L’essenza

TEATRO PORTA PORTESE, dal 25 al 26 Febbraio 2023 –

In principio era la Musica: l’arte che trasporta l’anima ben oltre i sensi. È lei la prima ad entrare in scena, attraverso l’appassionata sensibilità di Alessandro Fea che si esprime alla chitarra, ai synt e ai loops. È lei che sceglie una prima direzione, che segna il passo. È lei che introduce la performance sul palco avviandoci propedeuticamente all’immersione nell’ascolto.

 Alessandro Fea all’apertura dello spettacolo “L’essenza”

Dal suono musicale si origina il suono della parola: quella di Giancarlo Testa voce narrante maschile di Eleonora, la protagonista. Il suo alter ego. È una narrazione mimica la sua, dove le parole sembrano prendere corpo, peso, densità. Ci rivela che Eleonora sta affogando in una profonda crisi e che nessuno riesce a capire il suo disagio. Nemmeno lei stessa. Ma un giorno, inaspettatamente, mentre Eleonora sta correndo lungo il fiume, succede qualcosa: vive una difficoltà respiratoria. Istintivamente Eleonora cambia traccia musicale, così come si cambierebbe un farmaco. Perché la musica ha questo potere terapeutico. Si manifesta allora, quasi come in un’epifania, la foto di Patty Smith e “la prescrizione” di una traccia musicale: “Dancing Barefoot”.

 

In Annalisa Eva Paolucci (Eleonora) tutto vive. Tutto sa come prendere la propria forma: quella più autentica. È la sua passione a modellarle le mani, lo sguardo, la voce. E fluisce, raffinata e selvaggia, portata dal ritmo. Anche nei piani d’ascolto, quando a parlare è il suo alter ego, i suoi pensieri: sappiamo così che Eleonora arriva ad una prima consapevolezza, quella di prendersi del tempo tutto suo per un viaggio.

Annalisa Eva Paolucci (Eleonora)

È stata la musica a suggerirglielo e lei ha aderito. Come si fa con la propria essenza. Ed è connessione. Rinascita. L’inizio di un viaggio dentro e fuori se stessa che, come tutti i veri viaggi, non è mai lineare. Perché ciò che veramente conta non è raggiungere una meta definitiva ma “stare nel viaggio”, nella ricerca.

E, come per osmosi, anche lo spettatore, magicamente attirato nella narrazione uditiva, parte per il “suo” viaggio. Ed è totale abbattimento della quarta parete: palco e platea sono un tutt’uno.

Giancarlo Testa (alter ego di Eleonora), Annalisa Eva Paolucci (Eleonora) e Alessandro Fea (autore, regista e musicista)

Una splendida esperienza musicale e teatrale che si origina dalla fertile sinergia tra un testo avvincente (quello di Alessandro Fea) che fa della condizione umana un’affascinane avventura; una regia (sempre di Alessandro Fea) che nella sua essenzialità “confeziona” uno spettacolo ricco di suggestione e la complicità di due interpreti Annalisa Eva Paolucci e Giancarlo Testa che sanno farsi musica prima che parola. Perchè il suono “ci arriva” prima di ogni altro stimolo. Così Alessandro Fea mi ha spiegato nell’intervista che ha preceduto lo spettacolo.

Leggi l’intervista.

Mirrors

TEATRO BIBLIOTECA QUARTICCIOLO, 24 Febbraio 2023 –

Chiedere a qualcuno di definirsi non è mai facile. A meno che non ci si accontenti di nascondersi dietro a delle “etichette”. Se si è adolescente, poi, la confusione è normale che regni sovrana. La verità più difficile da accettare è che possiamo raccontarci solo attraverso gli altri.

Una scena dello spettacolo “Mirrors” di Emilia Martinelli

I due adolescenti in scena, Alex e Alix, non lo sanno ancora ma lo hanno comunque intuito. Alix, infatti, il cui vero nome è Alice, ha sentito il bisogno di ri-nominarsi perché le andava troppo stretto “ereditare” un nome carico solo delle aspettative dei suoi genitori (che adoravano “Alice nel Paese delle Meraviglie” e fantasticavano una figlia che le somigliasse).

Jessica Bertagni (Alix) in una scena dello spettacolo “Mirrors” di Emilia Martinelli

In verità, il nome che abbiamo e che sembra essere così identificativo (non a caso lo chiamiamo nome “proprio”) identifica i desideri che gli altri (i nostri genitori) hanno avuto su di noi, nell’attenderci. Alix non lo sa ma sente l’esigenza di tramutare il nome ricevuto, in un nome “più vago, meno definito” – dice lei – nel quale potersi muovere con un po’ più di respiro.

Michele Breda (Alex) e Jessica Bertagni (Alix) in una scena dello spettacolo “Mirrors”

E in effetti (solo) questo è in nostro potere: fare qualcosa di personale di quello che gli altri ci hanno dato (il nome, la vita). Alex, uomo e quindi dalla mentalità più lineare, pensa di potersi raccontare parlando di ciò che gli piace e di quello che non gli piace. Gli piace la musica, soprattutto, perche copre o riempie (almeno per un po’) quel rumore bianco che lui associa al silenzio e che tanto lo inquieta. Ma soprattutto gli piace mangiare. Insomma entrambi, con percorsi diversi, hanno intuito che quel qualcosa che ci “definisce”, quel “quid” che ci permette di raccontarci in maniera autentica, fa capo ai nostri desideri.

Michele Breda (Alex) e Jessica Bertagni (Alix) in una scena dello spettacolo “Mirrors” di Emilia Martinelli

Ciò che facciamo in nome del nostro desiderio ci rappresenta. Ma ciò che ci fa esistere davvero è essere l’oggetto del desiderio degli altri. Chi non ci considera, ci rende invisibili. E i ragazzi lo sentono moltissimo. I due attori della Compagnia “Fuori Contesto” Jessica Bertagni (Alix) e Michele Breda (Alex) brillano in autentica naturalezza nel rimandarci desideri, incertezze e timori propri dell’adolescenza. Facendo luce sul diverso modo di reagire insito nella natura femminile e in quella maschile, sanno raccontarci di quel “senso di vuoto” così difficile da colmare.

