Recensione dello spettacolo CON IL VOSTRO IRRIDENTE SILENZIO – ideazione, drammaturgia e interpretazione di Fabrizio Gifuni –

TEATRO VASCELLO, dall’8 al 13 Marzo 2022 –

Come in attesa di un rituale è organizzato lo spazio scenico, nel quale è inscritto non un cerchio ma un rettangolo, il cui perimetro è tracciato dai fogli scritti da Aldo Moro durante la prigionia. Richiamano la stessa geometria i tre oggetti scenici, scelti per officinare il rito: un piccolo tavolo, una sedia e un microfono.

Fabrizio Gifuni

E poi entra in scena lui, Fabrizio Gifuni: non è ancora il passo di colui che officina il rito. Piuttosto il corpo, il passo e la voce di chi, quasi come un coreuta, sceglie una diversa prossemica (spingendosi cioè sul confine del proscenio) per informare chi (il pubblico) con lui a breve entrerà metaforicamente nel sacro spazio del rito. L’obiettivo da raggiungere è saggiare se la pietra-meteorite-AldoMoro risuona ancora ustionante o se invece sta perdendo calore. E se così fosse, allora occorrerà rianimarla, riportandola ad un’alta temperatura. L’ultima attenzione è per la parte del pubblico più giovane: per loro (numerosi in sala ieri sera) Gifuni traccia una mappa del contesto storico-politico, relativo all’episodio da vendicare e onorare. Da riscaldare e rianimare.

Fabrizio Gifuni

Ci siamo quasi. Ora non resta che gettare l’ultimo ponte per entrare nel vivo del rituale: Fabrizio Gifuni ci parla allora del teatro come del luogo dei fantasmi. E’ infatti il luogo dove hanno preso forma I sei personaggi in cerca d’autore di Pirandello; il fantasma del padre di Amleto e ora avverrà la stessa cosa per Aldo Moro. Perché fantasmi sono i corpi che non hanno ricevuto un giusto onore. E allora tornano a trovarci, a disturbarci, a farci sentire più fortemente la loro presenza. 

Ora tutto è pronto. Dal fondale, una luce opalescente e lattiginosa allude al fatto che stiamo entrando in una dimensione sacra, dove nel rettangolo magico prenderà forma l’ombra del fantasma.

Fabrizio Gifuni

Gifuni si accinge ad entrarvi e nell’attraversamento cambia corpo: il passo diventa un balzo leggero, quasi un piccolo volo e le braccia lasciano la consueta tensione rendendosi disponibili a diventare altro. Entratovi, il suo primo gesto è quello del piegarsi sulle ginocchia (quasi un inchino) per raccogliere da terra della polvere bianca ammucchiata, con la quale si cosparge una parte dei capelli: ecco la fiezza dei capelli bianchi di Aldo Moro. Si avvicina quindi ai fogli del Memoriale e delle Lettere, appoggiati sul piccolo tavolo. Ma prima di prenderli in mano, si toglie la giacca e resta in camicia: è quella bianca di Aldo Moro, quella che lui amava indossare. Ora può impugnare i fogli e qui avviene un’ulteriore trasformazione: le braccia e le mani sono pronte a ricevere la tensione di quelle di Moro. Quella particolare tensione pervade il resto del corpo: le gambe, i piedi, il busto. Raggiunge il microfono. E, nell’offrirsi alla luce, vediamo nella sua interezza “il fantasma” di Aldo Moro. Anche le nostre orecchie ricevono la conferma di questa magia: dapprima percepiamo la trasformazione del respiro, poi il cambio di deglutizione ed ecco arrivano i primi segnali vocali, quasi gemiti. E poi, lei: la voce, che raccoglie, manifesta e sublima tutta la metamorfosi. Perfetta espressione del metodo mimico del suo amato Maestro Orazio Costa. Gifuni inizia l’interpretazione dei testi, alternando quelli del Memoriale alle Lettere alla famiglia.

