– GLI ELEFANTI NELLA STANZA – di e con Francesca Astrei

TEATRO INDIA

dal 17 ottobre al 1 novembre 2026

Con efficace lirismo – che non scade mai in un’addomesticata forma di rassicurazione – Francesca Astrei affronta un tema dalla sotterranea incandescenza magmatica: quello dei “sibling” ovvero quello della faticosa e amorevole invisibilità delle sorelle e dei fratelli di persone con disabilità.

La cifra lirica le permette di trasformare una realtà quotidiana, spesso gravata da silenzi e da doveri precoci, in un’esperienza poetica. Anche nei momenti più concitati: questo taglio drammaturgico eleva infatti il dramma familiare a mito, permettendo di esplorare dinamiche psicologiche profonde e collettive attraverso metafore, ritmo e vibrante intensità emotiva.

Lirica è anche la scelta del titolo: una suggestiva metafora ricavata da una favola del poeta e scrittore russo Ivan Krylov (1768-1844) intitolata “L’uomo curioso”.  Racconta di un uomo che visita un museo di storia naturale e nota con eccezionale precisione ogni minimo dettaglio ma all’uscita, parlando con un amico, si rende conto di non aver minimamente notato il gigantesco elefante posizionato al centro del museo. Persino Fëdor Dostoevskij usò questa metafora nel suo celebre romanzo “I demoni”, scrivendo: “Era proprio come l’uomo curioso di Krylov, che non notò l’elefante nel museo”.

Una metafora che negli anni ottanta del Novecento diventa un modo di dire diffuso, a seguito dell’uscita del libro “An Elephant in the Living Room” di Marion H. Typpo e Jill M. Hastings. Il testo analizzava le dinamiche delle famiglie con problemi di alcolismo, dove la dipendenza del genitore era una presenza ingombrante (l’elefante, appunto) che tutti vedevano ma – essendo una realtà scomoda – di cui nessuno parlava apertamente, per vergogna o protezione. Di conseguenza, nei nuclei familiari in cui è presente una forma di disabilità, la sorella/il fratello abile rischia spesso di diventare il “figlio invisibile”: colui le cui esigenze passano in secondo piano, rischiando di restare ignorate.

Qui nel testo della Astrei è una sorella di cui non si nomina mai il nome proprio: privandola così della la sua unicità, della sua identità e della sua autostima. Ma è il taglio drammaturgico lirico a dare voce a questo silenzio identitario, simbolo di una sofferenza che non reclama spazio e che non si permette di esprimersi in protesta. Un silenzio che qui trova espressione attraverso accenni di note al pianoforte: strumento musicale potente simbolo dell’animo umano e della mediazione tra razionalità e istinto. Strumento che qui rappresenta una preziosa finestra di luce sulla sua invisibilità, come suggerito dalla sapiente costruzione dello spazio scenico.

Spesso i sibling investono infatti se stessi del compito di compensare il dolore dei genitori, dimostrando una perfezione costante. Lo spettacolo della Astrei allude a questa condizione emotiva come a una partitura musicale efficacemente invisibile, capace di parlare però della fatica di dover essere sempre forti. Una partitura musicale che trova espressione in una mutevole sinergia ritmica di parola e gesto, che canta la lacerante polarità dei legami tra questo doppio binomio simbiotico con la sorella e con la mamma: proprio come accade nelle società matriarcali degli elefanti. Da un lato allora vi è un amore viscerale e protettivo; dall’altro, sentimenti inevitabili di frustrazione, di gelosia o di desiderio di fuga. Ma la liricità permette di esprimere il senso di colpa legato al desiderio di libertà senza scivolare nel cinismo, sublimandolo piuttosto in una ricerca di identità.

Parallelamente, alterata diviene la percezione del tempo lineare: misurato non più in anni, quanto piuttosto dapprima dalle operazioni chirurgiche sostenute da Nina, e poi dal numero degli “elefanti che si dondolano su un filo di ragnatela”. Necessari a colmare un gap non solo di sonno-veglia ma anche esistenziale: si contano cioè gli anni attraverso il numero di elefanti (ovvero il numero di macigni di dolore e di fatica) che riescono a tenersi in un qualche equilibrio precario, sopra il filo di ragnatela della realtà familiare.

Il prezioso valore simbolico di questo spettacolo risiede nella capacità di trasformare il palcoscenico in uno spazio interiore, dove la narrazione lineare cede il passo all’esplorazione dei meandri dell’anima. Una scena abitata da un confine contenitivo di sedie spettralmente vuote, ma dalle quali riescono a prendere forma – come da un muro osmotico di ricordi inconsci – una varietà di personaggi limitrofi e insieme distanti dalla situazione familiare portata in scena. Sono infatti sedie posizionate “di spalle”, metafora di un’inclinazione alla negazione dello sguardo.

