Art

TEATRO VASCELLO, Dal 15 al 20 Febbraio 2022 –

Quali sono i confini della nostra tolleranza? Non quella di cui ci fregiamo in discorsi buonisti e di cui sentiamo inesorabilmente il peso, l’imbarazzo. Piuttosto, invece, quanto siamo capaci di sostenere e quindi di accogliere una scelta dichiaratamente diversa dalla nostra, in nome di qualcosa di più alto, come l’Amicizia e più in generale dell’Arte della vita?

Sentirsi solo formalmente tollerato non procura benessere, piuttosto suscita senso di inadeguatezza e quindi disistima. La cortesia senza coinvolgimento emozionale, regala solo un tangibile disagio. Siamo consapevoli quindi di cosa lasciamo all’altro, quando siamo noi a vestire i panni del tollerante?

Lo spazio scenico è vuoto: solo un telo bianco, posizionato a 45gradi, occupa il lato destro del palco. Entrano i tre attori, ognuno dei quali inserito rigidamente nel proprio spazio di luce. Il quadro bianco, oscuro oggetto del desiderio di Serge, non è (almeno non ancora) il telo che vediamo fisicamente sul palco ma un quadro metafisico che i tre attori ci lasciano immaginare attraverso le loro conversazioni ma soprattutto attraverso le loro reazioni. L’ amico ad avere l’onore di fare la conoscenza dell’opera d’arte, appena acquistata da Serge, è Marc.

Scandalizzato dalla scelta estetica ed economica dell’amico, se ne esce con una forzata risata proterva, cercando aiuto, senza troppo successo, in tre granuli omeopatici di Gelsemium o in alternativa di Ignatia. Rimedi utili per cercare di tollerare ansie da prestazione, con il rischio però che la tolleranza diventi sinonimo di indifferenza: la peggiore delle reazioni umane. Arriva poi Yvane, l’altro amico di Serge, uno che con “il bianco” dovrebbe avere dimestichezza lavorando in una cartoleria. In realtà invece la sua capacità di condivisione dell’emozione dell’amico è resa impossibile da una maniacale necessità di porre completezza e uniformità ad una banale esigenza: quella di trovare qualcosa che manca, il cappuccio della sua penna. Quando finalmente la sua personale esigenza di ordine si è (apparentemente) composta, e può concedersi di regalare attenzione al folle acquisto dell’amico, la sua reazione è di totale accondiscendenza: “se ti fa piacere!”.

Una filosofia di vita che dà per scontata la diversità: non ne coglie, né ne riconosce l’essenza. Non si crea insomma quella speciale curiosità verso l’altro che ti porta a partecipare, fino a diventare complice della sua scelta. Piuttosto a crearsi è una netta separazione tra due possibili, e quindi diversi, atteggiamenti. Separazione enfatizzata anche visivamente dagli incomunicabili corridoi di luce che illuminano e fanno risaltare le zone d’ombra che separano i tre amici. Piccoli, subdoli giochi di potere si insinuano in un sentimento, l’Amicizia, che invece proclama di metterli al bando in nome di un totale riconoscimento della dignità dell’altro.

Legame di importanza vitale quello dell’Amicizia, se Aristotele era solito dire che gli uomini potrebbero fare a meno di qualsiasi bene ma non possono rinunciare all’amicizia. Ma quando invece la curiosa attenzione verso la diversità dell’altro diventa sterile giudizio, che fa dei confini solo elementi di separazione e non anche luoghi dove ci si può incontrare, si crea necessariamente uno stato di necrosi delle relazioni. E pensare, come dice Serge (citando il Platone de Il Simposio) che niente di bello si può creare con la razionalità, con l’ordine, con il simile. È solo dalla vertigine di tensione che si crea tra l’ordine razionale e il divino disordine della follia che nasce la vera bellezza.

E quando i tre amici riusciranno a trovare questa speciale accoglienza l’un l’altro, sperimenteranno di vedersi in un modalità diversa: attraverso la colorata diversità delle ombre di ciascuno. Complice il telo bianco che ora, come in uno specchio, restituisce la bellezza dell’Arte di vivere insieme. In Amicizia. Diversi. Perche Arte, come il titolo dello spettacolo ci suggerisce, è la capacità di andare verso qualcuno o qualcosa.

Informazioni sull’autrice del testo Yasmina Reza

Recensione dello spettacolo SERVO DI SCENA di Ronald Harwood – regia di Guglielmo Ferro –

TEATRO QUIRINO, Dall’8 al 20 Febbraio 2022 –

Uno spettacolo sull’esigenza di vivere, nonostante tutto, di teatro e per il teatro. Anche quando ciò che ci circonda sembra cadere a pezzi. Anzi, soprattutto perché tutto il resto sta cadendo a pezzi. Il teatro sta alla vita così come il servo di scena sta al capocomico: il teatro serve, sostiene, infiamma e soprattutto libera.

