– PALMA BUCARELLI E L’ALTRA RESISTENZA – Cinzia Spanò

TEATRO TORLONIA

dal 26 al 29 Marzo 2026

Scruta il cielo cercando segni al di là delle nuvole, la Palma Bucarelli di Cinzia Spanò.

Il suo è un vegliare, un prendersi cura.

Un’inclinazione vitale che trova corrispondenza posturale nel suo darsi prevalentemente di taglio: una scelta che si apre alla discontinuità, alla difesa, alla continua ridefinizione della propria posizione. Il suo è un non allinearsi, un rifiutare l’appiattimento, mostrandosi in una prospettiva più tagliente: schiva ma vigile. 

Prospettiva sottolineata, e sapientemente visualizzata, da una suggestiva drammaturgia del disegno luci fatto di lame che aprono a nuovi sguardi e da un particolare uso della propria ombra: un’amplificazione dell’interiorità che giganteggia sulla realtà.

Fasciata nel suo tailleur rosso ematite – un rosso cromaticamente scuro che parla della sanguigna voglia di vivere di chi è consapevole delle proprie aspirazioni e della necessaria disciplina per raggiungerle – la Palma Bucarelli di Cinzia Spanò va dritta all’obiettivo e scrive al Ministro segnalando il pericolo che corre il patrimonio artistico italiano con la guerra che bussa alle porte.

Il Ministro dell’educazione nazionale Bottai – verificato attraverso il sopralluogo di un ispettore il grado di assoluta mancanza di sistemi di protezione nei musei – decide di autorizzare lo spostamento di tutte le opere più preziose, per nasconderle in posti sicuri.

Pioneristica sovrintendente della Galleria Nazionale d’Arte Moderna dal 1942 al 1975, prima donna alla guida di un museo pubblico in Italia, Palma Bucarelli si distingue per le sue scelte indipendenti ed innovative. Prima che l’Italia subisca bombardamenti, lei si adopera ad immaginare come non restare impreparati nel mettere in sicurezza le opere d’arte. E’ molto preoccupata ma, ancor di più, intenzionata a salvaguardare la bellezza del patrimonio della Galleria Nazionale di Arte Moderna. E, più in generale, del “museo” che è l’Italia.

Il primo rifugio viene individuato nel palazzo Ducale di Urbino, poi gli sarà preferita la Rocca di Sassocorvaro nel Montefeltro. Ma questi rifugi si riempiono velocemente e occorre trovare nuovi luoghi sicuri. E poi le opere della Galleria non sono tutte trasportabili: la Bucarelli allora immagina e mette a punto un sistema per conservarle in sicurezza anche all’interno della stessa Galleria. Alle teste di cera di Menardo Rosso provvede lei personalmente, così come a fotografare tutte le opere, in modo da poter assicurare un opportuno restauro nell’eventualità venissero danneggiate. 

Non potendo le opere della sua Galleria trovare rifugio nelle Marche, sarà un sogno a guidarla nella ricerca visionaria, e piena di appassionato realismo, di un rifugio. E’ così che individua il Palazzo Farnese di Caprarola. Lei stessa con la sua Topolino si recherà continuamente per verificare la sicurezza della conservazione.

Ma “l’arte non deve fermarsi neanche in guerra”.

Ed è per questo che bisogna continuare ad acquistare per la Galleria. Interessanti trova, la Bucarelli, opere di giovani quali Renato Marino Mazzacurati, Emilio Vedova, Toti Scialoja: ora vanno proposti lavori che indaghino l’interiorità, che portino a vedere oltre la tela. Non è più il momento della pittura figurativa.

E questa prospettiva si fa strada anche in altre espressioni artistiche: la Spanò regista, opportunamente ricorda come in quegli stessi anni del Novecento si assista alla nascita di Topolino (Mickey Mouse). Un simpatico animaletto antropomorfo, caratterizzato come un simpatico perdente (ispirato al vagabondo di Charly Chaplin) che se la cava con coraggio e ingegnosità. 