Michele Breda (Alex) e Jessica Bertagni (Alix) in una scena dello spettacolo “Mirrors” di Emilia Martinelli

Finendo poi, insospettatamente, ad intuire che in realtà è preferibile non colmare completamente quell’ impellente “senso di vuoto”, perché è proprio da lì che si origina il piacere solleticante della curiosità, della ricerca. Questo dichiara quella “tavolozza di colori emotivi” di Alix: lei che, alla richiesta del compito in classe di argomentare il titolo “chi sono?”, curiosando proprio nel suo vuoto, sceglie di parlare della ricerca della propria identità collegandosi al passaggio che avviene tra “Alice nel Paese delle Meraviglie” a “Alice attraverso lo specchio”.

Michele Breda (Alex) e Jessica Bertagni (Alix) in una scena dello spettacolo “Mirrors” di Emilia Martinelli

Ed è interessantissimo scoprire come la mentalità lineare maschile porta invece Alex a rispondere al titolo dello stesso tema attraverso “una fotocopia” della propria carta d’identità. Lui preferisce raccontarsi con ciò che risulta misurabile; lei invece attraverso l’incommensurabile. Comune, invece, è il bisogno di musica: di un linguaggio più immediato, col quale legarsi quasi in simbiosi.

Emilia Martinelli, la regista dello spettacolo “Mirrors”

Di questo spettacolo profondo e insieme godibilissimo non può non apprezzarsi la scrittura e la regia di Emilia Martinelli, capace di proporre un affresco accurato di una stagione della vita che non è anagraficamente confinabile. Per rimanere vivi: continuando a “capovolgere i nostri pensieri” . Al termine dello spettacolo non sorprende scoprire il fatto che questo progetto sia risultato vincitore al bando “In Viva Voce” promosso da ATCL. Uno spettacolo realizzato partendo da una ricerca sul campo, che ha coinvolto circa 300 adolescenti delle scuole e dei laboratori di teatro, condotti a Roma, dalla regista della compagnia.

Il Teatro della Biblioteca Quarticciolo

Il Teatro Biblioteca Quarticciolo traboccava di presenze e di energie vivissime e diversissime tra loro ma tutte accomunate dall’esigenza di rimanere incollate alla narrazione sulla scena. Nessun telefonino è riuscito a rovinare questo incanto. 

Lo spettacolo replicherà:

– il 28 febbraio con un matinée al Teatro Comunale R. Falk di Tarquinia

– a Marzo nelle scuole della Regione Lazio.


Movimento scenico Chiara Casciani ed Emilia Martinelli

I ragazzi e le ragazze nei video: Viola Bufacchi, Elsa Ceddia, Lukman Cortoni, Alessio Falciatori, Anna Profico, Daniele Prosperococco.

Assistente alla regia Carlotta Solidea Aronica

Scenografie digitali e grafic design Luigi Vetrani

Video ragazzi e ragazze, stage mapping e mixer video live Stefano Fiori

Disegno luci David Barittoni

Realizzazione oggetti di scena Vasco Araldi

Produzione: Compagnia Fuori Contesto, Hubstract Made for Art

Con il contributo della Regione Lazio


Una pura formalità

TEATRO MARCONI, dal 23 al 26 Febbraio 2023 –

È un punto di fuga decentrato la vita, per noi che ci ostiniamo a passare gli anni che ci vengono concessi in sorte a “ricordare ciò che c’è da cancellare“. Con queste parole Giuseppe Tornatore sceglie di suggellare la chiusura dell’omonimo film al quale questa riduzione teatrale, diretta dal regista Roberto Belli, si ispira.

Scena finale del film “Una pura formalità” di Giuseppe Tornatore

E affida “la rivelazione” contenuta in esse al modulare “decentrato” del canto di Gerard Depardieu:

Ricordare,

ricordare è come un po’ morire

tu adesso lo sai perché tutto ritorna, anche se non vuoi

E scordare,

e scordare è più difficile

ora sai che è più difficile, se vuoi ricominciare…

(“Ricordare”, testo di Giuseppe Tornatore, musica di Ennio Morricone)

Intenzione del titolo, infatti, è quella di indurci, provocatoriamente, a pensare che la morte (così come la vita) non sia altro che una pura formalità agevolmente espletabile. Qualcosa di noioso magari, ma estremamente pulito, lineare. Così semplice e innocuo da divenire quasi inconsistente.

Roman Polanski e Gerard Depardieu in una scena del film “Una pura formalità” di Giuseppe Tornatore

Ma è davvero così ? E se invece fosse qualcosa di vischiosamente fangoso e pesantemente rammollito da una pioggia insinuante, ossessiva e disorientante ? Un diluvio che col tempo si modula in una sorta di stillicidio ? Stillicidio che, non a caso, abita davvero la scena (curata da Eleonora Scarponi): reali perdite d’acqua, infatti, s’insinuano dall’alto e, provvisoriamente convogliate in secchi, regalano al clima drammaturgico una sinistra e suadente musicalità dalla scomposta grazia.

Una delle scene iniziali del film “Una pura formalità” di Giuseppe Tornatore

Claudio Boccaccini, che siamo soliti conoscere e riconoscere dalle “regie di luce” che caratterizzano i suoi spettacoli, qui è anche l’interprete di Onoff, uno scrittore profondamente in crisi che una notte si ritrova a correre, vagando disorientato, sotto un diluvio di pioggia. Da qui prende avvio lo spettacolo. E desta grande stupore, una meraviglia che ammutolisce, l’intima adesione che Boccaccini riesce a trovare per “farsi personaggio”,  restituendoci tutta la grandezza epica di “un mito” in decadenza capace ancora, tuttavia, d’illuminarsi di una metafisica aura ieratica. E ci commuove. Profondamente. E proprio nel momento in cui riesce a farci mollare ogni resistenza, ci identifichiamo in lui. Nel suo destino, che è anche il nostro. Ed è catarsi.

