Recensione dello spettacolo IL GIORNO IN CUI MIO PADRE MI HA INSEGNATO AD ANDARE IN BICICLETTA di Sandro Bonvissuto – con Valerio Aprea –

TEATRO INDIA, dal 15 al 27 Ottobre 2024

Meravigliosamente ostinato è questo racconto di Sandro Bonvissuto, raccolto nell’opera d’esordio “Dentro” (Einaudi 2012): una qualità dell’occhio e del cuore, la sua, capace di coinvolgere fino a far avvertire il nostro posto nel mondo. 

Il suo è un cordiale insistere – autenticamente sincero, e quindi simpatico, mirabilmente incarnato dall’interpretazione di Valerio Aprea – che nella sua diretta limpidezza ci tocca il cuore. 

Un insistere che si avvale della scrittura per andare a ricontattare quella “polvere” propria della stagione dell’infanzia, che non va via “neanche se ti lavi”: quella in cui si desidera un altrove, ovvero “un non stare dove si è”. E da qui, di nuovo “impolverato”, Bonvissuto arriva a fotografare quell’esigenza urgente dell’avvicinarsi al confine con una nuova consapevolezza di sé, rappresentato dal rituale dell’imparare ad andare in bicicletta.

Ecco allora che tutto il racconto risulta pervaso da una felice sinergia d’indagine sulla psiche umana, che rielabora echi di diversa provenienza. Shakespeariani, ad esempio: dal Prologo del “Riccardo III” sembra arrivare il riverbero di quello” scontento” della stagione dell’inverno che, per il suo “contrarsi” non è foriera di fertili accadimenti. E poi arriva anche il riverbero di quel feroce “dilatarsi” proprio dell’accecante “luminosa” estate, crogiolo invece di interessanti trasformazioni. La punteggiatura interpretativa di Aprea qui è superlativa.

Ma non solo: arrivano echi anche dalla concezione cosmologica dei filosofi presocratici, per il potere generativo attribuito ad alcuni elementi naturali quali il caldo, il freddo, il fuoco, il vento.

E poi c’è poesia. Tanta poesia.

Lo stile di Bonvissuto ha il pregio di essere ferocemente gradevole. Accattivante. Persino consolatorio. Qualità restituite credibilmente da Valerio Aprea, totalmente disponibile ad incarnare le diverse temperature della scrittura dell’autore. Il calore della sua voce sa farsi luce, delineandone tutte le variazioni. Incluse le ombre. Graffiante quel suo rendere l’ “invernale” paura di osare, asfissiata dai legami di causa-effetto, splendidamente cesellata dall’incipit “Non succede mai niente d’interessante d’inverno”.

Valerio Aprea

La dilatazione accecante che ci offre invece l’estate permette alla vita di “uscire fuori da un qualcosa”, proprio laddove l’inverno tenderebbe a ricacciarla dentro. 

E una volta uscita fuori, la vita è “colla”: ti appiccica al bene. Il che non esclude il potersi incontrare con il male, con il pericolo. Come quando il padre del racconto sente – dalla perentorietà con cui il figlio glielo chiede – che è arrivato il momento giusto per insegnargli ad andare in bicicletta, nonostante la madre li inviti a desistere per evitare pericoli. 

Ma far sì che non succeda nulla per eccessiva prudenza, è peggio – sottolinea il padre. Perché nemico del bene non è il male. Ma il Tempo. Cioè il rimpianto. Ecco perché è importante “cogliere” l’arrivo del momento in cui insegnare al proprio figlio a “guidare” un nuovo modo di desiderare: quello che non si lascia guidare. Perché continuamente va cercato e trovato un nuovo equilibrio. Come con la bicicletta. Come con la vita.

Valerio Aprea

Abbiamo a disposizione la nostra infanzia, ci confida Bonvissuto, per prepararci inconsapevolmente alla venuta del giorno in cui fare quel salto verso la consapevolezza di “osare scegliere”. E non più contare “sull’essere scelti”. 

Abbiamo a disposizione ciascuno il nostro “piccolo deserto”, un tempo che appartiene ad un luogo che ogni anno inizia a prendere una diversa sembianza, perché ridisegnato dal vento di un desiderare che cambia, acquistando consapevolezza. Fino a che quel luogo e quel tempo sembrano finire improvvisamente, bruscamente. Come il giorno in cui ti accorgi di essere cresciuto. 

Perché saper andare in bicicletta non è una di quelle cose che tutti acquisiamo per natura. Ma che occorre guadagnarsi individualmente. Non ci sono istruzioni, perché non si può spiegare con la logica un rituale di crescita. Possiamo avere un maestro però, un “testimone dell’incredibile”, capace di insegnarci senza parole. Un padre, ad esempio.


Recensione di Sonia Remoli

Recensione dello spettacolo 7 MINUTI di Stefano Massini – regia di Claudio Boccaccini

TEATRO VITTORIA, dal 12 al 24 Marzo 2024 –

Che cos’è una ristrutturazione?

E’ davvero un “nuovo piano di recupero”?

E in un “recupero” che cosa si porta in salvo del passato? 

Quante posture è possibile tenere davanti al “nuovo” che vuole entrare, davanti a “cravatte” che rischiano di stringere (a poco a poco) il collo a centinaia di risorse umane? 

Chi sono davvero queste 11 lavoratrici elette dal resto delle dipendenti? 

“Gente” o “bestie”? 

Compagne che si dividono il pane, o nemiche che se lo tolgono? 

Donne che “marcano il territorio” o che si lasciano “marchiare” da un logo forte ?

