Recensione dello spettacolo EDIFICIO 3 – Storia di un intento assurdo – scritto e diretto da Claudio Tolcachir

TEATRO ARGENTINA, dal 16 al 21 Maggio 2023 –

Qual è il sinonimo di morire?

Cessare di vivere. 

E che cos’è vivere?

Un intento assurdo. Strano, così come definire l’uomo: niente di univoco.

E il ricordo?

Un atto collettivo.

Con paradossale musicalità, la malia della drammaturgia di Claudio Tolcachir, sottraendo alla narrazione ogni coordinata spazio-temporale, porta in scena un’umanità manchevole: dimenticata. Esiliata.

Claudio Tolcachir, autore e regista dello spettacolo “Edificio 3”

Un’umanità di “senza” , che fingono di essere “con” finché non si scopre che tutti sono “senza”: senza lavoro, senza madre, senza marito, senza casa, senza limiti, senza desiderio. A colmare (apparentemente) tutti questi “vergognosi” vuoti, uno spazio vitale iper pieno, iper ordinato, all’interno del quale ci si muove, per darsi un tono, a una vertiginosa velocità. Vertigine di cui risente anche la parola che diventa a tratti, così centrifugata, quasi un grammelot.

Una scena dello spettacolo “Edificio 3 ” di Claudio Tolcachir al Teatro Argentina di Roma

Una reazione istintiva, quella di questa umanità, di fronte a ciò che sta succedendo intorno a loro: un vero disastro, un panorama a dir poco deprimente. E allora, non tentata dal cambiare contesto, quasi senza accorgersene questa piccola comunità sceglie di riunirsi col pretesto di lavorare ma in realtà senza sapere bene cosa stia facendo. Uno stringersi insieme, un restare attaccati, inventandosi ogni giorno un nuovo giorno. Un loro resistere. Un domani.

Valentina Picello

Tolcachir ci parla di uno di quei momenti di cambiamento che ciclicamente l’uomo si trova a vivere. Quelle fasi di passaggio in cui non si riesce a tenere del passato solo ciò che può essere ancora adattabile al nuovo scenario che si annuncia. Così ingombrati da scorie di passato, i personaggi in scena si vergognano per il loro non essere, ancora, come vorrebbero: adattati fertilmente al nuovo cambiamento che s’impone.

Giorgia Senesi

Nel mostrarceli in tutta la loro credibilità, il regista sa di provocare un effetto grottesco sul pubblico. E per noi, così abituati a nascondere i nostri disagi, vederli rappresentati nella loro autenticità ci fa sorridere: come fossero esagerati, fino al surrealismo. Ma l’effetto positivo, che il regista cerca e trova, è che il pubblico, provando tenerezza e compassione per quei cinque personaggi (nei quali ci viene così facile identificarci) inizia a provarla anche verso se stesso. Tolcachir sembra voler scoprire ciò che di teatrale c’è in ognuno di noi, in un approccio intimo. A tratti sentimentale.

Emanuele Turetta

Uno spettacolo seducentemente tragicomico. Così reale da sembrare surreale. E, in una prospettiva sospesa tra gioco e realtà, ci ritroviamo a commuoverci.

Rosario Lisma

Gli attori in scena Rosario Lisma, Stella Piccioni, Valentina Picello, Giorgia Senesi ed Emanuele Turetta sono così attenti, nella costruzione del loro personaggio, ai particolari anche più minuti, più accidentali, più imperfetti (ma proprio per questo più umani) da raggiungere livelli altissimi di credibilità. Sfiorando paradossalmente la poesia. 

Stella Piccioni

Un approccio, questo di Claudio Tolcachir, che diventa un’opportunità per riflettere su che ruolo può avere il teatro in tempi duri come questi. Su quanto lo spazio, le persone e le loro storie siano spunti interessanti per rivedere forme e linguaggi.  


Recensione di Sonia Remoli

Medea la divina

TEATROSOPHIA, dal 12 al 14 Maggio 2023 –

Lo sguardo cinematografico che permea la regia e impreziosisce la graffiante drammaturgia di Massimiliano Auci dà vita ad “un monologo a tre voci”, ricco in assolvenze e dissolvenze, echi e specularità.

Massimiliano Auci, autore e regista dello spettacolo “Medea, la divina”

In un efficace gioco di flash-back, il vissuto della “persona” Maria Callas finisce per fare da contrappunto a quello del personaggio “Medea” di Pier Paolo Pasolini.

Maria Callas

Entrambi rimandano, infatti, a una predisposizione delle due donne verso amori folgoranti per uomini carismatici ma poco disponibili a riconoscere il loro autentico valore, unitamente ad un particolare rapporto sventurato con i propri figli. Donne ostinatamente ambiziose e di successo ma penalizzate da un insano rapporto con il cambiamento. 

Maria Callas in “Medea” di Pier Paolo Pasolini

È il vento ad aprire infatti lo spettacolo: un movimento vitale che allude all’energia che muove il corpo fisico, ma anche lo spirito, in un cambiamento continuo da uno stato all’altro. Perché così è la vita, dove tutto si muove tra continui equilibri e sconvolgimenti. Il piacere, il fastidio e la paura provocate dal vento porteranno l’attenzione sugli aspetti della vita delle due donne che sono ormai “maturi” per una trasformazione e quelli invece che seguono vie meno controllabili. Alle quali ci si dovrà adeguare, malgrado tutto.

Maria Callas

Evocativi e poeticamente onirici i corridoi di luce, sviluppati su diversi campi cinematografici, dove una giovanissima Ginevra Gemma, piena di grazia, osa farsi guidare dal lancio di un sassolino per saltare sulla vita.

Dagli scacchi del gioco della campana, tra assolvenza e dissolvenza, il passaggio è sulla cappa a scacchiera che veste la Medea-Callas, interpretata da un’appassionata Giovanna Cappuccio che, con fiera e fragile tragicità ha deciso di lasciare in eredità ai figli, privi di una madre, una città. Ma si spoglierà di questo proposito così come ora fa con la cappa che l’avvolge, quasi a rifiutare gli scacchi ricamati per lei dal destino.