Claudio Boccaccini è Onoff

Complice di tale incantesimo è anche quell’intesa profonda che riesce ad instaurare con un Commissario qual è quello interpretato da un elegante e calibrato Paolo Perinelli, dalla capacità maieuticamente socratica di “tarare” ciò che non serve. Sarà infatti attraverso l’arte di fare domande (solo apparentemente da Commissario di polizia) che permetterà il parto narrativo ed esistenziale di Onoff, costringendolo a riflettere sulla portata di quei concetti dati erroneamente per scontati e sulle contraddizioni in essi serbate.  Perché solo eliminando il troppo e il vano da ciò che Onoff pensa (e che ha deciso di ricordare), potrà aiutarlo nel conquistare una nuova, autentica e “centrata” consapevolezza di sé. 

Paolo Perinelli (il Commissario)

E da spettatori ci si ritrova ad immaginare che forse sarà su questo che, dopo la nostra morte, una volta condotti in una Stazione di Polizia-Purgatorio, qualcuno ci farà riflettere: su come va cercata la nostra autentica verità. 

Andrea Meloni (Andrè)

Il “quadro” registico “dipinto” dal regista Belli trova compiutezza anche attraverso i contributi interpretativi dei tre collaboratori del Commissario. Andrea Meloni sa regalare ai panni di André il dattilografo una poeticità capace di illuminare la subordinazione verso il Commissario di un intimo e quasi incontenibile trasporto ad accogliere il “fango umano” di Onoff.  Paolo Matteucci (il Capitano) e Riccardo Frezza (la Guardia) riescono a tratteggiare, con un’interessante nota di ambiguo zelo, due insolite figure di angelici aguzzini.

Riccardo Frezza (la Guardia) e Paolo Matteucci (il Capitano)

Il linguaggio delle luci, com’è nella cifra di Claudio Boccaccini, risulta disegnato in modo raffinato e profondo, tecnicamente sobrio ma virtuoso nelle metafore visive. E soprattutto risulta capace di generare toni narrativi estremamente coinvolgenti: tra suspense hitchcockiana e dialogo morale bergmaniano

Claudio Boccaccini

Ne deriva uno spettacolo intimo e insieme aperto al dubbio; generatore di stati d’animo disposti a conversare sui quesiti connaturati alla nostra condizione umana. Un’indagine sulla vita che approda alla scoperta che comprendere è più importante che condannare.

Ed è così che uno spettacolo diventa arte lirica visiva: danza tra musica ed immagini. Riuscendo ad attraversare la pelle dello spettatore per tatuarvisi come ricordo.

Il cast dello spettacolo “Una pura formalità” di Roberto Belli

Recensione dello spettacolo NOTTUARI ispirato alle opere di Thomas Ligotti – regia di Fabio Condemi –

TEATRO INDIA, dal 22 Febbraio al 5 marzo 2023 –

È un elegante ed asettico agglomerato di “baracche” la scena di un bianco abbacinante, scelta dal poliedrico Fabio Cherstich per ambientare i “Nottuari” dell’intuitivo Fabio Condemi. Ricorda un po’ anche l’agglomerato pensato da Jaques Tati per “Mon oncle“: qui da Condemi però esiste solo la coordinata orizzontale.

La scena ideata da Fabio Cherstich per lo spettacolo “Nottuari” di Fabio Condemi

Anche l’associazione a un cimitero di lussuosi loculi non è da escludere: qui sono gli stessi defunti ad inventarsi qualcosa per essere ricordati.

Una scena dello spettacolo “Nottuari” di Fabio Condemi

Ma non è difficile immaginare la scena anche come un dispiegarsi di locali museali, dove le presenze simil umane sembrano addetti che ivi lavorano, o corpi raccolti e conservati per installazioni. Temporanee.

Una scena dello spettacolo “Nottuari” di Fabio Condemi

Le porte, vie di una im-possibile comunicazione, sono di varia natura: cigolanti, scorrevolissime oppure “tende-quadro” che si aprono come Lucio Fontana fa con le sue tele. Un addetto-guida ci propone un esperimento sul funzionamento della coscienza: tema dell’esperimento, ma anche di tutto lo spettacolo, una possibile anatomia dello sguardo.

La scena ideata da Fabio Cherstich per lo spettacolo “Nottuari” di Fabio Condemi

Etimologicamente “guardare” significa “osservare” solo nell’accezione transitiva. In quella intransitiva significa anche “guardarsi alle spalle, difendersi”. Quindi lo sguardo è oggettivamente sia una soggettiva “apertura” che una soggettiva “chiusura”. E quindi è solo la soggettività dello sguardo a dare vita oggettivamente ad una possibile relazione tra “il bello” e “l’orrore”. Tra ciò che è “mondo” e ciò che è “immondo”. L’ uno è contenuto nell’altro.

Paul Rubens, Medusa (1617)

È il mito di Medusa a parlarcene e a rivelarci che allo sguardo umano piace indugiare anche nell’orrido, nell’immondo. Tale è tutto ciò che ci circonda: la natura stessa. Per questo, la più autentica condizione vitale umana risulta quella della depressione: quella dell’essere schiacciati da ciò che vediamo.

Michelangelo Merisi detto Caravaggio, Medusa, 1598

Tragico diventa “avvicinarsi troppo”. I nostri occhi sono una tragica tentazione. Il nostro corpo non obbedisce al nostro controllo. Non siamo noi a sognare: siamo sognati. I sogni si nutrono di noi come fanno i parassiti. I nostri sogni sono i vermi della testa di Medusa. E ci rapiscono la possibilità di essere “angeli, puri, calmi ed eterni”. Il mondo ci risulta sconosciuto, inaccessibile, non manipolabile. Regna l’incomunicabilità. La nausea. Vivere è insopportabile.