A teatro invece fa il suo ingresso Fortunello: personaggio portato al successo da Ettore Petrolini, emblema di colui che attraversa la vita e le sue assurdità riuscendo a cavarsela. Quasi una personificazione ironica della fortuna stessa, nel contesto caotico del primo Novecento.

Ma arriva il momento in cui cadono bombe anche su Milano: sul Duomo di Milano.

“Mussolini ci aveva promesso una guerra breve…ma alla fine non c’è stato niente di vero di quello che ci avevano promesso: l’unica cosa vera sono le vittime”.

Palma Bucarelli trema al pensiero delle sue opere a Caprarola. E non smette di recarsi lì a verificare. Ma occorre spostarle: quel rifugio non è più sicuro. Ma come? 

“Noi non lo sappiamo ancora … ma faremo tutto il possibile”. 

(ph. Laila Pozzo)

La Bucarelli torna a immaginare, torna a scrutare il cielo.

Intanto a Spoleto i tedeschi hanno aperto le casse, destinate a Roma, per trafugare i pezzi più belli. E molte di quelle opere non sono state più ritrovate.

Intanto Hitler nutre il sogno di costruire a Linz il museo d’arte più grande del mondo, con le opere che sta razziando al mondo.

Intanto il nuovo ministro fascista ordina di spostare al nord le opere d’arte rifugiate.

“Occorre disobbedire”.

Finiscono i soldi: tutti si vendono qualcosa pur di mangiare.  La Bucarelli non si perde d’animo e decide di trasformare i giardini della Galleria Nazionale di Arte Moderna in orti e aie per allevare animali da cortile.

I tedeschi arrivano anche al rifugio di Carpegna: qui però lo storico dell’arte Paquale Rotondi riesce ad impedire loro di aprire le casse, complice la loro ignoranza. Rotondi riuscirà, alla fine della seconda guerra mondiale, a salvare circa diecimila opere d’arte italiane dalla distruzione e dal saccheggio delle truppe naziste e dai bombardamenti alleati. E poi c’è Emilio Lavagnino funzionario delle Belle Arti e storico dell’arte, il cui contributo fu fondamentale nel salvataggio del patrimonio artistico romano.

“La rabbia dei fascisti è la più bella medaglia che ci possiamo appuntare sul petto”.

Ora si attiva anche la Città del Vaticano che, grazie alla sua neutralità, diventa deposito sicuro per opere d’arte prelevare da tutta Italia.

La resistenza continua: il 23 marzo 1944, i partigiani dei GAP compirono un attentato in via Rasella a Roma contro il reggimento nazista “Bozen”, uccidendo 33 soldati. La feroce reazione tedesca, ordinata da Hitler, portò alla rappresaglia delle Fosse Ardeatine il 24 marzo: 335 italiani (tra detenuti, ebrei e civili) furono trucidati, con un rapporto di 10 a 1. Dopo la strage delle Fosse Ardeatine i tedeschi tentarono di nascondere il massacro minando e facendo esplodere gli accessi alle cave per seppellire i corpi. Nonostante il tentativo di segretezza, l’orrore venne scoperto e, a un mese di distanza, il 24 aprile 1944, i partigiani di Bandiera Rossa commemorarono le vittime. 

La resistenza continua: servirà ancora un anno. 

Ma “resistere” trascende il valore storico-militare: “resistere” è un fondamento etico, culturale, politico, fondato sulla dignità umana.

Resistere non è solo un ricordo: è anche un orizzonte.

Significa – oltre che vigilare – immaginare, sperimentare, azzardare. Per avere cura. 

E questo spettacolo ne è una splendida testimonianza.

