Con fresca naturalezza e impeccabili tempi comici, Andrea De Rosa porta in scena una commedia – da lui scritta e diretta – con la quale riesce a catturare l’attenzione dello spettatore grazie a quella dose di stimolante leggerezza, che gli consente di poter veicolare anche contenuti di interessante profondità.
De Rosa parte dalla classica situazione di un’uscita a quattro per giocare con i concetti di “accettabile uniformità” e di “diversità da tenere ai margini”.
E così, in un clima intrigante ed ironico, va in scena cosa siamo disposti a fare pur di risultare graditi agli occhi degli altri. E come chi, tendenzialmente escluso perché di una sincerità imbarazzante – e quindi sconveniente per la stabilità della messa in scena sociale che gli altri intendono portare avanti – risulti in verità il più sveglio, il più creativo. E quindi il meno falso. Insomma, quello di cui ci si può fidare di più.
Sarà lui, infatti, con la sua brillante acutezza senza filtri, ad intuire gli intrighi e a far cadere i finti ruoli dietro ai quali gli altri si nascondono, rivelando come ciascuno di loro, in realtà, oltre ad ingannare se stesso, inganni anche colui che definisce “amico”.
Senza mai giudicare ma anzi ponendosi sempre in amichevole comprensione verso la natura umana, la commedia è un invito ad osare essere se stessi e quindi ad esprimere la propria autentica natura creativa. Liberi da tutte quelle sovrastrutture, apparentemente necessarie per essere accolti nella società di massa, ma che in verità alla lunga si rivelano sempre fallimentari.
La commedia altresì è un’esortazione a resistere alla tentazione di rimanere bloccati nell’utopica ricerca di una sicurezza – di “un centro di gravità permanente”- perché spaventati dall’entrare in relazione con la bizzarra natura dell’altro. E di se stessi. La nostra creativa diversità – così come quella dell’altro – sono in realtà molto gratificanti!
I quattro attori in scena – Celeste Savino, Renato Solpietro, Chiara Mastalli e lo stesso Andrea De Rosa – ben accordati tra loro, trascinano il pubblico con ritmo ed efficace comicità nelle loro contorte avventure, così vicine alla nostra quotidianità.
“Eccomi qua Sono venuto a vedere Lo strano effetto che fa La mia faccia nei vostri occhi …”
Cosa c’è dentro la “valigia dell’attore” ?
Più precisamente, cosa tende a sfuggirci quando la valigia si apre ?
Cos’è cioè quel qualcosa che resta un po’ al buio, poco illuminato, tanto che può risultare utile una piccola torcia per inquadrarlo ?
Insomma, cosa fa sì che valga la pena fare l’attore ? Essere “1 persona”: perché così veniva chiamato dai latini l’attore. Che poi equivale a dire: cosa dà un sapore irresistibile alla nostra vita rendendoci unici, irripetibili, speciali ?
Elena Biagetti
Che cosa ci rapisce, ci seduce, fino a renderci prigionieri di un autentico desiderio? Che cosa sentiamo che ci manca così tanto da diventare un’esigenza vitale ? Perché questo è un autentico desiderio, non quelli che ci vengono spacciati come bisogni dalle strategie di marketing dei social o dei media.
Che cosa ci affascina dell’Arte intesa in tutte le sue espressioni – in particolare nell’arte teatrale – se non la stupefacente sensazione di farci sentire liberi ? E quindi vivi, realizzati? Al di là dei soldi.
Questo accattivante spettacolo scritto e diretto da Matteo Pantani e interpretato dalla caleidoscopica Elena Biagetti è una sagace applicazione del metodo socratico della maieutica. Una forma di comunicazione – nello specifico un dialogo – che ci porta ad essere consapevoli delle nostre capacità, così da indirizzarle verso la nostra “vocazione” di vita. Sentendo il piacere di dedicare il tempo che ci è concesso a conoscere davvero noi stessi. Conoscenza che ci rende liberi. Una sensazione dall’effetto stupefacente: l’unica dipendenza che ci rende longevi.
