Recensione dello spettacolo L’INTERPRETAZIONE DEI SOGNI di Sigmund Freud – di e con Stefano Massini

TEATRO ARGENTINA, dal 5 al 21 Dicembre 2023

Conoscere se stessi è da sempre un’esigenza che tende a prendere le sembianze di un desiderio segreto: fatica ad esprimersi manifestamente, tanto è “proibito” il contenuto del desiderare. 

Acutamente allora Stefano Massini, che con questo spettacolo sceglie di mettere in scena le dinamiche oniriche della nostra psiche, fa aprire la rappresentazione proprio a lui: il Desiderio.

Eccolo: sbuca da un lato del palco/psiche e attraversa con passo sinuoso il proscenio, per poi appostarsi in un altro lato. E’ un’affascinante donna. Veste un abito dalle nuove linee fluide proprie dello stile Liberty. Ed è  tinto di mistero e di passione (i costumi e le maschere sono curati da Elena Bianchini).

Ci irretisce: ci porta dalla sua parte, ci seduce.  Complice la sua voce insinuosa, solleticante, pungente e ossessiva: quella che ci sta traducendo il suo violino (Rachele Innocenti sulle note di Enrico Fink). E che risuonerà ancora, serpeggiando, lungo la messinscena.

Tutto si mescola, tutto si trasforma, all’interno delle nostre emozioni, delle nostre pulsioni, della nostra memoria: oltre ad avvertirlo, lo vediamo rappresentato sulla scena. Il caos che abita i sogni è visualizzato anche da una proiezione tridimensionale sul fondale: fondo del nostro sguardo interiore (le scene, curate da Marco Rossi, riproducono opere pittoriche di Walter Sardonini).

Uno sguardo spesso in bilico tra la nostra tentazione a tarparlo e quella a guardare, solleticati proprio dalla sua enigmaticità. Qui visualizzata da fiotti di fumo intrisi di ambigui richiami, musicati dal trombone e dalle tastiere di Saverio Zacchei e dalle chitarre di Damiano Terzoni . Sempre sulle note di Enrico Fink.

ph Filippo Manzini

“C’è qualcosa di terribile e al tempo stesso splendido nell’attimo in cui decidiamo di guardarci dentro”: con queste parole  Stefano Massini commenta l’entrata in scena del Desiderio e le sensazioni da esso provocate.

Quando riusciamo ad avvicinarci alla “geografia” più autentica di noi stessi, così tumultuosa e disordinata, così accattivante e lacerante, qualcosa ci tenta però ad allontanarcene. Un dubbio ci attanaglia: “ma poi gli altri cosa diranno di me?”.

E così, troppo spesso, si torna ad indossare la nostra rassicurante (ma insoddisfacente) maschera sociale. Lo dice il “progresso”: se lo si segue, si è inseriti, accettati, protetti. Ma nonostante la nostra tensione a uniformarci, poi però pretendiamo costantemente l’attenzione degli altri.

ph Filippo Manzini

Urla quindi, e i morsi si fanno sentire,  la fame a dare nutrimento alle parti più  vere di noi: un ascolto che “noi” possiamo darci. Accettando l’invito del desiderio e quindi appassionandoci in una ricerca nelle buie profondità  di noi stessi. Perché – come la drammaturgia delle luci di Alfredo Piras sa sottolineare – solo dal buio può nascere e liberarsi l’emozione.

Quest’ invito rivoluzionario di Freud, viene raccolto da Massini che sceglie di farci dono - proprio attraverso il potere immaginifico e catartico della parola e del gesto attoriale – della consapevolezza di come la messinscena del sogno celi una messinscena sociale.

A testimoniare come la psicologia sia strettamente connessa alla socialità – e quindi come lo psicoanalista guardando nell’interiorità dei pazienti abbia restituito indietro anche il sentore dei mutamenti  sociali – è l’esigenza che si è  sentita, proprio a fine Ottocento, di coniare il termine “onirico”: l’irreale del surrealismo, della libera associazione, della visione ermetica che suggestiona e richiede interpretazione.

ph Filippo Manzini

Recentemente l’attenzione al ruolo “antropologico” dello psicoanalista è stata riaccesa anche dal testo di Massimo RecalcatiA pugni chiusi. Psicoanalisi del mondo contemporaneo“. Se quindi il ruolo dello psicoanalista non è confinato solo tra le pareti intime di una stanza e può e deve scendere in strada, anche il Teatro può farsi portavoce di questa missione sociale.

Vincente risulta la scelta di Stefano Massini di far incontrare il teatro di narrazione sul confine con la restituzione attoriale, mandando in scena le dinamiche oniriche della psiche umana attraverso il processo di osservazione interno ed esterno del neurologo e psicoanalista Sigmund Freud.

ph Filippo Manzini

Lo spettatore è coinvolto in un’immersione “a tutto tondo” nella quale accetta di viaggiare fuori e dentro di sé. Con disponibilità, senza necessariamente inquadrare nei principi della logica cosa stia avvenendo. È un incantesimo dove la parola, l’immagine e la musica sono le muse che ci guidano in questa avventura multiforme e multisensoriale. E finalmente riconosciamo attenzione a tutto ciò che ci rende unici. Irripetibili.

Ecco allora che Stefano Massini, a coronamento di un processo osmotico di attenzione tra interno ed esterno, a fine spettacolo sente l’esigenza di ringraziare – evocandoli con il loro nome e il loro cognome – tutti coloro che, parti necessarie di un tutto, hanno contribuito a dare forma a questo stupefacente viaggio.

Sulla Scena della Vita.

ph Marco Borrelli


Recensione di Sonia Remoli

Recensione dello spettacolo GIUSTO di e con Rosario Lisma

TEATRO BASILICA, dal 14 al 17 Dicembre 2023 –

Che differenza c’è tra chi si isola – prendendo le distanze da tutto e da tutti – e chi invece è disposto a qualsiasi cosa pur di entrare a fare parte di un gruppo?

