Recensione dello spettacolo VENERE E ADONE – Siamo della stessa sostanza di cui sono fatti sogni – di e con Roberto Latini –

TEATRO VASCELLO, Dal 6 all’8 Maggio 2022 –

L’amore nasce dal caso e può diventare un destino. Per un caso Venere s’innamora perdutamente di Adone: per baciarla, suo figlio Cupido, le si avvicina troppo e per errore una freccia parte dal suo arco. È un amore non ricambiato quello di Venere ma che ugualmente altera il respiro, fa ansimare, produce pensieri ossessivi, mette le ali, fa cadere.

Roberto Latini

Di ferro sono le ali immaginate dal regista Roberto Latini, collegate ad una cassa toracica anch’essa di ferro. Così come l’arco, che nasce da una fusione con l’asta del microfono, metamorfico oggetto di scena. Questo è il suo Cupido: appesantito, rigido e insieme languido. Innamorato della sua mamma. Quasi geloso. Anche lui patisce un amore non ricambiato, anche lui ansima e parla dell’angoscia della libertà, come nella celebre aria di Händel:

“Lascia ch’io pianga

Mia cruda sorte

E che sospiri la libertà!”

E che sospiri

E che sospiri la libertà!”

Roberto Latini

I suoi piedi poggiano su di “un indegno tavolato” ridotto, o amplificato, a una minuscola pedana ospitante la sua tecno-orchestra, replicante ossessive, lacerate e distorte sonorità. È il tormento dell’amore, che ci trova e ci lascia disarmati. Senza parole, senza un senso: “mi è cresciuto dentro un vuoto … come mai, non so dirlo, non so dirlo, ancora”. È l’ambivalenza del potere dell’impotenza, che ci strugge e ci affascina. E ci sorprende a dire sempre “ancora”. Così si chiude il primo capitolo del racconto del regista.

Roberto Latini

Latini immagina che ciascuno dei personaggi coinvolti nel mito desideri raccontare la propria narrazione al pubblico. La ricerca di questa intimità è necessaria, urgente e sentita da tutti, anche dal cinghiale che ferì mortalmente Adone. Con un guizzo di genialità, Latini lo fa entrare in scena nelle vesti di Riccardo III, cinto da una corona di freccette. È l’antagonista dell’arciere Cupido. Lui che pare centrare ogni bersaglio che si prefigge ma che alla fine resterà vittima di una freccia altrui.

Pronuncia il suo più famoso monologo con il ritmo trotterellante di un solitario cinghiale prima che punti il bersaglio e galoppi lungo la sua rossa e rettilinea traiettoria (qui immaginata come un lungo red carpet) ad azzannarlo. Latini ci restituisce l’immagine di un uomo immerso nel risuonare ossessivo della parola RE, suffisso di altre parole, come ad esempio re-spiro, anche lui, a suo modo, vittima di un amore negato, a causa delle sue forme.

E allora, quasi come in un quadro di Chagall, scopriamo un uomo leggero nella sua pesantezza, maneggiare un arco come un violino e viceversa. Un uomo sprofondato e sollevato nel seguire ossessivamente la parola MI, se stesso: mi accorgo, mi fingo e poi però ti spingo, ti infilzo, ti piango, t’ammazzo. E ti abbraccio.

Al suo uscire entra un tipo in vestaglia di seta, con fantasie giapponesi (ovviamente sempre il metamorfico Latini) . Si siede su un Chesterfield gonfiabile. Ai suoi piedi una glacette di plastica (un secchio), in distratto ascolto di una specie di karaoke di pensieri, proiettati su schermo. Una lettera d’addio. La brutta copia di un commiato d’amore. È Adone. Dietro di sé Venere, che lo invoca da un giradischi che suona:

“… c’è solo mezza luna stanotte

Niente può accadere

Perfino lontano da niente succede qualcosa.

Ma non qui…”. 

“Siamo della stessa mancanza di cui sono fatti i sogni”. E quella che vediamo nel capitolo successivo è una Venere ridotta quasi alla condizione di barbona. Coperta di stracci, ha perso l’eleganza del suo incedere. E trascina un carrello della spesa in cerca di cibo. Perché l’amore è mancanza: Eros nasce in una notte d’amore rubato da Penia (la dea della povertà) a Poros (colui che è la Via), dormiente ubriaco, compagni nel mendicare briciole, alla fine di un banchetto al quale non erano stati invitati. Qui, nel carrello della spesa di Venere, c’è solo qualcosa di secco, ricordo o speranza di ciò che poteva essere vivo e pulsante.

Il racconto si chiude con il capitolo intitolato “Chiunque”, affidato ad un cane telecomandato: in amore noi non abbiamo nessun controllo di noi stessi. Qualcun altro ci accende. E ci spegne.

