Un lavoro che onora il Poeta e la sua memoria, ancora così necessaria per la costruzione della nostra identità individuale e collettiva.
Un lavoro che si dà come esercizio di responsabilità culturale, etica ed ermeneutica: per il presente e per il futuro.
In un suggestivo montaggio drammaturgico, Boccaccini rintraccia e libera risonanze interne alle opere pasoliniane che, attratte in un avvincente intreccio, danno vita ad un continuum che sa arrivare trasversalmente alla sensibilità dello spettatore.
La drammaturgia delle luci – cifra della vis registica di Boccaccini – ispirando e orientando l’avvincente drammaturgia del sonoro, origina una costruzione dello spazio scenico abitato dalla restituzione di piani cinematografici, ulteriormente valorizzati dalla raffinatezza delle coreografie e dalla la cura dei costumi.
Il sipario si alza sulla restituzione della festosa scena della passione di Cristo del cortometraggio “La ricotta” (1963): metafora della sacralità del sottoproletariato oppresso dalla società dei consumi e dall’indifferenza intellettuale. Dove Stracci, il protagonista – una comparsa che soffre di una fame atavica e vive umiliazioni sul set cinematografico – diventa “un autentico Cristo” in una società che ha perso la pietà e la spiritualità, trasformando la Passione in spettacolo.
A questa denuncia Boccaccini lega, come in sovrimpressione, il prologo dell’opera teatrale “Orgia” (1968), a sua volta simbolo della devastazione interiore dovuta al conformismo borghese e al nuovo fascismo consumistico. Dove il corpo si fa luogo di scontro: sacrificio rituale che denuda le menzogne della società, culminando in una morte che sancisce l’impossibilità di un adattamento.
Ma poi in questa parte destruens, si inserisce lo sguardo dei soldati che liberarono i lager (in Pasolini metafora del consumismo, in quanto nuova forma di annientamento del “diverso”) come portatori di uno sguardo puro su un orrore indicibile. E l’accorata preghiera di Pasolini: “Vi prego, siate come quei soldati, i più giovani di quei soldati, che sono entrati per primi oltre i reticolati di un lager… E lì i loro occhi… Ah, vi prego, siate giovani come loro!”.
Su l’ Avanti! del 22 Ottobre 1975
Una preghiera che invita a guardare la realtà con la capacità di indignarsi e di commuoversi, alla quale Boccaccini allaccia la poesia “ Io sono una forza del Passato”: dove il Poeta si descrive come un “feto adulto” che, consapevole del proprio radicamento storico, cerca disperatamente i resti di un passato contadino e sacro nel presente consumista.
Il montaggio drammaturgico-registico di Boccaccini prosegue nel continuare ad evocare ulteriori suggestioni, coinvolgendo e stimolando lo spettatore in un’affascinante avventura, immersa in seducenti atmosfere.
Complice la persuasiva e accattivante espressività del cast attoriale.
I 12 interpreti in scena – Mattia Aquilano, Marina Basile, Mirella Bisio, Enrico Bolasco, Alessia De Simone, Giulia Fontanella, Ines Le Breton, Ignazio Martorano, Daniela Moccia, Fabrizio Musillo, Luca Salzarulo, Alessandra Tedeschi – brillano per una vibrante versatilità, esaltata dalla fluida coralità musicale, assai ricca in ritmo.
E’ questo uno spettacolo dall’appassionata caratura poetica, dove emerge l’afflato di Boccaccini per la potenza dell’eredità pasoliniana: una memoria militante che prende posizione contro l’indifferenza e la banalità del male.
PPP Visionario – 50° anniversario dell’omicidio di Pier Paolo Pasolini
Nell’ambito dei festeggiamenti che la città di Roma propone alla comunità in occasione del 50° anniversario della morte di Pier Paolo Pasolini attraverso il grande progetto “PPP Visionario“ – la più grande rassegna multidisciplinare, come ama sottolineare con orgoglio il Sindaco Roberto Gualtieri, che da ottobre a dicembre attraversa la città con eventi dedicati alla figura e all’opera di uno dei massimi intellettuali del Novecento – il Teatro di Roma, nello specifico, sceglie di omaggiare Pasolini con un trittico di appuntamenti .
Dopo la selezione dei testi di Roberto Scarpetti da “Ragazzi di vita” e “Petrolio” al Teatro Elsa Morante e l’ “Oratorio per i 50 anni dalla morte di Pier Paolo Pasolini” ideato e diretto da Giacomo Bisordi al Teatro Argentina, ieri 1 Dicembre è andato in scena “Scopate Sentimentali. Esercizi di sparizione” uno spettacolo di e con Filippo Timi, Rodrigo D’Erasmo, Mario Conte, sempre al Teatro Argentina.
Ecco allora che Timi, onorando l’eredità ricevuta da Pier Paolo Pasolini, lascia soffiare tutto il suo folle amore in un’erotica composizione, dove fa sua quell’energia che riesce a tenere uniti elementi che la logica vorrebbe in opposizione.
L’urgenza di dare forma a questa composizione – come dichiara in un’intervista rilasciata a Rodolfo di Giammarco – scaturisce dal riuscire a tenere insieme due spinte emotive contrastanti: quella del sentirsi inseguito dal rancore per essere stato abbandonato dal suo padre artistico “per il semplice fatto che è morto” e insieme quella del sentirsi incalzato dal desiderio di riavvicinarsi a Pasolini, fino ad “accettare quello che il poeta chiamava scandalo, il Cristo sulla croce, il divino che finisce”.
Timi dà avvio così ad una sua personale e laica rievocazione della passione della croce di Pasolini – uomo che non poteva sfuggire al suo destino – secondo un ciclo si stazioni scandito da quattro stagioni, ognuna delle quali composta da tre movimenti, che rievocano i colori emozionali propri di ciascuna stagione. Tracce dell’imprinting di questa struttura si rintracciano in un altro uomo ricco in umanità: Antonio Vivaldi.
Mario Conte, Filippo Timi, Rodrigo D’Erasmo (ph. Simone Cecchetti)
Sulle orme di Vivaldi con il complice estro di due compagni di viaggio quali Rodrigo D’Erasmo (violinista, compositore, arrangiatore e polistrumentista) e Mario Conte (musicista/sperimentatore dentro e fuori la musica elettronica) – Timi fa sì che ogni concerto per violino sia accompagnato da una sorta di sonetto descrittivo, che illustri ciò che la musica e le immagini video andranno ad evocare.
