Recensione dello spettacolo USCITA D’EMERGENZA di Manlio Santanelli – regia di Claudio Boccaccini –

MARCONI TEATRO FESTIVAL, 30-31 Luglio 2022 –

Tra lampi sciabolanti, fumi ipnotici e compulsive “intermittenze del cuore” si apre in un crescendo parossistico l’ultima delle “tempeste” alla quale sono sopravvissuti gli esiliati Cirillo e Pacebbene. Rito psichico oltre che atmosferico nel quale i due si ritrovano a condividere un anfratto in muratura, in attesa di vedersi riconoscere “il posto” che loro spetterebbe. Sopravvivono giorno dopo giorno, a piccoli passi, rischiarati solo dai loro ieri.

Pacebbene e Cirillo

Ciascuno dei due vorrebbe essere “trovato” dall’altro ma nessuno dei due si accorge che, a qualche livello, ciò sta avvenendo. E quasi come per contrappasso alla furiosa lentezza che li abita, i due comunicano attraverso una lingua tutta loro, a tratti “irraggiungibile” per il pubblico. Spiazzamento che il sagace regista Claudio Boccaccini sceglie di insinuare nello spettatore (alla maniera di Artaud) affinché l’attenzione si indirizzi sulla verbalità, invece eloquentissima, dei gesti, delle posture e delle espressioni dei due attori.

Claudio Boccaccini

Disperatamente e inconsapevolmente, Cirillo e Pacebbene, i due sfrattati da tutto, “trovano” casa ciascuno nell’altro proprio perché sono loro “la casa”: quell’ “edificio senza fondamenta”, qual è la vita stessa. Il loro rifugio si è dissolto e continuerà a dissolversi “come la scena priva di sostanza, senza lasciare traccia”. Perché sono “della materia di cui son fatti i sogni”. E la loro vita, così come la nostra, “è circondata da un sonno”.

Le cui oscillazioni, non solo bradisismiche, sono come le braccia di chi sta cercando di risvegliarci da un sonno che è arrivato il momento di terminare. Per ricominciare: ogni giorno, tutti i giorni. Claudio Boccaccini, con il suo particolare lavoro di regia, riesce ad evidenziare dal testo di Manlio Santanelli tutto il carattere shakesperiano in esso contenuto. E ne fa un inno al Teatro che, in maniera unica, sa portare lo spettatore dentro la vita, “un’ombra che cammina”, servendosi di due attori, “pieni di frastuono e di foga” che, a loro modo, strisciano sul tempo “fino all’ultima sillaba”.

Per quasi tutto lo spettacolo i due si punzecchiano, si minacciano, si spiano, si nascondono mascherandosi, solo per insinuarsi morbosamente, a vicenda, quel dubbio che finisce per renderli simbioticamente inseparabili: “ma tu, mi puoi perdere? puoi davvero stare senza di me?”. Perché restare soli significherebbe allenarsi a morire. Meglio allora sacrificarsi e godere del sacrificio, inconsapevoli che le cose che non accadono hanno effetti reali come quelle che accadono. Abitati come siamo da una forza che ci supera.

Registicamente geniale “la scena della farina”, che mescola e impasta la sacralità di una cerimonia eucaristica, all’alchemicità di un rituale magico. Tra esalazioni di farina e colpi di matterello, Pacebbene inserisce nel suo crogiuolo di farina ciò che non riesce ad unire in altro modo. Separando e poi riunendo gli elementi: quasi un erede del Prospero de “La tempesta” di W. Shakespeare.

Gli attori (che sembrano usciti dal quadro di Pieter Bruegel il Vecchio “Lotta tra Carnevale e Quaresima”) danno prova di una grande padronanza della scena. Il pubblico, riconoscendo loro fiducia, si lascia trasportare ripetutamente “dalle oscillazioni” che virano dal riso alla riflessione, erompendo a fine spettacolo in un fragoroso applauso. Felice Della Corte, un poeticamente trascendente Cirillo e Roberto D’Alessandro, un divinamente immanente Pacebbene sanno scavare nell’intimità di piccole manie quotidiano-esistenziali e in rituali disperati, senza mai dimenticare l’indicazione registica di rendere anche la vena comica del testo. 

Pieter Bruegel il Vecchio, “Lotta tra Carnevale e Quaresima” (particolare)

Nel fedele rispetto dell’intenzione, dell’autore Manlio Santanelli, di veicolare il senso del “tragico” con la forza spiazzante dell’ironia e del paradosso.

Manlio Santanelli


Recensione di Sonia Remoli

La caduta di Troia

TEATRO INDIA, 27 Luglio 2022 –

La caduta di Troia – dal libro II dell’Eneide

Interpretazione e adattamento Massimo Popolizio

– musiche di STEFANO SALETTI eseguite in scena da:

BARBARA ERAMO voce e percussioni

– STEFANO SALETTI oud, bouzouki, bodhran, voce – PEJMAN TADAYON kemence, ney, daf –

Canti in ebraico, ladino, aramaico, sabir

-Produzione Compagnia Orsini

Come una sinfonia: armonia di elementi, fusione di suoni !

È questa l’impressione che si può ricevere assistendo alla rappresentazione dello spettacolo di Massimo Popolizio “La caduta di Troia”, dove un’affascinante orchestra di tre elementi si suggella alla voce dell’Attore, crogiuolo di sonorità.

Come l’affresco di RaffaelloL’incendio di Borgo” (del 1514, situato nella Stanza dell’incendio di borgo, una delle Stanze Vaticane) così l’orchestrazione dello spettacolo trasforma il testo in un palco dove si proiettano corpi, gesti, sguardi, colori. Ma soprattutto è l’occasione in cui trovano rivelazione quelle visioni “sonore” custodite dalle parole, dai ritmi dell’esametro e dai necessari silenzi.