Nessuna: sono due posture esistenziali che esprimono, in maniera diversa, quanto sia difficile entrare in un’autentica relazione con l’Altro.

Dipinti di Gregorio Giannota (da Tapulin)

Un po’ come le balene osservate con metafisica ironia da Gregorio Giannotta: visualizzazioni di un mondo di contraddizioni e di compresenze non dirigibili, non prevedibili.

Qui, le opere di Giannotta dedicate specificamente alla narrazione di Lisma s’intrecciano ad essa quale drammaturgia iconografica. Sono contraddizioni sociali che ora si mescolano a improbabili personaggi, caricaturalmente avvolti in ruoli ed etichette.

Rosario Lisma (Giusto) e Gigliola (detta la Balena) - illustrazione di Gregorio Giannotta

E pensare che l’Altro è la nostra “condizione” esistenziale. Nessuno di noi può “farsi da solo”: per parlare di noi stessi, per definirci, necessariamente dobbiamo parlare degli altri.

Come fa Giusto, il protagonista principale del monologo  polifonico di Rosario Lisma: per raccontarci tutte le sue disavventure esistenziali, insomma per parlare di sé, non può prescindere dal parlarci della sua famiglia, dei suoi colleghi di lavoro, dei suoi coinquilini, dei suoi desideri segreti.

Anche il suo stesso nome, come quello di ognuno di noi, è un nome scelto da altri: i genitori. Che lo caricano di un destino fantasmatico fatto delle “loro” aspettative. Di più: qui il nome “Giusto” è un errore di comprensione – e quindi di traduzione – dell’impiegato dell’anagrafe. 

E quindi: chi è davvero Giusto? Chi siamo noi al di là  dei desideri con cui i nostri genitori ci hanno messo al mondo? Qual è la nostra libertà ? Quanto può essere affascinante scoprirlo?

E’ così affascinante da portarci ad avere la consapevolezza di dire ” non lo so”: non so chi voglio essere. Laddove infatti “avere le idee chiare” sembra essere l’unico lasciapassare capace di traghettarci verso l’avere successo nella vita, tutti in verità – come accade anche a Giusto – ad un certo punto della nostra vita scopriamo che non siamo  più così sicuri di cosa vogliamo essere. Di cosa significhi davvero “essere realizzati”. Di cosa significhi essere “giusti”. Di come questo “disegno” cambi nel tempo i suoi profili.

Nel momento in cui facciamo esperienza di lasciarci andare per entrare in relazione con qualcuno e permettiamo ai nostri confini di essere porosi e non impermeabili, allora scopriamo che è  proprio l’Altro a rivelarsi decisamente prezioso per aiutarci a conoscere noi stessi.

Deve però crearsi un incontro “erotico”, come direbbe Massimo Recalcati: non una sottomissione. Bensì un venire a contatto con qualcuno che riesca a “tradurci” qualcosa di estremamente autentico di noi che fino a quel momento ci risultava incomprensibile, come una lingua straniera.

Giusto è, come spesso accade, così poco incline a rendere meno impermeabili i propri confini – così da poter riuscire ad integrarsi, con sana curiosità, nel mondo degli altri – da aver bisogno di una spinta “chimica”. Ma solo inizialmente: poi, avendo scoperto che i propri confini oltre che separarci dagli altri possono essere un luogo dove potersi incontrare, resterà piacevolmente affascinato dal dubbio di non sapere più chi veramente lui sia. E poter così, finalmente, iniziare a desiderare desiderare.

Rosario Lisma ha la capacità rara di scrivere e poi interpretare con fresca eleganza poetica.

Con provocante tenerezza ci parla di noi e di come può essere attraente vivere insieme agli altri, nonostante tutte le nostre fragilità e le nostre paure, vestite da altere sicurezze.

Un solletico il suo che oltre ad essere un invito alla socialità è anche un invito politico.

E questo deve e può fare con successo il Teatro. Come quello di Rosario Lisma.


Recensione di Sonia Remoli

Recensione dello spettacolo QUESTA NON E’ CASA MIA di e con Giulia Trippetta

TEATRO BASILICA, dal 7 al 10 Dicembre 2023 –

Quando si diventa adulti ?

Che tipo di rito di formazione hanno attraversato i Millennial ? Su quale “terreno” sociale e politico sono cresciuti ?

Su queste domande ci interroga e ci invita a riflettere il graffiante monologo – scritto, diretto e interpretato dalla caleidoscopica Giulia Trippetta – fino a ieri in scena al Teatro Basilica.

Una generazione, la sua, apparentemente con il massimo delle opportunità. Ma vista più da vicino, che generazione è ? Di quali dubbi e di quali certezze si è nutrita?

Che futuro siamo stati in grado di offrire come Paese e cosa sono diventati i rappresentanti di questa generazione? Perché sono loro il nostro futuro più prossimo.

Giulia Trippetta

Con carismatica duttilità Giulia Trippetta dà forma ad una sua personalissima “narrazione di formazione” dove, parlando del proprio microcosmo, ci rimanda il riflesso del macrocosmo nel quale affondano le sue radici.

Un macrocosmo che ha perso la riconoscenza verso il valore sacro dell’unicità, della diversità irripetibile di ciascuna persona. Il paese di fantasia che tra finzione e realtà le dà i natali si chiama Fossoperduto: un “nome omen” dove “i fossi”, e quindi i confini personali, sono andati persi. Dove tutti si permettono di giudicare tutto, quasi fosse un nuovo perverso “cogito” : giudico quindi sono. 

Giulia Trippetta

E lei crede, e convive, con quello che le dicono le amiche e le sue parti interiori. Assediata, si lascia sabotare: lascia che gli altri, ma anche lei stessa, minino le sue mura. Ma l’autostima si sa: è un dono sociale; gli altri possono nutrirla.

