– AGIRE LA PAROLA: SCRIVERE PER IL TEATRO – Premi Tuttoteatro.com 2026

SPAZIO ROSSELLINI

29 Ottobre 2026

ore 17:00

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incontro condotto da

Massimo Marino e Attilio Scarpellini

sono intervenuti

Federico Bellini, Lucia Calamaro, Oscar De Summa, Alessandra Di Lernia, Elvira Frosini (Frosini/Timpano), Pier Lorenzo Pisano, Nicolò Sordo

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In cerchio, al centro della scena dello Spazio Rossellini, riuniti come per la celebrazione di un rito, si è tenuto il consueto incontro sullo spettacolo dal vivo, quest’anno dedicato alla drammaturgia contemporanea, organizzato nell’ambito dei Premi Tuttoteatro.com 2026.

Una postura scenica che trasforma l’incontro in un atto di creazione collettiva che richiama la cifra dell’assemblea cittadina greca e insieme il trovarsi intorno ad un fuoco per raccontare storie. Questa acuta scelta per la circolarità, dedicata ad una drammaturgia contemporanea che troppo spesso oggi attraversa crisi di identità, di spazi e di fondi, simboleggia la creazione di una “comunità di cura”, che si stringe per proteggere e far rifiorire la propria arte.

Lo spazio circolare evoca infatti anche l’orchestra del teatro greco antico e le forme più ancestrali di ritualità. Disporsi così per parlare di scrittura teatrale oggi significa allora tornare alle radici dell’atto performativo, per rifondarne il futuro. Il centro del cerchio rimane vuoto. E quel vuoto rappresenta lo spazio della possibilità, il testo non ancora scritto, il teatro che deve ancora accadere e che appartiene a tutti i presenti.

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Dopo i saluti di benvenuto della giornalista e critica teatrale Maria Teresa Surianello – storica ideatrice e fondatrice dei Premi Tuttoteatro.com – l’introduzione dei lavori passa al saggista, storico e critico teatrale Massimo Marino il quale ha sapientemente provocato le reazioni dei presenti, proponendo la visualizzazione della situazione della drammaturgia contemporanea attraverso le foto della celebre partita di scacchi tra il drammaturgo Bertolt Brecht e il filosofo e critico letterario Walter Benjamin, scattata nell’estate del 1934 a Skovsbostrand (Svendborg), in Danimarca.

Le foto ritraggono infatti l’atto stesso del pensare e del fare drammaturgia come una battaglia intellettuale di posizionamento. Al confine del mondo civile, privati del loro pubblico e della loro terra, l’autore e il critico usano la scacchiera per continuare a concepire un teatro capace di smontare i meccanismi del potere. Entrambi intellettuali marxisti costretti a fuggire dalla Germania nazista nel 1933, Brecht e Benjamin si trovano in Danimarca in una condizione di temporaneo e precario rifugio.

La fotografia cristallizza un momento di arresto forzato. Gli scacchi diventano la metafora del confinamento: uno spazio limitato (la scacchiera, il giardino dell’esilio) in cui le possibilità d’azione nel mondo reale sono bloccate, ma dove la mente continua a tessere strategie di resistenza intellettuale.

Da qui le domande di Massimo Marino: “La drammaturgia, oggi, è una partita a scacchi? E cosa lega, oggi, la drammaturgia al confinio?”.

In dialogo con queste domande, la riflessione del critico teatrale e saggista Attilio Scarpellini: una riflessione che prende avvio dall’affermazione di Albert Camus: “A teatro, solo la parola agisce”. Per Camus, influenzato dall’esperienza dell’esistenzialismo e dalla resistenza, il linguaggio scenico serve a prendere posizione. Pronunciare un dilemma equivale ad un atto concreto che interpella lo spettatore. La parola diviene così l’unico vero motore del conflitto tra l’individuo e l’assurdo del reale.

E’ a questo punto che Massimo Marino rivolge alle drammaturghe e ai drammaturghi presenti queste tre domande:

“Tu, che drammaturgo sei?”

“Che rapporto c’è, per te, tra testo drammaturgico e regia?”

“Che ruolo ha la forma, visto il proliferare dei contenuti?”.

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Ecco allora che la stessa ritualità posturale della disposizione circolare inizia ad alimentare un flusso di pensiero polifonico, all’interno del quale l’argomento e la sua analisi si costruiscono insieme.

Ad aprire le reazioni Lucia Calamaro, che rivendica l’identità del drammaturgo come quella di colui che “ha l’idea”, che “fa la fatica di immaginare” e di tradurre l’idea in scrittura. Esiste infatti – continua la Calamaro – una diffusa tendenza “al brigantaggio”, ovvero all’appropriazione indebita dell’idea del drammaturgo. Ed è per questo che lei – come anche molti altri drammaturghi – preferisce portare la propria drammaturgia personalmente in scena in qualità di regista, per restituire la bellezza dell’idea avuta, in purezza.

Elvira Frosini (Frosini/Timpano) è anche lei drammaturga e regista dei propri testi e conferma di avvertire anche lei questa sorta di “esilio” del testo drammaturgico.

Ma poi c’è chi, come Alessandra Di Lernia che, sebbene operi spesso in una dimensione totale come autrice, attrice e regista della propria drammaturgia, nel suo percorso artistico si è aperta anche a collaborazioni in cui la regia è stata delegata o condivisa con un regista. Così come sceglie di fare prevalentemente Federico Bellini: che da dramaturg scrive a quattro mani con Antonio Latella, in un sodalizio artistico ultraventennale.

