Recensione dello spettacolo L’ODORE

TEATRO INDIA, 27 e 28 Maggio 2023

Cosa può un odore? Soprattutto quando l’odore è quello della persona amata? 

Cosa può succedere se un uomo recluso in cella continua a fiutare l’odore della sua donna fino ad esserne ossessionato, non potendola vedere se non raramente?

Monica Rogledi, l’interprete di Maria

Certe passioni particolarmente intense hanno il potere di far ribollire mente e corpo. Ed è quello che accade al protagonista di questo spettacolo, Anton (un appassionato ed enigmatico Blas Roca-Rey) condannato pubblicamente a quattro ergastoli e privatamente condannato a rimanere prigioniero del legame che lo unisce alla sua donna: Maria (una Monica Rogledi, ricca in raffinata passionalità).

Blas Roca-Rey, interprete di Anton

A nulla servirà il potere del racconto e della parola per sublimare la sconvolgente passione rievocata dall’odore di lei. Anton infatti si confiderà totalmente con il suo giovane compagno di cella, Andrea (il tempestoso messaggero Andrea Pittorino) ma le sue giornate, e ancor di più le sue notti, continueranno ad essere letteralmente invase dal carnale fantasma di Maria.

Andrea Pittorino (Andrea) e Blas Roca-Rey (Anton)

Non riuscendo più a tollerare la propria impotenza verso la condanna penale unita all’impotenza di poter indirizzare e quindi dare concretezza al suo fiuto erotizzante, Anton crederà di poter trovare un modo per dominare la situazione orchestrando un piano che farà del suo compagno di cella – promosso a un progetto rieducativo esterno – un insolito messaggero. E quindi, in qualche modo, un ponte tra lui e Maria. Ma per una eterogenesi dei fini la situazione sfuggirà ancora una volta dal controllo di Anton.

Una scena dello spettacolo “L’odore”, tratto dal testo di Rocco Familiari per la regia di Krzysztof Zanussi

Gli interpreti Blas Roca-Rey, Monica Rogledi, Andrea Pittorino e Gabriele Sisci (lo scrupoloso secondino del carcere) hanno saputo trovare, ognuno nell’universo microcosmico del proprio personaggio, una particolare lettura per poter rendere l’insolita poesia racchiusa in una passione di origine olfattiva, insieme ancestrale e metafisica. 

L’avvincente testo di Rocco Familiari unito all’intensa regia di Krzysztof Zanussi – che brilla per il raffinato utilizzo della tecnica cinematografica a teatro – danno vita, in questa versione ampliata dal contributo registico di Blas Roca-Rey, ad uno spettacolo intensamente evocativo dell’urgenza, tutta umana, di una relazione costante con i propri affetti. Pena il rischio di percorsi mentali ed emotivi deraglianti, lesivi della dignità umana di uomini e donne che per un periodo della loro vita si trovano a riabilitarsi in carcere per errori precedentemente commessi.

Lo spettacolo, risultato vincitore del Premio Flaiano 2022 per la miglior regia teatrale, costituisce l’occasione per portare al centro dell’attenzione pubblica ed istituzionale il drammatico tema della separazione affettiva dei reclusi dall’amore e la loro esclusione da affetti e famiglie, nucleo centrale della salute psicologica durante il soggiorno in carcere.

Il 26 Maggio scorso, in occasione della Giornata della legalità, il Teatro India ha anticipato la messa in scena di questo spettacolo con un Convegno pubblico sul tema della Sostenibilità come alternativa alla corruzione e sul Diritto all’affettività e alla sessualità in carcere. Il Convegno ha visto la partecipazione del Sindaco di Roma Roberto Gualtieri, Il Presidente della Regione Francesco Rocca e il Presidente della Commissione Cultura della Camera dei Deputati on.le Federico Mollicone.


L’odore

di Rocco Familiari
regia Krzysztof Zanussi
con Blas Roca-Rey, Monica Rogledi, Andrea Pittorino, Gabriele Sisci 
regista assistente Blas Roca-Rey


Recensione di Sonia Remoli


Recensione dello spettacolo THANKS FOR VASELINA – Carrozzeria Orfeo –

TEATRO VASCELLO, dal 16 al 28 Maggio 2023 –

Cosa si fa quando la vita ti prende a schiaffi e ti ritrovi sempre da solo? Quando nessuno ha cura di te, né riesce a dirti che ti vuole bene ? Neanche Dio, forse, “impegnato com’è a prendersi cura di sé in una vasca idromassaggio”. Si fa così: si coltiva e si dedicano cure ad un giardino segreto. Un giardino di ossitocina vegetale: l’ormone dell’amorevolezza.

Anche di questo ci parla “Thanks for vaselina”, l’iconico spettacolo scritto da Gabriele Di Luca e diretto da Gabriele Di Luca, Massimo Setti e Alessandro Tedeschi. Uno spettacolo che ha debuttato nel 2013 vincendo il premio del Last Seen 2013 di KLP come miglior spettacolo dell’anno e da cui poi nel 2023 è stato tratto “Thanks !” , il primo film di Gabriele Di Luca, prodotto da Casanova Multimedia, con nel cast Luca Zingaretti e Antonio Folletto. Successivamente nel 2020, per un anno, il film é stato su Netflix.

Quella che va in scena è un’umanità che nonostante tutto aspetta ancora di “essere riconosciuta”. Che non ha perso le speranze, nonostante le parole dicano altro. Ma è un’umanità che fa fatica a perdonare. E a perdonarsi. Un’umanità che sopravvive di olfatto: ci si annusa e ci si fida solo del proprio istinto. Spesso però, paradossalmente, non scevro da pregiudizi. Ma loro ne hanno coscienza. E mirabilmente sanno tenere insieme tutti gli elementi delle contraddizioni.

Il senso che invece faticano ad usare è il tatto: non osano accarezzare, abbracciare, toccare. Per loro significa quasi dare il fianco. È troppo pericoloso. Fa troppo male rimanere delusi. Tatto significa vasellina: quella “coccola” che si spalma per ammorbidire la pelle e che, lubrificandola, riesce a ridurre l’attrito di una subdola penetrazione. Anale. Un palliativo per “subire”, con una qualche parvenza di gentilezza, la violenza di un lasciarsi andare, permettendo di far spazio in noi a qualcosa e a qualcuno che in verità vuole solo fregarci.

