Recensione dello spettacolo PAGLIACCI ALL’USCITA – da Leoncavallo a Pirandello – di Roberto Latini

TEATRO VASCELLO, dal 29 Settembre all’ 8 Ottobre 2023 –

Panta rei: tutto scorre.

Fluidità: questa la parola chiave dell’elegante crasi avanguardistica realizzata dall’eclettico regista Roberto Latini. Quella cioè che permette, opportunamente dosando tradizione e tradimento, di rintracciare ed evocare l’intima meraviglia che lega due testi – “Pagliacci” di Ruggero Leoncavallo (1892) e “All’uscita” di Luigi Pirandello (1916-1922) – che scorrono tra un secolo e l’altro, quasi uno nell’altro, come dentro un fiume. Un fiume che produce e sa lasciare sedimenti. Fertili.  

Roberto Latini (Foto ©Masiar Pasquali)

Latini ha l’attitudine alla creazione, alla creatività. Una qualità complessa che si modella sull’originalità del pensiero e sulla capacità di osservare da punti di vista inusuali. Questo suo spettacolo è infatti sia un rinvenimento archeologico che l’effetto di una fertile esondazione.

L’ habitat “naturalissimo”, eppure così meravigliosamente metafisico, in cui immagina di restituire e di restituirci il fascino del legame tra queste due drammaturgie fa propria la cifra dell’evanescenza, della nebulosità, dell’opalescenza: condizioni storiche, sociologiche e psicologiche autenticamente accoglienti, inclusive e quindi fertili. Umide. Come limo. Quel prezioso mix di terra e resti organici che resta ( appunto ) in sospensione sulle acque e che, proprio per questo suo essere sospeso, può essere trasportato. Può continuare a vivere e a far vivere. 

Così come la creatività: una qualità alla base dell’attitudine umana di adattarsi alle circostanze e di adattare le circostanze a sé. Un’attitudine che va esercitata: attraversare la vita senza creare è puro ristagno. Intuire, invece, il modo inedito in cui combinare elementi antichi; chiamare a essere reale ciò che prima non era neppure immaginato; rinnovare lo stupore davanti a una creazione che prende forma davanti ai nostri occhi, questo sì può la creatività. E lo spettacolo di Roberto Latini che ieri sera in prima nazionale è andato in scena al Teatro Vascello di Roma ne è una testimonianza. 

Così “quel che resta” della Commedia dell’Arte confluisce nel fiume del tempo insieme alla poesia del film muto, alla mobile rigidità della meccanizzazione dei gesti, agli echi dell’opera lirica, alla tentazione alla simbiosi con il fango, con l’istinto animale, con la lallazione onomatopeica. Contaminando preziosamente il gesto e il linguaggio. La finzione e la realtà. La vita e la morte. 

Con un centro di gravità non permanente: la risata. In tutte le sue declinazioni. In tutti i suoi effetti. In tutti i suoi colori: il bianco, il rosso e il nero. Colori “elementari” che contaminano la drammaturgia scenografica, quella delle luci (di Max Mugnai), quella delle musiche e dei suoni (di Gianluca Misiti) e quella dei costumi (di Rossana Gea Cavallo) restituendo, soprattutto in alcune scene, quell’elegante e sublime bellezza dei quadri di Jack Vettriano. Risata fulcro dell’ambiguità insita nella profondità dell’animo umano. Chiave di lettura del mondo che scorre tra 800 e 900. E non solo. Smascheramento dell’ipocrisia e quindi epifania del vero. 

Luigi Pirandello

C’è la risata prodotta e subita dal pagliaccio Canio; quella che ricorda la musicalità di un canto d’amore di Nedda – che qui in Latini è essa stessa pagliaccio, oltre che Colombina e poi la risata “scura della moglie dell’Uomo grasso. Anche lei pagliaccio. Geniale questa declinazione al femminile della maschera del “pagliaccio” che dal femminile si arricchisce di tutta la carica più straniera, più difficilmente traducibile dal maschile.

La risata ci parla, infatti, della nostra multiforme identità: ossessione che prende consapevolezza proprio in questo corso di tempo. E Pirandello non smette di immergervisi dentro. Già qui in questa novella del 1916 che già contiene quel limo che confluirà fino a “I giganti della montagna”. Senza arrestarsi. 

Perché la natura dell’identità è qualcosa di sfuggevole. È un po’ uno straniero che ci preme dentro. Che vorrebbe rompere gli argini che noi per tutta la vita, infaticabilmente quanto inutilmente, ci assicuriamo di manutenere. 

Perché la vita nella sua incontrollabilità fa paura. Ci eccede. E allora cosa c’è di meglio di darle la parola? Di farla esondare fertilmente? Di includerla cioè insieme a tutto ciò che ci dà una forma, in continua necessità di mutamento? Non farlo porterebbe inesorabilmente alla violenza.

Perché Canio esonda senza essere fertile, anzi procurando una duplice cessazione di un ciclo vitale? Perché l’amante della moglie dell’Uomo grasso arriverà a mettere fine alla sua sublime e vitale risata? Per il loro non riuscire ad accettare la fluidità della vita. Per non riuscire a morire alla vita per vivere alla morte. Per “il bisogno di costruire case ai sentimenti”.

Applausi emozionati per Savino Paparella, Ilaria Drago, Marcello Sambati, Elena Bucci e Roberto Latini

Questo spettacolo, che si avvale di interpreti straordinariamente fluidi ed efficacissimi – Elena Bucci, Ilaria Drago, Savino Paparella, Marcello Sambati e lo stesso Roberto Latini – ha il merito di restituirci quelle sinapsi più nascoste che fondano la storia del Teatro. E della vita: soprattutto in questo periodo storico in cui siamo così tentati dall’irrigidirci in posizioni decisamente poco fluide. Poco politiche. Poco inclusive.

Grazie.


Recensione di Sonia Remoli

Recensione dello spettacolo IL TUO NOME BRUCIA SULLE MIE LABBRA – regia Alessandro Sena –

TEATRO BELLI, dal 26 settembre al 1 Ottobre 2023

Che cos’è l’amore se non un incontro speciale che riesce a interrompere il nostro normale scorrere del tempo, il nostro precedente modo di stare al mondo ?

Anche su questo ci invita a riflettere l’appassionante spettacolo di Alessandro Sena “Il tuo nome brucia sulle mie labbra”, andato in scena ieri sera in prima nazionale nell’avvolgente intimità del Teatro Belli, nel cuore di Trastevere.

L’amore ci fa fare esperienza della nostra massima apertura verso l’altro. Ma non sempre si riesce a fare un buon uso di questa nostra incondizionata apertura. E allora l’amore può trasformarsi nel luogo della chiusura, della prigionia, dell’ossessione, della ripetizione. Dell’assedio.

Alessandro Sena

Questa è la condizione in cui si trova la protagonista del libro “Un corp en trop” della scrittrice francese Marie-Victoire Rouillier, libro caso letterario in Francia negli anni ’80 per gli straordinari contenuti e la bellezza del testo, di cui Alessandro Sena ha curato la traduzione italiana e dalla quale ha tratto lo spettacolo “Il tuo nome brucia sulle mie labbra”.

Non un adattamento ma un’autentica messa in scena di 20 lettere selezionate ed estrapolate dal libro, che ne raccoglie nella totalità 40: quelle che una giovane donna scrive e indirizza alla sua amata, ritiratasi in convento.

Lettere che – forse lette e poi accartocciate dalla destinataria o invece cestinati tentativi di seduzione, ritenuti non soddisfacenti dallo stesso mittente – giacciono a terra, ricoprendo quasi interamente il palco. Come un corpo che si offre e che ripetutamente viene rifiutato. Tocco scenografico potentissimo. 

In una realtà come quella attuale in cui si tende spesso a irridere l’amore ritenendo che ogni amore nasca portando con sé la propria morte e quindi nasca con una breve data di scadenza, questo testo recuperato e addirittura tradotto in italiano da Alessandro Sena ha il valore di riportare appassionatamente l’attenzione sull’immensità alla quale l’amore ci apre e ci consegna. Anche se qui si tratta di un amore che non ce la fa a tollerare questa apertura incondizionata. 

Attraverso una messa in scena ferocemente tenera, la regia della parola di Alessandro Sena trova la chiave per farci riflettere – sequestrandoci l’attenzione dell’anima – su che cos’ è il desiderio. Su come si nutra di tatto ma anche di segni di attenzione e di mancanze. E sul potere plasmante della parola dell’altro.