Roberto Latini. Foto ©Masiar Pasquali

Roberto Latini non smette di sorprendere come interprete e come regista. La sua è una sensibilità piena di estro che incanta e scuote la platea (di giovanissimi).


Recensione di Sonia Remoli

Recensione dello spettacolo IN EXITU – di Giovanni Testori – regia di Roberto Latini

TEATRO VASCELLO, dal 3 al 5 Maggio 2022 –

Quella che il talentuoso regista, attore e drammaturgo Roberto Latini porta in scena al Teatro Vascello di Roma fino a stasera, è la via crucis  a cerchi concentrici della “passione” del tossico omosessuale, della Milano degli anni ’80, protagonista dell’ultima opera di Giovanni Testori “In exitu” .

Roberto Latini

La scena si apre e si chiude con il passaggio di dolci raffiche di soffi vitali (e mortali) che sconvolgono bianchi teli.  Quasi a ricordarci che osmotico è il passaggio tra la vita e la morte. E che basta una luce che entra di taglio per proiettare ombre su quel bianco abbacinante.

Il protagonista Rivolsi Gino entra in scena, ovvero in un bagno della Stazione Centrale (suggestivamente evocata da un fumoso binario in proscenio), con una postura che non lascerà quasi mai per tutto lo spettacolo e che lo rende quasi la personificazione dell’asta-microfono che non smetterà di impugnare.

Roberto Latini

Come lei  resta piegato a 45 gradi  fino a raggiungere, nei momenti di maggiore travagliamento fisico e mentale, anche angolazioni più feroci. Quasi come in un virtuosismo allucinogeno da star del rock. Pavimento del peso delle sue parole, un frammentato tappeto di materassi nei quali affonda e sprofonda con una fatica che riesce a vivere anche lo spettatore.

Sarebbe bastato abbassarli ma invece lui li sfila via e li tiene in mano, i pantaloni. Le sue gambe, per noi, sono il suo volto (che invece resta quasi costantemente rivolto verso il basso, per la contorsione posturale): dalla loro tensione nervosa e muscolare ricaviamo segnali con i quali entrare in empatia. Fino a diventare panicamente “goccia” con la sua “goccia” ; respiro con il suo respiro. 

Roberto Latini

I suoi passi, o meglio il suo affondare e il suo sprofondare, sono i suoi pensieri: ossessivi, compulsivi. Strazianti come una confessione, o accorate come una preghiera, le invocazioni alla madre, al padre, agli angeli, al water. E insieme comico-grottesche: vagamente, a tratti, petroliniane. Assurdamente comiche.

Nonostante l’incomprensibilità: orrendamente insopportabile, anche fisiologicamente. Un pastiche  di inflessioni dialettali, di termini dedotti dallo spagnolo, dal francese, dal latino, e non pochi neologismi. Lo sperimentalismo linguistico testoriano, viene ulteriormente approfondito da Latini, con particolari ricerche di vocalità e di linguaggio.

Una lingua lacerata ma sempre sorprendente e straordinaria. Continuamente strappata metricamente, in disequilibrio. Flagellata. Straniera. Intraducibile ma respirabile. E alla fine, come in un’emanazione divinamente umana, comprensibile: “quanti l’indomani si affrettarono ai treni, lo videro coperto da un lenzuolo bianco. La barella attraversò tutta la stazione con una sorta di luce, che pareva sollevarsi dal cadavere”.

Roberto Latini 

Come deposto dalla croce, quel che resta di una fusione chiasmica tra Riboldi Gino e Latini Roberto, ci si offre nel massimo della gratitudine: con il più estremo degli inchini.

Come a dire “tenez !” ( Prendete !).

Tra sacralità eucaristica e sacra laicità sportiva, alla fine del rito teatrale si rivela l’ostensione della parola-palla da tennis.

A noi, ora, il servizio.

Qui maggiori informazioni su Roberto Latini


Recensione di Sonia Remoli

La tempesta

TEATRO ARGENTINA, Dal 28 Aprile al 15 Maggio 2022 –

Apre lo spettacolo un nero roboare di tuono, punteggiato solo dalle piccole luci delle applique dei palchetti: stelle di un insolito firmamento. L’ alzarsi del sipario rivela una situazione atmosferica e psichica primordiale, dove un conico fascio di luce infilza dense e frattaliche nuvole di fumo. Grida di uccelli anticipano l’ascesa di una gigantesca luna di tulle nero: sipario di nuovi sconvolgimenti.

Il regista Alessandro Serra ci trascina quasi dentro a un quadro, ad esempio “Pescatori in mare” di William Turner, dove l’imbarcazione è simboleggiata dal fluttuare danzato di uno spirito dell’aria. La luna nera accoglie, modellandosi e rimodellandosi, tutto l’impeto del vento e dà avvio alla sua metamorfosi. Si fa liquida, assorbendo anche l’irruenza dell’acqua, fino a scomporsi in onda proprio nell’attimo in cui si avvicina troppo alla Terra. Scroscia il primo fragoroso applauso.