La scrittura di Timi contatta tutte le vibrazioni cromatiche della poesia, sapientemente restituita in musica contaminando la matrice apollinea con echi dall’esplosività dilaniata. Che ricordano, ad esempio, quella tensione a dar voce “all’inascoltabile” della musicista, cantante e pianista Diamanda Galás.
Ecco allora che le melodie al violino di Rodrigo D’Erasmo si aprono a sconfinamenti graffiati, abilmente distorti e amplificati dall’artigianalità acustica in avanscoperta di Mario Conte. Arriva così allo spettatore un’accattivante sinergia tra parola-suono-immagine che sa restituire le varie anime, anche fantasmatiche, di Pier Paolo Pasolini.
Il tutto è concepito dentro un ciclo vitale dove la vita s’incontra costantemente con la morte. Proprio lì, sulla soglia. Come testimoniano le poltrone riservate in prima fila: dove “con noi” assistono allo spettacolo le anime belle care a Timi. Da Ornella Vanoni a Adriana Asti, passando per la Callas e per Attilio e Bernardo Bertolucci, fino alla Vitti, a Laura Betti, alla Magnani, ad Aberto Moravia, a Guido Pasolini. E poi lei, la mamma: Susanna Colussi.
Uno spettacolo “generoso” – come lo ha definito il Presidente della Fondazione del Teatro di Roma Francesco Siciliano nella sua presentazione dell’evento di ieri 1 Dicembre – al quale la comunità di Roma ha risposto con una partecipazione d’assalto. Una scelta – ha sottolineato Siciliano – “fortemente voluta” dall’Assessore alla Cultura di Roma Capitale Massimiliano Smeriglio.
(ph. Simone Cecchetti)
Perché è uno spettacolo che facendosi testimone dell’eredità pasoliniana attraverso “un poietico” modo di stare al mondo, si prende cura di preservare tale eredità dal rischio di essere inghiottita dall’ossessione capitalistica alla mercificazione della bellezza.
Rischio che Timi ci fa entrare negli occhi, già prima dell’inizio dello spettacolo, attraverso i due pannelli ai lati del palco che riproducono la Venere del Botticelli – allegoria dell’amore come forza motrice della natura e quindi energia vivificatrice che spinge alla creazione – distorta e addomesticata in un’icona da franchising.
Dello stesso rischio ci parla l’immagine a tutto schermo sul palco: quello di ridurre la sensuale e dilaniante fecondità della parola di Pasolini ad un esotico souvenir, poggiato su una soffice e spensierata sabbia, carezzata dal rassicurante mood di un ukulele.
Questo – ci ricorda Timi – è quello che potrebbe restare della poetica e dell’estetica pasoliniana all’indomani di un deformazione mercificata, che farebbe della diversità tragressiva una moda commerciale. Privandola così di tutta la sua carica dirompente: divenendo “alla moda” – spiega Massimo Recalcati nel suo “Pasolini – Il fantasma dell’origine” – perde fatalmente ogni suo potenziale critico divenendo una manifestazione della pervasiva capacità del potere di addomesticare anche ciò che può sembrare inassimilabile.
Ma ad un diverso sguardo quell’immagine di apertura, nonostante il suo essere riplasmata attraverso connotati aurei, morbidi ed ingenui, ricorda nella sua essenza quella bocca della figura a destra dei “Tre Studi per figure alla base di una Crocifissione” di Francis Bacon.
Una bocca dilatata in un urlo disumano, dall’anatomia disgustosamente ambigua, che ritorna come costante in vari momenti dello spettacolo. Resa assai efficacemente da efficaci distorsioni della voce, del suono e delle immagini video.
Perché quello di cui Pasolini si faceva autore e interprete, al di là e grazie alle sue contraddizioni, è una riflessione più ampia sulla condizione dell’essere umano. Una riflessione che parla anche dello smarrimento e dell’orrore sub-umano in cui può darsi l’esistenza. Dove il cadere degradante si fa spazio sulla possibilità di salvezza.
Ecco allora che Filippo Timi, Rodrigo D’Erasmo e Mario Conte – insieme ad Amerigo Cornacchione – ci lasciano con un particolare messaggio: “ci vuole incoscienza per vivere e incoscienza per morire!”
Pasolini, non a caso, chiedeva e si chiedeva: “Qual è la vera vittoria quella che fa battere le mani o quella che fa battere i cuori”?
“La mia è una visione apocalittica. Ma se accanto ad essa e all’angoscia che la produce, non vi fosse in me anche un elemento di ottimismo, il pensiero cioè che esiste la possibilità di lottare contro tutto questo, semplicemente non sarei qui, tra voi, a parlare” (Pier Paolo Pasolini)
Di cosa brilla la temerarietà di questa tempestosa idea drammaturgica di Marta Bulgherini?
Della consapevolezza del rischio di un sogno. Accettato osando. Con compiacimento.
E’ un’evocazione fuori dai suoi confini dello spirito di Pier Paolo Pasolini, per inscenare un sogno, una fantasia, com’è nella natura del Teatro e quindi della Vita.
“Noi siamo della materia/Di cui son fatti i sogni/E la nostra piccola vita/È circondata da un sogno”
Ma c’è qualcosa di più nella fantasia evocativa alla base di questo accattivante testo drammaturgico di Marta Bulgherini: l’autrice e attrice ci parla del suo desiderare un’esperienza intima e profonda con se stessa. Desiderio che per potersi realizzare ha necessariamente bisogno di quella particolare grazia insita in “un incontro”, capace di generare quella meraviglia indispensabile per poter dare un nuovo corso alla propria vita.
Ma incontrare chi? E soprattutto: come si fa a “incontrare qualcuno”? Come si fa, in ultima analisi, “a incontrarsi con se stessi”?
Occorre sentire l’esigenza di avviare una ricerca. Partendo da qualsiasi parte, preferibilmente quelle meno confortevoli.
Pier Paolo Pasolini, ad esempio. Lui che tutta la sua vita non ha mai smesso di cercare. Con audacia poi.
E da Pasolini parte la ricerca della Bulgherini, con la complicità di Goffredo Parise, a lei invece affine. Almeno quanto a Pasolini: i due erano infatti grandi amici.
Una ricerca, quella narrata in scena e fuori dalla scena – con una prossemica da regia cinematografica tale da avvolgere lo spettatore fisicamente oltre che a livello esperienziale – che solo apparentemente nota e annota gli innumerevoli successi della vita di Pasolini.
Perché, in realtà, Marta vuole di più: sono i suoi insuccessi ad interessarle davvero. Sono loro a riuscire a farle sentire vicina, complice, l’icona inarrivabile di Pasolini. E se è vero che ciò che ci accomuna tutti è la nostra attitudine a sbagliare, così come a differenziarci è l’uso che riusciamo a fare dei nostri errori, allora come sbagliava Pasolini? E cosa faceva dei suoi sbagli?