La parola della Astrei scegliendo di farsi sapientemente lirica – con accenni di stimolante ironia – si carica di un ritmo, di una musicalità e di una densità capaci di evocare i significati, più che spiegarli. Significanti spesso resi dalla Astrei attraverso una piccola apnea: una realtà così dolorosa che a dirla toglie il fiato, oltre che le parole. Un linguaggio, il suo, a servizio non tanto del racconto, ma dello svelamento dell’essenza invisibile delle emozioni indicibili. Un linguaggio che la Astrei non si limita a versare nell’orecchio, ma che proietta anche nell’occhio dell’anima dello spettatore.

I suoi sono personaggi che entrano scalzi in scena: nella loro nudità emotiva e nella loro fragilità esposta allo sguardo del pubblico. Un contatto diretto con il pavimento che richiede anche all’attrice una particolare consapevolezza, capace di trasformare la deambulazione in un gesto drammaturgico carico di significato. Finchè non arriva a palesarsi e ad esprimersi la sorella invisibile e innominata, che nel tempo riesce a trasformare il suo pesante cappotto di invisibilità in una camicetta che sa di leggerezza calviniana.

Uno spettacolo, questo di Francesca Astrei, che seppur nato da una particolare sensibilità personale e da un lavoro di ricerca su famiglie con disabili, non cerca di dare soluzioni pratiche o risposte sociologiche, ma offre al pubblico un rituale collettivo in cui il dolore, la fedeltà familiare e il sacrificio vengono riconosciuti, onorati e infine sciolti in una forma di bellezza e di compassione universale.

“Gli elefanti nella stanza ” è una produzione Teatro di Roma – Teatro Nazionale.


GLI ELEFANTI NELLA STANZA

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die con Francesca Astrei

scenografia Alessandra Solimene

disegno luci Camilla Piccioni

musiche composte da Giorgio Astrei

foto di scena Claudia Pajewski

direttore di scena Stefano Mazzola

capo elettricista Danilo Quattrociocchi

fonico Fabrizio Pane

sarto Tiziano Iuculano

amministratrice di compagnia Monica Maffei

produzione Teatro di Roma – Teatro Nazionale

residenza creativa Tuttoteatro.com

si ringraziano Super Abile APS, NidOramai, Carrozzerie n.o.t

nell’ambito di Roma Theatrum Mundi

con il sostegno di Fondazione Roma



Recensione di Sonia Remoli

Recensione dello spettacolo IL CAVALIERE INESISTENTE di Italo Calvino – regia di Tommaso Capodanno

TEATRO INDIA, dal 4 al 17 Dicembre 2023 –

Troppo spesso “dorme sepolto in un campo di grano”, sopraffatto dall’istinto a dominarci l’uno sull’altro, fino a farci guerra. È quel tendere verso il desiderare, che sa fare di un certo senso di mancanza, proprio di noi umani, l’arte di individuare e quindi di poter esprimere la nostra unicità, il nostro talento. Regalandoci la “prova”, il senso, della nostra esistenza.

In una sorta di proemio, questa tensione vitale a desiderare prende forma attraverso un motivo musicale: un canto primordiale ricco in mancanze. Quasi una lallazione. Solo successivamente il motivo musicale, declinato in “variazioni”, torna in alcune situazioni chiave della storia prendendo la forma di parole dotate di quell’univocità propria dei principi della logica.

Francesca Astrei, Evelina Rosselli, Giulia Sucapane e Maria Chiara Bisceglia

In un geniale procedere per cerchi concentrici, le quattro interpreti del canto del proemio sono anche i personaggi stessi del romanzo – a loro affidati attraverso una triplice partitura per ognuna – abitati diversamente dalla presenza-assenza della tensione a desiderare. Ma non solo: a loro è affidata anche la voce narrante della storia, resa attraverso degli a-parte con lo spettatore. Una struttura decisamente convincente.

Nell’allontanarsi o nel sopprimere la tensione a desiderare, i personaggi di questo romanzo sentono di “non esistere” e ognuno a suo modo compensa questa “mancanza” con qualcosa di diverso.

