– TRAGÙDIA di Alessandro Serra – regia Alessandro Serra

– IL CANTO DI EDIPO –

Liberamente ispirato alle opere di Sofocle e ai racconti del mito

TEATRO VASCELLO

dal 29 Settembre al 4 Ottobre 2026

Qualcuno ci attende.

E’ la Sfinge.

E’ empatica.

E’ curiosa.

Si fa prossima.

Lei è la soglia

tra il sapere universale e il conoscere se stessi.

Lei è la soglia

che blocca l’ingresso a Tebe. 

Lei è la soglia

del manifestarsi dello spettacolo

Una scelta registica che, annullando il confine tra realtà e finzione, immerge immediatamente lo spettatore nell’atmosfera mitico-archetipale dell‘opera.

E lo spettatore sente di potersi avvicinare. Ma sente anche complicità.

In questa nuova prossemica, la storia di Edipo suscita un’insolita partecipazione.

Scopriamo che Edipo è tra noi.

Lo vediamo avvicinarsi alla Sfinge, e restare calamitato nel suo sguardo.

Dapprima riesce a sentire quell‘attrazione, e a fermarsi.

Ma poi lei inizia a lanciargli l’enigma con una voce dalla spietata suadenza. 

L’effetto sul pubblico è un ponte sonoro di rara bellezza: un ponte con ciò che siamo e abbiamo dimenticato di essere.

Complice il fascino conturbante del grecanico.

Un idioma di origine greca che sopravvive in una zona remota della Calabria e che Alessandro Serra nella sua riscrittura corale dell’Edipo re e dell’Edipo a Colono sceglie di utilizzare come lingua di scena (la traduzione è curata da Salvino Nucera).

Realizzandone poi una partitura musicale (la cura delle voci e dei canti è di Bruno de Franceschi) che risuona nello spettatore come  un “pharmakon”: la concertazione fonetica permette cioè come di riattizzare il fuoco della nostra memoria archetipale.

Riconsegnandoci quel desiderio di lasciarci guidare in un cammino all’indietro. Orientati dal sentire delle nostre spalle. Ciechi alla ragione, eppure orientati da una vibrante luce interna. 

Un sentire che ci riporta alle nostre origini. Alla nostra infanzia: il luogo e il tempo dove siamo stati “fatti” dagli altri. 

Un cammino che facciamo, qui, insieme a Edipo: standogli accanto e seguendolo nell’attraversare la soglia della Sfinge e poi quella del Bosco delle Eumenidi. Dove arriva cieco, dopo un lungo cammino fisico ma anche interiore.

Un luogo, Colono, dove Edipo viene accolto così com’è, nella sua diversità. Dove viene invitato a rievocare e a riattraversare gli inciampi delle sue scelte, guidate dall’ira e dalla tracotanza. Confidandoci:  “è terribile risvegliare un antico dolore!”.

Un percorso necessario, però, per poter dar vita ad una sua trasformazione interiore: diventando qualcosa di diverso rispetto al suo passato. E quell’energia capace di attivare una tale trasformazione, scopriamo essere quella dell’amore: quella della misericordia, quella della pietas.

E’ la dedizione incondizionata di Antigone: che rinuncia alla propria giovinezza per essere gli occhi di suo padre.

E’ il trasporto di Ismene: che rischia la vita per portare al padre le profezie di Delfi.

E’ la sacra accoglienza del re di Atene, Teseo: disponibile a rendere Edipo parte di una nuova patria, mettendo a rischio la sicurezza della propria città.

Un amore il loro che, scendendo come sacro balsamo sulle ferite, protegge Edipo dalla disperazione personale e dalla ferocia degli uomini. Trasformando un reietto in un uomo venerabile.

Il culmine simbolico di questa trasformazione si raggiunge poco prima della misteriosa morte di Edipo, quando rivolgendosi alle figlie dice: «Figlie, da oggi non avete più padre… Tutto il mio passato è svanito, e non dovrete più consumare la vostra vita per nutrirmi. Lo so, è stato un peso duro, ma una sola parola cancella tutti questi dolori: l’amore. Perché nessuno vi ha amato più di quest’uomo”.