Lungo questa ricerca che finisce per assumere anche i contorni di una discesa dentro se stessa, la Bulgherini incontra uno stimolante e fertile ostacolo: lo scrittore, critico letterario e saggista Walter Siti. E’ lui a tentare di dissuaderla a continuare la sua ricerca verso e attraverso Pasolini perché, sostiene, la società attuale è troppo poco “complessa” per pretendere di avvicinarsi a lui.
Ed è crisi.
Marta Bulgherini e Nicolas Zappa
Ma è proprio dalle dinamiche innescate da questa crisi che si origina un’epifania.
E da qui l’inizio di un dialogo, finalmente, tra le parti.
E quella meraviglia, che solo certi incontri possono regalare, complice un efficace Nicolas Zappa.
“Generazione Pasolini” è uno spettacolo che può contare sull’audacia di un’idea che trova compimento in un testo che dà prova di sapersi confrontare con una personale “complessità”, oltre che con la “complessità” pasoliniana. Una felice testimonianza di come tradire fedelmente una tradizione, preservandone l’eredità.
A completamento di questo interessante progetto, due prove attoriali che brillano di fresca energia e di autentica profondità nel sentire. Con questi presupposti la scena può permettersi di essere iper minimalista.
Marta Bulgherini e Nicolas Zappa
“Generazione Pasolini” ha già conquistato il cuore della critica e del pubblico, aggiudicandosi il titolo di vincitore della 14a edizione della prestigiosa Rassegna Salviamo i Talenti – Premio Attilio Corsini 2023 del Teatro Vittoria di Roma, nonché la destinazione del bando di distribuzione Per Chi Crea 2023, promosso da SIAE. Inoltre, lo spettacolo è stato selezionato per le edizioni 2024 del Torino Fringe Festival e FringeMI.
E’ il nostalgico rammarico di un paradiso perduto: “Perché realizzare un’opera quando è così bello sognarla soltanto?”.
Condizione esistenziale che – osservando la poetica installazione scenografica sul palco del Teatro Vascello – potrebbe essere tradotta anche così: “ Perché realizzare una nascita (all’esterno) quando è così bello restare dentro la propria madre e sognare, da lì, la vita che si potrebbe realizzare (all’esterno)?
E infatti dentro un utero di terra, sulla cui sommità spuntano lunghi ciuffi d’erba profumata, si rotola beato il feto di Pier Paolo Pasolini (reso con santa e realistica plasticità da Gabriele Portoghese).
E sotto un caldo cielo notturno, un coro di grilli annuncia la sua imminente venuta al mondo.
Un sole di provincia e il pianto dei salici gli danno il benvenuto, una volta avvenuta la separazione dal corpo materno.
Gabriele Genovese
E come in un gioco con la palla, il neo-nato passa di mano in mano, di braccia in braccia. Finché non arrivano “quelle” braccia: inconfondibili. Come il bianco seno che custodiscono e che si slaccia per offrirsi alla sua piccola bocca. E proprio da lì, epifanicamente, “lo sguardo” del neonato incrocia quello di sua madre. Anche il coro di cicale ne resta folgorato. E tace.
Passano gli anni e in una sera di profonda estate – sulle note di una canzone di Claudio Villa – il piccolo si ritrova a “incollare il suo sguardo” sui suoi genitori, ”alleati in un abbraccio” danzante. Sotto un cielo di fuochi d’artificio premonitori di traumi, il piccolo continua a seguire con lo sguardo i suoi che ora s’infuocano in un abbraccio “senza pudore e senza malizia”.
Slacciatosi infine dalla moglie, il padre sente improvvisa la premura di andare, ora lui, “a guardare” il figlio. E lo invade un moto incontrollabile di stizza: quello che si può nutrire verso un edipico rivale in amore.
Ma cosa significa “vedere” ? Cosa si cela dietro al desiderio di vedere? E che cosa può succedere quando prende il sopravvento il desiderio di non voler vedere ? Quale croce e quale delizia si annidano nei nostro occhi, nel nostro sguardo ? Quanto ad esempio l’odore (ovvero gli occhi dell’olfatto) di questo edipico prato verde torna ad abitare e a chiudere la vita e le opere di Pasolini ? Quanto lo sguardo di chi ci getta al mondo genera anche il nostro destino ?
“… In ogni punto in cui i tuoi occhi guardano è nascosto un Dio. E, se per caso non c’è, ha lasciato lì i segni della sua presenza sacra: o silenzio o odore di erba o fresco di acque dolci. Eh sì: tutto è santo! Ma la santità è insieme una maledizione. Gli Dei che amano in un tempo stesso odiano…”.
Gabriele Portoghese
La narrazione poetica ricostruita da Fabio Condemi é carica di quella quotidiana ignara bellezza che sola può esprimere il sacro della realtà. E procede attraversando una selezione di sceneggiature del corpus pasoliniano – necessarie allegorie per la comprensione della realtà – capace di regalare vita ad un’insolita ed affascinante “biografia poetica” sul poeta friulano.
Una lettura del corpus scenografico che viene analizzato – proprio com’era nello stile del folgorante insegnamento dello storico dell’arte Roberto Longhi – attraverso un accurato “sguardo sui particolari” dell’opera stessa.
Longhi era solito avvalersi di diapositive per inquadrare – non solo visivamente – quei dettagli, quei frammenti così preziosi per cogliere il valore di un’opera. Qui Condemi – che per la drammaturgia delle immagini ama avvalersi del sapiente estro di Fabio Cherstich – traduce l’eredità delle diapositive con delle brevi “proiezioni-apparizioni” che orientano lo spettatore nell’indirizzare lo sguardo su quei particolari della narrazione drammaturgica capaci di rivelarne la cifra dell’originalità.
Gabriele Portoghese
Gabriele Portoghese è un incantatore: la sua meravigliosa e feroce capacità istrionica costruita su calibratissimi dettagli riesce a mettere a servizio del testo il corpo e la voce con una disponibilità, direttamente proporzionale al potere calamitante che esercita su chi lo ascolta. Che si lascia stringere in una morsa d’attrazione, fino alla fine dello spettacolo.
Un testo che lo vede protagonista, insieme a Renzo Paris, di una vicenda avvenuta nel marzo del 1964.
Mentre, come tutte le mattine, alle ore 7 si trovava a correre a Villa Ada, quel 20 settembre del 2008 lo chiama al telefono il suo amico Renzo per dirgli che su Repubblica è stata pubblicata una lettera del marzo del 1964 dove Pasolini scrivendo a Pietro Nenni parla di Giorgio Manacorda come presenza fondamentale per la lavorazione della pellicola Il Vangelo secondo Matteo.
