– BÙBARO dei BÙBARI – regia Antonio Latella

GINESIO FEST 2026

Borgo di San Ginesio (MC)

27 Agosto

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Il mostro dei mostri, il diverso più diverso, il Bùbaro dei Bùbari, abita in una casa la cui porta non è chiusa a chiave. Anzi, è sempre aperta. E non ci sono chiavi. È come una fessura dalla quale, se entra terra, possono nascere fiori. 

Così, attraverso questa suggestione lirica, la drammaturgia di Carolina Balucani inizia col descrivere “la casa del diverso”, esemplificata da quella di due fratelli zingari. Ma cosa significa?

E chi è questo bùbaro dei bùbari? Questo sconosciuto che nel dialetto toscano rappresenta il barbaro che parla una lingua diversa, incomprensibile, fatta di quegli inquietanti “bu – bu” onomatopeici, di cui anche i due fratelli zingari – nei momenti di incomprensione più profonda – danno un’accattivante testimonianza?

Il Bùbaro dei Bùbari è una creatura limitrofa al cosiddetto “uomo nero”, che abita il nostro inconscio collettivo. E che viene ancora utilizzato dagli adulti per educare a obbedire con la paura i bambini, affinché non si fidino di tutto ciò che è “diverso da loro”.

Cifra dell’uomo nero, non a caso, è quella di vivere nei recessi nascosti della casa: sotto il letto, dentro gli armadi, in soffitta o in cantina. Spazi che rappresentano luoghi di confine tra il noto e il minaccioso, da temere, da evitare. Come quell’Ombra che junghianamente parla degli aspetti più oscuri della nostra psiche.

Attraversando la drammaturgia della Balucani – portata in scena dalla sempre sorprendente regia di Antonio Latella – ci si rivela, invece, come la presunta diversità dei due fratelli zingari, in fondo, non sia poi così lontana dalla cosiddetta normalità.

Ad esempio, soffrono proprio come noi. Per mancanza di attenzioni: quelle che ci permettono di formarci una solida autostima. Che spesso, proprio perché non solida, nascondiamo sotto magnifiche maschere che ci cuciamo addosso. Come gli sfavillanti costumi che qui Latella fa indossare ai due fratelli zingari, provando a farli uscire dallo stereotipo che li contraddistingue: quello della trascuratezza, dello sporco, del “tanfo” (la cura dei costumi é di Graziella Pepe). E avvicinando la loro essenza a quella di circensi o di pattinatori sul ghiaccio: legati come sono all’interpretazione, alla teatralità, allo spettacolo, alla complicità con il partner.

Ma anche a loro, come a noi, non basta scegliere di indossare un costume, per essere autentici.

Perché se è vero che l’autostima è un dono sociale – sono gli altri infatti che permettono il suo costituirsi e il suo rafforzarsi attraverso quell’attenzione piena di compassione capace di incoraggiare anche quando inevitabilmente succede di sbagliare – e’ vero anche che è necessario intraprendere un personale viaggio interiore, che porti a “fare amicizia con il proprio peggio”. Con il nostro “Bùbaro dei Bùbari”: tenendo la porta aperta, così che possa entrare – come in una fessura – quella terra da cui possono nascere fiori.

Non a caso il costume che la sorella zingara ruba a scuola – e poi sceglie di indossare nella fase finale dello spettacolo – è proprio quello di Biancaneve: di colei cioè che – pur osteggiata e confinata in una condizione mortificante – viene accolta, aiutata e sostenuta nel suo percorso interiore dalle bizzarre creature diverse e sotterranee dei sette nani. Rappresenti simbolici di quelle “diverse” parti della psiche umana, che chiedono di entrare e di essere integrate con le parti più razionali.

In una sorta di teatro nel teatro, la Balucani ci presenta questi due fratelli “nel proprio peggio”. Mentre mandano in scena, ad esempio, “le loro prove” per riuscire a destare la compassione della normalità, attraverso l’esibizione di (presunte) malformità fisiche.

Perché a volte capita che la normalità si senta disposta ad elemosinare attenzioni, se il diverso è menomato, e quindi meno pericoloso. E poi perché anche alla normalità capita di riconoscere di desiderare “recitare una parte”, manipolando le emozioni delle persone dalle quali desidera attenzione.