Giovanna Cappuccio

In un interessante gioco a cerchi concentrici, il nuovo “habitus” della Callas-Medea, total black, ricorda quello sulla “de-formità” del Riccardo III shakespeariano: “io che non sono nata per i lavori nei campi…”. E’ una mancanza di quella “giusta forma” necessaria per essere riconosciute dagli altri ma soprattutto da loro stesse.

Giovanna Cappuccio

E così, Maria si lascia plasmare, “sempre indifesa”, dall’imprenditore Giovanni Battista Meneghini che la trasformerà da goffa donna a rilucente diva. Ma se ” arrivare è da molti, restare è per pochi! “. E così Maria (ma anche Medea) finisce per infilarsi in un illusorio mantenimento della continua perfezione che sfocerà in una vera e propria maniacalità.

Giovanni Battista Meneghini e Maria Callas

A una seducentemente subdola Giorgia Serrao sono affidati i contrappunti della madre e delle sfaccettature nascoste della diva indifesa e arrabbiata.

Giorgia Serrao

Finché non arrivano altri due nuovi occhi a voler plasmare la divina: quelli di un altro imprenditore: Aristotele Onassis. Una di quelle persone che pretendendo di essere amate, non sanno amare.

Aristotele Onassis e Maria Callas

Abbandonata, le serve una nuova identità: questa volta il nuovo “habitus” arriva da Pier Paolo Pasolini. Su di lei “cuce” il suo personaggio di Medea. Entrambi reduci dalla fine di un grande amore, si amano. Ma di amori diversi. Il vento continua a soffiare cambiamenti ma per Medea la divina saranno solo fratture.

Pier Paolo Pasolini e Maria Callas

Uno splendido ritratto al di là di della leggenda e al di là del divismo che, sempre con il giusto ritmo, porta lo spettatore a scoprire due nuove donne allo specchio. Nelle quali non è difficile trovare assonanze con i nostri vissuti.

Giovanna Cappuccio e Giorgia Serrao

Recensione dello spettacolo LA CASTELLANA di Giuseppe Manfridi – regia di Claudio Boccaccini

TEATRO PORTA PORTESE, dal 12 al 14 Maggio 2023 –

“Io sono ciò che ho fatto” : questo l’altero cogito della Castellana di Giuseppe Manfridi, ovvero della contessa Erzsébet Báthory , realmente vissuta in Transilvania tra il 1560 e il 1614. 

Convinta da folle lucidità che il sangue delle fanciulle vergini le garantisse un’avvenenza eterna, fece del suo castello uno spaventoso luogo di sterminio seriale: “la fabbrica del suo candore”. I documenti del processo che la condannarono a essere murata viva, parlano di centinaia e centinaia di vittime. La Báthory aveva creato un sistema perfetto per adescare giovani ragazze al fine di tradurre il loro sangue nel cosmetico di cui aveva bisogno. 

Nella sua personalissima applicazione di uno dei principi della logica, il principio di causa-effetto, per la Castellana il sangue costituiva la causa di un effetto: l’eterna giovinezza della sua pelle. Per uno scopo universale: il “vanto del paesaggio”, all’interno del quale le giovani vittime, sacrificandosi, davano forma alla loro massima realizzazione vitale. 

Giuseppe Manfridi, autore del testo “La Castellana”

Desta l’interesse dell’autore Giuseppe Manfridi, uno dei massimi drammaturghi italiani, immaginare narrativamente il suo testo concentrandolo su un particolare momento della vita della Castellana: quello in cui i gendarmi arrivano sul luogo dei delitti per cercare e trovare le prove dello sterminio. Da qui, l’arresto e la condanna.

Della drammaturgia ricca in fascino di Giuseppe Manfridi, l’acuto sguardo di Claudio Boccaccini sa contattare e dare adeguato respiro a quel “quid” impenetrabile della natura umana femminile, che solitamente resta, o si preferisce lasciare, celato. Quel lato oscuro della luna che declina il “coraggio” in sfumature diversamente epiche.

Claudio Boccaccini, il regista dello spettacolo “La Castellana”

In una situazione da “orto degli ulivi” tale per cui “la ricercata” ha la consapevolezza che la sua tremenda attesa precederà la cattura, il processo e la condanna, Boccaccini sceglie, per dare carne e sangue alla bellezza della sua protagonista (un’intensa Giulia Morgani dalle mille temperature) una Castellana corvina e vagamente androgina. Volutamente pervertendo il canone del periodo rinascimentale che vedeva coincidere la bellezza con il biondo crine unito alla succulenza delle forme. All’acconciatura “a sella” preferisce il crine libero e, spettinato, lascia che le eclissi parti del volto.

Giulia Morgani, interprete dello spettacolo “La Castellana” di Claudio Boccaccini

Voluttuosamente ingorda di sangue, la bocca: una bellezza straniante la sua, così consapevole di femminile e di maschile, da insufflare turbamenti. Ma, in verità, lei ama solo auto-sedursi: il massimo degli eccessi, proprio perché consumato in solitudine.

Giulia Morgani in una scena dello spettacolo “La Castellana” di Claudio Boccaccini

Partenopeo, poi, è l’afrore sanguigno dell’idioma che la Castellana emana e con il quale riesce, attraverso un’inusuale ed estrema vitalità che le scorre sotto pelle, a contaminare tutta la scena. Fino a sedurne l’intera platea. 

Una donna capace di innalzarsi fino alle stelle più lucenti del sapere e insieme strisciare nel seminterrato più oscuro della psiche, invocando antichi demoni. Infernalmente paradisiaco il guizzo che le pulsa negli occhi. Con un che di maligno, che rimanda al suo modo di essere orgogliosamente sola. 