Nel raggiungere tali esiti, risulta essenziale il lavoro d’ensamble, musicale e canoro, cucito con artisti di grande sensibilità, quali Barbara Eramo, Stefano Saletti, Pejman Tadayon. È loro il contrappunto di paesaggi sonori, antichi e arcani, creato attraverso strumenti a fiato, a corda, membranofoni (kemence, daf, ney, fra gli altri) e cantando in lingue come l’ebraico, l’aramaico, il ladino e il sabir.

Una sinfonia che sa far rivivere in maniera lacerante il dissidio, tutto umano nonché insito nell’etimologia stessa della parola “inganno”, tra coloro che, oramai stanchi, si sono lasciati vincere da illusorie visioni favorevoli (sottolineate dall’insinuarsi di incantevoli sonorità flautate, rafforzate dall’arpeggio pizzicato di corde e poi sublimate dalle note suadenti di un canto da sirena)

e coloro che invece riuscirono a restare in contatto con il proprio istinto e quindi con la capacità di annusare e riconoscere pericolose rassicurazioni (annunciate dallo strisciare di subdoli sonagli, da menzogneri colpi vuoti, oppure da percussioni lente e poi sempre più concitate). 

Questo trionfo di magnifiche suggestioni è costruito intorno ad uno scottante tema d’informazione, purtroppo ancor oggi attualissimo: quello dell’assurdità della guerra e delle conseguenti migrazioni.

Alla corte di Didone, Enea narra, descrivendola con “indicibile dolore“, quella notte di violenza e di orrore, che si origina dall’inganno del cavallo di legno. Proprio quello con cui i Greci espugnarono, dopo dieci anni di assedio, la città di Troia. Così si apre il secondo libro dell’Eneide, considerato un capolavoro assoluto per la sua struttura e per la sua forza tragica. È l’inizio di un lungo cammino, che permetterà sì, alla fine, di trovare fortuna altrove, ma dove Enea vive la violenza della guerra, la fuga per mare, la ricerca di una nuova terra. Quella stessa disperazione di milioni di persone che anche oggi hanno iniziato il loro lungo viaggio per la sopravvivenza.

Dante metterà coloro che fanno uso di inganni, nel ghiaccio dell’ultimo cerchio dell’Inferno: l’inganno “vive di carne umana” e blinda il cuore dell’uomo. 

E la partitura narrativa nonché “sinfonica” di questo spettacolo è tutta costruita proprio su questa ambiguità costituzionale all’inganno che, anche etimologicamente, racchiude in sé, quasi paradossalmente, il significato di “truffa” e insieme quello di “gioco”.

Le favole di Oscar Wilde

TEATRO INDIA, 26 Luglio 2022 –

– PALCOSCENICO PER L’ESTATE ROMANA 2022 –

“Come va?”: così esordisce Gabriele Lavia entrando in scena. E, una volta sistemato il libro sul leggio, si spinge verso il punto più estremo del proscenio: per essere più vicino possibile al pubblico in sala. È consuetudine nei suoi recital, cercare subito il contatto con la platea. Bonariamente la solletica: la pretende preparata e in febbrile tensione d’ascolto. La saggia e, solo una volta raggiunta la giusta sintonia, inizia. E la conduce dentro i sentieri più nascosti delle parole, invitandola ad apprendere la necessaria abitudine di sviluppare una particolare attenzione all’etimologia delle stesse. Perché occorre conoscere il “passato”, incluso quello delle parole: solo il “passato” possediamo ed è attraverso di esso che veniamo traghettati, o come preferisce dire Lavia, “tradizionati” verso il presente e quindi il futuro.

Infine, è con un aneddoto, che rivela il perché della scelta del tema del recital. In verità, ci confida, è stato il libro stesso (quello de “Le favole” di Oscar Wilde appunto) a farsi scegliere, con la complicità di un altro libricino retrostante. Spingendolo, lo aiuta a rompere gli indugi per farlo fuoriuscire dall’ordinato incastro della libreria di casa Lavia. Così cade a terra e, provocando l’inciampo del proprietario, ne attira l’attenzione. Qual è il titolo del libro complice? “Il teatro delle marionette” di Heinrich von Kleist, autore avanguardistico che anche in questo caso, liberando cioè il concetto di “grazia” da quello di rettitudine morale, si distingue per una originalità difficilmente eguagliabile. Una complicità a tutto tondo quella tra i due libri e i due autori !

All’interno di una girandola di eleganza, “Le favole” sono un incanto di ironia e un mosaico di paradossi. Nessuna è a lieto fine: parlano, metaforicamente, di un Oscar Wilde lacerato e travagliato eppure così capace di ricomporre il tutto in un’armoniosa forma (apparentemente) fantastica. All’epoca, il padre era una figura temuta e rispettata dai figli, con cui si manteneva un rapporto formale e freddo.

Oscar Wilde, invece, amava giocare con i propri figli, ignorando quella rigida compostezza tipica del cittadino inglese vittoriano. Era solito leggere loro favole di Jules Verne e di Stevenson, ma anche favole di sua mano. I primi destinatari e giudici delle favole sono stati i suoi figli, ma nel 1888 Wilde decise di pubblicarle in un raccolta. Così nacque “Il principe felice e altri racconti”: cinque racconti per bambini, dallo stile semplice e delicato, che conquistarono subito il cuore dei piccoli inglesi. Anche per la loro originalità: Wilde vi introduce elementi di modernità, come spunti critici sulla società del tempo. 