Perché nasce dall’urgenza, esclusivamente umana, di guardare ma soprattutto di essere guardati; di parlare ma soprattutto di essere ricordati, base ontologica dei rapporti umani, così come del rapporto attore-spettatore. Finalmente qualcuno ci guarda e mentre ci guarda ci fa esistere in modo nuovo, ci fa nascere un’altra volta. Questo è il messaggio che al di là dei capricci, dei facili egoismi e delle modalità narcisistiche, ci consegna Sir Roland, un attore ormai vecchio e al tramonto, capo comico di una compagnia inglese degli anni ’40.

Con l’apertura del sipario entriamo nell’elegantemente ricercato camerino di Sir, dietro al quale si sopraeleva il retro di un palcoscenico, ovvero un fondale di quinte armate, che fa da confine-non confine tra due spettacoli. Un’idea scenografico-narrativa metateatrale che sottolinea, anche visivamente, il continuum tra vita e teatro, tra attore e spettatore. 

Lo spettacolo prende avvio da una tempesta emotiva alimentata dal servo di scena tuttofare Norman (un elegante e sensibile Maurizio Micheli) e dalla prima attrice nonché moglie di Sir, Milady (una brillante e raffinata Lucia Poli) disperatamente addolorati per la fuga isterica di Sir a poche ore dall’inizio della recita.

Norman, da buon servo di scena qual è, fa credere a tutti di nutrire un solido ottimismo sulla positiva risoluzione della situazione; Milady invece spinge affinché si rimandi lo spettacolo : “Che sarà mai!”- dice. E rincalza: “E poi: ma esiste qualcuno a cui interessa se lui recita o no?”, introducendo così il tema fondante dello spettacolo. Benché esausto e in evidente disequilibrio fisico e mentale, Sir (un intensissimo Geppy Gleijeses) ritorna in camerino, pronto a qualsiasi cosa pur di stare lì, proclamando: “Non posso, non devo, non voglio, saltare la replica” e continua: “Ogni sera, in scena, mi mangio la vita!”. 

Poco prima dell’annuncio che resta solo mezz’ora dall’andare in scena, ha inizio, a favore di pubblico, complice una piccola pedana roteante (sottostante il mobile da toelette di Sir), il rituale della cerimonia del trucco, per entrare magicamente nella pelle del personaggio da interpretare: “Re Lear”.

È questa l’occasione per delle riflessioni sul mestiere dell’attore e su ciò che dà senso a questo particolare modo di prendere la vita, dove il dolore nasce insieme alla parola e la parola è ciò che ti consegna alla memoria, al ricordo.

Arriva il momento del “chi è di scena” e sebbene con evidente fatica e con un notevole ritardo (colmato con arguta improvvisazione dai colleghi sulla scena, le cui ombre vediamo proiettate sul retro del telo bianco al centro del fondale), Sir/Re Lear entra in scena sostenuto non solo dal servo di scena e dalla direttrice di scena ma soprattutto dalla voglia di dire, ancora una volta: “Eccomi qua: sono venuto a vedere lo strano effetto che fa, la mia faccia nei vostri occhi e quanta gente ci sta e se stasera si alza una lira per questa voce che dovrebbe arrivare fino all’ultima fila …”.

Ma lo spettacolo non termina qui, almeno per noi che sediamo nella platea dietro al palco. E un colpo di scena ribadirà, ancora una volta, quanto sia di vitale importanza per noi umani essere negli occhi e nella mente di qualcun altro.

Lo spettacolo è un omaggio a Turi Ferro nel centenario della nascita.

Leggi l’intervista a Geppy Gleijeses dal Corriere della Sera

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Recensione di Sonia Remoli

Recensione dello spettacolo LA METAMORFOSI di Franz Kafka – adattamento e regia di Giorgio Barberio Corsetti –

TEATRO ARGENTINA, 5 – 27 febbraio 2022 –

Produzione Teatro di Roma – Teatro Nazionale

La metamorfosi
di Franz Kafka
Mondadori Libri, traduzione di Ervino Pocar –
adattamento e regia Giorgio Barberio Corsetti
con Michelangelo Dalisi, Roberto Rustioni, Sara Putignano / Gea Martire –
Anna Chiara Colombo, Giovanni Prosperi, Francesca Astrei, Dario Caccuri –

Due scritte campeggiano sui muri  della casa di Gregor Samsa: “MONDO” (su una parete del soggiorno, dove vive e si arrocca la famiglia) e  “IMMONDO”  (su una parete della camera da letto, dove viene confinato Gregor, l’uomo-insetto). Ma è davvero possibile dividere il genere umano attraverso queste due categorie? Tra chi è “mondo” (cioè ordinato) perché si crede depurato da tutti gli aspetti che creano disordine nella vita e chi invece è “in-mondo” (cioè non-ordinato) e dagli “ordinati” viene additato come repellente, perché diverso da loro e per questo meritevole di essere emarginato? E coloro che si ritengono “mondi” (ordinati e ordinari) lo sono davvero? A cosa serve essere “mondi”, ammesso che ciò si possa davvero concretizzare? 

Lo spettacolo prende avvio creando, al buio, un’atmosfera magico-onirica, preludio alla metamorfosi di Gregor da uomo a bestia (insetto). In scena una camera da letto che ricorda, soprattutto nella costruzione, il dipinto “La camera di Vincent van Gogh ad Arles”, senonché qui la luce, ma soprattutto le ombre, vengono opportunamente giocate sui toni misteriosi del blu cobalto, capaci di donare un carattere fosco e sospetto all’ambiente.

