Il Caso Tandoy

TEATRO QUIRINO, dall’11 al 16 Ottobre 2022 –

Nell’elegante e raffinato spazio del Teatro Quirino, ieri sera il sipario si è aperto per presentare al pubblico, attento ed esigente, una rievocazione meta teatrale del “caso Tandoy”, errore giudiziario degli anni ’60, tra i più macroscopici. Lo spettacolo è scritto e diretto da una delle più prestigiose firme della televisione italiana, Michele Guardì, che qui lasciandosi guidare da un afflato pirandelliano riesce a dare vita ad una commedia “civile” capace di suscitare nello spettatore sia quel fastidio che si declina fino alla rabbia più accesa, che inaspettati momenti di comica leggerezza.

Michele Guardì

Desiderio degli “autori”, l’uno demiurgo “dello” spettacolo (Guardì) e l’altro protagonista meta teatrale “nello” spettacolo (Gianluca Guidi) è quello di regalare una nuova e finalmente autentica immagine dei protagonisti coinvolti nella vicenda, “violentati” dagli errori della giustizia e dall’accanimento dei giornali di gossip. In risposta alla “perversione” con cui è stato condotto a suo tempo il caso di cronaca, sulla scena domina una recitazione “spudoratamente” frontale. I flashback storici sono affidati ad un sipario nel sipario, quasi campi lunghi dalla suggestione cinematografica.

Stilosa ed efficace la scenografia del rinomato Carlo De Marino che sagacemente, nel costruire quasi tutto il mobilio della scena con cataste di quotidiani (dalle cassettiere, agli armadi, fino all’appendiabiti), fa del mezzo di comunicazione del quotidiano l’unità di misura dell’ “analisi” che fu fatta, a suo tempo, del caso Tandoy. Mattatori della scena sono Gianluca Guidi (l’autore sul palco) e Giuseppe Manfridi (il procuratore incaricato delle indagini). Geniale, la scelta di affidare alla straordinaria peculiarità di questi due interpreti la conduzione delle fila della narrazione, che s’inebria del compenetrarsi dello stile melodioso di Gianluca Guidi alla metrica cantilenante e poi ossessiva fino al parossismo di Giuseppe Manfridi.

Gianluca Guidi – Giuseppe Manfridi

Carismatica la loro presenza scenica: fertilmente accogliente quella di Gianluca Guidi, autore che sollecitato dalla “fantasia” sente il bisogno “civile” di scrivere una commedia che restituisca autenticità alle persone coinvolte nel caso; efficacemente ostinata ed ottusa la presenza scenica del procuratore incaricato delle indagini Giuseppe Manfridi, bloccato sulla pista passionale, “fondata” sul continuo fiorire di lettere anonime e altri improbabili indizi. Atteggiamento maliziosamente condensato nel “corruscante” intercalare “cherchez la femme”. Insomma un binomio attoriale davvero ferace; integrato, con diverso entusiasmo, da un cast composto da: Noemi Esposito, Marcella Lattuca, Marco Landola, Antonio Rampino. Con la partecipazione di Gaetano Aronica, con Caterina Milicchio e con Roberto M. Iannone (nel ruolo di Tandoy).

Uno spettacolo che è un prezioso esempio di teatro civile, perché il Teatro anche questo è e deve essere: l’incontro e il confronto con gli avvenimenti che attraversano la nostra società e che non devono essere dimenticati. Né abbandonati a spiegazioni superficiali e tendenziose. Come avvenne per il “caso Tandoy”, presentato nella prima nota giornalistica come “un duplice omicidio che non trova precedenti negli annali della cronaca”. Ma non era vero. Nel 1960 altri due episodi resero Agrigento protagonista di eventi sconcertanti: il “convegno internazionale” promosso da un gruppo di intellettuali ( tra cui Jean-Paul Sartre, Leonardo Sciascia e Giorgio Napolitano) sulle condizioni igieniche da Terzo Mondo di Palma di Montechiaro e la dichiarazione di Indro Montanelli a “Le Figaro” sul gravoso obbligo “di accordare ai Siciliani la qualità di italiani”. Questo lo scenario in cui avvenne l’uccisione del Commissario Cataldo Tandoy: tra Terzo Mondo e sicilianità offesa. E questo spettacolo è un invito a ricordare e ad approfondire. Sempre.

La signorina Giulia

TEATRO VASCELLO, Dall’ 11 al 16 Ottobre 2022 –

Cosa può succedere tra un uomo e una donna di diversa estrazione sociale quando l’uno sogna di “saltare su” e di salire nella gerarchia sociale e l’altra invece sogna un forte desiderio di “saltare giù”, sperimentando la caduta verso il livello più basso del sociale ? Cosa riesce a farli comunicare, a farli incontrare ? Il linguaggio della seduzione. Ma poi: davvero ci s’incontra? Davvero un uomo e una donna desiderano le stesse cose? Quanto siamo tentati dal voler dipendere da un altro, dagli altri? Sì, insomma, quanto preferiamo muoverci dentro i rassicuranti confini delle regole e dei pregiudizi? E quanto invece ci spaventa muoverci nell’apertura sconfinata della libertà?