Fabrizio Gifuni

Testi che si conoscono ma che ora raggiungono una temperatura inaspettata: diventano materia vivente, pulsante, lacerante e lacerata. Le parole hanno tutte un loro sapore, un loro odore e dettano il ritmo della narrazione. Insieme alle mani: che realizzano una traduzione visiva della potenza espressiva delle parole. Nell’attraversare questa esperienza, quasi mistica, il corpo del fantasma prende sul finale la postura disperata del protendersi in avanti, per tentare fino all’ultimo di provocare un qualche mutamento nei destinatari del Memoriale. Quando poi il mistero del rito si completa e raggiunge la sua conclusione, il fantasma di Moro non vuole abbandonare il corpo di Gifuni. Lo si legge dalla sofferenza che trapela nel raccogliere gli applausi. E anche noi del pubblico, testimoni partecipi del rito, lasciamo la sala portando impressa la sua traccia sulla nostra pelle.


Recensione di Sonia Remoli

Uscita d’emergenza

TEATRO MARCONI, Dal 10 al 13 Marzo 2022 –

Uno spettacolo sulle affinità geodinamiche tra un territorio e un modo di stare al mondo. Il lento abbassarsi e alzarsi del suolo accompagnato da scosse, trova il suo corrispettivo umano nel bradisismo emotivo di due stralunati individui. Ad una lentezza del fenomeno (percepita come tale solo nel tempo degli umani) viene applicato, con il guizzo registico caratteristico di Claudio Boccaccini, un ritmo recitativo geologicamente rapido ed incalzante. In alcuni casi, vertiginoso. Complici anche la scelta e l’efficace utilizzo degli effetti scenografici e musicali.

Due strani tipi si ritrovano a condividere lo stesso spazio vitale. Vengono da mondi molto diversi fra loro: quello della sacralità religiosa della chiesa e quello della sacra laicità del teatro. Pacebbene, è un ex sacrestano bigotto e quindi perseguitato da fantasie sessuali inaccettate. Cirillo, è un orgoglioso “souffleur” , un suggeritore teatrale, che saltuariamente ancora lavora e che non perde occasione per profanare le stantie citazioni sacre, ancora (apparentemente) così rassicuranti per Pacebbene.

Soli e abbandonati da tutti, si trovano a condividere quel che resiste di un “appartamento” e di uno stare al mondo di oscillante precarietà. In una condizione inaccettatamente incontrollabile, cosa ci può essere di più prezioso di un sacrestano (cioè di qualcuno che sceglie di fare il custode delle cose sacre) e di un “souffleur’, cioè qualcuno che costantemente è a nostro servizio per soffiarci nuova linfa e quindi suggerirci ciò che per natura tendiamo a dimenticare?

Inconsapevoli di essere loro stessi “gli splendori” di un’esistenza buia, si riducono a vivere rintanati nel loro buco di cemento. Consapevoli di venirne ricoperti ma con un desiderio incontenibile di voler essere trovati e (finalmente) scoperti, come sotto le macerie di Pompei.

Oscillando nell’attesa che questo accada, o all’opposto che una (improbabile) chiamata annunci loro la nuova “terra promessa”, non si accorgono di essere loro stessi le “colonne” che, non solo scenograficamente, vibrano ma resistono alle scosse della Terra e della Vita. Proprio perché in qualche modo capaci di assorbire e trasformare queste scosse in una lotta di abbracci, disperatamente solidali. Loro, collante per un’esistenza destinata a “crepare”.

Uno spettacolo in cui, grazie ad una lettura del testo particolarmente accurata, il regista Boccaccini attraverso il suo adattamento traduce e rintraccia la maniera di rendere al meglio anche il sottotitolo dell’interessante opera di Manlio Santanelli: “Beati i senza tetto perché vedranno il cielo”, originale parafrasi della sesta beatitudine evangelica. Perché al “tetto” delle ipocrite sicurezze solo alcuni hanno il coraggio di rinunciare. Uomini toccati dal cielo e da cui il cielo si è lasciato toccare. Questa, forse, è la vera umanità: quella beatitudine che ci è concesso cercare e forse trovare.

Efficace l’interpretazione dei due attori: un coinvolgente “flâneur” in pantofole Felice Della Corte nei panni di “Cirillo” e un polimorfico Roberto D’Alessandro nei panni di “Pacebbene”.

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Effetto serra

TEATRO VITTORIA, Dal 24 Febbraio al 6 Marzo 2022 –

Un tuono imperioso e profetico. Lo strepitio atmosferico trova riflesso nello strepitio emozionale di una coppia: come quando qualcosa folgora a causa di un’esplosione elettrica.