Scopriamo fin da subito che ciascun personaggio è insieme anche voce narrante di se stesso: soluzione che sorprende e diverte. Così come una roteante scenografia regala, di scena in scena, novanta gradi di spazi-tempi diversi e ben legati tra loro.

Merito anche degli interpreti, che riescono a infondere una profonda leggerezza (non ultimo attraverso una continua rottura dei piani d’azione) ad una situazione dominata e bloccata dal disgusto verso il protagonista (un Michelangelo Dalisi, polimorfico per posture fisiche e vocali).

Accogliere i cambiamenti, si sa, non è cosa facile  per gli umani, che per loro natura tendono ad essere molto abitudinari. Troppo, forse, se questa tendenza non riesce a dare spazio anche a eventuali variazioni, proprie di personalità attirate dalla profondità dell’umano.

Che non si accontentano di rimanere in superficie (come i più) ma che anelano a scoprire la propria speciale diversità, inseguendo così una personale realizzazione interiore. Per avvicinarsi alla quale, occorre togliere (qui sì mondare) tutto ciò che sembra importante ma che in realtà è superfluo, perché deviante dalla conoscenza profonda di se stessi. Cosa che inconsciamente Gregor già sapeva, quando soleva dedicare il suo tempo libero ad intagliare il legno: un’arte che consiste appunto nella sapiente rimozione di materia da altra materia, al fine di ricavarne un’opera d’arte. I familiari credono (e in un primo momento anche lo stesso Gregor) che l’essere arrivato a ricoprire il ruolo di commesso viaggiatore sia il massimo della sua realizzazione.

Invece il viaggio potrebbe continuare ma non più come commesso (cioè come subalterno) bensì come imprenditore di se stesso, sotto nuove “forme”. Ma non è semplice. E ascoltare, dal violino della sua amata sorella, l’aria di Händel “Lascia ch’io pianga” è solo l’inizio della fine per Gregor che, piangendo la dura sorte, se ne va, sospirando la libertà.


Recensione di Sonia Remoli

Un tram che si chiama desiderio

TEATRO QUIRINO, dall’ 1 al 6 Febbraio 2022 –

Delle gambe di donna salgono dal piano terra al primo piano di uno stabile cinereo e squallidamente tetro. Le stesse gambe che per arrivare lì, al quartiere dei Campi Elisi, sono prima salite su un tram, chiamato Desiderio e a seguire su un altro tram, chiamato Cimitero. Gambe che, non solo “geograficamente” attraversano il luogo del desiderio (eros) e quello della morte (thanatos), per arrivare al quartiere d’oltretomba dei Campi Elisi. Le gambe sono di Blanche, una brillante professoressa di lettere, amante di Walt Whitman e di Edgar Allan Poe, recentemente vedova di un marito e di una tenuta nel Mississippi.

Sta raggiungendo, qui, nel quartiere dei Campi Elisi, sua sorella Stella, che la ospiterà per un periodo. Non appena entra in scena, Blanche (una dannatamente divina Mariangela D’Abbraccio) ci si manifesta subito come una donna fuori posto, disorientata perché già dislocata altrove: “non mi reggo in piedi” è la sua prima battuta. Una donna dall’allure di Jackie Kennedy e amante delle camicette bianche, come l’Arcadina cechoviana, con la quale condivide anche un disperato bisogno di piacere agli altri. “Come sto?” chiede a tutti, mettendosi sotto i riflettori ma scegliendo lei sotto quale luce mostrarsi.

La luce delle ombre (rese intensamente dalla metamorfica D’Abbraccio) che continuano a seguirla dalla tenuta Belle Rêve al quartiere dei Campi Elisi: luoghi che di “bello” hanno solo il nome. Quando i riflettori si spengono e lei resta sola, il suo fallace sostegno è l’alcol, il cui tocco ha il potere di arrivarle dritto nelle vene, surrogato di un calore e di un’ebrezza insoddisfabili.

Ma dall’alcol dipende anche Stanley (un magnetico e bestiale Daniele Pecci), il marito di sua sorella: i due si annusano e si riconoscono subito: “io non lo tocco quasi mai” mente lei. E lui, allusivo: “c’è gente che non lo tocca ma che si lascia toccare”. Perché per Stanley una donna “deve mettere subito le carte in tavola”, non solo quelle relative alla tenuta Belle Rêve.

Così come in casa sua non può esistere privacy e le porte o non ci sono o vengono lasciate aperte. Inclusa quella del bagno. Ma la prima a nascondergli cose è proprio sua moglie Stella, che non solo non lo avvisa dell’arrivo della cognata ma nasconde (soprattutto a se stessa) un desiderio malato dietro un altro bel nome: amore. Stella infatti si lascia accecare da una prepotente tenerezza, che gli fa vedere il marito come “un cucciolotto”: “ci si sopporta un po’ ” dice per giustificare la sua dipendenza, nonostante lui arrivi spesso, invasato dalla rabbia, a distruggere quello che prende in mano. E di fronte ai deliri della sorella, si limita a dire: “come sei buffa”. Stella è sfuggente come una quaglia, analogia che la stessa Blanche intuisce ma che poi applica all’ammorbidirsi del fisico della sorella.