Porta poi la sua testimonianza lo scrittore, giornalista e critico teatrale Graziano Graziani, il quale racconta come anche nella giuria dei Premi Ubu si è riscontrata la difficoltà di un vocabolario condiviso tra chi scrive un testo originale e chi cura il riadattamento di un testo altrui. Tanto che si è finito per decidere di distinguere questi due approcci. Distinzione ritenuta pretestuosa da Oscar De Summa.

C’è poi chi come Nicolò Sordo non teme invece che il gesto registico possa tradire la sua parola di drammaturgo: lui affida sempre infatti i suoi testi nelle mani dei registi, consapevole che la sua cifra stilistica resti comunque riconoscibile.

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Lucia Calamaro propone allora una “nuova verticalità” tra drammaturgo e regista: una verticalità che vede l’autore – e non solo il regista, come ora accade – presentarsi ed esporsi nell’andare alla ricerca di finanziamenti.

Ma Oscar De Summa sottolinea che difficilmente si darebbero dei soldi al drammaturgo: il nome di punta di uno spettacolo è attualmente il regista. Anche Pier Lorenzo Pisano sostiene che in Italia è difficile per un autore ricevere finanziamenti. Manca un sistema di commissione, manca un’istituzione teatrale dedicata alla drammaturgia. Ma ora che riesce ad essere finanziato – continua Pisano – sente l’esigenza di impegnarsi nel dare forma a quegli spazi che a lui sarebbe piaciuto incontrare nel suo percorso di formazione.

Silvia Rampelli afferma invece che lo scarto che si crea con il riscontro non può, per sua natura, diventare una certezza.

“Ma se per essere visti e lavorare occorre passare attraverso i Premi, come si costruisce il rapporto con il pubblico?” – sottolinea Oscar De Summa – “oggi ad esempio non c’è il pubblico”.

Attilio Scarpellini ricorda come in passato esistevano delle “riserve”. “Ma il nostro tempo non fa più prigionieri” – ribatte Graziano Graziani.

In passato i centri sociali si facevano promotori dell’insolito, del diverso. Ma oggi interessa ancora “il diverso”, “l’insolito”? Sicuramente oggi c’è un deficit d’attenzione e in più – puntualizza Graziano Graziani – i circuiti sociali di ieri sarebbero oggi ritenuti fuori legge amministrativamente. Anche i Teatri Stabili d’innovazione sono scomparsi – a parte l’esempio del Teatro Due di Parma, riconosciuto storicamente e istituzionalmente come un punto di riferimento per la ricerca, la sperimentazione e l’innovazione teatrale in Italia – ricorda Massimo Marino.

Ed è così che la chiamata dell’Associazione Tuttoteatro.com a partecipare al confronto sullo stato attuale della drammaturgia sconfina oltre lo spazio temporale immaginato, rivelando come sia preziosa l’esigenza a ritrovarsi ancora in uno spazio, di presenza e di ascolto, in cui la comunità si possa riconoscere, si possa confrontare e riflettere sui propri conflitti.

Uno spazio come quello offerto da Spazio Rossellini, “attuale casa” dei Premi Tuttoteatro.com

Uno spazio con la vocazione a darsi non solo come luogo in cui gli spettacoli arrivano, ma anche e soprattutto come luogo in cui i progetti nascono, si sviluppano e incontrano il pubblico.

Spazio Rossellini nasce dalla riqualificazione degli storici studi cinematografici, dove hanno lavorato alcuni dei protagonisti della storia del cinema italiano, fra cui Roberto Rossellini. Oggi quegli stessi spazi sono dedicati alla creazione contemporanea e alla crescita professionale e artistica del territorio.

Promosso e finanziato dalla Regione Lazio e gestito da ATCL – Circuito Multidisciplinare del Lazio, Spazio Rossellini è un luogo pensato innanzitutto per gli operatori della cultura e dello spettacolo: uno spazio di residenza, formazione, programmazione e confronto, nel quale un’idea può trovare il tempo e le condizioni per diventare progetto.


PREMI TUTTOTEATRO.COM 2026

GLI APPUNTAMENTI

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29 ottobre, ore 17.00 | Agire la parola: scrivere per il teatro
Incontro con alcuni tra gli autori e le autrici della drammaturgia contemporanea, condotto da Massimo Marino e Attilio Scarpellini.

30 ottobre – 1° novembre | Semifinali del XX Premio “Dante Cappelletti”
Sedici studi scenici in tre giornate, allo Spazio Rossellini. Un’occasione per conoscere da vicino le ricerche e le scritture delle compagnie in concorso.

31 ottobre, ore 19.00 | Premio Miglior Teaser
Proiezione dei nove video semifinalisti e incontro Low-effort sul rapporto tra audiovisivo e spettacolo dal vivo.

31 ottobre – 2 novembre, ore 10.30-12.30 | Colazione con l’artista
Al Caffè Letterario, incontri con gli artisti in concorso e dialogo aperto al pubblico.

2-3 novembre | Masterclass sulla luce
Pensare, fare, scrivere della luce. Drammaturgia e tecnica nello spazio del teatro contemporaneo, a cura di Gianni Staropoli e Michelangelo Bellani.