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“Tragùdia” di Alessandro Serra è una creazione che ha il sentore di una preghiera sinestetica, capace di attivare una memoria emotiva e sensoriale originaria. Riconnettendo lo spettatore con quella gratitudine capace di raggiungere dimensioni spirituali.

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Perché non si può avanzare da soli. 

Perchè chi avanza ha bisogno di chi sta dietro.

Perché il presente e il futuro chiamano sempre in causa le origini. 

“Le radici esistono e infondono nutrimento anche se non ce ne accorgiamo, o peggio, se decidiamo di ignorarle. Sono qualcosa di antico e dimenticato, che comunque continuano ad agire. Il teatro è una pratica che alimenta questa connessione con la sorgente”.

(Alessandro Serra, catalogo Biennale Teatro 2019)

Il meraviglioso coro polifonico di “Tragùdia”:

Francesca Gabucci, Sara Giannelli, Chiara Michelini, Jared McNeil, Felice Montervino, Alessandro Burzotta, Salvatore Drago

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“Tragùdia” è una produzione:

Sardegna Teatro, Teatro Bellini, Emilia Romagna Teatro ERT/Teatro Nazionale, Fondazione Teatro Due Parma

In collaborazione con:

Compagnia Teatropersona, I Teatri di Reggio Emilia


Recensione di Sonia Remoli

Recensione dello spettacolo LA DANZA DELLE OMISSIONI di Alessandro Serra

TEATRO BASILICA, 28 Novembre 2023 –

“La danza delle omissioni” è lo spettacolo di Alessandro Serra che ieri pomeriggio è andato in scena al Teatro Basilica. In forma di dono: un saggio di autenticità; un’offerta agli spettatori che emerge in tutto il suo rilievo umano e morale. Finanche spirituale: di tale natura infatti è per Serra l’avventura teatrale.

Prova ne è anche “La danza delle omissioni”: un “distillato” della sua precedente “La Tempesta” di Shakespeare – come lo ha definito Guido Di Palma, che con Serra ha dialogato al termine dello spettacolo. Un’operazione di separazione della diverse “sostanze” dalla miscela del tutto. Per estrarre il meglio: la parte nobile, spirituale. Ciò che si cerca davvero.

Ecco allora che questa messa in scena risulta scevra dei ricchi costumi, della mirabolante scenografia, degli oggetti di scena e della drammaturgia luminosa che abbiamo visto ne “La Tempesta”.

È nuda e insieme metafisica, nel rispetto della prima regola del teatro, secondo Alessandro Serra: il Teatro è l’Attore. E agli spettatori si chiede – come era solito fare Shakespeare :”sopperite alle nostre deficienze con le risorse della vostra mente… con l’aiuto della fantasia”.

Alessandro Serra

Qui, gli attori infatti sono vestiti di una seconda pelle indifferenziata (per tutti camicia bianca e pantaloni neri) per affidare la caratterizzazione di ciascuno di loro ad una diversa partitura musicale. Una specifica partitura di voce e gesto. 

Così, dal buio, prende vita il rito ancestrale racchiuso in “un indegno tavolato”: un territorio segnato. Fin dall’inizio tutti gli attori sono in scena. Dentro o fuori dal territorio segnato. Al centro lo spiritello Ariel, in un crescendo di evocazione e possessione, origina ed è il caos della tempesta: contenente e contenuto. Qui, è lui a passare dal tremare al gonfiarsi come telo, quasi a levitarsi, fino a volteggiare e a vorticare.

Coloro che Ariel ha fatto naufragare, mantenendoli illesi, sono ora nelle sue mani. Letteralmente: come marionette gestite da un burattinaio. Oppure animati dal suo zefiro. O ancora quali scattanti pupazzetti ubbidienti alla sua carica.