Blanche invece riconosce immediatamente il desiderio animale che l’accomuna a Stanley. E ammiccantemente gli si propone con piume e pelli di volpe, chiedendogli di aiutarla ad allacciare bottoni. Ma lui le dirà che con i bottoni non ci sa fare: non sa, a differenza del bottone, unire e tenere insieme due parti. Non sa entrare in relazione.

Così a Blanche non resta che continuare ad affidarsi al buon cuore degli estranei. Come sempre. Per sempre.

Perché il desiderio può essere il luogo dell’inganno ma anche della verità. Quella verità capace di essere generatrice di vita. Quella vita che è desiderio di essere desiderati dal desiderio dell’altro. 


Una regia potente, quella di Pier Luigi Pizzi, capace di tenere incollato lo spettatore per due ore e mezzo. Complici gli attori e la stessa magnificente scenografia. Pecci e la D’Abbraccio hanno interrotto gli applausi per dedicare lo spettacolo a Monica Vitti.

Info sul testo Un tram che si chiama desiderio

Heroides vs Metamorphosys

TEATRO VASCELLO, dal 28 Gennaio al 6 Febbraio 2022 –


“Sperimentare” è la parola chiave di questo spettacolo, al centro del quale palpita il tema dell’amore. L’amore come esperienza, come prova vivida, che prende ogni volta nuove forme. Con la raccolta le Heroides, o Epistulae Heroidum (tradotto: Le Lettere delle eroine) Publio Ovidio Nasone sperimenta un nuovo genere letterario: una raccolta di lettere erotiche, che si immaginano inviate da alcune eroine del mito ai rispettivi amanti. Per la prima volta, femminile è il punto di vista su alcuni episodi del mito. Di conseguenza il linguaggio non è epico-eroico (maschile) ma passionale, affettivo, emotivo, umano (femminile). Ovidio esplora dunque la psiche di queste 18 donne e analizza i riverberi emozionali della lontananza dall’amato, che di volta in volta assume la forma dell’abbandono, della fuga e del tradimento.

Lo spettacolo prende avvio dalla rappresentazione del caos cosmologico come metafora del caos emotivo, in cui si macerano le donne che scrivono queste lettere e che trovano proprio nella scrittura un qualche sollievo per riaversi dal trauma dell’abbandono. Veniamo coinvolti in una scena totalmente buia finché non interviene un dio (la musica) a separare il buio dalla luce e a districare i contrasti che convivono all’interno del caos.

Manuela Kustermann

Prende forma uditiva poi, la formula magica di Ipsipile, finalizzata a separare l’amore tra Giasone e Medea. E quest’ultima entra in scena con il capo e le mani di nero velati, nuda ai piedi. Un coro suadente e tentatore, introduce la lettera successiva, quella di Penelope ad Ulisse, dove la donna fedelmente innamorata si fonde, percorre e si lascia percorrere da quella tela, testimone della sua attesa che non conosce cedimenti. Diversamente da Canace, esplorata magistralmente nelle sue dilanianti contraddizioni. È la volta poi della lettera di Arianna, crudelmente piantata in asso da Teseo.

Manuela Kustermann

Un’inquietantemente sacra Manuela Kustermann strega portando lo spettatore nell’insolita esplorazione dell’animo di queste donne, che non hanno avuto paura di amare.

Il clima di ogni lettera è introdotto e suggellato da una narrazione musicale “metamorfica”, trasformativa, inclusiva di sapienti influenze e slanci, che partendo dal repertorio classico esplorano la contemporaneità. E ancora oltre. Merito della ricerca in continua evoluzione della pianista Cinzia Merlin.

Uno spettacolo che traduce e tradisce, senza mai esagerare, quasi come in una naturale metamorfosi, il testo originale. Attualizzandolo.

Una regia costruita sulla luce: lame, fuoco, percorsi, ombre verticali. Di particolare suggestione creativa le scelte adottate per caratterizzare la narrazione emotiva delle lettere di Penelope e di Canace.

Le ventuno lettere raccolte nelle Heroides di Ovidio, si arricchiscono di un carteggio professionale inedito: quello tra due donne oniricamente complici e creativamente messaggere di emozioni drammaticamente umane.

Leggi di più su Manuela Kustermann e Cinzia Merlin

Uno, nessuno, centomila

Teatro Quirino dal 25 al 30 gennaio 2022 –

ABC Produzioni e ATA Carlentini
-presentano-

PIPPO PATTAVINA e MARIANELLA BARGILLI
Uno, nessuno e centomila

di Luigi Pirandello
-con-
-ROSARIO MINARDI-
-MARIO OPINATO-
-GIANPAOLO ROMANIA-
-Musiche originali Mario Incudine-
-Scene Salvo Manciagli-
-Regia ANTONELLO CAPODICI-

Il soffio nostalgico e vagabondo di un motivo alla fisarmonica anticipa l’apertura del sipario: preludio all’amara analisi pirandelliana sul soffio vitale umano. Ci si rivela poi una scena marmorea, grigia: il colore della tristezza, della compresenza di bene e di male. Ci arriva la sensazione di un ambiente che sa un po’ di tribunale, un po’ di obitorio e un po’ di giudizio universale: luoghi nei quali si crede di poter stabilire l’esatta identità delle persone.