In un plumbeo soggiorno inglese, Sally e Thomas stanno prendendo un thè: lui, un “ingrugnito tricheco”, nella speranza che spiova; lei, un’ironica “donna dal cervello misterioso”, nel timore di un’esondazione. La loro casa è stata costruita proprio sulle sponde del fiume Severn, nella parte che piega a sud verso Birmingham.

Thomas, adora il fiume; anzi , la sua è una vera e propria dipendenza: non può fare a meno di vivergli vicino. Non solo, costruisce anche la sua attività commerciale sull’acqua: una disco-boat. “Brutto rischio le case sul fiume” – gli ripete sua moglie Sally – “te lo avevo detto! “. “Ormai – continua – neanche Dio vorrà più aiutarci, proprio come fece con i peccatori di Sodoma e Gomorra: Dio volse la testa dall’altra parte e punì la loro malvagità”.

La pioggia continua ad aumentare, quasi sintonizzata sullo scatenamento dei malumori e dei risentimenti della coppia. E prima del previsto arriva l’esondazione, come anche l’impianto scenografico evidenzia con suggestiva efficacia: il plumbeo soggiorno viene letteralmente schiacciato dall’impeto dell’esondazione del fiume e con un sorprendente colpo di scena ritroviamo la coppia in salvo dentro la loro barca a remi, nel fiume senza sponde. Nell’orizzonte senza sponde.

“Una crisi aggiusta sempre le prospettive” -proclama Sally- “ed è il momento in cui tutti si stringono gli uni con gli altri”. Anche con chi, purtroppo, non ce l’ha fatta: il corpo della bambina che incontrano sulle acque del fiume. Sally non riesce a non guardare l’inguardabile: “se non la guardiamo noi chi la guarderà, chi la piangerà, chi onorerà la sua morte!?”.

E così resistono per settimane Sally e Thomas, scoprendo affinità inesplorate: una viva complicità, una nuova intimità. E la bellezza del perdersi tra le stelle. Stelle, loro stessi, in un liquido cielo blu. 

Particolarmente degna di nota l’interpretazione dei due attori: una Viviana Toniolo (Sally) immensamente espressiva nella sua naturalezza e un Roberto Della Casa (Thomas) “trichecamente” adorabile e quindi credibile.

Uno spettacolo che sa affrontare un tema di scottante attualità con cruda dolcezza.

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Per maggiori informazioni sul regista Stefano Messina, clicca qui

Recensione dello spettacolo COSI’ E’ (O MI PARE) – Spettacolo in realtà virtuale – adattamento e regia di Elio Germano –

TEATRO ARGOT STUDIO, Dal 24 febbraio 2022 –

Una riscrittura per realtà virtuale di Così è (se vi pare) di Luigi Pirandello, adattata e diretta da Elio Germano, con la partecipazione di Isabella Ragonese e di Pippo Di Marca.

Un esempio di quando le nuove tecnologie scelgono di configurarsi come campi di ricerca, per affrontare “i classici” da un punto di vista differente, senza la pretesa di sostituirsi alla tradizionale fruibilità del teatro. Creazioni che nascono dal teatro e che al teatro ritornano. La sfida piuttosto è sui contenuti e sui modi per realizzarli.

Le riprese si sono svolte presso la Tenuta Bossi dei Marchesi Gondi e presso il Teatro della Pergola di Firenze, il cui Direttore Artistico, Stefano Accorsi, ha sostenuto fortemente questo progetto, che segna l’inizio di un cammino ideativo con Elio Germano.

Indossando cuffie e visore si entra direttamente dentro allo spettacolo, attraverso una ripresa in soggettiva, cioè nei panni del Commendator Laudisi, personaggio appositamente inventato rispetto al copione originale. A lui, anziano padre di Lamberto (interpretato da Elio Germano), tutti i personaggi si rivolgono con rispetto. Questa trovata, che procura un iniziale piccolo shock allo spettatore (che si scopre in una diversa identità) agevola una visione sferica della scena.

Il testo pirandelliano è stato riadattato da Elio Germano ambientandolo nella società moderna, nella fattispecie in un salotto dell’alta borghesia, dove l’umana perversione a “spiare l’altro” risulta amplificata dalla possibilità di usufruire dei nuovi media. Il risultato che ne scaturisce è che questo supporto aiuta a perdersi ancor di più all’interno dell’ossessione di trovare un’unica verità, universalmente riconosciuta.

