-CASANOVA- regia Fabio Condemi

di Fabrizio Sinisi

liberamente ispirato a Storia della mia vita di Giacomo Casanova

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TEATRO VASCELLO

dal 13 al 17 Maggio 2026


Affronta le ombre dell’oscurità attraverso il rito della luce. Complice il richiamo delle campane.  Si muove sulla soglia con prudente eleganza, indossato dalla sua preziosa vestaglia di broccato, confine fluido tra il sonno e la veglia, tra la dimensione privata e la dimensione pubblica. Sa cosa cercare quando si avvicina alla sua biblioteca. Ma poi si lascia tentare da un peccato di gola. 

E’ il Casanova di un ancora fascinoso Sandro Lombardi che – dopo l’ennesimo esilio da Venezia, umiliato e in cerca di stabilità economica – vive nel Castello di Dux in Boemia, dove accetta un lavoro da bibliotecario, offertogli dal Conte di Waldstein. Un lavoro da custode geloso della memoria e del sapere. 

Casanova vive questi suoi ultimi anni scrivendo – e quindi anche custodendo e organizzando – la sua memoria biografica. Ma, arrivato alla compilazione del settimo volume, succede qualcosa di diverso. 

La memoria viene meno, non si lascia contattare: come se avesse iniziato a parlare un’altra lingua, diversa, a lui incomprensibile. Come quel dannato tedesco che lì a corte tutti parlano tranne lui. E così, esiliato anche dal rapporto con il suo presente a causa di una lingua barbara, resta nevroticamente intrappolato in una sorta di inferno, dove “non riceve mai quello che chiede”.

Ci vorrebbe un altro tipo di bibliotecario: meno geloso, meno custode. Qualcuno che riesca a muoversi nel caos di “una diversa” forma di lingua, di memoria. Casanova a qualche livello lo sa –“non mi convince ma mi affascina“ – e convoca allora da Parigi un medico esperto di mesmerismo: un approccio medico seducente che mescola storia, esoterismo e psicologia. Proprio nell’Età dei Lumi. Una teoria medica che attribuisce la causa delle malattie al blocco di un fluido corporeo, proponendo di scioglierlo tramite “influssi magnetici” e ipnosi.

Franz Anton Mesmer (1734-1815) – celebre medico viennese, di quando Vienna era una delle grandi capitali del mondo, ovvero la Vienna di Maria Teresa e di Haydn – inventore di questo metodo, studiò a lungo l’opera di Paracelso, medico del Cinquecento, che sosteneva che le cause e i rimedi delle malattie vanno cercati nelle forze dell’universo, perché sono loro a influire sulle nostre condizioni fisiche. Tra queste forze che legano il macrocosmo al nostro microcosmo umano Mesmer individuò il magnetismo, immaginandolo come un fluido sottile e invisibile emanato non solo dalla calamita, ma anche dal proprio corpo (o da quello di persone che ne risultassero particolarmente cariche) e con il quale sosteneva di poter curare vari disturbi.

Mesmer, di spalle, durante una seduta di terapia a Parigi attorno a un grande baquet magnetico a forma di ellisse

(Foto: Alamy / Aci)


Nelle illuminate corti settecentesche era diventato molto di moda il mesmerismo e, effettivamente, le sedute qualche effetto lo avevano su chi riceveva questo trattamento. Mesmer fu in effetti un pioniere nell’individuare la possibilità di una diversa relazione con la persona malata e con la sua esperienza della cura. Inoltre, le sue osservazioni riguardanti un certo tipo di sonno magnetico che lui induceva, fornirono una base per i successivi sviluppi dell’ipnosi.

D’altra parte Casanova vive in un secolo decisamente complesso e, in quanto tale, affascinante.

E’ il secolo di Kant (1724-1804) e della differenza tra “fenomeno” (la realtà come ci appare organizzata dalle strutture della nostra mente) e “noumeno” (la realtà vera, indipendente dalla nostra percezione, che rimane inconoscibile). 

E’ il secolo del terremoto di Lisbona (1755), accompagnato da un incendio e da uno tsunami. Non solo una catastrofe naturale, ma un vero e proprio evento traumatico collettivo che scosse le fondamenta intellettuali, religiose e filosofiche dell’Europa del XVIII secolo. Un disastro che mise in crisi la filosofia teodicea e l’ottimismo razionalista, in particolare quello di Leibniz, che sosteneva vivessimo nel “migliore dei mondi possibili”.