La scena è abitata da un uomo, seduto di spalle, rivestito di una camicia bianca (che rimanda al Rinascimento e insieme ad un ospizio-manicomio) e da un giudice in doppiopetto scuro, in piedi su di un piccolo podio. Qualcosa di verde spicca: è una coperta, che l’uomo in bianco, nel voltarsi, notiamo tenere sopra le proprie gambe. Colore dominante nel mondo naturale, il verde ci circonda ed è il segno di via libera per procedere e andare avanti (non a caso, l’occhio umano ha il picco di massima sensibilità proprio per le frequenze relative alla luce verde).

Scopriamo che, tra “giudice” ed “imputato”, c’è un rapporto più morbido, più accogliente, quasi confidenziale rispetto al solito rapporto distaccato ed inquisitorio che intercorre tra i due. Imbastiscono, partendo dalla fine, un racconto di ciò che ha preceduto questo “consuntivo” finale e ci introducono al flash-back narrativo seguente.

Pippo Pattavina

Perché nei luoghi della follia, in paradiso così come all’inferno, si va in due (vedi Dante e Virgilio, vedi gli amanti): è necessario che ci sia qualcuno di cui abbiamo fiducia, che ci attivi la nostra parte folle e che poi ci sappia tirar fuori, verso la razionalità, qualora indugiassimo troppo a lungo, per un tempo non sostenibile ad un essere umano. La relazione, il due, viene prima dell’individuo, della singolarità: non a caso l’identità ce la dà l’altro, gli altri.

Marianella Bargilli

E proprio da qui prende l’avvio il racconto: da quando la moglie di Vitaliano Moscarda (un profondo e brillante Pippo Pattavina) fa notare al marito di avere il naso storto, pendente da un lato: una bella “svirgolata”.

Cosa di cui mai si era accorto. Da questo momento inizia per lui un percorso di progressiva scomposizione per specchi della propria unità identitaria, per anni scrupolosamente composta. Ma in realtà, come appassionatamente dice Moscarda, “noi siamo tempesta, fiumana”: follia.

E come era solito dire il Platone del Fedro e poi del Simposio, i beni più grandi ci provengono proprio dalla follia. E a dircelo è proprio lui: colui che ha fondato il modo di pensare razionale, introducendo il principio di identità e di non contraddizione e quello di causa-effetto. Questi due principi, utilissimi per intenderci tra tutti (come dice Mortara, che cosa è la verità se non un’opinione più condivisa delle altre) non ci introducono però alla “verità” ma si limitano a mettere un confine e quindi a de-terminare la verità. Insomma, danno compostezza al caos nel quale siamo immersi. Ma dalla razionalità non “si crea” nulla: occorre contaminarsi con la follia e poi riemergere da essa per dare vita a qualcosa di creativo.

E questo scopriremo dal momento in cui le grigie pareti marmoree, scorrendo, ci introdurranno prima nell’atelier rosso dannunziano della moglie di Vitaliano Mortara (una sensuale ed ammaliante Marianella Bargilli, quasi una Valentina di Crepax); poi lungo le vie della città dove Mortara cercherà e troverà uomini simili a lui, composti ma in realtà scomponibilissimi. E ancora, a seguire saremo portati nell’ufficio dell’apparentemente compostissima azienda di famiglia, sulla scrivania della quale troneggia però un mezzo busto dell’insospettatamente scomposto Giulio Cesare.

Marianella Bargilli

Infine nelle stanze dell’amica-amante di Mortara (una dolce e maliziosamente scapigliata Eva Kant (sempre interpretata da Marianella Bargilli).

Elegantissimamente efficace la scenografia: declinata sulla mutevolezza dell’identità umana.

Particolarmente curati i cambi di scena “a vista” che, grazie ad una maestria dell’uso del controluce, risultano quasi dei compassati movimenti di un carillon. 

Per tutto lo spettacolo, quella coperta verde non lascia mai la scena: se non è in mano a Mortara, è comunque appoggiata ad una (quella di sinistra) delle due piccole sedie ai lati del proscenio, dove è solito spostarsi, quasi da un emisfero all’altro della mente, il protagonista.

Quel verde, simbolo della vita che non conclude; “dell’albero respiro tremulo di foglie nuove. Tutto fuori, vagabondo”.

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Recensione dello spettacolo MIRACOLI METROPOLITANI di Gabriele Di Luca

TEATRO VASCELLO, 11-23 Gennaio 2022 –

Lampeggia una luce rossa. Quale sarà il pericolo? Il luogo inizia a popolarsi di un’umanità egoista ed ipocrita, sciacallamente intenta ai propri interessi (e il pensiero va a “The Kitchen” di Arnold Wesker). Abbiamo perso un sogno, il gusto di parlarci, la voglia di aiutarci? Ha perso la comunità?