La storia della signora Frola, del signor Ponza suo genero, della sua giovane moglie e di un paese che non può fare a meno di interrogarsi su di loro e sulle loro insolite abitudini, non smette di farci riflettere sul nostro umano bisogno di mettere argini, confini e quindi (apparenti) certezze all’indeterminatezza nella quale, per natura, siamo gettati. Indeterminatezza e quindi incertezza che da un lato ci spaventa (perché ci dà la misura di un’impossibilità di controllare totalmente la realtà) ma che dall’altro ci intriga, ci rapisce, perché i vuoti d’informazione liberano il nostro desiderio (di sapere, di spiare) incarcerato dentro alle regole apatiche di un cero modo di vivere, accettato solo in quanto riconosciuto dai più.


Recensione di Sonia Remoli

Recensione dello spettacolo LE SEDIE di Eugène Ionesco – regia di Valerio Binasco –

TEATRO VASCELLO, Dall’1 al 6 Marzo 2022 –

Un ambiente scenograficamente scarno e insieme ricco di allusioni: una scatola in bilico? Un’isola in mezzo al mare? Un vascello alla deriva? Forse una sola di queste ipotesi, forse tutte, forse nessuna.

Siamo nel teatro dell’assurdo e in questo contesto, dal quale vengono banditi i principi base della razionalità (e cioè il principio di identità e di non contraddizione e quello di causa-effetto) l’elemento “sedia” diventa un modulo e quindi la misura di tutte le cose. Una sedia non è più solo una sedia ma anche molto altro: è il supporto sul quale si possono far sedere persone (reali o immaginarie) ma anche oggetti (un servizio da thè, degli abiti). E ancora, una scala, ma anche l’unità costitutiva di una piramide-tomba del vecchio (che resta innominato) e della vecchia, alla quale qui si attribuisce il nome-destino di Semiramide. Regina famosa, nel passato, per le fiamme della sua passionalità ma che, ora, qui, sente “un gran freddo”.

Oltre che una piramide, questa struttura triangolare di sedie può essere anche la vela di una zattera o di un vascello, disperso, che anela di andare a vedere altre vele, “splendide macchie di colore”. E per riuscire a vederle, osa sporgersi oltre il grigiore fangoso che lo avviluppa. “È colpa della Terra se tutto cambia, se più si va, più si sprofonda”. Quasi un’eco dell’adagio dell’Otello di Shakespeare: “E’ colpa della Luna: si avvicina troppo alla Terra e gli uomini impazziscono”.

Il fatto è che “si crepa di noia” – ci confessa Semiramide – e per sopravvivere non resta che giocare al “facciamo finta che”. Stratagemma per “cucinare” e quindi nutrire con qualcosa di nuovo il suo compagno, così passivamente inquieto. Lei, Semiramide, invece ha la fortuna di non ricordare quasi nulla e questo la rende “fresca” alla ripetizione: “io ho uno spirito nuovo tutte le sere”.

E grazie a questo “rinnovamento continuo” riesce a commuoversi, fino alle lacrime, durante e dopo l’ennesimo rapporto sessuale con il suo uomo. Nella liturgia della loro giornata c’è anche la cerimonia del thè, accompagnata dal vago pungolamento di lei: “tu sei molto intelligente, avresti potuto fare qualsiasi cosa, se avessi seguito la tua vocazione”.

Lui invece ritiene di aver fatto bene a non essere stato ambizioso: l’unica cosa che desidera ora è continuare a dipendere dalla sua mamma. Almeno lei lo guarderebbe, lo ascolterebbe. “Siamo tutti orfani”, conclude. “Ma ora basta ” – lo ridesta Semiramide: a breve arriveranno “gli ospiti”.

Ma chi è “l’ospite” se non lo straniero (a volte anche il nemico) al quale, per sacro e tacito accordo, tributiamo accoglienza? Un’ostilità che si sublima nell’ospitalità: atavico scambio reciproco ma soprattutto supremo e inviolabile valore di civiltà.

