Recensione dello spettacolo L’ODORE

TEATRO INDIA, 27 e 28 Maggio 2023

Cosa può un odore? Soprattutto quando l’odore è quello della persona amata? 

Cosa può succedere se un uomo recluso in cella continua a fiutare l’odore della sua donna fino ad esserne ossessionato, non potendola vedere se non raramente?

Monica Rogledi, l’interprete di Maria

Certe passioni particolarmente intense hanno il potere di far ribollire mente e corpo. Ed è quello che accade al protagonista di questo spettacolo, Anton (un appassionato ed enigmatico Blas Roca-Rey) condannato pubblicamente a quattro ergastoli e privatamente condannato a rimanere prigioniero del legame che lo unisce alla sua donna: Maria (una Monica Rogledi, ricca in raffinata passionalità).

Blas Roca-Rey, interprete di Anton

A nulla servirà il potere del racconto e della parola per sublimare la sconvolgente passione rievocata dall’odore di lei. Anton infatti si confiderà totalmente con il suo giovane compagno di cella, Andrea (il tempestoso messaggero Andrea Pittorino) ma le sue giornate, e ancor di più le sue notti, continueranno ad essere letteralmente invase dal carnale fantasma di Maria.

Andrea Pittorino (Andrea) e Blas Roca-Rey (Anton)

Non riuscendo più a tollerare la propria impotenza verso la condanna penale unita all’impotenza di poter indirizzare e quindi dare concretezza al suo fiuto erotizzante, Anton crederà di poter trovare un modo per dominare la situazione orchestrando un piano che farà del suo compagno di cella – promosso a un progetto rieducativo esterno – un insolito messaggero. E quindi, in qualche modo, un ponte tra lui e Maria. Ma per una eterogenesi dei fini la situazione sfuggirà ancora una volta dal controllo di Anton.

Una scena dello spettacolo “L’odore”, tratto dal testo di Rocco Familiari per la regia di Krzysztof Zanussi

Gli interpreti Blas Roca-Rey, Monica Rogledi, Andrea Pittorino e Gabriele Sisci (lo scrupoloso secondino del carcere) hanno saputo trovare, ognuno nell’universo microcosmico del proprio personaggio, una particolare lettura per poter rendere l’insolita poesia racchiusa in una passione di origine olfattiva, insieme ancestrale e metafisica. 

L’avvincente testo di Rocco Familiari unito all’intensa regia di Krzysztof Zanussi – che brilla per il raffinato utilizzo della tecnica cinematografica a teatro – danno vita, in questa versione ampliata dal contributo registico di Blas Roca-Rey, ad uno spettacolo intensamente evocativo dell’urgenza, tutta umana, di una relazione costante con i propri affetti. Pena il rischio di percorsi mentali ed emotivi deraglianti, lesivi della dignità umana di uomini e donne che per un periodo della loro vita si trovano a riabilitarsi in carcere per errori precedentemente commessi.

Lo spettacolo, risultato vincitore del Premio Flaiano 2022 per la miglior regia teatrale, costituisce l’occasione per portare al centro dell’attenzione pubblica ed istituzionale il drammatico tema della separazione affettiva dei reclusi dall’amore e la loro esclusione da affetti e famiglie, nucleo centrale della salute psicologica durante il soggiorno in carcere.

Il 26 Maggio scorso, in occasione della Giornata della legalità, il Teatro India ha anticipato la messa in scena di questo spettacolo con un Convegno pubblico sul tema della Sostenibilità come alternativa alla corruzione e sul Diritto all’affettività e alla sessualità in carcere. Il Convegno ha visto la partecipazione del Sindaco di Roma Roberto Gualtieri, Il Presidente della Regione Francesco Rocca e il Presidente della Commissione Cultura della Camera dei Deputati on.le Federico Mollicone.


L’odore

di Rocco Familiari
regia Krzysztof Zanussi
con Blas Roca-Rey, Monica Rogledi, Andrea Pittorino, Gabriele Sisci 
regista assistente Blas Roca-Rey


Recensione di Sonia Remoli


TRE SORELLE di Anton Cechov – regia di Claudia Sorace

TEATRO INDIA, dal 9 al 14 Maggio 2023 –

Che cosa significa vivere?

Lentamente avanzare nel buio e nel silenzio. Ogni parto, non solo il primo – tante infatti sono le occasioni in cui si può rinascere – implica questo passaggio nel buio: é il “venire alla luce”.  

E così inizia lo spettacolo: con il parto mistico delle tre sorelle.

Lentamente, a fatica, un sipario di buio inizia a fendersi. Sono mani che cercano e aprono una fessura, quasi come il “Concetto spaziale” di Lucio Fontana.

Sono mani che danno vita ad un rito: scomposto, ancora non codificato. Sono mani che tagliano il buio creando, con il primo spiraglio di luce, “un effetto stroboscopico”.

Sono mani che si uniscono e si separano, quasi alchemicamente, creando un nuovo spazio e un nuovo tempo. Sono il linguaggio più primitivo, più efficace. Sono la parola prima della parola. Sono mudra che creano nuovi collegamenti energetici tra i vari livelli di percezione. 

“A Mosca tornerei” : le prime parole. Il primo desiderio. Confuso. E allora le tre “ri-nate” sorelle tornano a consultare le loro mani, come oracoli da decodificare per conoscere se e quando si tornerà a Mosca. 

È nel mondo ancestrale del rito che le “Tre sorelle” dei Muta Imago riescono a trovare una nuova condizione di esistere, nella quale l’assenza dei principi della logica, che permea comunque anche il loro mondo “reale”, riesce qui, nel sacro, a far loro assaporare l’ebrezza e l’angoscia del sentirsi libere di sperimentare di essere se stesse.

Riccardo Fazi (drammaturgo e sound design) e Claudia Storace (regista) de i Muta Imago

In questa nuova dimensione, riescono a spogliarsi dalla sottomissione apatica o meccanica al “reale” fino a contattare finalmente il mondo dell’istintualità. In questo nuovo campo energetico i loro corpi “desiderano” e osano perdere la loro forma rigida per sciogliersi in una danza singolare e plurale. Maschile e femminile.

Anche la pelle più esterna, l’abito, perde i connotati del testo originale; inclusi quelli cromatici del blu, del nero e del bianco, che le irrigidivano in “ruoli” e in una nazionalità ben precisa (i tre colori compongono la bandiera estone).