Queste le domande intorno alle quali si snoda l’adattamento di Leonardo Lidi (noto per lo studio puntuale sui testi classici e insignito del Premio della Critica ANCT 2020 per il suo lavoro di regista e di drammaturgo) e che August Strindberg osa veicolare nelle sue opere, incappando spessissimo nella censura. Nella Prefazione al testo originale, l’autore illustra la propria poetica dicendo che “il male in senso assoluto non esiste” e che la felicità sta nell’alternarsi delle ascese e delle discese delle circostanze della vita. Inoltre, dichiara con franchezza che sua intenzione non è quella di “introdurre qualcosa di nuovo bensì adattare alle nuove esigenze sociali le vecchie forme…le persone dei miei drammi, essendo gente moderna, hanno anche un carattere moderno; e poiché si trovano a vivere in un’epoca di transizione, la quale, se altro non fosse, è più fretto­losamente isterica della precedente, io ho dovuto rappresen­tarle più ondeggianti e frammentarie, impastate di vecchio e di nuovo”.

Leonardo Lidi

August Strindberg

Il tormentato bisogno di smascherare le miserie della società e della condizione umana, segnano a fondo i testi di Strindberg, donando loro un carattere fortemente innovativo ed anticipatore. Acuto osservatore del reale e insieme visionario; irriverente ma anche mistico; sensibile e brutale, Strindberg fa della contraddizione la sua cifra stilistica. Ed è anche per questo motivo che ancora oggi la sua nazione d’origine, la Svezia progressista, modello di welfare e tenore di vita, fa molta fatica a celebrarlo come il proprio massimo scrittore. 

All’apertura del sipario si impone un’ originalissima scenografia lignea iper-geometrica (la firma il raffinatissimo Nicolas Bovey che ne cura anche le luci), dove i volumi dei pieni prevalgono su quelli dei vuoti. Questa prima indicazione di soffocamento viene amplificata dal fatto che i due corridoi di vuoti risultano molto poco praticabili: uno verticale, stretto ed alto, permette la postura eretta ma non lascia ampi margini al movimento; l’altro orizzontale, molto lungo ma troppo basso, schiaccia e costringe ad una postura piegata. Insomma scegliere il corridoio della verticalità fa stare apparentemente più comodi ma fermi; il corridoio dell’orizzontalità invece offre margini di movimento, ma a prezzo di sentirsi schiacciati da un cielo “geloso”. Sono l’immagine, la fotografia, delle filosofie di vita che abitano i tre personaggi del dramma: quella di chi, almeno apparentemente sceglie di stare “al proprio posto” nella gerarchia sociale (Cristina, la cuoca, fidanzata a Gianni); quella di chi è tentato di scavalcare il muro e “saltare su”, più in alto, ma una volta assaporata la sensazione si fa bloccare dalle vertigini tipiche della libertà (Gianni il valletto del Conte) e quella di chi, già in alto socialmente, adora invece “saltare giù”, assecondando le vertigini che l’aiutano a cadere dal piedistallo, fino al più basso dei livelli della socialità.

Strindberg rappresenta in questo dramma un caso eccezionale, che esula dalla banalità perché “la vita non è così stupidamente matematica che sol­tanto i pesci grossi divorino i piccoli; anzi, è il contrario! Accade, non meno spesso, che l’ape uccida il leone, o, quanto meno, lo renda frenetico”. Strindberg porta in scena l’incomunicabilità tra i sessi e il rapporto servo-padrona: un autoritratto inconscio, un viaggio all’interno di due anime che si misurano con i loro sogni, la loro animalità, il loro istinto di morte.

Il dramma della contessina Julie, la ragazza che prima provoca e irretisce il servo Jean, e poi si ritrova prigioniera della trappola che essa stessa ha fatto scattare, si impone per la sua violenza interiore e la sua inesorabile crudezza. Leonardo Lidi sceglie argutamente di raccontare il diverso modo di desiderarsi tra uomo e donna facendo delle “spalle” di Giulia la parte del corpo più erotica. “Ha certe spalle!”- confiderà Gianni a Cristina. Spalle, così centrali anche nella recitazione del “Théâtre libre” di André Antoine, da cui Strindberg si lascia molto influenzare e che anche Lidi cita con originalità facendo recitare alcune scene di Gianni di spalle a Giulia e dando il fianco al pubblico. L’altro elemento terribilmente affascinante per Gianni è che sia “matta”, incontrollabile, irrefrenabile. Tanto che lui riesce a seguirla solo se le richieste di lei prendono la forma di un comando, ristabilendo in qualche modo il rassicurante rapporto servo-padrona. Ciò che invece desidera lei, davvero, è “parlare” e ricevere “il segno” dell’ascolto, della presenza. Una richiesta insaziabile. Che sconfinerà nella richiesta di ricevere, ora lei, ordini: “che devo fare?”.

Anche la scelta musicale di usare l’ambiguità della “sarabanda”, dall’andamento solenne, lento, grave e ossessivo ma con un nucleo originario di eccitante sfrenatezza risulta un efficacissimo contrappunto all’essenza dell’adattamento. I tre attori in scena brillano ciascuno delle ombre caratteristiche del personaggio che interpretano. Giuliana Vigogna: una Giulia vibrantemente passionaria e insieme perdutamente infantile; Christian La Rosa: un potentemente misero Gianni, dallo sguardo fisso e insieme allucinato e Ilaria Falini: una Cristina solennemente tragica nella sua ardente passività.

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Da Marzo 2022 Leonardo Lidi è direttore artistico del Ginesio Fest.

Recensione dello spettacolo RESURREXIT CASSANDRA di Ruggero Cappuccio – ideazione, regia, scenografia, film di Jan Fabre

TEATRO VASCELLO, Dal 4 al 9 Ottobre 2022 –

Quanta urgenza abbiamo che “risorga” una Cassandra che ci pre-dica scenari che a breve potrebbero inghiottirci? Ne abbiamo un’ardente urgenza, a giudicare dal rapito coinvolgimento del pubblico, ieri sera al Teatro Vascello. Un pubblico calamitato dalla multiforme seduzione di questa profetessa-messia, dalla quale non riusciva a staccarsi e che ripetutamente richiamava al suo cospetto.