Ma la regia di Alessandro Sena non manca di sottolineare efficacemente anche quella tentazione tutta narcisistica che comunque può abitarci e che ci vorrebbe auto-fondanti. Nel dare corpo a queste due spinte contrastanti, il regista sceglie di scommettere su giovani promettenti interpreti: otto, tante quante le ombre che – come inquiline – abitano il condominio dell’inconscio dell’amante.

Le otto interpreti in scena – Angela Di Domenico, Erika Fusini, Chiara Iannacone, Francesca Mele, Sara Morassut, Marta Porfiri, Micaela Iago e Sania Ricchi – rapiscono il pubblico, che inconsapevolmente si lascia andare immedesimandosi a specchio con ciò che accade sulla scena. E sentiamo insistentemente queste ombre rotolarsi anche nelle nostre pance. La partecipazione è tale che un sublime silenzio ci lega tutti e solo momentaneamente ci libera in sospiri.

Sono ombre che acquistano corpo attraverso la densità delle voci, tutte diversamente e lacerantemente affamate d’amore. Ogni ombra fa di tutto per farsi ascoltare ma quanta struggente bellezza quando le ombre si compongono coreograficamente! I loro rituali ossessivamente circolari; la potente simbologia dell’amore simbiotico rappresentato attraverso l’insana sacralizzazione del rito della comunione (il peccato originale dell’amante); la loro rabbia vendicativa da Erinni; la loro ebrezza da Baccanti; la splendida liturgia di un Alleluja illuminato dalla sinistre luci delle candele, poste sotto i loro volti. E poi la brama finale: quella del tatto con la terra, con il suolo.

Ombre incapaci di amare davvero, cioè pur non essendo corrisposte. Non a caso, forse, il nome dell’amata non è mai pronunciato. E perciò brucia sulle labbra dell’amante che non c’è la fa a chiamarla per nome assegnandole un’autentica identità. Perché qui l’altra, l’amata, è una proiezione del sé dell’amante: non c’è nell’amante una vera apertura all’affascinante diversità dell’amata. C’è brama del suo corpo, delle sue attenzioni ma non decolla mai “un vero incontro” che, solo, può produrre una nuova nascita di se stessi e quindi una riconfigurazione del mondo esterno.

Non riesce l’amante descritta nel conturbante testo della Rouillier – ma non possiamo fare a meno di amarla anche per questo – a provare una sana curiosità per l’irriducibile diversità dell’amata. Una diversità che, anche se non corrisponde, non necessariamente deve portare a reazioni violente. Anche verso se stessi. E la regia di Sena non a caso non regala un corpo all’amata. Né all’amante: quelle in scena sono solo le sue ombre inconsce. Quelle che hanno finito, purtroppo, per “cibarsi” del suo corpo. 

Accuratissima l’attenzione alla resa delle ombre. Un abito, identico per ciascuna, che esteticamente e registicamente è anche un habitus: un esuberanza castrata. Una seconda morbida pelle di stoffa nera, allora, si lascia stringere sul ventre da un’ambigua guaina contenitiva che ammicca alla seduzione di un reggi giarrettiera. Castrante però: ricco in ulteriori lacci velati, che ne suggellano la costrizione.

Uno spettacolo e un libro che ci parlano della difficoltà di amare e di amarsi. Ferite di cui Alessandro Sena riesce a fare lancinante poesia.


Recensione di Sonia Remoli

Recensione dello spettacolo RISATE DI GIOIA – Storie di gente di teatro – da un’idea di Elena Bucci –

TEATRO VITTORIA, dal 19 al 24 Settembre 2023

Ma quanto è bello un teatro abbandonato ! Di quanto fascino resta impregnato ! Non quello, certo, tipico di una florida attività commerciale. No. Piuttosto quello di un luogo che riesce comunque a farci da perimetro, lasciandoci però liberi di volare. Ancora.

Marco Sgrosso (Umberto) e Elena Bucci (Tortorella) in “Risate di gioia” al Teatro Vittoria di Roma

Soprattutto se a scoprirlo per noi e a disvelarcelo, quasi come archeologi che sanno come muoversi tra le rovine dell’Arte, sono due “dipendenti” del mondo del teatro. Non quelli bagnati dalle luci della ribalta ma delle tinche teatrali: coloro, cioè, che generalmente si trovano ad interpretare solo piccole battute per di più di scarsa importanza nell’articolarsi della storia raccontata. Tortorella e Umberto sono delle tinche sì, ma innamorate perdutamente della vita: quella che fluisce continuamente dentro la magica scatola teatrale.

Marco Sgrosso (Umberto) e Elena Bucci (Tortorella) in “Risate di gioia” al Teatro Vittoria di Roma

In questo epifanico spettacolo, che nasce da un’idea di Elena Bucci – che ne condivide la drammaturgia, le scene, i costumi, l’interpretazione e la regia con Marco Sgrosso e che trova nel disegno luci di Max Mugnai un sublime contrappunto nel riuscire a “portare alla luce” ogni “rinvenimento” dell’anima – tutto accade durante una notte di Capodanno. La notte più magica ed evocativa di ogni altro giorno dell’anno. La notte in cui inevitabilmente si ripensa a ciò che è stato e – titubanti ma anche eccitati – ci si apre ad un futuro tutto da inventare.

Marco Sgrosso (Umberto) e Elena Bucci (Tortorella) in “Risate di gioia” al Teatro Vittoria di Roma

Spettacolarmente la scena si apre nel momento in cui – lontani dagli schiamazzi di fine anno – Tortorella e Umberto, prossimi al rinvenimento archeologico di un teatro diroccato e abbandonato, ne dilatano quel che resta della membrana-sipario. E quasi come entrando dentro il taglio di un quadro di Lucio Fontana, restano investiti da un nuovo “venire al mondo”. Nuovamente partoriti, i due sono invasi da una meraviglia totalizzante: che paralizza e insieme apre al desiderio di volare. L’interpretazione e l’uso della voce di Elena Bucci e di Marco Sgrosso è tale da rendere queste due spinte con palpabile metafisica. E assistervi come spettatore è un’estasi inebriante. La parola e il gesto passano, infatti, continuamente da una sorta di intorpidimento a una divina musicalità. Che rapisce. Perché “niente sta fermo” ma tutto fluisce in uno scorrere eracliteo. Dove anche la musica (è Raffaele Bassetti a curarne la drammaturgia e il suono) si mette a servizio della parola: ne cerca continuamente la radice, la sottolinea, l’accarezza, la segue quasi sussurrando. In un unicum di rara bellezza.

Elena Bucci (Tortorella) e Marco Sgrosso (Umberto) in “Risate di gioia” al Teatro Vittoria di Roma

Finalmente soli sulla scena, Tortorella e Umberto sono tentati di cogliere questa occasione per immaginare di essere, per una volta, ciò che non sono mai stati nella realtà: dei primi attori . In verità però su questa tentazione narcisistica finisce per prevalere ancora una volta la meraviglia. E quella che voleva essere un’esibizione individualistica, si impreziosisce di una sacra voglia di coralità e di altruismo. Perché loro sono l’Arte e non il Teatro. E al pronunciare le parole magiche “ti ricordi !?” vengono invasi – in un furore tra l’apollineo e il dionisiaco – dall’urgenza di riportare alla memoria, e quindi alla vita, tutti coloro che pur nei loro piccoli ruoli artigianali costituivano il “profumo” del teatro. Un insieme di funzioni – dal suggeritore al portaceste – che davano forma ad un micro linguaggio costituzionale del teatro. Un elogio del “piccolo” che piccolo non è. E come tale va salvaguardato, ricordato. Per tenerlo ancora in vita. Perché loro sono “gli antenati” e vanno menzionati non solo quale reticolo di indispensabili funzioni ma anche ricordandone i nomi e i cognomi. Perché “chiamare per nome” salva l’identità e cura l’unicità del valore di ciascuno.