3 novembre, ore 21.00 | Se salissimo un gradino
La Compagnia Garbuggino Ventriglia e Attilio Scarpellini, in uno spettacolo fuori concorso ispirato a I fratelli Karamazov di Fëdor Dostoevskij.

26 novembre, ore 17.00 | Omaggio a Dante Cappelletti
Un incontro dedicato allo studioso e critico teatrale, nel trentennale della morte, con la presentazione di un numero monografico di Culture Teatrali.

26 novembre, ore 19.00 | Adagio (Opus 106)
Denis Cohen al pianoforte e Alessandra Cristiani nella danza, sulle note dell’Adagio sostenuto dalla Sonata n. 29 di Beethoven.

27-29 novembre | Finali del Premio “Dante Cappelletti”
I sette progetti finalisti tornano in scena per la fase conclusiva del Premio. In programma anche mostre, incontri e spettacoli fuori concorso.

29 novembre, ore 20.00 | Vorrei morire non so come fare e cerimonia di premiazione
Lo spettacolo della compagnia Quotidiana.com precede la proclamazione dei vincitori dei tre Premi.

Tutti gli appuntamenti sono a ingresso gratuito, fatta eccezione per Se salissimo un gradino. Durante le giornate delle finali, gli studi in concorso e gli spettacoli serali saranno accompagnati da sopratitoli dal vivo, consultabili tramite tablet o smartphone; la cerimonia di premiazione sarà accessibile anche con interpretariato simultaneo in LIS.


Recensione di Sonia Remoli

– 2046: LETTERE AL FUTURO – progetto promosso e coordinato da ATCL (Associazione Teatrale fra i Comuni del Lazio)


SPAZIO ROSSELLINI

19 Ottobre 2026 – ore 21


TRE SERATE

19 ottobre – Teatro / 26 ottobre – Danza

9 novembre – Musica

con i protagonisti del sistema dello spettacolo dal vivo e i giovani under 35

coinvolti nel progetto T.I.R. – Teatri in Rete


19 ottobre 2026 ore 21

PRIMA SERATA

TEATRO

presentano:

Graziano Graziani e Lorenzo Pavolini

ospiti: Isabella Di Cola (ATCL), Elena Di Gioia (Emilia Romagna Teatro ERT), Saverio La Ruina (Primavera dei Teatri), Claudio Longhi (Piccolo Teatro di Milano)


“Se la specie umana finirà per autodistruggersi

in un’apocalisse atomica, ecologica o di altro tipo,

sarà soprattutto perché non siamo riusciti

a immaginare qualcosa di diverso”

(Frederick Turner 1943 -2025)


Con questa accattivante riflessione del poeta, critico letterario e traduttore Frederick Turner prende avvio la prima di un ciclo di tre serate dedicate a teatro, danza e musica, intitolate “2046: Lettere al Futuro”.

Ciclo che conclude il percorso di T.I.R. – Teatri in Rete: il progetto di orientamento e informazione dei mestieri non artistici dello spettacolo dal vivo, promosso da ATCL (Associazione Teatrale fra i Comuni del Lazio) e realizzato con Regione Lazio nell’ambito del Programma Regionale FSE+ Lazio 2021–2027.

Frederick Turner ha definito l’apocalisse come un palcoscenico dove proiettare nel futuro un poema epico. Nella sua visione l’apocalisse non è un destino fisico inevitabile: si materializza se l’essere umano smette di essere creativo, e affronta i problemi epocali usando vecchi schemi mentali conflittuali, dividendosi in fazioni incapaci di cooperare.

A questa riflessione si ispira “2046: lettere al futuro”: un’idea creativa, un esercizio di immaginazione – che si svolgerà nelle date del 19 e del 26 ottobre e del 9 novembre – che parte dal presente per interrogarsi sul palcoscenico delle trasformazioni future del sistema dello spettacolo dal vivo, sulle responsabilità delle istituzioni culturali, e sulle sfide che attendono chi sarà chiamato a guidare il settore.

Direttrici e direttori artistici di teatri, festival e organismi di produzione leggeranno infatti una lettera scritta per chi, tra vent’anni, sarà al loro posto nelle rispettive istituzioni.

Un’esercizio di immaginazione che crea un ponte poetico e speculativo, trasformando la memoria amministrativa e artistica in un atto di trasmissione culturale.

Perché il Teatro vive di presenza, ma la sua sopravvivenza si fonda sul farsi staffetta.

Scrivere a un successore lontano nel tempo, significa riconoscersi come custodi temporanei di uno spazio pubblico, passando il testimone non solo attraverso freddi verbali di consegna, ma anche tramite una visione condivisa. Al di là di bilanci e scadenze burocratiche, una lettera tramanda un sapere invisibile: lo “spirito del luogo”. Custodisce i fallimenti fecondi, le intuizioni, il rapporto profondo con la comunità locale e la sensibilità necessaria a far respirare quel preciso palcoscenico.

Scrivere a un successore lontano nel tempo, configura un forte atto di fede nel futuro del teatro stesso. Inviare un messaggio a decenni di distanza presuppone che, nonostante i mutamenti tecnologici e sociali, esisterà ancora una comunità che sentirà l’esigenza di riunirsi al buio insieme ad una figura incaricata di guidarla.

Scrivere a un successore lontano nel tempo, è un atto di cura e di resistenza: un esercizio di archeologia del presente, che invita il direttore a chiedersi Quali delle mie urgenze odierne avranno ancora valore domani?