Ma allora, dove sta questa diversità così intoccabile, da rendere impossibile una loro comunicazione e una loro integrazione ?

La scenografia di Giuseppe Stellato lo rivela edificando, in eleganti lettere cubitali, la scritta: “sta cazzo di terra”. 

Gli zingari infatti non hanno una terra di proprietà. 

L’idea che per natura siano nomadi è un pregiudizio: la grande maggioranza delle persone Rom e Sinti (spesso definite impropriamente “zingari”) non è nomade.  Storicamente i loro progenitori – partiti dall’India settentrionale e arrivati in Europa per lavorare – per necessità, si spostavano: per potersi dedicare cioè a mestieri itineranti, come la lavorazione dei metalli, il commercio di cavalli, o l’intrattenimento. E non solo: le discriminazioni subite ovunque andassero, contribuirono anch’esse ad impedire loro di possedere terra e quindi di integrarsi.

Non a caso la scenografica scritta “sta cazzo di terra” si dà come una linea: come un confine. 

Alla base dell’atto fondativo di una città c’è infatti il paradosso del gesto geografico di tracciare un segno perimetrale. E’ lì che poi si erigeranno le mura, differenziando chi sta dentro da chi sta fuori: gli stessi dai diversi; i cittadini dagli stranieri. 

Motivo per cui la sorella zingara finge di zoppicare fuori, ma una volta varcato il confine del suo campo nomade smette di fingere: è tra simili, con suo fratello.

Un simile che – come tutti i simili – è anche diverso. Ad esempio lui – uno splendido Luca Ingravalle dall’esuberanza patriarcale – è molto chiuso in se stesso e tende a considerare la sorella una sua proprietà. Lei, invece – una Chiara Ferrara dal fascino tempestosamente delicato – è molto disponibile a relazionarsi con gli altri, anche se diversi. Tanto che il fratello – rimproverandola quando torna a casa senza aver guadagnato (segno per lui che ha “recitato in maniera poco credibile”) – a qualche livello non fa che riconoscerle di essere simile a coloro che deve manipolare, dicendole: “famme vede’ come fai la zingara!”. 

(ph. Ester Rieti)

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Lo stesso strappare via dal suo crescere libero sul suolo pubblico la pianta di ginestra, per confinarla in un vaso, rivela simbolicamente la comune tensione umana a fissare un confine intorno anche al più piccolo spazio di terra, nell’illusione di poterne meglio gestire il controllo.

Così come quando – edificando “un ponte clandestino” sulla linea telefonica del vicino – i due fratelli zingari spiano un uomo (da cui a specchio sono spiati) che ama così tanto il suo uccellino in gabbia, da non riuscire a lasciarlo libero neanche un po’. Ritrovandosi anzi a fantasticare macabre soluzioni per rendere il suo amore un possesso più sicuro.

Confortarsi di appartenere ad una terra chiusa in un confine, può non essere dissimile dal considerare l’amato una terra sulla quale edificare delle mura. Anche l’amante infatti può cadere nel paradosso di tracciare confini, che se – non osmotici – rischiano di ingabbiare l’amato.

(ph. Ester Rieti)

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Ma allora si può dire che esista qualcosa di davvero nostro?

Si può imparare un libero uso del proprio? 

“Il libero uso del proprio è la cosa più difficile” – sosteneva Hölderlin – in quanto rappresenta l’espressione più alta e impervia dell’esistenza. Non smettere di puntare verso questo obiettivo, richiede una continua ricerca esistenziale che comporta implicazioni socio-politiche: a partire dal desistere dall’educare alla paura del diverso. Ricerca nella quale il Teatro, da sempre, ci accompagna e ci sostiene.

(ph. Ester Rieti)

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Questo testo di Carolina Balucani portato in scena da Antonio Latella e interpretato da due generosissimi interpreti come Chiara Ferrara e Luca Ingravalle ne è un poetico e dilaniante contributo. Dalla temperatura emotiva così costantemente dionisiaca, da richiede una particolare partecipazione da parte dello spettatore.

Dioniso è infatti “lo straniero divino” – non riconosciuto come tale all’interno della sua famiglia e della sua città – portatore di un concetto di sacro che crea destabilizzazione nelle rigide regole civili e razionali della società greca. Nel mito, il re che rifiuta “il diverso” e tenta di reprimerlo, come Penteo finisce distrutto. Proprio perché distruttiva finisce per essere l’incapacità di accogliere e di integrare questa dimensione altra, che vive dentro la normalità dell’essere umano.