Elena Biagetti
Lo spettacolo si apre infatti con un momento di profonda insicurezza da parte dell’attrice sulle sue capacità di riuscire ad interpretare efficacemente il testo tagliato su misura su di lei come un abito – anzi come una seconda pelle – dal suo autore e regista.
Dubbi, quelli dell’attrice – ma in generale quelli che capita di vivere per i più svariati motivi a ciascuno di noi in alcuni momenti della nostra vita – da non mettere a tacere perché in realtà preziosissimi per conoscere noi stessi e vivere con il piacere di sentirci davvero realizzati.
Interrogandoci, appunto, e verificando se quello che abbiamo il dubbio di fare è una direzione che non ci appartiene ma che subiamo perché condizionata da altri o invece è solo un timore che vela un grande desiderio tutto da scoprire. Un desiderio così solleticante, così vivo e vibrante da averne quasi paura.
Perché l’attore ha il dono di riuscire a vestirsi e a svestirsi della pelle di volta in volta diversa di ciascun personaggio. Come la Venere degli stracci di Michelangelo Pistoletto è sempre disposto a mettersi a nudo di se stesso per poter indossare tutti i vestiti (stracci) dei vari personaggi che gli si chiederà di far propri, per un periodo. E che scoprirà non essere mai così lontani da se stesso.
Elena Biagetti
E anche tutti noi ogni giorno, senza esserne consapevoli come un attore, mettiamo sulla scena della nostra vita tutti i vari personaggi (identità) che danno forma alla nostra personalità.
Nel corso dello spettacolo sarà l’autore-regista a far “partorire” nell’attrice la consapevolezza di aver scelto – e di continuare ancora a voler scegliere – la voglia di desiderare: quel senso di vuoto, propedeutico alla ricerca di qualcosa che può colmarlo, almeno in parte.
Uno spettacolo accuratissimo in ogni dettaglio: dal testo, alla direzione attoriale, al sapiente uso delle luci e delle ombre, ai sottotesti scenografici.
Uno spettacolo che rende divertente per lo spettatore muoversi tra i vari significati che rendono la nostra vita così complessa ma anche così maledettamente viva. Interessante. Libera.
Una vera opera d’arte.
“Venere degli stracci” di Michelangelo Pistoletto
“…E allora eccoci, siamo qua Siamo venuti per poco Perché per poco si va E c’inchiniamo ripetutamente E ringraziamo infinitamente …”
Un testo che lo vede protagonista, insieme a Renzo Paris, di una vicenda avvenuta nel marzo del 1964.
Mentre, come tutte le mattine, alle ore 7 si trovava a correre a Villa Ada, quel 20 settembre del 2008 lo chiama al telefono il suo amico Renzo per dirgli che su Repubblica è stata pubblicata una lettera del marzo del 1964 dove Pasolini scrivendo a Pietro Nenni parla di Giorgio Manacorda come presenza fondamentale per la lavorazione della pellicola Il Vangelo secondo Matteo.
Enrique Irazoqui e Pier PaoloPasolini sul set de “Il Vangelo secondo Matteo”
Fu infatti Giorgio Manacorda “colui che fece incontrare Cristo a Pasolini” presentandogli Enrique Irazoqui.
Ma soprattutto nella lettera del ’64 Pasolini parla della loro amicizia, delle “aspettative” che Pier Paolo nutriva in lui, giovane poeta ventenne.
Una notizia che riattiva in Manacorda un evento della bellezza sublime di un trauma: che dovrebbe farlo gioire e invece lo fa piangere. Ma il pianto, si sa, è contiguo al riso.
Giorgio Manacorda – ph Dino Ignani –
Il testo “Pasolini a Villa Ada” è quindi il racconto della conversazione telefonica che si apre intorno a questo trauma e che – grazie alle domande e ai dubbi acutamente seminati “senza mollare mai l’osso” da Renzo Paris – induce in Giorgio Manacorda una sorta di travaglio, che finirà per “dare alla luce” una potente consapevolezza.