Perché il desiderio simbolico è che il Teatro – un pò come il takahē preso a simbolo del progetto, ovvero l’uccello preistorico della Nuova Zelanda che ha trionfato sull’estinzione – sia sempre considerato un “tesoro”, incarnando la capacità di resistere, per sopravvivere alle avversità storiche. Dichiarato ufficialmente estinto nel 1898 e clamorosamente riscoperto nel 1948 dal medico Geoffrey Orbell, il takahē simboleggia la rinascita e la speranza.

Il takahē è tale però anche perché simbolo del successo “creativo” degli sforzi ecologici umani. E rappresenta la prova tangibile che, attraverso decenni di dedizione e progetti mirati, è possibile invertire i danni provocati dall’uomo e riportare una specie dall’orlo del baratro alla libertà nel suo habitat naturale. Un’estinzione evitata – proprio come un’apocalisse – grazie alla messa in campo di idee nuove, creative.

Graziano Graziani

Lorenzo Pavolini

Nella serata di lunedì 19 ottobre – dedicata al Teatro – attraverso l’elegante conduzione di Graziano Graziani e Lorenzo Pavolini l’evento si è articolato intorno alle avvincenti Lettere al Futuro dei quattro ospiti della serata. Intervallate da domande proposte dai conduttori e dai ragazzi under 35 coinvolti nel percorso di T.I.R. – Teatri in Rete.

La lettera al futuro di Isabella Di Cola è la consegna di “una memoria in un talismano”. Una splendida suggestione per esprimere quel prezioso, intimo, appassionato e folle senso di cura sul quale si augura si fondi questo immaginario passaggio di testimone. Affidare la memoria alla sacra materialità di un talismano ne fa un’ancora visibile, che impedisce alla memoria di perdersi nel flusso dei giorni. Un legame continuo e rassicurante che chiede “un patto di fede” e un’intenzione attiva: è così che il talismano si fa amuleto a servizio dell’assenza, capace di trasformare le difficoltà in fertili occasioni di conoscenza e in una sapiente rete di collaborazioni, volte a concertare le diverse identità delle realtà teatrali.

La Lettera al Futuro di Claudio Longhi ha il fascino di una lettera dal sottosuolo: “quaggiù dal fondo di questi tempi interessanti che mi sono stati affidati …”. Una lettera che si addentra nelle difficoltà che caratterizzano questo impegno ma che riconosce altresì ad un direttore artistico un compito ricco in possibilità, da saper spendere generosamente esercitando un potere responsabile. Non teme Longhi, da darwiniano, che il teatro possa estinguersi, avendo dimostrato di saper affrontare qualsiasi adattamento. A preoccuparlo è solo una certa idea di teatro, incapace di lasciare risorse preferendo invece concentrarle.

La Lettera al Futuro di Elena Di Gioia è affidata a quel colore di buio da dove soffia il vento e nel quale immagina di potersi incontrare con il “suo complice”. Perché la direzione artistica è “l’aver cura di ciò che deve ancora accadere”: perché come i poeti, i direttori artistici sono messaggeri dei tempi. Ma occorre anche molta riconoscenza – avverte Elena Di Gioia: “quando sentirai che il vento toglierà le tracce del passato, pianta semi, fai squadra, perché il teatro è un fatto collettivo”. Conclude poi con la speranza che ciò che è stato fatto possa portare a cercare, chi viene dopo, dove ancora non si è cercato.

La Lettera al Futuro di Saverio La Ruina è indirizzata a un successore, che immagina legato al nome archetipico di Salvatore. Una scelta che già racchiude una stratificazione di significati profondi. E’ infatti un “nome omen”, legato ad un interlocutore disponibile ad affrontare difficoltà, dubbi, crisi ma anche a portare in salvo, a custodire. Come nel manifesto verista che Verga indirizzò a Salvatore Farina nella prefazione de L’amante di Gramigna, così Ruina consegna ai posteri una fotografia nuda, schietta e onesta della sua realtà presente. E gioca sulla continua contraddizione tra il fatto che valga o che non valga la pena farsi testimone di questa eredità. E sebbene in chiusura sembra prevalere il fatto che non valga la pena, in realtà La Ruina semina indizi che dicono altro: “sii visionario: guarda la periferia”, “sii missionario” e soprattutto “salvatore”.

Scrivere lettere al futuro è anche una pratica rivolta a se stessi, che serve a far chiarezza nel presente: il destinatario di tutte e quattro le lettere non è un estraneo, piuttosto la versione evoluta di chi scrive oggi.

Scrivere lettere al futuro è anche un messaggio in una bottiglia lanciata nell’oceano del tempo, che richiede il porsi in feconda attesa dell’indecifrabile. Un palcoscenico dove poter proiettare creativamente nel futuro quel “poema epico” di cui parla Frederick Turner. Per evitare l’apocalisse.