A Caliban è affidata una doppia partitura: parla una lingua “chiusa”, vicina al ringhiare e al rantolare degli animali ma poi – snaturato da Miranda – parla anche una lingua molto più “aperta”, fatta di sillabe e vocali allungate, vicina a quella dei presunti “normali”. Lo definiscono “il mostro”, perché diverso da loro. Ma così irresistibilmente affascinante e libero da doverlo predare, per poi esporlo a pagamento. Un’opera d’arte da offuscare.

Caliban invece è colto da autentica meraviglia nel vedere persone diverse da sé: è il più predisposto ad entrare con loro nella relazione, rinunciando ad una pretesa libertà assoluta e mitigando l’istinto alla sopraffazione, che tutti ci accomuna. Per natura.

Anche lo spazio scenico ci parla di questa demarcazione tra il territorio segnato e il fuori, che spesso nel corso dello spettacolo perde di rigidità diventando follemente osmotico.

E proprio la difficoltà umana dell’entrate in relazione con l’altro è, forse, il distillato che ci offre questa “Danza delle omissioni”. Distillato suggerito anche nella poetica scelta del titolo: quel movimento dell’oscillare della danza – quel procedere che non esclude l’indietreggiare – necessario per passare oltre i nostri confini, oltre i nostri pregiudizi. Omettendoli.

È la potenza del perdono di Prospero. È il meraviglioso senso di libertà del pianto di Antonio. È la bellezza sublime dell’ “esporsi”, mostrando – finalmente liberi – le proprie ferite segrete.

È il gettare indietro il bouquet da parte di Miranda: invito a nuove unioni, a nuove relazioni.

Perché “per fare meta e andare avanti si deve passare la palla indietro”.

Mirabile la forza espressiva a tutto tondo di alcuni freeze: potentissimi altorilievi. È la scultura del tempo e dello spazio, è il talento degli attori a sostegno del vuoto.

È la regia: quella di Alessandro Serra. 

Alessandro Serra


Questo spettacolo offerto da Alessandro Serra e dal Teatro Basilica e il relativo dialogo con il regista appartengono al ciclo di incontri Artigiani di una tradizione vivente nell’ambito del progetto Le lacrime della Duse – Il patrimonio immateriale dell’attore.

Il progetto – di grande valore artistico – nato per recuperare l’antica cultura artigiana del teatro che punta a preservare e valorizzare il patrimonio immateriale dei saperi teatrali, dopo il primo ciclo di formazione teatrale e drammaturgica per giovani attori under 35 curata da Glauco Mauri, inaugura ora il secondo step dedicato agli “Artigiani della tradizione vivente”, un ciclo di incontri con grandi attori e attrici della tradizione teatrale condotti da Guido Di Palma.

“La cultura teatrale non può essere affidata solo alla scrittura e tantomeno ai video – afferma il Prof. Guido Di Palma – essa vive principalmente nella presenza e nelle relazioni delle persone che la agiscono.  Per questo le residenze didattiche universitarie sono pensate come un luogo di scambio. Passato e presente s’incrociano in uno spazio protetto affinché i saperi teatrali non vengano dimenticati e possano essere rivivificati nell’incontro tra generazioni. Per questo, nel quadro della Terza Missione universitaria, la Sapienza sostiene il progetto Le lacrime della Duse”.

Guido Di Palma

I prossimi appuntamenti vedranno protagonisti: 

venerdì 1° dicembre ore 16:00 Mimmo Cuticchio (Teatro Ateneo)

lunedì 4 dicembre ore 16:00 Lino Musella (Vetrerie Sciarra).


Recensione di Sonia Remoli

– LA TEMPESTA – Alessandro Serra

TEATRO ARGENTINA, Dal 28 Aprile al 15 Maggio 2022

Apre lo spettacolo un nero roboare di tuono, punteggiato solo dalle piccole luci delle applique dei palchetti: stelle di un insolito firmamento. L’ alzarsi del sipario rivela una situazione atmosferica e psichica primordiale, dove un conico fascio di luce infilza dense e frattaliche nuvole di fumo. Grida di uccelli anticipano l’ascesa di una gigantesca luna di tulle nero: sipario di nuovi sconvolgimenti.