Qui, prima di tutto, le “Tre sorelle” sono creature in continua metamorfosi (inclusa quella dal maschile al femminile) vestite da abiti disponibili a prendere le forme che il loro sentire, di volta in volta, desidererà assumere.

Il colore è un volutamente indefinito blu elettrico: una sfumatura insieme eterea e abbagliante, divenuta il colore dell’elettricità nell’immaginario comune, dove le molecole di azoto e di ossigeno si eccitano con violenza, rilasciando fotoni visibili ad occhio nudo.

In questa nuova dimensione possono essere “demiurghe” di luce e quindi di nuovi spazi. Magici. Dove la morte non viene più anelata come fuga dalla disperazione impotente ed apatica dal reale ma come preludio ad una nuova ri-nascita. Le “Tre sorelle” se ne vanno dal fondale. Buio. È di nuovo una fenditura a permettere il loro passaggio in un nuovo spazio. Luminoso.

Questo interessantissimo lavoro di ricerca dei Muta Imago, creando nuove sinapsi tra immaginazione e realtà, ci regala una rilettura ipnotica e magica dell’originale cechoviano, complici un uso della luce e del suono davvero ammaliante. Che apre ad una diversa percezione del tempo.


Leggi l’intervista ai Muta Imago su Harpers Bazaar


Recensione di Sonia Remoli

Uno spettacolo di fantascienza

TEATRO INDIA, dal 18 al 23 Aprile 2023 –

E se tutte le sovrastrutture che ci rassicurano tanto cadessero giù e rotolassero in acqua come i trichechi “tondi tondi” giù dalla banchisa, anche loro come noi mammiferi in via d’estinzione ? Se provassimo a spogliarci di tutti i nostri falsi “habiti” mentali, con i quali crediamo di identificarci ? Se la fine arrivasse all’inizio, perché è all’inizio che c’è l’immaginazione?

Andrea Cosentino, Petra Valentini e Liv Ferracchiati in una scena di “Uno spettacolo di fantascienza”

Il “Teatro di Liv” è così incredibilmente credibile che è “fantascienza” !

Il “Teatro di Liv” è un “racconto” e come tale porta in scena lo “sforzo” compiuto da chi pretende di comunicare. Il racconto è solo un tentativo. “Tenta tanto tanto “.

Il linguaggio non aiuta ad esprimere ciò che veramente proviamo perché è una convenzione, così come i platonici principi della logica: quello di identità e di non contraddizione e quello di causa-effetto. La Logica non riesce ad identificarci singolarmente. È un codice sul quale si è convenuto di convergere, di trovarci tutti d’accordo per poter comunicare. Più o meno consapevoli che la nostra autenticità è altrove.

Andrea Cosentino, Liv Ferracchiati e Petra Valentini in una scena di “Uno spettacolo di fantascienza”

La prima parte di “Uno spettacolo di fantascienza” (che in realtà può essere anche “il finale” in una concezione aperta del racconto, così come aperta è la vita) spiazza e diverte lo spettatore portando in scena un racconto privato dei due principi della logica sopracitati. I personaggi-persona infatti non comunicano più grazie al “significato” codificato delle parole, bensì attaccandosi ai loro “sottotesti”, espressi dalle intenzioni, dalle intonazioni, dalla musicalità, dalla cromaticità. Ad esempio, risulta chiarissimo come basti utilizzare un cappotto dal colore diverso per inscenare una nostra diversa identità .

Petra Valentini e Liv Fernacchiati in una scena di “Uno spettacolo di fantascienza”

E di fronte al “non senso” non ci si scandalizza ma ci si accorda, ci si sintonizza. Ed è bellissimo. È ricchissimo. È tutto e niente insieme. È il caos. Ma è verità.

Nel racconto autentico anche la rappresentazione della neve non deve “sembrare vera”, non deve essere ciò che non è. Ecco allora che, a vista, il tecnico rivela l’artificio. Ed è bellissimo, più che se fosse nascosto.

Il tricheco tondo tondo e Liv Fernacchiati in una scena di “Uno spettacolo di fantascienza”

“Prova a dirmi cosa senti. Ma so già che non ci riuscirai” – dice lei a lui. È una crisi? No, è una svolta. Però su una cosa concordano: è la fine del mondo. Ma solo la “fine” prelude ad un possibile nuovo inizio (momentaneo). E ciò che ci tiene vivi non è l’illusione di dare un solo senso, un unico significato alle cose ma, come sanno bene i trichechi, sono le carezze, l’amore. “Che confusione, sarà perché ti amo…ma dopo tutto che cosa c’è di strano: se cade il mondo allora ci spostiamo”.

Petra Valentini e Liv Ferlacchiati in una scena di “Uno spettacolo di fantascienza”

I tre attori in scena “danzano” con le parole e con i gesti. Il senso, il presunto significato, passa in secondo piano. Ed è un miracolo di bellezza incontrollabile. Sanno darci prova che si può fare a meno anche di lasciare gli spazi tra le parole: è la musicalità, il ritmo, che riuscirà a guidarci verso “un accordo” istintivo. Perché sotto ciò che è finto (il linguaggio) c’è sempre del vero (i vari sottotesti).

Liv Ferlacchiati, Petra Valentini e Andrea Cosentino

Ciò che ci fa più paura, ora sappiamo, grazie al “Teatro di Liv”, che può essere bellissimo. Perché ci si può orientare anche mentre si fanno giravolte.

E tutto ciò sa molto di decadentismo, alla Treplev de “Il Gabbiano” di Cechov.

Ma “il finale” ? “Aperto” – sentenzia il tricheco, quasi fosse un oracolo.

Aperto come il vento, che dall’inizio alla fine avvolge tutto lo spettacolo.

Petra Valentini e Liv Ferlacchiati in una scena di “Uno spettacolo di fantascienza”

Un testo, da “teatro dell’assurdo”, ferocemente raffinato, onirico, metafisico. Eppure brillante e davvero molto divertente. Una scena (curata da Lucia Menegazzo) affamata di vuoto, necessario per poter dar vita a piccole-grandi meraviglie, potentemente fragili: come quelle nascoste nel cappello a cilindro della vita.