PROSSIMI INCONTRI

26 ottobre 2026 | Danza

presentano: Graziano Graziani e Katia Ippaso

ospiti: Gemma Di Tullio (Teatro Pubblico Pugliese), Angela Fumarola (Armunia), Michele Mele (OperaEstate), Gabriella Stazio (Movimento Danza), Mvula Sungani (MSPD Company)

Evento gratuito con prenotazione obbligatoria al seguente link: 2046: lettere al futuro – Danza

9 novembre 2026 | Musica

presenta: Valerio Corzani

ospiti: Elena Capparelli (Rai Play & Digital), Fulvio Macciardi (Teatro San Carlo), Andrea Miccichè (Nuovo IMAIE), Marco Molendini (Umbria Jazz), Stefano Senardi (Club Tenco)

Evento gratuito con prenotazione obbligatoria al seguente link: 2046: lettere al futuro – Musica

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Le tre serate saranno registrate per una successiva trasmissione su Radio 3 Rai, trasformando le lettere e il confronto con i giovani in una testimonianza che potrà raggiungere un pubblico più ampio.


Recensione di Sonia Remoli

– FATIGUE – progetto, coreografia, scrittura vocale, costumi di Irene Russolillo

SPAZIO ROSSELLINI

15 Settembre 2026

Un appuntamento di particolare rilievo nel segno della danza contemporanea e della ricerca internazionale – “Fatigue” di Irene Russolillo – ha inaugurato il 15 Settembre scorso la Stagione 2026/2027 dello Spazio Rossellini: Polo Culturale Multidisciplinare della Regione Lazio, nato dalla riqualificazione degli storici studi cinematografici e oggi punto di riferimento per la comunità professionale del Lazio, e per il dialogo con il sistema culturale nazionale.

E’ uno spettacolo – il “Fatigue” di Irene Russolillo – dove lo spettatore si ritrova catturato in una sorta di meraviglioso laboratorio anatomico dell’anima. Complice, un sorprendente spazio scenico dove i performers scelgono di mettersi a nudo: esponendosi – come in un’agorà – alla testimonianza diretta del pubblico, posizionato sui tre lati del grande telo bianco steso a terra. Come un enorme foglio vuoto, metafora di potenzialità infinite.

Un luogo scenico dove lo spettatore inizia a sperimentare come tutto nasca – e finisca, per poi rinascere continuamente – dal respiro. Scegliere infatti di introdurre nel silenzio assoluto dell’inizio dello spettacolo la concitazione del respiro, suscita un’immediata sincronizzazione corporea ed empatica tra pubblico e performers. Una sintonia che parla di vulnerabilità, di urgenza emotiva, di minaccia, di uno sforzo ancestrale. Dell’origine della vita. Una sintonia che annuncia una performance fisica di forte impatto, con al centro la viscerale verità del corpo.

Ecco allora che, nel restituire una suggestiva bidimensionalità del respiro, dove alla concitazione dei performers si unisce – spesso in contrappunto – l’avviluppante vorticosità del vento, il disegno coreografico inizia a darsi su diversi piani temporali. Visualizzati sia attraverso lo stare in osservazione partecipativa di due performers sul fondo dello spazio scenico – quasi un coro greco, la cui presenza amplifica l’importanza di ciò che accade avanti – sia attraverso il movimento degli altri due, che avviano la loro azione avanzando nello spazio bianco. Una dualità che allude magnificamente al rapporto tra memoria storica e presente.

“Fatigue” è infatti un lavoro frutto di un percorso di ricerca della Russolillo, costituito da residenze artistiche, laboratori e incontri con comunità artistiche armene. Queste esperienze in Armenia, iniziate dal 2019, hanno gettato le basi per una creazione internazionale – coprodotta da ORBITA|Spellbound Centro Nazionale di Produzione della danza di Roma e dall’ Henrik Igityan NCA National Centre for Aesthetics di Yerevan – che invita lo spettatore a fermarsi a riflettere su come il valore della fatica non si dia tanto nel risultato individualmente raggiunto, quanto piuttosto nel saper restare insieme, uniti da un comune alfabeto emotivo, a difendere qualcosa che si desidera custodire.

Proprio come da sempre testimonia il popolo armeno, la cui identità di nazione millenaria riesce a sopravvivere a invasioni, dispersioni e a tentativi di annientamento. Dimostrando di saper fare della fatica quel luogo dell’anima grazie al quale mantenere viva, insieme, la memoria storica di una comunità.

Ecco allora in scena, complice la vibrante materia sonora curata da Edoardo Sansonne, prendere forma un’ascesa. Ma nell’insolita modalità di una scalata pianeggiante. Dove è la materia sonora a restituire la sensazione di una parete scoscesa, mentre i due performer si cimentano nella fatica di una scalata in pianura. Nella quale si fanno l’un l’altro “ponte” per avanzare, permettendosi anche di cadere per poi ripartire. 

Ed è in questa fase che la loro fatica attinge vigore dal sentirsi parte di una memoria comune. E – attraverso la metafora di un drappo – il senso di identità e di appartenenza scende a infondere loro coraggio e speranza. Non a caso nel drappo – che come in un affresco magnificamente visualizza l’essenza del popolo armeno – si legge la scritta “Quele Quele”, ovvero “andiamo, andiamo”. 

Un andare, il loro, non interessato al primeggiare. Ma al crescere insieme. Al supportarsi, al farsi scala per l’altro, vicendevolmente. Lasciandosi
liberi di esprimere diversamente il loro appartenere ad una comunità. In una circolarità sempre nuova, eppure anche la stessa, del rapporto tra memoria e presente. 