Marco Sgrosso (Umberto) e Elena Bucci (Tortorella) in “Risate di gioia” al Teatro Vittoria di Roma

Ma dalla preziosa rievocazione di Tortorella e Umberto prendono corpo anche i turbamenti degli “stregati” : gli attori, perennemente in bilico tra “sono io o sono il personaggio?” e che proprio in questa fluidità, in questo perdersi, ci restituiscono il meglio di ogni essere umano. Perché il loro non è un semplice “fare finta” ma un essere disponibili a restare “stregati”. Ogni volta. Sono “le belle bandiere”, duttili ad essere invase dal vento della follia: una disposizione d’animo umana e divina, di cui non si riesce a dare una definizione esaustiva e categorica. Così come avviene per l’amore. Perché porta sempre altrove. Ed è la magia di ogni improvvisazione. Gli attori sono un mistero: vivono nella speranza di lasciare una scia, di essere ricordati. Vivono ossessionati dalla memoria: dapprima da quella relativa alla fedeltà al copione e poi da quella che deriva dall’aver saputo tradire il copione stesso. Struttura, rigore ma anche libertà e ribellione. Perché questo è il Teatro. Perché questa è la Vita.

Marco Sgrosso (Umberto) e Elena Bucci (Tortorella) in “Risate di gioia” al Teatro Vittoria di Roma

Uno spettacolo ricco e accurato come un archivio. Vivo, però: pulsante. Così attento al fascino delle minuzie da rapire. Totalmente.

Un teatro di ricerca, questo della Compagnia “Le belle bandiere” che si origina dal desiderio di imparare e di continuare a trasmettere il patrimonio tecnico-poetico dei maestri, in un fluire di esperienze e di pensiero.

Un teatro di incontri e di reciproche illuminazioni, che risveglia energie insospettate e nutre l’immaginazione.

Perché noi siamo chi abbiamo incontrato. E possiamo evolverci a seconda di chi e cosa vogliamo incontrare.

Perché apertura, confronto e curiosità sono necessità imprescindibili, nel Teatro e nella Vita: aiutano a prendere coscienza del proprio valore e dei propri limiti e a guardare il mondo da prospettive sorprendenti. Scongiurando l’autoreferenzialità.

Un Teatro sovversivamente amoroso – quello della Compagnia “Le belle bandiere” – di cui abbiamo un immenso bisogno.  

Marco Sgrosso (Umberto) e Elena Bucci (Tortorella) in “Risate di gioia” al Teatro Vittoria di Roma


Recensione di Sonia Remoli

Recensione del libro FORSE UN ALTRO di Michele Zatta –

– Arkadia editore / sideKar –

Un libro da regalare a chi state per lasciare – o a ben guardare – a chi vi sta per lasciare. 

Un libro che invita al piacere di sorprendersi: a stare nel caos vitale.

Un libro per amare. E per amarsi.

Un libro che inebria la fantasia. 

La narrazione corre e prende forma come se uscisse dal pennarello di un illustratore di grafic novel, per poi trasformarsi in una sceneggiatura cinematografica. Michele Zatta è infatti sceneggiatore, produttore e dirigente di Rai Fiction dal 2008, nonché volto noto al grande pubblico in quanto co-ideatore e sceneggiatore di “Un posto al sole” e produttore di “Mare fuori”. Con “Forse un altro”, pubblicato nel 2022 dalla casa editrice Arkadia, Zatta approda a un nuovo genere di scrittura, pur con inevitabili contaminazioni, derivanti dalla sua durevole esperienza nel mondo cinematografico.

Michele Zatta, l’autore del libro “Forse un altro” – Arkadia editore

Accattivanti personaggi, infatti, contribuiscono a dar vita ad un geniale Olimpo contemporaneo. Ma è indiscutibile anche il richiamo alla struttura e ai temi dei “Morality play“: componimenti che ebbero larga diffusione nell’Inghilterra di fine Quattrocento – primi del Cinquecento e che narrano della danza della morte (dall’irruzione nella vita dell’uomo al successivo viaggio di purificazione).

Morality Play

Il prologo, shakespeariano, invita il lettore ad un fulgente uso dell’immaginazione; infatti il testo – avverte l’autore – è semplice, il vocabolario povero e la trama prevedibile. Ma non è proprio così: diciamo che è un modo per creare un effetto sorpresa davvero potente.

La fluidità della narrazione, che rende la lettura spesso compulsiva, non esclude allusioni allegoriche o sofisticate soluzioni nella resa dell’intreccio. La lingua è uno slang giovanile, informale, effervescente, fantasmagorico, di una tale ospitalità da accogliere in sé di tutto: da stralci di celebri canzoni (inserite non come citazioni ma come espressioni fagocitate dallo slang stesso) a riferimenti filosofici.

Il libro di Michele Zatta “Forse un altro” presentato al Salone Internazionale del Libro di Torino 2023

Nella sua essenza, l’interessante libro di Michele Zatta vuol condurre il lettore alla ricerca – il più delle volte divertita e divertente – della propria auto-consapevolezza. Obiettivo da anelare, ad un certo punto della nostra esistenza, visto che si viene alla vita “in una vettura di seconda mano”: scelta, in prima battuta, da altri (i nostri genitori).

Ecco allora che questo libro contribuisce ad essere l’occasione per arrivare a desiderare di diventare “Forse un altro”: ciò che noi consapevolmente vogliamo davvero essere. Come in una nuova nascita, questa volta di prima mano. Avviando e proseguendo per tutta la vita una bella manutenzione: non alle cose che ci circondano ma al nostro modo di stare al mondo.

La copertina del libro, non a caso, raffigura una finestra: simbolo di libertà, luogo del desiderio, immagine del divino. Eppure la finestra è sostanzialmente un vuoto, una mancanza di materia. Ma è proprio la sua inesistenza fisica a trasformarla in ricettacolo di senso. Perché quel varco nello spazio è un catalizzatore di storie e un attivatore dell’immaginazione.

Edvard Munch, “Il Bacio con la finestra”, 1892

Una finestra molto particolare ha scelto l’autore Michele Zatta: quella di un celebre quadro di Edvard Munch: “Il bacio con la finestra”. Il pittore dell’anima, anticipatore dell’espressionismo, inserì questo quadro nel ciclo pittorico Il fregio della vita, dove esplorò i temi dell’amore, della paura, della morte, della malinconia e dell’ansia: temi presenti anche in questo libro di Zatta.

Ma qui l’attenzione dell’autore è volutamente solo sulla finestra: sulle sue opportunità o sulle paure che alimenta. Perché la finestra è foriera di nuove chances. E di possibili incanti, da scovare anche nelle piccole cose di ogni giorno. Il libro è ricchissimo di indizi rivelatori: come – per citarne solo uno – quello relativo alla preziosità dei libri per la nostra vita, per la nostra rinascita. Michele Zatta immagina infatti di utilizzare libri, nella sua storia, per tenere in equilibrio mobili “azzoppati”. Sembra un’immagine decadente ma non lo è affatto: sono i libri, i loro contenuti, a fornirci un prezioso aiuto nella continua ricerca di nuovi equilibri vitali.

Questo testo, riadattato su sollecitazione del regista Marco Lucchesi e con Vincenzo Ferrera nei panni di Mike Raft (il protagonista), stava per debuttare al Teatro Eliseo nel dicembre del 2014, come commedia inserita nella programmazione natalizia, se non fossero stati apposti i sigilli al Teatro proprio alcuni giorni prima. Ma si sa “le cose non vanno mai come ci si aspetta”. Forse un altro percorso le attende.

E infatti “Forse un altro” viene presentato dalla scrittrice e giornalista Maria Pia Ammirati nell’ambito delle proposte degli Amici della domenica per il Premio Strega 2023. Ed è arrivato tra gli ottanta testi che si sono sfidati per la dozzina.

Chissà cos’altro succederà…


Forse un altro

di Michele Zatta

Arkadia Editore – Sidekar


Recensione di Sonia Remoli


Recensione dello spettacolo FAHRENHEIT 451 – a cura de La casa d’argilla – regia di Lisa Ferlazzo Natoli e Alessandro Ferroni –

Spettacolo musicale / melologo sci-fi

“Era un piacere bruciare tutto ” .

Sì, può essere estremamente eccitante tenere tutto e tutti sotto controllo, sentendo pulsare nelle vene quell’esaltante sensazione di dominio, di potere assoluto, di sopraffazione. Senza permettere a nessun’altra emozione di influenzarci. Di invaderci. Tutti chiusi dentro questo confine rigido. Impermeabile.

Così entra in scena il fulgente Guy Montag di lacasadargilla, ensemble che ieri sera al Teatro India ha dato vita ad una infiammata ed infiammante messa in scena dell’omonimo spettacolo musicale/ melologo sci-fi tratto dal romanzo “Fahrenheit 451“.