William Turner, Pescatori in mare, 1796

Al termine della tempesta, la scena si apre su un’isola rappresentata da un semplice rettangolo di tavole, dove udiamo Prospero dire di aver scatenato “per puro caso” tutto questo. Prospero, con la sua narrazione, incanta l’amata figlia Miranda, nell’orecchio della quale versa parole che destano l’etimologica meraviglia che la caratterizzano. Suggestivamente shakespeariana la scelta prossemica del regista, che ci propone il colloquio tra i due immaginando Miranda stesa a terra su un fianco, nel massimo della ricezione uditiva: con un orecchio riceve le parole del padre seduto dietro di lei, con l’altro si appoggia ad una conchiglia che le fa come da cassa di risonanza.

Serra ci propone un Prospero quasi nelle vesti di schermidore, teso a proteggersi dalle proprie, più che dalle altrui, intemperanze. Può contare sull’aiuto di una deliziosamente insinuante Ariel, che riesce con tenera eleganza (quasi come la Titty di Gatto Silvestro) a piegarsi e ad infilarsi, anche fisicamente, ovunque lui voglia. Solo lei può plasmare quel che resta della Luna, trasformandolo in un nuovo mare, in coltre o in un elegante abito nel quale ingabbiarsi e poi librarsi.

Da una feritoia di luce prende corpo il luciferino Caliban, che lamenta il passaggio da “re di se stesso” a servo di Prospero. Il rapporto nostalgico con il sacro permea tutto: dall’adattamento al disegno luci. Il valore simbolico della figura geometrica del triangolo (che rimanda alla spiritualità) si ritrova ad esempio in alcuni abiti di Caliban, oppure nei triangolari coni di luce da cui è sempre abitata la scena: questi sembrano conficcarsi in un tempo reale e insieme ancestrale. Un tempo indefinitamente lontano eppure così presente, tanto da vibrare meraviglia. 

Ambiguo e affascinante è il tempo del sonno che qui, come in altri spettacoli di Serra, assume un valore potentissimo. Tempo, sì, in cui il corpo si ritempra e il cervello rielabora tutti i dati e gli stimoli ricevuti durante la veglia. Ma soprattutto tempo che si sposa ad una morte momentanea: Hypnos, dio del sonno, e Thanatos, la Morte, erano fratelli gemelli e figli di Nyx, la notte. Il sonno di Serra si consuma su un fianco (“dando il fianco”, come a rappresentare la massima delle vulnerabilità) e porgendo l’orecchio a ciò a cui di giorno preferiamo non prestare attenzione.

Il tempo del mito torna anche nella rappresentazione dell’Amore: il regista mette in scena oltre all’amore eroticamente romantico di Miranda e Ferdinando, messo alla prova dal padre di lei e rappresentato come un gioco altalenante intorno ad un’asse di legno, anche quello descritto ne Il Simposio di Platone. Coinvolge Caliban e Trinculo: il loro incontrarsi assume la forma di quella fusione indivisibile rappresentata dagli uomini-palla, che solo successivamente furono separati da Zeus. E poi va oltre, coinvolgendo anche Stefano: di nuovo l’allusione è alla forma geometrica “sacra” del triangolo.

Uno spettacolo che sa ammaliarci e turbarci parlandoci della difficile gestione del potere da parte degli uomini: un potere che “nasce dal desiderio e dalla ricerca dell’intero e che si chiama Amore”. E la cui massima espressione è il perdono. E poi, soprattutto, ci parla del potere del Teatro: un omaggio al teatro con i mezzi del teatro, trucchi da due lire che però possiedono una forza che trascende la realtà .

Questo testo, con il quale Shakespeare si commiata dalle scene, sembra porci di fronte alla domanda: siamo davvero liberi di scegliere se vendicarci o perdonare? E la libertà, è davvero ciò che desideriamo? I momenti più speciali dello spettacolo, che danno la cifra della rilettura di Alessandro Serra, forse sono quelli senza dialoghi dove emerge, con una chiarezza che a volte toglie il fiato, lo straordinario modo con il quale gli attori occupano il quadrato della scena: attraverso il potere evocativo di ogni gesto e la forza sovrannaturale della presenza. “E’ lo spirito del teatro” – direbbe Ariel: è l’arte della drammaturgia, capace di plasmare l’immaginario e creare così l’uomo.

Le canzoni di Pasolini

TEATRO VASCELLO, Dal 21 al 24 Aprile 2022 –

Intermittenze del cuore: così Pier Paolo Pasolini amava definire le canzoni.