“Un’inculata” preceduta dal chiedere cortesemente: “Vaselina?” E alla quale ci troviamo a rispondere, quasi riconoscenti: “Thanks for Vaselina”. Dove tutto, in realtà, è in quel “grazie”, che appone un sigillo di valore che immediatamente nobilita oggetto e soggetto. Gentile “riconoscenza”, di chi sa l’altezza vertiginosa a cui quel valore, se riconosciuto, si eleva.

Auspicano un riscatto sociale ma tendono a manipolarsi. E se ci sembrano ingenui quelli che scambiano il raggiro per un’autentica cura nei loro confronti, finiamo per scoprire, poi, che in realtà il rapporto vittima-carnefice viaggia a doppio senso.

Una narrazione, quella di Gabriele Di Luca, che per alcuni versi ricorda la poetica di Charles Bukowski: basata su uno schietto realismo che non cerca in nessun modo di andare a parare altrove. Uno stile, questo, che ci schiaffeggia, riportandoci a vedere il mondo da un’altra prospettiva. Ci afferra le gambe e ci riporta a terra.

Ma allo stesso tempo proprio questo stile ha la capacità di rivelare una poesia che non riusciamo a cogliere appieno se non quando qualcuno descrive la ferocia dell’esistenza nel modo più crudo possibile. Un esistenzialismo da capogiro: stra-ordinario, proprio per poter rendere la complessità dell’ordinario.

Uno spettacolo vivido e monumentale come un arazzo; livoroso, mordace, pungente, sferzante com’è la vita di un’umanità che coltiva idee da sballo. Ricche in creatività.

Un’umanità dilaniata dalla vita i cui frammenti dispersi, un po’ come quelli del corpo di Orfeo, noi del pubblico siamo invitati a raccogliere e, una volta riuniti, a dar loro una forma nuova. Proprio come farebbe una carrozzeria. Proprio come fa Carrozzeria Orfeo: creando e riparando. Grazie ad un fertile sguardo con il quale, progressivamente, riuscire a sostituire la misericordia alla vasellina.

Una compagnia, quella della Carrozzeria Orfeo che, con una vocazione quasi “sciamanica”, riesce a caricare su di sé la ferocia dell’esistere “incantando” il pubblico, fino a condurlo a compiere un viaggio dell’anima lungo gli oscuri sentieri della vita e quindi della morte. In una fusione di dionisiaco e di apollineo.


Recensione di Sonia Remoli


Recensione dello spettacolo DARWIN INCONSOLABILE (un pezzo per anime in pena) – di Lucia Calamaro

TEATRO INDIA, dal 23 al 28 Maggio 2023 –

La sensibilità e l’afflato di Lucia Calamaro fanno sì che dal buio prenda vita un’insolita “isola”, i cui costumi della specie che la abita possono essere interessanti da analizzare da parte di noi del pubblico.

Lucia Calamaro, autrice e regista dello spettacolo “Darwin inconsolabile”

Per una sera noi un pò come Charles Darwin (1809 – 1882): il biologo, naturalista, antropologo, geologo ed esploratore britannico – celebre per aver formulato la teoria dell’evoluzione delle specie vegetali e animali – che raccolse molti dei dati su cui basò la sua teoria, durante un viaggio intorno al mondo sulla nave HMS Beagle. In particolare durante la sua sosta alle Galápagos.

Charles Darwin (1809-1882)

Quella dello spettacolo di cui la Calamaro è autrice e regista è “un’isola” in cui una specie umana vive tra centro commerciale e casa. In cui si interpreta il contenuto del carrello della spesa un po’ come gli antichi greci consultavano l’oracolo di Delfi. La divinità qui è la plastica: immortale e sempiterna. Come Dio. 

Gioia Salvatori, Simona Senzacqua, Riccardo Goretti e Maria Grazia Sughi in una scena dello spettacolo “Darwin inconsolabile” al Teatro India di Roma

Da buoni osservatori non possiamo non notare come in questa “isola” ci siano problemi di “imprinting”: la mamma soffre perché i suoi tre figli (ormai adulti) non la seguono più. Ad esempio, sebbene lei sia “creazionista” e creda che tutti noi “siamo preda del fato”, sua figlia Gioia è attratta da “teorie trans-evoluzionistiche” che auspicano le unioni tra specie diverse tra loro.

Gioia Salvatori, la figlia trans evoluzionista

La mamma prova il tutto per tutto allora (in realtà ormai da anni) mettendo in atto un esperimento di “tanatosi”: si finge prossima alla morte, un atteggiamento strategico che gli animali utilizzano quando si trovano in pericolo. Gioia perde i sensi, ripetutamente; Serena se ne va tentando di affogare la (solita) strategia materna nel vino e Riccardo avverte la mamma di non andare oltre con la solita pagliacciata.

Maria Grazia Sughi, la madre

L’arguto testo della Calamaro intreccia a doppio filo quelli che sono i bizzarri comportamenti “etologici” della specie umana alle relative dinamiche psicologiche. L’idea di base è che tutto ciò che appare visibile è sempre il risultato di un processo nascosto. Una sorta di archeologia. 

Eduardo Urbano Merino, “Genetic neuropsychiatry

Tra stanislavskjismo e cristianesimo la madre “sembra” preoccuparsi solo ed esclusivamente se alle sue “messe in scena” di tanatosi i figli “ci credano” o meno. Ma cosa nasconde in realtà questo atteggiamento? Quanto bisogno abbiamo di essere amati, accarezzati, coccolati, presi in considerazione? Cosa siamo disposti a fare per ottenere “calore” da parte degli altri? Di cosa ci parla questo bisogno?

Una scena dello spettacolo “Darwin inconsolabile” di Lucia Calamaro

Teatro India di Roma

Persa la capacità di relazionarci con gli Altri ma anche con la Natura che ci ospita, tendiamo a privilegiare atteggiamenti individualistici. E quindi egoistici: manipolatori. Ma il posto dove appoggiamo i piedi si muove tanto quanto quello che è sopra le nostre teste.