Voltaire – presenza rievocata qui in scena (e interpretata da un efficace Alberto Marcello) – divenne il portavoce dello shock europeo, scrivendo il Poema sul disastro di Lisbona (1756) e il celebre romanzo Candido o l’ottimismo (1759). Opere, dove attaccò l’idea che la sofferenza avesse un senso provvidenziale, chiedendosi perché innocenti (e bambini) dovessero morire in modo così orribile. Un terremoto, quello del 1755, che ha costretto la generazione dei Lumi a confrontarsi con l’irrazionalità e l’imprevedibilità della natura, ponendo le basi per un nuovo approccio alla vita, alla sofferenza e alla scienza.

E’ il secolo però anche dell’introduzione delle macchine e della prima rivoluzione industriale (1760), eventi che ebbero un impatto dirompente sulla coscienza della società, ponendo le basi per una mentalità moderna basata su produttività ed efficienza.

E’ il secolo del primo volo a bordo di una mongolfiera (1783) che rappresentò la concretizzazione fisica dei sogni illuministi di progresso e di dominio della natura attraverso la ragione. Così come la sfida dell’ignoto da parte dei primi aeronauti contribuì ad alimentare un senso di ammirazione per lo spirito d’avventura umano.

E’ il secolo della Rivoluzione Francese (1789-1799) che ebbe un impatto dirompente sulla coscienza sociale del Settecento, trasformando radicalmente il modo in cui le persone percepivano il potere, i diritti e la propria posizione nella società. Fu un vero e proprio shock nella coscienza europea, in quanto sostituì l’idea di una società statica e gerarchica con quella di una società dinamica, fondata sui diritti individuali e sulla partecipazione politica.

Casanova si trova ad attraversare e ad essere testimone nell’arco della sua vita (1725 al 1798) di tutte queste sconvolgenti e fertili contraddizioni, che fanno di lui una coscienza che non si accontenta e indaga le sfumature della realtà, dell’arte e della scienza. Una coscienza, la sua, che nonostante una stabilità precaria, cerca comunque un nuovo orientamento. E’ questa sua energia eccedente, che impedisce il suo totale chiudersi su se stesso.

Casanova sente infatti che ha bisogno di essere aiutato da qualcuno – come “un vecchio amico o un compagno di scena” – che lo porti “a volare” oltre quei confini della sua coscienza che lui, da solo, non riesce a varcare. Ha bisogno di un medico mesmerico. Ed è questa particolare tipologia di medico che sta aspettando ora, in scena. 

Con fascinosa perspicacia la sinergia artistica tra il drammaturgo Fabrizio Sinisi e il regista Fabio Condemi immagina allora di rendere forma drammaturgica la sessione di mesmerismo, così da visualizzare suggestivamente le fertili contraddizioni che convivono nell’uomo che ha dato accoglienza a innumerevoli identità. La sua vita fu un susseguirsi di fughe, intrighi, travestimenti: avventuriero, amante, giocatore d’azzardo, latitante, soldato di ventura, filosofo, scrittore, diplomatico, studiò diritto, fu matematico, scrisse saggi su scienza ed economia, si occupò di spionaggio.

Fu un acuto osservatore della società del suo tempo, quella società che desiderava incantare. Ma fu anche un acuto osservatore di se stesso: un uomo che alla fine del suo tempo è ancora interessato alla ricerca di se stesso. Tanto che sul limitar della sua vita sente e accoglie la spinta di avventurarsi ad indagare il più grande mistero dell’esistenza: la memoria, la psiche.

Il medico mesmerista (interpretato in scena da un rigorosamente magnetico Marco Cavalcoli) accompagna allora Casanova in un viaggio onirico tra le sue memorie più nascoste – irraggiungibili alla razionalità logica perché depositate in aree diverse da quella dell’io – per scoprire cosa accade nel suo teatro dell’inconscio. 

E’ “un volo”, questo, che chiede fiducia, che va affrontato “a occhi chiusi”, o meglio con gli occhi del sentire. Occorre salpare dal controllo razionale per poter incontrare una nuova terra, una razionalità onirica, fuori dai principi della logica. Una lingua nuova: che si dà per frammenti dell’io, per immagini, che mirabilmente gli occhi del Casanova di Sandro Lombardi riescono a proiettare su di noi. Ed è incanto.