Quella dimensione altra, che qui è esemplificata dal Bùbaro dei Bùbari: la parte più fascinosamente oscura della nostra natura umana che – se non tagliata fuori dalla normalità – si rivela terra fertile, sulla quale possono nascere fiori.

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Recensione di Sonia Remoli

Recensione di WONDER WOMAN – di Antonio Latella e Federico Bellini – regia Antonio Latella

TEATRO VASCELLO

dal 15 al 18 Febbraio 2026

Aperto il sipario, nudo il palco, accese le luci in platea: tutto chiede autenticità.

Via le maschere, via le convenzioni sociali: tutto chiede vulnerabilità.

Occorre un ritorno all’origine del rito, agli elementi primordiali del teatro, attraverso un’esperienza sensoriale che ci connetta con la terra e con le sue forze spirituali.

Per contattare un livello superiore di espressione, da sentire sulla pelle e nello stomaco. 

Per affrontare il giudizio.

Rotta la barriera tra scena e pubblico per un’immersione totale dello spettatore nell’azione teatrale e la sua verità, le quattro interpreti entrano in mezzo al pubblico. E’ un’esperienza intima e collettiva: un gesto che rafforza il senso di comunità. L’interprete diventa il fulcro simbolico della rappresentazione, quasi un sacerdote che officia un rito. 

Inizia così quella che può definirsi una rievocazione teatralizzata della passione della ragazza peruviana, stuprata da un gruppo di ragazzi nel 2015 ad Ancona. E giudicata troppo mascolina, per poter essere oggetto del desiderio di stupro. Da istituzioni come timorose di prendere una posizione (“sei sicura?), da istituzioni come sopraffatte dalla stanchezza (“i soliti discorsi”). Un atteggiamento in fondo riproposto anche dai mezzi di comunicazione. E da un padre, che abbandona il tetto familiare.

Una “storia troppo vera per essere vera”.  

Una fertile rievocazione poi riassunta in 33 gironi, come il numero delle birre che i ragazzi si erano bevuti. Gironi, simili a vorticose stazioni di una via crucis. 

Giulia Heathfield Di Renzi

Le magnificamente umane quattro interpreti – Maria Chiara Arrighini, Giulia Heathfield Di Renzi, Chiara Ferrara, Beatrice Verzotti – riper/corrono infatti una narrazione oggettiva e soggettiva dei fatti e delle emozioni, incluso ciò che in essa c’è di più scandaloso, al di là dei dettagli sessuali.

Maria Chiara Arrighini

Una performance, la loro, dove la temperatura è sempre alta e in alcuni frangenti parossistica. Una narrazione che diventa provocazione e denuncia. Una descensus ad inferos che non smette mai, neanche per un attimo, di immaginare una risalita. Un modo coraggioso – e non “scaltro” – di stare al mondo.

Anche se “il coraggio oggi è vergognoso”.

Beatrice Verzotti

E l’effetto sullo spettatore è straziante. Ma paradossalmente anche energizzante. Come se, dopo aver ricevuto un pugno nello stomaco, da qualche parte iniziasse a salire un’energia limpida, fiera, coraggiosa, audace. Da eroina, da amazzone. Da Wonder Woman.

L’iconica super eroina creata da William Moulton Marston e scelta da Antonio Latella e Federico Bellini per riflettere e parlare della necessità che abbiamo oggi di super eroi. Lo spettacolo Wonder Woman fa parte infatti di una trilogia – insieme a Zorro e a I tre moschettieri – che s’interroga su che cosa significhi oggi essere dei super eroi .

Chiara Ferrara

Un habitus quello di Wonder Woman che parla dell’attuale necessità di sentirsi comunità civile e del nostro bisogno di difendere la verità. Riscoprendo la capacità di rialzarsi, dopo essere stati “spezzati”, considerandosi, nonostante tutto, “ancora preziosi”. 