Agilulfo con lo zelo “fascista” e con l’ordine maniacale. Che però non riesce a salvarlo quando in lui si insinua la mancanza di autostima, dono sociale. Socialità dalla quale lui dipende meccanicamente, attenendosi strettamente alle disposizioni. E se le disposizioni vengono meno è la fine, non avendo mai educato un suo spirito critico. Commovente, in questa scena, la capacità dell’interprete Evelina Rosselli a trasferire anche all’armatura il diverso respiro che abita Agilulfo, preda del terrifico dubbio sulla sua “etichetta” da cavaliere. Lui sa solo nozionisticamente che vivere significa “lasciare un’impronta particolare” sul mondo. E inoltre giustifica il suo “aver venduto” il proprio corpo e il proprio giudizio critico ad altri, con il fatto che chi un corpo e quindi “una capacità di sentire” ce l’ha non la utilizza.

Rambaldo preferisce l’ansia di vivere alla pace di chi è morto ma non sa gestirla. Compensa con la vendetta ma resta inerme – almeno inizialmente – di fronte alla follia più  grande, quella dell’amore.

Bradamante oscilla tra una compulsività nell’amare e una ricerca di rigore assoluto, che prima sublimerà – attraverso l’identità di Suor Teodora – con la scrittura, per poi imparare che vera bellezza è entrare “in relazione” con l’altro.

Gurdulù “è uno che c’è, ma che non sa d’esserci”: risponde meccanicamente all’istinto, quasi come un animale, confondendo se stesso con le cose che lo circondano .”Tutto è zuppa”: bellissima, in questa scena, l’espressività delle mani di Francesca Astrei.

“Un po’ è un macello, un po’ è un tran tran” – dice Bradamante – e chi “vince” ci riesce “per caso”, non per la capacità di “riuscire a riuscire”. Poi c’è l’armatura “a reggerli tutti dritti”.

Ma “imparare ad essere, si può… e la paura ha senso, se dietro c’è la vita che spinge !”.

Tommaso Capodanno

Molto fluida e fertile la sinergia con la quale l’interessante taglio registico di Tommaso Capodanno si lega all’adattamento di Matilde D’Accardi, alla resa interpretativa delle attrici in scena – Francesca Astrei, Maria Chiara Bisceglia, Evelina Rosselli, Giulia Sucapane – e alla cura delle scene di Alessandra Solimene. Complice anche una drammaturgia delle luci che rende con efficacia poetica luci, ombre – e luci delle ombre – di ciascun personaggio. Molto suggestivo, soprattutto in alcuni momenti dello spettacolo, quel sapore proprio della drammaturgia del Teatro Povero di Monticchiello.

La coralità eterofonica delle interpreti brilla nel rendere le variazioni della “follia” delle parole e del ritmo del testo di Calvino. Guizzi, laddove emergono, sono accolti e messi a servizio, come chiede lo stile di un “ensemble”. Che trova la sua forza nel riuscire a rendere ciascuno, insostituibile parte di un tutto.

E il pubblico lo percepisce.

Perché così può essere il Teatro. Perché così può essere la Vita.

Soprattutto in questa nostra epoca così “miope”, in cui siamo tentati a lasciare in custodia altrui il porta occhiali con il nostro “sguardo”.


Recensione di Sonia Remoli

– Storie di Natale – adattamento e regia Roberto Gandini

TEATRO ARGENTINA, dal 14 dicembre 2022 al 6 Gennaio 2023


Se è rimasto ancora qualcuno

che questo spettacolo non l’ha veduto

tutto non sarà perduto 

se domani (o doman l’altro) al Teatro Argentina sarà venuto !!!


È un meraviglioso Elogio dell’Immaginazione lo spettacolo del fantasmagorico Roberto Gandini, regista nonché presentatore di questa strabiliante performance. Per accendere le fiamme della fantasia, quasi come un re, un Enrico V shakespeariano, attraverso un fulgido prologo, invita i bambini a sciogliere le briglie della fantasia.

Con la sua particolare maniera, sa solleticarli e insieme incantarli. Effetto non diverso sortisce sugli adulti, numerosissimi nella Sala Squarzina, che gareggiano con e forse più dei bambini per intervenire.

Fabio Piperno e Francesca Astrei in una scena di “Storie di Natale”

Una volta liberata e dato sfogo alla fantasia, Roberto Gandini lascia la platea nelle mani creative dei suoi fidi attori: alcuni sono volti ormai noti del Laboratorio Piero Gabrielli come Fabio Piperno e Danilo Turnaturi; altri sono professionisti come Francesca Astrei, Maria Teresa Campus e Gabriele Ortenzi.