L’adattamento di Ivan Festa predilige il respiro del racconto a quello del dialogo: all’affanno della corsa e alla sorpresa della notizia – nonché delle conseguenti domande – la pacatezza di chi è riuscito nello sforzo di cercare di mettere insieme tutti gli elementi traumatici dell’evento degli eventi.
Un racconto, il suo, ricco di intime e raffinate sfumature espressive, dove l’emozione del racconto sembra la risultante di un processo di metabolizzazione precedentemente avvenuto.
Una consapevolezza, la sua, esito dell’ostinato processo di succussione, di scuotimento emotivo ripetuto – proprio di un dialogo intimamente esplorativo – dalla quale scaturisce come per distillazione il monologo propostoci ieri sera, nella suggestiva sala dell’Ar.ma Teatro.
Ecco così allora che la luce sbocciante delle 7 del mattino, che apre il testo di Manacorda, lascia il posto qui a una luce crepuscolare, vagamente gotica, propria del percorso di fioritura finale della giornata. Propria dello stato della sua psiche.
Ivan Festa
Festa non è in tenuta da runner, come Manacorda.
E’ nudo ai piedi. E nell’animo.
E’ vestito di ombre.
La luce ne disegna profili, ne bagna piccole parti del volto.
A volte si concede l’ebrezza di calpestare quelle foglie secche che lo proteggono, quasi come un confine. A volte sceglie di venire ad abitare questo confine. Una volta l’oltrepassa, spingendosi tra noi. Per un attimo. Finalmente libero.
Ivan Festa
Inizialmente vive in simbiosi con una panchina del parco di Villa Ada. Un po’ come con il senso di colpa che Giorgio Manacorda si è portato dietro per così tanti anni: quello di aver deluso “le aspettative” di Pasolini, di non essere stato più di suo gusto. Di non essere riuscito ad abnegarsi alla poesia.
Un padre spirituale Pasolini, che contrariamente a ciò che rende tale una figura paterna – l’introduzione di un limite, di una regola che permetta al desiderio di poter zampillare – lo invita all’estremo sacrificio in nome della poesia: all’aprirsi ad una crocefissione in suo nome. Ma così il desiderio – se non degenera in ossessione – si blocca: l’apertura totale non lo stimola.
E Manacorda è risucchiato nel blocco di un lutto, prima ancora che Pasolini muoia. Un lutto che inaspettatamente inizierà ad elaborare proprio grazie a questa conversazione con Renzo Paris nel Parco di Villa Ada.
“Carta” dipinto di Giorgio Manacorda
Proprio grazie al potere magico del raccontare, del raccontarsi. Finalmente al di là del suo “io non ricordo niente. Io dimentico”.
“… Ma se non ho mai raccontato a nessuno neanche l’episodio di Cristo. Cioè no, non è vero, qualche volta mi sono lasciato andare ad una battutaccia: Cristo a Pasolini gliel’ho presentato io! Poche volte però, e in genere con giovani sconosciuti che mi parlavano di Pier Paolo, e allora per noia ed esibizionismo…“
E tornare a ricordare, come il linguaggio psicoanalitico gli aveva già insegnato guarendolo dall’asma, che la paternità autentica è una responsabilità senza pretese di proprietà: che non esige che i figli diventino ciò che “le aspettative” narcisistiche di certi “padri” vorrebbero che fossero.
Ivan Festa rende omaggio a questo appassionato testo di Giorgio Manacorda cesellando un piccolo gioiello: potente e delicato.
E’ notte: Pupa va in strada per fare “carezze d’amore” . Spaventata, sussurra di Nino RotaCanzone arrabbiata. Ma una struggente malinconia domina sulla rabbia.
Canto per chi non ha fortuna
Canto per me
Canto per rabbia a questa luna
Contro di te…
Contro chi e ricco e non lo sa…
Chi sporcherà la verità
Penso all’illusioni dell’umanità
Tutte le parole che ripeterà…
Dipinto di Giuseppe Fava
Gli avventori le dicono che lei è una cosa inutile; si dimenticano il suo nome. Ma lei non perde la consapevolezza della sua identità.