Un giorno arriva la svolta: la recisione dei ponti. Seguiranno avventure e sventure, come avviene ad ogni “eroe” in formazione. Ma qualcosa non va: non ne nasce un’evoluzione, una vera formazione. Essere libera è ancora più difficile che essere sottomessa al giudizio degli altri. Cerca, ma non trova, quella capacità di desiderare sufficientemente solida per dare frutto. Oltre che per resistere.

Gioia Trippetta

Fino a che prepotentemente inizia a farsi spazio quell’insensibilità ai morsi di qualsiasi passione: “piuttosto che fare una cosa bene, meglio farne tante male “. Ma ciò che fa tanta paura fino a paralizzare può raggiungere anche la potenza improvvisa di un’energia soffocante. Nonostante tutto la protagonista non si arrende: non ha ancora capito in che direzione cercare quella che può essere “la sua casa” ma continua a cercare.

Soprattutto se stessa: chi è davvero, nel bene e nel male. E a regalarsi comunque rispetto: per il proprio corpo e per la propria interiorità. Consapevole, ora, che fuori di sé l’attende una società “liquida”: che non riesce più a trattenere e a dare densità e corpo a degli autentici valori. Se non quelli legati alla rivoluzione digitale: che avanza veloce senza curarsi delle difficoltà di adattamento delle menti umane.

Il risultato è che i 30enni di oggi sono i 18enni di un tempo: impantanati nel “dovrei”. E che non riuscendo ad orientarsi per capire “come si vive”, rischiano di marcire.

Così, protetti e avvolti nel limbo di una pellicola di domopak, in attesa di essere presi in considerazione, rischiano di fare muffa.

Teatro Basilica

Ma la muffa – come ricorda programmaticamente questa stagione del Teatro Basilica – è uno dei microorganismi più resistenti, in grado di sopravvivere anche nelle situazioni più avverse. È un fungo microscopico che aiuta la natura a decomporre ciò che è morto, per ridargli vita. In un passaggio dall’ordinario, allo straordinario.

Una prova attoriale, quella della 34enne Giulia Trippetta, davvero piena di “spezie”. Preziose. Più della “giada”.


Recensione di Sonia Remoli

Recensione dello spettacolo IL VAJONT DI TUTTI – Riflessi di speranza – scritto e diretto da Andrea Ortis

TEATRO AMBRA JOVINELLI, 21 e 22 Novembre 2023 –

È la storia dell’acqua.

L’acqua, risorsa naturale così abbondante in Italia e dono così prezioso, offerto dal suolo che ci ospita.

Un dono scambiato per possesso. 

Un dono che pur essendo abbondante non risulta sufficiente a nutrire quell’ingordigia che a volte offusca il cuore dell’uomo.

Andrea Ortis

Lo sguardo del friulano Andrea Ortis – autore, attore e regista di questo appassionato e appassionante spettacolo – fa sì che sulla scena la storia scorra su due flussi narrativi. Quasi due torrenti d’acqua che a loro modo parlano, ricordano, piangono, testimoniano. Per non dimenticare. Per impedire che prendano ancora forma disastri torbidi e tragici di questa portata.

Il torrente narrativo di Ortis scorre sul proscenio: il suo è uno storytelling puntualissimo nei contenuti – sostenuti anche da una storica e tecnica documentazione visiva – e nostalgicamente poetico nel sentire più profondo.

È un senso della memoria, il suo, forgiato da un desiderio di fedele testimonianza che si vena di accenti di quel lirico languore proprio di chi ha vissuto quell’attraversamento tra il prima e il dopo e che avverte viscerale la consapevolezza che l’uomo tende a smarrire l’intimo legame a sentirsi in armonia con la natura.

Una testimonianza che – scevra dalla rassegnazione – si carica della volontà ad impegnarsi nel rinsaldare una rispettosa continuità tra la storia della natura e quella dei suoi ospiti, presto – sia spera – consapevoli e disponibili a farsi “docile fibra dell’universo” – come scriveva Giuseppe Ungaretti.

Michele Renzullo e Selene Demaria in una scena dello spettacolo

Alla narrazione di Ortis s’intervalla quella di chi è sopravvissuto al dramma e fatica a mandar via quell’insopportabile odore tipico del senso di colpa per essere vivi. Alcune scene sono rievocate mirabilmente come dentro la diga stessa, utero maledetto. E una tremenda emozione ci assale. Ma è in nostro potere riuscire a fare del buio del dramma qualcosa di interessante, di fertile per il nostro futuro. E allora proprio da quell’utero maledetto, che ci lega a non dimenticare, ci può arrivare il dono di una nuova e potente consapevolezza.

Infatti, seppur “Perché sei vivo?” sia la domanda che ossessivamente assilla chi resta, la tentazione a sentirsi in colpa può essere splendidamente sublimata dal pulsante orgoglio a sentirsi eredi e quindi testimoni. Per non dimenticare il passato e quindi non essere costretti a ripeterlo. Perché “la storia siamo noi, siamo noi queste onde nel mare, questo rumore che rompe il silenzio, questo silenzio così duro da masticare”. 

In un magnifico gioco scenografico di presenze/assenze pluri presenti – regalato da un sapiente uso della drammaturgia delle luci su una superficie velata – riesce ad imporsi allora anche visivamente l’urgenza di raccontare.

Ed è la storia del loro vivere quegli anni ’40 -’50- ’60 ignari che il tempo che li separa dal tragico destino sia segnato non solo da momenti di ritrovata spensieratezza post bellica ma anche da torbide complicità su superbi deliri di onnipotenza.

Jacopo Siccardi, Elisa Dal Corso e Mariacarmen Iafigliola in una scena dello spettacolo

Ecco allora l’avvicendarsi di momenti in cui ci si ritrova insieme anche a cantare, a “godere fantasticamente del proprio corpo unificato» come diceva Roland Barthes. Ed è mirabile l’interpretazione dei ragazzi de La Compagnia della Rancia, dove dalla partitura delle voci riesce ad emergere “una grana” che sa farsi corpo.

Una cifra stilistica degli spettacoli di Ortis questa, dove anche e soprattutto attraverso il canto si raggiunge una potentissima forma di comunicazione con il pubblico.