Gabriele Lavia sceglie per il recital “Il Principe felice” e ” Il razzo eccezionale”. La sua interpretazione conosce e restituisce il magico rapporto in cui ritmo, tono, vibrazione e energia entrano in ciascuna parola, accompagnando il visibile ad una dimensione invisibile. Misteriosa. Nella quale la platea resta immersa fino alla fine. Come in simbiosi.

Recensione dello spettacolo LA FOTO DEL CARABINIERE (La storia di Salvo D’Acquisto e di mio padre) – scritto e interpretato da Claudio Boccaccini –

MARCONI TEATRO FESTIVAL, 22 Luglio 2022 –

“I Padri sono Paesi”: così si apre l’appassionato e appassionante monologo, scritto ed interpretato da Claudio Boccaccini, tratto da una storia vera, di cui la sua famiglia fu protagonista. Un teatro di narrazione il suo, dove più che mai risulta fondamentale la relazione con lo spettatore, che avviene in una comunione percettiva, diretta, viscerale. Dove sono la voce, il corpo, i gesti e i pensieri dell’attore Boccaccini ad essere i fecondi elementi scenografici del testo.

Nell’affermare che i “Padri sono Paesi”, si allude al fatto che i Padri sono la nostra “lingua”, la nostra identità. E qui, nello specifico, la “lingua” che Tarquinio Boccaccini trasmette a suo figlio Claudio è un alfabeto di gesti (“che valgono più delle parole”), dove la sacralità dell’amicizia ne costituisce il fondamento “grammaticale”.

Come quella di Salvo D’Acquisto: un’amicizia che sa sublimarsi fino alla scelta di offrire in dono la propria vita per salvare quella dei suoi ventidue amici. Un dono che non conosce l’amarezza della rinuncia, né la sottomissione del sacrificio ma quasi l’effervescenza di un inno alla vita, che sa andare oltre la legge di natura e oltre il mero senso del dovere. Un “rubare”, quasi, la propria morte per moltiplicare la propria vita attraverso quella di altre 22 persone.

Perché, come diceva Gilles Deleuze, “etica è essere all’altezza di ciò che ci accade”. E un modo per esprimerla, ieri come oggi, è ripensare fuori da ogni retorica il tema della “fratellanza”. Nessuno di noi può vivere senza “l’ossigeno” dell’altro e Salvo D’Acquisto intuisce, vedendo i suoi amici scavarsi ciascuno la propria fossa, che quello era il momento in cui (poter) rispondere al grido inerme dei suoi “fratelli”. E nel momento in cui dice “eccomi” accorda la sua libertà al suo senso di responsabilità.

Claudio Boccaccini nello scrivere il testo di questo monologo dimostra di saper stendere un affresco esistenziale (e non solo di un epoca, come potrebbe sembrare ad un primo sguardo), dove l’epica del quotidiano si mescola a quella dell’eccezionalità. Lui ne è anche il carismatico interprete, nonché regista di grande suggestione.

Oltre a quello dell’amicizia, altro tema affrontato dal testo e reso da un’ardente narrazione, è quello della forza dirompente della giovinezza, intesa non tanto come una fase della vita ma come la definizione della vita stessa. Una vita che dà corpo a “giuste eresie”, a giusti modi di dire no: passaggi esistenziali, riti di iniziazione, attraversamenti della “linea d’ombra” . Mi riferisco non solo al gesto del ventitreenne vice-brigadiere ma anche al “no” disegnato da Tarquinio sui mezzi agricoli del padre pronti per la parata e poi alla folle corsa in lambretta del ragazzo che, pur di essere prima possibile vicino alla madre in difficoltà, finisce per investire l’auto nuova della famiglia Boccaccini .

Nella narrazione passa tutta la forza spasmodica di questa fertile energia giovanile. E il risultato è che il pubblico ne resta calamitato. Al tema del tumulto della giovinezza, e quindi di una stagione dell’essere figli, l’autore Boccaccini lega il tema del valore di essere padri. Il padre “è la legge delle leggi”, colui che introduce il senso del limite: non tutto è possibile. Ma è solo se il padre introduce questa legge, che nel figlio può originarsi il tumulto della giovinezza. Questo modo sano di essere padre, oggi un po’ evaporato, permette a Salvo, a Tarquinio e al ragazzo della lambretta di superare ciascuno il proprio limite esplorando qualcosa di nuovo. Con responsabilità. Abitati dalla duplice tensione, tutta umana, di cercare appartenenza ma anche erranza. Salvo sa qual è il prezzo del voler donare la propria vita e decide che vale la pena di pagarlo; Tarquinio prende atto dell’ira del padre che lo allontana ma ciò non blocca la sua crescita personale, né quella professionale e anche il ragazzo della lambretta, dopo la folle corsa, scoprirà l’importanza di saper tollerare un’attesa.

Lo spettacolo, di una stupefacente potenza sociale e politica, affronta seppur implicitamente anche il tema della guerra. E ci mostra, con leggerezza calviniana, come ogni guerra nasca dal rifiuto di accettare l’idea di inevitabili perdite. Qui, nello specifico, è la morte accidentale di due tedeschi a far scattare l’allucinazione della possibilità di avere tutto; si spiega così la delirante idea di rastrellare e uccidere 22 innocenti italiani.

Per questo risulta importante capire, e lo spettacolo in questo è estremamente prezioso, “che le istituzioni sono commoventi: e gli uomini in altro che in esse non sanno riconoscersi. Sono esse che li rendono umilmente fratelli” (P. P. Pasolini).

Con questo spettacolo Claudio Boccaccini consegna al pubblico occasioni di trasformazione sociale e politica invitandolo, al di là dell’intrattenimento, verso una maggiore comprensione. Perché fare teatro e andare a teatro significa abbattere le nostre frontiere, trascendere i nostri limiti e quindi realizzare noi stessi.