Scritto da Ray Bradbury nel 1953 e ambientato in un imprecisato futuro, narra ( forse predicendo ) di una società distopica dove leggere o possedere libri è considerato un reato. Per contrastare questo pericolo viene istituito un particolare corpo di vigili del fuoco con l’insolita missione a bruciare ogni tipo di volume. 

“Bruciare sempre, bruciare tutto. Il fuoco splende e il fuoco pulisce”. 

Una brama ad essere “vigili” perversa: a cui qualcuno ha dato un altro verso, un altro valore. Un altro significato: non più quello di spegnere il fuoco per salvare, per donare aiuto. Bensì quello di appiccare il fuoco per distruggere chi ama leggere. Chi brucia di desiderio di sapere.

Perché leggere rivela i vari significati che si possono dare alle parole. E i significati che si danno alle parole sono importanti. Capirli risulta fatalmente pericoloso per chi è invaso dall’obiettivo di sopraffare gli altri. E subdolamente lusinga e fa credere di aver cura dell’Altro solo per indurlo a fare qualcosa che torni, in realtà, a vantaggio solo di se stesso. 

Guy Montag, zelante vigile del fuoco inconsapevole dell’inganno che il sistema sta propagandando, non è però immune dal percepire che successivamente all’eccitazione derivante dall’appiccare il fuoco con zelo e brama, si senta poi mortalmente svuotato. E non fuggendo da questa malinconica sensazione, riesce a percepire, una sera durante una passeggiata, l’ombrosa presenza di qualcuno che inspiegabilmente lo sta desiderando: qualcuno che sta aspettando il suo ritorno, sotto le stelle.

Clarissa, una giovane donna che osa, insieme alla sua famiglia, opporsi al regime dedicandosi alla lettura e preferendo vivere in natura piuttosto che di fronte a obnubilanti schermi televisivi. E Guy sperimenta con lei, per la prima volta, una sensazione insospettabilmente appagante. Finalmente la potente magia di un vero incontro: scoprire di amare dialogare con qualcuno a cui interessa ascoltarti. Per conoscersi, per scoprirsi. Per dare e per darsi: aprendo i propri confini all’osmosi, come membrane permeabili. Generosamente. La vera ricchezza di un’invasione. Come l’amore sa fare. 

lacasadargilla: Alice Palazzi, Maddalena Parise, Lisa Ferlazzo Natoli e Alessandro Ferroni

La messa in scena di questo snodo cruciale della narrazione viene reso e valorizzato da lacasadargilla con la grazia di un incanto. Lei, Clarissa, arriva come anticipata da un refolo e emanando un canto favoloso, muovendosi e parlando con elegante leggiadria, quasi fosse una “Primavera” botticelliana.

Alla partitura del corpo e della voce, si legano sinergicamente una drammaturgia delle luci e una drammaturgia musicale particolarmente evocative. Liriche proiezioni floreali e sonorità eseguite dal vivo completano l’epifania, conferendo all’attimo la solennità di una conversione.

“Lei è felice ?” – chiede Clarissa a Guy. Una domanda proibita. Che insinua il dubbio sulla bontà del sistema. Un atteggiamento critico estremamente pericoloso perché induce a pensare. Saranno poi proprio i libri ad aiutare Guy a rispondere a questa domanda. Prova a parlarne lui anche con sua moglie Mildred, per condividere con lei il nuovo orizzonte esistenziale. Ma lei è totalmente assuefatta alla propaganda da non riuscire a cogliere la nuova carica emotiva del marito, se non come un tradimento al sistema. E di fronte al suo citare una poesia – la meravigliosa “Dover beach” di Matthew Arnold  – in risposta alle frivole argomentazioni delle sue amiche, Mildred lo denuncerà al sistema.

Siamo fatti così, noi essere umani: abbiamo un’anima che può aprirsi a diverse direzioni. Può sentire di essere spinta verso la libertà, verso lo spazio aperto della conoscenza, verso l’altruismo, verso la relazione, così da raggiungere un’autentica consapevolezza ma anche, ed è la nostra tendenza più originaria, essere pronta a barattare l’eccitante incertezza della libertà e della felicità per un’illusione di sicurezza, di calma protezione. Che ci vuole chiusi. Insensibili.

E poi, c’è sempre qualcuno che sceglie di approfittarsene. Perché un’indirizzo tutto umano è anche quello alla sopraffazione. Perché una donna e un uomo che abdicano alla libertà di pensiero e di espressione sono facilmente manipolabili. Allevabili, addomesticabili. E quindi innocui. Non pericolosi.

Perché rinunciano al libero arbitrio e quindi a sentire e a pensare e a esprimere qualcosa di diverso, di proprio. Preferendo scegliere di non scegliere e quindi lasciando scegliere l’Altro da sé. Apparentemente consapevoli ma quasi sempre vittime di subdole manipolazioni.

Saccheggiati, non a caso, di ciò che abbiamo di più prezioso: quel libero, creativo e quindi fertile arbitrio che ci rende unici, speciali. Consapevoli. Brillanti. Esplosivi.

L’urgenza preziosa e necessaria di lacasadargilla di dedicare così tanta attenzione al tema dell’ “invasione” nasce, oltre che dall’essere un tema sempre affascinante, anche dall’esigenza di riproporre e ricordare, attraverso la potenza rivoluzionaria dei libri, tutte le declinazioni che il concetto di “invasione” può assumere nei vari ambiti della nostra esistenza. 

Uno spettacolo infiammato e infiammante: come il teatro può e deve essere.

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sabato 2  domenica 3 settembre (ore 21:15)

SPETTACOLMULTIMEDIAL/ MELOLOGO SCI-FI

FAHRENHEIT 451

a cura di lacasadargilla regia Lisa Ferlazzo Natoli e Alessandro Ferroni 
adattamenti Roberto Scarpetti

drammaturgia musicale Gianluca Ruggeri 
ambienti visivi Maddalena Parise costumi Camilla Carè 

drammaturgia delle luci Omar Scala disegno sonoro Pasquale Citera
con Arianna GaudioSilvio ImpegnosoFortunato Leccese, Anna MallamaciEmiliano MasalaGiulia Mazzarino, Alice Palazzi, Stefano Scialanga


percussioni Gianluca Ruggeri pianoforte Ivano Guagnelli, percussioni /el. devices Gianfranco Vozza, percussioniCarol Di Vito 

aiuto regia e coordinamento Matteo FinamoreMartina MassaroCaterina Piotti e Francesco Cecchi Aglietti


Recensione di Sonia Remoli


Recensione dello spettacolo CONSIGLI PER SOPRAVVIVERE IN NATURA – un progetto di Lacasadargilla – regia Lisa Ferlazzo Natoli e Alessandro Ferroni

TEATRO INDIA, Festival IF/INVASIONI(dal) FUTURO_Dark Ages*2023, 31 Agosto e 1 Settembre

Che cos’ è davvero un’invasione? Questo moto tanto violento quanto pacifico, lento o improvviso, momentaneo o perdurante ? Ma soprattutto qual è la sua cifra, la sua essenza ? Siamo davvero, noi umani, la specie superiore ? Siamo davvero noi i più intelligenti ?

Festival if/invasionidalfuturo_darkages*2023- aspettando l’inizio del melologo scifi “Consigli per sopravvivere in natura”, al Teatro India di Roma

In questi giorni, più precisamente dal 28 agosto al 3 settembre p.v., il Teatro India si lascia invadere e contaminare da realtà diverse, rendendosi permeabile all’osmosi con forme artistiche di disparata natura: narrazioni miste e atipiche di matrice antropologica, scientifica o storica e poi mondi alieni e alterati, con qualcosa di inquietantemente prossimo al reale.

Un dispositivo misto che alterna, nei diversi orari della giornata, spettacoli multimediali e melologhi sci-fi, laboratori, un’istallazione/performance musicale, una video istallazione multimediale, una conferenza di filosofia, un inedito progetto biennale, una biblioteca condivisa, una libreria e un palinsesto radiofonico quotidiano sulla piattaforma spreaker.

Questa è la decima edizione del Festival IF/INVASIONI (dal) FUTURO_Dark Ages*2023. 

Al Festival if/invasionidalfuturo_darkages*2023 l’installazione multimediale EU_PH0_R1A. A Shining Darkness di Alessandro Ferroni e Maddalena Parise – Teatro India di Roma –

Un progetto promosso da Roma Capitale -Assessorato alla Cultura- e curato da lacasadargilla: una realtà che riunisce intorno a Lisa Ferlazzo Natoli (autrice e regista), Alessandro Ferroni (regista e disegnatore del suono), Alice Palazzi (attrice e coordinatrice dei progetti) e Maddalena Parise (ricercatrice e artista visiva), “un gruppo mobile” di attori, musicisti, drammaturghi e artisti visivi.