In scena Liv Ferracchiati è un performer dal tenero fascino ambiguamente cechoviano; Petra Valentini un’eccellente attrice vorticosamente spumeggiante; Andrea Cosentino brilla in ricchezza di maschile e di femminile. Il suo lavoro a ferri, registicamente, è la metafora del “racconto”, dell’intreccio di identità che ci costituiscono.

Il “Teatro di Liv” è “Uno spettacolo necessario” .

Liv Ferlacchiati

autore, regista e performer di “Uno spettacolo di fantascienza”


Leggi l’intervista a Liv Ferlacchiati su Rolling Stone


Bolle di sapone

TEATRO INDIA, 12 Marzo 2023 –

Vi siete mai accorti che dal Teatro India salgono delle bolle di sapone ? Fateci caso. Sono bolle della storia: quella che poteva essere ma poi non fu.

Con questa suggestione ha avuto inizio ieri la visita-spettacolo “Bolle di sapone – Storia e storie che s’intrecciano, tra passato e futuro” .

Spazi interni ed esterni del Teatro India

Non tutti sanno forse che l’area dove si dispiegano gli spazi interni ed esterni del Teatro India era quella della famosa azienda “Mira Lanza”, che nel 1924 prese origine dalla fusione di due antiche aziende concorrenti: la veneziana “Mira” e la torinese “Lanza”. 

Pubblicità televisiva della Mira Lanza

La visita-spettacolo, promossa dal Teatro di Roma ed ispirata da un testo del drammaturgo Luca Scarlini, è un continuo gioco tra passato e futuro, tenuti insieme da una parola chiave: “recupero”, promessa e poi destino di quest’area.

Luca Scarlini

Qui, ad esempio, nel 46 a.C. Cesare diede dimora alla maliarda Cleopatra, la quale trasformò questi spazi detti “Orti di Cesare” in una corte reale, sul modello di quella di Alessandria d’Egitto.

Qui, Papà Pio IX (1792 -1878) intuì, nonostante il suo noto conservatorismo, che potesse nascere “una nuova Roma”: prospettiva che sembrò prendere reale concretizzazione ai tempi della giunta Nathan (1907), la quale provò a riequilibrare il centro d’interesse primario della città, spostandolo dal Vaticano verso la zona Prati-Trionfale. Ma qualcosa non andò per il verso giusto …

Ernesto Nathan

E anche Pier Paolo Pasolini ne “Il pianto della scavatrice” ne lascia una suggestiva testimonianza:

Annoiato, stanco, rincaso, per neri

piazzali di mercati, tristi
strade intorno al porto fluviale,
tra le baracche e i magazzini misti

agli ultimi prati. Lì mortale
è il silenzio: ma giù, a viale Marconi,
alla stazione di Trastevere, appare

ancora dolce la sera. Ai loro rioni,
alle loro borgate, tornano su motori
leggeri – in tuta o coi calzoni

di lavoro, ma spinti da un festivo ardore
i giovani, coi compagni sui sellini,
ridenti, sporchi

I due forni in pirite, lo stabilimento d’acido solforico ora arena esterna e lo stabile delle docce ora bar-ristorante

Durante la visita-spettacolo si scopre inoltre che la scenografia post industriale degli spazi esterni del Teatro India è impreziosita, in una sorta di teatro nel teatro, da parti di scenografie relative a fastosi allestimenti passati:

come lo scudo in bronzo utilizzato per “L’ Edipo a Colono” di Mario Martone

o la miriade di piedi che tappezzano la parete esterna dell’edificio del Teatro (installati sempre in occasione dell’allestimento di “Edipo a Colono” di Mario Martone). E molto altro ancora.

Interno dell’arena estiva, ex stabilimento dell’acido solforico, qui utilizzato per la produzione di detersivi e detergenti

Si passa poi, alla visita delle sale interne del Teatro India che, caratterizzate dalla favorevole comunicazione tra spazi interni e spazi esterni, permettono un intrigante gioco di colpi di scena.

Il retro dell’ingresso al Teatro India

I tre giovani attori del Teatro di Roma, Sylvia Milton, Silvia Quondam e Antonio Bannó, ben lungi dall’essere stati delle semplici guide, ci hanno regalato una visita piena di bellezza, d’immaginazione e di meraviglia, iniziandoci alla percezione di quei sentori di esoticità e di mistero che il nome “India” evoca.

Antonio Bannó, Silvia Quondam e Sylvia Milton al termine della visita spettacolo

Un destino da “cantiere”, e quindi di continuo sogno, è quello che abita questo luogo, predisposto a soffiare sempre nuove, evanescenti ma preziose bolle di sapone. E in fondo, non siamo forse anche noi “della materia di cui son fatti i sogni”? E la nostra piccola vita non è forse “circondata da un sogno” ?

Il Tevere, fuori dal Teatro India

Bolle di sapone
Visita-spettacolo al Teatro India
Storia e storie che si intrecciano, tra passato e futuro
Testo di Luca Scarlinicon Francesca Astrei, Antonio Bannò, Dario Battaglia, Antonietta Bello, Flavio Francucci, Gloria Gulino, Sylvia Milton, Alice Palazzi, Lorenzo Parrotto, Silvia Quondam, Giulia Trippetta, Diego Valentino Venditti


PROSSIMO APPUNTAMENTO

sabato 27 maggio, ore 11.00


biglietti
12,00 € intero
10,00 € gruppi
6,00 € studenti
PER GRUPPI – solo su prenotazione
prenotazioni e informazioni
tel. 06.684.000.346 e-mail, dal lunedì a venerdì
visiteguidate@teatrodiroma.net

solo su prenotazione compatibilmente con la programmazione del Teatro
Teatro di Roma – Ufficio Promozione

Recensione dello spettacolo DA LONTANO – Chiusa nel rimpianto – scritto e diretto da Lucia Calamaro

TEATRO INDIA, dall’8 al 12 Marzo 2023 –

SCRITTO E DIRETTO DA LUCIA CALAMARO

La scena (curata da Katia Titolo) è bianca. Asettica. Con una sola parete sul fondo. Vuota, ad eccezione di un piccolo tavolo e due sedie da campeggio. Una figlia (Isabella Ragonese) ora terapeuta, è “al di qua” dalla parete. Al di là della stessa, sta quel che resta della mamma (Emilia Verginelli). Si parlano. Sembra un insolito setting terapeutico, dove la figlia fa di tutto per costruire quell’ indispensabile “alleanza” che si deve instaurare tra medico e paziente. La mamma però è tutta concentrata a boicottarla.