E se è vero che per gli esseri umani così come per gli dei l’unica morte possibile è quella dell’oblio, allora è necessario continuare a ricordare.


Recensione di Sonia Remoli

Central Park West

TEATRO 7 SETTE presso L’ORTO BOTANICO, 17 Luglio 2022

di Woody Allen

regia Antonello Avallone

con Flaminia Fegarotti, Claudio Morici, M. Angelica Duccilli, Elettra Zeppi, Antonello Avallone –

Due coppie di amici si frequentano da anni. Apparentemente tutto procede perfettamente tra loro ma non appena si insinua un sospetto che poi risulta confermato, allora tutte le parti coinvolte rivelano di essersi già da tempo accorte di qualcosa, senza aver sentito l’urgenza di andare oltre.

Perché finisce un amore ? Che cos’è davvero “l’intimità” ? Come si sopravvive a tradimenti seriali? Avviliscono o fanno scoprire insospettatamente di voler essere più “aperti” ? Queste, alcune delle domande dentro alle quali il testo di Woody Allen va a spiare, a origliare, ad annusare, ad allungare la mano, in maniera leggera o ammiccantemente profonda ma sempre con uno scoppiettante effetto esilarante.

Effetto che la compagnia teatrale diretta da Antonello Avallone dimostra di saper sostenere per tutto lo spasmodico crescendo dei colpi di scena. I dialoghi tra i personaggi sono ricchi di sottintesi e malintesi, di bugie e di contraddizioni. Ma è proprio da questo non detto incomprensibile che scaturisce la tragedia e, insieme, la risata.

In scena una living room borghese, al centro della quale troneggia un elegantemente minimalista mobile bar, sul quale occhieggia beffardo un Ennio Flaiano in giarrettiere. Per antonomasia roccaforte della socializzazione, soprattutto quella che più visibilmente stenta a decollare, il mobile bar promuove preludi a sconcertanti rivelazioni, che poi sanno di poter atterrare in morbidezza, se non altro sull’immancabile divano.

Phyllis ( una Elettra Zeppi che sa come mantenersi funambolesticamente sull’orlo di una crisi di nervi) è una psicanalista di fama, che scrive i suoi libri manipolando e sciacallando i casi clinici dei suoi pazienti (e che un po’ ricorda il Trigorin de “Il gabbiano” di A. Cechov).

Carol (la vibrante Flaminia Fegarotti) e’ ossessionata dal successo e dal carisma della sua amica Phyllis. Howard ( l’intensamente tragi-comico Antonello Avallone) è uno scrittore interessante ma non di successo, incline alla depressione e a replicare suicidi ( un po’ come il Treplev de “Il Gabbiano”). Sam è l’avvocato di successo alla ricerca di una nuova “intimità” ( il croccante fuori e morbido dentro Claudio Morici). Juliet (la dolcissima M. Angelica Duccilli) è, apparentemente, l’ Elena di Troia della situazione.

Uno spettacolo che ruba scroscianti risate, imbarazzate risatine e insospettate riflessioni.

Lo scenario “en plein air” dell’Orto botanico corona il tutto.

La commedia degli errori

GIGI PROIETTI GLOBE THEATRE, Dal 15 al 31 Luglio ore 21.00 (dal mercoledì alla domenica) 

di William Shakespeare

Regia di Loredana Scaramella 

Traduzione e adattamento Loredana Scaramella 

 Produzione Politeama s.r.l.

Come rendere la poliedricità della vita ma soprattutto come suggerire un “giusto” modo per inserirvisi? Senza cioè lasciarsi irrigidire dal naturale generarsi degli equivoci o all’opposto senza perdervisi sterilmente dentro. Ad esempio, riscoprendo linguaggi più in sintonia con il ritmo della vita, quali la musica, il canto, la danza e più in generale il linguaggio del corpo.

Questo sembra emergere dall’adattamento dell’eclettica regista Loredana Scaramella, che mette in scena l’elogio della Body percussion. Il ritmo, si sa, è un’ ottima modalità per connettersi con gli altri: può aiutare l’integrazione in un gruppo ed è un ottimo canale per veicolare emozioni. Perché  il “gesto” non è solo movimento e suono, ma anche un insieme elaborato di emozioni e di sensazioni.

Loredana Scaramella ambienta, anzi si potrebbe dire “orchestra”, questa caleidoscopica commedia di Shakespeare in una frizzante Efeso dei primi del Novecento. In scena un caffè, i suoi avventori che partecipano e commentano agli eventi ( in una sorta di teatro nel teatro ) e la sua orchestrina impregnata di atmosfere swing. Perché vivere significa saper oscillare e poi prendere lo slancio, come suggerisce la stessa etimologia della parola “swing”. Ecco allora che anche gli stessi attori sanno come far risuonare i propri corpi attraverso la Body percussion. Battere le mani sul proprio corpo, schioccare le dita, battere i piedi, sono solo alcune delle potenzialità sonore del nostro corpo per produrre musica ed entrare in sintonia con l’altro.

Al piano superiore della scena, le stanze della casa di Antifolo di Efeso, da dove si strugge di malinconia e velenosa gelosia sua moglie Adriana (un’appassionata Carlotta Proietti). Dolore che sublima con il canto o suonando il kazoo e, solo per impazienza, con l’alcol. 

La regista sceglie di aprire e chiudere lo spettacolo con una variante del “Miserere”: resta la musica cambiano le parole, che qui diventano “Buona notte”. Etimologicamente “notte” significa “sparire, perire” e farla precedere dall’aggettivo “buona” mantiene sì il valore di un’ invocazione alla misericordia ma forse più laico. Perché è la compassione, la comunione intima alla sofferenza dell’altro a rendere la vita più intensa. Una comunione difficilissima ma che, se attraversata, può portare ad un’unità profonda e pura, forse più di ogni altro sentimento che leghi gli umani. Un tipo di amore incondizionato, ponte per una intimità non solo di sofferenza, ma anche -e soprattutto- di gioia vitale e di entusiasmo.