Cinzia Spanò è Palma Bucarelli



Recensione di Sonia Remoli

L’ACQUA, IL MARE E I NAUFRAGI NEL TEATRO DI SHAKESPEARE – di e con Giuseppe Manfridi

TEATRO ARGENTINA

27 MARZO 2026

In un insolitamente gelido pomeriggio del marzo romano, la Sala Squarzina del Teatro Argentina ha accolto la prorompente affluenza degli spettatori che hanno scelto di partecipare alla conferenza spettacolo di e con Giuseppe Manfridi, dal titolo “L’acqua, il mare e i naufragi nel Teatro di Shakespeare”.

L’evento, organizzato in collaborazione con il Teatro di Roma – Teatro Nazionale e patrocinato dal Centro Nazionale di Drammaturgia Italiana Contemporanea CeNDIC e dalla Federazione AUT-Autori, ha reso omaggio alla Giornata Mondiale del Teatro, avvalendosi anche della partecipazione in video di Pamela Villoresi

Francesco Siciliano

Il Presidente della Fondazione del Teatro di Roma Francesco Siciliano ha aperto la conferenza spettacolo sottolineando il suo apprezzamento nel riscontrare l’entusiasmo con cui è stata accolta la proposta del Teatro di Roma. E che ha portato la cittadinanza a colmare la Sala Squarzina dove, in qualità di cerimoniere della Giornata Mondiale del Teatro, Giuseppe Manfridi – uno dei massimi drammaturghi italiani, autore di commedie rappresentate in tutto il mondo –  di lì a breve avrebbe intrattenuto i presenti ricordando loro, attraverso un avvincente raccontare, “per quali motivi ci piace così tanto scrivere e fare teatro”.

Alessandro Occhipinti Trigona

Al saluto del Presidente Siciliano, è seguito quello dell’autore, scrittore e regista Alessandro Occhipinti Trigona, socio fondatore del Centro Nazionale di Drammaturgia Italiana Contemporanea CeNDIC e Presidente della Federazione AUT-Autori. Occhipinti ha espresso soddisfazione anche per un prossimo evento, promosso dalla Federazione AUT-Autori: quello che l’8 Aprile prossimo vedrà Valerio Magrelli, tra le voci più autorevoli della poesia italiana contemporanea, incoronato poeta nella Sala Giulio Cesare in Campidoglio, qui a Roma. L’evento rinnova l’antica tradizione dell’incoronazione petrarchesca del 1341, celebrando il talento del poeta Magrelli.

Pamela Villoresi

L’entrata sul palco di Giuseppe Manfridi è stata anticipata da un collegamento video con la celebre attrice Pamela Villoresi, la quale ha amato ricordare il piacere con il quale non solo ha letto ma si è lasciata leggere da quest’ultimo libro di Manfridi “Shakespeare sul Titanic”, prima ancora che il libro andasse in stampa. E come, nel sentirsi profondamente coinvolta nella lettura, abbia desiderato condividere con Manfridi un breve e appassionato racconto su una sua esperienza di fertile naufragio umano e professionale. Racconto che Manfridi ha così apprezzato, da scegliere di inserirlo all’interno del suo “Shakespeare sul Titanic”.

Giuseppe Manfridi

Attraverso l’oggetto sortilegio della pipa dell’uomo di mare – declinata nelle tre splendide varianti da marinaio, da contemplazione e da navigatori d’acqua – Giuseppe Manfridi ha dato avvio al suo rituale narrativo dedicato a “L’ acqua, il mare e i naufragi nel Teatro di Shakespeare”.

Ogni cosa inizia dall’acqua e all’acqua tende, si dice nel linguaggio alchemico. Eros è liquido, dice Platone. “Il mio amore è un’insaziabile fame e divora come il mare” – dice Ursino ne “La dodicesima notte”, auspicando che il suo amore si dia come un naufragio.

George Gower, “Il ritratto dell’Armada” – Foto: Woburn Abbey, UK / Bridgeman / Aci

L’attraversamento di un’impresa marina è da sempre preludio ad una iniziazione. Lo stesso celebre discorso pronunciato dalla Regina Elisabetta I a Tilbury nell’agosto del 1588, durante la minaccia dell’Invincibile Armata spagnola, ne è un fulgido esempio. Di cui Shakespeare tenne sempre memoria: basti pensare al discorso di Enrico V prima della Battaglia di San Crispino.