“La contessa Báthory assiste alla tortura di alcune fanciulle” – Museo delle Belle Arti di Budapest

Ma proprio sola non è: tra le argute innovazioni del nuovo adattamento di Claudio Boccaccini c’è la reale presenza del “solerte nanerottolo” lacchè Janos. Creatura nata dall’estro e dalle attenzioni demiurgiche di Antonella Rebecchini, che ne realizza una copia nell’atto di chi si inchina sì con il massimo della reverenza ma con la tentazione di fuggire.

Il nano Janos nell’istallazione scenica di Antonella Rebecchini

Procastinata in un’esigenza disperata di tapparsi le orecchie e gli occhi. Come nel clima emotivo dell’ “orto degli ulivi, anche qui “la ricercata” anela un conforto dal suo “discepolo” . Che ne è incapace: spaventato com’è fino alla paralisi. Sprovvisti entrambi di capacità relazionale, condividono singole solitudini.

Locandina del film “Le vergini cavalcano la morte ” di Jorge Grau (1973), ispirato alla storia della contessa Báthory

La sua ossessione per l’eterna giovinezza della pelle, l’organo più esteso del nostro corpo, confine tra noi e l’esterno, é espressione di un profondo disagio. La pelle, infatti, ci parla del difficile equilibrio tra il bisogno di proteggerci e l’esigenza di avvicinarci all’Altro. Rappresenta sia “il confine” che ci protegge, che “il luogo dell’incontro” con l’Altro.

Paloma Picasso interpreta la parte della contessa nel film “Contes Immoraux” di Walerian Borowczyk (1974)

Ma ciò che davvero è degno di nota, e la regia di Boccaccini lo sottolinea raffinatamente nella drammaturgia di Manfridi, non è tanto che la Castellana non riesca a trovare un equilibrio tra queste due spinte, quanto piuttosto riconoscere come proprio queste deviazioni e disequilibri comportamentali ci rivelino qualcosa di “vero” sull’essere umano.

Giulia Morgani (La Castellana di Boccaccini) e il nano Janos di Antonella Rebecchini

“Solo ciò che degrada, appartiene alla vita”: il crimine, la perversione, la follia, infatti, rappresentano paradossalmente espressioni essenziali dell’umano. Nel mondo animale non esistono, perché le bestie rispondono solo al comando univoco dell’istinto. Noi umani possiamo, invece, declinare le pulsioni per-vertendole e stravolgendole in svariate modalità. Ecco allora la folgorante scelta di vestire la Castellana di un vaporoso abito bianco: cromaticamente simbolo di purezza e insieme di summa emotiva, di mescolanza di bene e di male.

La locandina del film “Stay alive”,  film horror del 2006, scritto e diretto da William Brent Bell e ispirato alla storia della contessa di Báthory

Nella follia più folle, quella che non conosce dubbi e confina l’errore solo nell’Altro, arriva la condanna per i suoi crimini: un muro asfissiante che sancisce definitivamente la fine di ogni possibile relazione osmotica con il mondo esterno. Una seconda pelle impermeabile: inumanamente eterna.

Claudio Boccaccini

Potentemente evocativa la scelta registica di immergere lo spettacolo in una drammaturgia musicale, costituita da un tramestio uditivo di movimenti cadenzati, sensazioni, suoni e grida. Uno spettacolo, questo di Claudio Boccaccini, che apre e alimenta suggestioni che non si esauriscono con la fine spettacolo. Anzi.

Quel che resta del castello di Cachtice in Slovacchia


Recensione di Sonia Remoli

Io ed Elena

TEATRO TRASTEVERE, dall’11 al 13 Maggio 2023 –

Una madre, che ha ben poco di materno (una Donatella Busini che brilla in presenza scenica) ha dato vita ad una figlia, Elena, come un corpo irritante crea “la perla” e penetra la protezione ossea dell’ostrica senza poter essere espulso.

Donatella Busini (la madre) e Ornella Lorenzano (Elena, la figlia)

La perla è un trauma che si è trasformato in un gioiello raro e prezioso: Elena (un’incantevole Ornella Lorenzano ) il cui habitus così pieno di grazia tanto ricorda “La ragazza con l’orecchino di perla” di Vermeer, e che un po’ come quest’ultima è il simbolo della “riuscita”. Quella cioè di coloro che portano con dignità le loro sofferenze esibendole come perle, come se le lacrime del dolore si fossero trasformate in un quid d’insolita bellezza.

Johannes Vermeer (1665-1666) “La ragazza con l’orecchino di perla”

Questa gemma, la perla, simboleggia la capacità autocurativa della Psiche di fronte ad un’invasione dolorosa. È il prodotto dell’incontro tra agente invasore e invaso. L’anima può curare se stessa. Anche se affetta da una ” disgregazione del sé”. Ed è un mistero osservare quel segreto che è Psiche, che tende così spesso a nascondersi.

Ornella Lorenzano e Donatella Busini in una scena dello spettacolo “Io ed Elena” di Mauro Toscanelli

Quasi parti della personalità umana, la scena ripropone una parte sommersa, sottostante il palco (l’Es) e una parte emersa (l’Io e il Super Io) sul palco. Elena “abita” quasi esclusivamente piani inclinati, dal precario equilibrio; la madre spazi apparentemente stabili ma a ben guardare inclini a perdere la prepotente stabilità.

Donatella Busini in una scena dello spettacolo “Io e Elena” di Mauro Toscanelli

Sono spazi-altari di un’effimera bellezza da cui la madre non riesce a liberarsi, imprigionata com’è dentro questa ossessione per l’apparire. Pur consapevole della differenza che intercorre tra la foto che si inserisce in un profilo social e la realtà, continua ad accontentarsi di occasioni che in realtà, lunghi dall’essere veri incontri, si rivelano delusioni, a volte anche molto dolorose.