Fabio Condemi, il regista di “Nottuari”

Il rigore inventivo del giovane e talentuoso regista Fabio Condemi ci regala un viaggio dove regna sovrana la sensazione del riuscire ad intravedere il baratro. Il suo è un modo di creare per intuizioni, libere associazioni, viaggi onirici. Interessantissima la sua scelta di ispirarsi alle opere di Thomas Ligotti, definito dal Washington Post «il segreto meglio custodito» della letteratura horror contemporanea, dove l’umanità è tormentata da un panico cosmico generato dalla coscienza, che ci svela quanto sia terribile essere vivi.

Thomas Ligotti

Condemi riesce nel tentativo di mettere in scena di Ligotti anche la sua narrazione sui generis, costituita da riflessioni sparse di una serie indistinguibile di voci narranti. Appunti. Uniche modalità per poter parlare del mondo infero in cui abitiamo, dove nessun rito, nessuna separazione, nessuna regolamentazione di alterità ci separa dal caos.

A Ligotti non interessa la storia, né la Storia: i suoi racconti avvengono in uno spazio virtuale e metafisico, le sue figure sono cavie da laboratorio prive di qualsiasi personalità psicologicamente connotata. Come in Kafka e in Beckett non c’è narrazione ma situazione, non ci sono personaggi ma figure, non c’è evento ma teatro.

Rappresentazione dell’indicibile e sospensione della cronologia: il mondo dentro di noi e il mondo fuori di noi non coincidono. Non si dà nessun senso se non nella nostra (personale e limitata) interpretazione del mondo, di cui l’universo fa tranquillamente a meno.

Gli attori: Carolina Ellero, Francesco Pennacchia e Julien Lambert.

Il regista Fabio Condemi e lo scenografo Fabio Cherstich


Recensione di Sonia Remoli

L’essenza: intervista ad Alessandro Fea

TEATRO PORTA PORTESE, 25 e 26 Febbraio 2023 –

Incontro Alessandro Fea per scoprire qualcosa di più sul suo spettacolo “L’essenza”, in scena in prima nazionale al Teatro Porta Portese sabato 25 febbraio alle ore 21:00 e Domenica 26 Febbraio alle ore 18:00. 

Uno spettacolo scritto, diretto e messo in musica dallo stesso Alessandro Fea, che è musicista e compositore ma anche autore e regista teatrale, nonché esperto in arti e terapie integrate.

Mi incuriosisce molto questo tipo di formazione e non resisto a chiedergli:

Che tipo di legame segreto si nasconde tra musica/parola/emozione ?

Il legame segreto della “ricerca”, del lasciarsi portare, del non fuggire di fronte ad un ostacolo, del saper restare dentro un momento difficile. Mettendosi in gioco. Scoprendo nuove risorse inaspettate.

E poi il legame segreto del “vuoto”, della pausa, del silenzio. Che può far paura ma in realtà è preziosissimo. Pieno di possibili creazioni.

Interessante. Tra l’altro questi due codici “ricerca” e “vuoto” sono le password per poter accedere anche ad una particolare destinazione: la “crisi” . Sei d’accordo?

Esattamente ! Anche di questo parla il mio spettacolo: Eleonora, la protagonista, è una donna che si trova ad un crocevia: non riesce più ad andare avanti nella stessa direzione finora percorsa. Sente che non è più possibile una crescita “lineare” ma non sa quale altra via percorrere. Un momento in cui un po’ tutti ci possiamo riconoscere.

Sicuramente. Forse la cosa che ci potrebbe allontanare è che non sempre ci viene facile “accettare” di avere enormi dubbi. E restare “impaludati” crea un po’ di vergogna. “Normale” è essere sempre efficienti. 

Sì, è vero. C’è questa tendenza a isolarsi e ad essere isolati. Io ho sentito l’esigenza di parlarne con molta apertura, senza dare necessariamente delle risposte. Perché è un vero peccato non sfruttare la ricchezza di un momento di crisi. Ma solo ognuno di noi può scoprire dove trovare le proprie risorse. Come racconta la storia che porto in scena. 

Sì, ho letto che Eleonora, una volta al crocevia, sceglie di fare un cosiddetto viaggio “a ritroso”. Torna indietro, alla ricerca di ciò che ora può aiutarla a dare un nuovo corso alla sua vita. Recuperando un po’ le sue radici, la sua “essenza”.

Infatti. Io stesso ho lavorato a questo testo per vari anni: sapevo “dove” volevo arrivare ma non capivo “come” arrivarci. Poi credo di esserci arrivato attraverso un lavoro di continua “asciugatura”. Un necessario progressivo “togliere”. 

Possiamo dire che nel tuo spettacolo il primo attore è il suono?

Sicuramente. Perché il suono è l’input che riceviamo prima di ogni altro segnale. Quello che ci arriva e ci colpisce con il percorso più breve. Sono solito affidarmi al suono anche per disegnare la luce.

Bello! Ma ci tengo a ricordare che in scena ci farai “incontrare” anche con due carismatici attori.

Due carissimi collaboratori: Annalisa Eva Paolucci (Eleonora) e il suo “speciale” alter ego Giancarlo Testa. Non rivelo altro.

Molto bene, Alessandro. Grazie e … ci vediamo a teatro ! 


Teatro Porta Portese

Sabato 25 Febbraio ore 21:00

Domenica 26 Febbraio ore 18:00

“L’essenza” di Alessandro Fea

La Papessa

TEATROSOPHIA, dal 16 al 19 Febbraio 2023 –

Che sia una donna “pericolosa” lo si intuisce immediatamente: non ha bisogno di cercare la luce, piuttosto la rifugge. È lei la luce. E l’ombra. Non ha bisogno di particolari scene per esprimersi: è lei l’espressione. In lei tutto recita: dai denti alle sopracciglia. 