Perché “l’altro” siamo noi.

Gli attori brillano per una versatilità vivissima e per un accordo sinfonico, fin nei contrappunti solo apparentemente minori. 

Curatissimi e davvero efficaci i costumi di Susanna Proietti.

Una rappresentazione crudele e meravigliosamente affascinante della vita, dove niente è “nostro” .

Eppure…

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Interpreti

(In ordine alfabetico)

Primo mercante, Guardia     DONATO ALTOMARE 

Una Ragazza Leggera  LARA BALBO 

Professor Pinza,esorcista            GIULIO BENVENUTI 

Solino, Duca di Efeso   GABRIO  GENTILINI 

Luciana  BETTA MANDALARI   

Balthazar, mercante  ROBERTO MANTOVANI 

Antifolo di Efeso MATTEO MILANI 

 Dromio di Siracusa  LUCA NENCETTI 

Angelo, orafo  IVAN OLIVIERI 

Emilia, Badessa a Efeso  LOREDANA PIEDIMONTE 

Adriana   CARLOTTA PROIETTI 

Egeone, mercante di Siracusa   CARLO RAGONE 

Luce  LAURA RUOCCO 

Antifolo di Siracusa          MAURO SANTOPIETRO  

Cantante caffè,  TONI SAPIO 

Secondo mercante  ANTONIO TINTIS 

Dromio di Efeso  FEDERICO TOLARDO 

                                             Musicisti

chitarra                                                     DANIELE DE SETA  

violino                                                       ADRIANO DRAGOTTA

clarinetto ELEONORA GRAZIOSI  

batteria                                                     DUCCIO LUCCIOLI  

contrabbasso                                          STEFANO MARZOLLA 

Movimenti di scena                                 ALBERTO BELLANDI

Coreografie                                              LAURA RUOCCO 

Musiche originali                                      MIMOSA CAMPIRONI

Collaborazione agli arrangiamenti       ADRIANO DRAGOTTA 

Costumi                                                     SUSANNA PROIETTI 

Scene                                                        FABIANA DI MARCO 

Aiuto regia                                                FRANCESCA VISICARO 

Aiuto coreografo   GIULIO BENVENUTI  

Disegno luci                                              UMILE VAINERI 

Sound designer                                        DANIELE PATRIARCA 

If there is no sun

TEATRO INDIA, Sala Oceano Indiano, 4 – 5 luglio 2022 –

creazione Luca Brinchi, Karima DueG, Irene Russolillo

performance Antoine Danfa, Karima DueG, Irene Russolillo, Mapathe Sakho, Ilyes Triki

musiche Drexciya, Kawabate, Karima DueG

testi Sun Ra, Ladan Osman, Felwine Sarr, Keorapetse Kgositsile, Karima DueG

ambiente Luca Brinchi – movimento Irene Russolillo – suono Edoardo Sansonne / Kawabate – 

costumi Marta Genovese – foto di Monia Pavoni

Un muro d’acqua proiettato sul fondale. Un mare che non apre, come sarebbe nella sua natura, bensì chiude. Cinque performers, di diverse etnie, si avvicinano all’acqua, tanto da farci pensare di essere sul punto di tuffarsi, attraversandolo questo “muro”. Invece no. Succede qualcosa di diverso. Inaspettatamente si voltano verso noi del pubblico: un gran fragore, quasi uno scoppio.

Prende avvio un diverso tipo di “immersione”: in un momento di pura introiezione. I performers iniziano a “cercare” dentro se stessi e nel farlo sono sempre più attratti da sedimenti neri depositati sul pavimento, sul fondo della loro psiche. Lacci. C’erano anche prima, durante l’avanzata verso il mare, ma li calpestavano, inconsciamente. Ora invece diventano così magneticamente “vivi”, cosi serpeggianti che risulta irresistibile non rimanerne fagocitati, invischiati.

Mani e piedi li raccolgono; tutto il corpo li ‘indossa”. Come si fa con certi pensieri, con paure camuffate da certezze. Con i pregiudizi. Ciò che sembrava solido, rivela ora crepe di comunicazione tra etnie. Tra Africa e Europa. I corpi dei performers alludono a territori e a confini che opprimono, che non lasciano spazio alla libera, diversa, fertile, espressione.

Si prova comunque a condividere sogni, desideri ma ne emerge solo un forte senso di “estraneità” . Di inarrivabile accoglienza e condivisione. Si fa strada però un sempre più urgente desiderio di liberarsi dai propri “fantasmi”, dai “lacci” che stringono e invischiano. E una nuova comunità riesce ad emergere, alla fine. Riesce ad avviarsi un percorso, un viaggio, che a volte prende la forma di un discorso, a volte di una lotta.

Perché questo significa, anche etimologicamente, “dialogare”. E i margini dei singoli non sono più muri invalicabili ma confini porosi, che lasciano passare fertili correnti “straniere”. Prende forma così un organismo più ampio, che non stagna ma avanza, insinuandosi tra i differenti paesaggi interiori.

Le dinamiche relazionali tra visione, movimento e suono si adattano e si riconfigurano ad ogni passaggio, come dopo un necessario evento sismico: quando le precedenti certezze sono andate in frantumi e qualcosa di nuovo può farsi strada. Deve. Non a caso sono state scelte le parole “if – there – is – no – sun”: per evocare coloro che ci hanno preceduto e che hanno acceso altri “soli”, immaginando nuove possibili umanità.