Lo conosciamo come poeta, innanzi tutto, ma la sua vastità d’interessi lo portò ad essere anche romanziere, saggista, regista cinematografico, autore teatrale, sceneggiatore, pittore. E poi c’è la musica. Pasolini suonava il violino ed ebbe un periodo di infatuazione totalizzante per la musica, in Friuli, mentre infuriava la Seconda Guerra Mondiale. Era ossessionato da Johann Sebastian Bach, nella cui musica trovava il punto di congiunzione tra i due poli di una dialettica della passione, opposti e contraddittori ma sempre in relazione. Sarà poi negli anni Sessanta, ormai cittadino di Roma, a dedicarsi alla scrittura di testi per canzoni: quelle che lui definisce “poesia folclorica” e che raccoglie nella poderosa antologia della poesia popolare “Canzoniere italiano” . Ma è solo l’inizio di un lungo percorso di collaborazioni e di esplorazioni musicali.

In occasione dei 100 anni dalla nascita, dopo i debutti a Casarsa e a New York, dal 21 al 24 Aprile il Teatro Vascello offre la possibilità di rivivere la magia delle “intermittenze del cuore” pasoliniane attraverso lo spettacolo-concerto “Le canzoni di Pasolini”: quattordici pezzi arrangiati dal Maestro Roberto Marino e interpretati a tutto tondo da Aisha Cerami e da Nuccio Siano, che ne firma anche la regia.

Le appassionanti e appassionate voci dei due protagonisti, sono accompagnate dal Maestro Roberto Marino al pianoforte, da Andrea Colocci al contrabbasso e da Salvatore Zambataro alla fisarmonica e al clarinetto. Sul fondale, la video proiezione, realizzata dal regista cinematografico Daniele Coluccini, fa scorrere preziose immagini di archivio che raccontano la vita di Pasolini.

La figlia del grande scrittore e sceneggiatore Vincenzo Cerami, amico di Pasolini e divulgatore delle sue opere, definisce questi brani “vere e proprie storie: “cantare Pasolini significa interpretare dei ruoli”. In queste serate i ruoli che lei interpreta sono quelli di prostitute: donne di strada ma ribelli e forti. “Tecnicamente queste canzoni sono una sfida – continua l’interprete – prevedono pathos e delicatezza. Essendo canzoni-personaggio occorre lavorare molto sui cambi di registro”. Nel caso del “Valzer della toppa” il tono trasmette tutta la forte energia vitale del mondo di borgata:

“Me so’ fatta un quartino | m’ha dato alla testa, | ammazza che toppa!… An vedi le foce! | An vedi la luna! | An vedi le case!… Me so’ presa la toppa | e mò so’ felice!”. 

Ne la “Ballata del suicidio”, invece, la vitalità e l’energia del mondo di borgata sono ormai soppresse e la voce della donna è schiacciata e rassegnata, incapace di reagire alla durezza della vita e al mutamento che investe e cancella il suo mondo. 

Ad aprire lo spettacolo la voce del poeta nei versi della sua “Meditazione orale” sulle note di Ennio Morricone, in un’incisione del 1970 realizzata da Roma Capitale. Poi, l’avvio dello snodarsi della selezione dei brani, a testimonianza del profondo rapporto di Pasolini con la musica. Canzoni scritte per il cinema, canzonette scritte per puro piacere, poesie messe in musica. Alcuni brani sono molto famosi come i titoli di testa del film”Uccellacci e uccellini”, interpretati dalla voce di Domenico Modugno, così come il brano “Che cosa sono le nuvole?” . Tutti portano la firma di grandi musicisti: da Morricone, Hadjidakis e Umiliani a Endrigo, Modugno e De Carolis.

L’interpretazione e gli arrangiamenti dei quattordici brani (tra cui cinque inediti del Maestro Roberto Marino) riescono a trascinare perdutamente lo spettatore, attraverso il percorso storico-emozionale proposto da questo incantevole spettacolo-concerto. 

Così, nel pieno rispetto del valore che Pasolini attribuiva al pensiero musicale, dove alla musica e ai suoni annidati nelle parole risiede la capacità di oltrepassare i confini visibili del reale, evocarne il mistero e condurre l’espressione a un livello così complesso e profondo da fargli dire : ” …vorrei essere scrittore di musica, vivere con degli strumenti dentro la torre di Viterbo che non riesco a comprare ….”.