Ma ad essere rievocate sono anche le scene degli inquietanti luoghi dove si presero superficiali decisioni, nonostante voci autorevoli si fossero battute, prove alla mano, andando oltre il chiudersi in un “Tutti sono uguali, tutti rubano alla stessa maniera”. Piuttosto salvando proprio quel valore simbolico così fondamentale proprio della parola “tutti”.

Una parola così carica di potente energia non può finire per farci mollare. “Tutti” infatti ha la forza rivoluzionaria del tenerci insieme, “aggrappati” gli uni agli altri, per essere un’autentica comunità che lotta contro egoistici “a solo”. 

In occasione dell’anniversario dei 60 anni della tragedia che colpì il Vajont il 9 ottobre 1963,

la MIC – International Company, in coproduzione con il Teatro Stabile Friuli Venezia Giulia e in collaborazione con Compagnia della Rancia, ha scelto di portare in scena, con una tournée nazionale nei più importanti teatri italiani, “Il Vajont di tutti, riflessi di speranza”.

Lo spettacolo, che si avvale del sostegno della Regione del Friuli, dopo essere andato in scena in anteprima proprio sulla Diga del Vajont – nell’ambito degli eventi per la celebrazione dell’anniversario-  è approdato a Roma, al Teatro Ambra Jovinelli.


Recensione di Sonia Remoli

Recensione dello spettacolo UNA STORIA AL CONTRARIO di e con Elena Arvigo –

TEATRO INDIA, 7 e 8 Novembre 2023 –

La sua non è solo una narrazione: è un canto. La sua voce non si limita a far conoscere, a testimoniare. La sua voce è colma di suoni: di una varietà ricchissima. Modulati con regola e misura eppure così complici, così vicini. Intimi. A tratti, prossimi ad un dolce lamento. In altri momenti, simili ad una preghiera. Come quando Elena Arvigo, ovvero colei che “canta” la storia e quindi le gesta di Francesca De Sanctis – autrice dell’omonimo libro del quale lo spettacolo è una riduzione – legge e ripete passi della Lettera di Gramsci a suo fratello (Lettere dal carcere, 12 Settembre 1927). Non per mandarli a memoria, quanto piuttosto per scriverli nella sua carne. Perché ogni storia è la storia di un corpo.

La narrazione della Arvigo oltre ad essere un canto è infatti anche una danza. È ritmo: vocale e fisico, mimico e simbolico, dove unità e differenza riescono a convivere. E così la storia diventa una grande coreografia, che aspira alla leggerezza proprio mentre resta attratta dalla forza di gravità. 

Oltre che canto e danza la narrazione è una giostra: una struttura girevole nella quale occupare un posto. Accanto agli altri. Un intrattenimento, uno spettacolo vitale carico di confusione turbinante, dove non è semplice trovare di volta in volta equilibri sempre nuovi. In bilico tra sogni e precarietà; tra l’entusiasmo del colore rosso e la chiusura del colore nero, che assorbe luce anziché rifletterla. Colori che danno forma alla scena, metafora dei diversi “habiti” della psiche della protagonista. Spesso “frullati” dal vortice alimentato da sfere girevoli ai piedi di elementi apparentemente stabili. 

Elena Arvigo in una scena dello spettacolo “Una storia al contrario”

Ma soprattutto la narrazione è una sacra testimonianza, un atto di impegno civile ed esistenziale.

È la storia di come il microcosmo professionale ed esistenziale della giornalista Francesca De Sanctis si dilati attraversando gli estremi del fondersi e del distaccarsi dal macrocosmo del settore giornalistico, per arrivare a conquistare progressivamente “il suo libero uso del proprio”, come amava sostenere Friedrich Holderling.

È la storia di una donna che sente urgente l’esigenza di testimoniarci quanto sia complesso – ma non impossibile – imparare a relazionarsi con l’Altro da noi: la famiglia, il mondo del lavoro, i colleghi, il concetto di giustizia e quello di meritocrazia.

È la storia dell’odissea di una ghiandola, il timo, che regola la nostra capacità di difenderci dagli altri, dall’esterno. Come un angelo custode o uno spirito guida, il timo ha la potenza di accompagnarci nel dosare la giusta quantità di difesa da mettere in campo, costruendo confini vitali che ci proteggano senza isolarci. E senza lasciarci invadere.

È la storia dei ” nonostante tutto”, delle avversità cioè che possono diventare preziose per conoscerci meglio. Per realizzarci, non solo e non tanto nel lavoro ma nell’arte di vivere.

È la storia dei traumi che sconvolgono la vita di ciascuno di noi – le varie “storie al contrario” – che ci trovano senza le adeguate risorse per fronteggiarli. Ma solo sul momento: un sano desiderio di ricominciare, di trovare nuovi inizi in ogni fine, ci salva sempre.

Perché noi esseri umani, anche se dobbiamo morire, non siamo fatti – come sosteneva Hannah Arendt – per morire ma per continui nuovi inizi. E come lo stesso fondatore del giornale l’ “Unità”, Antonio Gramsci, non si stancava di ripetere: “Mi sono convinto che anche quando tutto è o pare perduto, bisogna rimettersi tranquillamente all’opera, ricominciando dall’inizio (Lettere dal carcere,12 Settembre 1927).

È la storia delle “pagine bianche”: quelle della sana protesta dei giornalisti dell’ “Unità” ma anche quelle della vita. Perché il vuoto, come era solito dire Furio Colombo, a volte è la condizione necessaria per poter sprigionare il desiderio creativo di scrivere una nuova storia. Un nuovo inizio.

La giornalista Francesca De Sanctis

Una sacra testimonianza civile ed esistenziale – quella della giornalista De Sanctis – la cui voce cerca luce, visibilità. Come le scene -luoghi della sua mente- non mancano di sottolineare: una luce che “grida” il bisogno di essere vista e ascoltata. Perché ciò che è accaduto a lei, giovane e solerte donna, non è successo solo a lei.