E a ricordarcelo è proprio Darwin: a mescolare e rimescolare continuamente la terra sono creature molto poco “considerate”, i vermi, i quali riescono a rendere “fertile” il rapporto con la terra grazie ad atti “performativi” piccoli e lenti ma costanti. Proprio come avviene per l’evoluzione degli esseri viventi sulla superficie della Terra.

I lombrichi, infatti, formano lo strato superiore del suolo – il terriccio vegetale fondamentale per la coltivazione – e poi vi depositano una gran quantità di terra fine, in forma di rigetti o deiezioni. Ciò che ci sembra così stabile ( il suolo) in realtà è l’effetto di un rimescolamento quasi invisibile.

Darwin era attirato da questa piccola ma costante “regolarità” d’azione, che porta a scendere verso il basso, nel terreno, pietre e rovine del passato. Ma anche uomini, se si pongono come ostacolo e non rispettano questo processo. Questa relazione con la Terra.

Simona Senzacqua, la figlia ostetrica, risucchiata dal timore per le nuove generazioni

Nella pagina iniziale del libro “L’azione dei vermi” – una delle opere meno note di Darwin, anche se all’epoca fu un vero e proprio successo editoriale e la sua diffusione fu superiore alla stessa “Origine della specie” – Darwin scrive una frase emblematica: “la massima de minimis lex non curat non si applica alla scienza”.

Una scena dello spettacolo “Darwin inconsolabile. Un pezzo per anime in pena” di Lucia Calamaro

Teatro India di Roma

Sono infatti gli effetti piccoli e cumulativi ad essere interessanti. Così come nelle relazioni umane.

Purtroppo ci siamo allontanati da questa direzione: “non stiamo facendo niente per noi e per gli altri” -sospira Gioia. “Quello che deve incombere, incomba” – ribatte la mamma “creazionista” .

Una scena dello spettacolo “Darwin inconsolabile. Un pezzo per anime in pena” di Lucia Calamaro

Teatro India di Roma

Ma forse si può ancora fare qualcosa per “consolare” Darwin e vivere meglio. Perché saranno quelli erroneamente definiti “stupidi” -cosi come tali vengono considerati i vermi- a sopravvivere e a permettere “una fertile” evoluzione della specie.

Una scena dello spettacolo “Darwin inconsolabile. Un pezzo per anime in pena” di Lucia Calamaro

Teatro India di Roma

Uno spettacolo pieno di ritmo: profondissimo e insieme esilarante. Grazie anche agli interpreti Riccardo Goretti, Gaia Salvatori, Simona Senzacqua e Maria Grazia Sughi che sanno come portare in scena, cioè con sapiente leggerezza, tutto il marcio delle nostre dinamiche familiari e sociali. 

Una scena dello spettacolo “Darwin inconsolabile. Un pezzo per anime in pena” di Lucia Calamaro

Teatro India di Roma


Recensione di Sonia Remoli


Recensione dello spettacolo EVERY BRILLIANT THING (Le cose per cui vale la pena vivere) di Duncan Macmillan – regia Fabrizio Arcuri e Filippo Nigro –

DOMUS AUREAParco Archeologico del ColosseoMOISAI 2023

In occasione dell’ultimo appuntamento della Rassegna “Moisai 2023 – Voci contemporanee in Domus Aurea” (dal 5 al 21 Maggio) ieri sera, dopo un’avvincente visita guidata alla Domus Aurea, siamo stati condotti all’interno della Sala Ottagona: la più scenografica, la più teatrale.

Sala Ottagona della Domus Aurea, luogo scenico della rappresentazione “Every brilliant thing” di Fabrizio Arcuri e Filippo Nigro

Per ciascuno dei 9 incontri ci si è affidati alla fertile ispirazione delle 9 Muse del mito. Ieri sera a insufflarci “forti cose pensar e mettere in versi” è stata la Musa Urania, che brilla astronomicamente sull’ora e sull’altrove e quindi sull’insieme dei momenti che compongono l’intera vita.

Uno degli interni della Domus Aurea nel Parco archeologico del Colosseo di Roma

Qualcosa di affascinante lega la Domus Aurea e la storia lì narrata ieri sera : “Every brilliant thing”(Le cose per cui vale la pena vivere).

Cosa lega il contenente e il contenuto?

La “damnatio memoriae”, ad esempio. La pena, cioè, che si usava ai tempi dell’antica Roma e che consisteva nel cancellare qualsiasi ricordo, qualsiasi traccia riguardante una determinata persona, come se non fosse mai esistita.

Questo accadde a Nerone: il suo ambizioso progetto di villa autocelebrativa – la Domus Aurea appunto – fu usata come fondamenta (e quindi sepolta ) per costruirvi sopra le Terme traianee.

Uno degli interni della Domus Aurea nel Parco archeologico del Colosseo di Roma

Qualcosa di simile rischia di capitare al protagonista della storia raccontata in “Every brilliant thing” : un bambino, poi divenuto adulto, che a suo modo combatte “la condanna” che sta cadendo su sua madre che, a causa di una depressione, tende cronicamente a suicidarsi.

Suo figlio, allora, temendo inconsciamente una “damnatio memoriae”, fa di tutto per salvare il valore della vita in generale (da qui il titolo), della vita di sua mamma e di conseguenza della propria. Non tutto andrà secondo i piani ma, così come avvenne per la Domus Aurea , anche il figlio nonostante tutto riuscirà a tenere insieme passato-presente-futuro. 

Uno degli interni della Domus Aurea nel Parco archeologico del Colosseo di Roma

Nel mentre s’attende il riempirsi della sala, lo stesso regista Fabrizio Arcuri, con sorriso sornione, ci consegna misteriosi foglietti dove sono scritte delle annotazioni.

Fabrizio Arcuri, regista dello spettacolo “Every brilliant thing”

E poi un uomo microfonato – l’ammaliante Filippo Nigro – entra e inizia a passeggiare tra noi. E ci guarda con accoglienza indagatrice.

Filippo Nigro, interprete e co-regista dello spettacolo “Every brilliant thing”

Ma poi, a schiaffo -cosi come entrano alcune esperienze nella nostra vita- arriva il suo attacco: “La lista !” . Sì, perché proprio la lista sarà la prova per la confutazione della “damnatio memoriae”, in quanto esprimerà le cose per cui vale la pena vivere.