La classe

TEATRO QUIRINO, dal 19 al 24 Aprile 2022 –

Società per Attori   Accademia Perduta Romagna Teatri   Goldenart Production
presentano


LA CLASSE


di Vincenzo Manna
regia GIUSEPPE MARINI

con
CLAUDIO CASADIO  ANDREA PAOLOTTI  BRENNO PLACIDO
EDOARDO FRULLINI  VALENTINA CARLI  ANDREA MONNO
CECILIA D’AMICO  GIULIA PAOLETTI

scene Alessandro Chiti

costumi Laura Fantuzzo
musiche Paolo Coletta
light designer Javier Delle Monache

regia GIUSEPPE MARINI

Siamo davvero così al sicuro in “una classe” ? A che prezzo ?

Un giovane insegnante di Storia (un ardente in entusiasmo Andrea Paolotti) si trova in aula quelli che sono risultati i peggiori della “classe” (gli esplosivi Brenno Placido, Edoardo Frullini, Valentina Carli, Andrea Monno, Cecilia d’Amico, Giulia Paoletti), i più in-disciplinati, gli in-classificabili e, come tali, relegati “fuori dalle mura” di una convenzionale nomenclatura scolastica. Microcosmo di un più ampio macrocosmo: quello che coinvolge la città, tesa prepotentemente a “separare” quello zoo di umanità diversa che non è più sufficiente relegare vicino al fiume e che si sta confinando dentro alte mura.

Ma “classificare” significa davvero mettere ordine?

All’apertura del sipario, il regista Giuseppe Marini ci presenta una duplice situazione: uno spazio chiaro e definito, quello del proscenio, e poi uno spazio retrostante (delimitato da un velatino) nebuloso, oscuro, confuso.

Dal proscenio avanza il Coro (un intenso Claudio Casadio), a dare avvio allo spettacolo con un insolito e arguto Proemio, incentrato su una metafora zootecnica: quella del comportamento delle galline, una “classe” così insospettatamente simile a noi uomini. Appartengono le galline al genere dei volatili ma non sanno volare: non solo a causa delle loro ali troppo piccole ma anche perché vivono nel “sospetto”. Cercano una vita tranquilla e per questo vivono in gruppo, organizzate in ruoli ben definiti. Appena qualcosa esce fuori dai confini di quella che loro hanno individuato come “normalità”, il gruppo diventa crudelmente razzista. Ad esempio, se una gallina si ammala si inizia a bullizzarla: beccandola. Continuamente. Fino a condurla verso la morte. A quel punto, se riescono, la portano definitivamente “fuori”; altrimenti è il gruppo delle “sane” a spostarsi. Lo fanno per “proteggere” il gruppo della malattia.

Il velatino se ne va e ci si rivela un’aula dallo stile architettonico razionalista, al cui interno regna il caos. Le pareti imbrattate e ingiallite di ombre e di polvere ricordano le “Delocazioni” di Claudio Parmiggiani; fogli di carta e libri, ormai stracciati, perdono il loro posto sui banchi per finire a terra, a costituire un nuovo pavimento, calpestato con noncuranza. Mutano le funzioni dei banchi, sui quali ci si siede, e delle sedie divenute poggia-piedi. Entrambi pronti ad essere ripetutamente cavopolti, rovesciati.

Una scenografia, quella di Alessandro Chiti, che sa rendere con efficacia, anche estetica, il taglio che il regista Claudio Marini ha scelto di dare allo spettacolo e che può essere racchiuso nello scambio di battute tra l’insegnante e un’allieva: -“Hai visto gli altri?” -“Chi sono gli altri?”

Uno spettacolo attualissimo, profondo, elegantemente crudo, accattivante. 

Interessante la struttura narrativa: una successione di quadri temporali ed iconografici, costruiti quasi come capitoli di un libro. Salvato dall’essere stracciato e buttato a terra. Un libro che ci invita a liberarci dai sospetti, “aperto” alle diversità e quindi alla libera espressione del nostro desiderio. Il solo che ci rende divinamente umani: capaci di “volare” .

Vite a scadenza

TEATRO BELLI, Dal 12 al 14 Aprile 2022 –

Cosa sarebbero gli uomini senza la morte? Senza l’attesa angosciosamente incerta del suo progressivo o balenante incedere? 

Il rosso di un immenso quadrante d’orologio infiamma la scena buia: è immediatamente riconoscibile la densità della cifra registica di Claudio Boccaccini. Un’umanità di sagome in controluce si impossessano dello spazio scenico: “partorite” ed espulse dal liquido amniotico, iniziano a rianimarsi con una gestualità dapprima ancora acquatica ma poi automatica, sfociante in una corsa fine a se stessa. Individuale.

Boccaccini, seguendo il progetto di Elias Canetti (Premio Nobel per la Letteratura nel 1981), mette in scena una possibile umanità a cui è stata tolta l’incertezza del momento in cui la morte vincerà sulla vita. Un’umanità “partorita” con una data di scadenza: chi nasce sa quando morirà. Ma a quale prezzo?

