Recensione dello spettacolo IL VAJONT DI TUTTI – Riflessi di speranza – scritto e diretto da Andrea Ortis

TEATRO AMBRA JOVINELLI, 21 e 22 Novembre 2023 –

È la storia dell’acqua.

L’acqua, risorsa naturale così abbondante in Italia e dono così prezioso, offerto dal suolo che ci ospita.

Un dono scambiato per possesso. 

Un dono che pur essendo abbondante non risulta sufficiente a nutrire quell’ingordigia che a volte offusca il cuore dell’uomo.

Andrea Ortis

Lo sguardo del friulano Andrea Ortis – autore, attore e regista di questo appassionato e appassionante spettacolo – fa sì che sulla scena la storia scorra su due flussi narrativi. Quasi due torrenti d’acqua che a loro modo parlano, ricordano, piangono, testimoniano. Per non dimenticare. Per impedire che prendano ancora forma disastri torbidi e tragici di questa portata.

Il torrente narrativo di Ortis scorre sul proscenio: il suo è uno storytelling puntualissimo nei contenuti – sostenuti anche da una storica e tecnica documentazione visiva – e nostalgicamente poetico nel sentire più profondo.

È un senso della memoria, il suo, forgiato da un desiderio di fedele testimonianza che si vena di accenti di quel lirico languore proprio di chi ha vissuto quell’attraversamento tra il prima e il dopo e che avverte viscerale la consapevolezza che l’uomo tende a smarrire l’intimo legame a sentirsi in armonia con la natura.

Una testimonianza che – scevra dalla rassegnazione – si carica della volontà ad impegnarsi nel rinsaldare una rispettosa continuità tra la storia della natura e quella dei suoi ospiti, presto – sia spera – consapevoli e disponibili a farsi “docile fibra dell’universo” – come scriveva Giuseppe Ungaretti.

Michele Renzullo e Selene Demaria in una scena dello spettacolo

Alla narrazione di Ortis s’intervalla quella di chi è sopravvissuto al dramma e fatica a mandar via quell’insopportabile odore tipico del senso di colpa per essere vivi. Alcune scene sono rievocate mirabilmente come dentro la diga stessa, utero maledetto. E una tremenda emozione ci assale. Ma è in nostro potere riuscire a fare del buio del dramma qualcosa di interessante, di fertile per il nostro futuro. E allora proprio da quell’utero maledetto, che ci lega a non dimenticare, ci può arrivare il dono di una nuova e potente consapevolezza.

Infatti, seppur “Perché sei vivo?” sia la domanda che ossessivamente assilla chi resta, la tentazione a sentirsi in colpa può essere splendidamente sublimata dal pulsante orgoglio a sentirsi eredi e quindi testimoni. Per non dimenticare il passato e quindi non essere costretti a ripeterlo. Perché “la storia siamo noi, siamo noi queste onde nel mare, questo rumore che rompe il silenzio, questo silenzio così duro da masticare”. 

In un magnifico gioco scenografico di presenze/assenze pluri presenti – regalato da un sapiente uso della drammaturgia delle luci su una superficie velata – riesce ad imporsi allora anche visivamente l’urgenza di raccontare.

Ed è la storia del loro vivere quegli anni ’40 -’50- ’60 ignari che il tempo che li separa dal tragico destino sia segnato non solo da momenti di ritrovata spensieratezza post bellica ma anche da torbide complicità su superbi deliri di onnipotenza.

Jacopo Siccardi, Elisa Dal Corso e Mariacarmen Iafigliola in una scena dello spettacolo

Ecco allora l’avvicendarsi di momenti in cui ci si ritrova insieme anche a cantare, a “godere fantasticamente del proprio corpo unificato» come diceva Roland Barthes. Ed è mirabile l’interpretazione dei ragazzi de La Compagnia della Rancia, dove dalla partitura delle voci riesce ad emergere “una grana” che sa farsi corpo.

Una cifra stilistica degli spettacoli di Ortis questa, dove anche e soprattutto attraverso il canto si raggiunge una potentissima forma di comunicazione con il pubblico.

Ma ad essere rievocate sono anche le scene degli inquietanti luoghi dove si presero superficiali decisioni, nonostante voci autorevoli si fossero battute, prove alla mano, andando oltre il chiudersi in un “Tutti sono uguali, tutti rubano alla stessa maniera”. Piuttosto salvando proprio quel valore simbolico così fondamentale proprio della parola “tutti”.

Una parola così carica di potente energia non può finire per farci mollare. “Tutti” infatti ha la forza rivoluzionaria del tenerci insieme, “aggrappati” gli uni agli altri, per essere un’autentica comunità che lotta contro egoistici “a solo”. 