Insieme a questa ragazza, e alle quattro interpreti che le restituiscono “le parole per dirlo”, ci si sente come guerriere che “hanno imparato a tagliare e a cucire” e che di questo ora si vestono e si caricano: dell’aver trasformato in monili, le ingiustizie subite (la cura dei costumi è di Simona D’Amico) e dell’aver convertito un sopruso e la relativa reazione di difesa in un combattimento scenico, in una danza (la cura dei movimenti è affidata a Francesco Manetti e a Isacco Venturini) .

(ph. Andrea Macchia)

Una cerimonia sacra: calibrata e sensuale, il cui punto di forza è quella lingua protesa che ricorda la lingua dalla bruciante vitalità trasformativa della dea Kali. Una lingua che si fa canto corale: pronunciato in italiano, in peruviano e nel silenzio che accoglie tutte le lingue, “… siamo il grido altissimo e feroce di tutte quelle donne che più non hanno voce”. 

Cardiaca e viscerale la drammaturgia di Antonio Latella e Federico Bellini, così come la restituzione scenica di Latella, accompagnata dalla tessitura drammaturgica delle musiche e del suono di Franco Visioli: un necessario momento di riflessione, di sdegno e di coraggio per “fare il punto” su qualcosa di inaccettabile, che tutti ci riguarda.

“Con un filo si può lasciare un segno, con un ago si può ricamare il tempo”. 

Come quel filo rosso sul proscenio: con il quale le interpreti ci invitano a lasciare un segno, che vada al di là del palco, al di là dell’esperienza di una sera. 

Perché, come ci hanno dimostrato, è con un filo (un insieme di gesti e di parole) e con un ago (il coraggio) che si può ricamare il tempo. Così da contribuire a far emergere la verità. 

Un po’ come il lazzo di Wonder Woman.

Chiara Ferrara, Beatrice Verzotti, Maria Chiara Arrighini, Giulia Heathfield Di Renzi




Recensione di Sonia Remoli

Recensione LA LOCANDIERA di Carlo Goldoni – regia di Antonio Latella

TEATRO ARGENTINA, dal 17 al 28 Aprile 2024

Che cos’è che ci rende “differenti”? Cioè speciali, unici ?  

Che cos’è “quel qualcosa in più” che alcune persone hanno, ma che è così difficile definire? 

Può essere una facile disponibilità economica, come quella di cui si avvale il Conte D’Albafiorita? Forse i titoli onorifici del Marchese di Forlipopoli ? Oppure l’essere immuni dal fascino femminile, di cui tanto si vanta il Cavaliere di Ripafratta? 

Insomma cosa “vale” davvero nella vita di un uomo, così come nella vita di una donna ?  

Ciò di cui ci parla Goldoni – proponendoci un’analisi della sua epoca – non è distante da quello che accade anche oggi. Ma tra noi si sta diffondendo un pericoloso atteggiamento: stiamo perdendo interesse ad “essere differenti”, preferendo essere il più possibile gli uni simili agli altri.

  Sonia Bergamasco (la Locandiera) e Valentino Villa (Fabrizio)

E che tipo di “differenza” è quella che rende così unica la Locandiera? 

Il suo “valore” pare essere quello di disporre di un’arte che non è finzione; di una capacità di muoversi tra educazione e provocazione. Di una consapevolezza a saper distinguere tra desiderare e possedere; tra donare e comprare. Un saper distinguere, il suo, tra questioni d’affari e questioni d’amore; tra amore e manipolazione. Un personaggio modernissimo, già nel  ‘700: una donna curiosa, dal carattere complesso e intrigante. 

E cosa succede quando uomini di diversa estrazione sociale – e dal diverso vissuto – incontrano una donna così consapevole delle proprie esigenze, così come di quelle maschili? 

Succede che di fronte alla complessità dell’animo femminile gli uomini perdono l’orientamento, come succede al conte e al marchese. Oppure fuggono, come fa il cavaliere. 

Lo diceva già Socrate nel Simposio di Platone che le uniche a sapere di “ta erotika”, ovvero delle cose dell’amore, sono le donne. Gli uomini possono apprenderle da loro, perché le donne per natura, costituzionalmente, sono dotate di una particolare dimestichezza con la dimensione del “due”, cioè della relazione. 

Ludovico Fededegni (il Cavaliere di Ripafratta) e Sonia Bergamasco (la Locandiera)

La psiche maschile invece per natura, costituzionalmente, tende a restare ferma nella dimensione solipsistica dell’ “uno”. Non a caso i tre ospiti della locanda s’interrogano su “quel qualcosa in piú” della Locandiera: che “incatena” e che “incanta”. Lei sa far uso di un diverso potere della parola.