Proprio come simboleggiato dai Khachkar armeni: le croci di pietra protette dall’ UNESCO quale patrimonio culturale immateriale. Ma non sono solo arte: ogni croce ricorda infatti a ciascuno chi è e la propria unicità (nessun khachkar è infatti uguale all’altro) e insieme a cosa appartiene (alla memoria del suo popolo).

Uno spettacolo, questo di Irene Russolillo, profondamente emozionante e che restituisce il sentore di quell’esperienza esistenziale armena, preziosa testimonianza di resilienza per ogni comunità. 
Un luogo, quello dello stare al mondo del popolo armeno, che permette di interrogarsi su “come” l’essere umano riesca a trovare la forza di andare avanti. Anche quando la meta è incerta. Anche quando su tutto tende a calare un assordante silenzio. 


Guidata dal suo approccio nomade incline alla continua ricerca e aperto ad ogni fertile contaminazione, Irene Russolillo esplora in “Fatigue” il ricchissimo patrimonio culturale e vocale armeno, riuscendo ad estrarne il potenziale energeticamente emotivo: quel luogo in cui la voce e il movimento si fanno espressione politica.

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Recensione di Sonia Remoli

Dammacco-Balivo LA MORTE OVVERO IL PRANZO DELLA DOMENICA – Recensione

Ideazione e regia Mariano Dammacco

con Serena Balivo

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SPAZIO ROSSELLINI

25 Gennaio 2026

Emana tutta la magia di un rituale,

dove l’al di qua e l’al di là s’incontrano sulla soglia di un confine.

Un incanto che si concretizza nella parziale restituzione fisica di un tavolo, al quale una donna prende posto.

Lei è un’elegante signora dal crine cesellato d’argento.

Il suo fascino asimmetrico è in perenne espansione, pronto ad inghiottire tutto.

Con gli occhi.

Ci annusa con il collo, ci assapora. 
E’ a caccia di tenerezza.

Si accoccola nell’ansa delle sue spalle.

Lo scorrere del tempo le ha arrotondato la postura. E non solo.

Capriole di fumo sono ora i suoi gesti. Lei, il fumo della sua sigaretta spenta.

Più che un racconto, il suo è il gesto d’invito ad assaggiare un boccone del suo pranzo domenicale, a casa dei genitori. 

E’ un’atto di condivisione.

Più che un racconto, la sua è una rievocazione di pranzi ritualmente sempre uguali da quasi due anni. 

Pranzi dove si celebra la vita, aspettando la richiesta ad uscire per l’ultimo appuntamento.

(ph. Angelo Maggio)

E, nell’attesa che si fa sempre più vicina, si ha cura che ogni pranzo non perda in gusto.

Anzi, consapevoli ogni volta che possa essere l’ultimo, il gusto lo si vuole assaporare senza sprecarne neanche un po’.

(ph. Angelo Maggio)

Pietanze sono i ricordi di vita, ricchi in spezie e profumi. Ogni volta succulenti.

Perché “riscaldata, la vita e’ più buona”.

Perché riassaporata, la vita e’ più viva.

Uno spettacolo delizioso: che riconcilia con tutto.



Recensione di Sonia Remoli

Recensione dello spettacolo LA VEGETARIANA – regia Daria Deflorian –

TEATRO VASCELLO, dal 29 Ottobre al 3 Novembre 2024 –

La fine regia della Deflorian – già dal prendere posto in sala – ci invita ad entrare in confidenza con un insolito spazio.

Una scena che è anche un luogo della mente: uno spazio del teatro dell’inconscio, dove non trovano ospitalità i principi della logica. 

Uno spazio vuoto: necessario per potersi riempire di tutto. 

Uno spazio senza sostegni – senza mobilio – senza legami, senza nette identità. Così, ogni cosa è libera di poter essere anche altro.

Uno spazio “sporco”, “imbrattato”: uno spazio che si lascia vivere, che si apre alle contaminazioni.  Dove bene e male possono essere limitrofi.

Uno spazio totalmente libero. E quindi anche inquietante.

Gabriele Portoghese (il marito) e Monica Piseddu (Yeong-hye la vegetariana)

Fin dalle prime battute prende corpo uno dei temi portanti della regia, così come dell’omonimo testo di Han Kang (Premio Nobel per la Letteratura 2024): la nostra incredibile difficoltà ad entrare in relazione con l’altro. Autenticamente: senza farne qualcosa di “confortevole”. Piuttosto provando a rendersi disponibili ad apprezzarne la sua irriducibile differenza da noi.

Quella “eccezionalità”, quella “straordinarietà”, che tanto ci affascinano ma che risultano così difficili da gestire quando proviamo a farle entrare in relazione con le nostre fragilità. Diversità così difficili da tollerare, perché occasioni di ricerca di nuovi equilibri. E quindi di necessarie crisi.

Monica Piseddu è Yeong-hye (la vegetariana)

Conseguentemente ad un trauma, la protagonista crede di poter risolvere l’inquietudine che il trauma le ha provocato smettendo di cibarsi di carne. 

Una decisione fuori dall’ordinario, ricca di quell’eccezionalità che dicevamo essere così difficile da accogliere nella nostra presunta normalità. E infatti i suoi familiari non riescono ad entrare in relazione con questo atteggiamento così estraneo alla logica razionale. Ma prossimo alla logica enigmatica del linguaggio onirico.

Familiari che in questo contesto onirico rappresentano le diverse tensioni che abitano il nostro condominio psichico.  In questo senso, quindi, tutta la messa in scena è la rappresentazione di un forte dissidio interiore.