Enrique Irazoqui e Pier PaoloPasolini sul set de “Il Vangelo secondo Matteo”
Fu infatti Giorgio Manacorda “colui che fece incontrare Cristo a Pasolini” presentandogli Enrique Irazoqui.
Ma soprattutto nella lettera del ’64 Pasolini parla della loro amicizia, delle “aspettative” che Pier Paolo nutriva in lui, giovane poeta ventenne.
Una notizia che riattiva in Manacorda un evento della bellezza sublime di un trauma: che dovrebbe farlo gioire e invece lo fa piangere. Ma il pianto, si sa, è contiguo al riso.
Giorgio Manacorda – ph Dino Ignani –
Il testo “Pasolini a Villa Ada” è quindi il racconto della conversazione telefonica che si apre intorno a questo trauma e che – grazie alle domande e ai dubbi acutamente seminati “senza mollare mai l’osso” da Renzo Paris – induce in Giorgio Manacorda una sorta di travaglio, che finirà per “dare alla luce” una potente consapevolezza.
L’adattamento di Ivan Festa predilige il respiro del racconto a quello del dialogo: all’affanno della corsa e alla sorpresa della notizia – nonché delle conseguenti domande – la pacatezza di chi è riuscito nello sforzo di cercare di mettere insieme tutti gli elementi traumatici dell’evento degli eventi.
Un racconto, il suo, ricco di intime e raffinate sfumature espressive, dove l’emozione del racconto sembra la risultante di un processo di metabolizzazione precedentemente avvenuto.
Una consapevolezza, la sua, esito dell’ostinato processo di succussione, di scuotimento emotivo ripetuto – proprio di un dialogo intimamente esplorativo – dalla quale scaturisce come per distillazione il monologo propostoci ieri sera, nella suggestiva sala dell’Ar.ma Teatro.
Ecco così allora che la luce sbocciante delle 7 del mattino, che apre il testo di Manacorda, lascia il posto qui a una luce crepuscolare, vagamente gotica, propria del percorso di fioritura finale della giornata. Propria dello stato della sua psiche.
Ivan Festa
Festa non è in tenuta da runner, come Manacorda.
E’ nudo ai piedi. E nell’animo.
E’ vestito di ombre.
La luce ne disegna profili, ne bagna piccole parti del volto.
A volte si concede l’ebrezza di calpestare quelle foglie secche che lo proteggono, quasi come un confine. A volte sceglie di venire ad abitare questo confine. Una volta l’oltrepassa, spingendosi tra noi. Per un attimo. Finalmente libero.
Ivan Festa
Inizialmente vive in simbiosi con una panchina del parco di Villa Ada. Un po’ come con il senso di colpa che Giorgio Manacorda si è portato dietro per così tanti anni: quello di aver deluso “le aspettative” di Pasolini, di non essere stato più di suo gusto. Di non essere riuscito ad abnegarsi alla poesia.
Un padre spirituale Pasolini, che contrariamente a ciò che rende tale una figura paterna – l’introduzione di un limite, di una regola che permetta al desiderio di poter zampillare – lo invita all’estremo sacrificio in nome della poesia: all’aprirsi ad una crocefissione in suo nome. Ma così il desiderio – se non degenera in ossessione – si blocca: l’apertura totale non lo stimola.
E Manacorda è risucchiato nel blocco di un lutto, prima ancora che Pasolini muoia. Un lutto che inaspettatamente inizierà ad elaborare proprio grazie a questa conversazione con Renzo Paris nel Parco di Villa Ada.
“Carta” dipinto di Giorgio Manacorda
Proprio grazie al potere magico del raccontare, del raccontarsi. Finalmente al di là del suo “io non ricordo niente. Io dimentico”.
“… Ma se non ho mai raccontato a nessuno neanche l’episodio di Cristo. Cioè no, non è vero, qualche volta mi sono lasciato andare ad una battutaccia: Cristo a Pasolini gliel’ho presentato io! Poche volte però, e in genere con giovani sconosciuti che mi parlavano di Pier Paolo, e allora per noia ed esibizionismo…“
E tornare a ricordare, come il linguaggio psicoanalitico gli aveva già insegnato guarendolo dall’asma, che la paternità autentica è una responsabilità senza pretese di proprietà: che non esige che i figli diventino ciò che “le aspettative” narcisistiche di certi “padri” vorrebbero che fossero.
Ivan Festa rende omaggio a questo appassionato testo di Giorgio Manacorda cesellando un piccolo gioiello: potente e delicato.
L’intimità della sua lettura interpretativa e la scelta dei testi – la cui cura è stata affidata al poeta e drammaturgo Igor Esposito – fanno dell’allestimento quasi una rievocazione della passione del Pasolini uomo scisso, spaccato in mille contraddizioni.
Pier Paolo Pasolini
La parola di Pasolini s’incarna nella voce di Musella che lo ospita intessendo un visionario dialogo con la drammaturgia musicale di Luca Canciello – musicista e sound designer devoto alla sperimentazione, in special misura quella sul ritmo. La lirica inquieta di Pasolini scopre così affinità con certe sonorità elettroniche, dense di attese e di sublimi ossessioni.
E qualcosa di sacro si manifesta proprio mentre si cela nella natura animale: Musella ci dà il fianco, si rende schivo e insieme vulnerabile. Si lascia disegnare da un profilo luminoso, quasi a evidenziare contemporaneamente la finitezza senza nome e insieme la presenza epifanica del Poeta.
Maledettamente divino, dentro un’esistenza perimetrata.
Feltrinelli – Prima edizione in “Varia” marzo 2022 –
Quello che avviene tra Massimo Recalcati e Pier Paolo Pasolini è un incontro che ha la caratura di un mistero, che fa vibrare la terra sotto i piedi e contrarre i nervi in spasmi. È l’incontro con il corpo morto di Pasolini quello da cui viene invaso il giovanissimo Recalcati . Come dopo una scossa traumatica, qualcosa arriva e sembra al di là di un possibile contenimento.
Pier Paolo Pasolini (1922 – 1975)
Invece ne nasce, in Recalcati, l’esigenza di assimilarne ed estroverterne l’energia, traducendola nella corporeità di una testimonianza. E allora ecco che i due il secondo appuntamento se lo danno nello stesso utero linguistico: quello del friulano, lingua comune a entrambe le madri. E’ infatti del 1978 la tesi di maturità di Recalcati Popolo e religione nell’opera di Pasolini. Una complicità la loro che, partita da una corporeità straziata, passa attraverso questa lingua “comune” per arrivare a decifrare quella “dimensione originaria” precedente il linguaggio, che ha costituito l’ossessione di Pasolini: quel “corpo intatto” della cui presenza fantasmatica è stato sempre preda.