E dopo aver allenato la capacità a creare ponti (tipica della fantasia) con “prefissi fantastici” e invenzioni varie alla Gianni Rodani, si è ora pronti e predisposti all’ascolto di racconti e di storie con più finali. Senza dimenticare la magia delle canzoni, accompagnate dal vivo dalle tastiere di Flavio Cangialosi.

Francesca Astrei con Danilo Turnaturi in una scena di “Storie di Natale”


Perché il fuoco che alimenta l’ascolto sa mettere pace, quando ” i perché ” degli altri vengono ascoltati e rispettati. Solo così “sul cipresso possono posarsi fiori di pesco” . E a teatro questo si fa: si festeggia capodanno tutto l’anno, perché con la fantasia si crea magia. Tanto che per poter fare il re, “basta saper fare yeah! “. 


Recensione di Sonia Remoli

– LA METAMORFOSI adattamento e regia Giorgio Barberio Corsetti –

TEATRO ARGENTINA, 5 – 27 febbraio 2022 –

Produzione Teatro di Roma – Teatro Nazionale

La metamorfosi
di Franz Kafka
Mondadori Libri, traduzione di Ervino Pocar –
adattamento e regia Giorgio Barberio Corsetti –
con Michelangelo Dalisi, Roberto Rustioni, Sara Putignano / Gea Martire –
Anna Chiara Colombo, Giovanni Prosperi, Francesca Astrei, Dario Caccuri –

Due scritte campeggiano sui muri  della casa di Gregor Samsa: “MONDO” (su una parete del soggiorno, dove vive e si arrocca la famiglia) e  “IMMONDO”  (su una parete della camera da letto, dove viene confinato Gregor, l’uomo-insetto). Ma è davvero possibile dividere il genere umano attraverso queste due categorie? Tra chi è “mondo” (cioè ordinato) perché si crede depurato da tutti gli aspetti che creano disordine nella vita e chi invece è “in-mondo” (cioè non-ordinato) e dagli “ordinati” viene additato come repellente, perché diverso da loro e per questo meritevole di essere emarginato? E coloro che si ritengono “mondi” (ordinati e ordinari) lo sono davvero? A cosa serve essere “mondi”, ammesso che ciò si possa davvero concretizzare? 

Lo spettacolo prende avvio creando, al buio, un’atmosfera magico-onirica, preludio alla metamorfosi di Gregor da uomo a bestia (insetto). In scena una camera da letto che ricorda, soprattutto nella costruzione, il dipinto “La camera di Vincent van Gogh ad Arles”, senonché qui la luce, ma soprattutto le ombre, vengono opportunamente giocate sui toni misteriosi del blu cobalto, capaci di donare un carattere fosco e sospetto all’ambiente.

Scopriamo fin da subito che ciascun personaggio è insieme anche voce narrante di se stesso: soluzione che sorprende e diverte. Così come una roteante scenografia regala, di scena in scena, novanta gradi di spazi-tempi diversi e ben legati tra loro.

Merito anche degli interpreti, che riescono a infondere una profonda leggerezza (non ultimo attraverso una continua rottura dei piani d’azione) ad una situazione dominata e bloccata dal disgusto verso il protagonista (un Michelangelo Dalisi, polimorfico per posture fisiche e vocali).

Accogliere i cambiamenti, si sa, non è cosa facile  per gli umani, che per loro natura tendono ad essere molto abitudinari. Troppo, forse, se questa tendenza non riesce a dare spazio anche a eventuali variazioni, proprie di personalità attirate dalla profondità dell’umano.

Che non si accontentano di rimanere in superficie (come i più) ma che anelano a scoprire la propria speciale diversità, inseguendo così una personale realizzazione interiore. Per avvicinarsi alla quale, occorre togliere (qui sì mondare) tutto ciò che sembra importante ma che in realtà è superfluo, perché deviante dalla conoscenza profonda di se stessi. Cosa che inconsciamente Gregor già sapeva, quando soleva dedicare il suo tempo libero ad intagliare il legno: un’arte che consiste appunto nella sapiente rimozione di materia da altra materia, al fine di ricavarne un’opera d’arte. I familiari credono (e in un primo momento anche lo stesso Gregor) che l’essere arrivato a ricoprire il ruolo di commesso viaggiatore sia il massimo della sua realizzazione.

Invece il viaggio potrebbe continuare ma non più come commesso (cioè come subalterno) bensì come imprenditore di se stesso, sotto nuove “forme”. Ma non è semplice. E ascoltare, dal violino della sua amata sorella, l’aria di Händel “Lascia ch’io pianga” è solo l’inizio della fine per Gregor che, piangendo la dura sorte, se ne va, sospirando la libertà.


Recensione di Sonia Remoli