E’ in questa nuova dimensione che arriva a Casanova – prendendo forma dallo sciabordio dell’acqua – la memoria di un antico trauma: un episodio di epistassi, che riporta in scena un piccolo Casanova (un talentuosissimo Edoardo Matteo).

(ph. Luce Del Pia)


Un’epistassi, comunemente nota come “sangue dal naso”, che pur essendo un evento di natura medica legato alla fragilità capillare o a fattori ambientali, può rivelare, in una prospettiva simbolica, significati legati a emozioni, ad una richiesta di attenzione.

Ma in questa nuova area frammentata della psiche tutto scorre, si sovrappone, fluisce, si arresta, ritorna. Così come, con stile accattivante, viene visualizzato dalla concertazione tra la drammaturgia della scena e dell’immagine curata da Fabio Cherstich; il disegno luci di Giulia Pastore; le musiche e il sound design di Andrea Gianessi. Una sinergia che riesce a riprodurre la continua trasformazione del paesaggio psichico di Casanova.

E così dal trauma dell’epistassi, si passa all’eros di un altro ricordo traumatico: l’abbandono del più grande amore della sua vita. Henriette: donna intellettualmente a lui complice e assai appassionata (qui in scena una Simona De Leo dall’aura seducentemente enigmatica).

Ricordo che lascia il passo a quello vissuto nella prigione dei Piombi assieme al monaco barnabita Padre Marino Balbi (qui in scena interpretato da un interessante Marco Cavalcoli, divinamente grato e umanamente gaudente) con il quale condivise la detenzione e il piano di fuga.

(ph. Luca Del Pia)


E poi ecco l’imbarazzo per  il rapporto poco onesto con la finanziatrice, protettrice e cliente esoterica frequentata durante il suo soggiorno parigino, in particolare nel periodo post-fuga dai Piombi: la marchesa Jeanne de Durfé ( in scena una meravigliosa Betti Pedrazzi).

(ph. Luca Del Pia)


E  ancora, continua ad emergere lo sconcerto per il terremoto di Lisbona, descritto dallo stesso Voltaire (qui di Alberto Marcello).

(ph. Luca Del Pia)


E poi quella frase che torna senza cancellarsi: “Dimenticherai anche Henriette”. Forse perchè, come ricorda Fabrizio Sinisi nelle sue note di drammaturgia, “soltanto quel che non cessa di dolorare resta nella memoria” citando il Nietzsche della “Genealogia della morale” (1887).

(ph. Luca Del Pia)


Tutto si sblocca, tutto fluisce attraverso questa nuova dimensione mentale che non ha fretta di capire, perché “le verità sono scritte in forma di enigmi e gli enigmi vanno intesi in forma allegorica, non lineare”. 

Ma il medico stabilisce che il tempo è finito e che ora si può tornare ad aprire gli occhi. 

(ph. Luca Del Pia)


Resta la sensazione di come sia diverso “il cercare di non morire, dal cercare di vivere”. Di come ricordare i propri successi per inserirli in una memoria biografica non sia più interessante del raccontare e condividere le proprie fragilità.

Perché si può rincominciare. Sempre. Anche quando tutto cambia. Anche quando ci sembra di non avere più un “nostro” posto, perché tutte le precedenti certezze sono state stravolte. Anche dopo la morte. A teatro si può. 

(ph. Luca Del Pia)


Uno spettacolo che brilla di sapiente cura e fertile ricerca in ogni sua componente, per raggiungere picchi di eccellenza nell’interpretazione di Sandro Lombardi. 

Lo spettacolo è una produzione LAC Lugano Arte e Cultura, in coproduzione con Emilia Romagna Teatro ERT/Teatro Nazionale, TPE Teatro Piemonte Europa, Compagnia Lombardi Tiezzi, La Fabbrica dell’Attore – Teatro Vascello


Recensione di Sonia Remoli

Recensione dello spettacolo QUESTO E’ IL TEMPO IN CUI ATTENDO LA GRAZIA – da Pier Paolo Pasolini – regia di Fabio Condemi

TEATRO VASCELLO, dal 14 al 19 Maggio 2024

Gabriele Portoghese

E’ il nostalgico rammarico di un paradiso perduto: “Perché realizzare un’opera quando è così bello sognarla soltanto?”.

Condizione esistenziale che – osservando la poetica installazione scenografica sul palco del Teatro Vascello – potrebbe essere tradotta anche così:  “ Perché realizzare una nascita (all’esterno) quando è così bello restare dentro la propria madre e sognare, da lì, la vita che si potrebbe realizzare (all’esterno)?