«Lasciateci arrivare in quel posto in mezzo ai nostri sogni, dove tutte le luci sono nostre. Facciamo sì che la nostra voce sia il nostro cibo. Possano i nostri pensieri essere muscolosi. Lasciateci arrancare nel nostro mare». Sono, questi, estratti tradotti e reinterpretati, a partire da Ladan Osman Refusing Eurydice (Exiles of Eden-Coffee House Press 2019).

Demiurghi di questo originale ed interessante spettacolo di nuove sinergie sono l’artista visivo nonché regista teatrale romano Luca Brinchi; la cantante e beatmaker italiana di origine liberiana Karima DueG aka Anna Maria Gehnyei e la performer e coreografa pugliese Irene Russolillo

La loro creazione artistica invita e promuove importanti riflessioni sullo scambio e sul dialogo culturale e sulle potenzialità di interazione insite nelle diverse arti, così come tra culture e popoli. Una nuova e ben precisa idea di mondo, in cui ci si può ascoltare nel seguire un flusso generale e contemporaneamente ci si può rispettare e valorizzare nelle diverse peculiarità. Artistiche, sociali e politiche.

Luca Brinchi è stato co-fondatore del collettivo SANTASANGRE  (Premio Ubu 2009, Premio ETI 2008, Premio Dante Cappelletti 2006) e in seguito ha  collaborato con numerosi artisti tra cui Jan Fabre, i coreografi Sang Jjijia e Jayachandran Palazhy, i registi Massimo Popolizio e Federico Tiezzi, la street artist Mp5 e il videoartista Daniele Spanò (con quest’ultimo forma un duo artistico stabile dal 2014). È attivo sulla scena contemporanea internazionale dal 2001 e ama dare vita ad ambientazioni virtuali in cui la lingua dell’immagine video viene attraversata dal linguaggio del corpo e da quello del suono, alla ricerca delle possibili fusioni tra queste espressioni.

Karima DueG aka Anna Maria Gehnyei è  passata dalle consolle delle maggiori discoteche italiane alla collaborazione col Network M2o. Il suo debutto da solista risale al 2014, con l’album 2G(Soupu Music) incentrato sul tema delle seconde generazioni in Italia. La nuova fase, sancita simbolicamente dal brano Africa del 2016, apre anche a nuovi temi di respiro internazionale. Collabora con History Channel, Al Jazeera, Amnesty International. Attualmente scrive un libro per Fandango incentrato sulla sua biografia.

Irene Russolillo è danzatrice, coreografa e performer. Sviluppa da diversi anni una ricerca sulla vocalità e sul movimento, in creazioni dall’approccio ibrido e transdisciplinare, in cui collabora con artisti visivi, della musica e della danza. Dal 2014, ha ricevuto il sostegno di ALDES, del Network Anticorpi XL, dei network internazionali Crossing the sea e Crisol, del Festival Oriente Occidente, di cui è stata artista associata. Ha ricevuto numerosi riconsocimenti come il Premio Equilibrio 2014 e il Premio Masdanza 2014 come migliore performer, il Premio Prospettiva Danza 2015, il CROSS Award nel 2019. Fa parte dal 2018 dell’Associazione culturale VAN che raggruppa a Bologna sette coreografi della scena contemporanea italiana.

ideato nell’ambito di CRISOL – creative processes

Un progetto di internazionalizzazione dei processi creativi finanziato nell’ambito del programma Boarding Pass Plus 2019 promosso dal MiBACT Ministero per i Beni e le Attività Culturali e per il Turismo 

produzione Fondazione Fabbrica Europa per le arti contemporanee, Gruppo Nanou, Spellbound Associazione

con il sostegno di Teatro di Roma – Teatro Nazionale, Danza Urbana, Menhir Dance Company / Talos Festival – Ruvo di Puglia

residenze Centre Culturel Blaise Senghor, Dakar, Compagnie 5me Dimension, Dakar, MADA Théâtre, Tataouine, PARC Performing Arts Research Centre, Firenze

in collaborazione con Istituto Italiano di Cultura di Dakar, Istituto Italiano di Cultura di Tunisi

CRISOL – creative processes è realizzato da una rete di organizzazioni italiane e straniere. I partner italiani sono: Fondazione Fabbrica Europa – Firenze (project leader), CapoTrave / Kilowatt – Sansepolcro, Danza Urbana – Bologna, LIS LAB Performing Arts / CROSS Festival – Verbania, Tersicorea / Med’Arte / Cortoindanza – Cagliari, Muxarte / ConFormazioni Festival – Palermo, Menhir – Ruvo di Puglia. I partner internazionali coinvolti in questa sezione del progetto sono Cie 5ème Dimension – Dakar (Senegal) e MADA Théâtre – Tataouine (Tunisia).

Falstaff e le allegre comari di Windsor

GIGI PROIETTI GLOBE THEATRE SILVANO TOTI, Fino al 10 Luglio 2022 –

Dal 24 giugno al 10 luglio ore 21.00 (da mercoledì a domenica)

FALSTAFF E LE ALLEGRE COMARI DI WINDSOR

di William Shakespeare
Regia di Marco Carniti
Traduzione e adattamento Marco Carniti

Produzione Politeama s.r.l. 

Una bandiera in attesa, in tensione. Una scelta di luci la identifica come la bandiera dell’Italia: epico omaggio, al suo Paese d’origine, del regista di fama internazionale Marco Carniti . Ma perché scegliere di “farla recitare” proprio in questa tensione d’attesa? E’ in attesa di salire o in attesa di scendere completamente? Magari entrambe le possibilità. Perchè il Teatro è un enorme silenzio di attese e, come ricordava la bandiera che svettava sopra il Globe Theatre dei tempi di Shakespeare, “Tutto il mondo recita”. La bandiera dell’Italia, allora, sta ontologicamente salendo e scendendo. Come la vita insegna.