Isabella Ragonese in una scena dello spettacolo “Da lontano. Chiusa nel rimpianto” scritto e diretto da Lucia Calamaro

Laddove la figlia, ormai adulta sente l’urgenza di ricucire, riparando con la parola e con l’ascolto uno strappo, un vuoto, una disattenzione del passato, la mamma reagisce invece sostituendo quasi totalmente la parola con i rumori infastidenti del trapano e del martello, con i quali la immaginiamo distratta in lavori. Che sia invece il suo modo di “riparare” ?

Isabella Ragonese in una scena dello spettacolo “Da lontano. Chiusa nel rimpianto” scritto e diretto da Lucia Calamaro

Stremata e frustrata dalla difficoltà di comunicazione, in un apparente casuale momento di pausa-tregua, la figlia “accampandosi nell’isola”, costituita dal tavolo e dalle sedie da campeggio, “si collega” via Skipe con una paziente, dalla personalità simile a quella di sua madre. È in un metaforico “stare in campo”, in un assedio senza attacchi diretti ma tale da provocare “una mossa”, che la genialità della regista Lucia Calamaro dà vita ad una sorta di teatro, nel teatro on line. Da remoto. Da lontano: come evoca il titolo.

Lucia Calamaro, autrice e regista dello spettacolo “Da lontano. Chiusa nel rimpianto”

La mamma, di là dalla parete, si permette finalmente di prestare ascolto, non essendo coinvolta in maniera diretta. Lo capiamo dal diverso atteggiamento che offre ora alla figlia, dopo che quest’ultima ha ultimato la seduta on line. “Hai mangiato?” – è finalmente la sua prima domanda. La prima volta che fa trapelare il suo essere disposta ad entrare in relazione. Non a caso Elsa Morante era solita sostenere che proprio questa domanda esprime, più di altre, l’amore. L’interesse per un nutrimento non solo alimentare. 

Isabella Ragonese e Emilia Verginelli (la madre)

La coinvolgente struttura della narrazione, seminando opportunamente dettagli, crea quella suspense necessaria per mantenere viva l’attenzione dello spettatore. Soprattutto su un tema dove potrebbe risultare scomodo “stare”.

Isabella Ragonese

Isabella Ragonese (la figlia), avvolta nel suo tailleur blu egiziano (i costumi sono di Francesca Di Giuliano) sa essere una di noi. Sa esserci vicina. Sa con la sua interpretazione, assecondare e valorizzare un testo che ci seduce a entrare in campo, a superare la tentazione di mantenere un confine, un margine. E arriva il punto in cui qualcosa ci spinge a fare un altro passo. E ci siamo dentro. Per fortuna. “Senza l’altro … ma come si fa !?” . 

Un setting-teatro intenso e versatile. Come il blu egiziano: il più sublime dei blu. Il blu di quel cielo che si può aprire, come il tailleur, rivelando le gialle stelle.

Isabella Ragonese


con la partecipazione di Emilia Verginelli

disegno luci Gianni Staropoli

costumi Francesca Di Giuliano

scene Katia Titolo

foto Natalia Nieves Iszakovits

produzione Pierfrancesco Pisani e Isabella Borettini

per Infinito Teatro Argot Produzioni

in collaborazione con Riccione Teatro


Isabella Ragonese e Lucia Calamaro


Recensione di Sonia Remoli

Recensione dello spettacolo NOTTUARI ispirato alle opere di Thomas Ligotti – regia di Fabio Condemi –

TEATRO INDIA, dal 22 Febbraio al 5 marzo 2023 –

È un elegante ed asettico agglomerato di “baracche” la scena di un bianco abbacinante, scelta dal poliedrico Fabio Cherstich per ambientare i “Nottuari” dell’intuitivo Fabio Condemi. Ricorda un po’ anche l’agglomerato pensato da Jaques Tati per “Mon oncle“: qui da Condemi però esiste solo la coordinata orizzontale.

La scena ideata da Fabio Cherstich per lo spettacolo “Nottuari” di Fabio Condemi

Anche l’associazione a un cimitero di lussuosi loculi non è da escludere: qui sono gli stessi defunti ad inventarsi qualcosa per essere ricordati.

Una scena dello spettacolo “Nottuari” di Fabio Condemi

Ma non è difficile immaginare la scena anche come un dispiegarsi di locali museali, dove le presenze simil umane sembrano addetti che ivi lavorano, o corpi raccolti e conservati per installazioni. Temporanee.

Una scena dello spettacolo “Nottuari” di Fabio Condemi

Le porte, vie di una im-possibile comunicazione, sono di varia natura: cigolanti, scorrevolissime oppure “tende-quadro” che si aprono come Lucio Fontana fa con le sue tele. Un addetto-guida ci propone un esperimento sul funzionamento della coscienza: tema dell’esperimento, ma anche di tutto lo spettacolo, una possibile anatomia dello sguardo.

La scena ideata da Fabio Cherstich per lo spettacolo “Nottuari” di Fabio Condemi

Etimologicamente “guardare” significa “osservare” solo nell’accezione transitiva. In quella intransitiva significa anche “guardarsi alle spalle, difendersi”. Quindi lo sguardo è oggettivamente sia una soggettiva “apertura” che una soggettiva “chiusura”. E quindi è solo la soggettività dello sguardo a dare vita oggettivamente ad una possibile relazione tra “il bello” e “l’orrore”. Tra ciò che è “mondo” e ciò che è “immondo”. L’ uno è contenuto nell’altro.

Paul Rubens, Medusa (1617)

È il mito di Medusa a parlarcene e a rivelarci che allo sguardo umano piace indugiare anche nell’orrido, nell’immondo. Tale è tutto ciò che ci circonda: la natura stessa. Per questo, la più autentica condizione vitale umana risulta quella della depressione: quella dell’essere schiacciati da ciò che vediamo.