E infatti dentro un utero di terra, sulla cui sommità spuntano lunghi ciuffi d’erba profumata, si rotola beato il feto di Pier Paolo Pasolini (reso con santa e realistica plasticità da Gabriele Portoghese).

E sotto un caldo cielo notturno, un coro di grilli annuncia la sua imminente venuta al mondo.

Un sole di provincia e il pianto dei salici gli danno il benvenuto, una volta avvenuta la separazione dal corpo materno. 

Gabriele Genovese

E come in un gioco con la palla, il neo-nato passa di mano in mano, di braccia in braccia. Finché non arrivano “quelle” braccia: inconfondibili. Come il bianco seno che custodiscono e che si slaccia per offrirsi alla sua piccola bocca. E proprio da lì, epifanicamente, “lo sguardo” del neonato incrocia quello di sua madre. Anche il coro di cicale ne resta folgorato. E tace. 

Passano gli anni e in una sera di profonda estate – sulle note di una canzone di Claudio Villa – il piccolo si ritrova a “incollare il suo sguardo” sui suoi genitori, ”alleati in un abbraccio”  danzante.  Sotto un cielo di fuochi d’artificio premonitori di traumi, il piccolo continua a seguire con lo sguardo i suoi che ora s’infuocano in un abbraccio “senza pudore e senza malizia”.

Slacciatosi infine dalla moglie, il padre sente improvvisa la premura di andare, ora lui, “a guardare” il figlio. E lo invade un moto incontrollabile di stizza: quello che si può nutrire verso un edipico rivale in amore. 

Ma cosa significa “vedere” ? Cosa si cela dietro al desiderio di vedere? E che cosa può succedere quando prende il sopravvento il desiderio di non voler vedere ?  Quale croce e quale delizia si annidano nei nostro occhi, nel nostro sguardo ? Quanto ad esempio l’odore (ovvero gli occhi dell’olfatto) di questo edipico prato verde  torna ad abitare e a chiudere la vita e le opere di Pasolini ? Quanto lo sguardo di chi ci getta al mondo genera anche il nostro destino ?  

“… In ogni punto in cui i tuoi occhi guardano è nascosto un Dio.
E, se per caso non c’è, ha lasciato lì i segni della sua presenza sacra:
o silenzio o odore di erba o fresco di acque dolci.
Eh sì: tutto è santo! Ma la santità è insieme una maledizione.
Gli Dei che amano in un tempo stesso odiano…”.

Gabriele Portoghese

La narrazione poetica ricostruita da Fabio Condemi é carica di quella quotidiana ignara bellezza che sola può esprimere il sacro della realtà. E procede attraversando una selezione di sceneggiature del corpus pasoliniano – necessarie allegorie per la comprensione della realtà – capace di regalare vita ad un’insolita ed affascinante “biografia poetica” sul poeta friulano.  

Una lettura del corpus scenografico che viene analizzato – proprio com’era nello stile del folgorante insegnamento dello storico dell’arte Roberto Longhi – attraverso un accurato “sguardo sui particolari” dell’opera stessa. 

Longhi era solito avvalersi di diapositive per inquadrare – non solo visivamente – quei dettagli, quei frammenti così preziosi per cogliere il valore di un’opera.  Qui Condemi – che per la drammaturgia delle immagini ama avvalersi del sapiente estro di Fabio Cherstich – traduce l’eredità delle diapositive con delle brevi “proiezioni-apparizioni” che orientano lo spettatore nell’indirizzare lo sguardo su quei particolari della narrazione drammaturgica capaci di rivelarne la cifra dell’originalità. 

Gabriele Portoghese

Gabriele Portoghese è un incantatore: la sua meravigliosa e feroce capacità istrionica costruita su calibratissimi dettagli riesce a mettere a servizio del testo il corpo e la voce con una disponibilità, direttamente proporzionale al potere calamitante che esercita su chi lo ascolta. Che si lascia stringere in una morsa d’attrazione, fino alla fine dello spettacolo.


Recensione di Sonia Remoli


Recensione dello spettacolo ULTIMI CREPUSCOLI SULLA TERRA – liberamente ispirato all’opera letteraria di Roberto Bõlano – regia e drammaturgia di Fabio Condemi

Quanto ci piace “vederci chiaro” nelle esperienze della vita?