In questo saggio (uscito nel 2022 in occasione dei cento anni dalla nascita di Pier Paolo Pasolini), Massimo Recalcati, psicoanalista, scrittore, docente universitario, fondatore di Jonas Italia e direttore dell’Istituto IRPA, sceglie di “rappresentare” il suo sguardo su Pasolini “portando in scena” una figura cara al teatro, qual è quella del “fantasma”: un’apparizione, uno spettro che, un po’ come quello dell’Amleto shakespeariano, condiziona profondamente l’esistenza e la poetica pasoliniana.
Massimo Recalcati
Etimologicamente la parola “fantasma” ci descrive un’immagine, un’entità, un pensiero che, per quanto sia percepibile, risulta però vuoto, sospeso in uno stato simile alla morte. Manca di vitalità, di fertilità, di corpo. Ecco allora che Massimo Recalcati, con appassionata lucidità, ci rivela come questa definizione “prenda corpo” nella persona e nel personaggio Pasolini. Un’ombra che, senza vibrare, riesce ad aver voce: spaventando e attraendo. Irresistibilmente.
Susanna Colussi e suo figlio Pier Paolo Pasolini
Qui in Pasolini, nell’intensa lettura di Recalcati, il fantasma “veste i panni” dell’ Origine. Un significante ed un significato che riverberano dall’estensione ancestrale di “un levarsi”, inteso come causa di un nascere. Una relazione con l’Origine, quella pasoliniana, che si cristallizza in una sorta di nostalgia opprimente e lacerante. Simbiotica.
Efficacissima la scelta della copertina: con quel graffio di una mano, artiglio bianco fantasmatico, che pare voler trattenere l’avanzare di Pasolini. Ma ancor più efficace la scelta dei colori. Solo sfumature di nero: un colore in perenne espansione e pronto ad inghiottire tutto. Elogio dell’eleganza e insieme espressione di quella mancanza, della quale si fa interprete il lutto. Quel lutto dell’Origine così difficile da elaborare per Pasolini.
Con il nero le cose sono sempre complicate: è una traduzione dell’assenza di luce. Mai totale, però: cromaticamente anche il Vantablack, il nero più assoluto, ne intrappola solo il 99,965 per cento dello spettro visivo. Inoltre, sia cosmologicamente che esistenzialmente è solo dal “buio” che può nascere la luce. E la copertina di questo libro, proprio nello scegliere una tecnica che ricorda quella del carboncino, sembra voler rappresentare l’elogio delle cose che possono avere un nuovo inizio. Ciò che il fuoco brucia può ancora essere causa (il carbone) di nuovi inizi. Mentre è in quelle sfumature di Kohl (la tinta caratteristica della polvere grigioscuro/nero dell’eyeliner degli egizi) e ancor più in quell’effetto fuliggine, che si ha il sentore di qualcosa che resta, quando tutto sembra essere andato perso.
Massimo Recalcati
Un lavoro questo di Massimo Recalcati che, con la capacità esegetica che contraddistingue la limpidezza dei suoi percorsi mentali, dà vita ad una narrazione che ci restituisce un Pasolini appassionatamente “commovente” e “misterioso”.
Lo sguardo cinematografico che permea la regia e impreziosisce la graffiante drammaturgia di Massimiliano Auci dà vita ad “un monologo a tre voci”, ricco in assolvenze e dissolvenze, echi e specularità.
Massimiliano Auci, autore e regista dello spettacolo “Medea, la divina”
In un efficace gioco di flash-back, il vissuto della “persona” Maria Callas finisce per fare da contrappunto a quello del personaggio “Medea” di Pier Paolo Pasolini.
Maria Callas
Entrambi rimandano, infatti, a una predisposizione delle due donne verso amori folgoranti per uomini carismatici ma poco disponibili a riconoscere il loro autentico valore, unitamente ad un particolare rapporto sventurato con i propri figli. Donne ostinatamente ambiziose e di successo ma penalizzate da un insano rapporto con il cambiamento.
Maria Callas in “Medea” di Pier Paolo Pasolini
È il vento ad aprire infatti lo spettacolo: un movimento vitale che allude all’energia che muove il corpo fisico, ma anche lo spirito, in un cambiamento continuo da uno stato all’altro. Perché così è la vita, dove tutto si muove tra continui equilibri e sconvolgimenti. Il piacere, il fastidio e la paura provocate dal vento porteranno l’attenzione sugli aspetti della vita delle due donne che sono ormai “maturi” per una trasformazione e quelli invece che seguono vie meno controllabili. Alle quali ci si dovrà adeguare, malgrado tutto.
Maria Callas
Evocativi e poeticamente onirici i corridoi di luce, sviluppati su diversi campi cinematografici, dove una giovanissima Ginevra Gemma, piena di grazia, osa farsi guidare dal lancio di un sassolino per saltare sulla vita.
Dagli scacchi del gioco della campana, tra assolvenza e dissolvenza, il passaggio è sulla cappa a scacchiera che veste la Medea-Callas, interpretata da un’appassionata Giovanna Cappuccio che, con fiera e fragile tragicità ha deciso di lasciare in eredità ai figli, privi di una madre, una città. Ma si spoglierà di questo proposito così come ora fa con la cappa che l’avvolge, quasi a rifiutare gli scacchi ricamati per lei dal destino.
Giovanna Cappuccio
In un interessante gioco a cerchi concentrici, il nuovo “habitus” della Callas-Medea, total black, ricorda quello sulla “de-formità” del Riccardo IIIshakespeariano: “io che non sono nata per i lavori nei campi…”. E’ una mancanza di quella “giusta forma” necessaria per essere riconosciute dagli altri ma soprattutto da loro stesse.
Giovanna Cappuccio
E così, Maria si lascia plasmare, “sempre indifesa”, dall’imprenditore Giovanni Battista Meneghini che la trasformerà da goffa donna a rilucente diva. Ma se ” arrivare è da molti, restare è per pochi! “. E così Maria (ma anche Medea) finisce per infilarsi in un illusorio mantenimento della continua perfezione che sfocerà in una vera e propria maniacalità.
Giovanni Battista Meneghini e Maria Callas
A una seducentemente subdola Giorgia Serrao sono affidati i contrappunti della madre e delle sfaccettature nascoste della diva indifesa e arrabbiata.