Beatrice Schiaffino (La Papessa) in una scena dello spettacolo

Ci cerca. Ma ci ha già sentiti nel buio. Si presenta. Ma è più un’apparizione. Non è solo una donna. Non è solo un uomo. È un’epifania. Ci parla di lei, quella che fu ( forse ) La Papessa: del suo essere, non essendo stata. Non è stata docile: unica dote che ad una donna si richiedeva. No: lei ha sempre cavalcato l’estro del pensiero indipendente. Coltissima ma sempre selvatica, come le erbe: quelle voci della terra con le quali sua madre entrava in comunicazione. Le erbe: alfabeto di un altro mondo.

Beatrice Schiaffino in una scena dello spettacolo “La Papessa” di Carmen Di Marzo

Fin dall’inizio cogliamo in lei un’impetuosa impazienza. Quella di chi sta contenendo l’urgenza di infiammare questo incontro, aspettando il momento in cui il nostro coinvolgimento arriva ad essere più potente. Per trasferirci “l’oracolo” che questo incontro suggella: fare della propria vita ciò che si brama essere. Sfidando il rischio, servendosi dell’astuzia, rubando con gli occhi, prima che con la mente. Affamati di sapere. Ebbri di conoscere. Ingordi di vita. 

Beatrice Schiaffino in una scena dello spettacolo “La Papessa” di Carmen Di Marzo

Non sarà un caso se nella cartomanzia “La Papessa” rappresenta la conoscenza segreta: quella che riesce a penetrare nella dualità tra l’universo materiale e l’universo spirituale. Se nell’alchimia rappresenta l’attrazione. Se ne I Ching è in analogia con il segno V (L’Attesa) e il segno XLIV (Il Farsi Incontro). Se nella magia è la conoscenza per operare bene. 

Petre Pater Patrum, “Papissa Pandito Partum

La Papessa Giovanna si narra sia stata l’unica figura di papa donna, che avrebbe regnato sulla Chiesa col nome pontificale di Giovanni VIII, dall’855 all’857. È considerata dagli storici alla stregua di un mito o di una leggenda medievale, alimentata dal potere temporale francese in conflitto col papato. Raccontano che La Papessa sia rimasta incinta del suo amante. Durante la solenne processione di Pasqua nella quale il Papa tornava al Laterano dopo aver celebrato messa in San Pietro, mentre il Corteo Papale era nei pressi della basilica di San Clemente, la folla entusiasta si strinse attorno al cavallo che portava il/la Pontefice. Il cavallo impaurito reagì violentemente provocando a “Papa Giovanni” un travaglio prematuro. Scoperto il segreto, La Papessa Giovanna fu fatta trascinare per i piedi da un cavallo attraverso le strade di Roma e lapidata a morte, nei pressi di Ripa Grande, dalla folla inferocita. Fu sepolta nella strada dove la sua vera identità era stata svelata: tra San Giovanni in Laterano e San Pietro in Vaticano.

Il rito

Parte essenziale della leggenda è un rito mai svoltosi, ma fantasticato e ripreso, in chiave anti-romana, da autori protestanti del Cinquecento: s’immaginò che ogni nuovo papa venisse sottoposto ad un accurato esame intimo per assicurarsi che non fosse una donna travestita (o un eunuco). L’esame avveniva con il nuovo papa assiso su una sedia di porfido rosso, nella cui seduta era presente un foro. I più giovani tra i diaconi presenti avrebbero avuto il compito di tastare sotto la sedia per assicurarsi della presenza degli attributi virili del nuovo Papa. «D’allora st’antra ssedia sce fu mmessa / pe ttastà ssotto ar zito de le vojje / si er pontefisce sii Papa o Papessa» – scriveva Giuseppe Gioachino Belli, nella sua poesia “La papessa Ggiuvanna”). Pur trattandosi di una storia leggendaria, a essa hanno dato credito letterati come il Boccaccio (nel De mulieribus claris, 1362) e il Petrarca (nelle Vite dei pontefici e imperatori romani, 1370 ca.), oltre a numerosi storici e autori di cronache e, in fondo, fino alla Riforma protestante questa credenza non è stata efficacemente messa in dubbio.

Beatrice Schiaffino

Questo appassionato e appassionante monologo, interpretato da una ieratica e numinosa Beatrice Schiaffino, è curato nella regia da un’altra donna “pericolosa”, dal famelico istinto: Carmen di Marzo.

Carmen Di Marzo, regista dello spettacolo “La Papessa”

Il testo è di Andrea Balzola; le musiche originali di Alessandro Panattieri; i costumi di Loredana Redivo. Le fotografie di scena di Claudio Polvanesi.

In scena fino a Domenica 19 Febbraio !!! 

Un Amleto

TEATRO GOLDEN, dal 14 al 19 Febbraio 2023 –

Le notizie da Elsinore arrivano dalla radio, voce narrante dell’antefatto. Una geniale cronaca giornalistica che fa tornare alla mente “La guerra dei mondi” (1938) di Orson Welles. 


È un adattamento, quello immaginato dalla regista Loredana Scaramella e portato in scena da attori di qualità ed esperienza accanto a un gruppo di giovani interpreti diplomati alla Golden Academy, che trova un interessante equilibrio tra il rispetto verso un’essenziale fedeltà e l’apertura a un legittimo tradimento.

Giacomo Faccini (Amleto ) e Antonio Tintis (Polonio) in una scena dello spettacolo “Un Amleto”

Farne una “cronaca”, cioè l’esposizione di uno dei fatti giornalieri di un Paese (incluso l’intreccio delle voci che corrono) lo rende “carne e sangue” del nostro inconscio collettivo. Perché, come sosteneva Harold Bloom, Shakespeare “inventa la psicanalisi”.