Quanto è importante raggiungere questa condizione per poter alimentare in noi la sensazione di tenere tutto sotto controllo? 

Fabio Condemi

Lo sguardo registico di Fabio Condemi intorno alla poetica di Roberto Bõlano sembra venirci incontro su questa esigenza esistenziale, che più o meno tutti ci accumuna. 

E con la complicità artistica di Fabio Cherstich – che ne cura le scene, la drammaturgia delle immagini e i costumi – ci immerge fin da subito in un habitat minimalista, frammentato e iper controllato che si avvale della sinergia delle temperature offerte dalle tecniche cinematografiche. 

Infatti, non solo in proscenio campeggia una macchina per la ripresa, ma la rappresentazione che si dà sulla scena viene riprodotta in diretta su un maxi schermo. Così da avere la possibilità di “leggere” la narrazione attraverso (almeno) altri due diversi sguardi: uno in primo piano e l’altro in campo medio-lungo. E laddove necessario anche in soggettiva, per entrare ancora di più nel punto di vista del personaggio. E perché “leggere è sempre più importante che scrivere”.

Rigorosamente “a vista” sono i contributi della drammaturgia delle luci e delle ombre. Affascinanti, calibratissimi effetti sanno rendere efficacemente il movimento emotivo, così come il muoversi nello spazio e nel tempo.

Ma, al di là di ogni lettura, il mistero connaturato alla vita resta, resiste. Sfugge all’umano controllo. E si dà in tutte le sue contraddizioni.

Ecco allora che da questo impianto dalla lucidità vivisezionante Condemi lascia emergere quello sguardo insieme feroce e lirico proprio del corpus poetico di Bõlano. E lo fa intrecciando quattro testi: Consigli di un discepolo di Jim Morrison a un fanatico di Joyce; 2666; Puttane assassine e Chiamate telefoniche. Dove – con acuto taglio registico – svela e cela il labirintico darsi di quelle che sono le ossessioni e i temi ricorrenti del grande autore cileno: la letteratura, la violenza, l’amore e il sesso.

Dove il bene e il male, la legge e la sua evasione, il deforme e il quotidiano, la storia e la letteratura, la realtà e la finzione, il comico e il tragico, il gioco e l’agonia si mescolano, si sovrappongono, si nascondono, per poi riemergere. Mostrando così ogni sfaccettatura, ogni possibilità: senza remore, senza paura, mettendo al centro di ogni cosa il linguaggio, la fantasia. 

Perché così è la vita.

“La violenza, la vera violenza, non si può fuggire, o almeno non possiamo farlo noi, nati in America latina negli anni Cinquanta, noi che avevamo una ventina d’anni quando morì Salvador Allende”.

E’ questo tipo di mistero che interessa molto Bõlano. E la verità che rincorre è quella che prende forma dalla costruzione del suono delle frasi. A lui interessa l’inafferrabile, il punto in cui l’onirico incrocia il reale, l’attimo in cui la vita è attraversata dall’incubo e subito dopo raggiunta da un attimo di dolcezza.

Gli attori sulla scena –  Anna Bisciari, Lorenzo Ciambrelli, Federico Fiocchetti, Vincenzo Grassi, Sofia Panizzi, Eros Pascale  – sanno rendere con vibrante espressività e generosa accoglienza i personaggi di Bõlano, così complessi e insieme così necessariamente incompleti, per riuscire ad essere pronti a dare forma ad altre possibilità. E’ la violenza delle cose inespresse, delle realtà eventuali.

Uno spettacolo potentemente crepuscolare che ci permette di addentrarci nella mente pirotecnica di uno dei più grandi autori del Novecento, che ci rivela che proprio nel mistero, nel non sapere, nel non comprendere, c’è tutto quello che occorre per andare avanti.


Recensione di Sonia Remoli

Recensione dello spettacolo NOTTUARI ispirato alle opere di Thomas Ligotti – regia di Fabio Condemi –

TEATRO INDIA, dal 22 Febbraio al 5 marzo 2023 –

È un elegante ed asettico agglomerato di “baracche” la scena di un bianco abbacinante, scelta dal poliedrico Fabio Cherstich per ambientare i “Nottuari” dell’intuitivo Fabio Condemi. Ricorda un po’ anche l’agglomerato pensato da Jaques Tati per “Mon oncle“: qui da Condemi però esiste solo la coordinata orizzontale.