Giorgia Serrao
Finché non arrivano altri due nuovi occhi a voler plasmare la divina: quelli di un altro imprenditore: Aristotele Onassis. Una di quelle persone che pretendendo di essere amate, non sanno amare.
Aristotele Onassis e Maria Callas
Abbandonata, le serve una nuova identità: questa volta il nuovo “habitus” arriva da Pier Paolo Pasolini. Su di lei “cuce” il suo personaggio di Medea. Entrambi reduci dalla fine di un grande amore, si amano. Ma di amori diversi. Il vento continua a soffiare cambiamenti ma per Medea la divina saranno solo fratture.
Pier Paolo Pasolini e Maria Callas
Uno splendido ritratto al di là di della leggenda e al di là del divismo che, sempre con il giusto ritmo, porta lo spettatore a scoprire due nuove donne allo specchio. Nelle quali non è difficile trovare assonanze con i nostri vissuti.
LA PELANDA(Mattatoio), dal 31 Marzo al 2 Aprile 2023 –
L’ ACCADEMIA D’ARTE DRAMMATICA SILVIO D’AMICO ALLA PELANDA –
Esercitazione degli allievi del secondo anno del corso di regia dell’Accademia Silvio D’Amico Diploma Accademico di primo livello – A.A. 2022/2023 Supervisione artistica di Giorgio Barberio Corsetti
All’interno della cornice costituita dagli edifici del Mattatoio, dove il moderno stile industriale si mescola con le origini operaie del quartiere Testaccio, si inseriscono gli ampi spazi, di rara suggestione, de “La Pelanda”, originariamente destinati alla lavorazione dei suini.
In fondo, se “il teatro” è una città virtuale, nello stesso tempo “la città” è un teatro potenziale. E se le tradizioni, il tipo di vita, le strutture urbane di una città formano gli atteggiamenti dei suoi abitanti e disegnano, giorno dopo giorno, quegli aspetti caratteristici che rendono unici e irripetibili i luoghi, i quartieri e i cittadini, allora ognuno di noi recita la sua parte e la città assume l’aspetto di un grande palcoscenico naturale.
Una veduta del Mattatoio di Testaccio
E proprio qui, negli spazi urbani de “La Pelanda”, grazie alla collaborazione tra l’Accademia Nazionale d’Arte Drammatica Silvio d’Amico e l’Azienda Speciale Palaexpo, nei mesi di Marzo e di Aprile verranno ospitati due progetti di didattica e spettacolo. Saranno guidati rispettivamente da Giorgio Barberio Corsetti e da Antonio Latella.
Giorgio Barberio Corsetti, regista, attore e drammaturgo
Domenica 2 Aprile si è conclusa la terza replica dello spettacolo itinerante “Non è il mio cuore a perdersi, ma il mondo che lascio” (con ingresso libero fino a esaurimento posti). Il progetto era volto allo studio di tre testi di Pier Paolo Pasolini, messi in scena dagli allievi registi di II anno, con gli allievi del II anno del corso di recitazione: Studio su “Porcile”, allievo regista Sergio Biagi; Studio su “Histoire du soldat”, allieva regista Giulia Funiciello; Studio su “Pilade – Appunti da un’Orestiade pasoliniana”, allievo regista Mattia Spedicato.
Lunga, all’ingresso de “La Pelanda”, la fila per poter accedere allo spettacolo; di più quella della lista d’attesa di coloro (quasi totalmente giovanissimi) disposti ad attendere, pur rischiando di non poter entrare.
Condotti in uno dei locali predisposti per la rappresentazione, siamo stati fatti accomodare su cuscini a terra o su piccoli sgabelli disposti a semicerchio che facevano da contorno alla scena. Lì già stavano gli attori: sorpresi a terra da qualcosa che li aveva immobilizzati. Scalzi, tutti, e cinti in vita da una lunga e ampia gonna nera. Sono perfettamente armonizzati con i colori del nudo spazio che li ospita: il nero del fondale e delle porte e il colore della chiara “terra” del palco, delle pareti e della loro pelle.
Calato il buio, una donna in bianco fa il suo ingresso: elegantemente, quasi fosse una diva. Come per azione di uno zoom, giunge al nostro cospetto: i suoi occhi lampeggianti vendetta e la sua voce cruda unitamente alle sue parole colme d’ira, ce la rivelano una furia. Ora è chiaro: lo spettacolo itinerante prende avvio con la rappresentazione del progetto: “Studio su Pilade: appunti da un’Orestiade pasoliniana” dell’allievo regista Mattia Spedicato.
“Pilade” di Pasolini rappresenta un’ideale continuazione dell’ “Orestea” di Eschilo: dopo l’uccisione di Egisto e Clitemnestra, il popolo di Argo è in attesa di nuove autorità, allorché arriva Oreste, che spiega al Coro di essere stato ispirato da Atena, dea della Ragione: dea nuova e senza memoria. Oreste decide di cambiare le istituzioni della città e dà incarico all’amico Pilade di organizzare per la prima volta libere elezioni.
Queste danno luogo ad un nuovo benessere economico ad Argo, anche se arriva notizia che alcune Eumenidi relegate sulle montagne come divinità benigne si stiano trasformando nuovamente in Furie. E proprio una di loro scende in città (della quale noi del pubblico rappresentiamo gli abitanti) per ammonirci, a mo’ di prologo, di ciò che accadrà: un mattatoio umano. Chiari sono i presagi: dolore si sta preparando. La terra, ovvero i contadini bloccati a terra, si scuote alle sue parole.
Al suo uscire entrano Oreste (in tailleur borghese) e poi Elettra, dal capo velato di nero: “la monaca”. Ma ad entrare c’è anche qualcuno che tende a posizionarsi ai margini della scena, arrivando anche tra noi del pubblico. Uno che osserva da vari punti di vista, da varie prospettive. E non parla. Veste anche lui un tailleur: nero, però. Anche cromaticamente, oltre che prossemicamente, ci arriva il senso di un “diverso”. Di uno che ha cambiato idea. Di uno che trova il coraggio e l’urgenza di opporsi con un’insolita rabbia.
È Pilade: l’uomo “che sapeva tacere” e per questo era ritenuto “pieno di grazia”. Collaborativo. Ora, invece, va tenuto sotto controllo da quella nuova “mente” alla quale si obbedisce abdicando al proprio pensiero critico. Molto suggestiva la scena che vede Pilade “un caso” da analizzare con tante luci subdolamente “velate”. Così come efficacemente cinematografica risulta la scena che fa di Athena una star degli Anni ’50, che con seducente narcisismo riesce a farsi seguire da un sagomatore. E si duole di essere solo una dea e non un’idea. Cancellata è ormai qualsiasi dialettica. Complice un raffinato disegno luci che si rivela capace di veicolare, come un contrappunto alla narrazione, la densità dei diversi stati d’animo.