E soprattutto chi sono, qui, “gli ospiti”? Forse siamo noi del pubblico. Siamo noi quelle vele, “splendide macchie di colore”, che il compagno di viaggio di Semiramide (un poetico e visionario Michele Di Mauro) tanto desidera incontrare. Forse ognuno di noi può essere “l’oratore”, capace di trovare le parole per dirlo, “il proclama”: così da non sentirci “orfani”, bambini che nessuno guarda, né ascolta.

Se solo osassimo, se solo prestassimo orecchio, se solo trovassimo l’audacia: un modo di stare al mondo meno serioso del coraggio ma più temerario, e perciò più brillante. L’audace non è inconsapevole del rischio ma generosamente lo accetta e se ne compiace. E la sorte l’aiuta, perché l’audace è consapevole di sé e quindi aperto all’accoglienza, all’ospitalità.

Uno spettacolo potente che, andando al di là della miseria della condizione umana, ci ricorda qual è la nostra missione qui sulla Terra: quella di “ospiti” e di “ospitanti”.

Particolarmente degna di nota, la fulgida interpretazione di Federica Fracassi.

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Maggiori informazioni sul regista Valerio Binasco


Recensione di Sonia Remoli

Nessuno dopo di te

TEATROSOPHIA, dal 22 al 27 Febbraio 2022 –

L’amore come l’acqua si insinua. E insiste fino a levigare. È un vai e vieni che sposta materia ed energia. È una continua perturbazione. Le sue onde gonfiandosi vanno a infrangersi su tutto ciò che costituisce un limite, un confine. Come le pareti di una stanza; come i muri emotivi eretti dall’altro.

La prima volta, al mare, solo Diego viene inondato da Mirko, che invece si limita ad apprezzare narcisisticamente le sue attenzioni. Gli è sempre piaciuto piacere. Gli è sempre piaciuto essere infastidito. Ma Diego, nonostante tutto, insiste: come fa l’acqua che leviga, come fa il desiderio che dice “ancòra”, come si fa con una corda che prima si tira e poi si allenta, in un continuum.

E qualcosa in Mirko si leviga: inizia ad innamorarsi del desiderio con il quale Diego lo desidera. Un desiderio che ospita la lotta, la guerra, il gioco, la passione travolgente: elementi resi con efficacia coreografica e narrativa. E poi c’è l’intimità: quella che parte dal corpo per attraversarlo, passando per la mente, fino a raggiungere l’anima. Intimità che a volte si fa fatica a riconoscere e ad accettare: una sinergia di sensazioni, rese suggestivamente con plasticità iconografica.

Ma la verità più vera spesso la si trova nel “non detto”, nell’assenza, nel silenzio: solo così, ci si manifesta un’insolita versione di noi stessi, che l’altro ci solletica. E che ci salva.

Uno spettacolo interessante: elegantemente travolgente.

LO ZOO DI VETRO – regia Leonardo Lidi

TEATRO VASCELLO, dal 22 al 27 Febbraio 2022 –

In un ambiente scenico che sa di marshmallow, abita quel che resta di una famiglia, in bilico tra un’apatica malinconia e un’ossessiva eccitazione.

Abiti-maschera amplificano visivamente l’indole principale di ciascun personaggio, resa invece in maniera convincentemente ambigua dalla recitazione.

Improbabili calzature (che ricordano quelle di alcuni personaggi Disney) sortiscono il geniale risultato di rendere ancora più impacciata e maldestra la convivenza, quasi elefanti in una cristalleria, e prossemicamente ancora più incomunicabili le relazioni.

Ciascuno, pur ostinandosi a restare in quella casa, riesce a sopravvivere ancorandosi ad una propria evasione: per Tommaso è l’andare, ad ogni ora libera del giorno, al cinema per sognare quelle avventure che nella realtà non riesce ad affrontare. Per Laura è l’ascolto di vecchi dischi che le parlano del misterioso rapporto tra genitori e figli e di come il giocare a nascondersi per essere trovati possa prendere insolite varianti: ad esempio, quella in cui a nascondersi è un padre (in scena visivamente nascosto ma motore immobile della narrazione). Occasione di massima evasione per Laura, però, è scegliere di prendersi cura di un’insolita famiglia di animaletti di vetro. Per Amanda, la mamma, evadere è poter ricordare continuamente l’indimenticabile serata al Blue Mountain, dove nel pieno della sua bellezza, le ronzavano attorno diciassette pretendenti, che lei dice di aver intrattenuto esercitando l’arte della conversazione, da lei confusa con l’oratoria.