Una commedia questa – annuncia Goldoni – “la più morale, la più utile e la più istruttiva”: una commedia che osa parlare di cosa significa “amare”, davvero. Disponibilità umana ben più complessa di quella dello sposarsi. 

Una disponibilità che lascia disarmata anche la Locandiera, quando il gioco che credeva di condurre la sorprende ad essere condotta. E perde i sensi. 

Un incantesimo di cui il regista Antonio Latella ci fa arrivare pervasivamente il sentore attraverso la seduzione sprigionata dalla complice sinergia tra la drammaturgia delle luci (affidata a Simone De Angelis), la drammaturgia acustica (curata dall’alchimista Franco Visioli) e quella della prossemica. 

Ludovico Fededegni (il Cavaliere di Ripafratta) e Sonia Bergamasco (la Locandiera)

E’ l’elogio della potenza erotica del disarmarsi: inizia il cavaliere ma la locandiera lo segue, lei che ora davvero arriva a perdere i sensi spingendosi ben al di là di una sterile strategia seduttiva.

E’ l’atto d’amore di un amante che, proprio come descritto da Platone, ha cura di far riemergere la sua donna dalla follia in cui si sono calati. Metafora mirabilmente visualizzata attraverso la cura che il cavaliere ha nel sollevarla da terra per appoggiarla su un piano superiore, il tavolo. Per poi lasciare che il rimanente percorso di risalita dal sacro della follia amorosa lo porti a termine la musica: la sua musica, quella da lui interpretata con l’armonica a bocca. Complici gli ombrosi accordi al basso di un cupido a loro servizio (un polimorfo Gabriele Pestilli). Una scena di mirifica bellezza. 

  Gabriele Pestilli (il servitore), Sonia Bergamasco (la Locandiera) e Ludovico Fededegni (il Cavaliere di Ripafratta)

Acuta è stata la sensibilità di Antonio Latella nel riproporre pressochè fedelmente questo testo, declinandolo in una variazione registica più vicina ai nostri tempi (di Linda Dalisi il contributo di dramaturg). 

Uno sguardo registico gravitante intorno al tema dei “costumi”: intesi non tanto come abiti e ambientazioni ma soprattutto come “habiti” ovvero inclinazioni, capaci di accogliere e valorizzare o meno “le differenze” che ci caratterizzano.   

Antonio Latella, il regista

Campeggia sulla scena, alludendo alle pareti della locanda, un fondale in legno: una materia viva, in continuo movimento (le scene sono di Annelisa Zaccheria).

A decorarlo sembrano dei rilievi simili a cornici che, a ben guardare, ricordano più i percorsi di un labirinto. Indicazioni raffinate e visivamente efficaci che ci parlano dell’avventurosa disponibilità che si richiede al nostro stare al mondo. Di cui la locanda è un microcosmo. 

Giovanni Franzoni (il Marchese di Forlipopoli), Francesco Manetti ( il Conte D’Albafiorita), Marta Pizzigallo (Dejanira) e Marta Cortellazzo Weil (Ortensia)

E’ infatti il luogo dove varie possono essere le forme di risposta agli incontri, che la locanda si rende disponibile ad ospitare.

E’ il significato racchiuso nel gioco dello shangai, di cui con sagacia Latella si serve per parlarci di cosa sta avvenendo dentro alcuni personaggi. Perché quello che forse “vale” davvero  – e quindi fa la differenza – é la nostra disponibilità ad entrare in relazione con l’altro, al di là di facili forme di manipolazione. “Vale”, fare la propria mossa senza arrecare danno: quell’avvicinarsi all’altro con rispetto, mantenendo sane distanze. 

Non a caso Latella veste la sua locandiera con un abito che non è una divisa omologante bensì la femminile espressione della sua particolare scelta di impostare creativamente il lavoro ( i costumi sono curati da Graziella Pepe).

Sonia Bergamasco (la Locandiera) e Giovanni Franzoni (il Marchese di Forlipopoli)

Delle decorazioni onorarie tanto amate dal Marchese di Forlipopoli (un efficace Giovanni Franzoni) qui restano quelle della decorazione a jacquard del suo maglione “iper protettivo”. Dal quale però, con il procedere degli eventi, risulterà disponibile a separarsi, optando per la fresca leggerezza di un tailleur in lino.