Jan Fabre

Il destino che lega a doppio filo “i sordi” di ieri e quelli di oggi, evocato con elegante ferocia dalla Cassandra dell’anarchico adepto dell’arte Jan Fabre, fa sì che la supplice veggente venga finalmente ascoltata e creduta. Il testo di Ruggero Cappuccio, frutto di una sinergia di linguaggi multidisciplinari, è di una bellezza dilaniante.

Ruggero Cappuccio

L’interpretazione di Sonia Bergamasco, così penetrantemente sofferta nella semi-immobilità fisica sulla scena e per contro ossessivamente inquieta nella proiezione, è di sacra potenza. Una Cassandra che fa suo non solo il potere magico della parola ma anche quello di gesti simbolici (quali le mudra) e soprattutto quello della persuasività della musica, che struscia, sibila e schiocca sia nella rapsodia narrata che in quella cantata.

Sonia Bergamasco

Come i serpenti di cui si circonda, questa Cassandra sa cambiare pelle (habitus) e quindi trasformarsi per risorgere, risvegliando la divina energia kundalini. Come i serpenti, possiede un forte legame con la vita stessa: emerge dalle profondità della madre terra e vive in armonia con ogni sua vibrazione energetica. Simbolo della conoscenza che dall’oscurità emerge verso la luce e che nella poesia “trattenuta” e volutamente mai totalmente libera di Jan Fabre assume la sagoma di un cerchio di luce.

Sonia Bergamasco

Pieno e vuoto. Uno spazio circolare, la cui tracciatura costituisce una forma di protezione dalle energie negative. Uno spazio di ciclicità e di continuità, dal quale la Cassandra di Fabre esce ed entra con la grazia e l’alterigia di una regina. E nell’uscirne non esclude che sempre con eleganza, ma questa volta primitiva, si abbassi fino a stendersi per tornare ad aderire alla Terra e alle sue vibrazioni, solleticanti trasformazioni.

Sonia Bergamasco

Qui, a terra, la bagna una luce che esce dal basso, dalla terra stessa, misteriosa ed inquietante, dove lei si immerge come in un ancestrale fonte battesimale. E poi canta, con la straziante e meravigliosa bellezza di chi è “destinata a godere solo il canto della disgrazia” .

Sonia Bergamasco

E prega, come chi ha bisogno di credere che ci sia qualcuno che ascolti la sua invocazione, il suo grido: la natura torna sempre a reclamare i suoi diritti. Rispettatela. Onoratela. “Avete distrutto quello che nessuna guerra è riuscita a distruggere…sono stanca di risorgere ma se mi ascolterete, se vi andrà di salvarvi…”.

Sonia Bergamasco

Sonia Bergamasco possiede quella metrica interiore, quella particolare capacità del corpo a vibrare, che ha a che fare con il suo essere, oltre che attrice, anche musicista e poetessa. E in quanto tale sa riconoscere alla musicalità sensualità e insieme rigore. Proprio così, ieri sera, ha conquistato l’intera platea del Teatro Vascello

Sonia Bergamasco

Mi piace ricordare che Sonia Bergamasco sostiene l’organizzazione Medici Senza Frontiere. Nel 2017 ha visitato tre ospedali di MSF in Giordania e ha prestato servizio a sostegno dei profughi siriani.

Sonia Bergamasco e Medici Senza Frontiere


Recensione di Sonia Remoli

Tebe al tempo della febbre gialla

TEATRO VASCELLO, Dal 26 Settembre al 2 Ottobre 2022 –

 “Sarebbe insopportabile se si limitasse il teatro allo spettacolo”.

E ieri sera ne abbiamo ricevuto in dono una prova: ciascuno dei partecipanti si è portato via, con sé, ciò di cui è stato testimone e protagonista. Tutto è stato predisposto per un’esperienza immersiva dentro se stessi: non dall’ingresso ufficiale per gli spettatori veniamo condotti ma penetrando il cuore pulsante dell’attrezzeria e del dietro le quinte.

Attraversando le mura perimetrali del palcoscenico: quelle dove vengono ancorate le strutture del mantegno, sulle quali sono annodate le corde che provengono dalla graticcia e sostengono gli elementi scenici sospesi.

Arriviamo così ad un “nuovo” spazio scenico, ricavato direttamente sul palco e abitato contemporaneamente dai partecipanti al rito e dagli officinanti. Un rettangolo spudoratamente vuoto, seducentemente povero, intorno al quale si percepisce già, a qualche livello, che non stiamo semplicemente sedendoci ma lasciando le “nostre mura perimetrali” disponibili ad essere invase.

In questa sorta di “descensus ad inferos”, Eugenio Barba, quasi come uno spettro-guida, si aggira tra la folla, già dalla biglietteria, “accompagnando” con un abbagliante sorriso, i vari gruppi di persone a percorrere questo primo tratto del “viaggio”. Si avverte qualcosa di insolito nell’aria ma anche sotto pelle: non è la piacevole eccitazione dell’attesa che precede l’inizio di uno spettacolo. Piuttosto l’insolita sensazione che qualcosa è già iniziato, che qualcosa ha cominciato a contagiarci emotivamente. Una leggera inquietudine accompagna una “febbre” che ci rende già complici di qualcosa di misterioso.