Lo spettatore viene avvertito da Tommaso, in una sorta di prologo, che suo intento sarà quello di raccontare la propria storia (nelle vesti di personaggio e insieme di voce narrante) non in maniera realistica bensì “sentimentale”, avvalendosi dell’aiuto della finzione: “c’è molto trucco e molto inganno”. Da Amanda, invece, ci arriva l’invito metaforico a mangiare lentamente, masticando bene: solo così si riusciranno ad assaporare le spezie, nascoste nei cibi. 

Particolarmente emozionante l’interpretazione del personaggio di Laura, da parte di Anahi Traversi: nelle scene “in primo piano” ci si può incantare a seguire il percorso emotivo che lei attraversa e che, valicando l’estremo contenimento, si scatena finalmente in silenziose lacrime. Per poi, con la velocità del battito di ciglia di un sospiro, passare schizzofrenicamente ad una insospettata situazione di esasperata carica eccitativa.

Una scelta scenografica di grande impatto ed efficace nel rendere, per contrasto, la desolazione di quattro anime prigioniere nel labirinto iper zuccheroso della loro famiglia.


Recensione di Sonia Remoli

I sorrisi del portiere

TEATRO SETTE, Dal 24 Febbraio al 6 Marzo 2022 –

Che cosa accomuna l’Arte di sorvegliare uno stabile all’esigenza di regalare un sorriso? Gli occhi. Come colui che attende alla cura di un palazzo si avvale nel suo lavoro soprattutto dell’uso degli occhi, così nel regalare un sorriso non sono solo le labbra a distendersi: un sorriso lo si va a cercare negli occhi, soprattutto. La ricchezza del Portiere Orazio Parini sta nel suo sguardo, nel particolare uso che fa degli occhi. Un uso propositivo, generativo, fertile. E di questa ricchezza lui ne è consapevole.

All’apertura del sipario, la prima cosa che sceglie di fare, infatti, è proprio quella di regalare al pubblico un irresistibile sorriso (a ben guardare “uno per ognuno”) al quale il pubblico non solo risponde ma sente di amplificare con un applauso. Subito dopo, prima ancora di iniziare a parlare con il Commissario, istintivamente il suo primo gesto è quello di “guardare”, o meglio, di guardarsi intorno: non il banale curiosare, o il subdolo guardarsi alle spalle, piuttosto il non perdere di vista qualcosa che è degno di interesse: eventuali esigenze dei suoi condomini.

Preziosa attenzione che anche Orazio ama ricevere dagli altri: non a caso arriva ad invitare calorosamente il Commissario a fargli tante “domande”. E che cos’è una domanda se non un desiderio di sapere da esaudire? da domare? La domanda non è incalzante come un’interrogazione: è più delicata, quasi elegante. Ed esprime una certa fiducia. Attenzione e fiducia che Orazio non sente di ricevere da nessuno degli ospiti del palazzo: “a me nessuno mi considera, qui”. Potrebbe, crogiolandosi in un euforizzante istinto di vendetta, replicare anche lui quest’ inumano atteggiamento verso gli altri.

Invece no. Lui sente l’esigenza di dedicarsi agli altri: ama compensarli. E sa che per riuscirci si può avvalere, proprio come in una partitura musicale, di “pause”. Perché la pausa può essere utilizzata ad effetto per stupire, oppure può regalare occasioni in cui alternare al “fare” il “pensare”. Ma sebbene Orazio sia così generoso nell’attendere alle necessità dei suoi condomini, questi stessi gli fanno pervenire una raccomandata dove, dietro l’efficace ed ipocrita motivazione di una necessaria riduzione dei costi condominiali, gli danno il ben servito.

“Figli di mignotta”- pensa Orazio – e con la perspicacia che il nome che porta gli regala, aggiunge che non è un’offesa: piuttosto “un attestato di stima”. Sì, come il celebre poeta latino di cui porta il nome, Orazio sa avvalersi di un’inusuale ironia per affrontare le vicissitudini della vita. Il destino che eredita con il suo nome lo porta a costruirsi una sua ars vivendi: quella che lui definisce la cultura derivatagli dall’aver praticato per anni “l’arte del portiere” e che ai suoi occhi risulta equivalente ad una triplice laurea in giurisprudenza, in psicologia e in scienze della comunicazione. E, se non bastasse, su tutte queste formazioni svetta anche un Master in “odorologia gastronomica”.