Michelangelo Merisi detto Caravaggio, Medusa, 1598

Tragico diventa “avvicinarsi troppo”. I nostri occhi sono una tragica tentazione. Il nostro corpo non obbedisce al nostro controllo. Non siamo noi a sognare: siamo sognati. I sogni si nutrono di noi come fanno i parassiti. I nostri sogni sono i vermi della testa di Medusa. E ci rapiscono la possibilità di essere “angeli, puri, calmi ed eterni”. Il mondo ci risulta sconosciuto, inaccessibile, non manipolabile. Regna l’incomunicabilità. La nausea. Vivere è insopportabile.

Fabio Condemi, il regista di “Nottuari”

Il rigore inventivo del giovane e talentuoso regista Fabio Condemi ci regala un viaggio dove regna sovrana la sensazione del riuscire ad intravedere il baratro. Il suo è un modo di creare per intuizioni, libere associazioni, viaggi onirici. Interessantissima la sua scelta di ispirarsi alle opere di Thomas Ligotti, definito dal Washington Post «il segreto meglio custodito» della letteratura horror contemporanea, dove l’umanità è tormentata da un panico cosmico generato dalla coscienza, che ci svela quanto sia terribile essere vivi.

Thomas Ligotti

Condemi riesce nel tentativo di mettere in scena di Ligotti anche la sua narrazione sui generis, costituita da riflessioni sparse di una serie indistinguibile di voci narranti. Appunti. Uniche modalità per poter parlare del mondo infero in cui abitiamo, dove nessun rito, nessuna separazione, nessuna regolamentazione di alterità ci separa dal caos.

A Ligotti non interessa la storia, né la Storia: i suoi racconti avvengono in uno spazio virtuale e metafisico, le sue figure sono cavie da laboratorio prive di qualsiasi personalità psicologicamente connotata. Come in Kafka e in Beckett non c’è narrazione ma situazione, non ci sono personaggi ma figure, non c’è evento ma teatro.

Rappresentazione dell’indicibile e sospensione della cronologia: il mondo dentro di noi e il mondo fuori di noi non coincidono. Non si dà nessun senso se non nella nostra (personale e limitata) interpretazione del mondo, di cui l’universo fa tranquillamente a meno.

Gli attori: Carolina Ellero, Francesco Pennacchia e Julien Lambert.

Il regista Fabio Condemi e lo scenografo Fabio Cherstich


Recensione di Sonia Remoli

Cenerentola remix

TEATRO INDIA, Dal 22 novembre al 4 dicembre 2022 –

È una Cenerentola che strizza l’occhio a Pirandello e a Shakespeare quella della rilettura che ieri sera Fabio Cherstich, talento teatrale e operistico (classe 1984), ha mandato in scena in prima nazionale al Teatro India.

Fabio Cherstich

Nel prologo si avverte lo spettatore di come le parole possano essere pericolosamente utili, continuamente attraversate come sono da umani fraintendimenti. Sembra quasi di sentir parlare il Padre dei “Sei personaggi in cerca d’autore” di Pirandello: “abbiamo tutti dentro un mondo di cose…crediamo di intenderci ma non ci intendiamo mai !”.

La Cenerentola di Cherstich (una tenera e ostinata Annalisa Limardi) è un’adolescente di oggi, che sceglie di cedere la magia del personaggio disneyano per calarsi in un una realtà disincantata. Ma qui le succede di “fraintendere” le parole che sua madre le lascia in eredità, poco prima di morire. Questo fraintendimento dall’amletico sapore del “dormire … morire” renderà l’assenza materna molto ingombrante fino a condurla verso una pericolosa ossessione che rischierà di privarla del diritto a vivere, sognare, desiderare.

Impronterà le sue giornate a obbligarsi di ricordare sua madre ogni cinque minuti, credendo così di evitare che muoia davvero. La postura mentale peggiorerà dopo qualche mese allorché Cenerentola si accorgerà di aver saltato uno dei suoi ossessivi rituali di commemorazione. A quel punto per espiare la colpa decide di sottoporsi docilmente ad sogni forma di sopruso operato su di lei da parte della Matrigna (una sfaccettatissima Giulia Sucapane) e delle due sorellastre (shakespearianamente interpretate da uomini: due briosissimi Giuseppe Benvegna e Alessandro Pizzuto).

Una scena dello spettacolo “Cenerentola remix”

A ridestarla dalla sua vocazione allo sterile sacrificio, sarà una fata avanguardista (una super smart Evelina Rosselli) che Cherstich priva di immagine facendola palesare epifanicamente solo come “voce” insediata negli elettrodomestici, unici “interlocutori” quotidiani di Cenerentola. Sarà proprio questa voce fatata, dall’accento spiccatamente romanesco, a solleticare Cenerentola all’insolito piacere dell’attesa e al delizioso dolore del “friccichio de core”.

Una scena dello spettacolo “Cenerentola remix”

E così accadrà: Cenerentola andrà al ballo ma sarà lei ad attirare le attenzioni del Principe, nel quale si rifletterà come in uno specchio. Lui è un adolescente timidissimo e impacciato che, come lei, vive un problematico rapporto materno. Sarà lui a scappare dal ballo per correre verso un improbabile appuntamento telefonico con una madre irraggiungibile. Vorrebbe tanto regalare a Cenerentola qualcosa ma non venendogli nulla in mente finirà per regalarle una sua scarpa. Lei apprezzerà molto l’insolito dono ma, ormai inserita in un progressivo processo di crescita e di emancipazione, si sentirà libera di non sposarlo ma di amarlo come amico.

Uno spettacolo deliziosamente profondo. Estroso e vero. Adatto ad un pubblico nuovo ed eterogeneo. Momento di condivisione culturale e forma di intrattenimento intelligente.

Una scena dello spettacolo “Cenerentola remix”

Interessante l’uso dello spazio scenico; ancor più la gestione delle luci: quasi tutto avviene a vista, anche a sottolineare il bisogno tutto umano di “controllare” il naturale fluire delle cose. Tutti gli attori si calano con geniale disincanto in questa realtà scevra da “zuccherosa’” magia. Giocosamente raffinate sono le musiche del M° Pasquale Catalano. Efficace la scelta di far entrare nella rappresentazione il padre di Cenerentola (assente nella fiaba originale) che, quasi come sua figlia, diventa un servitore della casa. Ad interpretarlo è l’espressivo Julien Lambert.