Un ensemble allargato, il loro: un’unione di parti, ovvero una realtà che sceglie di essere una complessità, dove la personalità di ciascuno degli artisti in qualche modo “perde spicco” affinché risulti più completa l’armonia d’insieme.

Una realtà, quella della casadargilla, che fa quindi della fertilità dell’ invasione la sua filosofia. Il suo modo di essere e di stare al mondo. Non a caso la loro peculiare vocazione artistica è la realizzazione di progetti speciali “allargati” alle diverse arti. Un’invasione che impreziosisce il dialogo tra le diverse discipline artistiche. Alla base della loro ricerca, il vasto tema dell’estinzione di quei sistemi delicati e complessi che reggono relazioni, immaginazioni, antropologie ed ecosistemi.

Alice Palazzi, Maddalena Parise, Lisa Ferlazzo Natoli e Alessandro Ferroni

Da questa ricerca di una fertile osmosi che, sola, permette la sopravvivenza di tali sistemi prende vita anche il primo dei loro due spettacoli musicali/melologhi sci-fi presenti a questa nuova edizione del Festival IF/INVASIONI (dal) FUTURO_Dark Ages*2023: “Consigli per sopravvivere in natura”.

L’afflato di tutto l’ensemble coinvolto in questo progetto ha offerto al pubblico, copiosissimo in sala, la magnifica possibilità di elaborare la narrazione dei racconti in scena (una selezione di racconti introvabili di quattro autrici di distopie estreme che sfiorano un orrore tutto umano: Lo psicologo che non voleva far male ai topini di Alice Bradley Sheldon; Figlio di sangue di Octavia Butler; Più vasto degli imperi e più lento di Ursula Le Guin e Palla di pelo di Margaret Atwood) come “un movimento” immaginifico e riflessivo.

Un momento del melologo sci-fi “Consigli per sopravvivere in natura” ( foto di Claudio Riccardi )

In uno spazio scenico aperto e quindi disponibile ad essere invaso, velate membrane protettive disegnano ambienti fluidi dove attori e i musicisti sempre in scena (tutti efficacissimi nelle loro partiture di corpo e voce) sostano, si muovono, assaporano le zone di confine e se ne inebriano.

Una sapiente drammaturgia delle luci crea ambienti umani dalla raffinata solitudine hopperiana, sottoposti alla tentazione a sfumare in nuovi ecosistemi: è l’ebrezza della clorofilla. E non solo. Complici i fascinosi ed enigmatici ambienti visivi e l’ossessionante e seducente disegno del suono capace di contribuire a rendere plastica la suggestione che la paura sia solo l’altra faccia del desiderio.

Un momento del melologosci-fi “Consigli per sopravvivere in natura” ( foto di Claudio Riccardi )

La cura dei costumi si esprime attraverso la scelta di vestire gli attori in eleganti abiti in tessuti rigorosamente osmotici, quali il lino e il cotone.

Perché noi esseri umani, pur essendo dotati di un cervello, non siamo le creature più intelligenti sul pianeta. Essendo esseri animati siamo solo le creature più veloci a trovare soluzioni per adattarci ai mutamenti dell’ambiente. Ma la nostra organizzazione verticistica ( che per di più abbiamo replicato a livello sociale, governativo, aziendale, ecc. ) ci rende fragili nella durata.

Un momento del melologo sci-fi “Consigli per sopravvivere in natura” ( foto di Claudio Riccardi )

A differenza delle piante, che invece non si muovono e di conseguenza sono organizzate in maniera tale da essere estremamente sensibili e recettive ai mutamenti dell’ambiente ( molto più di noi esseri umani) per poter resistere a lungo. Prova ne è anche il fatto che la loro presenza sul pianeta è pari 87% mentre quella degli animali (tra cui l’uomo) è solo dello 0,3%.

La salvaguardia del rispetto delle varie specie viventi è necessario ed urgente ma contemporaneamente risulta una tensione contro natura. L’ “amore per il prossimo”, cioè per l’altro, per il diverso da noi, è un obiettivo da costruire pazientemente e costantemente, arginando l’originaria tensione umana alla sopraffazione.

Ecco perché il lavoro di ricerca de lacasadargilla, teso alla salvaguardia dell’estinzione di tutti quei delicati e complessi sistemi che sono alla base delle “relazioni” tra ecosistemi naturali, antropologici e immaginativi, è fortemente prezioso. Oltre che di una caratura poetica speciale.


giovedì 31 agosto – venerdì 1° settembre (ore 21:15)

SPETTACOLO MULTIMEDIALE / MELOLOGO SCI-FI

CONSIGLI PER SOPRAVVIVERE IN NATURA

a cura di lacasadargilla regia Lisa Ferlazzo Natoli e Alessandro Ferroni 
adattamenti Roberto Scarpetti

drammaturgia musicale Gianluca Ruggeri
ambienti visivi Maddalena Parise costumi Camilla Carè 

drammaturgia delle luci Omar Scala disegno sonoro Pasquale Citera
con Lorenzo Frediani, Arianna GaudioFortunato Leccese, Anna MallamaciPaolo Minnielli, Alice Palazzi, Stefano Scialanga, Roberta Zanardo
chitarra elettrica Fabio Perciballi, el. devices Alessandro Ferroni 

aiuto regia e coordinamento Matteo FinamoreMartina MassaroCaterina Piotti e Francesco Cecchi Aglietti


Recensione di Sonia Remoli


– DOVE SONO GLI ANNI – Gian Mario Villalta

Garzanti, 2022

Questa di Gian Mario Villalta è una raccolta di poesie densa di feroce compassione verso la fragilità umana.

Una “poetica dell’eppure” potrebbe essere definita la sua: una congiunzione avversativa decisamente potente, che rivendica l’esistenza di altro. Lo sguardo acuto del poeta, infatti, percepisce e rende disponibile al lettore la sensazione che esista in noi, nonostante la nostra inevitabile fragilità, qualcosa che non si rassegna a rassegnarsi. E che ci spinge ad amare alla follia, proprio ciò che stiamo per perdere:

“…sei geloso di tutto quello che stai perdendo, re di tutto il perduto”.

“ Sono rimasti a dirsi ancora di guardare i ciliegi fioriti per vedere l’aria tenera fargli il solletico, il bianco sospeso, le labbra secche sui denti scoperti in un sorriso “.

Gian Mario Villalta

Ma quindi, dov’è la vita che ci fa vibrare? “Dove sono gli anni” ? Non quelli che il calendario pretende di di organizzare. No, piuttosto quelli che “non si lasciano pensare mentre vivi ”.

Il respiro “ – ci rivela Villalta – “ viene dalle bassure dove l’acqua stagna”. E come i salci, piante (oramai scomparse) dai rami flessibili e resistenti, anche noi possiamo renderci disponibili, di facile ambientazione. Senza aver paura di sapere “perché fa male quando viene la gioia”. Piuttosto lasciandoci andare al tempo, senza pretendere di rispondere a domande quali: “che cos’è tuo” ? , “cos’è per sempre” ? Perché il tempo – continua Villalta – “ è un disegno breve di brividi “.

E perché ciò che più riesce a comprendere la realtà che ci circonda non è la mente. Ma la pelle, che “si lascia tatuare dall’immagine che s’apprende ardendo lo sguardo coerente al fermento che forma la mente “ e ci conduce, attraverso “brividi“, a trovare gioia laddove ci scopriamo esposti a tutto. Portati via. Fino ad accettare di rimanerne lacerati. Perché “il corpo dimentica tutto il dolore, dopo che smette di fare male ora”.  E allora: “ ___ sia “ .

Gian Mario Villalta

Ecco così che la bellezza di questa poetica si realizza particolarmente nel saper individuare tutte quelle suggestioni capaci di rivelarci le forme che può assumere quell’intimo “strappo”, che nasce dalla nostra urgenza di esprimerci e di identificarci ontologicamente attraverso un “eppure”.

È la consapevolezza di non volere che “basti vivere con il pasto che aspetta coperto da un piatto”.

È il desiderare “ un’altra ancora ultima chiamata, ultimi appelli ancora ripetuti ritentati ripersi…”.