Il regista Alessandro Serra ci trascina quasi dentro a un quadro, ad esempio “Pescatori in mare” di William Turner, dove l’imbarcazione è simboleggiata dal fluttuare danzato di uno spirito dell’aria. La luna nera accoglie, modellandosi e rimodellandosi, tutto l’impeto del vento e dà avvio alla sua metamorfosi. Si fa liquida, assorbendo anche l’irruenza dell’acqua, fino a scomporsi in onda proprio nell’attimo in cui si avvicina troppo alla Terra. Scroscia il primo fragoroso applauso.

Al termine della tempesta, la scena si apre su un’isola rappresentata da un semplice rettangolo di tavole, dove udiamo Prospero dire di aver scatenato “per puro caso” tutto questo. Prospero, con la sua narrazione, incanta l’amata figlia Miranda, nell’orecchio della quale versa parole che destano l’etimologica meraviglia che la caratterizzano. Suggestivamente shakespeariana la scelta prossemica del regista, che ci propone il colloquio tra i due immaginando Miranda stesa a terra su un fianco, nel massimo della ricezione uditiva: con un orecchio riceve le parole del padre seduto dietro di lei, con l’altro si appoggia ad una conchiglia che le fa come da cassa di risonanza.

Serra ci propone un Prospero quasi nelle vesti di schermidore, teso a proteggersi dalle proprie, più che dalle altrui, intemperanze. Può contare sull’aiuto di una deliziosamente insinuante Ariel, che riesce con tenera eleganza (quasi come la Titty di Gatto Silvestro) a piegarsi e ad infilarsi, anche fisicamente, ovunque lui voglia. Solo lei può plasmare quel che resta della Luna, trasformandolo in un nuovo mare, in coltre o in un elegante abito nel quale ingabbiarsi e poi librarsi.

Da una feritoia di luce prende corpo il luciferino Caliban, che lamenta il passaggio da “re di se stesso” a servo di Prospero. Il rapporto nostalgico con il sacro permea tutto: dall’adattamento al disegno luci. Il valore simbolico della figura geometrica del triangolo (che rimanda alla spiritualità) si ritrova ad esempio in alcuni abiti di Caliban, oppure nei triangolari coni di luce da cui è sempre abitata la scena: questi sembrano conficcarsi in un tempo reale e insieme ancestrale. Un tempo indefinitamente lontano eppure così presente, tanto da vibrare meraviglia. 

Ambiguo e affascinante è il tempo del sonno che qui, come in altri spettacoli di Serra, assume un valore potentissimo. Tempo, sì, in cui il corpo si ritempra e il cervello rielabora tutti i dati e gli stimoli ricevuti durante la veglia. Ma soprattutto tempo che si sposa ad una morte momentanea: Hypnos, dio del sonno, e Thanatos, la Morte, erano fratelli gemelli e figli di Nyx, la notte. Il sonno di Serra si consuma su un fianco (“dando il fianco”, come a rappresentare la massima delle vulnerabilità) e porgendo l’orecchio a ciò a cui di giorno preferiamo non prestare attenzione.

Il tempo del mito torna anche nella rappresentazione dell’Amore: il regista mette in scena oltre all’amore eroticamente romantico di Miranda e Ferdinando, messo alla prova dal padre di lei e rappresentato come un gioco altalenante intorno ad un’asse di legno, anche quello descritto ne Il Simposio di Platone. Coinvolge Caliban e Trinculo: il loro incontrarsi assume la forma di quella fusione indivisibile rappresentata dagli uomini-palla, che solo successivamente furono separati da Zeus. E poi va oltre, coinvolgendo anche Stefano: di nuovo l’allusione è alla forma geometrica “sacra” del triangolo.

Uno spettacolo che sa ammaliarci e turbarci parlandoci della difficile gestione del potere da parte degli uomini: un potere che “nasce dal desiderio e dalla ricerca dell’intero e che si chiama Amore”. E la cui massima espressione è il perdono. E poi, soprattutto, ci parla del potere del Teatro: un omaggio al teatro con i mezzi del teatro, trucchi da due lire che però possiedono una forza che trascende la realtà .