L’ accattivante performance di narrazione di Filippo Nigro scopriremo avvalersi della complicità di alcuni spettatori, chiamati a dare corpo ad numerosi personaggi della storia. A schiaffo, ma con garbo, Nigro di volta in volta li avvicinerà: come l’imprevisto ci si avvicina, nel corso della nostra vita. 

Un momento dello spettacolo “Every brilliant thing” (Le cose per cui vale la pena vivere) in Domus Aurea a Roma

Fai parlare il tuo cuore ! ” : questo ciò che possiamo sentirci sussurrare in un orecchio dalla Musa Urania. Che cosa significhi “cuore” nessuno lo sa per certo, la sua stessa etimologia è sfuggente. Ma va bene così. Infatti ” l’oracolo” della Musa Urania allude al “far parlare” quel non so che, quel quid che ci risuona dentro e che esce da solo. Senza ragionarci sù. C’è già. Nasce da un mistero, è il frutto della nostra fulgente immaginazione.

Un momento dello spettacolo “Every brilliant thing” (Le cose per cui vale la pena vivere) in Domus Aurea a Roma

E’ il 1977 e il protagonista della storia ha solo 7 anni. Sua mamma ha tentato di togliersi la vita e lui non riesce a capire “perché”. Per aiutare la mamma ma soprattutto, pur non rendendosene conto, per evitare di “dimenticarsene” come è successo alla mamma, inizia a scrivere – interpretando a suo modo il “Fai parlare il tuo cuore” – una lista di risposte al “perche” vale la pena vivere.

Crescerà e continuerà ad integrare la lista, anche con la complicità della sua donna e di cari amici, fino ad arrivare a trovare un milione di motivi per cui vale la pena vivere.

Ma dopo continui tentativi succedutesi nel corso degli anni, un giorno sua mamma riesce a togliersi la vita. E lui crolla. A nulla serve, per sollevarlo dal suo stato di “down,” invitarlo a leggere la lista con i motivi per cui essere grato di vivere. La butterà nella spazzatura.

Troverà, questa volta, un altro modo per confrontarsi con la vita e con la morte: trovando le parole per dirlo ad altri che vivono la sua stessa difficoltà. Come sta facendo con noi.

La Sala Ottagona oggi e al tempo di Nerone nella Domus Aurea di Roma

Fino a scoprire che il segreto dei segreti sta nell’assaporare proprio quell’attesa speciale, così piena di mistero, così immersa in un’eccitante incertezza.

Come quella, ad esempio, che precede l’ascolto di un disco: toccarlo per estrarlo dalla copertina, posarlo sul piatto. E, appoggiata la puntina, iniziare a godersi quel fruscio confuso che precede l’inizio della melodia. Ecco, lì : quando la morte si bacia con la vita.

Uno spettacolo divino, così come solo l’uomo sa esserlo.

Ingresso al Parco archeologico del Colosseo dove si trova la Domus Aurea di Roma


Recensione di Sonia Remoli


Recensione dello spettacolo COLLOQUIO NOTTURNO CON UN UOMO DISPREZZATO di Friedrich Dürrenmatt – regia di Alessio Pinto –

TEATRO COMETA OFF, dal 16 al 21 Maggio 2023 –

In un teatro per sole voci qual è il radiodramma, così ricco in personalità e in disinvoltura, si inserisce la scelta del regista Alessio Pinto di anteporre, a mo’ di prologo al testo originale, una prosa satirica incentrata sull’inclinazione, tutta umana, di rinunciare al diritto di difendere il proprio “gusto”: la più personale delle opinioni.

Il regista Alessio Pinto

Ma abbiamo ancora nerbo per sostenere la responsabilità di pensarla diversamente dai più?

Cosa si rischia ad avere delle proprie opinioni?

La risposta arriva dalle successive notizie di cronaca trasmesse alla radio, la stessa dalla quale prima era stato “proclamato” il pezzo di satira: tutte relative a morti o ad arresti di persone che hanno avuto il coraggio di non rinunciare al diritto di esprimere il proprio gusto. Le proprie scelte. 

Friedrich Dürrenmatt, autore del radiodramma “Colloquio notturno con un uomo disprezzato”

Con questa chiave interpretativa, cifra stilistica di Dürrenmatt per smascherare le meschinità nascoste dalla facciata perbenista della società, Alessio Pinto conduce lo spettatore in uno spazio elegantemente disordinato, abitato da una luce d’indeterminata attesa nella quale, con il favore delle tenebre, è immerso un uomo.

Un leggero refolo di vento annuncia l’insospettatamente goffo entrare in scena di colui che l’uomo stava aspettando. Il timore lascia il posto alla delusione: qualcosa va in frantumi.

Chissà perché il nostro nemico lo immaginiamo sempre nel massimo della prestanza. Ma poi sarà davvero un nemico? Di chi, abbiamo davvero timore? Che uso facciamo del prezioso indizio a fare attenzione (mica a lasciar perdere) offertoci dalla paura?

F. Dürrenmatt, « L’Ultime assemblée générale de l’établissement bancaire fédéral », 1966, huile sur toile, 72 x 60 cm, collection Centre Dürrenmatt Neuchâtel

Perché non leggiamo? Perché i libri sono letti laddove sono proibiti? Perché la cultura è pericolosa? A cosa siamo disposti a dare un prezzo, un valore ? E le cose, sono davvero come sembrano?

F. Dürrenmatt, Prometeo forma gli uomini, 1988, gouache, cm 99×70 
© Centre Dürrenmatt Neuchâtel/Confederazione Svizzera

Con la forza dissacratoria di questi fertili dubbi è intessuta la narrazione di Dürrenmatt che Alessio Pinto ha saputo rendere eloquente, integrandola anche con riferimenti extra-testuali, quali (per citarne solo uno) il Bergman de “Il settimo sigillo“. 

Una scena da “Il settimo sigillo” di Igmar Bergman (1957)

Un attento accordo tra spazio, luce e prossemica “disegna” l’importanza dialettica di due punti di vista, sottolineandone i confini ma rivelandone anche l’incontro. 