Perchè si racconta a noi. E così grazie al potere del racconto può continuare a tenere insieme tutti i ricordi che le danno la prova di esistere.
Pupa s’innammora: riesce sempre a trovare qualcosa di cui innammorarsi. E ne è felice. Scopre di diventare madre ma prima che nasca suo figlio muore il suo Michele. Allora il bambino si chiamerà come suo padre e oltre al nome ne erediterà il destino.
Marco Aiello (Orlando) e Claudio Pomponi (Pupa)
L’amore poi prende il nome di Orlando ma lui la fa esibire nelle piazze: è il suo amore e il suo pappone. Sono storie d’amore e di morte. Pupa lo sa: basta chiudere gli occhi e immaginare che quelle carni siano del suo Orlando.
Ma le narrazioni di Pupa e di Orlando differiscono: dove sarà la verità?
Dipinto di Giuseppe Fava
Pupa si strugge per i suoi figli, per le contraddizioni dell’essere madre: desiderare di spingere fuori – alla vita – il proprio figlio ma poi desiderare anche farlo rientrare nel proprio grembo. Proggerlo dal crescere, dall’allontanarsi, dall’essere indipendente. Dal morire.
Quanto vale la vita di un uomo ?
Claudio Pomponi (Pupa) e Marco Aiello (Orlando)
In un’epica del sopravvivere dolce-amaro, Marco Aiello (Orlando) e Claudio Pomponi (Pupa) – a scena quasi nuda – riescono a “riempirci gli occhi di parole e la gola di sospiri per amore”.
La Pupa di Pomponi brilla di un femminile in purezza: candido e sordido; delicato e prorompente. E di una vocalità sinuosa e suadente. Un femminile trasversale all’ontologia del genere.
Di Marco Aiello emerge la versatilità, nella quale si muove attraversando le pluripartiture che in lui prendono vita: dall’avventore al musicista (di lacerante bellezza i suoi interventi contaminanti con l’armonica a bocca); dall’avvocato al pappone. Sostiene con efficacia e credibilità un dialetto siciliano parlato con un ritmo vorticoso eppure chiarissimo, netto, opportunamente articolato.
Entrambi ricordano un po’ i guitti della commedia dell’arte ma il riferimento più esplicito e ai cantastorie erranti siciliani.
Uno spettacolo che brucia il cuore.
È il teatro di Giuseppe Fava: il teatro che punta la luce sulla “normalita”, sullo stile popolare dal linguaggio denso e marcato. Sull’ “antica ed eterna contraddizione di vivere tra infelicità e speranza”. Un teatro come esercizio del potere investigativo verso la ricerca di quella libertà, che non è un dono di natura ma ardita e consapevole conquista.
Che tipo di rito di formazione hanno attraversato i Millennial ? Su quale “terreno” sociale e politico sono cresciuti ?
Su queste domande ci interroga e ci invita a riflettere il graffiante monologo – scritto, diretto e interpretato dalla caleidoscopica Giulia Trippetta – fino a ieri in scena al Teatro Basilica.
Una generazione, la sua, apparentemente con il massimo delle opportunità. Ma vista più da vicino, che generazione è ? Di quali dubbi e di quali certezze si è nutrita?
Che futuro siamo stati in grado di offrire come Paese e cosa sono diventati i rappresentanti di questa generazione? Perché sono loro il nostro futuro più prossimo.
Giulia Trippetta
Con carismatica duttilità Giulia Trippetta dà forma ad una sua personalissima “narrazione di formazione” dove, parlando del proprio microcosmo, ci rimanda il riflesso del macrocosmo nel quale affondano le sue radici.
Un macrocosmo che ha perso la riconoscenza verso il valore sacro dell’unicità, della diversità irripetibile di ciascuna persona. Il paese di fantasia che tra finzione e realtà le dà i natali si chiama Fossoperduto: un “nome omen” dove “i fossi”, e quindi i confini personali, sono andati persi. Dove tutti si permettono di giudicare tutto, quasi fosse un nuovo perverso “cogito” : giudico quindi sono.