Con gli allievi del secondo anno del corso di recitazione del diploma accademico di primo livello: Eleonora Bernazza, Ludovica Cerioni, Andrea De Luca, Riccardo Di Cola, Giuseppe Palmese, Stefano Poeta, Vittoria Salamone, Alice Sellan, Leonardo Simone, Ana Trif. E con l’allievo diplomato Renato Civello.
Invitati a spostarci in un altro spazio de “La Pelanda”, veniamo condotti in una sala dove ci aspetta un soldato di ronda. Intuiamo di essere immersi nel secondo studio “Histoire du soldat” dell’allieva regista Giulia Funiciello. Noi del pubblico cingiamo la scena sempre a mo’ di semicerchio. Questa volta siamo testimoni dell’incomunicabilità esistente tra il soldato e una ragazza che, pur essendo a lui prossemicamente adiacente, preferisce indossare delle cuffie che la isolano dal reale. Per ascoltare musica. O forse no. A rompere il loro isolamento, l’arrivo di un altro soldato, ebbro dell’innocente assaporamento della piccola-grande libertà di una licenza. La sua musicalità del gesto e della parola gli permette di entrare in relazione con entrambi: sa come corteggiare il collega e come la ragazza. E lui stesso si presta a essere sedotto dalle richieste altrui: “soname mentre magno Ninè !”. È un bisogno umano essere desiderati dal desiderio dell’altro. Ma c’è chi se ne approfitta: qualcuno che elegantemente vestito si aggira subdolamente tra loro, per scoprire come condurli da un’altra parte. Come è successo “co a cirioletta”, il pane dei poveri, così l’attenzione di Ninetto (questo il nome del soldato in licenza) viene attratta e spostata (anche logisticamente) su un nuovo spazio, morfologicamente “a specchio”, da dove si intravedono piatti colmi di leccornie. Ninetto è tentato: va e invita anche noi a seguirlo. Andiamo.
Scopriamo allora che si tratta di uno spazio contiguo, sul fondale del quale va in scena, proiettata, “la parola” di Pasolini. Che nessuno ascolta: né Ninetto, soddisfatto e lusingato nella sua “fame”; né tantomeno quel tizio che poco prima subdolamente si aggirava nell’altro spazio e che ora mangia apparentemente condividendo lo stesso cibo di Ninetto. Ma la sua prossemica parla di un’eloquente distanza. Intanto noi del pubblico prendiamo posto in platea posizionandoci tra Ninetto, che è sul palco, e quel tipo, che Ninetto ingenuamente chiama “Sor Maè”: il diavolo del consumismo.
La sua “proposta indecente” arriva al momento giusto: quando Ninetto ha soddisfatto “la fame” di cibo e di donne . Queste ultime lo appagano, al di sopra di ogni sua aspettativa, nella sua esigenza di virilità e nell’entrare a far parte del tanto vagheggiato mondo dei media. Si tratta di dedicare solo un giorno della licenza per restare lì con Sor Maé ad insegnargli a suonare il violino. In cambio Sor Mae’ gli insegnerà a leggere (facendo ben attenzione, però, ad escluderlo dalla comprensione dei testi. Troppo pericoloso lasciar pensare le persone con la propria testa!).
Innocentemente sedotto dalla “fama” derivante dalle continue presenze televisive, Ninetto non si rende consapevole che “il diavolo” può essere anche un concetto, un pensiero dominante e che il male può cambiare aspetto con il mutare dei tempi. Spenta la capacità di giudizio critico necessaria per riuscire ad accorgersi della manipolazione, anziché un giorno Ninetto trascorre lì un anno. E come disertore viene arrestato.
Ma “il diavolo della TV” preferisce di gran lunga che sul potere dell’orecchio domini quello dell’occhio: così Ninetto “vedendo” che il diavolo riesce a liberarlo da (quelle) manette, continua a credere “solo” ai propri occhi. Ma il colpo finale sta per scattare e oltre ad essere beffato Ninetto scoprirà che ciò che ha davvero valore è quello che lui già aveva e ingenuamente ha finito per cedere al diavolo: il saper suonare. Il potere dell’orecchio. Interessante in questo studio la scelta dei due spazi scenici “osmotici”: un insolito teatro nel teatro.
Con gli allievi del secondo anno del corso di recitazione del diploma accademico di primo livello: Francesca Iasi, Negrar Mojaddad, Juan Moro, Edoardo Raiola. E con l’allievo diplomato Luca Carbone.
L’ultimo percorso ci conduce alla terza sala: quella che ha ospitato la rappresentazione “Studio su Porcile” dell’allievo regista Sergio Biagi. Qui lo spazio scenico è rappresentato da un palco in terra, anzi in grani, che si presta anche alla suggestione di “un ring”, dove sembrano ospitati, ma in realtà lottano, due oggetti dal valore fortemente simbolico: un megafono (simbolo di una comunicazione manipolante, omologante e ossessivamente ripetitiva) e un libro (simbolo di una comunicazione aperta alla diversità delle possibili letture).
Julian, il protagonista, dichiara fin da subito: “io non so chi sono”. Il senso d’identità e l’autostima sono doni sociali ma i suoi genitori sono distratti da altro: la loro azienda e gli ambigui traffici con gli ebrei. Perfettamente inseriti nella mentalità del consumismo, non hanno tempo né autentico interesse altruistico verso il proprio figlio. La loro prossemica parla chiaro: sono seduti tra noi del pubblico, quali semplici “spettatori” passivi di ciò che avviene nella vita di Julien. Si alzano ed entrano in scena solo quando risulta necessario proteggere i loro affari, o per giustificarsi nei confronti di un figlio che non ubbidisce ma nemmeno disubbidisce.
La regola è tacere: che non se ne parli.
Julian è nato il primo giorno di primavera: un momento di transizione potentissimo, che segna il passaggio dal buio alla luce, dal freddo al caldo e che per questo è considerato rigenerante. Julian però sembra rimanere intrappolato, un po’ come Proserpina in questa transizione, propendendo cronicamente verso un’apatia che tradisce solo con una fortissima attrazione verso i maiali.
Ha una cara amica innamorata di lui: Ida, che tenta di sollevarlo da questo torpore. Ma Julian dice di non desiderare nulla di più che il torpore (e il porcile). Così si sente bene. Neanche gli ideali della politica lo solleticano: inutile andare a combattere “i vecchi” borghesi insieme ai “nuovi” borghesi. La situazione peggiora quando Julian cade in coma: per lungo tempo giacerà steso a terra come crocefisso. Unica tensione vitale: i pugni chiusi.