Una scena dello spettacolo “Cenerentola remix”

La sua presenza è anche un riferimento all’evaporazione dell’attuale figura del padre, in realtà invece custode dell’applicazione della “legge” che permette il generarsi di un salutare desiderio di crescita nel figlio. Perché Cenerentola soffre non solo del lutto della mamma ma anche quello dell’inesistenza di un riferimento paterno. Così come il Principe: il cui padre, il re, ha come unica preoccupazione quella di organizzare feste.

Merito di questo spettacolo è quello di saper veicolare con calviniana leggerezza temi fondamentali della vita ai quali l’arte, e quindi il teatro, ha la capacità di avvicinarci. Promuovendo “un incontro” capace di sovvertire il nostro rapporto abituale con la realtà.

Recensione dello spettacolo LOVE’S KAMIKAZE – di Mario Moretti – regia Claudio Boccaccini –

TEATRO INDIA, 29 -30 ottobre 2022 –

Il Teatro India e Roma Capitale Assessorato alla Cultura hanno fortemente voluto che la messa in scena della prima teatrale di “Love’s kamikaze” fosse l’occasione per omaggiare la straordinaria figura di David Sassoli. Grande europeista, tra le personalità più illuminate e visionarie di riconosciuta capacità e autorevolezza morale, che tanto si è speso per attuare politiche di accoglienza e integrazione che potessero tenere unite solidarietà, difesa dei più deboli e diritti umani, sociali e politici. In sua rappresentanza, era presente in sala la moglie Alessandra Vittorini Sassoli. 


“Se i simili sono diversi e i diversi sono simili, perché si fanno la guerra?”

Uno spettacolo che evoca urgenti domande e provoca necessari cortocircuiti emotivi. Com’è nell’autentica natura del teatro, che nasce laddove si fa strada un vuoto, una ferita, una frontiera tra noi e gli altri. E contribuisce a farci superare “la vigliaccheria del vivere”: la paura del diverso, dell’ignoto, della vita e della morte.

Uno spettacolo diretto con poetica veemenza e slanci fiammeggianti da Claudio Boccaccini, che ha ricomposto nel proprio crogiolo registico l’occasione, contenuta nell’intenso testo di Mario Moretti,

Il testo “Love’s kamikaze” di Mario Moretti

di fondere la storia di una grande passione d’amore assieme a quella di un rovente conflitto tra due culture. Conflitto la cui risoluzione pare avvolta in un’attesa dai contorni beckettiani. Occasione irresistibile per chi, come Boccaccini, predilige esplorare testi in cui sia possibile investigare temi dal respiro anche sociale, civile e politico. Come testimoniano i suoi lavori su Giordano Bruno, Pasolini e Salvo D’Acquisto, per citarne alcuni.

Claudio Boccaccini

Boccaccini sceglie di immergere il suo adattamento in una scenografia povera di oggetti scenici per riempirla di tensione civile ed erotica. Tensione che i due attori in scena sanno termicamente restituire in tutte le declinazioni emotive. Qualsiasi cosa si dicano. Generosamente. E che la struggente sensibilità del compositore Antonio di Pofi sa tradurre in un raffinatissimo contrappunto musicale, seducentemente enfatico.

Un amore quello tra Noemi (un’effervescente Giulia Fiume) e Abdel (un avvolgente ma fermo e secco Marco Rossetti) che nasce con un destino inscritto nella cifra dell’ardore della fiamma, come il disegno luci non manca di sottolineare. E custodire. Infiammabili sono le origini dei due amanti, che appartengono a due civiltà ostili: lei ebrea, lui palestinese; infiammabile è il contesto socio-politico in cui sono immersi: una Tel Aviv, sconvolta dai drammatici eventi della Seconda Intifada; infiammabile è la qualità del loro amarsi: una passione eroticamente esplosiva; infiammabile è il luogo segreto dove trovano rifugio: il bunker del locale di controllo della centrale elettrica dell’Hotel Hilton. Infiammata, la sublimazione finale.

Nel loro nascondersi per vedersi, Naomi e Abdel intrecciano la lingua della logica a quella dell’istintualità. In un alternarsi di rituali, da quello del caffè a quello all’alcova, i due mettono a confronto le loro civiltà divise, toccando, ognuno dal proprio punto di vista, i temi che separano i differenti popoli. E mettendo a nudo paure e condizionamenti della propria infanzia.

A differenza di Abdel, Naomi riesce ad immaginare un orizzonte dove “il confine” può diventare il luogo dell’ “incontro” e non solo il luogo di una netta separazione. Incontro che, grazie ad una poetica e sensuale trovata registica, è simboleggiato dal velo bianco con il quale lei danza (interagisce) per tutto lo svolgimento dello spettacolo. Naomi poi sa essere ironica, in pieno stile jewish: un umorismo audace, il suo, diretto, travolgente, dissacrante: fondamentale per esorcizzare la paura. Un saggio meccanismo di difesa, un espediente necessario alla sopravvivenza. 

Abdel invece è più disilluso, riflessivo, crepuscolare. Ed essendo poco incline a comprendere la totale assenza di territori inviolabili alla satira, spesso non coglie la fertilità dello scherzo ma vede in esso un’insolente provocazione. Nonostante tutto e tutti, però, lui ama Noemi. E nel perdersi dentro le sue appassionate contraddizioni, riesce a commuoverci. Marco Rossetti (l’interprete), con la sua multiforme e sincera potenza espressiva, ci trascina dentro i meandri delle sue ossessioni e ci porta dalla sua parte.

I costumi (curati da Antonella Balsamo) sono una seconda pelle: indossata per essere tolta. Per rivelare la nuda essenza della libertà. Ingabbiata in corpi, destinati a tradursi in luce. Come immaginava il poeta preferito di Abdel:

Mentre liberi te stesso con le metafore, pensa agli altri,

coloro che hanno perso il diritto di esprimersi.

Mentre pensi agli altri, quelli lontani, pensa a te stesso,

e dì: magari fossi una candela in mezzo al buio.

(Mahmoud Darwish, “Pensa agli altri”).

Una candela sulla vita in bilico, su un domani imperscrutabile. Ma suggellata, la loro, da un rituale di unione: “solo se la facciamo insieme, questa azione avrà un senso”. Un filo nella colossale trama del mondo. Anzi un nodo. Punto d’incontro e d’evoluzione di un ordito più vasto, sancito da un rito che nella sua purezza ha il valore di un archetipo. “Noi siamo i primi kamikaze dell’amore. Noi, Naomi Rabìa ebrea e Abdel El Abdà palestinese, ci amiamo profondamente …”.