Una scena dello spettacolo “Colloquio notturno con un uomo disprezzato” di Alessio Pinto

I due attori in scena riescono con efficacia a “visualizzare” l’inconsistenza di certi “luoghi comuni”, di certi “ruoli” pre-confezionati.

Alessandro Giova (lo scrittore) emoziona nel rendere tutta la parabola psicologica del suo personaggio. Nel lasciarsi cioè trascinare dai continui “colpi di scena” a cui viene sottoposta quella che dovrebbe essere (ma non è) la sua “aperta” immaginazione di scrittore. 

Alessandro Giova, interprete dello scrittore

Antonio Conte (il “nemico”) ci disarma attraverso continui spiazzamenti: morfologici, etici, filosofici ed esistenziali.

Antonio Conte, il “nemico”

“Veste” una voce angelicamente tormentata che in alcuni momenti ricorda le presenze trascendenti de “Il cielo sopra Berlino” di Wim Wenders. Come loro tiene insieme la leggera invisibilità dell’angelo e la necessaria pesantezza dell’uomo.

Antonio Conte e Alessandro Giova in una scena dello spettacolo

Uno spettacolo che capta l’attenzione dello spettatore sottoponendolo a continue montagne russe emotive. 


Recensione di Sonia Remoli


Recensione dello spettacolo MARCO ROSSETTI LIVE SHOW

PALAZZO DAMAThe House of Peroni Nastro Azzurro – 17 Maggio 2023

Nello splendido scenario di Palazzo Dama, uno dei palazzi nobiliari più incantevoli di Roma, l’area esterna del “Ristorante Pacifico” ospita  la prima Casa italiana di una delle birre più conosciute al mondo: The House of Peroni Nastro AzzurroUn luogo unico, simbolo dell’ospitalità italiana nel mondo. Molto più di una brand experience proprio perché parte integrante dell’essenza di questo marchio.

E ieri sera,  in perfetto accordo con la filosofia “Vivi ogni momento”, caratteristica dello storico marchio nato nel 1963,  ha avuto luogo la serata d’apertura della stagione maggio-ottobre 2023.  In questi mesi la House of Peroni  sarà attiva sette giorni su sette con un ricco calendario di attività, dall’aperitivo alla notte.

La prima delle Peroni Nastro Azzurro Nights della stagione è stata inaugurata ieri con il live Show di Marco Rossetti e la sua band. A seguire, i dj  resident Muriel Bassi e Raffaella Papa. 

Adorato dal grande pubblico per le sue fulvide e plutonie interpretazioni in film,  serie TV e spettacoli teatrali, Marco Rossetti si sta rivelando un artista a tutto tondo, facendosi riconoscere per il suo stile cool&deep anche come autore e interprete musicale. Uno stile “che esce dal comune”.


È solito dire che le cose migliori gli sono capitate per caso o grazie ad un errore. Si chiama serendipity ed è un tipo particolare di fortuna, che riesce a farsi strada in noi solo se si è disposti a vivere con una grande apertura verso il nuovo. 


Ed proprio di questo “aperto” modo di stare al mondo che canta Marco Rossetti, lui che ama essere “un corteggiatore dell’amore”: quello verso gli altri e quello verso se stesso. I suoi testi parlano infatti della fallibile, e quindi incerta, tensione verso un atto di coraggio: il lasciarsi conquistare e attraversare dall’amore. Perchè per incuriosirsi a conoscere un’altra persona ci vuole coraggio; per non bloccarsi difronte ai giudizi ci vuole coraggio; per conoscere noi stessi ci vuole coraggio. Consapevoli però che ciò che ci unisce tutti è, prima di ogni altra cosa, la capacità di sbagliare, allora per “non avere paura della vita” basta accettare questa nostra comune inclinazione all’errore e osare “aprirsi” al nuovo, che si presenta ogni giorno. Ci sarà magari una “guerra di nervi” ad attenderci dietro l’angolo. Ma ci sta: per poter”trascendere” e per “vivere un incantevole incanto”. 

Ieri sera, il giardino bordo piscina dello spazio esterno del “Ristorante Pacifico” è stato abitato da una crescente e frizzante energia: quella che caratterizza certe attese. Quelle belle. Come un perfetto “padrone di casa”, Marco Rossetti ha avuto cura di accogliere e salutare i suoi ospiti. Complice, una timida pioggerellina che ha attirato l’attenzione, senza però alterare la tensione per l’inizio del live show.

Prologo al vero inizio, una breve narrazione alla quale Marco Rossetti ha affidato le sue confidenze in merito alla nascita di due delle sue grandi passioni: la scrittura e il teatro. E poi, voilà: il brano d’apertura del live show è stato “Tra i rami (di Roma)” , la storia di un barone rampante al contrario. Lei ama nascondersi tra i rami degli alberi di Roma e lui che invece cerca di escogitare il modo per farla scendere giù. E non solo.

Poi è stata la volta di “Bicicletta” il brano ambientato ai tempi della quarantena anti Covid 19. Quando le distanze si potevano colmare solo pedalando. A seguire, il brano sull’attesa dei diciotto anni “La guerra di nervi” chiude la terna dei singoli usciti un po’ ovunque in rete. E poi ancora nuove proposte, brani della tradizione romana e inediti, in un crescendo “tremante e ossessivo”. 


Una splendida serata in un luogo di meravigliosa bellezza e cortesia.

Ed è solo la prima delle Peroni Nastro Azzurro Nights della stagione. 


Recensione di Sonia Remoli


Recensione dello spettacolo EDIFICIO 3 – Storia di un intento assurdo – scritto e diretto da Claudio Tolcachir

TEATRO ARGENTINA, dal 16 al 21 Maggio 2023 –

Qual è il sinonimo di morire?

Cessare di vivere. 

E che cos’è vivere?

Un intento assurdo. Strano, così come definire l’uomo: niente di univoco.

E il ricordo?

Un atto collettivo.

Con paradossale musicalità, la malia della drammaturgia di Claudio Tolcachir, sottraendo alla narrazione ogni coordinata spazio-temporale, porta in scena un’umanità manchevole: dimenticata. Esiliata.