Il numero di anni di vita sostituirà i nomi propri e sarà vietato comunicare agli altri la propria età effettiva. In un mondo dove tutti conoscono il tempo a loro disposizione, dove è sospesa ogni imprevedibilità, dove solo le “cifre alte” possono concludere qualcosa, le persone non sentono più l’urgenza di comunicare, di pensare, di amare. E rischiano di morire di noia.

Si cercano ma la loro è una vicinanza solo spaziale, sottolineata per contrasto dalla selezione musicale, calibrata dal regista Boccaccini, che arriva a rendere insospettatanente laceranti dilemmi etici ed esistenziali. Andando oltre il racconto, il regista infatti punta in primis all’azione drammatica, che arriva al cuore del pubblico prima ancora che al cervello.

In questa operazione è sostenuto efficacemente sia dal suo gruppo di interpreti, dei quali non si può non apprezzare la sintonia che li plasma, nonché il prezioso binomio di freschezza e insieme di profondità d’interpretazione; sia dall’efficace contributo del tecnico delle luci e del suono Andrea Goracci.

Esalta la chiusura dello spettacolo la forza di un Coro, dove la musica originale di Alessio Pinto si coniuga ad un testo che, con una pirotecnica miscela di perfidia, tenerezza, rabbia e surrealtà, ci propone l’idea di un’umanità armonicamente forte e gioiosa.

Questa è casa mia

TEATRO VITTORIA, Dal 5 al 13 Aprile 2022 –

Un ragazzo, una sedia, una storia: non serve altro al talentuoso Alessandro Blasioli. E poi molto fumo: quello che continua ad avvolgere la storia della ricostruzione della città dell’Aquila, a tredici anni dal terremoto. E moltissime ombre: loro, forse, le vere protagoniste dello spettacolo, ben rese dal disegno di Marco Andreoli.

Ombre di cui si veste il fantasmagorico interprete Alessandro Blasioli: è lui ad interpretare tutti i personaggi della storia. Lasciandoci letteralmente di stucco. Questo giovane trentenne usa il proprio corpo e la propria voce con una versatilità tale da riuscire a portarci ovunque lui voglia. “Ci crediamo” sia quando sceglie di fare il ragazzino, che quando fa il novantaquattrenne, fino a quando entra nell’essenza della segretaria della hall dell’Hotel “Provence”. Quest’ultima sembra gestire l’ospitalità dei terremotati com’era prassi nella “famosa casa di cura” di Dino Buzzati.

E per tutto lo spettacolo Blasioli tiene un ritmo serratissimo e insieme pieno di insospettate variazioni, da non lasciarti distrarre nemmeno per un attimo. E poi le parole: lui le pronuncia così plasticamente che immediatamente ti fa vedere l’immagine, o l’atmosfera di una determinata situazione. E allora basta la complicità di una luce di taglio e del garrito fuori campo dei gabbiani, per far entrare anche noi del pubblico nella scena della finestra aperta sulla spiaggia. Oppure per seguirlo nelle sue esplorazioni notturne, nel buio totale degli edifici terremotati, illuminato sinistramente solo da una torcia sotto al viso.

Di Alessandro Blasioli tutto recita, in una continua metamorfosi dall’elegante al grottesco, dal canto al ballo. Un brillante esempio di Teatro Civile e di Narrazione, proposto da un giovane eclettico, capace di fare fuochi d’artificio sulla scena.

Sani !

TEATRO QUIRINO, Dal 5 al 10 Aprile 2022 –

Uno spettacolo costruito sull’accordo tra parola e musica, per rivedere, rifondare e quindi celebrare i momenti di crisi che costellano la nostra esistenza. Crisi collettive, come quelle dell’emergenza climatica e della transizione ecologica ma anche personali, autobiografiche. Da affrontare con coraggio e fantasia, per riuscire ad apprezzare “il nuovo” senza bloccarsi ad aspettare che ritorni quello che era ma che non sarà più.

Quell’atteggiamento cantato da Sergio Endrigo ne “Il dolce paese“: brano che apre e chiude lo spettacolo. È il “beve un bicchiere e tira a campà, per vivere in fretta e scordare al più presto gli affanni e i problemi di tutte le ore. Tanto c’è il sole e c’è il mare blu” contro il “non lo so come si fa, ma voglio provarci” degli artisti. È la scelta di salutare con la parola “sani” anziché con la parola “ciao”. Con la prima si esprime la voglia di “gettare ponti”; la seconda allude invece al rendersi “servo”, “schiavo” dell’altro. Uno spettacolo che ci invita ad accogliere, ad aiutare, ad ospitare. Perché la “libertà” e l’ “altro” si danno in una sincronia inaggirabile. 

Uno spettacolo dove Marco Paolini sceglie di far circolare storie, idee, esperienze. Eccentricamente. Perché il teatro ha il compito di aiutare a far scattare la scintilla nella mente e nel cuore degli spettatori, che a loro volta possono diventare attori sulla scena della vita.