Il Teatro è il luogo che accoglie le diverse verità. Centro di tutti i mondi e di tutti i popoli. Anche per questo l’Inno nazionale Inglese che apre lo spettacolo sa trasformarsi nell’Inno nazionale dell’Italia. Che a sua volta si traduce in un gran fragore, che arriva dalle nostre spalle.

Avanzano dalle entrate della platea, infatti, con travolgente esuberanza gli attori, che a breve saliranno sulla scena. Sembrano una rappresentanza delle maestranze del teatro, accompagnati da quei “flight-cases” con i quali ormai (dopo la pandemia) siamo abituati ad identificare i rappresentanti del mondo dello spettacolo.

Quei bauli neri cioè che, nel corso della rappresentazione, il regista scopriremo eleggere ad elementi modulari della scenografia. E che sapranno diventare cesta, vasca, canapè, tavolo, ecc.ecc. In questa sorta di proemio allo spettacolo, gli attori prossemicamente in platea, presentano non solo se stessi (rivelando il proprio nome e il ruolo che andranno ad interpretare) ma anche il tipo di rappresentazione che a breve insceneranno.

“La più divertente commedia sulle malelingue” la definiscono. Alludendo ai “rumors” (ambigui “flauti” mozartiani, o rossiniani “venticelli” calunniatori) e all’incapacità dell’epoca (e non solo) di accogliere e valorizzare le differenti “lingue” dei popoli. Tentazione babelica di ridurre la pluralità ad una singolarità, presunta superiore. E più in generale alludendo a tutto ciò che di “straniero” abita gli spazi, spesso “carsici”, della nostra umanità: scenograficamente resi, con grande suggestione, attraverso la presenza di “cannule”: quasi stalattiti e stalagmiti del nostro sottosuolo.

Ma “lo straniero” più difficile da accogliere e da tradurre è l’archetipo del “femminile”, di cui il regista Carniti ci propone un vero e proprio elogio. Le sue donne, a prescindere dall’estrazione sociale, “la sanno molto più lunga” degli uomini. Ma anche negli uomini più “hard”, Carniti fa risaltare la presenza di questo oscuro “ingrediente”: gli alfieri di Falstaff, ad esempio, pur presentandosi apparentemente come i più duri dei motards, risultano inclini al pettegolezzo non meno delle donne.

E poi Frank Ford: così attento a custodire la propria virilità e così ossessionato dall’ eventualità di ritrovarsi delle corna tra i capelli, non si accorge di quanto “femminile” c’è in lui nel momento in cui è disposto a calarsi in nuove vesti, per andare ad annusare il livello di intimità tra sua moglie e l’ipotetico amante.

Ma è con la “sua” Madama Quickly che Carniti tocca l’apice dell’estrosità: ecletticamente in accordo con la tradizione elisabettiana (che soleva attribuire ruoli femminili a uomini) è ad un uomo che il regista affida il ruolo di questa donna, che brilla sulla scena e all’interno del suo adattamento per la ricchezza delle proprie “risorse” femminili. Un essere geniale proprio per il fertile uso che fa sia dell’archetipo “maschile” che di quello “femminile”. Che sa in quanti modi si possono usare mani, lingua, gambe, scopa, istinto. Che sa come prendere quello che vuole da tutti, consapevole che niente è solo suo. Né dura per sempre.

Molto interessante anche la resa che Carniti fa del paggio Simplicio, racchiusa, acutamente, nel suo intercalare “non è vero, sì !” e del paggio di Falstaff, Robin: creatura musicale nonché “veleggiante” Cupido, che alla fine della narrazione esibirà una natura anche “satiresca”.

Il regista Carniti, si rivela come suo solito un abile “compositore” teatrale. La bellezza estetica, il suo senso del bello, sono la cifra del suo stile. Dagli allestimenti ai costumi, tutto rifulge e insieme comunica significati. I costumi delle due comari, ad esempio, oltre ad essere stilosamente accattivanti, contribuiscono a sottolineare, nel loro alternarsi “a specchio” di bianco e nero, il complice completarsi emotivo delle due solerti donne. Lo stesso dicasi per l’orientamento dello “svilupparsi” delle loro acconciature.

Anche in teatro, ambiente meno libero rispetto a quello della lirica, Carniti dimostra di saper trovare escamotages per modificare la scena, regalandole di volta in volta la giusta atmosfera. Un’analisi profonda e appassionata la sua, che ci apre le porte di un mondo denso, carico di significati e che viaggia nel tempo senza perdere d’intensità. Una messinscena poetica, evocativa e insieme moderna, attuale. Che ci permette di sognare, o di ridere, oltre che di pensare.

Pur costituendo un armonico “unicum” polifonico, gli interpreti sanno regalare ciascuno qualcosa di unico, di nuovo, di speciale.

Interpreti

SLENDER Tommaso Cardarelli

MADAME QUICKLY Patrizio Cigliano

MADAME FORD Antonella Civale

NYM Roberto Fazioli

MASTER FORD Gianluigi Fogacci

FENTON Sebastian Gimelli Morosini

ROBIN Dario Guidi

FALSTAFF Antonino Iuorio

GIUDICE SHALLOW Roberto Mantovani

ANNE PAGE Valentina Marziali

EVANS Gigi Palla

MADAME PAGE Loredana Piedimonte

PISTOL Raffaele Proietti

MASTER PAGE Mauro Santopietro

BARDOLFO Alessio Sardelli

SIMPLICIO Federico Tolardo

Musiche

MARIO INCUDINE Arpa dal vivo DARIO GUIDI

Aiuto regia

MARIA STELLA TACCONE

FRANCESCO LONANO

Assistente alla regia

ILARIA DIOTALLEVI

Costumi

GIANLUCA SBICCA

Scene

FABIANA DI MARCO

Assistente scenografa

GIULIA LABARDI

Carolyn Carlson – Bill Viola

PALAZZO BONAPARTE, 23 Giugno 2022 –

(Foto di Laurent Paillier)

La “Poetessa della danza” Carolyn Carlson ama definirsi “una nomade”. Vedendola, anche solo per la prima volta, non si può non percepire il suo muoversi lieve sulla terra e il suo cogliere la vita che serve alla vita, restando vicina alla saggezza della bestia intelligente che vive con la natura. Ignorante per essere poeta, immersa in un linguaggio che diventa rappresentazione simbolica di una realtà che pulsa energia. Come un fascino di gioventù. Vitalità magnetica.

