocazione colma di sicurezza, sa mettere tempo. Spingendo Mary verso le fascinazioni della vita: quella fuori dal collegio. E basterà poco tempo perché Mary si lasci traghettare dall’amore per Dio a quello per l’attore di teatro James Tyrone.

Ma l’amore, quando si dà prevalentemente come rifugio, rischia di divenire una prigione: che sia l’amore per Dio, che sia l’amore per un Uomo, che sia l’amore per il Teatro.

Una prigione che qui nella penetrante regia di Gabriele Lavia diviene concreta, tanto da invadere la scena e lo sguardo dello spettatore (la cura delle scene è di Alessandro Camera). Una prigione che circoscrive proprio l’habitat del soggiorno: il luogo della casa dedicato alla convivialità e all’accoglienza degli ospiti. Luogo del respiro sociale e dell’apertura alla relazione. 

La fitta nebbia che domina il paesaggio esterno, si specchia metaforicamente nella nebbia che abita il paesaggio interiore di casa Tyrone. Divenendo così protettiva da farsi ferrea: una barriera che ci si illude possa proteggere il nucleo familiare dall’esterno. E ciascun familiare dall’estraneità dell’altro. Una rigida coltre di nebbia che cela il dolore e lo smarrimento esistenziale che nessuno di loro riesce ad accogliere in se stesso. E nell’altro.

Con cruda eleganza il Lavia regista ci restituisce la consapevolezza di come la nostra umanità, tenda a difendersi dal dolore piuttosto che provare ad attraversarlo. Preferendo prenderne le distanze trincerandosi in prigioni evasive: qui la morfina per Mary, l’alcol e le donne per Jamie ed Edmund, il teatro per James Tyrone.

Un’umanità che si ammanta di quel grigiore che parla di un prudente distacco ma anche di tristezza, di noia, di solitudine: cromatismo emotivo di cui si tingono anche i costumi (la cura è di Andrea Viotti) e il mobilio. Un grigiore di cui la drammaturgia delle luci (di Giuseppe Filipponio) e delle musiche (curata da Andrea Nicolini) in sinergia con quella del suono (di Riccardo Benassi) rivela una insinuante inquietudine esistenziale.

Inquietudine e dolore che annebbiano anche la storia familiare dell’autore – il drammturgo Eugene O’Neill – che scopre però di avvertire l’esigenza di voler riaffrontare queste sue amare emozioni attraverso la scrittura: come in un “lungo viaggio” dentro se stesso, dentro le proprie “antiche pene”, dentro le sue eredità familiari.

Ne nasce questo suo “Lungo viaggio verso la notte” opera velatamente autobiografica, completata nel 1942 ma che O’Neill chiede di far pubblicare successivamente alla sua morte, avvenuta nel 1953. Un’opera scritta “con le lacrime e con il sangue” con la quale, alla fine, O’Neill riesce ad affrontare il suo vissuto familiare “con profonda pietà e comprensione e desiderio di perdono”.

Eugene O’Neill e Carlotta Monterey

Un risultato raggiunto anche grazie al “sostegno dell’amore e della tenerezza” della sua amata moglie Carlotta Monterey, alla quale offre in dono il manoscritto originale di questo dramma, in occasione del loro dodicesimo anniversario di matrimonio. 

Un testo, considerato una delle opere più importanti del teatro statunitense, che valse ad O’Neill il Premio Pulitzer nel 1957. 

Ed è d’incredibile interesse come, gia nelle disdascalie iniziali, l’indagine dell’autore attribuisca anima alla descrizione planimetrica dell’habitat familiare, metaforicamente rappresentante veri e propri habitat mentali; così come ricco d’anima è quell’elenco degli autori dei libri presenti in casa, quasi a voler anticipare allo spettatore il desiderare dei componenti di questa famiglia. E ancora, colma d’anima è l’attenzione nomenclatoria verso le caratteristiche morfologiche dei personaggi, in verità indizio delle diverse anime da cui gli stessi sono abitati.

Ne è un esempio l’attenzione dedicata alle spalle dei personaggi maschili: quelle spalle capaci di sostenere responsabilità, oppure di scrollarle via, com’è nel fare di Jamie (qui interpretato con efficacia da Jacopo Venturiero). Quel suo “lasciar perdere tutto e non affrontare niente” che invece non appartiene a suo fratello Edmund (qui un fascinosamente destrutturato Ian Gualdani), il secondogenito Tyrone così simile al temperamento acutamente nervoso della mamma Mary (una meravigliosamente vibrante Federica Di Martino).