La presenza scenica di Paolini trasmette molto efficacemente, attraverso la voce, i gesti e le parole, la necessità di un cambiamento. Perché cambiamento significa speranza.

Lorenzo Monghuzzi, che accompagna ed enfatizza la narrazione di Paolini con la complicità dell’armonica a bocca e della chitarra classica, sa come graffiare, solleticare o rendere balsamo i concetti, per tradurceli in emozione.

Dietro i due cantori, una cattedrale di carta, dove i vuoti dominano sui pieni. Perché così sono i “ponti”, quei sani collegamenti cioè che sanno di dover essere pronti a trovare sempre nuovi equilibri. Come sembrano ricordarci le carte da gioco ancora appoggiate e in attesa di “entrare in gioco”. Disponibili, accoglienti, generose: pronte e desiderose di aiutare.

Leggi l’intervista Marco Paolini su Il Corriere della sera

L’uomo dal fiore in bocca

TEATRO ARGOT STUDIO, Dal 31 Marzo al 10 Aprile 2022 –

Sta in un cantuccio e ci guarda: è una donna dal vestito nero, stretta ad un fascio d’erba. Ci spia mentre prendiamo posto in sala. A tratti parla tra sé. E poi, ripensa. Il regista Francesco Zecca ha scelto di allestire la scena sotto al palco: uno spazio fisico e ultraterreno, rettangolare e insieme concentrico, per ricordare un uomo, ormeggiato con l’ancora di un lembo di terra. Sul fondo tre specchi rettangolari, chiusi a semicerchio, replicano e rivelano sotto diverse angolature, tutto ciò che li attraversa.

La donna dal vestito nero esce dal suo cantuccio, si guarda intorno, si cerca e non si trova negli specchi sovrastanti. Ma nonostante tutto con sacra eleganza entra, un piede alla volta, nel luogo dove poter osservare gli affanni delle nostra assurda e passeggera esistenza. Un luogo privilegiato, per essere ammessi a riflessioni di respiro profondo, partecipi di un intimo e vitalissimo ciclo, che sempre riattraversa il grembo fertile della terra.

Qui, il regista Zecca immagina di donare la parola a chi, nel testo originale di Luigi Pirandello del 1923, era stata tolta: la moglie. Lì il marito l’allontana dalla propria vita, dopo aver scoperto di essere malato, preferendo attraversare gli ultimi mesi nel desiderio di penetrare dentro la vita degli altri, perfetti sconosciuti, di cui osserva con pignoleria ogni particolare.

L’adattamento di Zecca si apre invece con la moglie in visita alla tomba del marito. Lei, al massimo della spinta simbiotica, si appropria dell’urgenza del marito di attaccarsi con l’immaginazione alla vita degli altri, pur non avendo come lui un responso di morte con una imminente data di scadenza. Crede che spiare la vita degli altri la faccia sentire più libera.

Ma cosa sta spiando davvero? La vita o la morte degli altri? O forse come la morte spii sempre la vita? Lei resta ipnotizzata dalle mani, dagli abbracci, dalle lacrime, dai modi di camminare degli altri. E quando si accendono le luci di platea, si attacca con l’immaginazione anche alle nostre vite di spettatori. La musica accompagna ed enfatizza il suo gusto per la vita, che però è destinato a fermarsi in gola (come suggellato dalle micro-pause musicali) e quindi a non soddisfarsi mai.

“Si può sentire sapore solo nelle cose del passato”- arriva a sostenere. E si aggrappa sempre alle stesse frasi, che prima di lei erano state l’àncora di suo marito. Lo si legge dai suoi occhi: mai davvero centrati sul presente (neanche quando spia gli altri) e men che meno sul futuro. Occhi, i suoi, che guardano indietro, come ripercorrendo un film, la cui scena madre è quella delle poltrone della sala d’attesa, “occupate” da lei e da suo marito, prima di conoscere il responso consegnato dal medico.

Noi, come quelle poltrone, con un destino d’attesa, di accoglienza e di aderenza temporanea. Altri vi si siederanno e crederanno come noi di “occuparle” davvero. Tutto scorre senza possibilità di controllo ma la cosa più insopportabile è che noi rischiamo di scorrere nell’indifferenza. “Perché -si chiede la donna dal vestito nero- mio marito non ha chiesto a me di raccogliere i fili d’erba? Perché lo ha chiesto proprio ad un “avventore”?

Forse perché un avventore per sua natura sa di essere “di passaggio”, sa che la sua è una presenza occasionale ma unica, sa muoversi nell’incontrollabile, nel mistero che avvolge la vita. Forse solo un avventore, proprio quello che beve un liquore di menta con la cannuccia, può essere coinvolto nel nostro destino.