Ispirato ad una storia realmente accaduta nel 2012 in una fabbrica tessile dell’Alta Loira, il provocatorio e quindi fertile testo di Stefano Massini “Sette minuti” mette in scena  undici rappresentati di un Consiglio di fabbrica chiamate a votare “sì o no” all’unica – e apparentemente innocua – richiesta della nuova proprietà a fronte del mantener salvi i posti di lavoro.

Ma mentre la Portavoce delle rappresentanti (una mirabilmente intensa Viviana Toniolo) continua ad essere trattenuta ore e ore in una riunione con la nuova proprietà, tra le 10 rappresentanti in attesa del suo rientro i livelli di ansia diventano così insostenibili e la sensazione di pericolo così appiccicosa da far affiorare in superficie quell’istinto alla sopraffazione, che tutti ci costituisce. Antropologicamente.

Viviana Toniolo (la Portavoce)

Ecco allora che il sospetto del possibile nemico s’insinua perversamente contaminando tutti coloro che sembrano “diversi”, “stranieri” e quindi pericolosi in quanto altro da sé stessi. Sospetti cadono sulla Portavoce – che magari in questa interminabile convocazione sta portando in salvo solo se stessa – ma anche, per i motivi più vari ma sempre riferiti a un pregiudizio legato alla diversità, su ciascuna delle rappresentanti. Ritrovandosi improvvisamente catapultate in una realtà hobbesiana da homo homini lupus.

Perché ciò che davvero si teme possa “chiudersi” è lo stomaco. E se lavorare serve primariamente per poter mangiare, come nel regno animale, pericolosa diventa allora la distanza che intercorre tra lo stomaco e la testa: tra chi pensa e tra chi è pragmatico, tra le operaie e le impiegate, tra chi lavora ai telai, chi alla cardatura e chi alle tinte.  

Ma sarà proprio vero che un’idea è solo “una cosa d’aria” e quindi non vale la pena farsi domande?

Mentre “il tempo fila via”, le risorse umane si rivelano invece preziose anche, anzi soprattutto, se pensano. Perché occorre un raffinato lavoro di cura per mantenere in salvo ciò che ci è caro. Non “dal” nuovo ma “nel” nuovo.  

Stefano Massini, l’autore di “7 minuti”

Stefano Massini, da sempre attento al potere della parola e agli effetti che sprigiona nelle relazioni umane, già qui – e poi nell’altro suo testo del 2016 “Lavoro” – fa veicolare l’ambiguità  racchiusa nel significato etimologico della parola “lavoro”: da un lato il significato di “fatica”, dall’altro quello di “dare alla luce” e quindi “creare”.

E’ la Portavoce a sentire, a qualche livello, che può essere importante seminare fertili dubbi là dove tutto sembra così ovvio. E quindi così sterile. Come essere convinti che rinunciare a 7 minuti di pausa sia ben poca cosa, se in cambio viene accordata la possibilità di non perdere il posto di lavoro.

Insinuare il dubbio solletica il vissuto di ciascuna lavoratrice rendendole inclini a raccontarsi: a tentare di mettere insieme tutte quelle personali esigenze, scaturite da ferite esistenziali, che hanno dato forma ai loro vissuti. 

Perché il raccontarsi – che trova nel Teatro il suo luogo d’eccellenza – dà voce a tutta la nostra splendida e fragile dignità di esseri umani. E ci rende immensi.

Il dubbio demiurgicamente veicolato dall’acuta Viviana Toniolo è espressione di un’attitudine socratica alla maieutica, a quel metodo cioè inaugurato da Socrate che permette all’interlocutore di “partorire” la verità. La “sua” verità. Perché la verità più che unica è molteplice. 

Claudio Boccaccini, il regista

Sebbene infatti sia riconoscibile tra le reazioni delle rappresentanti un tema comune, emergono fecondamente e ferocemente delle variazioni, dei dubbi, che la sagace regia del regista Claudio Boccaccini compone e scompone in un contrappunto di raffinate drammaturgie. Permettendo così allo spettatore sia di spiare dall’esterno la vicenda, che di fondervisi all’interno.

Boccaccini coglie il colore dei ritmi dei diversi respiri esistenziali e li restituisce allo spettatore con una persuasività che arriva al di là della comprensione razionale.  E’ – quello che il regista traduce – un contrappunto emotivo che pungola lo spettatore attraverso una drammaturgia delle ombre che sa legarsi alla giustapposizione cromatica delle vocalità (per affinità o per contrasto); all’iconografia delle posture e  all’elegante ossessività degli interventi musicali (le musiche originali sono d Massimiliano Pace).

Un’efferata sinfonia registica che si nutre di tutta la magnifica drammaticità delle singole individualità che – seppur parti indispensabili e accordabili di una coralità – costituiscono la cruda autenticità dell’umano stare al mondo.

Il cast al completo

Le undici interpreti sulla scena – Viviana Toniolo, Silvia Brogi, Liliana Randi, Chiara Bonome, Chiara David, Francesca Di Meglio, Mariné Galstyan, Ashai Lombardo Arop, Maria Lomurno, Daniela Moccia, Sina Sebastiani trasformano in ritmo il tingere, il tessere, il cardare e il fare di conto del proprio respiro esistenziale, regalando vita ad un affresco antropologico magnificamente barbarico.

Una messinscena capace di comunicare, come nelle intenzioni dell’autore, “l’utero di immagini” all’interno del quale si è generato lo svolgimento testuale.

Proprio come in “un teatro politico di poesia”.


Recensione di Sonia Remoli