Antonio Frazzoni (Orazio) e Giacomo Faccini (Amleto) in una scena dello spettacolo “Un Amleto”

Efficacissima la scelta di rinunciare alle scene. Unici oggetti: un pianoforte nero a coda (in un angolo) e due sedie “viennesi”. Proiezioni fanno vivere, quando serve, il fondale. Ma tutto il vasto “globo”, prima di dissolversi (alla fine della rappresentazione) è riuscito a “levarsi al fulvido cielo dell’immaginazione”.

Mauro Santopietro (Spettro) e Giacomo Faccini (Amleto) in una scena dello spettacolo “Un Amleto”

Non è stato chiesto invece alla nostra “fantasia di pubblico di vestire di sfarzo” i reali: lo erano già, anche se contemporaneizzati. Deliziose coreografie hanno regalato un’elegante energia giocosa alla “rutilante azione”.

Mauro Santopietro (Claudio/Spettro), Giacomo Faccini (Amleto) e Laura Ruocco (Gertrude)

La sinergia della recitazione densa e profonda dei professionisti commista a quella fresca e talentuosa dei neo diplomati della Gold Accademy riesce a farci immedesimare nelle dinamiche di questa famiglia: archetipo, carne e sangue di ogni famiglia. E quindi dell’intera umanità.

Matteo Milani (Laerte ) e Angelica Pisilli (Ofelia)

Su tutti, alcuni “quadri” restano impressi nel ricordo: in primis quello della morte di Ofelia, destinata a spingersi in cima a un dirupo (umano) per poi cadere e lasciarsi trascinare da un inconsolabile fiume (umano). Ma anche l’insolito e accattivante party per il matrimonio di Gertrude e Claudio; un Polonio quasi divertente nel suo “efficientismo”; il complice rapporto fraterno tra Laerte ed Ofelia… E molto altro ancora.

Giacomo Faccini (Amleto) e Laura Ruocco (Gertrude) in una scena dello spettacolo “Un Amleto”


L’amalgama tra realismo e immaginazione è risultato alchemicamente così efficace, che molti spettatori non si sono accorti della finzione. Come accadde nella trasmissione radiofonica di Orson Welles.

Giacomo Faccini (Amleto) e Angelica Pisilli (Ofelia) in una scena dello spettacolo “Un Amleto”

Come tu mi vuoi

TEATRO QUIRINO, dal 14 al 19 Febbraio 2023 –

Elma ! Lucia ! Lucia ! Elma ! Elma ! Lucia !

Nomi, ossessivamente, risuonano sulla scena. Quale migliore inizio poteva immaginare il regista Luca De Fusco per affrontare questo testo così meravigliosamente ostico di Luigi Pirandello ?

Luca De Fusco, regista dello spettacolo “Come tu mi vuoi”

I nomi propri, infatti, sono il miglior veicolo per affrontare il tema, così caro a Pirandello, delle molteplici identità che ci abitano. Perché pur definendosi “propri” i nostri nomi sono sempre decisi dagli altri. E soprattutto sono carichi delle “loro” aspettative. Il nostro nome proprio non è nostro, sfugge al nostro potere, alla nostra volontà. È un po’ come essere dei copioni scritti da altri.

Lucia Lavia (Elma) in una scena dello spettacolo “Come tu mi vuoi”

La protagonista di questo dramma, invece, un nome osa darselo autonomamente: Ignota. Più che un nome è una condizione, di cui è consapevole. Questa la sua vera identità: essere sconosciuta a se stessa e agli altri. Alcuni la chiamano Elma, altri Lucia. Da qui il senso del titolo: sono come tu mi vuoi. “Fammi tu, fammi tu, come tu mi vuoi ! “.

Lucia Lavia (Lucia Pieri) in una scena dello spettacolo “Come tu mi vuoi”

Non si sa quindi quale sia la vera identità della donna al centro della trama: è Elma, una lasciva ballerina da locali notturni, oppure Lucia Pieri, moglie borghese scomparsa nel nulla e ricercata dal marito Bruno? Intorno al dilemma ruotano i dialoghi della pièce, che approda a un amaro finale.

Lo smemorato di Collegno

Questo capolavoro della maturità del grande autore siciliano, può aver tratto ispirazione da un celebre fatto di cronaca, avvenuto in Italia alla fine degli anni ’20, quattro anni prima della stesura di questo testo: il caso giudiziario dello «smemorato di Collegno», ovvero l’ambigua questione dell’identità di un uomo, ricoverato nel manicomio di Collegno, che una famiglia rivendicava con il nome di Giulio Canella e un’altra con quello di Mario Bruneri. Pirandello però negò sempre che “Come tu mi vuoi” avesse preso spunto da quel rebus: amava sottolineare provocatoriamente che piuttosto è stata la cronaca a copiare il suo precedente lavoro “Così è (se vi pare)”, che si conclude con l’iconica frase della signora Frola: «io son colei che mi si crede».

Una scena dello spettacolo “Come tu mi vuoi” di Luca De Fusco

Un tasso di innovazione drammaturgica molto elevato porta il regista Luca De Fusco a inglobare una molteplicità di contributi nel linguaggio spurio e multi-sistemico del teatro . Questa la sua cifra stilistica perché questa per lui è la forza del Teatro. È il suo un teatro alla Robert Wilson, dove confluiscono fortemente influenze cinematografiche e dove protagonista indiscussa è la luce.

Una scena dello spettacolo “Come tu mi vuoi” di Luca De Fusco

In questo spettacolo, nello specifico, De Fusco sceglie di dare una lettura dei personaggi non caricaturale ma “esistenzialista”. Complici i preziosi contributi della nota scenografa Marta Crisolini Malatesta e del maestro della luce Gigi Saccomandi. Una tale appassionata sinergia dà vita ad una messa in scena portentosa, dove un telo “vela” la quarta parete per aprirla ad uno sguardo più intimo e conturbante: quello dei pensieri e delle emozioni più inconfessabili. Spudoratamente sezionati e ossessivamente replicati sulla “retina” dei nostri occhi.