E nel momento di massima disperazione, un pensiero potente come un incubo, sottrae la moglie alla mortifera forza di attrazione verso la terra: quello del gusto erotico delle albicocche. E scoprirà, forse, che il destino in cui tutti siamo avvolti è un destino di continui inizi.

Una struggentemente alienata Lucrezia Lante della Rovere arriva e lascia il segno.

Il regista Francesco Zecca e l’interprete Lucrezia Lante della Rovere hanno dimostrato la loro solidarietà alla questione ucraina con questo potente gesto.

Recensione dello spettacolo ELETTRA -Tanta famiglia e così poco simili – di Hugo Von Hofmannsthal – adattamento e regia di Andrea Baracco –

TEATRO VASCELLO, Dal 25 Marzo al 3 Aprile 2022 –


di Hugo Von Hofmannsthal
con Manuela Kustermann, Flaminia Cuzzoli, Carlotta Gamba, Alessandro Pezzali

scene Luca Brinchi e Daniele Spanò 
costumi Marta Crisolini Malatesta
musiche originali Giacomo Vezzani
luci Javier Delle Monache
aiuto regia Maria Teresa Berardelli
adattamento e regia Andrea Baracco

produzione La Fabbrica dell’Attore – Teatro Vascello

con il patrocinio di Forum Austriaco di Roma


Quasi una Proserpina rock, l’Elettra, dea degli Inferi, messa in scena dal regista Andrea Baracco ieri sera in Prima Nazionale al Teatro Vascello di Roma: stesa a terra in posizione fetale, è attratta prepotentemente dalla terra-utero, dove sceglie d’imprigionarsi alla morte del padre. Lui si rende presente da un’aldila virtuale ma non la guarda: fissa noi del pubblico e si commuove. Quasi a chiedere la nostra misericordia verso questa storia. Anche Elettra (una potente Flaminia Cuzzoli) non lo guarda e gli dà le spalle. Ma lo canta: solo così riesce a instaurare una qualche forma di comunicazione emotiva. In un angolo, in un canto.

Flaminia Cuzzoli è Elettra

Dietro di lei, il castello-acquario con quel che resta della sua famiglia: incancrenita, al vetriolo.

Carlotta Gamba è Crisantemi

In fondo a sinistra, nell’angolo opposto rispetto a quello in cui si rintana Elettra, il rifugio colmo di abiti da sposa di sua sorella Crisotemi (la fremente Carlotta Gamba, ostinatissima nell’impugnare il suo bouquet nuziale) disposta ad accogliere qualsiasi marito decidano per lei, pur di essere gravida, pur di riempire quel vuoto così mostruosamente pieno di cose da nascondere. 

Al centro del castello troneggia lei, un’oniricamente lussureggiante Manuela Kustermann nei panni di Clitemnestra, la donna il cui sguardo semina morte. Dice di vivere in una vertigine (in cui riesce a muoversi su argentei tacchi) e per questo si serve di un bastone ( che però usa come uno scettro). Dice di essere infestata da Elettra, come dalla più irritante delle ortiche e di essere perseguitata in sogno dal figlio Oreste, che succhia sangue dal suo seno.

L’ Oreste di Baracco (un inquietante Alessandro Pezzali), ancor più di quello di Hugo von Hofmannsthal, è un eroe-non eroe spogliato di ogni propositività, che ha bisogno di tatuarsi sul petto il proprio nome per poter essere riconosciuto.

Carlotta Gamba, Manuela Kustermann, Flaminia Cuzzoli, Alessandro Pezzali

Qui, la prossemica, cioè la comunicazione che si instaura nell’occupare lo spazio, parla delle dinamiche psicologiche che si instaurano tra i personaggi, più delle parole. E poi ci sono i loro corpi a parlare: dove qualcosa soffre, qualcosa parla. Perché il corpo è anche il luogo dell’altro: delle parole e dei gesti con cui ci crivella.

Il regista Alessandro Baracco adatta il testo di Hofmannsthal, enfant prodige della modernità letteraria austriaca, perla poetica (dimenticata e poi ritrovata da Antonio Taglioni) che continua ad essere di straordinario interesse per il pubblico di oggi.

Andrea Baracco

Un adattamento che evidenzia come i disagi psichici dei personaggi derivino da una difficoltà a “desiderare”, a gestire cioè quella vitale “mancanza”, che può raggiunge gli estremi di “vuoto” (Oreste) o di “troppo pieno” (Elettra).

Personaggi, tutti a loro modo, mitologicamente eredi del capostipite Tantalo, condannato dagli dèi, a causa delle sue efferatezze, ad essere dominato da un desiderio di fame e di sete, impossibili da placare. 


Recensione di Sonia Remoli