Il Conte D’Albafiorita (un insinuante Francesco Manetti), ebbro del recente essersi arricchito, si veste qui sfoggiando un outfit griffato. Anche lui “muterà pelle” poi, indirizzandosi verso un tailleur: l’importante è che non passi inosservato.

Giovanni Franzoni (il Marchese di Forlipopoli), Francesco Manetti ( il Conte D’Albafiorita), Marta Pizzigallo (Dejanira) e Marta Cortellazzo Weil (Ortensia)

E poi il Cavaliere di Ripafratta (un irresistibile Ludovico Fededegni) che si vanta del suo saper rinunciare al femminile calore, qui evita di rimanere stretto tra i lacci di confortevoli calzature. Ma non riesce a fare a meno di recuperare quel calore disperso attraverso un coprente paltò. Di cui poi, una volta preda delle fiamme dell’amore, saprà alleggerirsi.

Sonia Bergamasco (la Locandiera) e Ludovico Fededegni (il Cavaliere di Ripafratta)

Fabrizio il cameriere della locanda (uno stoico Valentino Villa) e’ un po’ il motore immobile della situazione: tutti sanno che c’è e che ha un suo potere, quello di saper aspettare. Forte del fatto che sa di incarnare il ruolo del pretendente predestinato dal padre a futuro marito di sua figlia.

Marta Cortellazzo Weil (Ortensia) e Marta Pizzigallo (Dejanira)

Le due ospiti femminili della locanda, Ortensia (un’esuberante Marta Cortellazzo Wiel) e Dejanira (una Marta Pizzigallo incantevolmente subdola ), nonostante il loro presentarsi vestite di abiti “da finzione nella finzione” si nutriranno delle fertili dinamiche offerte dalla locanda, trovando così il coraggio di essere se stesse.       

Ludovico Fededegni (il Cavaliere di Ripafratta), Sonia Bergamasco (La locandiera) e Valentino Villa (Fabrizio)

Sonia Bergamasco é la Locandiera esatta per lo sguardo registico di Antonio Latella: incarna  – al di là del suo aspetto angelico – tutta la magnifica complessità della psiche femminile. E la restituisce con un dosato equilibrio, che sa includere un folle e fragile disequilibrio. E’ epifanica e dannatamente femmina, come solo chi non sa di esserlo, é. E si dà rompendo continuamente i piani e facendo parlare, senza filtri, ora le viscere, ora la mente. Ma poi le si accende anche il cuore. E l’inaspettato rifiuta la logica linguistica. Solo alcuni gesti involontari possono venire in soccorso della comunicazione.  Ed è stupefacente vedere come il suo corpo agisca anarchicamente rispetto alle parole della logica, confidandoci quanto sia irrinunciabile per lei separarsi dal cavaliere. Ed è straziante constatare quale e quanta disperata tattile carnalità lei riesca ad esprimere attraverso la “terza pelle” di lui: il suo paltò. 

Sonia Bergamasco (la Locandiera)

Uno spettacolo dalla potenza alchemica, che ci invita a scoprire e a valorizzare  quella “differenza” che parla di “chi siamo”.  E che può emergere da “un processo di cottura” dei nostri pregiudizi, che rendono indigeribile la nostra identitá.

Perché questo significa “realizzarsi”, avere un valore. Il proprio e insostituibile.

Un valore da difendere, nel rispetto di quello dell’altro. 


Recensione di Sonia Remoli

Recensione dello spettacolo IL SUPERMASCHIO – regia di Marco Corsucci

L’ Accademia Nazionale d’Arte Drammatica Silvio D’Amico alla Pelanda

LA PELANDA – Mattatoio – 27 Aprile 2023 –

PROVA APERTA

Tutor del progetto: Antonio Latella

Regista: Marco Corsucci

Interprete: Andrea Dante Benazzo

Dramaturg: Federico Bellini Scena: Giuseppe Stellato Luci: Simone De Angelis Suono: Federico Mezzana Video: Igor Renzetti Consulenza costumi: Graziella Pepe Fonico: Akira Callea Scalise Sarta di scena: Loredana Spadoni Direttore di Scena: Alberto Rossi


Lo spettacolo è vincitore “ex-equo” del Premio Andrea Camilleri 2022

indetto dall’Accademia Nazionale d’Arte Drammatica “Silvio D’Amico”

e debutterà in prima nazionale il 30 giugno 2023 al 66° Festival dei Due Mondi di Spoleto


In un’interessante costruzione di “teatro nel teatro”, il regista Marco Corsucci fa del pubblico gli invitati alla riunione che il “suo” André, protagonista del romanzo “Il Supermaschio” di Alfred Jarry, convoca per parlare d’amore.