Una scena dello spettacolo “Come tu mi vuoi” di Luca De Fusco

E moltiplicati serialmente da una scenografia di specchi, che come un ipnotico ventaglio ci allontana, in realtà avvicinandoci, le molteplici identità dei protagonisti. Scorre nello spettatore il ricordo della scenografia utilizzata nel 1948 da Orson Welles per “La signora di Shanghai”, così come la trasformazione dell’Ignota defuschiana in una dark lady, alla maniera in cui Welles volle trasformare Rita Hayworth. E ancora, il messaggio intrinseco del film, così vicino a questo testo pirandelliano: squali che divorano se stessi in un cupo mondo coinvolto in inesplicabili complotti. Un universo di inganni dominato dall’ambiguità delle persone e dei sentimenti.

Una scena dello spettacolo “Come tu mi vuoi” di Luca De Fusco

Il ruolo di prima attrice di questo capolavoro della maturità del grande autore siciliano viene affidato dal regista De Fusco a una delle stelle nascenti del panorama attoriale italiano: la giovane Lucia Lavia. Conosciuta per l’indefessa determinazione e per l’appassionato impegno, Lucia Lavia dimostra di continuare ad affinare le proprie capacità artistiche e la sua intelligenza teatrale, spaziando tra codici recitativi e drammaturgici differenti. La sua interpretazione risulta profondamente intensa: graffiante e insospettabilmente tenera; erotica e struggentemente malinconica. Una Femme fatale venata dalla tragicità di un Pierrot. La sua capacità di restituire una ricchezza di sfumature così umanamente eccessive, emoziona e commuove.

Lucia Lavia

Suoi affiatati compagni di scena si rivelano Francesco Biscione, Alessandra Pacifico, Paride Cicirello, Nicola Costa, Alessandro Balletta, Alessandra Costanzo, Bruno Torrisi, Pierluigi Corallo e Isabella Giacobbe.

Leggi l’intervista rilasciata al Corriere della Sera

Leggi l’intervista rilasciata a Repubblica

Il diario di Anne Frank

TEATRO BELLI, dal 27 Gennaio al 12 Febbraio 2023 –

Nuvole soavemente delicate soffiano, indifferenti, un folle amore dal profumo che dà gli spasimi. Ricordano quelle cantate da Domenico Modugno in “Cosa sono le nuvole” e corrono avanzando, loro sì, sopra il lucernaio di un nascondiglio, dove (apparentemente) tutto chiede immobilità.

Struggente trovata registica di Carlo Emilio Lerici è quella che fa del cielo la coordinata temporale il cui sguardo onnipresente cade su un nascondiglio clandestino, che quasi come “una nave immobile nel centro di Amsterdam naufraga lentamente senza saperlo». Così lo descriveva Natalia Ginzburg.

Carlo Emilio Lerici, regista dello spettacolo “Il diario di Anne Frank”

Un cielo che Anne Frank (una strepitosa e multiforme Raffaella Alterio, deliziosamente poetica come solo una gattina selvatica sa esserlo) riesce a guardare rintracciandovi, come in uno specchio, la fertile mutevolezza della vita: “quando guardo il cielo penso che tutto si volgerà nuovamente al bene”.

Raffaella Alterio (Anne Frank) in una scena dello spettacolo ” Il diario di Anne Frank”

La scena pluri-partita (curata con efficacia da Vito Giuseppe Zito) fa sì che quella che la Ginzburg immaginava come una nave-nascondiglio venga resa visivamente attraverso quella bellezza estetica e narrativa propria di un ciclo di affreschi. La cui sequenzialità può essere interrotta da primi piani creati dall’arbitrarietà dello spettatore o realizzati registicamente attraverso un consapevole uso della luce e un attento gioco di tende. D’incantevole poesia, la scena sotto il lucernario della lezione impartita da Otto Frank ( un magnifico Roberto Attias disperatamente metafisico) a Peter (un ermetico Vinicio Argirò di smisurata dolcezza).

Una scena dello spettacolo ” Il diario di Anne Frank” di Carlo Emilio Lerici

Ma cosa implica il  “nascondersi”?  Come si coniuga l’esigenza di non essere visti per poter sopravvivere, con l’esigenza tutta umana di poter sopravvivere grazie all’essere visti dagli altri ? È sempre Anne, con la sua acuta sensibilità, a veicolarci questo paradosso, quando confessa a Peter che detesta constatare che lo sguardo degli altri su di lei cada solo su quella “maledetta” stella,  cucita sui loro abiti, una volta esiliata dal cielo.

Raffaella Alterio (Anne Frank) in una scena dello spettacolo ” Il diario di Anne Frank” di Carlo Emilio Lerici

Allora fondamentale diventa “non dimenticare”: per non dimenticarsi di se stessi e per non farsi dimenticare dagli altri. Come? Continuando a ballare, a ridere, a scherzare. E ad osservare. Iniziando a scrivere, laddove non è più permesso nemmeno parlare. Fare rumore.

Il derubato che sorride/Ruba qualcosa al ladro/

Ma il derubato che piange/Ruba qualcosa a se stesso

È la freschezza incontenibile dello sguardo di Anne che il regista Lerici sceglie di assurgere a “fil rouge” di tutta la narrazione. Una fertile scelta, che fa risaltare i momenti più carichi di pathos permettendoci contemporaneamente di accoglierli in tutta la loro feroce umanità. Riconoscendola anche come nostra.