In occasione dell’anniversario dei 60 anni della tragedia che colpì il Vajont il 9 ottobre 1963,

la MIC – International Company, in coproduzione con il Teatro Stabile Friuli Venezia Giulia e in collaborazione con Compagnia della Rancia, ha scelto di portare in scena, con una tournée nazionale nei più importanti teatri italiani, “Il Vajont di tutti, riflessi di speranza”.

Lo spettacolo, che si avvale del sostegno della Regione del Friuli, dopo essere andato in scena in anteprima proprio sulla Diga del Vajont – nell’ambito degli eventi per la celebrazione dell’anniversario-  è approdato a Roma, al Teatro Ambra Jovinelli.


Recensione di Sonia Remoli

– VAN GOGH CAFE – regia Andrea Ortis

TEATRO AMBRA JOVINELLI, il 27 e il 28 Febbraio 2023 –

Nell’immaginare questa commedia musicale, l’eclettico Andrea Ortis sceglie di mettere al centro della narrazione un libro: quello sulla vita e sulle opere di un uomo disarmato e disarmante qual era Vincent Van Gogh.

Cosa c’è di meglio di un libro per originare incontri, quelli belli, che non si dimenticano più ? “In un libro ci possono stare tutti – si dice nello spettacolo – come in un Café o in una Stazione !”. O come nel suo adattamento: Andrea Ortis riesce, infatti, a trovare il modo per far sì che “il libro di Van Gogh” faccia incontrare anche palco e platea.

Una scena dello spettacolo “Van Gogh Café” di Andrea Ortis

Attraverso delle grandi proiezioni animate in 3D su di un velatino è come se anche noi del pubblico sfogliassimo insieme ai protagonisti quello stesso libro. Fermandoci contemporaneamente sulle stesse pagine che, come quadri impressionisti in movimento, avvolgono lo spettatore e la scena trasformandola in una “Notte Stellata” o in un “Campo di grano con volo di corvi”.

Una scena dello spettacolo “Van Gogh Café” di Andrea Ortis

Ortis, oltre che autore e regista, in questo spettacolo è anche attore nel ruolo di M. Louis Philippe: un antiquario o, come lui ama definirsi, “colui che cerca di cercare”. Un lettore. Obiettivo del regista è infatti quello di rendere manifesto allo spettatore come le vicende di Van Gogh si intreccino a quelle dei protagonisti. E a quelle di ogni lettore. Perché non siamo solo noi a leggere un libro ma è anche il libro che ci legge.

Filo conduttore della narrazione di Ortis è portare in scena lo sguardo, carico di un’umanità incessantemente incantata, proprio dell’uomo Van Gogh. Un uomo abitato, contemporaneamente, da un continuo peregrinare in cerca di ascolto ma anche da una solitudine profondamente fitta.

Una scena dello spettacolo “Van Gogh Café” di Andrea Ortis

È, quello di Ortis, il voler portare in scena il dis-velamento di un uomo capace di entrare nei “disegni” di ognuno di noi, nei nostri “quadri”. Ritrovandoci partecipi. Questo è il desiderio di Vincent: un desiderio tenerissimo e feroce, sul quale viene “dipinta” l’interpretazione dei personaggi in scena. La parola-colore. E le stesse luci.

Una scena dello spettacolo “Van Gogh Café” di Andrea Ortis

A fare da sfondo, la Parigi di metà ‘800 attraversata dalla raffinatezza dei più grandi parolieri e cantanti francesi: da Edith Piaf a Charles Aznavour fino a Yves Montand. Una Parigi vista con gli occhi dei frequentatori e del personale di lavoro di un Café Chantant, luogo di divertimento e di pensiero, frequentato da letterati e artisti del calibro di Vincent Van Gogh, George Braques, Cezanne, Renoir, Manet, Gauguin, Modigliani.

Una scena dello spettacolo “Van Gogh Café” di Andrea Ortis

Come nei migliori Cafè Chantant anche quello in scena ha una sua orchestra dal vivo e una sua chanteuse. E poi ballerine.

Una scena dello spettacolo “Van Gogh Café” di Andrea Ortis


Il quadro coreografico è “un quadro” nei quadri, nel quale Ortis ama immergerci. E brilla. E vibra, trascinandoci in un ritmo vertiginoso. Interrotto solo da irrefrenabili applausi.

Un meraviglioso modo di festeggiare l’Anniversario dei 170 anni dalla nascita di Vincent Van Gogh.