Il loro amore è la prova che è possibile vivere “un incontro” che riesca a disarmare il confine difensivo della realtà. Sono nemici ma si amano. E dichiarano con il loro amore che anche tra civiltà ostili ci si può amare.

E allora, “se i simili sono diversi e i diversi sono simili, perché si fanno la guerra?”

“Love’s Kamikaze” di Claudio Boccaccini è uno spettacolo che sorprende e toglie la parola. Con una forza inattesa ci spinge a lasciare la poltrona, da dove guardiamo comodamente lo spettacolo del mondo.


Qui l’intervista al regista sulla genesi dello spettacolo “Love’s kamikaze”. E non solo.


Recensione di Sonia Remoli

Recensione LO SCRITTOIO DI PIRANDELLO – regia Roberto Gandini

TEATRO INDIA

dal 13 al 22 Ottobre 2022

Tutto nasce dal caos. Tutto è un continuo flusso in divenire. Come quello del mare che “fino ai piedi vieni con un sommesso fragorío a stendermi le spume, mansueto. Come un mercante di merletti… Bravo! Uno ne stendi, e tosto lo ritrai, ed ecco un altro, e un altro ancora… Scempio fai cosí della tua grandezza, ignavo?” (Guardando il mare, dalla raccolta “Fuori di chiave”, 1905 ). Così prende avvio il multiforme spettacolo scritto (assieme a Roberto Scarpetti), pensato e diretto dall’estroso Roberto Gandini per la Piccola Compagnia del Laboratorio Integrato Piero Gabrielli, in scena al Teatro India fino al 22 ottobre p.v.

Immensi teli bianchi cangiano nel blu oltremare, accolgono il vento gonfiandosi e poi sinuosamente ondeggiano. Portano a riva il rumoreggiare di voci di misteriose creature: “Dove siamo? Che facciamo? Che imbarazzo! Quando arriva?” . L’onda s’infrange, si ritira; ed ecco scendere dal fondo della platea queste creature gettate sulla sabbia dalla furia del mare della vita. Ad accoglierle sul palco, modellato dalle onde in “terrazzamenti”, Pirandello e Fantasia. Sono quattro creature immerse ancora nel caos, anche fuori dall’acqua: litigano per prendere parte all’apertura dell’udienza domenicale, che Pirandello è solito concedere ai suoi “speciosissimi” personaggi nel suo studio.

Invadono così la scena, costituita da “terrazzamenti” praticabili che ospitano un palcoscenico multiplo, dove convivono più scene contemporaneamente. Un teatro che parla agli occhi e non solo alle orecchie (le scene sono del noto “ricercatore di combinazioni” Paolo Ferrari). Un teatro che permette il trasformarsi del mondo sul palcoscenico. E fuori da esso: Gandini, seguendo Pirandello, interpreta ‘visivamente’ sulla scena ciò che i testi letterari suscitano. E poi abolisce il concetto di quarta parete, coinvolgendo attivamente il pubblico alla vita agita dagli attori sulla scena, in una critica dinamica “a specchio”. E’ quello che si richiede alla neo-nata figura del “regista”.

L’austera ed efficace eleganza dei costumi è di Tiziano Juno, che sottolinea con le sue scelte anche l’elogio del tailleur da donna, che vede il suo nascere e diffondersi proprio in quegli anni. Gli attori danno prova che è possibile brillare di luce propria per fondersi in un “unicum” sinfonico di gesti, di parole e di intenso ascolto.

Roberto Baldassarri

Roberto Baldassarri è un Luigi Pirandello (molto attento anche alle posture dell’uomo Pirandello) che con elegante accoglienza include costruttivamente il pubblico nella rievocazione della vita sulla scena, andando oltre le emicranie provocategli da quell’eccesso di vitalità dei personaggi non ancora colti nella loro unicità e non ancora coordinati “registicamente”. È un Pirandello quello di Gandini che non esclude momenti di fragilità, come quando il proprio vissuto rischia di specchiarsi in quello della Figliastra dei Sei Personaggi in cerca d’autore.

Fabio Piperno

Fragilità brillantemente superata grazie al contributo del suo sagace “aiuto regista”, Fantasia, abitato dal cruccio di non potersi scegliere il proprio nome: destino che accomuna tutti i personaggi ma anche tutti gli esseri umani. Fabio Piperno si rivela dando prova di elegante duttilità anche come “alter ego” dell’autore Pirandello. Tra le due “maschere”, potente è l’ascolto.

Stesso cruccio sul nome ha il Dottor Fileno de La tragedia di un personaggio, il più ambizioso dei personaggi presenti all’udienza, insoddisfatto dell’ascolto ricevuto dal precedente autore che non ne ha saputo valorizzare la grandezza. L’ambizione del personaggio è poeticamente superata dalla splendida meraviglia che trabocca dallo sguardo dell’interprete (Edoardo Maria Lombardo) e dalla particolare metrica, incalzata da efficacissime micro pause.

Edoardo Maria Lombardo

Vitali pause, o meglio sarebbe dire “vitali evasioni uditive”, ha inaspettatamente scoperto di vivere il Ragionier Belluca de Il treno ha fischiato, impossibilitato a gestire diversamente l’opprimente e dolorosa esistenza quotidiana. Tanto alienante nella quotidianità quanto creativamente liberatoria all’udir l’allucinazione del fischio del treno. Dell’interprete (Danilo Turnaturi )non si può non apprezzare l’ottima espressività corporea, fatta di piccolissimi ma efficacissimi dettagli.

Danilo Turnaturi

Incontenibile e quindi non facilmente arginabile è anche il desiderio vitale, fatto di sospiri e spasmi, della Sig.ra Perella de L’uomo, la bestia e la virtù (reso con efficacia “acrobatica” da Francesca Astrei) che, laddove non riesce a trovare un contenimento nei gesti, al minimo solletico emotivo, sbuca fuori con veemenza in un potentissimo gorgoglio vocale, quasi un grammelot, dove la parola corre “molto molto” più velocemente del pensiero. Interessante registicamente anche la sua prossemica.