Ornella Lorenzano in una scena dello spettacolo “Io e Elena” di Mauro Toscanelli

Tenuta a distanza da una mamma che si aggrappa al narcisismo per riuscire a non crollare nella depressione, Elena trova consolazione attraverso le carezze (rubate) dai pennelli da trucco soliti accarezzare la pelle di sua mamma. Ma soprattutto la sua àncora immaginaria è rappresentata da un’amica fisica e metafisica: Blanche, un busto in pezza privo di braccia e gambe, “reincarnazione” della Blanche DuBois di “Un tram che si chiama desiderio” di Tennessee Williams.

Usignolo

Le parla e la pettina, quasi a voler riordinare i suoi pensieri, quasi a voler sciogliere i nodi che li imprigionano. Quasi a voler sciogliere e liberare i propri di capelli, imprigionati dentro una cuffia-turbante. Come farebbe un usignolo con il suo canto. Anche lui, non particolarmente socievole, canta al riparo da sguardi indiscreti e si intrattiene volentieri alla luce lunare. Si narra sia il custode degli incanti, degli amori nascosti e pericolosi. E che la sua dolce melodia sia un potente strumento di comunicazione capace di attirare l’amore attraverso l’amore. E così accadrà anche ad Elena e alla sua mamma.

Mauro Toscanelli, il regista

Dalla sinergica sensibilità del regista Mauro Toscanelli e dell’autrice Donatella Busini, prende vita, complice anche un’attenta drammaturgia musicale, uno spettacolo terapeutico che predispone e conduce con profonda gentilezza lo spettatore nei meandri della psiche umana e delle dinamiche tra una madre e una figlia.

Opera vincitrice:

Concorso letterario “Anima Mundi” 2020 e “Lago Gerundo” 2020

Opera finalista:

Concorso letterario “Ernesto Calindri” 2020 – sezione Donna

Opera menzionata al merito

come miglior dramma:

Teatro dei Marsi di Avezzano

TRE SORELLE di Anton Cechov – regia di Claudia Sorace

TEATRO INDIA, dal 9 al 14 Maggio 2023 –

Che cosa significa vivere?

Lentamente avanzare nel buio e nel silenzio. Ogni parto, non solo il primo – tante infatti sono le occasioni in cui si può rinascere – implica questo passaggio nel buio: é il “venire alla luce”.  

E così inizia lo spettacolo: con il parto mistico delle tre sorelle.

Lentamente, a fatica, un sipario di buio inizia a fendersi. Sono mani che cercano e aprono una fessura, quasi come il “Concetto spaziale” di Lucio Fontana.

Sono mani che danno vita ad un rito: scomposto, ancora non codificato. Sono mani che tagliano il buio creando, con il primo spiraglio di luce, “un effetto stroboscopico”.

Sono mani che si uniscono e si separano, quasi alchemicamente, creando un nuovo spazio e un nuovo tempo. Sono il linguaggio più primitivo, più efficace. Sono la parola prima della parola. Sono mudra che creano nuovi collegamenti energetici tra i vari livelli di percezione. 

“A Mosca tornerei” : le prime parole. Il primo desiderio. Confuso. E allora le tre “ri-nate” sorelle tornano a consultare le loro mani, come oracoli da decodificare per conoscere se e quando si tornerà a Mosca. 

È nel mondo ancestrale del rito che le “Tre sorelle” dei Muta Imago riescono a trovare una nuova condizione di esistere, nella quale l’assenza dei principi della logica, che permea comunque anche il loro mondo “reale”, riesce qui, nel sacro, a far loro assaporare l’ebrezza e l’angoscia del sentirsi libere di sperimentare di essere se stesse.

Riccardo Fazi (drammaturgo e sound design) e Claudia Storace (regista) de i Muta Imago

In questa nuova dimensione, riescono a spogliarsi dalla sottomissione apatica o meccanica al “reale” fino a contattare finalmente il mondo dell’istintualità. In questo nuovo campo energetico i loro corpi “desiderano” e osano perdere la loro forma rigida per sciogliersi in una danza singolare e plurale. Maschile e femminile.

Anche la pelle più esterna, l’abito, perde i connotati del testo originale; inclusi quelli cromatici del blu, del nero e del bianco, che le irrigidivano in “ruoli” e in una nazionalità ben precisa (i tre colori compongono la bandiera estone).

Qui, prima di tutto, le “Tre sorelle” sono creature in continua metamorfosi (inclusa quella dal maschile al femminile) vestite da abiti disponibili a prendere le forme che il loro sentire, di volta in volta, desidererà assumere.

Il colore è un volutamente indefinito blu elettrico: una sfumatura insieme eterea e abbagliante, divenuta il colore dell’elettricità nell’immaginario comune, dove le molecole di azoto e di ossigeno si eccitano con violenza, rilasciando fotoni visibili ad occhio nudo.

In questa nuova dimensione possono essere “demiurghe” di luce e quindi di nuovi spazi. Magici. Dove la morte non viene più anelata come fuga dalla disperazione impotente ed apatica dal reale ma come preludio ad una nuova ri-nascita. Le “Tre sorelle” se ne vanno dal fondale. Buio. È di nuovo una fenditura a permettere il loro passaggio in un nuovo spazio. Luminoso.

Questo interessantissimo lavoro di ricerca dei Muta Imago, creando nuove sinapsi tra immaginazione e realtà, ci regala una rilettura ipnotica e magica dell’originale cechoviano, complici un uso della luce e del suono davvero ammaliante. Che apre ad una diversa percezione del tempo.


Leggi l’intervista ai Muta Imago su Harpers Bazaar


Recensione di Sonia Remoli

Recensione dello spettacolo L’ORESTE- Quando i morti uccidono i vivi – di Francesco Niccolini – regia di Giuseppe Marini –

TEATRO QUIRINO, 5 e 6 Maggio 2023 –

L’Oreste guarda la Luna dal suo “osservatorio astronomico”. Ne cerca la complicità, come Leopardi. Con l’Oreste lei ci sta. Ma solo nei sogni, nella sua immaginazione. La Luna è l’Amore: quello che l’Oreste non ha mai sperimentato, se non a senso unico. Poi però c’è quello per sua sorella Mariù (Marilena).