Questo testo, con il quale Shakespeare si commiata dalle scene, sembra porci di fronte alla domanda: siamo davvero liberi di scegliere se vendicarci o perdonare? E la libertà, è davvero ciò che desideriamo? I momenti più speciali dello spettacolo, che danno la cifra della rilettura di Alessandro Serra, forse sono quelli senza dialoghi dove emerge, con una chiarezza che a volte toglie il fiato, lo straordinario modo con il quale gli attori occupano il quadrato della scena: attraverso il potere evocativo di ogni gesto e la forza sovrannaturale della presenza. “E’ lo spirito del teatro” – direbbe Ariel: è l’arte della drammaturgia, capace di plasmare l’immaginario e creare così l’uomo.


Recensione di Sonia Remoli

– MACBETTU – di Alessandro Serra

TEATRO VASCELLO, Dal 15 al 19 Marzo 2022

Uno spettacolo meravigliosamente bestiale. La regia di Alessandro Serra sceglie di non rintracciare un ordine dove Shakespeare stesso dice che non ce n’è: nella natura umana, così come nella vita, nonostante tutto, regna il caos. Serra quindi mette in scena un’umanità bestiale, immersa nella sacralità ancestrale dei riti magico-dionisiaci.

È la dimensione istintivo-pulsionale: quella dove per riconoscersi ci si annusa; per sentire sapore e quindi piacere ci si lecca; per esprimere disappunto ci si sputa. La bocca occupa un ruolo fondamentale in questo spettacolo: è lo strumento con il quale si conosce e si esplora il mondo.

Così come avviene attraverso la sessualità: con essa si ha una confidenza tale, da escludere qualsiasi tabù. È un’umanità che vive di appetiti e che è essa stessa appetito. Come il regista ci lascia intuire dalle posture: le streghe camminano piegate, creando angoli di novanta gradi, quasi animaletti-giocattolo a carica; nei banchetti si beve dalla stessa ciotola in una postura simile; Lady Macbeth si piega ad angolo fino a far toccare i suoi capelli a terra, quando deve portare via il cadavere del re.

La figura geometrica del triangolo ricorre spesso; triangolari sono i percorsi che si fanno fare ai corpi uccisi, quasi a voler alludere ad una forma di diversa spiritualità. Tra sacralità, sessualità e mondo naturale c’è una fortissima interazione.

Lo spettacolo prende avvio da una specie di scossa tellurica, da un vortice ventoso che il regista sceglie di farci sentire e non vedere. Di sonorità è carica tutta la messa in scena: come Shakespeare, anche Serra sa l’importanza di ciò che si versa nell’orecchio dell’altro. Sa quale potenza può scatenare.

Dal mondo naturale si recupera anche un potentissimo legame con il mondo animale che plasma prepotentemente i personaggi: metamorficamente le streghe sanno scimmiottare, mettersi in ascolto come gufi; beccare come galline; conversare come pipistrelli. I cavalieri sanno trottare come cavalli. Le guardie mangiano e bevono come i porci. Si cavalcano i morti per dare loro l’ultimo colpo fatale: come fa Lady Macbeth con il re Duncan e poi il sicario con Banquo. 

Anche la scelta della lingua, un sardo oscuro e fascinosamente evocativo, completa magistralmente questo mondo indecifrabile, che ognuno di noi si porta dentro e che è specchio di ciò in cui siamo gettati.

A coronamento, l’onirico disegno luci: uno spettacolo tutto immerso in atmosfere notturne, dove la luce, quando c’è, è densa, bassa e a servizio delle ombre.

L’adattamento permette una messa in scena snella ed accattivante andando ad evidenziare le parti del testo dove emerge in maniera più energica il carattere orrorifico della natura umana.

Bella l’immagine di far avanzare, di spalle, Lady Macbeth rivelando il suo essere uomo solo alla fine. Ancor più bella l’intenzione registica di veicolare, come già accadeva nella scrittura di Shakespeare, il concetto che l’eterosessualità non è un fatto di genere. E infatti Lady Macbeth ha una sensualità tutta femminile. Anche nudo. 


Recensione di Sonia Remoli