Le luci si abbassano quasi completamente: entrano gli officinanti e prendono posto in mezzo a noi. Il contagio diventa sempre più evidente, più intenso: da qui inizieranno il rituale, intonando canti o liberando primitive sonorità. E niente sarà più come prima. È un nuovo modo di percepire quello in cui si viene coinvolti. Un’esperienza ancestrale: carica di desiderio e di timore; di vita e di morte; di animalesca umanità e di sublime sacralità. Di furore e di sapienza.

Una dimensione dove tutto è insieme, mescolato in una sorta di caos primordiale. Tutto è rito. L’allontanarsi degli officinanti fa scattare un applauso ma si percepisce chiaramente che nulla è terminato. Non rientreranno in scena, per ringraziare e chiudere lo spettacolo: la condivisione teatrale è ancora aperta e continua. Nessuno era personaggio, nessuno era spettatore. Tutti, persone. Ancora imbevuti di questa intima esperienza, diamo avvio alla nostra anabasi, alla nostra risalita. Riattraversiamo le mura perimetrali del teatro abitati da un piacevole stordimento. Il nostro spettro-guida non ci perde d’occhio: è in cima alla fine della risalita. Una dolce impertinenza colora il suo abbagliante sorriso. Ora. 

Eugenio Barba visto da Riccardo Mannelli

Sottobanco

TEATRO GOLDEN, dal 21 Settembre al 2 Ottobre 2022 –

“Quanto gli metti a Cardini?” – ovvero: come si riconosce un talento? E come si valorizza?

In questo spettacolo il regista Claudio Boccaccini, con lo stile che lo contraddistingue e che fa della luce uno speciale contrappunto alla narrazione, sceglie di parlarci delle condizioni in cui versa la scuola. Non solo quella degli anni ’90, descritta nel romanzo di Domenico Starnone “Sottobanco” (1992), a cui lo spettacolo si ispira.

Al netto dei problemi di gestione, la scuola allora come oggi continua ad essere attraversata da una divisione che ne evidenzia due anime: quella che si affida alle valutazioni quantitative, che tendono ad uniformare gli studenti ad uno standard (Foucault la chiamava la “scuola dispositivo”) e quella attenta alla scoperta e alla valorizzazione delle preziose differenze che identificano ciascun studente (la scuola, invocata, ad esempio, dal coro dei bambini nel video “The Wall” dei Pink Floyd).

Qui, nello spettacolo, la sagacia porta Boccaccini a costruire una trama narrativa sotterranea, affiorante attraverso la particolare interpretazione attoriale, dove ad essere pizzicate con tatto sono le corde del riso assieme a quelle della riflessione: amara, a volte, ma anche costruttiva e quindi propositiva. Nello specifico, Boccaccini mette in scena la cosiddetta “scuola dispositivo” affidando ad un irreprensibile “in totem” Paolo Perinelli la poetica ipocrisia del Preside; ad una maledettamente affascinante Silvia Brogi la frustrazione della Prof. Mortillaro; ad un intrigante e viscido Riccardo Bàrbera l’opportunismo del Prof. Cirrotta ; all’irresistibile risata di Marina Vitolo, l’invidia della Prof. Alinovi; e ad un avvincentemente inavvicinabile Enoch Marrella, la religiosa falsità del Prof. Mattozzi . L’anima scolastica, invece, più sensibilmente aperta alla valorizzazione delle diversità degli studenti è affidata all’interpretazione di una strepitosa Gaia De Laurentiis (l’effervescente Prof. Baccalauro) e all’appassionata persuasività di Felice Della Corte, l’attento Prof.Cozzolino per il quale non c’è studente che non abbia qualche qualità.

Al di là delle fragilità umane degli stessi professori, ciò che il regista Boccaccini riesce a far serpeggiare con acume, e qui il teatro diventa strumento sociale e politico di irrinunciabile valore, è l’idea di una scuola dove “infilare un errore dietro l’altro significa essere creativi”. Una scuola, quindi, dove poter apprendere a desiderare: condizione base per permettere a ciascun allievo di scoprire il proprio talento. Soprattutto in questo particolare periodo storico, dove si assiste ad un’eclissi della spinta a desiderare tra le nuove generazioni, accendere il desiderio, e quindi la vita, diventa essenziale.

Perché, come non si stanca di ribadire il Prof. Cozzolino, uno studente come Cardini, caratterizzato da una serie di difficoltà legate alla ricerca della propria identità, non può essere valutato con lo stesso criterio con cui si valuta, ad esempio, l’impeccabile allieva Solofra Sonia. C’è un fascino misterioso insito nell’insegnamento così come c’è una richiesta di essere affascinati nell’apprendimento: “Non abbiamo saputo prendere Cardini dal verso giusto” riconoscerà l’accurata Prof. Baccalauro.

La scuola, così come i libri, sono luoghi dell’apertura, della pluralità dei linguaggi, dell’osmosi. Per enfatizzare questo messaggio, il Teatro Golden, attraverso un’iniziativa davvero preziosa, ha lanciato la campagna di sensibilizzazione “Libri in via di estinzione. Salvali grazie a Sottobanco”. Per tutto il periodo della messa in scena dello spettacolo (ovvero fino al 2 ottobre p.v.) ci si potrà scambiare con il proprio vicino di poltrona un libro, per scongiurarne estinzione.