E’ l’urgenza di supplicare un ” ancora, un’altra volta…se fa male ?”.

Perché – ci ricorda Villalta – ” resiste su questo pianeta ciò che muta e mutando esiste “. 

Sezione interna del Nautilus

Ce ne fornisce un’interessantissima prova il Nautilus: lo splendido “fossile vivente” che, attraverso continui mutamenti, resiste da 450 milioni di anni. E che, proprio per il suo modo di stare al mondo, così affine alla poetica di questa raccolta, Gian Mario Villalta sceglie di rendere protagonista assoluto della copertina. 

Il Nautilus passa la giornata in profondità, sul fondo del mare, ma per cercare cibo si muove verso l’acqua poco profonda: un po’ come “le bassure dove l’acqua stagna” che Villalta rivendica ricche di vibrazioni insospettabilmente soddisfacenti per noi umani.

L’ora del giorno che il Nautilus trova più favorevole per la caccia del cibo è al tramontar del sole: quando l’eccesso di luce si spegne gradatamente. E anche a noi capita di trovare, a volte, un folle appagamento proprio laddove il giorno muore per lasciare il passo ad altro, a qualcosa di più ambiguo e decisamente meno chiaro. È, ad esempio – scrive Villalta – “quando era troppo il cielo, il sorriso delle finestre, i gladioli e le portulache, dovevi capirlo perché tremavi”.

La conchiglia del Nautilus

Stupefacente, poi, è l’organizzazione interna di questo fossile vivente: per compartimenti stagni, ben 30 camere. Man mano che la conchiglia cresce, il Nautilus sposta il suo corpo in avanti nella camera più nuova e più grande. Allo stesso tempo, la conchiglia erige anche una parete per sigillare le camere più piccole e più vecchie, che diventano camere a gas, che aiutano così l’animale a galleggiare. L’estro di Gian Mario Villalta trova il modo per riprodurre questa stessa organizzazione nella struttura della sua raccolta di poesie, “sigillando le stanze più antiche” graficamente con il simbolo della spirale del Nautilus e poeticamente con un linguaggio diverso, più ancestrale.

Il Nautilus nella sua conchiglia

Questo rispettoso e dignitoso uso del tempo, dove il passato si chiude per trasformarsi in necessaria e preziosa leggerezza, risulta esteticamente interessante anche perché trova un riflesso nel modo di scoprire “dove sono gli anni”. Una filosofia esistenziale decisamente affine alla poetica di Villalta. Il Nautilus infatti, come noi umani, si muove in avanti e sa che non deve tornare in vecchie camere più piccole (quelle del passato) non appena se ne libera una nuova più grande (che per noi equivale ad una nuova opportunità di crescita e quindi a un nuovo mutamento): non ci starebbe più dentro.

Ecco allora che non si può restare indifferenti all’invito di questa corroborante raccolta di poesie: “Ama il tuo tempo, difendilo” . Invito accompagnato dalla provocazione: e tu ” di quanto bene sei ancora buono ? “.

Una poesia vigorosa, quella di Gian Mario Villalta, che con questa raccolta ha vinto il Premio letterario internazionale “Franco Fortini” 2023: attraverso molteplici suggestioni sa trovare il modo di arrivare a tutti. Dappertutto.

Una poetica iridescente la sua: capace di assumere un ventaglio di tonalità differenti e cangianti, a seconda dell’angolo di osservazione.

Proprio come la conchiglia del Nautilus.


Recensione di Sonia Remoli


Recensione dei docufilm QUINDI ARRIVAMMO A ROMA La seconda nascita della città eterna e IN QUEI GIORNI DIVENNE ETERNA Roma città degli opposti vangeli

Cosa rende divino l’umano e l’umano divino?

In che modo l’eternità plasma la storia?

Qual è il legame quasi inafferrabile, e insieme carnale,

che fa di Roma quel teatro dove l’eternità va in scena ? 

Forniscono un’interessante risposta a queste domande i due docufilm ideati dal Vicariato di Roma e interpretati dal raffinato carisma di Andrea Lonardo: il personaggio principale che, un po’ come il Virgilio dantesco, ci guida in due affascinanti percorsi – quelli proposti dai due docufilm appunto – alla scoperta dell’intimo legame tra la cultura pagana e quella cristiana. Culture originanti la città prescelta per divenire eterna: Roma.

Andrea Lonardo

Nel primo docufilm Quindi arrivammo a Roma. La seconda nascita della città eterna” (diffuso sul canale YouTube di Romartecultura dal Luglio del 2022) la narrazione si incentra intorno alla risonanza che ebbe, nella Roma decadente del periodo ellenistico, l’arrivo delle figure cristiane di Pietro e Paolo. Ad impreziosire l’originale percorso narrativo, contributi esterni di personaggi autorevoli, quali Giovanni Maria Flik (Presidente emerito della Corte Costituzionale); l’attore e regista Carlo Verdone e Alfonsina Russo (Direttrice del Parco archeologico del Colosseo).

Andrea Lonardo

Nel secondo docufilm “In quei giorni divenne eterna. Roma città degli opposti vangeli” (diffuso sul canale YouTube di Romartecultura dal 20 luglio u.s.) la narrazione verte intorno all’incredibile eco che ebbe, nell’aurea Roma di Augusto e Tiberio, l’ambiguità legata ai termini “salvatore” e “vangeli”. Preziosa qui l’amichevole partecipazione di Amedeo Feniello dell’Università de L’Aquila.

Luca Nencetti, Giorgio Sales e Giuseppe Benvegna

Entrambi i docufilm sono il frutto dell’appassionata sinergia tra diverse forme espressive: quella del documentario, quella del film e quella del teatro. Infatti, agli splendidi testi redatti da Andrea Lonardo (autore oltre che attore principale di entrambi i docufilm) si intrecciano sapientemente sia l’accuratissima regia cinematografica di Alessandro Galluzzi, che la regia teatrale e la direzione artistica, ricche in sensibilità, di Francesco d’Alfonso. La produzione è di Valerio Ciampicacigli per Ulalà Film

Ma ciò che li rende così unici, oltre all’elegante e certosina cura estetica – mai fine a se stessa ma sempre a servizio di un fine etico e divulgativo – è l’originalità dei contenuti sui quali gettano luce, portando alla ribalta quelle feconde interazioni dialettiche tra cultura pagana e cultura cristiana indispensabili per rileggere in modo originale la storia e la spiritualità di Roma. E non solo, perchè da esse ha preso avvio la stessa cultura occidentale.

Senza la lettera di San Paolo ai Romani, ad esempio, non ci sarebbero stati né Agostino, né Lutero, che si fecero portavoce della necessità di una salvezza che non dipende solo dall’uomo. Inoltre è dall’affermazione di Gesù “Date a Cesare quel che è di Cesare e a Dio quel che è di Dio” che nasce il principio della laicità : ogni vera religione deve rispettare la libertà dello Stato e ogni vera politica non ha il diritto di arrogarsi un potere assoluto, disgiunto dal bene .

La stessa scelta del titolo del primo docufilm “Quindi arrivammo a Roma” pur essendo una citazione da “Atti degli Apostoli” (28,11-16.30-31), non può non far risuonare nella mente e nel cuore dello spettatore quell’ “Allora uscimmo a rivedere le stelle” dantesco (c. XXXIV, v.139) presagio – lì come qui -di un nuovo cammino di luce e di speranza. 

In entrambi i docufilm la narrazione cinematografica del regista Alessandro Galluzzi tende a prediligere uno sguardo riflessivo, dove i piani sequenza e le riprese in soggettiva godono di uno status fondamentale, alimentando suggestioni poeticamente decadenti alla Paolo Sorrentino e momenti di suspence alla Alfred Hitchcock.

L’ io dello spettatore vede, infatti, con gli occhi del personaggio diegetico ed è proprio la forma del suo sguardo a condurlo nella forma linguistica della storia raccontata, punteggiata da panoramiche a schiaffo che ripropongono la necessaria naturalezza del battito delle palpebre dello sguardo. Non mancano gli spostamenti più poetici resi, soprattutto nelle scene di teatro, con assolvenze e dissolvenze, anche incrociate. Il tutto sempre con un effetto visivamente eloquente, tale da mantenere desta l’attenzione e alta la tensione emotiva.