Con il susseguirsi delle “domande” del Commissario, Orazio si abbandona ad una ritrattistica dei suoi condomini, nella quale prende vita l’esigenza e la capacità di rappresentare gli ingiusti privilegi dei borghesi del suo tempo. Capacità che ha in comune con chi, prima di lui aveva il suo cognome: quel Giuseppe Parini de “Il giorno”. Ma, sul finale, si fa strada un colpo di scena e quella particolare parola (“Sempre”) che Orazio sceglie per iniziare la sua narrazione (“sempre così va a finì”) troverà una smentita. Almeno per una volta. 

Alla riapertura del sipario, incalzata da un appassionato applauso del pubblico, “Orazio Laganà” ci accoglie tutti con uno dei suoi migliori sorrisi: raggiante e fiero, come un condottiero alla guida della sua auriga.

Uno spettacolo che riesce a veicolare la profondità incandescente di alcuni temi attraverso la freschezza colorita di un arguto linguaggio registico, poeticamente efficace. 

Leggi di più su Rodolfo Laganà

Per maggiori informazioni sul regista Claudio Boccaccini e sull’autore del testo Carlo Picchiotti

Morte di un commesso viaggiatore

TEATRO QUIRINO, Dal 22 Febbraio al 6 Marzo 2022 –

Lo skyline di una New York anni ’50, quasi un sipario. Un commesso viaggiatore che lo percorre finché non volta l’angolo e arriva a casa. Una casa dove quello che resta delle pareti è ciò che un sisma, non solo tellurico, ha lasciato sopravvivere. Una casa, metafora di una psiche devastata da sordi terremoti emotivi. Che non si riescono neppure a guardare. E che vengono scambiati per sogni.

Una rete metallica circonda quel che resta di una casa, nella speranza di riuscire a contenere le macerie che si origineranno dalle prossime scosse, dai pensieri che vanno e vengono a vuoto. Come il viaggio del commesso, con il quale si sceglie di far iniziare la narrazione dello spettacolo.

A casa, ad attendere il marito, che manifesta fin da subito evidenti segni di asfissia (un emaciato e vibrante Michele Placido) c’è sempre la sua materna moglie geisha (una superlativa, per verità interpretativa, Alvia Reale). Apparente ossigeno vitale è il mito ossessionante del fare carriera, del “trovare la strada” per programmare ed assicurarsi il futuro.

In realtà, ciò non basta per “sentirsi qualcuno” e come spesso accade nelle dinamiche tra padri e figli, questi ultimi si orientano o per imitazione o per opposizione. E non funziona la regola che “va avanti chi si presenta bene”. Funziona invece provare “simpatia” per qualcuno e così risultare simpatici. Perché la simpatia non è ingannevole apparenza ma profonda capacità di entrare in sintonia con le emozioni dell’altro.

Willy, il commesso, è consapevole di non essere simpatico e di non risultare simpatico; piuttosto si definisce “un uomo ridicolo”, grottesco, che in parte ricorda l’uomo ridicolo di Dostoevskij ma qui senza un finale catartico, senza un sogno che salva e che aiuta a capire che «La cosa più importante è amare gli altri come se stessi; questo è tutto, non occorre altro: troverai subito come organizzar la vita». Willy sente che “il vento sta cambiando” ma il suo sentire resta molto in superficie: è un po’ il captare e il registrare del magnetofono, di cui tanto va fiero il suo datore di lavoro che, perfettamente sintonizzato sulla vigente economia creatrice di bisogni, proclama che “senza (magnetofono) non si può vivere”.


Tanti egoismi, tanto benessere. Ma possono tanti egoismi rendere tutti felici?  “Per farcela, a volte è meglio andare via” inizia a progettare Willy. Un andar via non tanto fisico, piuttosto un andar fuori di sé mentale. Un’evasione allucinatoria che già un altro commesso viaggiatore dall’altra parte del mondo aveva esplorato: si chiamava Gregor Samsa.