Regna il caos: i liquami delle fogne di un’ipotetica città hanno rotto gli argini e invadono ogni luogo. Soprattutto a livello olfattivo. Tutto è maleodorante. La soluzione è chiudersi in casa, ognuno nella propria casa, pensando di poter arginare così, singolarmente, il problema.

In scena una fantomatica cucina, con sede in uno squallido scantinato: “prepara” pasti precotti (acquistati in Cina) per celiaci, da consegnare a domicilio. E apparentemente si sta arricchendo. Più che una cucina, ci si rivela una fucina: un luogo infernale dove manca la cura nel preparare il cibo, primo veicolo di amore, ma soprattutto dove si forgia la filosofia del massimo risultato con il minimo sforzo.

A discapito apparentemente solo degli altri. Una fucina d’inganni, di forze sotterranee. Ma, e questo magari è il messaggio finale dello spettacolo, ci si può ancora inventare una vita ricca d’intensità emozionale, nonostante la nostra natura da Sisifo: proprio perché consapevoli dei nostri limiti e proprio per questo possibili artefici del nostro destino.

Un’esistenza dove si può vivere grazie a guizzi d’amore. Quelli che a volte non riusciamo a trovare: come è successo a Plinio, il personaggio che ha progressivamente smesso di nutrire la sua insaziabile curiosità da chef stellato, schiacciato dal macigno che ci ostiniamo esclusivamente a caricare sulle spalle. Senza pensare che a volte anche Sisifo può distogliere lo sguardo, come Perseo con Medusa. E trovare così la forza di alleggerirsi creativamente. E soffrire, creativamente. Perché spesso la nostra paura a qualcuno conviene.

Perché non è la sottomissione houellebecchiana la nostra unica possibilità di sopravvivere: quella espressa dal mantra del personaggio Mosquito “a chi devo succhiare il cazzo oggi per avere un panino?”. Né esiste solo il muto e consapevole urlo munchiano di Clara, lavapiatti assurta a manager del business delle ostie per celiaci. C’è anche la possibilità di stare al mondo proposta da quel Platone (del “Simposio”) che Cesare, l’oratore aspirante suicida, presenta a Igor, il figlio adulto di Clara a cui va ricordato ogni giorno di cambiarsi le mutande e di lavarsi i piedi: quella di stare insieme, con amore. Perché solo l’amore ci può salvare: non la singolarità ma il “due”, la relazione. Qualcosa di diverso dalle “storie” su Instagram nelle quali Clara non manca di condividere incidenti e funerali, oppure proporre scommesse sugli altrui conflitti. Piuttosto un amore che nasce e si alimenta di “mancanze”. Ma solo quando ami, non temi più la vita. Perché anche l’assenza dell’altro diventa una cosa che sta con te. E’ così che può nascere un miracolo. Molto umano e un pò divino. Un miracolo metropolitano.

Gli attori sanno rendere leggerissimamente la loro (e nostra) pesantezza esistenziale. E si librano, ognuno a proprio modo, dentro questa cucina-vita che pare pretendere solo ritmi ossessivamente frenetici e ipocriti egoismi. E riescono a farci ridere: amaramente e di gusto. Forse perché anche noi, come Mosquito, non crediamo (solo) in Dio ma in Shakespeare. 

La compagnia dimostra una straordinaria capacità di leggere il nostro tempo, nel quale regna la tentazione di disinteressarsi a lottare, tutti insieme, mano nella mano, per un mondo migliore. Ma non tutto è perduto.

Un brivido, ormai quasi dimenticato, quello poi di assistere ad uno spettacolo in un teatro totalmente pieno. Di persone di ogni età. Un altro miracolo metropolitano.


Uno spettacolo di
CARROZZERIA ORFEO

Drammaturgia Gabriele Di Luca
Regia Gabriele Di LucaMassimiliano SettiAlessandro Tedeschi

Con (in o.a.)
Elsa Bossi Patty
Ambra Chiarello Hope
Federico Gatti Igor
Barbara Moselli Clara
Massimiliano Setti Cesare
Federico Vanni Plinio
Federico Brugnone Mosquito/Mohamed

Si ringrazia Barbara Ronchi per la voce della moglie.

Musiche originali Massimiliano Setti
Scenografia e luci Lucio Diana
Costumi Stefania Cempini

Una coproduzione
Marche TeatroTeatro dell’ElfoTeatro Nazionale di GenovaFondazione Teatro di Napoli -Teatro Bellini

in collaborazione con il Centro di Residenza dell’Emilia-Romagna “L’arboreto – Teatro Dimora | La Corte Ospitale”


Recensione di Sonia Remoli

La pianista perfetta

TEATRO VITTORIA, dal 18 al 23 Gennaio 2022 –

Sulla scena quasi buia, protagonista è un pianoforte. Arriva da lontano, una voce fuori scena. Ora è vicina: alle spalle del pubblico si affretta a salire sul palco l’impaziente ed anticonformista pianista Clara Schumann (l’intensa Guenda Goria). È accompagnata da un deliziosamente meravigliato giovane falegname del teatro (il ricco in grazia Lorenzo Manfridi).