Francesco d’Alfonso

Allo sguardo cinematografico si lega armonicamente la scelta dei tappeti musicali di entrambi i docufilm, curata abilmente da Francesco d’Alfonso, il quale si orienta opportunamente verso l’utilizzo di melodie prevalentemente eseguite con strumenti ad arco. Strumenti, e quindi mezzi, più adatti a veicolare proprio quella originalità – a volte “ruvida”, altre volte “lieve” – della narrazione e quindi della dialettica tra sacro e profano. Archi portatori di quell’appassionato rigore, che sa come muoversi e trovare un equilibrio tra spirito apollineo e spirito dionisiaco. 

Giorgio Sales

Ma allo sguardo cinematografico di Alessandro Galluzzi, Francesco d’Alfonso sa conciliare, oltre ai tappeti musicali più appropriati, anche un’accorta ed efficacissima regia teatrale, dove alla solenne staticità degli attori, resa vibrante da un’appassionata interpretazione vocale – sono tutti giovani professionisti diplomati all’Accademia d’arte drammatica Silvio D’Amico – si lega un mirabile uso caravaggesco della luce.

Luca Nencetti

Luce che sa essere sia divinamente epifanica ma insieme anche inquietantemente umana, riuscendo così a far affiorare anche quel “lato oscuro” connaturato all’essere umano. Quel lato che Socrate attribuiva all’ignoranza insita nell’uomo e che Paolo, con sguardo assai più moderno, rintracciava in quel tendere, tipico dell’essere umano, verso qualcosa a cui però, per natura, non riesce ad arrivare.

Giuseppe Benvegna

Splendido il ritmo che il regista Francesco d’Alfonso richiede ai suoi attori e che loro sanno come rendere: con quella leggerezza, di cui parlava Italo Calvino, che riesce ad accogliere anche il più profondo dei pathos.

Chiara Ferrara e Matilde Bernardi

La scena che rievoca la Passione delle due cristiane Perpetua e Felicita (nel primo docufilm ) ne è un seducente esempio: qui estasi mistica e ferina passionalità riescono a raggiungere un equilibrio che incanta.

Matilde Bernardi e Chiara Ferrara

Nel secondo docufilm, invece, il regista osa andare oltre arricchendo l’interpretazione richiesta agli attori con suggestioni coreografiche di sublime bellezza. Come quando sceglie di visualizzare l’ambiguità venutasi a creare su chi fosse il vero “salvatore”: l’Imperatore Augusto, che come tale si auto-appellava, o quel bambino nato in quegli stessi anni da una vergine in Galilea?

Matteo Santinelli e Marco Tè

La scelta registica di far interpretare questa scena (ricavata dal testo della “Ecogla IV” di Virgilio) a due attori uniti di spalle -quasi personificazione degli “opposti vangeli”- per poi disgiungerli, sembra alludere anche al mito platonico delle metà, raccontato per bocca di Aristofane nel “Simposio” di Platone.

Marco Tè e Matteo Santinelli

Una separazione fertile se finalizzata alla ricerca dell’altra metà (ovvero dell’altro “salvatore”) consapevoli che una coesistenza senza sopraffazione può essere possibile. Come fece il Tevere, accogliendo nel suo fluire i gemelli fondatori di Roma insieme a Pietro e Paolo, che in quel fiume battezzarono i primi cristiani della metropoli edificata da Romolo e Remo. Una resa scenica questa della “Ecogla IV” di Virgilio di un’efficacia estetica ed emotiva potentissima.

Un altro magnifico esempio di potenza coreografica lo si trova nella scena che fa rivivere un passo dell’iscrizione augustea di Priene: qui la scelta registica fa sì che all’attore sia chiesto di assumere una postura plastica che, nella sua naturale eleganza, ricorda moltissimo “Il Pensatore” di Rodin.

Giorgio Sales, Giada Primiano, Matteo Santinelli e Roberta Azzarone

E ancora, come non rimanere catturati dalla potenza espressiva degli attori nella scena ispirata a “La Salomè” di Oscar Wilde? Qui la tensione emotiva raggiunge picchi energeticamente sanguigni, macbethiani !

Roberta Azzarone e Matteo Santinelli

Roberta Azzarone, Giorgio Sales e Giada Primiano

Roberta Azzarone, Giada Primiano e Giorgio Sales

Matteo Santinelli

E infine, ne “Il Vangelo secondo Pilato” di Éric-Emmanuel Schmitt, ricca in acume è la scelta del regista d’Alfonso di vestire “il suo” Pilato in tailleur bianco: il colore che contiene tutti i colori, il colore che non sceglie. Come fece Pilato. E la luce va a cercarlo: illuminandolo in tutta la sua interezza.

Giorgio Sales

I docufilm sono stati ideati dal Vicariato di Roma e curati dall’Ufficio per la pastorale universitaria e dall’Ufficio per la pastorale del tempo libero, del turismo e dello sport. In redazione Annalisa Maria Ceravolo, Claudio Tanturri e don Francesco Indelicato, direttore dell’Ufficio per la pastorale del tempo libero, del turismo e dello sport.

Andrea Lonardo

Il format dei due docufilm è pensato per quanti vivono quotidianamente la città e il centro storico, in particolar modo per gli studenti delle università romane, oltre che per pellegrini, turisti e guide turistiche.

Ma soprattutto i due docufilm nascono dall’esigenza di offrire a chiunque la possibilità di avere “chiari gli occhi e luminosa la mente per veder la meraviglia”. Quella lasciata da due magnifiche eredità: quella classica e quella cristiana. “Con tutta franchezza e senza impedimento”.


Recensione di Sonia Remoli


Recensione del libro di Massimo Recalcati A PUGNI CHIUSI Psicoanalisi del mondo contemporaneo

Feltrinelli Editore

Che cosa resta in noi dei traumi collettivi che ci hanno attraversato in questi ultimi venti anni ? Quanto ci hanno temprato e quanto, invece, hanno contribuito a lasciarci con i nervi scoperti ? Quale sarà l’eredità che lasceremo alle generazioni future?

In questo libro Massimo Recalcati, psicoanalista e saggista italiano, con affascinante chiarezza e audace profondità, esprime l’urgenza di riaprire il sipario sulla scenografia antropologica che ha caratterizzato “l’inverno del nostro scontento”: quello provocato in noi dagli eventi dell’ultimo ventennio.

In questi anni infatti si sono susseguiti, in un incredibilmente ristretto lasso di tempo, laceranti traumi: la grande crisi finanziaria, il terrorismo, la pandemia, la guerra. Recalcati riapre allora “le tende” del sipario facendo sentire la sua “voce” con la solennità propria di un testimone e con l’appassionata professionalità di chi sa individuarne ed analizzarne, con piglio “traumaticamente virtuoso”, le relative coreografie esistenziali.

Massimo Recalcati al Maxxi di Roma

(foto Musacchio-Iannello – courtesy Fondazione Maxxi)

Perché è da queste coreografie che hanno preso forma e corpo posture rigide, e quindi iper-protettive, verso i nostri confini personali. Ma quando “la vita si protegge dalla vita”, cioè diventa impermeabile all’incontro con l’Altro, “ci si incammina verso la dissoluzione”.

Ecco allora che l’analista e, in quanto tale, l’antropologo Recalcati può e deve uscire dalle pareti “isolate” del proprio studio, se è vero – come è vero – che l’interiorità dell’individuo non è mai da considerarsi a sé rispetto all’esterno in cui è immersa. Come scoprì Möbius attraverso l’elaborazione del suo nastro e teorizzò il padre della psicoanalisi, Sigmund Freud, attraverso i suoi studi sul rapporto tra psicologia individuale e società.

In questa continua osmosi tra esterno ed interno, anche le personalità politiche che hanno caratterizzato l’ultimo ventennio preso qui in esame (da Berlusconi a Grillo, da Renzi a Mattarella, da Trump a Putin) risultano interessanti allo sguardo acuto e solerte di Massimo Recalcati. Ma non in quanto “persone”, ovvero come singole individualità da analizzare, bensì come “cifre simboliche del nostro tempo”.

Massimo Recalcati, Kum! , Ancona, Ottobre 2018

Parallelamente l’analista Recalcati si riconosce lui stesso come cittadino e la sua postura “a pugni chiusi” è proprio quella di chi sente l’urgenza di indignarsi, per resistere ai continui tentativi di abuso di potere sulle soggettività.

Un’indignazione che non ha nulla del capriccio ma piuttosto la grazia dello sdegno che storna l’onore e la concretezza del severo e deluso disprezzo.