Jorge Mendez Blake – El Castillo – 2007

La potenza di un libro può incrinare la rigidità e l’asfissia creata da atteggiamenti di separazione e di discriminazione. Il desiderio ha bisogno di libertà per esprimersi. Ce lo ricorda anche l’installazione “El Castillo” di Jorge Mendez Blake (2007) la quale, basandosi sulla convinzione che la scrittura è di per sé una costruzione e la lettura una forma di creazione, trasforma l’astrazione letteraria in spazio, dando così una dimensione fisica all’azione del leggere. Un muro può cadere, quindi, perché irrimediabilmente minato alla base dalla forza delle parole e dai valori di convivenza civile, che la Letteratura e il Teatro non smettono di metterci a disposizione ogni giorno.

Jorge Mendez Blake – El Castillo – 2007 (dettaglio)

Recensione dello spettacolo ADDIO FANTASMI dal romanzo di Nadia Terranova – di Fanny & Alexander –

TEATRO INDIA, 18 Settembre 2022 –

Cosa significa crescere e andare avanti imparando a superare il dolore, le delusioni, le frustrazioni? Significa saper scegliere cosa tenere e cosa buttare, scoprendo di che cosa si può fare a meno. Facendo spazio al nuovo che vuole avanzare e che se non riesce ad espandersi, si inabissa senza fine. Questo, uno dei temi che la scrittrice Nadia Terranova esplora nel suo libro “Addio fantasmi” (finalista del Premio Strega 2019), a cui si è ispirato l’omonimo spettacolo della pluripremiata bottega d’arte  Fanny & Alexander.


Luigi De Angelis, che ne ha curato l’ideazione (assieme a Chiara Lagani) e poi anche la regia, le scene e il disegno luci, è riuscito ad evocare l’essenza del testo originale (la drammaturgia è ancora di Chiara Lagani) declinandola attraverso quel particolare linguaggio di ricerca interdisciplinare che gli è proprio. Ha preso vita, così, un sonoro intarsio di piani narrativi di sublime bellezza onirica.

Luigi De Angelis
Chiara Lagani

Nello spettacolo, forte è la centralità dell’attore: pochi, gli oggetti in scena; mirata, l’estetica dei suoni. Perché il teatro è anche il tentativo di dar corpo all’insostenibile leggerezza di “fantasmi”, portando in scena “ombre” da affrontare a viso aperto. Un teatro d’ “invasione” oltre che d’evasione.

Anna Bonaiuto e Valentina Cervi

È dal buio, che il regista De Angelis fa emergere le protagoniste: Ida (una profonda Valentina Cervi, garbatamente violenta) e sua madre (l’altera e carismatica Anna Bonaiuto). Una presenza, la loro, rivelata esclusivamente da inquietanti tagli di luce laterali, essendo “affondate” in quell’assente perimetro nebbioso che le abita. Un perimetro non solo spaziale ma anche temporale,  perché chi scompare (il padre di Ida) ridisegna sia  lo spazio che il tempo di chi resta: “se la morte è un punto fermo, la scomparsa è un’assenza di punto”. Tanto che Ida è convinta, avendo avuto così tanta paura che il padre morisse, che gli dei l’abbiano punita esaudendo il suo desiderio.

Non a caso il regista De Angelis per dar vita a questo perimetro nebbioso sceglie di posizionare quasi tutti i proiettori del disegno luci dietro il fitto panneggio di tende che ricoprono le pareti della scena. Perché è la luce che crea lo spazio e questo vuole essere uno spazio  disperatamente paludoso, subdolamente rassicurante, senza identità, senza appartenenza. Spazio che il regista lascia (apparentemente) vuoto solo perché troppo pieno di passato, di ricordi, di rimpianti, di rimorsi. Accatastati l’uno sull’altro.

Un debordante materiale inconscio seducentemente accarezzato o violentemente schiaffeggiato da quella presenza “ventosa” così ingombrante, qual è il padre di Ida. Quel padre che ancora ci si ostina a “nutrire” . È Ida quella che vive più “sospesa”, in un eterno limbo, con i piedi poco aderenti al suolo, come la sua postura rannicchiata sulla poltroncina ci rivela. Una parte di lei è ancora ferma a quei tredici anni, quando ancora credeva di poter “pattinare” sulla vita, specchiandosi negli occhi di suo padre.

Un tempo “bloccato”, come quello segnato dalla pendola senza orologio posizionata nel corridoio e che qui in scena è al contrario solo un’ossessiva presenza sonora. In una continua trasparenza tra sogno e realtà, tra dentro e fuori, tra passato e presente si dipanano e si incastrano le diverse narrazioni dei personaggi:

i discorsi diretti e quelli indiretti; i pensieri solo pensati e le parole dichiarate. In una trascinante confusione emotiva, saltano argini e confini.

“Non sei tua madre”, “Non sei come tua madre”, le ricorda Pietro, suo marito. Il “tre” originario (padre, madre e figlia) ha sempre faticato a conservarsi, scivolando a precipizio in una diade ossessiva ora tra figlia e padre; ora tra figlia e madre; ora tra figlia e casa; ora tra madre e padre. Ma la catabasi di Ida, la sua discesa negli inferi della casa di Messina la porterà a scoprire che può accettare di alleggerire il peso che le grava l’anima: imparando a scegliere cosa tenere e cosa lasciare. E affrontare così una nuova anabasi, cioè una risalita, questa volta “tutta sua”, verso la vita con Pietro a Roma.

Lorenzo Mattotti, Vietnam2

Con una leggerezza nuova, “calviniana” , diversa da quella che provava quando, all’uscita di scuola, suo padre le sfilava la cartella dalle spalle per sostenerla lui, con le sue di spalle. E a lei sembrava che le spuntassero le ali. Perché ora le ali, finalmente, saprà lei come farsele spuntare.