Si riprenderà e con Ida troverà il coraggio di chiarirsi, almeno parzialmente. Lei si sposerà con un altro e lui, anziché tornare al suo “menage” adorato, andrà al porcile sì ma questa volta, per una vocazione al martirio, ad offrirsi in pasto ai maiali. La vita è bella oppure è terrorizzante. Il “diverso” non può essere accettato.
E visto che di Julian non è rimasto niente, il nuovo socio del padre gli chiederà il silenzio su questa vicenda. E’ la dittatura del conformismo. E pensare che invece “… tutto è santo, tutto è santo, tutto è santo. Non c’è niente di naturale nella natura, ragazzo mio, tientelo bene in mente. Quando la natura ti sembrerà naturale, tutto sarà finito – e comincerà qualcos’altro…” (Medea, prologo). Interessante, in questo lavoro, lo studio fatto sulla prossemica.
Con gli allievi del secondo anno del corso di recitazione del diploma accademico di primo livello: Alessandro La Ginestra, Michele Montironi, Arianna Pozzi, Dario Schutz, Virginia Sisti. E con l’allievo diplomato Davide Fasano.
Scene Massimo Troncanetti Costumi Francesco Esposito Suono Franco Visioli Video (per il progetto Histoire du soldat) Igor Renzetti DirettorediscenaeLuci Camilla Piccioni Assistenteallaregia Luigi Siracusa Fonico Akira Callea Scalise Sarta Loredana Spadoni Foto Manuela Giusto Ripresevideo Carlo Fabiano
La nostra identità è davvero espressa dal nostro nome proprio ? E come potrebbe ? Il nostro nome è scelto da altri, i nostri genitori, che inevitabilmente finiscono per caricarlo di tutte le loro aspettative. E’ un po’ come se già prima di nascere “venissimo scritti” da altri . Ma a noi resta ancora la libertà di scrivere qualcosa di “davvero nostro” .
Paolo Vanacore, autore del testo dello spettacolo “Bambola, la strada di Nicola”
Questo ci ricorda il testo pieno di bellezza “Bambola, la strada di Nicola” scritto da Paolo Vanacore, interpretato con estroso ardore da un poliedrico Gianni De Feo e musicato dal Maestro Alessandro Panatteri.
Il Maestro Alessandro Panatteri
Nicola è il nome di ripiego di Nicoletta (Strambelli, in arte Patti Pravo) la dea adorata dalla madre di Nicola: quel tipo di donna che la mamma non era riuscita ad essere. Ma ora poteva riuscirci sua figlia: si sarebbe chiamata come lei, Nicoletta, e avrebbe ereditato la sua stessa personalità: libera, vera, autentica. La signora non lascia minimamente spazio, tra le sue aspettative, alla possibilità di poter dare alla luce un figlio. Quando accade se ne dispera. E non smette di farlo, silenziosamente, per tutta la vita.
La cantante Patty Pravo
Tra frustrazione e inevitabile assecondamento, Nicola cresce. Ma già da bambino inizia a sentire “di essere chiamato” per lasciarsi andare in un’altra direzione. Il primo segnale lo sperimenta nei momenti in cui suo padre, che non nutre invadenti aspettative su di lui e lo ama così com’è, riesce a ritagliarsi degli spazi da dedicargli. Quando cioè, soliti stendersi a terra, il piccolo Nicola ama chiudersi in posizione fetale all’interno del corpo di suo padre, come in un guscio. Quasi l’immagine di una nuova gestazione.
“Un paradiso tu vivrai se tu scopri quel che hai…” . Scoprire ciò che si ha, scoprire il proprio “valore”, la propria autentica identità e potervi accedere per “realizzarsi” come persona: questo cantava Patty Pravo, un’avanguardia negli anni ’60. Ma quanta (apparente) sicurezza siamo disposti a cedere per non tradire il nostro desiderio, il nostro talento, senza farlo dipendere totalmente dagli altri ?
Gianni De Feo, interprete e regista dello spettacolo “Bambola, la strada di Nicola”al Teatro Lo Spazio
Il padre di Nicola muore quando lui ha solo sette anni e dieci anni dopo sua madre sceglie di suicidarsi. Nicola resta orfano e qualcosa, già vivo in lui, inizia a prendere forma: Bambola. Un nome che Nicola sceglie pensando a quel tipo di donna cantato da Patty Pravo. Una donna che aspetta godottianamente qualcosa che deve arrivare e che con sensibilità leopardiana non può fare a meno di rivolgersi alla Luna per constatarne però ogni volta il suo disinteresse.
Gianni De Feo, interprete e regista dello spettacolo “Bambola, la strada di Nicola” al Teatro Lo Spazio
Una storia avvincente, personale e insieme universale, immersa nella Roma degli Anni ’60, dove nelle periferie si vivevano i fermenti dei moti di emancipazione: il femminismo, la libertà sessuale, la contestazione giovanile. Periferie laboratorio, dove Pasolini ambientava, tra l’altro, le interviste dei suoi “Comizi d’amore”. Tra le voci di un’umanità che inizia a trovare l’ardire di parlare di sessualità, intervistato è anche un Giuseppe Ungaretti che dichiara che in amore non esiste un concetto di “normalità” che lega gli uomini alla propria natura. A salvarci è solo uno “sforzo di poesia”.
Giuseppe Ungaretti e Pier Paolo Pasolini in “Comizi d’amore”
Poesia che Gianni De Feo dimostra di saper portare in scena: sua infatti è la capacità di utilizzare il corpo per catalizzare l’attenzione per poi scoccare il dardo dell’emozione sul pubblico. Con grande controllo di gestualità e mimica: senza mai incorrere in eccessi.
Gianni De Feo, interprete e regista dello spettacolo “Bambola, la strada di Nicola”al Teatro Lo Spazio
La cifra stilistica di Gianni De Feo trova espressione in una capacità registica ed attoriale sincretica, che si avvale della complice sinergia di linguaggi diversi. La canzone, ri-arrangiata per essere messa al servizio dell’interprete ad esempio e’ una componente drammaturgica imprescindibile che, unita alla lingua da proscenio, dà vita ad una proposta di teatro canzone davvero molto interessante. Frutto della particolare affinità tra Gianni De Feo, Paolo Vanacore (autore del testo), il Maestro Alessandro Panatteri e Roberto Rinaldi (curatore delle scene e dei costumi).
Gianni De Feo, interprete e regista dello spettacolo “Bambola, la strada di Nicola”al Teatro Lo Spazio