Giulia Trippetta
E lei crede, e convive, con quello che le dicono le amiche e le sue parti interiori. Assediata, si lascia sabotare: lascia che gli altri, ma anche lei stessa, minino le sue mura. Ma l’autostima si sa: è un dono sociale; gli altri possono nutrirla.
Un giorno arriva la svolta: la recisione dei ponti. Seguiranno avventure e sventure, come avviene ad ogni “eroe” in formazione. Ma qualcosa non va: non ne nasce un’evoluzione, una vera formazione. Essere libera è ancora più difficile che essere sottomessa al giudizio degli altri. Cerca, ma non trova, quella capacità di desiderare sufficientemente solida per dare frutto. Oltre che per resistere.
Gioia Trippetta
Fino a che prepotentemente inizia a farsi spazio quell’insensibilità ai morsi di qualsiasi passione: “piuttosto che fare una cosa bene, meglio farne tante male “. Ma ciò che fa tanta paura fino a paralizzare può raggiungere anche la potenza improvvisa di un’energia soffocante. Nonostante tutto la protagonista non si arrende: non ha ancora capito in che direzione cercare quella che può essere “la sua casa” ma continua a cercare.
Soprattutto se stessa: chi è davvero, nel bene e nel male. E a regalarsi comunque rispetto: per il proprio corpo e per la propria interiorità. Consapevole, ora, che fuori di sé l’attende una società “liquida”: che non riesce più a trattenere e a dare densità e corpo a degli autentici valori. Se non quelli legati alla rivoluzione digitale: che avanza veloce senza curarsi delle difficoltà di adattamento delle menti umane.
Il risultato è che i 30enni di oggi sono i 18enni di un tempo: impantanati nel “dovrei”. E che non riuscendo ad orientarsi per capire “come si vive”, rischiano di marcire.
Così, protetti e avvolti nel limbo di una pellicola di domopak, in attesa di essere presi in considerazione, rischiano di fare muffa.
Teatro Basilica
Ma la muffa – come ricorda programmaticamente questa stagione del Teatro Basilica – è uno dei microorganismi più resistenti, in grado di sopravvivere anche nelle situazioni più avverse. È un fungo microscopico che aiuta la natura a decomporre ciò che è morto, per ridargli vita. In un passaggio dall’ordinario, allo straordinario.
Una prova attoriale, quella della 34enne Giulia Trippetta, davvero piena di “spezie”. Preziose. Più della “giada”.
Se l’acutezza di spirito di Harold Pinter è riuscita a provocarci ad immaginare negli ipotetici panni di un “guardiano” un ladro; il mordace sguardo registico di Duccio Camerini riesce a solleticarci a riflettere su come i panni del “ladro” possano essere vestiti da Mick – una delle vittime del furto – “lasciando in mutande” il ladro.
Ed è vero, è proprio così: per natura l’istinto alla sopraffazione ci unisce tutti. È ciò che più profondamente costituisce un essere umano. Sì, l’odio viene prima dell’amore: ci fonda.
L’ amore no. L’ amore – e quindi l’accoglienza, la condivisione, la misericordia, l’amicizia, l’altruismo – è tutto da imparare. Così come il concetto del “custodire”: dello sviluppare la fiducia a lasciare in custodia qualcosa di nostro ad un altro.
Ma cosa c’è da custodire in una stanza dove regna la fatiscenza e il caos ?
L’interno.
Qui, nel penetrante sguardo registico di Duccio Camerini, “il territorio da segnare” è un teatro abbandonato, roccaforte su un “esterno” minaccioso.
Ma cosa c’è di più accogliente di uno spazio teatrale? Uno spazio dove “deve” esserci qualcun altro che viene dall’esterno, per poter dar vita all’epifania del teatro?
In un’allucinata metateatralità, qui il living dei personaggi è un “territorio segnato” da un quadrato impermeabile. Ma un teatro non resta mai davvero asettico, abbandonato: per sua natura è permeabile, osmoticamente comunque visitato da presenze, da “fantocci” continuamente nuovi – spesso fedeli – che desiderano guardare, assistere, condividere, proteggere. Custodire.