Ma lei è morta, come Ifigenia: offerta in sacrificio da suo padre, un po’ come fece Agamennone. La mamma dell’Oreste non riuscì a perdonare suo marito e lo uccise, novella Clitemnesta. Ma per l’Oreste tutto questo fu troppo. Qualcosa in lui si ruppe. E allora uccise sua madre, come l’Oreste della tragedia greca.

Sulla Terra le cose sono così “strane” che l’unico antidoto è dimenticarle. Far finta che non siano esistite. Far finta che tutto sia più leggero, immune allo schiacciamento a cui lo sottopone la forza di gravità. Come fossimo astronauti.

All’eccessiva densità della vita, l’Oreste resiste attraverso l’Immaginazione: il suo microcosmo è abitato da entità metafisiche che prendono vita, per noi del pubblico, grazie all’immersività di un’ accattivante grafic novel che abita il fondale e che nasce dalla mano di Andrea Bruno, uno dei migliori illustratori italiani.

Andrea Bruno

Ed è bellissimo vedere come l’Oreste, un magnifico Claudio Casadio, sappia coniugare il suo corpo, i suoi gesti ma soprattutto la sua voce al mondo della grafica che dà vita alla sua immaginazione. E, insieme, alle poche presenze amiche lì all’ “osservatorio astronomico” (il centro psichiatrico di Imola, dove è ricoverato). Ne scaturisce una contaminazione di generi – grafic novel + theatre – efficacissima.

Lì all’ “osservatorio astronomico” l’Oreste ha un amico, l’Ermes, che un po’ come il dio greco gli fa da “padre” e come il grillo parlante di Collodi gli ricorda “i confini” della realtà. Ma soprattutto gli fa compagnia fino alla fine: fino al fantasmagorico viaggio da Imola a Lucca e poi da lì in Russia fino alla Luna.

Perché l’Oreste riuscirà a essere dimesso dal suo “osservatorio astronomico” ma, nonostante le indicazioni del suo psichiatra, per reinserirsi nella vita ci saranno problemi. Già al bar dove si ferma a bere il caffè: la sua tazzina non riesce ad allinearsi nella direzione della catena delle altre tazzine. La sua volteggerà, fuori dal coro.

E allora farà ritorno nel suo “osservatorio astronomico” e da qui, presa coscienza che “la vita è uno schifo”, che lui non ne ha colpa ma che questo non conta niente, troverà un altro modo per fare il suo anelato viaggio. Decollerà. E arriverà sulla Luna. Mariù lo sta aspettando. 

Claudio Casadio

Claudio Casadio riesce a trascinarci nell’assaporare l’ebrezza della vera libertà, che non esclude l’angoscia delle inevitabili umane vertigini. La sua mirabile capacità interpretativa trova massima espressione attraverso il testo che il celebre “scrivano” Francesco Niccolini gli ha cucito addosso su misura.

Francesco Niccolini

La regia del poliedrico Giuseppe Marini realizza uno spettacolo di denuncia poetica, dalla straziante bellezza. Ci guida in uno sguardo verso “la diversità”, solleticandoci quella necessaria misericordia che, sola, potrà salvarci.

Giuseppe Marini

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Roma, Teatro Quirino Vittorio Gassman 
Stagione 2022 2023
“L’ORESTE”
di Francesco Niccolini
con CLAUDIO CASADIO
illustrazioni di Andrea Bruno
regia di Giuseppe Marino
scenografie e animazioni Imaginarium Creative Studio
costumi Helga Williams
musiche originali Paolo Coletta
light design Michele Lavanga
aiuto regia Gaia Gastaldello
direttore di scena Sammy Salerno
tecnico video Marco Schiavoni
collaborazione alla drammaturgia Claudio Casadio
voci di
Cecilia D’Amico (sorella)
Andrea Paolotti (Ermes)
Giuseppe Marini (dottore)
Andrea Monno (infermiere)


Recensione di Sonia Remoli

Recensione dello spettacolo LO STATO DELLE COSE – scritto diretto e interpretato da Massimiliano Bruno –

TEATRO PARIOLI, dal 3 al 21 Maggio 2023 –

Vivace fermento ieri sera al Teatro Parioli per la prima dello spettacolo di e con Massimiliano Bruno “Lo Stato delle cose”.

Uno spettacolo di narrazione, costruito e cucito per 33 talentuosi interpreti, suddivisi in tre diverse distribuzioni, che si alterneranno per le tre settimane di scena.

Questa settimana in scena, oltre all’onnipresente Massimiliano Bruno, gli 11 allievi del suo Laboratorio di Arti Sceniche: Giulia Napoli, Lara Balbo, Matteo Milani, Anna Malvaso, Giorgia Remediani, Daniele Locci, Francesco Mastroianni, Giulia Cavallo, Daniele Di Martino, Filippo Macchiusi, Cristina Chinaglia.

Lo spettacolo è imperniato intorno al tema della “creazione” come atto di vitalità, artistico e civile.

Alcuni degli 11 interpreti in scena dal 3 al 7 Maggio al Teatro Parioli

L’occasione che dà avvio alla narrazione è la crisi d’ispirazione di un regista (un istrionico Massimiliano Bruno) che per sfuggire all’attanagliamento del terrore della pagina bianca passa in rassegna, con la complicità della sua solerte assistente, alcuni dei testi precedentemente scritti e archiviati nella propria mente.

L’autore e regista dello spettacolo “Lo stato delle cose” Massimiliano Bruno

La scena, infatti, una elegante e insieme fantasmagorica libreria, è anche luogo della mente del regista. L’estro di Alessandro Chiti, che ne ha curato la realizzazione, fa sì che dai più insospettabili meandri della stessa facciano capolino o s’impongano, quasi pirandelliani personaggi in cerca d’autore, storie lì custodite.