Recensione di Sonia Remoli

Recensione dello spettacolo IL MALE DEI RICCI – un’idea di Fabrizio Gifuni

TEATRO ARGENTINA, 10 Settembre 2022 –

Uno spettacolo “giocato” sulla ricerca della “giusta distanza”, dove Fabrizio Gifuni interpreta un Pier Paolo Pasolini che anela ad un contatto più vero con il pubblico. Fin da subito, si offre spingendosi sul confine del proscenio per poi “sfondare” la quarta parete fino a sedersi sui gradini, che lo vorrebbero separato dalla platea. E ancora più giù: in platea. Poi risale. Più tardi tornerà.

Fabrizio Gifuni

Quella di Pasolini è un’urgenza ad essere “messo a fuoco”, ad essere “inquadrato” nella giusta luce. E nessuno spazio più del teatro è adatto a dare la giusta ospitalità ad uno “spettro”, ad un “fantasma”. Perché è così che Gifuni si muove e Pasolini si sente ancora. “Un corpo sul quale si continua ad inciampare, non essendogli stata data giusta sepoltura”.   

Pier Paolo Pasolini

Nasce da questa esigenza, probabilmente, anche l’idea drammaturgica di interpolare determinati testi (“avvicinandoli” per mescolarli; “allontanandoli”  per ripulirli; “integrandoli” per delucidare) con l’obiettivo, così caro anche ad Antigone, di condividere amore e non odio. Cercando un equilibrio tra “appartenenza” e “separazione”: poli che caratterizzano la nostra stessa esistenza.

Pier Paolo Pasolini

L’adattamento di Gifuni parte da un concetto chiave: quello di nostalgia, di rimpianto. Si allaccia alla lettera aperta (scritta nel 1974 sulle pagine di Paese Sera) a Italo Calvino dove Pasolini si difendeva dall’accusa di rimpiangere l’Italietta “piccolo borghese, provinciale, ai margini della storia». Il  rimpianto di Pasolini si è sempre  rivolto piuttosto al «mondo contadino prenazionale e preindustriale», che ha vissuto «l’età del pane» ed era «consumatore di beni estremamente necessari». Non una classe sociale ma piuttosto un modo di vivere quasi roussouniano, una spinta a godere del sacro, precedente la storia. Precedente lo stato di alterazione vitale borghese: una “malattia” che provoca la desacralizzazione della vita.

Ciò che colpisce ed emoziona, è la modalità tutta gifuniana di “giocare” con il proprio ruolo: affiancandolo al protagonista del testo, o facendolo apparire/scomparire; nascondendolo o lasciando che il protagonista del testo si nasconda dietro Gifuni stesso. Cosicché lo spettatore finisce per trovarsi ad assistere a una sorta di danza tra narratore e personaggio; tra discorso diretto e indiretto. E come in una magica dissolvenza, Gifuni si appassiona a far balenare frammenti, dettagli. Uno spettacolo di una tale forza dirompente sul pubblico da sancire il sacro rituale della scena. 

Fabrizio Gifuni

Non smette d’incantare, poi, la duttile corposità della sua voce; le mille modalità di “stortare” la bocca e di dare “forme” al corpo, finanche a divenire “fenicottero”: animale simbolo di equilibrio, sensibilità e rinascita. Conquistando e regalando allora, almeno per un attimo, quell’ “equilibrio” anelato.

E “allumando” tutta la scena.


Recensione di Sonia Remoli

Recensione dello spettacolo FUGGI LA TERRA E L’ONDE – di e con Lino Guanciale –

TEATRO INDIA, 8 Settembre 2022 –

Si fa strada nel buio. Ed entra con scanzonata eleganza, lui: chiuso nel profondo mare nero di un abito, dal quale spumeggia, bianchissima, una camicia. Il blu resta imprigionato negli occhi; l’acqua salata tra i capelli. Eppure il capriccio di un’onda gli invade la fronte. Solo su lui, complice, cade a picco la luna.

Sempre scanzonatamente, cavalcando l’estro e l’imprevisto delle onde, fischietta e ci pare di sentire: “Siamo noi, siamo in tanti, ci nascondiamo di notte per paura degli automobilisti, dei linotipisti, siamo gatti neri, siamo pessimisti, siamo i cattivi pensieri, e non abbiamo da mangiare,  come è profondo il mare, come è profondo il mare”. Un dramma collettivo. E ci guarda insistentemente. Anche noi lui. E decidiamo di “salire a bordo”. La sua voce ci fa accomodare; ma è un attimo.

Avanzano le onde e, basculando, siamo costretti a cercare di continuo l’equilibrio. Misterioso è il mare, mai spaventoso. Complice, mai amico. “Sul mare si fugge o si rincorre qualcosa”: così scrive Joseph Conrad. Ma, come una canzone d’amore, il mare sa anche cullare i nostri cuori: cosi il finale de “La mer” di Charles Trenet. È un fascinoso montaggio di testi letterari e musicali, tenuto insieme dal fil rouge del tema del desiderio, quello scelto e organizzato da Lino Guanciale per questa magica serata.