Francesca Astrei

Simile difficoltà trova Pirandello nel concedere uno “spazio di rispetto” alla storia, dai risvolti incestuosi, della Figliastra dei Sei personaggi in cerca d’autore, qui interpretata da Antonietta Bello, la cui inespressa voglia di tenerezza viene, in un’interessante analisi del personaggio, celata con notevolissimo fascino, in un’alterigia felina. Sempre suggerita. Mai sfacciata.

Antonietta Bello

Ma proprio quando il caos iniziale sembra prendere una forma, un qualche ordine, è lo stesso Pirandello a seminare dubbi. Anche tra il pubblico. E così, come si fa con i mandala, arriva il momento di dare spazio al nuovo, al mutevole ed incessante fluire.

I personaggi, come surfisti attendono l’onda in arrivo, per un attimo la cavalcano e poi si fondono ad essa. I teli blu oltremare tornano a gonfiarsi e ad inglobare tutto ciò che incontrano. È la straziante bellezza del mistero della vita.

Il regista Roberto Gandini e il suo gruppo di lavoro al completo


Il vero scrittoio di Pirandello

è visitabile presso la dimora romana di Pirandello in via Antonio Bosio, 13 B.


Recensione di Sonia Remoli

Recensione dello spettacolo ADDIO FANTASMI dal romanzo di Nadia Terranova – di Fanny & Alexander –

TEATRO INDIA, 18 Settembre 2022 –

Cosa significa crescere e andare avanti imparando a superare il dolore, le delusioni, le frustrazioni? Significa saper scegliere cosa tenere e cosa buttare, scoprendo di che cosa si può fare a meno. Facendo spazio al nuovo che vuole avanzare e che se non riesce ad espandersi, si inabissa senza fine. Questo, uno dei temi che la scrittrice Nadia Terranova esplora nel suo libro “Addio fantasmi” (finalista del Premio Strega 2019), a cui si è ispirato l’omonimo spettacolo della pluripremiata bottega d’arte  Fanny & Alexander.


Luigi De Angelis, che ne ha curato l’ideazione (assieme a Chiara Lagani) e poi anche la regia, le scene e il disegno luci, è riuscito ad evocare l’essenza del testo originale (la drammaturgia è ancora di Chiara Lagani) declinandola attraverso quel particolare linguaggio di ricerca interdisciplinare che gli è proprio. Ha preso vita, così, un sonoro intarsio di piani narrativi di sublime bellezza onirica.

Luigi De Angelis
Chiara Lagani

Nello spettacolo, forte è la centralità dell’attore: pochi, gli oggetti in scena; mirata, l’estetica dei suoni. Perché il teatro è anche il tentativo di dar corpo all’insostenibile leggerezza di “fantasmi”, portando in scena “ombre” da affrontare a viso aperto. Un teatro d’ “invasione” oltre che d’evasione.

Anna Bonaiuto e Valentina Cervi

È dal buio, che il regista De Angelis fa emergere le protagoniste: Ida (una profonda Valentina Cervi, garbatamente violenta) e sua madre (l’altera e carismatica Anna Bonaiuto). Una presenza, la loro, rivelata esclusivamente da inquietanti tagli di luce laterali, essendo “affondate” in quell’assente perimetro nebbioso che le abita. Un perimetro non solo spaziale ma anche temporale,  perché chi scompare (il padre di Ida) ridisegna sia  lo spazio che il tempo di chi resta: “se la morte è un punto fermo, la scomparsa è un’assenza di punto”. Tanto che Ida è convinta, avendo avuto così tanta paura che il padre morisse, che gli dei l’abbiano punita esaudendo il suo desiderio.

Non a caso il regista De Angelis per dar vita a questo perimetro nebbioso sceglie di posizionare quasi tutti i proiettori del disegno luci dietro il fitto panneggio di tende che ricoprono le pareti della scena. Perché è la luce che crea lo spazio e questo vuole essere uno spazio  disperatamente paludoso, subdolamente rassicurante, senza identità, senza appartenenza. Spazio che il regista lascia (apparentemente) vuoto solo perché troppo pieno di passato, di ricordi, di rimpianti, di rimorsi. Accatastati l’uno sull’altro.

Un debordante materiale inconscio seducentemente accarezzato o violentemente schiaffeggiato da quella presenza “ventosa” così ingombrante, qual è il padre di Ida. Quel padre che ancora ci si ostina a “nutrire” . È Ida quella che vive più “sospesa”, in un eterno limbo, con i piedi poco aderenti al suolo, come la sua postura rannicchiata sulla poltroncina ci rivela. Una parte di lei è ancora ferma a quei tredici anni, quando ancora credeva di poter “pattinare” sulla vita, specchiandosi negli occhi di suo padre.

Un tempo “bloccato”, come quello segnato dalla pendola senza orologio posizionata nel corridoio e che qui in scena è al contrario solo un’ossessiva presenza sonora. In una continua trasparenza tra sogno e realtà, tra dentro e fuori, tra passato e presente si dipanano e si incastrano le diverse narrazioni dei personaggi:

i discorsi diretti e quelli indiretti; i pensieri solo pensati e le parole dichiarate. In una trascinante confusione emotiva, saltano argini e confini.

“Non sei tua madre”, “Non sei come tua madre”, le ricorda Pietro, suo marito. Il “tre” originario (padre, madre e figlia) ha sempre faticato a conservarsi, scivolando a precipizio in una diade ossessiva ora tra figlia e padre; ora tra figlia e madre; ora tra figlia e casa; ora tra madre e padre. Ma la catabasi di Ida, la sua discesa negli inferi della casa di Messina la porterà a scoprire che può accettare di alleggerire il peso che le grava l’anima: imparando a scegliere cosa tenere e cosa lasciare. E affrontare così una nuova anabasi, cioè una risalita, questa volta “tutta sua”, verso la vita con Pietro a Roma.

Lorenzo Mattotti, Vietnam2

Con una leggerezza nuova, “calviniana” , diversa da quella che provava quando, all’uscita di scuola, suo padre le sfilava la cartella dalle spalle per sostenerla lui, con le sue di spalle. E a lei sembrava che le spuntassero le ali. Perché ora le ali, finalmente, saprà lei come farsele spuntare.


Recensione di Sonia Remoli