Ed è così che, mentre il regista cerca l’anelata nuova idea, accattivanti monologhi o dialoghi prendono forma e carne attraverso il corpo degli 11 ragazzi (allievi del Laboratorio di Arti Sceniche di Massimiliano Bruno) tutti, nella loro preziosa diversità, ricchi in valore.


Massimiliano Bruno e gli allievi del suo Laboratorio di Arti Sceniche

Per produrre idee e trovarne una buona, si sa, occorre avere ben presente l’obiettivo da raggiungere e nell’attesa che prenda forma, muovere la mente intorno ad altro. E, scongiurata la paralisi da ansia da prestazione, l’idea arriva. Così come accade, un attimo prima della chiusura del sipario, al regista sulla scena. 

Nelle intenzioni di Massimiliano Bruno, celate nella duplice lettura del titolo dello spettacolo, lo stato delle cose allude non solo ad una situazione propria del mondo dello spettacolo ma anche dello Stato, che noi tutti andiamo a costituire e nel quale, come cittadini, abbiamo la responsabilità di far valere le nostre “storie”.

Il valore di una storia, infatti, tanto che riguardi fatti umani realmente accaduti oppure invenzioni di fantasia, è ciò che più ci caratterizza come esseri umani. Significa saper custodire una memoria e apprendere da ciò che i nostri simili hanno fatto in passato. Ma una storia è anche ricerca, indagine. Continua.

Anche nei momenti di “crisi”, perché la crisi è sì un momento di forte turbamento ma soprattutto è un momento in cui si verifica l’urgenza di una scelta. Come “la narrazione” così anche “la crisi” infatti è una delle cifre della vita, che racchiude il fascino di un pericolo che può diventare una preziosa opportunità. Al di là di un: “Basta che famo i soldi !”.

Massimiliano Bruno

La scrittura e la narrazione di Massimiliano Bruno brillano in chiarezza per immagini: è sua la capacità di raccontare rendendo “visibili” i concetti, riuscendo a coniugare la profondità di un delfico appassionarsi a conoscere se stessi ad una rara leggerezza. Quella calvinianamente intesa.


Qui, le diverse distribuzioni dello spettacolo:


3 – 7 Maggio Massimiliano Bruno, Giulia Napoli, Lara Balbo, Matteo Milani, Anna Malvaso, Giorgia Remediani, Daniele Locci, Francesco Mastroianni, Giulia Cavallo, Daniele Di Martino, Filippo Macchiusi, Cristina Chinaglia


8 – 14 Maggio Massimiliano Bruno, Malvina Ruggiano, Martina Zuccarello, Alessia Capua, Niccolò Felici, Federico Capponi, Francesco Mastroianni, Kabir Tavani, Francesca De Cupis, Sofia Ferrero, Giorgio Petrotta, Giulia Fiume


15 – 21 Maggio Massimiliano Bruno, Sara Baccarini, Tiziano Caputo, Agnese Fallongo, Giuseppe Ragone, Rosario Petix, Chiara Tron, Daniele Trombetti, Germana Cifani, Federico Galante, Clarissa Curulli, Liliana Fiorelli.

Lo spettacolo sarà diverso ogni settimana ma i tre allestimenti non saranno propedeutici l’uno all’altro.


Luci: Salvatore Faraso

Costumi: Valentina Stefani

Scenografia: Alessandro Chiti

Coordinatrice Susan El Sawi

Aiuto Regia: Sara Baccarini 

Assistenti alla regia: Lorenza Molina, Roberta Pompili, Paolo Sebastiani

Produttore esecutivo: Enzo Gentile

Produzione Il Parioli


Recensione di Sonia Remoli

Recensione IL TANGO DELLE CAPINERE – regia Emma Dante

TEATRO ARGENTINA, dal 2 al 14 Maggio 2023 –

Cosa tiene accese le stelle? Come si può continuare a restare in contatto con qualcuno che non c’è più ? “Evocandolo” – sembra sussurrarci questo fantasmagorico, eppur carnale, spettacolo di Emma Dante. Sì, evocandolo con il ricordo. Ma soprattutto con “la magia” della musica: quella di alcuni oggetti speciali.

Una scena dello spettacolo “Il tango delle capinere” di Emma Dante al Teatro Argentina

Ad esempio, quella del carillon, primo pegno d’amore di Lui a Lei. È questo piccolo ma dolcissimo motivo musicale ad avere il potere di infrangere le tenebre della sconfinata solitudine di Lei, oramai vedova. Accendendo ancora una volta, nel ricordo di Lei, quelle stelle che avevano fatto da sfondo al loro amore.

Manuela Lo Sicco e Sabino Civilleri in una scena dello spettacolo “Il tango delle capinere” di Emma Dante al Teatro Argentina

Ma Lei può contare anche sulla “terapeutica” musicalità del suono prodotto dalle caramelline contenute dentro quella confezione di plastica, che Lui aveva sempre con sé e che, da subito, costituirono il migliore “farmaco” alla tosse nervosa e asfissiante di Lei.

Perché comunicare non è mai facile: né con le parole, né con le emozioni. Ma attraverso la musica, invece, tutto “arriva”. La musica scioglie il corpo. E i gesti parlano. E ciò che la tosse nervosa di lei “serrava”, la musicalità del gesto così pieno di cura delle caramelline offerte da Lui, riusciva a “liberare”. Una bizzarra serie di gesti fisiologici, infatti, “traduce” l’emozione di lei in un codice fluido, “scritto” su un altro oggetto. Intimissimo. Diversamente erotico. 