Lei così convinta che “non abbiamo colpa di quello che la vita ci fa”. Perché tutto “accade prima che uno se ne renda conto, una cosa dopo l’altra, finché alla fine ci si ritrova diversi da come avremmo voluto essere. E si è perduta per sempre la nostra vera essenza”. 

Mentre di diverso avviso è invece suo marito James Tyrone (un maestosamente malinconico Gabriele Lavia) convinto che gli esseri umani possano “farsi da soli”, sostenuti dalla propria volontà e dalla propria ambizione. 

E per sottolineare questa dicotomia esistenziale, la regia di Lavia sceglie (di concerto con l’adattamento del testo ad opera di Chiara De Marchi, su traduzione di Bruno Fonzi) di aprire lo spettacolo attraverso una particolare citazione dell’Amleto di Shakespeare, con la quale James Tyrone interroga se stesso : 

Essere o non esser questa è la domanda

se sia più nobile nella mente soffrire
colpi di fionda e dardi d’atroce fortuna
o prender armi contro un mare d’affanni
e, opponendosi, por loro fine?

Morire, dormire…
nient’altro, e con un sonno dire che poniamo fine
al dolore del cuore e ai mille tumulti naturali
di cui è erede la carne: è una conclusione
da desiderarsi devotamente. Morire, dormire.

Dormire, forse sognare. Sì, qui è l’ostacolo,
perché in quel sonno di morte quali sogni possano venire
dopo che ci siamo cavati di dosso questo groviglio mortale
deve farci riflettere. È questo lo scrupolo
che dà alla sventura una vita così lunga
.

Una dicotomia esistenziale nella quale si fa strada anche quel “forse sognare”: un sognare, e quindi un desiderare inespresso che qui il suono esterno della sirena nella nebbia riattiva inquietantemente nei protagonisti. Metafora di un segnale inconscio che emerge proprio quando la visibilità del controllo si offusca. E allora cadono le ipocrisie. E ciascuno dice ciò che pensa più autenticamente. Per poi scusarsi. E subito dopo continuare a vivere d’ipocrisia.

Una reazione, questa, che coinvolge sia chi è “tremendamente sensibile” che chi è “senza nervi” : eredità, la prima, che Edmund riceve dalla madre e la seconda Jamie dal padre.

Un lascito esistenziale la cui ereditarietà O’Neill è interessato ad esplorare fin nei minimi dettagli. E che coinvolge intensamente l’indagare del Lavia regista, come già avvenuto anche nel suo precedente “Re Lear”. Ma lo stesso spettatore ne rimane suggestionato. Fino a spingersi a chiedersi se questo imprinting esistenziale che si riceve in sorte sia davvero solo da assecondare o se invece non sia più fertile onorarlo sartrianamente facendone qualcosa di diverso, di proprio e di unico.

Chiedendosi quindi se l’errore più grande non sia proprio quello di tradire il proprio desiderio, il proprio talento. “Non c’è niente di peggio che essere presi nel sogno di un altro” – affermava il filosofo Gilles Deleuze. Come accade qui ai due figli Tyrone: a Edmund, che si lascia prendere nel sogno di Jamie e a Jamie che, a sua volta, si lascia prendere nel sogno del padre. Nel quale quest’ultimo riesce a trascinare, indirettamente, anche sua moglie Mary.

Ma paradossalmente qui è proprio James Tyrone l’unico che difende (ostinatamente) il proprio desiderio: quello di fare teatro. E laddove non riesce a vivere di teatro, cerca di integrare attraverso l’acquisto (sprovveduto) di terreni. Una passione irrinuncibile la sua. E travolgente.

Ed è così che Gabriele Lavia, attraverso questo suo nuovo lavoro, fa dono allo spettatore di un’intensa “partecipazione esperienziale” : complice la generosa concertazione tra gli interpreti – Gabriele Lavia (James Tyrone), Federica Di Martino (Mary Tyrone), Jacopo Venturiero (Jamie Tyrone), Ian Gualdani (Edmund Tyrone), Beatrice Ceccherini (Cathleen) – tale da suscitare nel pubblico un profondo coinvolgimento emotivo.

Perché così è il Teatro. Come Lavia fa dire shakespearianamente al suo James Tyrone: “è il Teatro che ha fatto l’uomo quello che è”.

E’ il Teatro che ha scoperto l’umano.


Recensione di Sonia Remoli