Lo sguardo registico di Camerini non manca di valorizzare anche l’altra forma – oltre quella territoriale – in cui si esprime l’esigenza dei personaggi pinteriani di “segnare il territorio”: quella linguistica. Quella dei significanti: lo spazio nascosto e sottostante il significato delle parole. Uno spazio “interno” autentico e sofferto. Così lacerante che nessuno dei personaggi può e vuole sostenerne il peso: né il mittente riesce a tradurlo in una comunicazione intima e sincera; né il destinatario riesce ad accoglierlo ascoltando davvero la confessione dell’altro. Laddove l’ascolto è la condizione base per permettere ai sintomi della sofferenza di trasformarsi in parole. Non appena uno dei tre pare tentare di raccontarsi, l’altro si distrae a fare altro oppure parla contemporaneamente anche lui. Evitando che si lasci spazio al silenzio, presupposto che onora la parola dell’altro. “Guardiano” è quindi ciascuno dei tre protagonisti, nell’accezione riflessiva che ciascuno “si guarda” dall’Altro.
La vita, sembra dirci lo spazio teatrale, è una partita, dove le squadre avversarie, o i contendenti, sono realmente divisi. La separazione infatti è il presupposto di ogni partita. Non a caso Mick, il fratello di Aston, presentandosi all’ospite inatteso Davies (il ladro) lo accoglie con la provocazione: “A che gioco giochiamo?”. E a quante partite scoprirà di dover giocare Davies, in una metateatralità del gioco della vita !
In una visione registica che riesce a far coabitare ritmo ed eloquenti silenzi, fedeltà ed opportuni tradimenti, Duccio Camerini scende anche in scena vestendo i panni di un Davies carismatico e scoppiettante, che sottovaluta l’altruismo rappresentato da Aston (un Leonardo Zarra credibile nella sua vellutata e ossessiva sofferenza) e la diffidenza del fratello Mick, resa con efficace isterica violenza da Lorenzo Mastrangeli.
Uno spettacolo che – nell’apparente freddezza – brucia di passione.
Uno spettacolo che cela e rivela verità esistenziali.
Perché il Teatro ci salva. Sempre. È la nostra roccaforte da dove “guardare” la Vita.
Come nel Teatro così nella Vita, infatti, ci “deve” essere l’altro per esserci un noi.
Che cos’è l’amore se non un incontro speciale che riesce a interrompere il nostro normale scorrere del tempo, il nostro precedente modo di stare al mondo ?
Anche su questo ci invita a riflettere l’appassionante spettacolo di Alessandro Sena“Il tuo nome brucia sulle mie labbra”, andato in scena ieri sera in prima nazionale nell’avvolgente intimità del Teatro Belli, nel cuore di Trastevere.
L’amore ci fa fare esperienza della nostra massima apertura verso l’altro. Ma non sempre si riesce a fare un buon uso di questa nostra incondizionata apertura. E allora l’amore può trasformarsi nel luogo della chiusura, della prigionia, dell’ossessione, della ripetizione. Dell’assedio.
Alessandro Sena
Questa è la condizione in cui si trova la protagonista del libro “Un corp en trop” della scrittrice francese Marie-Victoire Rouillier, libro caso letterario in Francia negli anni ’80 per gli straordinari contenuti e la bellezza del testo, di cui Alessandro Sena ha curato la traduzione italiana e dalla quale ha tratto lo spettacolo “Il tuo nome brucia sulle mie labbra”.
Non un adattamento ma un’autentica messa in scena di 20 lettere selezionate ed estrapolate dal libro, che ne raccoglie nella totalità 40: quelle che una giovane donna scrive e indirizza alla sua amata, ritiratasi in convento.
Lettere che – forse lette e poi accartocciate dalla destinataria o invece cestinati tentativi di seduzione, ritenuti non soddisfacenti dallo stesso mittente – giacciono a terra, ricoprendo quasi interamente il palco. Come un corpo che si offre e che ripetutamente viene rifiutato. Tocco scenografico potentissimo.