E poi leggende e credenze marine da tutto il mondo, dove scopriamo essere “eroi gli uomini, quando incontrano l’onda del mare”. La platea si lascia incantare da questo interprete, profondo e dolce, che sa declinare tutti i colori del mare servendosi dei suoi occhi, dei suoi capelli, della sua voce, del suo corpo. Tra sussulti, sorrisi, sospiri e risa, prendono vita onde di applausi, che si srotolano sul “piccolo” mare di Corigliano Calabro, così come sul “grande” mare dell’epica. E sui versi dell’ Eneide, vanno le note di Fred Buscaglione.

E ancora: due diverse traduzioni a confronto: quella celeberrima di Annibal Caro e quella attualissima di una studentessa, che però trova come esaltare il focus del testo: la natura di “profugo” di Enea. Il fondatore della nostra civiltà, sì Enea, era un profugo. È interessante ricordarlo. Così come profugo della contemporaneità, per cinque lunghi anni, è stato il piccolo-grande Alì Ehsani, protagonista del libro “Stanotte guardiamo le stelle” (Feltrinelli). “Non litigare mai e non rassegnarti mai”: questi i “comandamenti” ereditati da suo fratello Mohammed, che non riuscirà ad arrivare insieme a lui in Italia. In mare e in terra, il suo fianco resterà orfano di questa preziosa presenza.

E come tutti coloro che ardono tra le fiamme del desiderio vitale, anche Alì non potrà fare a meno di aspettarlo tornare. Non tornerà. Ma scoprirà, Alì, che basterà alzare lo sguardo per ritrovarlo nelle stelle che popolano il cielo sopra di lui.

Lino Guanciale ha conosciuto personalmente Alì e quale testimonial di UNHCR (Alto Commissariato delle Nazioni Unite), oltre all’impegno per le campagne in Italia, ha partecipato a brevi missioni in Libano nel 2017 e in Etiopia nel 2019. Nel mondo sono oltre 80 milioni le persone costrette alla fuga per guerre e persecuzioni. Donne, uomini e bambini sfidano il mare, il deserto e le montagne in lunghi e drammatici viaggi alla ricerca di un futuro e di un posto più sicuro.

“Restituire speranza a chi ha perso tutto, significa restituirla anche a noi stessi – dice Lino Guanciale nel suo diario di viaggio – Perché la cura reciproca è l’unico antidoto efficace contro la violenza e le derive fondamentaliste”.

Recentemente, il 25 agosto scorso, Lino Guanciale ha ritirato il Premio Ginesio Fest 2022 “All’ Arte dell’Attore”. Il direttore artistico Leonardo Lidi e i giurati del Premio San Ginesio, Remo Girone, Rodolfo di Giammarco, Lucia Mascino, Francesca Merloni e Giampiero Solari, si sono detti orgogliosi di conferire questo riconoscimento ad uno degli attori che negli ultimi anni si è sempre più distinto non solo per le sue indiscusse qualità attoriali, ma anche per la sensibilità artistica. Aspetti, questi, che lo hanno reso uno degli artisti più amati dal pubblico italiano.


Recensione di Sonia Remoli

Recensione dello spettacolo MACBETH di William Shakespeare – regia traduzione e adattamento di Daniele Salvo-

GIGI PROIETTI GLOBE THEATRE, dal 2 al 25 Settembre 2022 –

Com’è irresistibilmente umano lasciarsi divorare da un’insaziabile fame d’infinito!

E sperimentare l’ingovernabilità del brivido della vita, così come del brivido della morte!

Cosa arriviamo a fare quando l’ “immaginario” rapisce l’animo umano a scapito del “visibile”?

Quanta crudeltà piacevolmente sopraffina proviamo nell’essere attizzati verso un desiderio (umanamente) irraggiungibile?

Su questi enigmi sembra invitarci a riflettere la regia, ferocemente elegante, del “Macbeth” di Daniele Salvo, in scena ieri sera al Gigi Proietti Globe Theatre.

Daniele Salvo

Un regista, Daniele Salvo, capace di coniugare una ‘maniacale’ attenzione filologica sulla scrittura e un rigoroso sguardo sulla foniatria dello strumento vocale ad una interessante apertura verso orizzonti visionariamente umani. È, il suo, un “portare in salvo dal freddo le parole”, per dirla con il poeta Francesco Scarabicchi.

Ma soprattutto è un regista che persegue una sua verità interpretativa – sicuramente con il concorso di tutti i mezzi espressivi a sua disposizione (musica, luci, scene, costumi) – ma “in primis” chiedendo all’attore di compromettersi emotivamente. In quest’ottica, il lavoro sul linguaggio diventa un lavoro al servizio dell’emotività, verso un recupero del rapporto originario significante-significato. 

John Singer Sargent, Ellen Terry as Lady Macbeth 1889

Nello specifico, a far risaltare la centralità del linguaggio/vocalità/emozione, la scelta di avere una scena (curata da Fabiana Di Marco) fin dall’inizio quasi totalmente vuota ma che sa come animarsi: pochi ma efficacissimi oggetti entrano ed escono “a vista”; piccole botole evaporano presenze esoteriche; velatini fissi e mobili regalano forti suggestioni.

Suggestione che diventa pura bellezza quando i velatini vengono utilizzati e “accesi” incisivamente (la cura del disegno luci è di Umile Vainieri) a coronamento di scene, vere e proprie opere d’arte pittoriche. Mi riferisco alla scena del banchetto d’accoglienza al re Duncan (splendida rivisitazione dell’ “Ultima cena” di Leonardo da Vinci) e alla scena della morte dello stesso re (drammatica variazione del “Cristo morto” del Mantegna).