Ecco allora che il Teatro – e in particolare il centro di drammaturgia del Teatro delle Donne, con la sua speciale vocazione ad essere spirito critico a tutela della condizione femminile – si rivela il luogo che riesce a soddisfare l’urgenza del dare adeguato spazio al testimoniare. E quindi anche al volo di una farfalla: una donna “rapita” in una scatola rossa che ora, dopo un percorso di autoconoscenza, torna rigenerata a volare. Nuovamente. Di un volo consapevolmente libero.


Recensione di Sonia Remoli

Recensione dello spettacolo LO STATO DELLE COSE – scritto diretto e interpretato da Massimiliano Bruno –

TEATRO PARIOLI, dal 3 al 21 Maggio 2023 –

Vivace fermento ieri sera al Teatro Parioli per la prima dello spettacolo di e con Massimiliano Bruno “Lo Stato delle cose”.

Uno spettacolo di narrazione, costruito e cucito per 33 talentuosi interpreti, suddivisi in tre diverse distribuzioni, che si alterneranno per le tre settimane di scena.

Questa settimana in scena, oltre all’onnipresente Massimiliano Bruno, gli 11 allievi del suo Laboratorio di Arti Sceniche: Giulia Napoli, Lara Balbo, Matteo Milani, Anna Malvaso, Giorgia Remediani, Daniele Locci, Francesco Mastroianni, Giulia Cavallo, Daniele Di Martino, Filippo Macchiusi, Cristina Chinaglia.

Lo spettacolo è imperniato intorno al tema della “creazione” come atto di vitalità, artistico e civile.

Alcuni degli 11 interpreti in scena dal 3 al 7 Maggio al Teatro Parioli

L’occasione che dà avvio alla narrazione è la crisi d’ispirazione di un regista (un istrionico Massimiliano Bruno) che per sfuggire all’attanagliamento del terrore della pagina bianca passa in rassegna, con la complicità della sua solerte assistente, alcuni dei testi precedentemente scritti e archiviati nella propria mente.

L’autore e regista dello spettacolo “Lo stato delle cose” Massimiliano Bruno

La scena, infatti, una elegante e insieme fantasmagorica libreria, è anche luogo della mente del regista. L’estro di Alessandro Chiti, che ne ha curato la realizzazione, fa sì che dai più insospettabili meandri della stessa facciano capolino o s’impongano, quasi pirandelliani personaggi in cerca d’autore, storie lì custodite.

Ed è così che, mentre il regista cerca l’anelata nuova idea, accattivanti monologhi o dialoghi prendono forma e carne attraverso il corpo degli 11 ragazzi (allievi del Laboratorio di Arti Sceniche di Massimiliano Bruno) tutti, nella loro preziosa diversità, ricchi in valore.


Massimiliano Bruno e gli allievi del suo Laboratorio di Arti Sceniche

Per produrre idee e trovarne una buona, si sa, occorre avere ben presente l’obiettivo da raggiungere e nell’attesa che prenda forma, muovere la mente intorno ad altro. E, scongiurata la paralisi da ansia da prestazione, l’idea arriva. Così come accade, un attimo prima della chiusura del sipario, al regista sulla scena. 

Nelle intenzioni di Massimiliano Bruno, celate nella duplice lettura del titolo dello spettacolo, lo stato delle cose allude non solo ad una situazione propria del mondo dello spettacolo ma anche dello Stato, che noi tutti andiamo a costituire e nel quale, come cittadini, abbiamo la responsabilità di far valere le nostre “storie”.

Il valore di una storia, infatti, tanto che riguardi fatti umani realmente accaduti oppure invenzioni di fantasia, è ciò che più ci caratterizza come esseri umani. Significa saper custodire una memoria e apprendere da ciò che i nostri simili hanno fatto in passato. Ma una storia è anche ricerca, indagine. Continua.

Anche nei momenti di “crisi”, perché la crisi è sì un momento di forte turbamento ma soprattutto è un momento in cui si verifica l’urgenza di una scelta. Come “la narrazione” così anche “la crisi” infatti è una delle cifre della vita, che racchiude il fascino di un pericolo che può diventare una preziosa opportunità. Al di là di un: “Basta che famo i soldi !”.

Massimiliano Bruno

La scrittura e la narrazione di Massimiliano Bruno brillano in chiarezza per immagini: è sua la capacità di raccontare rendendo “visibili” i concetti, riuscendo a coniugare la profondità di un delfico appassionarsi a conoscere se stessi ad una rara leggerezza. Quella calvinianamente intesa.


Qui, le diverse distribuzioni dello spettacolo:


3 – 7 Maggio Massimiliano Bruno, Giulia Napoli, Lara Balbo, Matteo Milani, Anna Malvaso, Giorgia Remediani, Daniele Locci, Francesco Mastroianni, Giulia Cavallo, Daniele Di Martino, Filippo Macchiusi, Cristina Chinaglia


8 – 14 Maggio Massimiliano Bruno, Malvina Ruggiano, Martina Zuccarello, Alessia Capua, Niccolò Felici, Federico Capponi, Francesco Mastroianni, Kabir Tavani, Francesca De Cupis, Sofia Ferrero, Giorgio Petrotta, Giulia Fiume


15 – 21 Maggio Massimiliano Bruno, Sara Baccarini, Tiziano Caputo, Agnese Fallongo, Giuseppe Ragone, Rosario Petix, Chiara Tron, Daniele Trombetti, Germana Cifani, Federico Galante, Clarissa Curulli, Liliana Fiorelli.

Lo spettacolo sarà diverso ogni settimana ma i tre allestimenti non saranno propedeutici l’uno all’altro.


Luci: Salvatore Faraso

Costumi: Valentina Stefani

Scenografia: Alessandro Chiti

Coordinatrice Susan El Sawi

Aiuto Regia: Sara Baccarini 

Assistenti alla regia: Lorenza Molina, Roberta Pompili, Paolo Sebastiani

Produttore esecutivo: Enzo Gentile

Produzione Il Parioli


Recensione di Sonia Remoli

Einstein, il grande racconto dell’astronomia

TEATRO VITTORIA, dal 28 Marzo al 2 Aprile 2023 –

“Perché portare Einstein a teatro?”