Manuela Lo Sicco e Sabino Civilleri in una scena dello spettacolo “Il tango delle capinere” di Emma Dante al Teatro Argentina

E poi c’è la musica della loro passione: quella per il tango, il più autentico dei linguaggi. Così colmo di drammatica sensualità. Così trasgressivo, perché fondato su improvvisazioni invece che su schemi codificati e fissi. Un momento di incontro, di conoscenza, d’evasione e di forte passione. Così com’è la vita, al di là delle sovrastrutture codificanti.

Emma Dante, autrice e regista dello spettacolo “Il tango delle capinere” al Teatro Argentina

Emma Dante, autrice e regista, immerge questo suo spettacolo, ferocemente poetico, nel buio ancestrale che precede la vita ( le stelle accese) e nella magia del silenzio che precede la nota musicale (quella del carillon). E lascia parlare i gesti e i corpi degli attori, ricorrendo solo in rarissimi casi alla genesi della parola: una parola che si origina, che prende sostanza comunque dal silenzio.

Manuela Lo Sicco e Sabino Civilleri in una scena dello spettacolo “Il tango delle capinere” di Emma Dante al Teatro Argentina

Che va al di là del codice referenziale: è una parola-gesto. Le prime parole a generarsi negli attori sono infatti quelle scatenate dalla folle potenza della relazione amorosa: quelle del corteggiamento, sempre ambigue, fino all’istintivo “Tuffate !” che libera l’invito verso il corpo dell’altro.

Manuela Lo Sicco e Sabino Civilleri in una scena dello spettacolo “Il tango delle capinere” di Emma Dante al Teatro Argentina

E poi la voluta regressione a quelle “onomatopeiche” per il nuovo sforzo di riuscire a comunicare con un diverso oggetto del desiderio: il loro figlio appena nato. Ma non si rivelano davvero efficaci: tanto che il papà è tentato al ritorno verso il gesto, questa volta estremo, per farlo smettere di piangere: “io me lo magno”.

Sabino Civilleri e Manuela Lo Sicco in una scena dello spettacolo “Il tango delle capinere” di Emma Dante al Teatro Argentina

Arriverà naturale il gesto delle mani della madre, a sottrarre il piccolo dalla tentazione del padre, lasciando però ancora spazio e possibilità affinché una qualche relazione si generi tra i due. Attraverso gesti via via più “calibrati” del successivo tentativo di lanciare il piccolo in un “vola vola” spericolato. La platea ride: spesso il comico e il tragico sono legati tra loro.

 Manuela Lo Sicco e Sabino Civilleri in una scena dello spettacolo “Il tango delle capinere” di Emma Dante al Teatro Argentina

In questa poetica della Dante risulta non necessaria neppure una scenografia: gli attori sono la scena. E se ne hanno urgenza, sono loro a generare scenografie.

E lo stesso sembra valere anche per i costumi: sono “strati emozionali” che nel corso del tempo coprono l’istintualità. Vestendola. Il costume è anch’esso “gesto”: un “habitus” che muta se abbiamo necessità di “coprirci”. 

Sabino Civilleri e Manuela Lo Sicco in una scena dello spettacolo “Il tango delle capinere” di Emma Dante al Teatro Argentina

Emma Dante, nel raccontarci la danza dell’amore al ritmo binario del tango, ci rivela la bellezza insita anche nelle “storture” della vita: nella solitudine, nella morte, nella vecchiaia, nella malattia. E per qualche incantesimo noi del pubblico ne restiamo commossi. E riusciamo a vederle con “uno sguardo” diverso. Di misericordia. Forse.

Gli attori Manuela Lo Sicco e Sabino Civilleri sono straordinari. Proprio come la vita.


Leggi l’intervista ad Emma Dante su il Corriere.it


Recensione di Sonia Remoli

IL MUTAMENTO – In viaggio da Atlantide all’Universo

TEATRO DI DOCUMENTI , dal 27 Aprile al 7 Maggio 2023 –

Ieri alle ore 17:45 la creativa regista Stefania Porrino ci ha “convocati” al Teatro di Documenti per condurci, con la complicità dei suoi attori, in “un viaggio al centro della Terra”: un viaggio alla ricerca dei nostri desideri più veri.

L’autrice e regista Stefania Porrino

Tema del viaggio: “Continua a cercarmi”. Sì, perché i desideri, più sono sentiti, più ci viene di nasconderli.

Una scena dello spettacolo “Il Mutamento” di Stefania Porrino

Perché? Ma perché abbiamo paura: paura di realizzarli. Per realizzarli occorrerebbe attivare quel coraggio che non sappiamo di avere ma che in realtà è “l’altra faccia” della paura che predomina in noi. Quel coraggio necessario per riuscire ad aprirci ad “un mutamento”. Lasciando indietro quelle nostre amate-odiate abitudini: così rassicuranti sì, ma anche così insoddisfacenti. E con le quali ci siamo ormai abituati a convivere.

Sala del Teatro di Documenti

E quindi, dopo aver preso posto ai lati dell’insolita sala del Teatro di Documenti, un pò come si farebbe in un vagone della metro, gli attori ci hanno “trasportati” in una seduta di psicoanalisi di gruppo. Tecnica del giorno, scelta dalla psicoterapeuta per una sorta di meditazione sui “mutamenti” che soli hanno il potere di condurci a contattare i nostri desideri più veri: l’improvvisazione di uno psicodramma.

Una scena dello spettacolo “Il Mutamento” di Stefania Porrino al Teatro di Documenti

In un’affascinante e molteplice meta-teatralità, l’acuto testo dell’autrice-regista Stefania Porrino riesce a coinvolgere anche noi del pubblico in questo “viaggio al centro della Terra”, o meglio al centro di noi stessi. Come agli attori-pazienti, anche a noi è capitato di essere stati messi in crisi da situazioni di “mutamento”. E immedesimarsi nelle situazioni problematiche degli altri, ci aiuta a vedere con più coraggio in noi stessi, non essendo coinvolti direttamente.