Ma non è un “simposio” platonico: qui si parla solo di capacità prestazionali. Solo maschili. Solo di un’ élite di “atleti”.

Ma non solo: in una geniale struttura che si articola per cerchi concentrici, dal sapore di un esperimento ma anche di un documentario oltre che di una rappresentazione di teatro nel teatro, chi ci accoglie e fa gli onori di casa, “invita” coloro tra noi che sono di genere femminile, o che tali si sentono, a prendere posto in un determinato settore della sala, metaforicamente anche mente del protagonista: quello di sinistra, luogo mentale dove dominano le funzioni di calcolo. Fuori da ogni contaminazione emotiva, ciò su cui ci si deve concentrare è esclusivamente il calcolo delle prestazioni.

Come se non bastasse collocare il pubblico femminile in un emisfero della mente del protagonista “scomodo” al femminile ma propio per questo meno pericoloso, anche prossemicamente le femmine sono coinvolte nella riunione stando “al di là” della realtà rappresentativa. Ciò che i maschi vedono “dal vivo”, loro lo vedono indirettamente.

O non lo vedono affatto: come avviene per la prova “atletica” dei coiti multipli. Quella da record. Quella solo da maschi. Di maschi. A loro è permesso (solo) “ascoltare”. Sì sa: gli uomini vivono con gli occhi. Le donne, però, sanno usare molto bene anche le orecchie: organo di senso dalla potente densità shakespeariana, capace di dare carne all’immaginazione. E possono “leggere” l’espressività non verbale degli invitati maschili.

E quindi ciò che voleva essere “un confinio” finisce per essere, forse, un’accattivante modalità di esperire.

Ma ciò che è davvero importante è celebrare l’apoteosi del Supermaschio: un maschio che è “super” ma teme la diversità femminile; un maschio che è “super” ma vive solo di approvazione. Un maschio che è “super” perché non si vuole “contaminare” con lo sporco insito nelle emozioni che danno una continua mutevole forma all’amore. E quindi non si specchia. Con l’ Altro.

Il Supermaschio, come il migliore dei meccanismi, è ricco in prestazione ma privo di passionalità, di carattere, di umanità. È un deserto.

Ma qui arriva un altro spiazzamento: il Supermaschio di Marco Corsucci è un candido. Quasi un alieno dal male, anche quando lo fa. E brilla in naturalezza il “suo” dolce e ingenuo André: l’interprete Andrea Dante Benazzo.


Recensione di Sonia Remoli

Recensione dello spettacolo CIRANO DEVE MORIRE di Leonardo Manzan e Rocco Placidi – regia di Leonardo Manzan

TEATRO VASCELLO, Dal 22 Novembre al 4 Dicembre 2022 –

– Spettacolo vincitore del Bando Biennale College indetto dalla Biennale Teatro di Venezia 2018 –

Ci aspettano: abitano una “costruzione” edificata in un teatro nudo, dove tutto è a vista, senza le “omissioni” delle quinte (le scene sono di Giuseppe Stellato). Debbono dirci qualcosa: vogliono “mettere a nudo” una storia. Quella sul triangolo amoroso tra Cyrano-Rossana-Cristiano. È la prossemica che hanno scelto per aspettarci a parlarcene: Rossana in alto, al vertice di quel triangolo di cui Cyrano e Cristiano sono i due angoli alla base.

Scena di “Cirano deve morire” al momento dell’ingresso in sala dello spettatore

Ma questa volta è ad una narrazione “politicamente scorretta” che dobbiamo prepararci: fuori da ogni perbenismo e da una visione manichea che distingua nettamente il bene dal male. Fuori da soluzioni confezionate. Univoche. Ingannevoli. Complice un disegno luci spregiudicato: un insieme di raggi fendenti e penetranti come spade (disegno di Simone De Angelis, esecuzione di Giuseppe Incurvati). 