In una realtà come quella attuale in cui si tende spesso a irridere l’amore ritenendo che ogni amore nasca portando con sé la propria morte e quindi nasca con una breve data di scadenza, questo testo recuperato e addirittura tradotto in italiano da Alessandro Sena ha il valore di riportare appassionatamente l’attenzione sull’immensità alla quale l’amore ci apre e ci consegna. Anche se qui si tratta di un amore che non ce la fa a tollerare questa apertura incondizionata.
Attraverso una messa in scena ferocemente tenera, la regia della parola di Alessandro Sena trova la chiave per farci riflettere – sequestrandoci l’attenzione dell’anima – su che cos’ è il desiderio. Su come si nutra di tatto ma anche di segni di attenzione e di mancanze. E sul potere plasmante della parola dell’altro.
Ma la regia di Alessandro Sena non manca di sottolineare efficacemente anche quella tentazione tutta narcisistica che comunque può abitarci e che ci vorrebbe auto-fondanti. Nel dare corpo a queste due spinte contrastanti, il regista sceglie di scommettere su giovani promettenti interpreti: otto, tante quante le ombre che – come inquiline – abitano il condominio dell’inconscio dell’amante.
Le otto interpreti in scena – Angela Di Domenico, Erika Fusini, Chiara Iannacone, Francesca Mele, Sara Morassut, Marta Porfiri, Micaela Iago e Sania Ricchi – rapiscono il pubblico, che inconsapevolmente si lascia andare immedesimandosi a specchio con ciò che accade sulla scena. E sentiamo insistentemente queste ombre rotolarsi anche nelle nostre pance. La partecipazione è tale che un sublime silenzio ci lega tutti e solo momentaneamente ci libera in sospiri.
Sono ombre che acquistano corpo attraverso la densità delle voci, tutte diversamente e lacerantemente affamate d’amore. Ogni ombra fa di tutto per farsi ascoltare ma quanta struggente bellezza quando le ombre si compongono coreograficamente! I loro rituali ossessivamente circolari; la potente simbologia dell’amore simbiotico rappresentato attraverso l’insana sacralizzazione del rito della comunione (il peccato originale dell’amante); la loro rabbia vendicativa da Erinni; la loro ebrezza da Baccanti; la splendida liturgia di un Alleluja illuminato dalla sinistre luci delle candele, poste sotto i loro volti. E poi la brama finale: quella del tatto con la terra, con il suolo.
Ombre incapaci di amare davvero, cioè pur non essendo corrisposte. Non a caso, forse, il nome dell’amata non è mai pronunciato. E perciò brucia sulle labbra dell’amante che non c’è la fa a chiamarla per nome assegnandole un’autentica identità. Perché qui l’altra, l’amata, è una proiezione del sé dell’amante: non c’è nell’amante una vera apertura all’affascinante diversità dell’amata. C’è brama del suo corpo, delle sue attenzioni ma non decolla mai “un vero incontro” che, solo, può produrre una nuova nascita di se stessi e quindi una riconfigurazione del mondo esterno.
Non riesce l’amante descritta nel conturbante testo della Rouillier – ma non possiamo fare a meno di amarla anche per questo – a provare una sana curiosità per l’irriducibile diversità dell’amata. Una diversità che, anche se non corrisponde, non necessariamente deve portare a reazioni violente. Anche verso se stessi. E la regia di Sena non a caso non regala un corpo all’amata. Né all’amante: quelle in scena sono solo le sue ombre inconsce. Quelle che hanno finito, purtroppo, per “cibarsi” del suo corpo.
Accuratissima l’attenzione alla resa delle ombre. Un abito, identico per ciascuna, che esteticamente e registicamente è anche un habitus: un esuberanza castrata. Una seconda morbida pelle di stoffa nera, allora, si lascia stringere sul ventre da un’ambigua guaina contenitiva che ammicca alla seduzione di un reggi giarrettiera. Castrante però: ricco in ulteriori lacci velati, che ne suggellano la costrizione.
Uno spettacolo e un libro che ci parlano della difficoltà di amare e di amarsi. Ferite di cui Alessandro Sena riesce a fare lancinante poesia.