Questa la domanda che Piergiorgio Odifreddi, matematico, logico e saggista, immagina che il nostro desiderio di sapere ci abbia suscitato.”La stella” di cui percepiamo la mancanza (la parola desiderio, infatti, questo significa) e che ci predispone ad ascoltare un “racconto”. Il suo: il grande racconto dell’astronomia, questa scienza così densa di stupore intelligente. Sì, perché il sentimento di meraviglia e l’analisi calcolata non sono in contraddizione. Anzi, le più importanti esclamazioni sono preparate proprio dalle più profonde interrogazioni.

Ecco allora che Odifreddi, da buon narratore, anziché esaudire subito il nostro desiderio in qualche modo continua ad accrescerlo. Con un pizzico di sana impertinenza, insiste e ci solletica dicendoci che in effetti “Einstein non è un personaggio inventato ( come generalmente sono quelli che accoglie il teatro) ma è più di un personaggio di fantasia” .

Ora, se è pur vero che nulla, forse, si realizzerebbe senza la fantasia, che cosa si intende davvero per “fantasia” ? Potremmo dire che non è una forma di intelligenza, né un sentimento ma quel “quid” che permette di collegare elementi apparentemente lontani, aprendo la mente a una visione alternativa di ciò che potrebbe accadere.

Joan Mirò – Fantasia –

In questo senso, l’arte, la tecnologia, la scienza e persino la società civile devono molto alla fantasia, all’immaginazione, alla creatività, all’inventiva. E in effetti Einstein è stato l’uomo che più di altri ha cambiato la nostra percezione del mondo. Questa, allora, è la chiave di lettura della mappa da utilizzare per “viaggiare nel tempo” insieme a Odifreddi.

La sua narrazione partirà da Copernico (1473 – 1543) per arrivare fino ad Einstein (1879 – 1955) prestando attenzione, però, non solo a come questi uomini hanno cambiato la visione del mondo grazie alla loro “fantasia” ma anche grazie ai loro “errori”.

Gli errori sono infatti quel “di più” di cui Odifreddi ci aveva parlato: “Einstein non è un personaggio inventato ma è più di un personaggio di fantasia”. Gli errori, sì, così fertili: soprattutto per chi viene dopo. Questo si verificò con la teoria eliocentrica di Copernico, che passò attraverso la riflessione di Giordano Bruno e poi attraverso quella di Galileo Galilei. Fino a Newton, le cui formule matematiche, una vera e propria novità del periodo, passarono osmoticamente i confini delle scienze per trovare accoglienza anche tra i confini della letteratura. Voltaire, Emilie du Châtelet, Diderot e lo stesso Tolstoj presero a utilizzarle nei loro testi letterari. Anche Einstein partirà da Newton per andare “oltre”.

Sarà anche per questo che Odifreddi conclude la sua narrazione affermando che “gli scienziati sono gli uomini più religiosi”, coloro cioè che approntano delle scelte, prestando molta attenzione ai fatti.

Piergiorgio Odifreddi

Un teatro di narrazione quello di Piergiorgio Odifreddi che mira a mostrare la pervasività della scienza in generale, e della matematica in particolare, nella cultura umanistica: soprattutto nella letteratura, nella musica e nella pittura, ma anche nella filosofia e nella teologia.

Sergio Maifredi

L’attenta regia di Sergio Maifredi fa sì che il testo guidi una narrazione agile; ed effettivamente il racconto si dispiega in maniera molto leggera. Solo apparentemente compassata, la narrazione risulta in realtà disseminata di guizzi ironici e garbatamente impertinenti, funzionali a mantenere desta l’attenzione per oltre due ore.

E quindi se è vero che ciò che caratterizza il “teatro” è il desiderio di guardare, di osservare, allora Einstein, e i vari personaggi della matematica, a buon diritto possono essere accolti in teatro. Uomini desiderosi, tutti, di avere shakesperianamente una musa di fuoco che li levi al più fulvido cielo dell’immaginazione.

La donna invisibile

TEATRO TRASTEVERE, dal 10 al 12 Marzo 2023 –


Testo risultato vincitore al Premio Letterario V Municipio

con mise en éspace presso Teatro Biblioteca Quarticciolo di Roma


Ha ricevuto la Menzione d’onore al concorso Teatro in Cerca d’Autore 2021


Quello di Eva Gaudenzi è un accattivante teatro di narrazione. Il suo è un brillante monologo in cui ci parla, con scoppiettante ironia, della disperata ricerca da parte di una giovane donna, Adelaide Scomparin, di quel particolare “potere che rende speciali” .

Eva Gaudenzi

La carrellata dei ricordi di questa rocambolesca ricerca, vibra di un ritmo irrefrenabile e gravità intorno ad un aspetto della sua vita: le esperienze attoriali. Da piccola la definivano “tarda” : lenta, non sveglia, insomma. E le rifilavano solo parti “immobili” da “pura”: dalla pastorella alla suora. La morfologia è importante, si sa.

Eva Gaudenzi

E lei, cambiandosi al volo “a vista”, sa come far parlare tutti i personaggi coinvolti, dando vita ad uno splendido affresco. Ma poi, un giorno, arriva l’evento che contribuirà a dare un diverso orientamento alla sua ricerca.

I Fantastici 4

Morendo, il nonno le lascia in eredità uno “scrigno” colmo di fumetti de “I Fanyastici 4”. Dei quattro paladini che hanno deciso di mettere i lori “poteri speciali” a servizio dell’umanità, lei sente una potente affinità con Susan, “La Donna Invisibile“.