Iniziamo a capire che siamo a poche ore dall’inizio di un concerto della pianista ma ovunque sul palco regna il caos: a terra nessuno ha tolto i coriandoli dello spettacolo precedente; manca la chiave per aprire il camerino; nessuno ha provveduto ad accendere le luci in sala. Insomma manca un “accordatore”, non solo del pianoforte.

Di fronte a questo disordine che amplifica e fa risuonare il suo disordine interiore, la pianista si apre ad uno torrenziale sfogo verbale polimorfico. Nell’esprimersi si rivolge a momenti a se stessa, in altri al giovane falegname ma soprattutto al suo adorato marito : “Lasciati pensare, Robert !”. E lo rimprovera per averla “costretta a stare bene a tutti i costi”, tenendola cioè lontana da lui.

“Potrei uccidervi” – lui le ripeteva, proteggendola così dalla visione di ciò che ora è diventato: un uomo che ‘”frequenta gli spiriti” e non si ricorda di quanti figli ha. “Ma non ricordare non equivale a non sapere”, si affretta a precisare . Un uomo che dice “Ciao, esco!” e che poi va a buttarsi nel fiume. Ora, anche lui è in una specie di teatro dove, da dietro una tenda-sipario, gli altri possono spiarlo. Ma lei no, lei non può. Lei aspetta che lui da un momento all’altro esiga che lei vada da lui.

Nell’attesa, si siede al pianoforte e suona. E, tra consonanze e dissonanze, riescono a raggiungersi. E il pubblico con loro. L’importante, torna a ribadire la pianista al giovane falegname, è non scappare dalle occasioni: non fare “il pescatore”, colui cioè che getta la lenza e poi aspetta.

Nello spettacolo l’accorata recitazione (accompagnata da un attento gioco di chiaro-scuri del disegno luci) è punteggiata da momenti di appassionate esecuzioni pianistiche; come se la musicalità delle parole trovasse un naturale proseguimento nella musicalità delle note. Quasi un unico discorso, declinato in variazioni sul tema della sublimità dell’amore. 

La Goria, che per tutto lo spettacolo riesce ad arginare una prorompente crisi di nervi, ci ha regalato in chiusura (complice il caloroso applauso del pubblico) un inaspettato scioglimento delle catene della sua tensione. E con lacrime non più trattenute, ha ringraziato il pubblico presente in sala, numeroso ed attento. “Eroi”, lei ci ha definito, in considerazione dell’ancora castrante situazione sanitaria.

E ci ha omaggiato con un brano di Ezio Bosso sulla musica libera. Perché come lui era solito dire, riusciamo ad essere liberi quando la musica entra nella pancia, passa per il cuore e fa muovere la testa. Una serata terapeutica. Perché il teatro sa essere anche questo.

Ascolta l’intervista a Guenda Goria

Driving

TEATROSOPHIA, 15 Gennaio ore 21:00 – 16 Gennaio ore 18:00 –

Una spessa nebbia avvolge il palco fino ad invadere le prime file della sala. Si intravede sulla scena il frontale di una city car e subito dietro un uomo. Di spalle, che voltandosi rivela una chitarra a tracolla. Si siede. Dall’entrata di sinistra della sala sbuca un altro uomo, affondato in un giaccone color fango. Si muove freneticamente ma si percepisce che uno stato di smarrimento lo appesantisce: una densa nebbia mentale.

Sta partendo per un viaggio: da Milano a Roma. Ma perché? La domanda dello spettatore rimane per il momento avvolta nella nebbia. L’attore (Fabio Mascaro) ci dice solo che deve imporsi di non pensare al perché sta partendo e fa sì che un fitto banco di nebbia cali sulla sua mente e sul suo cuore.

Scopriamo che ha due compagni di viaggio: Riccardo, uno snodabile Big Jim, che emerge per metà da una piccola botola del cruscotto, quasi un personaggio beckettiano e poi una donna conturbante: la Musica (Alessio Pinto). Che inizia a provocarlo, sussurrandogli ossessivamente: “Non puoi andare avanti pensando che niente vada male”.

Alessio Pinto e Fabio Mascaro

Ed ecco che il banco di nebbia a cui si era impegnato a dare forma, inizia a perdere densità. Perché la nebbia è anche il modo in cui le cose si rivelano. Una delle questioni fondamentali che la nebbia pone alla percezione non è tanto “dove sono?” ma soprattutto “dove sono gli altri?”. E ancora: “cosa lega i miei pensieri alle cose che ci sono?”. La nebbia consente di immaginare, di guardare, di vedere quello che non si riesce a vedere, quando tutto sembra completamente visibile.

E così succede a Franco, il protagonista, che inizia a dare visibilità e valore alle preoccupazioni di cui è oggetto, ai gesti di cura da cui è avvolto, a chi lo sa guardare negli occhi, come Teresa sua moglie. Cose che rischia di perdere perché fagocitato da false realtà che lo hanno indotto a demonizzare il “vacillare”, lo “sfocato”, finendo però per morire di noia nella stabilità. E’ ancora la musica a solleticarlo: “Te ne sei accorto sì , che tutto questo rischio calcolato, toglie il sapore pure al cioccolato. E non ti basta più”. 