Ma Willy ha anche due figli: cosa lascia loro? Ereditare significa solo omologarsi o anche far proprio e quindi ri-ereditare? È tradimento questo? E se tradire fosse a volte necessario? Di lui diranno al suo requiem: “non conosceva se stesso”. Cosa serve per conoscere se stessi, per non tradire il proprio personale desiderio, per essere liberi?
Quasi tre ore di spettacolo scorrono davanti ai nostri occhi e arrivavano a turbarci. Anche profondamente. 
Interessante l’uso dello spazio scenico, declinato a rendere con efficacia interni ed esterni. Fisici e mentali.

Leggi l’intervista a Michele Placido sul Corriere della Sera

Per saperne di più sul testo Morte di un commesso viaggiatore di Arthur Miller

Petrolini infinito

SUNDAY BOOGIE THEATER, 20 Febbraio 2022 –

Una serata dedicata ad Ettore Petrolini, genio “deformatore” del Teatro di Varietà, grazie ad un progetto trasversale alla multimedialità di Enoch Marrella.

Lo spettacolo si apre con un prologo musicale fuori campo, dove Petrolini (nelle vesti di Gastone una delle sue più riuscite creazioni) invita lo spettatore a non fermarsi alla superficie ma piuttosto ad ascoltare bene quello che c’è dentro, quello che c’è sotto.

“È il mio motto – dice Gastone – “sempre più dentro, sempre più sotto”.

Solo ora può prendere forma e fare il suo ingresso l’interprete: un profondo ed ipnotico Enoch Marrella in frac scuro, labbra scure, biacca e brillantina, dalla quale sfugge per un attimo un tirabaci. Un volto ed una voce metamorfici, accompagnati incantevolmente dalle note del Maestro Paolo Panfilo. La comicità irriverente erompe lasciando poi il passo a riflessioni più amare e compassionevoli sulle debolezze umane.

Si susseguono, secondo la moda futurista, versi malthusiani. Uno fra tutti:

Petrolini è quella cosa che ti burla in ton garbato, poi ti dice: ti à piaciato? Se ti offendi se ne freg.

Lui è il re dello sberleffo e della satira pungente e caustica con la quale condanna ipocrisia e malcostume. E non risparmia né popolani, né potenti.

È il dadaista Fortunello che – come disse lo stesso Marinetti – “scava dentro il pubblico tunnel spiralici di stupore e di allegria illogica e inesplicabile”.

Sono un uom grazioso e bello

sono Fortunello.

Sono un uomo ardito e sano

sono un aeroplano.

Sono un uomo assai terribile

sono un dirigibile.

Sono un uomo che vado al culmine

sono un parafulmine.

E’ Salamini: una creazione spontanea e insieme elaborata, sciocca ma geniale, che racconta di “un imbecille di statura ciclopica”.

Ho comprato i salamini e me ne vanto

se qualcuno ci patisce che io canto

è inutile sparlar

è inutile ridir

sono un bel giovanottin

sono un augellin…

A seguire il raccontino di Isabella e Beniamino e subito dopo una veloce trasformazione: il frac lascia la scena ad una camicia e a delle bretelle che si sfidano sull’effetto optical, sublimate da una gorgiera bianca. Sui capelli impomatati cala il sipario di una parrucca nera dal taglio carrè con frangia. È il gran finale in cui Marrella/Petrolini, con il teschio di Yorick sotto braccio, interpreta “il pallido prence danese, che parla solo, che veste a nero”: Amleto.

Ma la singolare analisi della storia “deformata” da Petrolini, osa scioglier ogni dubbio:

Si può essere più afflitti, più lagnosi, più melanconici di Amleto?

Poteva essere felice, no!

Poteva essere amato, no!

Io non ho mai capito che cosa voleva Amleto.

Ma che voleva Amleto?

L’amore è facile

non è difficile

si ha da succedere

succederà.

Sulle note di questa ariosa conclusione anche il pubblico si unisce a cantare in coro, dopo l’invito di un insolito Amleto aperto alla condivisione.

Un lavoro interessante dove Enoch Marrella, complice il Maestro Panfilo, riesce a trascinare lo spettatore: divertendo ed emozionando.

Per maggiori informazioni su Enoch Marrella:

-Premio Tuttoteatro.com Dante Cappelletti 2021: vincitore con lo Studio “Tecnicismi”

-Spettacolo “Sottobanco” per la regia di Claudio Boccaccini