Un’indignazione a cui allude anche l’immagine scelta per la copertina e “la pesantezza” luminosa delle tonalità. Ma proprio su quel bianco&nero così saturo, che esprime appieno tutto il pathos dei momenti di passaggio e di trasformazione radicale della nostra esistenza, svetta un colore che regala personalità ai caratteri del titolo: quel colore che rimanda al coraggio unito allo spirito di sacrificio.

È il giallo zafferano: l’arancione che Vasilij Kandinsky associava al temperamento proprio di un uomo sicuro della propria forza. Infatti – sosteneva – “è quasi un rosso ma più vicino all’umanità del giallo”. 

Massimo Recalcati, sempre attento alla resa iconografica dei suoi contenuti, sceglie per questo libro una copertina raffinatamente sagace, che trasmette tutta quell’audace intrepidità con la quale, come bambini, dovremmo porci. Andando così oltre le narrazioni che ci vengono riferite e sviluppando una nostra consapevolezza critica. Per osare inoltrarci attraverso ingressi celati. Ma percorribili. Insieme. Riattivando il nostro fiuto e il nostro desiderio. Ancora. 

Solo così, dopo aver attraversato quell’ “inverno del nostro scontento”, si potrà arrivare ad assaporare una “gloriosa estate”. È questo il messaggio augurale, dal carattere di “rivolta” e di “preghiera”, che qui, in A pugni chiusi. Psicoanalisi del mondo contemporaneo, Recalcati veicola.

Massimo Recalcati – psicoanalista e saggista –

Una “gloriosa estate” incentrata sul rispetto dell’umanizzazione della vita nonché sul rispetto del senso della Legge.

Due forme di rispetto che ci portano a sviluppare una libertà che non si sgancia mai dal senso di responsabilità e proprio per questo riesce a rivelarsi generativa di profonde passioni, di vere e proprie “vocazioni” talentuose, di desideri incandescenti.

Desideri che rompono quell’omeostasi nella quale stiamo tendendo a crogiolarci troppo e che finisce per condurci sempre più verso una cronica stanchezza e a successive tendenze depressive. Desideri quindi forieri di vitali soddisfazioni, a patto che non si incorra nella tentazione di legarli ad un oggetto. 

Massimo Recalcati – Arena di Verona –

Complice di questo nuovo scenario possibile, la Politica potrà tornare ad essere un punto di riferimento culturale di alto livello, al quale i giovani guarderanno ancora con fiducia. Un luogo, come già sosteneva Aristotele, capace di tenere insieme le differenze dei singoli, per il bene comune della città.

Una Politica capace, quindi, di fornire anche un’autentica testimonianza di come “saper tramontare”: la virtù delle virtù umane. Quella che ci spinge ad avere cura dell’Altro, oltre che di noi stessi. Perché “lo specchio” che conta davvero per ciascuno di noi non è quello che riflette narcisisticamente la nostra immagine. Ma quello dell’Altro, quello cioè della socialità: delle persone che amiamo e che stimiamo.

Massimo Recalcati


PROSSIME PRESENTAZIONI DEL LIBRO

18 Luglio Ospedaletti (IM)

4 Agosto Olbia

25 Agosto Albissola Marina (SV)

22 Settembre Genova


A PUGNI CHIUSI

IN TEATRO

Lectio

(foto Mara Zamuner)

Massimo Recalcati, reduce da quindici tutto esaurito al Teatro Carcano di Milano, ha portato e porterà sul palcoscenico (la prossima data sarà quella del 20 Luglio a Santo Stefano Magra (SP) presso la ex Ceramica Vaccari) una lectio con estratti del suo ultimo libro “A pugni chiusi” – edito da Feltrinelli.


Qui puoi guardare le interviste a Massimo Recalcati su questo libro:

Salone del Libro di Torino 2023

Rai News

Twitter


Recensione di Sonia Remoli


Recensione del libro PASOLINI Il fantasma dell’origine – di Massimo Recalcati

Feltrinelli – Prima edizione in “Varia” marzo 2022 –

Quello che avviene tra Massimo Recalcati e Pier Paolo Pasolini è un incontro che ha la caratura di un mistero, che fa vibrare la terra sotto i piedi e contrarre i nervi in spasmi. È l’incontro con il corpo morto di Pasolini quello da cui viene invaso il giovanissimo Recalcati . Come dopo una scossa traumatica, qualcosa arriva e sembra al di là di un possibile contenimento.

Pier Paolo Pasolini (1922 – 1975)

Invece ne nasce, in Recalcati, l’esigenza di assimilarne ed estroverterne l’energia, traducendola nella corporeità di una testimonianza. E allora ecco che i due il secondo appuntamento se lo danno nello stesso utero linguistico: quello del friulano, lingua comune a entrambe le madri. E’ infatti del 1978 la tesi di maturità di Recalcati Popolo e religione nell’opera di Pasolini. Una complicità la loro che, partita da una corporeità straziata, passa attraverso questa lingua “comune” per arrivare a decifrare quella “dimensione originaria” precedente il linguaggio, che ha costituito l’ossessione di Pasolini: quel “corpo intatto” della cui presenza fantasmatica è stato sempre preda. 

(© Federico Garolla – Bridgeman Images -)

Pier Paolo Pasolini e sua madre Susanna Colussi

In questo saggio (uscito nel 2022 in occasione dei cento anni dalla nascita di Pier Paolo Pasolini), Massimo Recalcati, psicoanalista, scrittore, docente universitario, fondatore di Jonas Italia e direttore dell’Istituto IRPA, sceglie di “rappresentare” il suo sguardo su Pasolini “portando in scena” una figura cara al teatro, qual è quella del “fantasma”: un’apparizione, uno spettro che, un po’ come quello dell’Amleto shakespeariano, condiziona profondamente l’esistenza e la poetica pasoliniana.

Massimo Recalcati

Etimologicamente la parola “fantasma” ci descrive un’immagine, un’entità, un pensiero che, per quanto sia percepibile, risulta però vuoto, sospeso in uno stato simile alla morte. Manca di vitalità, di fertilità, di corpo. Ecco allora che Massimo Recalcati, con appassionata lucidità, ci rivela come questa definizione “prenda corpo” nella persona e nel personaggio Pasolini. Un’ombra che, senza vibrare, riesce ad aver voce: spaventando e attraendo. Irresistibilmente.

Susanna Colussi e suo figlio Pier Paolo Pasolini

Qui in Pasolini, nell’intensa lettura di Recalcati, il fantasma “veste i panni” dell’ Origine. Un significante ed un significato che riverberano dall’estensione ancestrale di “un levarsi”, inteso come causa di un nascere. Una relazione con l’Origine, quella pasoliniana, che si cristallizza in una sorta di nostalgia opprimente e lacerante. Simbiotica.

Efficacissima la scelta della copertina: con quel graffio di una mano, artiglio bianco fantasmatico, che pare voler trattenere l’avanzare di Pasolini. Ma ancor più efficace la scelta dei colori. Solo sfumature di nero: un colore in perenne espansione e pronto ad inghiottire tutto. Elogio dell’eleganza e insieme espressione di quella mancanza, della quale si fa interprete il lutto. Quel lutto dell’Origine così difficile da elaborare per Pasolini.

Massimo Recalcati, Pasolini – Il fantasma dell’origine, Feltrinelli

Con il nero le cose sono sempre complicate: è una traduzione dell’assenza di luce. Mai totale, però: cromaticamente anche il Vantablack, il nero più assoluto, ne intrappola solo il 99,965 per cento dello spettro visivo. Inoltre, sia cosmologicamente che esistenzialmente è solo dal “buio” che può nascere la luce. E la copertina di questo libro, proprio nello scegliere una tecnica che ricorda quella del carboncino, sembra voler rappresentare l’elogio delle cose che possono avere un nuovo inizio. Ciò che il fuoco brucia può ancora essere causa (il carbone) di nuovi inizi. Mentre è in quelle sfumature di Kohl (la tinta caratteristica della polvere grigioscuro/nero dell’eyeliner degli egizi) e ancor più in quell’effetto fuliggine, che si ha il sentore di qualcosa che resta, quando tutto sembra essere andato perso. 

Massimo Recalcati

Un lavoro questo di Massimo Recalcati che, con la capacità esegetica che contraddistingue la limpidezza dei suoi percorsi mentali, dà vita ad una narrazione che ci restituisce un Pasolini appassionatamente “commovente” e “misterioso”.

Pier Paolo Pasolini e la sua mamma


Recensione di Sonia Remoli