Ma Shakespeare si fa anche “reporter di guerra” nel momento in cui descrive in che modo, da terra, venissero viste le guerre e i relativi naufragi : ne abbiamo esempi nell’ “Otello” o in “Antonio e Cleopatra”.

Perché ieri come oggi – sottolineava Elias Canetti – “sopravvivere significa aumentare di potere”.

E se i reduci  seducono con i loro racconti (vedi Otello con Desdemona), “tremare e poi sospirare di sollievo” è un piacere che ci accomuna tutti, da sempre. Forse perché –  continua  Manfridi –  quella del sopravvivere è la prima esperienza in cui veniamo gettati: “la nascita è un naufragio sulle spiagge della vita”- diceva Lucrezio.

E così, dopo aver lasciato punteggiare la sua narrazione da suggestivi “farewell” (ballate irlandesi di addio, legate alla guerra), è accompagnato dalla ballata “Tempest” di Bob Dylan che Giuseppe Manfridi si avvia alla conclusione. Ma è solo un’apparenza: “Nulla finisce tutto s’interrompe” – è il pensiero che ispira la sua estetica. Un suggello transitorio con il quale si apre, non a caso, anche l’ultima pagina del suo “Shakespeare sul Titanic”.

Lasciando la Sala Squarzina del Teatro Argentina si è raggiunti da un’insolita consapevolezza, maturata durante il rito della narrazione di Giuseppe Manfridi. Una consapevolezza che permette di decifrare la suspence racchiusa nelle parole di apertura del Presidente della Fondazione del Teatro di Roma Francesco Siciliano: “ci piace scrivere e fare teatro” perchè ci  aiutano a vivere, a ricordare. E a sopravvivere nella memoria, come naufraghi.


Shakespeare sul Titanic è un’opera dall’apparenza monumentale, ma di grande trasparenza, addirittura leggibile aprendola a qualsiasi punto, e può essere considerata un compendio del lungo percorso artistico del suo autore. Il libro si irradia all’interno dell’intero universo shakespeariano, e ha per temi portanti l’amore, la giovinezza, gli scontri generazionali, la contaminazione dell’arte e la sua continua trasformazione. 

Assieme all’edizione cartacea (in doppio volume con cofanetto) verrà offerto anche l’e-book, in cui ogni capitolo è introdotto da un file video esplicativo dell’autore. I due volumi sono corredati di 64 raffinatissime tavole a colori originali rielaborate da Antonella Rebecchini, scenografa e art director, su disegni dello stesso Manfridi.


Recensione di Sonia Remoli

AMLETO AL BUIO – di e con Roberto Latini

TEATRO ARGOT STUDIO

dal 26 al 29 Marzo 2026

“Ascoltare” in Shakespeare come in Latini non è una semplice funzione fisiologica: è un modo complesso per esplorare la verità, la menzogna, l’amore. Gli enigmi della psicologia umana.

L’orecchio – veicolo d’intrigo e di manipolazione – è l’ingresso principale verso una conoscenza emotiva, che può essere spinta all’estasi e alla follia. 

Sul suono si lascia scrivere la drammaturgia shakespeariana, tanto che allo spettatore – a qualche livello – si chiede di “vedere” attraverso ciò che sente.

In questo suo “Amleto al buio” Roberto Latini – eretico testimone dell’eredità shakespeariana – si muove in almeno due nuove direzioni: sperimentando una semina consociativa della scrittura dell’Amleto shakespeariano – cha parte da Heiner Müller per arrivare, anche, a Pier Paolo Pasolini e a Philip K. Dick – fertilizzata dall’humus del buio. Una sinergia che apre a inaspettate fioriture interiori nello spettatore-ascoltatore, complice l’irrigazione sonora e musicale di Gianluca Misiti.