Claudio Tolcachir, autore e regista dello spettacolo “Edificio 3”

Un’umanità di “senza” , che fingono di essere “con” finché non si scopre che tutti sono “senza”: senza lavoro, senza madre, senza marito, senza casa, senza limiti, senza desiderio. A colmare (apparentemente) tutti questi “vergognosi” vuoti, uno spazio vitale iper pieno, iper ordinato, all’interno del quale ci si muove, per darsi un tono, a una vertiginosa velocità. Vertigine di cui risente anche la parola che diventa a tratti, così centrifugata, quasi un grammelot.

Una scena dello spettacolo “Edificio 3 ” di Claudio Tolcachir al Teatro Argentina di Roma

Una reazione istintiva, quella di questa umanità, di fronte a ciò che sta succedendo intorno a loro: un vero disastro, un panorama a dir poco deprimente. E allora, non tentata dal cambiare contesto, quasi senza accorgersene questa piccola comunità sceglie di riunirsi col pretesto di lavorare ma in realtà senza sapere bene cosa stia facendo. Uno stringersi insieme, un restare attaccati, inventandosi ogni giorno un nuovo giorno. Un loro resistere. Un domani.

Valentina Picello

Tolcachir ci parla di uno di quei momenti di cambiamento che ciclicamente l’uomo si trova a vivere. Quelle fasi di passaggio in cui non si riesce a tenere del passato solo ciò che può essere ancora adattabile al nuovo scenario che si annuncia. Così ingombrati da scorie di passato, i personaggi in scena si vergognano per il loro non essere, ancora, come vorrebbero: adattati fertilmente al nuovo cambiamento che s’impone.

Giorgia Senesi

Nel mostrarceli in tutta la loro credibilità, il regista sa di provocare un effetto grottesco sul pubblico. E per noi, così abituati a nascondere i nostri disagi, vederli rappresentati nella loro autenticità ci fa sorridere: come fossero esagerati, fino al surrealismo. Ma l’effetto positivo, che il regista cerca e trova, è che il pubblico, provando tenerezza e compassione per quei cinque personaggi (nei quali ci viene così facile identificarci) inizia a provarla anche verso se stesso. Tolcachir sembra voler scoprire ciò che di teatrale c’è in ognuno di noi, in un approccio intimo. A tratti sentimentale.

Emanuele Turetta

Uno spettacolo seducentemente tragicomico. Così reale da sembrare surreale. E, in una prospettiva sospesa tra gioco e realtà, ci ritroviamo a commuoverci.

Rosario Lisma

Gli attori in scena Rosario Lisma, Stella Piccioni, Valentina Picello, Giorgia Senesi ed Emanuele Turetta sono così attenti, nella costruzione del loro personaggio, ai particolari anche più minuti, più accidentali, più imperfetti (ma proprio per questo più umani) da raggiungere livelli altissimi di credibilità. Sfiorando paradossalmente la poesia. 

Stella Piccioni

Un approccio, questo di Claudio Tolcachir, che diventa un’opportunità per riflettere su che ruolo può avere il teatro in tempi duri come questi. Su quanto lo spazio, le persone e le loro storie siano spunti interessanti per rivedere forme e linguaggi.  


Recensione di Sonia Remoli

Medea la divina

TEATROSOPHIA, dal 12 al 14 Maggio 2023 –

Lo sguardo cinematografico che permea la regia e impreziosisce la graffiante drammaturgia di Massimiliano Auci dà vita ad “un monologo a tre voci”, ricco in assolvenze e dissolvenze, echi e specularità.

Massimiliano Auci, autore e regista dello spettacolo “Medea, la divina”

In un efficace gioco di flash-back, il vissuto della “persona” Maria Callas finisce per fare da contrappunto a quello del personaggio “Medea” di Pier Paolo Pasolini.

Maria Callas

Entrambi rimandano, infatti, a una predisposizione delle due donne verso amori folgoranti per uomini carismatici ma poco disponibili a riconoscere il loro autentico valore, unitamente ad un particolare rapporto sventurato con i propri figli. Donne ostinatamente ambiziose e di successo ma penalizzate da un insano rapporto con il cambiamento. 

Maria Callas in “Medea” di Pier Paolo Pasolini

È il vento ad aprire infatti lo spettacolo: un movimento vitale che allude all’energia che muove il corpo fisico, ma anche lo spirito, in un cambiamento continuo da uno stato all’altro. Perché così è la vita, dove tutto si muove tra continui equilibri e sconvolgimenti. Il piacere, il fastidio e la paura provocate dal vento porteranno l’attenzione sugli aspetti della vita delle due donne che sono ormai “maturi” per una trasformazione e quelli invece che seguono vie meno controllabili. Alle quali ci si dovrà adeguare, malgrado tutto.

Maria Callas

Evocativi e poeticamente onirici i corridoi di luce, sviluppati su diversi campi cinematografici, dove una giovanissima Ginevra Gemma, piena di grazia, osa farsi guidare dal lancio di un sassolino per saltare sulla vita.

Dagli scacchi del gioco della campana, tra assolvenza e dissolvenza, il passaggio è sulla cappa a scacchiera che veste la Medea-Callas, interpretata da un’appassionata Giovanna Cappuccio che, con fiera e fragile tragicità ha deciso di lasciare in eredità ai figli, privi di una madre, una città. Ma si spoglierà di questo proposito così come ora fa con la cappa che l’avvolge, quasi a rifiutare gli scacchi ricamati per lei dal destino.

Giovanna Cappuccio

In un interessante gioco a cerchi concentrici, il nuovo “habitus” della Callas-Medea, total black, ricorda quello sulla “de-formità” del Riccardo III shakespeariano: “io che non sono nata per i lavori nei campi…”. E’ una mancanza di quella “giusta forma” necessaria per essere riconosciute dagli altri ma soprattutto da loro stesse.

Giovanna Cappuccio

E così, Maria si lascia plasmare, “sempre indifesa”, dall’imprenditore Giovanni Battista Meneghini che la trasformerà da goffa donna a rilucente diva. Ma se ” arrivare è da molti, restare è per pochi! “. E così Maria (ma anche Medea) finisce per infilarsi in un illusorio mantenimento della continua perfezione che sfocerà in una vera e propria maniacalità.

Giovanni Battista Meneghini e Maria Callas

A una seducentemente subdola Giorgia Serrao sono affidati i contrappunti della madre e delle sfaccettature nascoste della diva indifesa e arrabbiata.