Carolyn Carlson si è creata negli anni uno stile personale, libero da forme troppo accademiche: capace di trasmettere ogni vibrazione interna attraverso un perfetto controllo del movimento. Le sue coreografie, che nascono da ricordi, sogni, o dalla natura che di volta in volta la circonda, generano un mondo fatto, soprattutto, di emozioni e sensazioni. 

Ieri sera, avvalendosi della simbiotica sintonia e dell’originale contrasto a cui riesce a dare vita assieme alla danzatrice solista della “Carolyn Carlson CompanySara Orselli e sotto il coordinamento della sua storica collaboratrice e coreografa Simona Bucci, la Carlson ci ha condotti in un’esperienza unica. L’immersione, insieme apollinea e dionisiaca, delle artiste nelle video opere di Bill Viola, uno dei massimi esponenti della videoarte mondiale, come per un incantesimo ci ha reso tutta la potenza dell’ “essere nel tempo”.

La geniale intuizione di Bill Viola, del provarsi nel dilatare l’ “istante”, ci è stata tradotta come solo poteva essere reso da una magnifica ossessione. Dove il movimento ha assunto una sua “qualità” , plasmandosi sulle categorie di tempo, spazio, energia. Una nuova “lingua”, fatta di respiro, sospensione, presenza, carisma.

Inspiegabile l’immediatezza e la semplicità con la quale la Carlson entra in connessione con le persone, riuscendo a farsi seguire nel proprio universo e lasciando ogni volta un segno importante.

Grembo ospitante, dove le diverse creazioni entrano in dialogo, lo spazio iconico di Palazzo Bonaparte. Meraviglia barocca, dimora di Madama Letizia Ramolino Bonaparte, madre di Napoleone. Il Palazzo è conosciuto anche per il suo balcone a loggia, che affaccia su Piazza Venezia e Via del Corso. Luogo dove la mamma di Napoleone ha amato trascorrere gli ultimi anni di vita, con la sua dama di compagnia che le raccontava cosa accadeva fuori.

Vedere attraverso lo sguardo di un altro: esperienza che continua a ripetersi in questo magico palazzo. Come è avvenuto, in maniera indimenticabile, ieri sera.

Un momento unico, organizzato con il patrocinio dell’Ambasciata di Francia.

L’evento fa parte della rassegna “Dancing into Visual Art” ed è stato organizzato da Arthemisia con la Daniele Cipriani Entertainment.

Maggiori informazioni sulla mostra “Bill Viola – Icons of Light” a Palazzo Bonaparte

L’incredibile viaggio di Lady C.

TEATRO TOR BELLA MONACA, 21 e 22 giugno 2022 –

Vi è mai capitato di sognare gli articoli della Costituzione della Repubblica Italiana? Non è mica così strano! Basta partire da qualche episodio che ci è capitato durante il giorno, da qualche conversazione. Questa è l’idea brillante che ha sviluppato il regista e autore del testo Alessio Pinto: la Costituzione non è niente di incredibile. Permea la vita di ogni giorno.

Ma forse proprio perché così vicina, non riusciamo a notarla, a riconoscerla. A rispettarla. Ecco che allora può essere d’aiuto provare a immaginare che effetto farebbe la nostra Costituzione su qualcuno che viene da un’altra realtà, da un’altra quotidianità. Vediamo cosa ci rimanda il suo “specchio”. È così che Alessio Pinto immagina sulla scena un gruppo di ragazzi di diversa provenienza geografica, che condividono, apparentemente, solo uno spazio, un appartamento.

Un giorno, però, a condividere le spese (e non solo) arriverà un’insolita Lady, straniera alla Costituzione della Repubblica Italiana. Sarà lei, attraverso il suo diverso sguardo, ad illuminare le contraddizioni del nostro modo di “vivere” la Costituzione. Anzi sarà l’occasione per riscoprire i valori (dimenticati) alla base del nostro vivere in comunità. Rispettandoci davvero nelle nostre diversità. Proprio per le nostre diversità: così ricche di bellezza. Ma soprattutto riscoprendo il valore dei valori: la solidarietà.

Il regista sceglie poi, con efficace suggestione, di sottolineare i valori inalienabili contenuti nei primi dodici articoli della Costituzione, associandoli alla magia contenuta in alcuni testi, sapientemente selezionati, di David Bowie. Ed è lo stesso Alessio Pinto ad interpretarli con la complicità della sua inseparabile chitarra: affascinante menestrello.

I quattro interpreti sulla scena Giulia Martinelli, Danilo Brandizzi, Marta Marino e Alessandro Giova brillano nel tenere e sostenere l’incalzante ed effervescente ritmo della narrazione, punteggiato da momenti di comicità, ben colti e resi. Registro importantissimo e insieme delicato, quello della comicità, per veicolare con efficace leggerezza la necessità di modificare atteggiamenti sociali ed etici “viziati”. Perché il teatro è anche questo.