La scena ideata da Fabio Cherstich per lo spettacolo “Nottuari” di Fabio Condemi

Anche l’associazione a un cimitero di lussuosi loculi non è da escludere: qui sono gli stessi defunti ad inventarsi qualcosa per essere ricordati.

Una scena dello spettacolo “Nottuari” di Fabio Condemi

Ma non è difficile immaginare la scena anche come un dispiegarsi di locali museali, dove le presenze simil umane sembrano addetti che ivi lavorano, o corpi raccolti e conservati per installazioni. Temporanee.

Una scena dello spettacolo “Nottuari” di Fabio Condemi

Le porte, vie di una im-possibile comunicazione, sono di varia natura: cigolanti, scorrevolissime oppure “tende-quadro” che si aprono come Lucio Fontana fa con le sue tele. Un addetto-guida ci propone un esperimento sul funzionamento della coscienza: tema dell’esperimento, ma anche di tutto lo spettacolo, una possibile anatomia dello sguardo.

La scena ideata da Fabio Cherstich per lo spettacolo “Nottuari” di Fabio Condemi

Etimologicamente “guardare” significa “osservare” solo nell’accezione transitiva. In quella intransitiva significa anche “guardarsi alle spalle, difendersi”. Quindi lo sguardo è oggettivamente sia una soggettiva “apertura” che una soggettiva “chiusura”. E quindi è solo la soggettività dello sguardo a dare vita oggettivamente ad una possibile relazione tra “il bello” e “l’orrore”. Tra ciò che è “mondo” e ciò che è “immondo”. L’ uno è contenuto nell’altro.

Paul Rubens, Medusa (1617)

È il mito di Medusa a parlarcene e a rivelarci che allo sguardo umano piace indugiare anche nell’orrido, nell’immondo. Tale è tutto ciò che ci circonda: la natura stessa. Per questo, la più autentica condizione vitale umana risulta quella della depressione: quella dell’essere schiacciati da ciò che vediamo.

Michelangelo Merisi detto Caravaggio, Medusa, 1598

Tragico diventa “avvicinarsi troppo”. I nostri occhi sono una tragica tentazione. Il nostro corpo non obbedisce al nostro controllo. Non siamo noi a sognare: siamo sognati. I sogni si nutrono di noi come fanno i parassiti. I nostri sogni sono i vermi della testa di Medusa. E ci rapiscono la possibilità di essere “angeli, puri, calmi ed eterni”. Il mondo ci risulta sconosciuto, inaccessibile, non manipolabile. Regna l’incomunicabilità. La nausea. Vivere è insopportabile.

Fabio Condemi, il regista di “Nottuari”

Il rigore inventivo del giovane e talentuoso regista Fabio Condemi ci regala un viaggio dove regna sovrana la sensazione del riuscire ad intravedere il baratro. Il suo è un modo di creare per intuizioni, libere associazioni, viaggi onirici. Interessantissima la sua scelta di ispirarsi alle opere di Thomas Ligotti, definito dal Washington Post «il segreto meglio custodito» della letteratura horror contemporanea, dove l’umanità è tormentata da un panico cosmico generato dalla coscienza, che ci svela quanto sia terribile essere vivi.

Thomas Ligotti

Condemi riesce nel tentativo di mettere in scena di Ligotti anche la sua narrazione sui generis, costituita da riflessioni sparse di una serie indistinguibile di voci narranti. Appunti. Uniche modalità per poter parlare del mondo infero in cui abitiamo, dove nessun rito, nessuna separazione, nessuna regolamentazione di alterità ci separa dal caos.

A Ligotti non interessa la storia, né la Storia: i suoi racconti avvengono in uno spazio virtuale e metafisico, le sue figure sono cavie da laboratorio prive di qualsiasi personalità psicologicamente connotata. Come in Kafka e in Beckett non c’è narrazione ma situazione, non ci sono personaggi ma figure, non c’è evento ma teatro.

Rappresentazione dell’indicibile e sospensione della cronologia: il mondo dentro di noi e il mondo fuori di noi non coincidono. Non si dà nessun senso se non nella nostra (personale e limitata) interpretazione del mondo, di cui l’universo fa tranquillamente a meno.

Gli attori: Carolina Ellero, Francesco Pennacchia e Julien Lambert.

Il regista Fabio Condemi e lo scenografo Fabio Cherstich


Recensione di Sonia Remoli