Giorgia Serrao

Finché non arrivano altri due nuovi occhi a voler plasmare la divina: quelli di un altro imprenditore: Aristotele Onassis. Una di quelle persone che pretendendo di essere amate, non sanno amare.

Aristotele Onassis e Maria Callas

Abbandonata, le serve una nuova identità: questa volta il nuovo “habitus” arriva da Pier Paolo Pasolini. Su di lei “cuce” il suo personaggio di Medea. Entrambi reduci dalla fine di un grande amore, si amano. Ma di amori diversi. Il vento continua a soffiare cambiamenti ma per Medea la divina saranno solo fratture.

Pier Paolo Pasolini e Maria Callas

Uno splendido ritratto al di là di della leggenda e al di là del divismo che, sempre con il giusto ritmo, porta lo spettatore a scoprire due nuove donne allo specchio. Nelle quali non è difficile trovare assonanze con i nostri vissuti.

Giovanna Cappuccio e Giorgia Serrao

Recensione dello spettacolo LA CASTELLANA di Giuseppe Manfridi – regia di Claudio Boccaccini

TEATRO PORTA PORTESE, dal 12 al 14 Maggio 2023 –

“Io sono ciò che ho fatto” : questo l’altero cogito della Castellana di Giuseppe Manfridi, ovvero della contessa Erzsébet Báthory , realmente vissuta in Transilvania tra il 1560 e il 1614. 

Convinta da folle lucidità che il sangue delle fanciulle vergini le garantisse un’avvenenza eterna, fece del suo castello uno spaventoso luogo di sterminio seriale: “la fabbrica del suo candore”. I documenti del processo che la condannarono a essere murata viva, parlano di centinaia e centinaia di vittime. La Báthory aveva creato un sistema perfetto per adescare giovani ragazze al fine di tradurre il loro sangue nel cosmetico di cui aveva bisogno. 

Nella sua personalissima applicazione di uno dei principi della logica, il principio di causa-effetto, per la Castellana il sangue costituiva la causa di un effetto: l’eterna giovinezza della sua pelle. Per uno scopo universale: il “vanto del paesaggio”, all’interno del quale le giovani vittime, sacrificandosi, davano forma alla loro massima realizzazione vitale. 

Giuseppe Manfridi, autore del testo “La Castellana”

Desta l’interesse dell’autore Giuseppe Manfridi, uno dei massimi drammaturghi italiani, immaginare narrativamente il suo testo concentrandolo su un particolare momento della vita della Castellana: quello in cui i gendarmi arrivano sul luogo dei delitti per cercare e trovare le prove dello sterminio. Da qui, l’arresto e la condanna.

Della drammaturgia ricca in fascino di Giuseppe Manfridi, l’acuto sguardo di Claudio Boccaccini sa contattare e dare adeguato respiro a quel “quid” impenetrabile della natura umana femminile, che solitamente resta, o si preferisce lasciare, celato. Quel lato oscuro della luna che declina il “coraggio” in sfumature diversamente epiche.

Claudio Boccaccini, il regista dello spettacolo “La Castellana”

In una situazione da “orto degli ulivi” tale per cui “la ricercata” ha la consapevolezza che la sua tremenda attesa precederà la cattura, il processo e la condanna, Boccaccini sceglie, per dare carne e sangue alla bellezza della sua protagonista (un’intensa Giulia Morgani dalle mille temperature) una Castellana corvina e vagamente androgina. Volutamente pervertendo il canone del periodo rinascimentale che vedeva coincidere la bellezza con il biondo crine unito alla succulenza delle forme. All’acconciatura “a sella” preferisce il crine libero e, spettinato, lascia che le eclissi parti del volto.

Giulia Morgani, interprete dello spettacolo “La Castellana” di Claudio Boccaccini

Voluttuosamente ingorda di sangue, la bocca: una bellezza straniante la sua, così consapevole di femminile e di maschile, da insufflare turbamenti. Ma, in verità, lei ama solo auto-sedursi: il massimo degli eccessi, proprio perché consumato in solitudine.

Giulia Morgani in una scena dello spettacolo “La Castellana” di Claudio Boccaccini

Partenopeo, poi, è l’afrore sanguigno dell’idioma che la Castellana emana e con il quale riesce, attraverso un’inusuale ed estrema vitalità che le scorre sotto pelle, a contaminare tutta la scena. Fino a sedurne l’intera platea. 

Una donna capace di innalzarsi fino alle stelle più lucenti del sapere e insieme strisciare nel seminterrato più oscuro della psiche, invocando antichi demoni. Infernalmente paradisiaco il guizzo che le pulsa negli occhi. Con un che di maligno, che rimanda al suo modo di essere orgogliosamente sola. 

“La contessa Báthory assiste alla tortura di alcune fanciulle” – Museo delle Belle Arti di Budapest

Ma proprio sola non è: tra le argute innovazioni del nuovo adattamento di Claudio Boccaccini c’è la reale presenza del “solerte nanerottolo” lacchè Janos. Creatura nata dall’estro e dalle attenzioni demiurgiche di Antonella Rebecchini, che ne realizza una copia nell’atto di chi si inchina sì con il massimo della reverenza ma con la tentazione di fuggire.

Il nano Janos nell’istallazione scenica di Antonella Rebecchini

Procastinata in un’esigenza disperata di tapparsi le orecchie e gli occhi. Come nel clima emotivo dell’ “orto degli ulivi, anche qui “la ricercata” anela un conforto dal suo “discepolo” . Che ne è incapace: spaventato com’è fino alla paralisi. Sprovvisti entrambi di capacità relazionale, condividono singole solitudini.

Locandina del film “Le vergini cavalcano la morte ” di Jorge Grau (1973), ispirato alla storia della contessa Báthory

La sua ossessione per l’eterna giovinezza della pelle, l’organo più esteso del nostro corpo, confine tra noi e l’esterno, é espressione di un profondo disagio. La pelle, infatti, ci parla del difficile equilibrio tra il bisogno di proteggerci e l’esigenza di avvicinarci all’Altro. Rappresenta sia “il confine” che ci protegge, che “il luogo dell’incontro” con l’Altro.