Daria Deflorian (la sorella), Gabriele Portoghese (il marito), Monica Piseddu (la vegetariana)

Smettere di mangiare carne diventa qui un sintomo legato ad un forte disagio con la tattilità, anche ferina, che ci abita. Un disgusto per il nostro odore carnale, sensuale, tendente alla sopraffazione. Una nausea per quella totale libertà della carne che in noi umani non si dà in maniera lineare – e quindi istintiva come negli animali – ma può assumere la forma di infinite per-versioni.

Paolo Musio (il cognato), Monica Piseddu (la vegetariana)

Lo spettacolo ci porta a riflettere, quindi, anche su che cosa significhi davvero per noi essere liberi: su come può diventare talmente inebriante da provocarci angoscia. La libertà è qualcosa che eccede la nostra finitudine. E per questa difficoltà ad entrarci in relazione siamo tentati a rinunciavi. 

Ed è un po’ quello che avviene alla protagonista, che in un continuo crescendo angoscioso arriva a provare disagio anche per la linearità dell’istinto. Preferendo ad esso la quiete rassicurante del “vegetare”, del vivere senza l’impellenza della tensione a desiderare. 

Paolo Musio (il cognato), Daria Deflorian (la sorella)

Uno spettacolo che necessariamente provoca un’azione di “disturbo” nell’attenzione e nel coinvolgimento dello spettatore, che viene solleticato proprio su quelle corde che generalmente preferiamo non vengano “pizzicate”: quelle che, avvicinandoci allo stra-ordinario, sono motivo di fertili disagi. Piccole-grandi crisi, propedeutiche alla conquista di nuovi equilibri esistenziali.

E il Teatro anche questo deve saper fare e poter fare.

Di sublime bellezza – anche iconografica – il quadro finale raffigurante una sorta di deposizione dalla croce, priva di verticalità e di frontalità diretta. Una meravigliosa sintesi. Graffiante.


Recensione di Sonia Remoli

Recensione dello spettacolo SVELARSI regia di Silvia Gallerano

di e con Giulia Aleandri, Elvira Berarducci, Smeralda Capizzi, Benedetta Cassio, Livia De Luca, Chantal Gori, Giulia Pietrozzini, Silvia Gallerano

con il contributo di Serena Dibiase e la voce di Greta Marzano.

AUDITORIUM PARCO DELLA MUSICA, dal 10 al  14 Gennaio 2024 –

Quanti significati si nascondono dietro lo “svelarsi” ? Li esplora con gioia, ironia e commozione l’omonimo spettacolo di scrittura collettiva voluto e diretto da Silvia Gallerano, in scena fino a domenica 14 gennaio p.v. al Teatro Studio Borgna dell’Auditorium Parco della Musica.

Una performance scritta e pensata da donne, per sole donne e per chi si sente donna.

Silvia Gallerano (ph@ Giulia Ducci)

Svelarsi è un’epifania: una rivelazione, un portare alla luce qualcosa di bello, di sacro, precedentemente nascosto.

Svelarsi è un liberarsi: uno sciogliere o allentare i lacci, un nuovo respiro ampio e profondo. 

Svelarsi è un offrirsi con elasticità e generosità. Un aprirsi a se stessi e quindi agli altri. Un attraversamento di confini.

Svelarsi è sollevare il velo ma anche avere occhi adatti a vivere e a recepire la rivelazione. 

Svelarsi è un essere pronti.

Che cosa significa “farsi notare”? Perchè è così essenziale essere visti ? 

Ritrovarsi insieme, come invita a fare questo spettacolo, può essere utile per rintracciare delle risposte che finalmente diventino gesti. “Senza perdersi in chiacchiere”. 

Gesti che ci svuotino da ciò che non è nostro e lascino aperti dei vuoti, liberi di riempirsi di autenticità individuali. Uniche.

Regalandoci così la forma dell’acqua, che può entrare ovunque e prendere tutte le forme: cambiando ciclicamente stato.

Sì: lo spettacolo diretto da Silvia Gallerano è una fertile e gioisa occasione per conoscerci, per metterci a nudo. E scoprire quanto possano essere belle le diversità. Quanto possano essere attraenti certe imperfezioni.

Rompendo così il gesso degli imperativi categorici relativi all’essere costantemente “accettabili” e “composte”.

In verità “Svelarsi” è più di uno spettacolo: è un esperimento, l’avvio di un processo di ricerca e di apertura. Un rito collettivo tra l’apollineo e il dionisiaco. Grazie al quale riuscire ad iniziare ad emanciparci dalle definizioni e dalle etichette: così chiare ma così asfissianti.