Eva Gaudenzi in una scena dello spettacolo “La donna invisibile” diretto da Emanuela Bolco

E così dai testi sacri delle agiografie delle sante, donne passivamente “invisibili” proposte dall’educazione cattolica a lei impartita, la giovane Adelaide arriva a non staccare gli occhi dalla sua eroina dei fumetti, dal potere così misterioso.

Eva Gaudenzi

In un sapiente gioco di continue rotture della quarta parete, seguite ed esaltate da un raffinato ed intimo disegno luci (lo spettacolo è diretto da Emanuela Bolco) la giovane acquisisce la linfa necessaria per poter proporsi a nuovi provini.

Eva Gaudenzi

Nell’ultimo, relativo a “Gli spettri” di Ibsen, dove ormai pronta a fare il salto di qualità (“la gente se lo aspetta”) si propone con la tutina da “Donna Invisibile”, succederà qualcosa di inaspettato: esposta, come Susan, ad una tempesta (emotiva) cosmica, riceverà poteri “sovrumani’.

Acquisirà la consapevolezza che il potere speciale è contare su se stessa. 

Eva Gaudenzi


ASSOCIAZIONE CULTURALE

” Pane e Parole “

L’associazione culturale “Pane e Parole” nasce nel 2016 da un’idea di Eva Gaudenzi (attrice, autrice e storyteller), Simona Coschignao (cuoca e sommelier) e Gabriele Peritore (poeta e scrittore).

Eva Gaudenzi e Simona Coschignao

La compagnia si occupa di produzione teatrale, piccolo catering e teatro a domicilio. Insieme, hanno immaginato una formula che unisse poesia, teatro e cucina.

Una situazione a domicilio

All’attivo diverse performance per l’inaugurazione di gallerie d’arte e vernissage; monologhi a domicilio abbianti ad assaggi di finger food.

Eva Gaudenzi si esibisce in una terrazza

In repertorio il monologo “Focumeo” scritto e diretto da Eva Gaudenzi e “Parto-monologo di sola andata verso la maternità”, che ha debuttato al Teatro Studio Uno di Roma nel febbraio 2018.

All’aperto, in città

Quest’ultimo seminifinalista alla rassegna di monologhi ShortLab diretta da Massimiliano Bruno e vincitore del premio Folle d’Autore 2018 intitolato ad Aldo Nicolaj. Lo spettacolo è stato rappresentato diverse volte a domicilio nella città di Roma.

Eva Gaudenzi

Ma il piccolo catering può viaggiare anche da solo, così come il repertorio di teatro a domicilio: non solo Pane e Parole ma anche…Pane o Parole.

Eva Gaudenzi

Parallelamente alle attività teatrali per adulti, conserviamo uno spazio speciale anche per i bambini: spettacolo teatrale a domicilio (volendo anche un piccolo laboratorio creativo dopo lo spettacolo) con merenda personalizzata. La sezione Bambini si arricchisce della collaborazione fra Pane e Parole e gli amici dell’associazione culturale J33tre, la cui presidente Beatrice Presen è per noi (e con noi) attrice e burattinaia.

Beatrice Presen e i suoi burattini


DAIMON – L’ultimo canto di John Keats

TEATROLOSPAZIO, dal 2 al 5 Febbraio 2023 –

Prendendo posto in sala, lo troviamo seduto sul palco. Di spalle, su un cubo di marmo. Legge un’iscrizione: la “sente”. Non parla, così sembra. Ma le parole più belle sono quelle che naufragano nel silenzio. Si sta lasciando guidare dal suo “daimon”: lui sa cosa è più fertile per “fare anima” . Di Gianni De Feo fin da subito ci arriva la fascinazione della sua “percezione”. La sentiamo.

Gianni De Feo nell’intro allo spettacolo “Daimon – L’ultimo canto di John Keats”

Poi si alza, si volta e dà inizio alla sua seducente narrazione: un ripercorrere a ritroso i momenti del palesarsi, subdolo o manifesto, di un singolare “daimon”. 

In perfetta corrispondenza con il “fare anima ” di James Hillman, De Feo, che oltre ad interpretare l’appassionante testo di Paolo Vanacore ne ha curato anche la regia, dà vita ad un meraviglioso montaggio pluri-disciplinare collegando ed enfatizzando il potere della narrazione a contributi artistici di varia natura: dalla musica alla pittura; dal canto alla danza.

Gianni De Feo in un momento dello spettacolo “Daimon – L’ultimo canto di John Keats”

La musica è quella che si immagina esca da una radio degli anni ’20 e viene scelta per fare “da tappeto” alla narrazione, seguendone simbolicamente i diversi climi. Per la pittura, De Feo sceglie di proiettare delle tele del pittore Roberto Rinaldi: davvero di forte espressività. Il canto e l’accenno a degli eleganti passi di danza arrivano con l’entusiasmo di un’amabilissima sorpresa: De Feo rivela dei colori vocali molto interessanti e dà prova di un’intensissima interpretazione avvalendosi di un accattivante uso delle mani che, in alcuni momenti, ricorda la magia delle “mudra”.

Gianni De Feo in un momento dello spettacolo “Daimon – L’ultimo canto di John Keats”

Come nelle poesie di Keats, De Feo riesce ad evocare gli oggetti nelle sue molteplici qualità mediante l’accostamento di diverse sfere sensoriali. In questo modo le immagini risultano così vivide che non solo se ne immagina la fisicità ma si riesce a partecipare della loro vita intima.

Gianni De Feo in un momento dello spettacolo “Daimon – L’ultimo canto di John Keats”

Il testo di Paolo Vanacore immagina di ripercorrere il riappropriarsi della vocazione, “dono dei guardiani della nostra nascita”, da parte di un bambino che nasce dall’ondivago fluttuare delle onde di “un hotel di passaggio” di Atlantic City e che lascerà un’indelebile traccia di bellezza sulla Terra.