La riscrittura del “Cyrano de Bergerac” di Edmond Rostand ordita dal talentuoso regista Leonardo Manzan, affiancato nella drammaturgia da Rocco Placidi, mette alla prova i consolidati equilibri che sorreggono la celebre storia, osando andare oltre i confini di certi codici “omologanti”.

Leonardo Manzan, il regista di “Cirano deve morire”

Qui si sposa il punto di vista di Rossana (una poeticamente accattivante Paola Giannini), unica sopravvissuta alla storia e che di questa pesantezza non fa più un ingombro ma l’occasione per uno sguardo nuovo: dall’ “alto” della sua posizione e con il conquistato distacco, tutta la storia può essere rivista.

Paola Giannini, la Rossana in “Cirano deve morire”

È quella di Manzan una Rossana che ammicca all’arguta “Locandiera” di Goldoni, risoluta nello scendere in campo per ribellarsi alla “solita” narrazione che fa di Cyrano solo il simbolo dell’ eroe allergico all’ipocrisia e di Cristiano un delizioso sfortunato. Scopriremo, dal suo punto di vista invece, come Cristiano (un magnetico Giusto Cucchiarini) sia l’esempio del “bello che non balla”

Giusto Cucchiaini il Cristiano in”Cirano deve morire”

e Cirano (il poeta maledetto Alessandro Bay Rossi) un uomo che della propria diversità fisiognomica fa un muro dietro al quale trincerarsi. Un po’ come canta Roberto Vecchioni nella sua “Rossana Rossana”: “Col cuore dentro il naso … nelle mani soltanto stelle rotte, l’ombra perduta tra i rami…che brutta eternità desiderarti e non averti mai…aprivo solo la bocca, facevo finta forte e ti ho bagnato d’amore” .

Alessandro Bay Rossi, il Cirano in “Cirano deve morire”

Insomma un Cirano che si blocca ad una (apparentemente) generosa simbiosi con Cristiano, dove quella che chiamano “finzione” si riduce ad una “minzione”. Un uomo, Cirano, che non va oltre la sublimazione inchiostrata delle proprie emozioni. Ma l’inchiostro “si secca” e non produce nulla di fertile. Da qui il titolo iconoclasta: “Cirano deve morire”.

Perché scrivere “ti amo” vale solo se è il momento che anticipa il “segno” di un gesto intrepido. Perché in realtà a Cirano non manca tanto la bellezza, quanto la capacità di “perdere il controllo” e di misurarsi con la follia dell’amore. Che non fa sempre rima.

Efficace poi la scelta di tradurre e veicolare questa nuova “weltanschauung” attraverso la musicalità metrica e l’attrazione per le rime caratteristiche del linguaggio rap. Naturale effetto di questa nuova traduzione è che il lavoro assuma la modalità di un “concerto”, di un gareggiare musicale: un concept album supportato dalle musiche originali del dj Filippo Lilli direttamente sul palco. Raffinatissimo e molto efficace il contrasto antico-moderno dei costumi (sono curati da Graziella Pepe).

Il cast di “Cirano deve morire” con il dj Filippo Lilli

Una prova di teatro coraggiosamente interessante, costruita senza l’ossessione di andare incontro al beneplacito della critica.

Un nuovo orizzonte quello aperto da Leonardo Manzan, che sa portare a “singolar tenzone” teatro e musica rap.


CIRANO DEVE MORIRE

di Leonardo Manzan, Rocco Placidi
regia Leonardo Manzan
con Paola Giannini, Alessandro Bay Rossi, Giusto Cucchiarini 
musiche originali di Franco Visioli e Alessandro Levrero eseguite dal vivo da Filippo Lilli     

fonico Valerio Massi

luci Simone De Angelis eseguite da Giuseppe Incurvati 

scene Giuseppe Stellato 

costumi Graziella Pepe

produzione de La Biennale di Venezia nell’ambito del progetto Biennale College Teatro – Registi Under 30 con la direzione artistica di Antonio Latella
produzione nuovo allestimento 2022 La Fabbrica dell’Attore – Teatro Vascello, Elledieffe, Fondazione Teatro della Toscana


Recensione di Sonia Remoli