Melania Giglio è Lady Macbeth

Potenti e persuasivamente eleganti i costumi di Daniele Gelsi: dai velluti al latex, dalle pelli ai dettagli in pelliccia, alla magnificenza dei mantelli da “haute couture”. Di sublime efficacia il contributo musicale del versatile ed eclettico M° Marco Podda, compositore e medico foniatra.

Graziano Piazza (Macbeth) e Melania Giglio (Lady Macbeth)

Calibratissima la presenza di ogni attore sulla scena: dagli “a parte”, alle scene corali.

Brilla di una luce particolare il dilaniato Macbeth di Graziano Piazza e ancor più la sua Lady M, ovvero la ferina e conturbante Melania Giglio: famelica di esuberanti ed invasati riempimenti.

Melania Giglio è Lady Macbeth

Molto interessante l’adattamento di Daniele Salvo: fedele nell’esaltare le commistioni contrastanti (“ciò che è bello è brutto e ciò che è brutto è bello”) insite nel microcosmo umano e nel macrocosmo metafisico sacro ed esoterico (così vivo anche nel rinascimento elisabettiano) e

Alessandra Roccasalva, Marcus Gheeraerts the Younger, Queen Elizabeth I

decisamente originale nell’individuare un’ancestrale potenza del linguaggio erotico, che parte dalle “fatidiche sorelle”, passa attraverso i due coniugi, per arrivare fino al portiere del castello. Un alfabeto capace di far coesistere l’orizzontalità con la verticalità; il sacro e la profanazione; la vita con la morte.

Una sorta di preistoria della coscienza dove cielo e terra, acqua e fuoco, bene e male, non sono ancora nettamente separati. Un inconscio privato e collettivo dove, per dirla con Sigmund Freud, “l’Io non è padrone in casa propria” e ci parla della realtà che atteggiamenti apparentemente ascrivibili a casi di eccezionalità, appartengono in verità a quella fame d’infinito che ci abita e che fatichiamo a gestire.


Recensione di Sonia Remoli

Recensione dello spettacolo CONCERTO PER VITALIANO – con e di Michele Di Mauro –

GINESIO FEST (Auditorium Sant’Agostino), Concerto per Vitaliano, 22 Agosto 2022 –

Detestava le immagini (foto, dipinti, specchi). Forse per la sublime bellezza di quell’ “assenza”, incorniciata dalla finestra della sua camera. Ma ieri sera, l’anziano protagonista di “Solo RH” si è lasciato avvolgere dalle immagini di splendide tele: quelle della mostra “Hoc opus – Il ritorno della bellezza”, ospitata all’interno dell’Auditorium Sant’Agostino di San Ginesio.

Quell’ incantevole borgo medioevale del maceratese, che sta ospitando la terza edizione del singolare festival diffuso “Ginesio Fest” (fino al 25 Agosto p.v.), quest’anno sotto la prestigiosa direzione artistica dell’attore, regista e drammaturgo Leonardo Lidi.


Un po’ come i protagonisti del testo di Vitaliano Trevisan “Solo RH” (“solo” uno dei testi portati in scena ieri sera), un tenebrosamente comico Michele Di Mauro (qui non solo attore ma anche intrigante regista) e un “drammaturgo del suono” qual è Franco Visioli hanno dato vita ad una concertazione: un gareggiare in segni linguistici e musicali, stringendo tra loro un singolarissimo patto, includente il rispetto delle inclinazioni e delle peculiarità l’un dell’altro.

Michele Di Mauro

Hanno “eseguito” come musicisti; “vibrato” come strumenti accordati, complici e liberi nel raggiungere il miglior risultato nell’omaggiare, e quindi valorizzare, la meraviglia della scrittura ferocemente insolita del poliedrico artista, recentemente scomparso: Vitaliano Trevisan.


Franco Visioli

Gagliardi ed impetuosi, Michele di Mauro e Franco Visioli ci hanno donato il loro sguardo sull’ “uomo” Vitaliano proponendo i temi ricorrentemente ossessivi del defunto artista, come avviene nel linguaggio musicale, riprendendoli e sviluppandoli in vari modi. Un “sogno” ad occhi aperti, in cui si è immaginato un mondo terribilmente e magnificamente “stonato”. 


Franco Visioli e Michele Di Mauro

Questo primo studio di Michele Di Mauro e Franco Visioli esalta la scrittura di Trevisan, sulla quale i due improvvisano e variano, imbastendo un dialogo fluviale che oscilla jazzisticamente tra scatti nervosi e pause inaspettate. Le parole sono preferibili alle immagini, soprattutto se imprigionate in “taccuini”, archiviati alla maniera di quelle nubi descritte nei “Sillabari” di Goffredo Parise, alla voce “Ozio”.

Vitaliano Trevisan

Ma quando le parole “sono di troppo” allora molto meglio risulta la voce, il suono “solo”, capace di tagliare come la lama di un coltello. Perché “non è male essere colti”: raccolti, abbracciati, presi, afferrati. Sorpresi. Compresi. Seguiti. E quando non accade, allora Vitaliano Trevisan diventa preda dell’ossessione compulsiva dell’annotare, del contare: passi sì ma anche parole, in sterminati elenchi. Lui, così pungente e dissacrante ma al tempo stesso preciso e disarmante.

Michele di Mauro

Una serata, quella di ieri sera, così vibrante, anche per la concertazione accordatasi con il pubblico, da riuscire a squarciare, almeno per un attimo, quel “velo” che era solito attraversare i limpidi occhi azzurri di Vitaliano Trevisan. Finalmente “colto”. Ancora.

Vitaliano Trevisan

San Ginesio


Recensione di Sonia Remoli