Una scena dello spettacolo ” Il diario di Anne Frank” di Carlo Emilio Lerici

Ad esempio quando il Sig. Van Daan ( un potente Tonino Tosto sontuosamente egoista) colto dalla disperazione della fame finisce col rubare il cibo della sempre più numerosa comunità. Scatenando  “gli appetiti” di coloro che più a fatica li stanno arginando: la Signora Frank ( un’elegantemente composta Francesca Bianco capace di trasformarsi in una pulsante erinni) e l’ultimo “migrante” accolto a bordo, il Dottor Dussen (un interessante Roberto Baldassari ossequiosamente esplosivo). 

Trova manifestazione in questo drammatico contesto anche la docile ambiguità della Signora Van Dann (un’intrigante Susy Sergiacomo) complice del marito nella sua autolesionistica sottomissione a fare “da ponte” tra lui e il resto del mondo.

Restano invece fino alla fine creature arditamente angeliche la Signora Miep (una soave Eleonora Tosto, anche voce degli incantevoli canti ebraici che sottolineano persuasivamente alcuni momenti dello spettacolo);  il suo compagno ( un Fabrizio Bordignon fiero ed altero) e Margot, la sorella maggiore di Anne, interpretata da una composta ma ricca in acume Beatrice Coppolino

Una scena dello spettacolo ” Il diario di Anne Frank” di Carlo Emilio Lerici

Una incandescente prova di coralità che centra la missione originaria del Diario: diffondere l’urgenza di un umanesimo capace  di contenere spinte eccessivamente antropocentriche. Urgenza che la stessa istituzione del Teatro insegna e promuove. Da sempre.

Antonio Salines nel cast del debutto del Gennaio 2020

Antonio Salines, mirabile interprete di Otto Frank al debutto di questo spettacolo tre anni fa, nonché appassionato e appassionante ri-fondatore del Teatro Belli, ne è stato un luminoso esempio, facendo palpitare quell’immagine del pittore Enrico Prampolini nella quale un giorno irresistibilmente si riflesse. Un burattinaio che si porta sulle sue spalle un teatrino. Eletta a immagine per la locandina di inaugurazione del Teatro Belli. Era il 1972.

Che io possa esser dannato/ Se non ti amo/E se così non fosse/Non capirei più niente/

Tutto il mio folle amore/Lo soffia il cielo/Lo soffia il cielo/Così

DAIMON – L’ultimo canto di John Keats

TEATROLOSPAZIO, dal 2 al 5 Febbraio 2023 –

Prendendo posto in sala, lo troviamo seduto sul palco. Di spalle, su un cubo di marmo. Legge un’iscrizione: la “sente”. Non parla, così sembra. Ma le parole più belle sono quelle che naufragano nel silenzio. Si sta lasciando guidare dal suo “daimon”: lui sa cosa è più fertile per “fare anima” . Di Gianni De Feo fin da subito ci arriva la fascinazione della sua “percezione”. La sentiamo.

Gianni De Feo nell’intro allo spettacolo “Daimon – L’ultimo canto di John Keats”

Poi si alza, si volta e dà inizio alla sua seducente narrazione: un ripercorrere a ritroso i momenti del palesarsi, subdolo o manifesto, di un singolare “daimon”. 

In perfetta corrispondenza con il “fare anima ” di James Hillman, De Feo, che oltre ad interpretare l’appassionante testo di Paolo Vanacore ne ha curato anche la regia, dà vita ad un meraviglioso montaggio pluri-disciplinare collegando ed enfatizzando il potere della narrazione a contributi artistici di varia natura: dalla musica alla pittura; dal canto alla danza.

Gianni De Feo in un momento dello spettacolo “Daimon – L’ultimo canto di John Keats”

La musica è quella che si immagina esca da una radio degli anni ’20 e viene scelta per fare “da tappeto” alla narrazione, seguendone simbolicamente i diversi climi. Per la pittura, De Feo sceglie di proiettare delle tele del pittore Roberto Rinaldi: davvero di forte espressività. Il canto e l’accenno a degli eleganti passi di danza arrivano con l’entusiasmo di un’amabilissima sorpresa: De Feo rivela dei colori vocali molto interessanti e dà prova di un’intensissima interpretazione avvalendosi di un accattivante uso delle mani che, in alcuni momenti, ricorda la magia delle “mudra”.

Gianni De Feo in un momento dello spettacolo “Daimon – L’ultimo canto di John Keats”

Come nelle poesie di Keats, De Feo riesce ad evocare gli oggetti nelle sue molteplici qualità mediante l’accostamento di diverse sfere sensoriali. In questo modo le immagini risultano così vivide che non solo se ne immagina la fisicità ma si riesce a partecipare della loro vita intima.

Gianni De Feo in un momento dello spettacolo “Daimon – L’ultimo canto di John Keats”

Il testo di Paolo Vanacore immagina di ripercorrere il riappropriarsi della vocazione, “dono dei guardiani della nostra nascita”, da parte di un bambino che nasce dall’ondivago fluttuare delle onde di “un hotel di passaggio” di Atlantic City e che lascerà un’indelebile traccia di bellezza sulla Terra.

Gianni De Feo in un momento dello spettacolo “Daimon – L’ultimo canto di John Keats”

È un teatro di narrazione colmo di intima poesia, quello in cui s’immerge Gianni De Feo. Rompendo continuamente i piani, quasi fossero onde da fendere. E ci trascina con lui. Ne “sentiamo” il carisma, ne apprezziamo il ritmo, il “farsi anima” dei gesti. Dei silenzi. Della parola. Non si può non percepire infatti la bellezza con la quale De Feo riesce a riprodurre le figure di suono (specie assonanze e suoni vocalici) che abbondano nei versi di Keats e che donano musicalità e grande freschezza espressiva. Particolare attenzione pone De Feo all’utilizzo delle vocali che, così come amava Keats, sono impiegate alla stregua di note musicali, separando quelle chiuse da quelle aperte. E, così sedotti da tale bellezza, non possiamo non “lasciarci andare”. Naufragando. Paghi del nostro esserci venuti a cercare.