Gianni De Feo in un momento dello spettacolo “Daimon – L’ultimo canto di John Keats”

È un teatro di narrazione colmo di intima poesia, quello in cui s’immerge Gianni De Feo. Rompendo continuamente i piani, quasi fossero onde da fendere. E ci trascina con lui. Ne “sentiamo” il carisma, ne apprezziamo il ritmo, il “farsi anima” dei gesti. Dei silenzi. Della parola. Non si può non percepire infatti la bellezza con la quale De Feo riesce a riprodurre le figure di suono (specie assonanze e suoni vocalici) che abbondano nei versi di Keats e che donano musicalità e grande freschezza espressiva. Particolare attenzione pone De Feo all’utilizzo delle vocali che, così come amava Keats, sono impiegate alla stregua di note musicali, separando quelle chiuse da quelle aperte. E, così sedotti da tale bellezza, non possiamo non “lasciarci andare”. Naufragando. Paghi del nostro esserci venuti a cercare. 

Recensione dello spettacolo LA FOTO DEL CARABINIERE – scritto e interpretato da Claudio Boccaccini –

TEATRO DELLE FONTANACCE di Rocca Priora, il 22 Gennaio 2023 –

In cima al più alto dei Castelli Romani, Rocca Priora, due attori con gli occhi che brillano di entusiasmo, Luciana Frazzetto e Massimo Milazzo, gestiscono con smisurata passione il delizioso Teatro Comunale “Le Fontanacce”.

Rocca Priora

Ieri, il ricco cartellone dell’attuale stagione teatrale prevedeva la rappresentazione de “La foto del Carabiniere” di e con Claudio Boccaccini. Nonostante il pomeriggio dal clima decisamente pungente, il teatro si è totalmente riempito non solo di presenze ma anche di quella fervente energia che caratterizza l’impaziente attesa di una messa in scena.

Il foyer del Teatro comunale Le Fontanacce

Attesa assolutamente premiata, visto l’abbandono fiducioso accordato dal pubblico all’affascinante narrazione di Boccaccini, che come suo solito trascina con quell’ondivaga ebrezza da montagne russe. Il pubblico resta attanagliato, erompe in continue risate, ricorda e si emoziona profondamente. Fino alle lacrime.

Claudio Boccaccini, attore, autore e regista dello spettacolo “La foto del carabiniere”

E l’effetto è totalizzante: raggiunge tutti. Perché Boccaccini, che qui è attore, autore e regista, sa come pizzicare quelle corde che fanno vibrare gli animi. E così, abbattendo tutte le nostre sovrastrutture, ci predispone ad emozionarci totalmente. Coralmente. Parlandoci di famiglia, di abitudini, di amore, di dolore, di sana e semplice gioia. Insomma della vita. Della sua vita. 

Claudio Boccaccini, attore, autore e regista dello spettacolo “La foto del carabiniere”

Dicono che la vita sia “riuscire a fare qualcosa degli incontri che ci hanno fatto”. E l’intenzione che è alla base di questo affascinante spettacolo sembrerebbe essere proprio questa: “un giorno si nasce, un giorno si muore, un giorno si cresce”. All’età di sette anni Claudio Boccaccini “incontra” per la prima volta, senza saperlo, il vice brigadiere dell’Arma dei Carabinieri Salvo D’Acquisto: un giovane la cui foto era sfuggita dalla patente di suo padre, dove era custodita. Ma quello era al tempo (siamo nel 1960) il posto d’onore per i familiari, soprattutto per i figli. E dunque chi sarà mai costui ?

Il vice brigadiere dell’ Arma dei Carabinieri Salvo D’Acquisto

Il turbamento è tale che per placarlo il piccolo Claudio si attacca alla bottiglia del liquore che era solita preparare sua madre. E, come si fa con i grandi incontri intrisi di mistero, Claudio custodisce il suo “incontro” segretamente. Almeno per un po’. Finché un’altra foto (quella del defunto Sor Fiore) alcuni mesi più tardi, “incontra” le sue mani. A questo punto, non riuscendo a contenere la dirompenza di questo nuovo, ma per certi versi simile, incontro decide di alleggerire l’ingombro del suo dubbio amletico andando a consultare colei che sicuramente sa: sua mamma Valeria. La mamma gli rivela che quel ragazzo è stato “un incontro” speciale per suo padre. Una persona fondamentale, perché salvando la vita a suo padre ha reso poi possibile anche il suo “incontro” con la vita.

Il vice brigadiere dell’ Arma dei Carabinieri Salvo D’Acquisto

Passano le settimane e arriva un giorno in cui “incontra” suo padre che si sta preparando per andare ad una commemorazione. “Ora ! E’ il momento” – si dice Claudio. E con questa piena consapevolezza trova il coraggio d’ “incontrare” tutta la verità. Sarà, più che un incontro, questo, piuttosto il dono di una epifania, perché dal racconto del padre, questa volta “tra uomini”, scopre in che modo quel ragazzo, Salvo D’Acquisto abbia salvato la vita a suo padre.

Questa vera e propria “rivelazione” segna così profondamente Claudio Boccaccini che solo dopo molti anni matura appieno la consapevolezza che la sua storia chiede di essere raccontata e diventare occasione d’ “incontro” per altra gente. Così che tutti possano andare a ritrovare, nella mente e nel cuore, quegli “incontri” che, nel bene o nel male, hanno dato alla vita di ciascuno la forma che ha. Ed esserne grati. E condividerli. Perché la felicità chiede condivisione.

Il vice brigadiere dell’ Arma dei Carabinieri Salvo D’Acquisto

L’ esempio di Claudio Boccaccini è la prova che tutti noi possiamo “fare qualcosa degli incontri che ci hanno fatto”. Tutti noi siamo figli: questa è l’esperienza che ci accomuna tutti e che ci dà la prova che nessuno può “farsi” da solo. Nessuno è padrone delle proprie origini. Claudio Boccaccini, nel condividere con noi la gratitudine immensa per le sue “doppie” origini, ci parla di sé. Nell’unico modo in cui si possa fare: attraverso gli altri. Per gli altri. Questa è la vita. Questo è il teatro nella sua massima espressione.


Recensione di Sonia Remoli