Paloma Picasso interpreta la parte della contessa nel film “Contes Immoraux” di Walerian Borowczyk (1974)

Ma ciò che davvero è degno di nota, e la regia di Boccaccini lo sottolinea raffinatamente nella drammaturgia di Manfridi, non è tanto che la Castellana non riesca a trovare un equilibrio tra queste due spinte, quanto piuttosto riconoscere come proprio queste deviazioni e disequilibri comportamentali ci rivelino qualcosa di “vero” sull’essere umano.

Giulia Morgani (La Castellana di Boccaccini) e il nano Janos di Antonella Rebecchini

“Solo ciò che degrada, appartiene alla vita”: il crimine, la perversione, la follia, infatti, rappresentano paradossalmente espressioni essenziali dell’umano. Nel mondo animale non esistono, perché le bestie rispondono solo al comando univoco dell’istinto. Noi umani possiamo, invece, declinare le pulsioni per-vertendole e stravolgendole in svariate modalità. Ecco allora la folgorante scelta di vestire la Castellana di un vaporoso abito bianco: cromaticamente simbolo di purezza e insieme di summa emotiva, di mescolanza di bene e di male.

La locandina del film “Stay alive”,  film horror del 2006, scritto e diretto da William Brent Bell e ispirato alla storia della contessa di Báthory

Nella follia più folle, quella che non conosce dubbi e confina l’errore solo nell’Altro, arriva la condanna per i suoi crimini: un muro asfissiante che sancisce definitivamente la fine di ogni possibile relazione osmotica con il mondo esterno. Una seconda pelle impermeabile: inumanamente eterna.

Claudio Boccaccini

Potentemente evocativa la scelta registica di immergere lo spettacolo in una drammaturgia musicale, costituita da un tramestio uditivo di movimenti cadenzati, sensazioni, suoni e grida. Uno spettacolo, questo di Claudio Boccaccini, che apre e alimenta suggestioni che non si esauriscono con la fine spettacolo. Anzi.

Quel che resta del castello di Cachtice in Slovacchia


Recensione di Sonia Remoli

Io ed Elena

TEATRO TRASTEVERE, dall’11 al 13 Maggio 2023 –

Una madre, che ha ben poco di materno (una Donatella Busini che brilla in presenza scenica) ha dato vita ad una figlia, Elena, come un corpo irritante crea “la perla” e penetra la protezione ossea dell’ostrica senza poter essere espulso.

Donatella Busini (la madre) e Ornella Lorenzano (Elena, la figlia)

La perla è un trauma che si è trasformato in un gioiello raro e prezioso: Elena (un’incantevole Ornella Lorenzano ) il cui habitus così pieno di grazia tanto ricorda “La ragazza con l’orecchino di perla” di Vermeer, e che un po’ come quest’ultima è il simbolo della “riuscita”. Quella cioè di coloro che portano con dignità le loro sofferenze esibendole come perle, come se le lacrime del dolore si fossero trasformate in un quid d’insolita bellezza.

Johannes Vermeer (1665-1666) “La ragazza con l’orecchino di perla”

Questa gemma, la perla, simboleggia la capacità autocurativa della Psiche di fronte ad un’invasione dolorosa. È il prodotto dell’incontro tra agente invasore e invaso. L’anima può curare se stessa. Anche se affetta da una ” disgregazione del sé”. Ed è un mistero osservare quel segreto che è Psiche, che tende così spesso a nascondersi.

Ornella Lorenzano e Donatella Busini in una scena dello spettacolo “Io ed Elena” di Mauro Toscanelli

Quasi parti della personalità umana, la scena ripropone una parte sommersa, sottostante il palco (l’Es) e una parte emersa (l’Io e il Super Io) sul palco. Elena “abita” quasi esclusivamente piani inclinati, dal precario equilibrio; la madre spazi apparentemente stabili ma a ben guardare inclini a perdere la prepotente stabilità.

Donatella Busini in una scena dello spettacolo “Io e Elena” di Mauro Toscanelli

Sono spazi-altari di un’effimera bellezza da cui la madre non riesce a liberarsi, imprigionata com’è dentro questa ossessione per l’apparire. Pur consapevole della differenza che intercorre tra la foto che si inserisce in un profilo social e la realtà, continua ad accontentarsi di occasioni che in realtà, lunghi dall’essere veri incontri, si rivelano delusioni, a volte anche molto dolorose.

Ornella Lorenzano in una scena dello spettacolo “Io e Elena” di Mauro Toscanelli

Tenuta a distanza da una mamma che si aggrappa al narcisismo per riuscire a non crollare nella depressione, Elena trova consolazione attraverso le carezze (rubate) dai pennelli da trucco soliti accarezzare la pelle di sua mamma. Ma soprattutto la sua àncora immaginaria è rappresentata da un’amica fisica e metafisica: Blanche, un busto in pezza privo di braccia e gambe, “reincarnazione” della Blanche DuBois di “Un tram che si chiama desiderio” di Tennessee Williams.

Usignolo

Le parla e la pettina, quasi a voler riordinare i suoi pensieri, quasi a voler sciogliere i nodi che li imprigionano. Quasi a voler sciogliere e liberare i propri di capelli, imprigionati dentro una cuffia-turbante. Come farebbe un usignolo con il suo canto. Anche lui, non particolarmente socievole, canta al riparo da sguardi indiscreti e si intrattiene volentieri alla luce lunare. Si narra sia il custode degli incanti, degli amori nascosti e pericolosi. E che la sua dolce melodia sia un potente strumento di comunicazione capace di attirare l’amore attraverso l’amore. E così accadrà anche ad Elena e alla sua mamma.

Mauro Toscanelli, il regista

Dalla sinergica sensibilità del regista Mauro Toscanelli e dell’autrice Donatella Busini, prende vita, complice anche un’attenta drammaturgia musicale, uno spettacolo terapeutico che predispone e conduce con profonda gentilezza lo spettatore nei meandri della psiche umana e delle dinamiche tra una madre e una figlia.

Opera vincitrice:

Concorso letterario “Anima Mundi” 2020 e “Lago Gerundo” 2020

Opera finalista:

Concorso letterario “Ernesto Calindri” 2020 – sezione Donna

Opera menzionata al merito

come miglior dramma:

Teatro dei Marsi di Avezzano