Evelina Nazzari, in una scena dello spettacolo “Il Mutamento – In viaggio da Atlantide all’Universo” di Stefania Porrino

E’ così che la sala diventa il palcoscenico dell’inconscio, dove convivono le nostre diverse personalità. A vista, senza alcun filtro, si indossano e ci si libera di quelle maschere che più o meno consapevolmente siamo soliti rappresentare. Di particolare efficacia e cura i costumi di Natasha Bizzi.

Solo così si arriva a scoprire il desiderio di voler sperimentare il piacere, tutto nuovo, di essere continuamente messi alla prova, piuttosto che restare impaludati in una comoda zona di confort.

Solo così si scopre il piacere adrenalinico di voler cavalcare le onde dell’Amore: della voglia di farsi travolgere dalla “capacità di amare”, che vuol dire saper accogliere e gestire la delizia e il tormento; i momenti di riconoscimento e quelli della frustrazione; la gioia e la tristezza.

Giulio Farnese e Nunzia Greco in una scena dello spettacolo “Il Mutamento” di Stefania Porrino al Teatro di Documenti

Solo così si riesce a tollerare che a mille domande possano seguire pochissime risposte: perché riusciamo a riconoscere che è in noi che le risposte vanno cercate e trovate. Senza lasciarci paralizzare dalla paura di sbagliare, perché quello che erroneamente chiamiamo “sbaglio” è in realtà un allontanarci dal nostro sentire più autenticamente vero.

Il libro “Il romanzo del sentire – da Atlantide a noi” da cui la stessa autrice-regista ha tratto il testo dello spettacolo

L’effetto catarsi è assicurato: lo spettacolo coinvolge totalmente lo spettatore. Merito di un testo, tratto da “Il romanzo del Sentire – Da Atlantide a noi” di Stefania Porrino, profondo ma fruibilissimo e di una messa in scena seducente. Gli attori Giulio Farnese, Nunzia Greco, Evelina Nazzari, Alessandro Pala Griesche e Carla Kaamini Carretti si sono rivelati degli ottimi “compagni di viaggio” per gli spettatori: la loro interpretazione brilla in credibilità. Notevolissima la loro densità vocale.

La regista Stefania Porrino e il cast dello spettacolo “Il Mutamento-In viaggio da Atlantide all’Universo”

Recensione dello spettacolo IL SUPERMASCHIO – regia di Marco Corsucci

L’ Accademia Nazionale d’Arte Drammatica Silvio D’Amico alla Pelanda

LA PELANDA – Mattatoio – 27 Aprile 2023 –

PROVA APERTA

Tutor del progetto: Antonio Latella

Regista: Marco Corsucci

Interprete: Andrea Dante Benazzo

Dramaturg: Federico Bellini Scena: Giuseppe Stellato Luci: Simone De Angelis Suono: Federico Mezzana Video: Igor Renzetti Consulenza costumi: Graziella Pepe Fonico: Akira Callea Scalise Sarta di scena: Loredana Spadoni Direttore di Scena: Alberto Rossi


Lo spettacolo è vincitore “ex-equo” del Premio Andrea Camilleri 2022

indetto dall’Accademia Nazionale d’Arte Drammatica “Silvio D’Amico”

e debutterà in prima nazionale il 30 giugno 2023 al 66° Festival dei Due Mondi di Spoleto


In un’interessante costruzione di “teatro nel teatro”, il regista Marco Corsucci fa del pubblico gli invitati alla riunione che il “suo” André, protagonista del romanzo “Il Supermaschio” di Alfred Jarry, convoca per parlare d’amore.

Ma non è un “simposio” platonico: qui si parla solo di capacità prestazionali. Solo maschili. Solo di un’ élite di “atleti”.

Ma non solo: in una geniale struttura che si articola per cerchi concentrici, dal sapore di un esperimento ma anche di un documentario oltre che di una rappresentazione di teatro nel teatro, chi ci accoglie e fa gli onori di casa, “invita” coloro tra noi che sono di genere femminile, o che tali si sentono, a prendere posto in un determinato settore della sala, metaforicamente anche mente del protagonista: quello di sinistra, luogo mentale dove dominano le funzioni di calcolo. Fuori da ogni contaminazione emotiva, ciò su cui ci si deve concentrare è esclusivamente il calcolo delle prestazioni.

Come se non bastasse collocare il pubblico femminile in un emisfero della mente del protagonista “scomodo” al femminile ma propio per questo meno pericoloso, anche prossemicamente le femmine sono coinvolte nella riunione stando “al di là” della realtà rappresentativa. Ciò che i maschi vedono “dal vivo”, loro lo vedono indirettamente.

O non lo vedono affatto: come avviene per la prova “atletica” dei coiti multipli. Quella da record. Quella solo da maschi. Di maschi. A loro è permesso (solo) “ascoltare”. Sì sa: gli uomini vivono con gli occhi. Le donne, però, sanno usare molto bene anche le orecchie: organo di senso dalla potente densità shakespeariana, capace di dare carne all’immaginazione. E possono “leggere” l’espressività non verbale degli invitati maschili.

E quindi ciò che voleva essere “un confinio” finisce per essere, forse, un’accattivante modalità di esperire.

Ma ciò che è davvero importante è celebrare l’apoteosi del Supermaschio: un maschio che è “super” ma teme la diversità femminile; un maschio che è “super” ma vive solo di approvazione. Un maschio che è “super” perché non si vuole “contaminare” con lo sporco insito nelle emozioni che danno una continua mutevole forma all’amore. E quindi non si specchia. Con l’ Altro.

Il Supermaschio, come il migliore dei meccanismi, è ricco in prestazione ma privo di passionalità, di carattere, di umanità. È un deserto.

Ma qui arriva un altro spiazzamento: il Supermaschio di Marco Corsucci è un candido. Quasi un alieno dal male, anche quando lo fa. E brilla in naturalezza il “suo” dolce e ingenuo André: l’interprete Andrea Dante Benazzo.


Recensione di Sonia Remoli