E poi ci sono le fiamme di fuoco: quelle che gli uomini, figli e padri, provano guardando i corpi delle donne. Ma anche aspettando un abbraccio che non arriva mai, perché non si è insegnato a dargli luce, valore, importanza. E allora ci si accontenta di illuminare agli sfioramenti, che inavvertitamente colorano la distanza dell’essere “istituzionali”. E la musica sempre provocante: “Come posso tentare di spiegarmi, se lui ancora una volta distoglie l’attenzione. È sempre la stessa vecchia storia: dal momento in cui potevo parlare, mi fu ordinato di ascoltare. Ora c’è una strada e so che devo andarmene”.

Alessio Pinto e Fabio Mascaro

E magari, ora, l’albero maestro del veliero può essere colorato anche di giallo. Perché le mancanze, i vuoti, sembrano essere immersi in una cappa di nebbia ma la nebbia poi se ne va, quando si è scoperto un nuovo modo di vedere le cose.

Siamo tutti smarriti e perplessi, con incerte identità personali. Ci siamo persi nella nebbia. Ma è solo perdendoci che potremo ritrovarci. Solo in questo modo possiamo forse sperare di capire il mondo: guidando (alla volta di noi stessi). Un viaggio che, almeno per un’ora, lo spettatore fa, insieme a Franco, a Riccardo e alla Musica.

Sulle vie dell’Inferno

AUDITORIUM PARCO DELLA MUSICA, Sala Petrassi, 6 Gennaio 2022 –


In occasione dei festeggiamenti per il passaggio dal vecchio al nuovo anno, l’Auditorium Parco della Musica porta in scena l’arte del Maestro Mimmo Cuticchio: il più importante esponente contemporaneo della tradizione dei pupari e dei cuntisti siciliani.

(Leggi l’articolo del Corriere della Sera)

Questo straordinario cuntastorie presenta il suo nuovo lavoro tratto dalla Prima Cantica dell’Inferno di Dante. Perché le miserie e le sofferenze umane cantate da Dante sono più che mai attuali oggi.

E come spesso gli accade, uno dei suoi pupi si propone per un racconto diverso e insieme uguale: questa volta della Divina Commedia.

A rendersi  intraprendente è il pupo Ariodante, un personaggio dell’Ariosto, un cavaliere d’amore  che Cuticchio immagina, di notte,  allontanarsi dal gruppo dei suoi pupi per il desiderio di vestire i panni di Dante. E ripercorrere, insieme a Virgilio, i luoghi dell’Inferno dantesco, raccontati nella sua lingua. 

Un viaggio che per l’occasione passa attraverso i luoghi più caratteristici delle nove province siciliane:  la Passeggiata di Goethe sul Monte Pellegrino a Palermo; la Torre di Messina sala quale si svelano Scilla e Cariddi; la Necropoli di Pantalica a Siracusa; le Terme libere di Segesta a Trapani; il grande Ilice secolare sull’Etna in provincia di Catania; la Miniera di Sommarono a Caltanissetta; la Cava di Ispica a Ragusa; l’Isola di Linosa in provincia di Agrigento e la Rocca di Cerere a Enna. In questi luoghi speciali sono state ambientate le scene del viaggio, oltre al boccascena del Teatrino dei Pupi del Maestro Cuticchio.

Grazie poi ad un particolare lavoro di postproduzione lo spettatore vede i pupi muoversi autonomamente, senza l’aiuto di manianti e combattenti. Lo spettacolo mette in scena la sinergia di tre situazioni: sul grande schermo i pupi, ripresi dallo sguardo di Antonio Ciprì che è riuscito ad esaltare con un sapiente uso delle luci e delle ombre, la bellezza dei pupi e insieme a coordinarli alle riprese esterne (girate da Chiara Andrich e da Andrea Mura).

Di fronte al grande schermo Mimmo Cuticchio trova un modo tutto suo di narrare le storie, le pene e la disperazione dei personaggi di questo tratto del viaggio dantesco. Nel racconto il Maestro si coordina con l’attore Alfonso Veneroso, capace di restituire la ricchezza dell’esatta narrazione della Cantica. Il tutto accompagnato dalle musiche scritte appositamente dal figlio del Maestro, Giacomo, ed eseguite dal vivo da sei musicisti.

Ideazione scenica e regia : Mimmo Cuticchio – Cunto: Mimmo Cuticchio – Aiuto regia: Chiara Andrich

Versi di Dante: Alfonso Veneroso – Direttore della fotografia: Daniele Ciprì

Musica originale: Giacomo Cuticchio

Marco Badami: violino / Paolo Pellegrino: violoncello/ Nicola Mogavero: sassofoni

Fabio Piro: trombone/Giusy Cascio: sintetizzatore

Giacomo Cuticchio: vocalist, sintetizzatore e live electronics

Luci: Marcello D’Agostino – Organizzazione: Elisa Puleo

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