SVELARSI

regia Giulia Gallerano

di e con Giulia Aleandri, Elvira Berarducci, Smeralda Capizzi, Benedetta Cassio, Livia De Luca, Chantal Gori, Giulia Pietrozzini, Silvia Gallerano

con il contributo di Serena Dibiase e la voce di Greta Marzano

allestimento luci Camila Chiozza

consulenza costumi Emanuela Dall’Aglio

una produzione Teatro di Dioniso

in collaborazione con PAV nell’ambito di Fabulamundi Playwriting Europe e Frida Kahlo Production

con il contributo del MiC – Ministero della Cultura, Regione Lazio e Roma Capitale

in collaborazione con SIAE – Società Italiana degli Autori ed Editori 

sì ringraziano per il supporto e l’ospitalità ATCL per Spazio Rossellini, Lottounico, Fortezza Est e Fivizzano27


Recensione di Sonia Remoli

Recensione dello spettacolo UNA STORIA AL CONTRARIO di e con Elena Arvigo –

TEATRO INDIA, 7 e 8 Novembre 2023 –

La sua non è solo una narrazione: è un canto. La sua voce non si limita a far conoscere, a testimoniare. La sua voce è colma di suoni: di una varietà ricchissima. Modulati con regola e misura eppure così complici, così vicini. Intimi. A tratti, prossimi ad un dolce lamento. In altri momenti, simili ad una preghiera. Come quando Elena Arvigo, ovvero colei che “canta” la storia e quindi le gesta di Francesca De Sanctis – autrice dell’omonimo libro del quale lo spettacolo è una riduzione – legge e ripete passi della Lettera di Gramsci a suo fratello (Lettere dal carcere, 12 Settembre 1927). Non per mandarli a memoria, quanto piuttosto per scriverli nella sua carne. Perché ogni storia è la storia di un corpo.

La narrazione della Arvigo oltre ad essere un canto è infatti anche una danza. È ritmo: vocale e fisico, mimico e simbolico, dove unità e differenza riescono a convivere. E così la storia diventa una grande coreografia, che aspira alla leggerezza proprio mentre resta attratta dalla forza di gravità. 

Oltre che canto e danza la narrazione è una giostra: una struttura girevole nella quale occupare un posto. Accanto agli altri. Un intrattenimento, uno spettacolo vitale carico di confusione turbinante, dove non è semplice trovare di volta in volta equilibri sempre nuovi. In bilico tra sogni e precarietà; tra l’entusiasmo del colore rosso e la chiusura del colore nero, che assorbe luce anziché rifletterla. Colori che danno forma alla scena, metafora dei diversi “habiti” della psiche della protagonista. Spesso “frullati” dal vortice alimentato da sfere girevoli ai piedi di elementi apparentemente stabili. 

Elena Arvigo in una scena dello spettacolo “Una storia al contrario”

Ma soprattutto la narrazione è una sacra testimonianza, un atto di impegno civile ed esistenziale.

È la storia di come il microcosmo professionale ed esistenziale della giornalista Francesca De Sanctis si dilati attraversando gli estremi del fondersi e del distaccarsi dal macrocosmo del settore giornalistico, per arrivare a conquistare progressivamente “il suo libero uso del proprio”, come amava sostenere Friedrich Holderling.

È la storia di una donna che sente urgente l’esigenza di testimoniarci quanto sia complesso – ma non impossibile – imparare a relazionarsi con l’Altro da noi: la famiglia, il mondo del lavoro, i colleghi, il concetto di giustizia e quello di meritocrazia.

È la storia dell’odissea di una ghiandola, il timo, che regola la nostra capacità di difenderci dagli altri, dall’esterno. Come un angelo custode o uno spirito guida, il timo ha la potenza di accompagnarci nel dosare la giusta quantità di difesa da mettere in campo, costruendo confini vitali che ci proteggano senza isolarci. E senza lasciarci invadere.

È la storia dei ” nonostante tutto”, delle avversità cioè che possono diventare preziose per conoscerci meglio. Per realizzarci, non solo e non tanto nel lavoro ma nell’arte di vivere.

È la storia dei traumi che sconvolgono la vita di ciascuno di noi – le varie “storie al contrario” – che ci trovano senza le adeguate risorse per fronteggiarli. Ma solo sul momento: un sano desiderio di ricominciare, di trovare nuovi inizi in ogni fine, ci salva sempre.

Perché noi esseri umani, anche se dobbiamo morire, non siamo fatti – come sosteneva Hannah Arendt – per morire ma per continui nuovi inizi. E come lo stesso fondatore del giornale l’ “Unità”, Antonio Gramsci, non si stancava di ripetere: “Mi sono convinto che anche quando tutto è o pare perduto, bisogna rimettersi tranquillamente all’opera, ricominciando dall’inizio (Lettere dal carcere,12 Settembre 1927).

È la storia delle “pagine bianche”: quelle della sana protesta dei giornalisti dell’ “Unità” ma anche quelle della vita. Perché il vuoto, come era solito dire Furio Colombo, a volte è la condizione necessaria per poter sprigionare il desiderio creativo di scrivere una nuova storia. Un nuovo inizio.

La giornalista Francesca De Sanctis

Una sacra testimonianza civile ed esistenziale – quella della giornalista De Sanctis – la cui voce cerca luce, visibilità. Come le scene -luoghi della sua mente- non mancano di sottolineare: una luce che “grida” il bisogno di essere vista e ascoltata. Perché ciò che è accaduto a lei, giovane e solerte donna, non è successo solo a lei.

Ecco allora che il Teatro – e in particolare il centro di drammaturgia del Teatro delle Donne, con la sua speciale vocazione ad essere spirito critico a tutela della condizione femminile – si rivela il luogo che riesce a soddisfare l’urgenza del dare adeguato spazio al testimoniare. E quindi anche al volo di una farfalla: una donna “rapita” in una scatola rossa che ora, dopo un percorso di autoconoscenza, torna rigenerata a volare. Nuovamente. Di un volo consapevolmente libero.


Recensione di Sonia Remoli