Entrando nell’intimità dello spazio scenico del Teatro Argot Studio, gli occhi vengono abituati ad una progressiva potatura visiva, che si darà in maniera più radicale nel momento in cui, indossate le cuffie, si inizierà ad immergersi in una particolare predisposizione sensoriale ed emotiva. Complice la seduzione dell’attesa, prima ancora che le parole e i suoni divengano vividamente più intensi, gli occhi scoprono la stupefacente luminosità del buio: preludio all’avanzare in scena della presenza spettrale, dalle molteplici identità, dell’Amleto di Latini.

L’orecchio inizia a cogliere una sinergia di contrasti: il caldo mistero seduttivo del buio; la fredda – eppure accorata – inflessione meccanica della vocalità; lo smarrimento fertilmente inquieto della drammaturgia; la sempre nuova dolcezza della tessitura sonora di Misiti.

L’occhio – cercando di localizzare la sorgente della vocalità – incontra una presenza spettrale che oscilla tra la ricerca di una compostezza, che risulta efficacemente rigida, e l’intrigante flessuosità di una continua perdita di equilibrio.

Un’esperienza potentemente soggettiva carica di echi, di insistenze interiori, di nuovi contatti con zone inesplorate. Doni di un’esperienza diretta e ravvicinata con la narrazione di un classico che – proprio in quanto tale – chiede di essere indagato in ogni sua potenzialità.

Una produzione della compagnia Lombardi – Tiezzi.


Recensione di Sonia Remoli

– LETTERE A BERNINI – di Marco Martinelli

– con Marco Cacciola –

TEATRO VASCELLO

dal 24 al 29 Marzo 2026

Non è uno spettacolo da osservare: è un evento comunitario da condividere. 

Il Bernini di Marco Cacciola entra dalla platea in soggettiva, chiuso nel suo giaccone, intento a contenere un’incontenibile rabbia. 

E’ un uomo di oggi, così come le fattezze del suo studio artistico (la cura delle scene è di Edoardo Sanchi): cifra del Teatro delle Albe – di cui Marco Martinelli è fondatore insieme a Ermanna Montanari, Luigi Dadina e Marcella Nonni –  è attraversare e “mettere in vita”, in una preziosa occasione di confronto, il classico e il nostro presente. 

Quello in scena è un Bernini che ha un urgente bisogno di essere ascoltato: cerca dapprima in uno specchio ma vede qualcosa che non accetta.  Non soddisfatto, prende i suoi strumenti e come un direttore d’orchestra prova a cercare soddisfazione laddove si sente più potente: dando vita ad una nuova creazione. Ma non funziona.

Questa volta è diverso. La drammaturgia del disegno luci (di Luca Pagliano) in sinergia con quella del suono (di Marco Olivieri) sottolineano questo indomabile tormento interiore, da cui il Bernini di Marco Cacciola si lascia generosamente attraversare, “rovinare”.

E’ accaduto qualcosa di inaudito: una donna, sì proprio una donna, non si è sottomessa alla sua arroganza e ha cercato giustizia facendo “escalation”. 

Bernini è bloccato: non riesce a creare. Non riesce a trovare le parole per dirlo, il suo furore. Cerca e trova aiuto nel nostro ascolto.  “Sta tutto infuocato il Bernino”: un fuoco, il suo, che produce una fulgida tensione nella voce e nel gesto di Cacciola. Una tensione alla ricerca di un febbrile equilibrio, che trova splendida espressione nelle sue mani, nei suoi occhi, finanche nei suoi capelli. Perché “l’equilibrio è tutto nell’arte: se lo capisci, capisci anche quando romperlo”. 

@Enrrico Fredigoli

Ma questa donna – Francesca Bresciani – è riuscita a smontare il suo “io”, anche all’esterno. I cardinali a cui lei scrive, finiscono per scrivere a loro volta al Bernini di renderle il compenso dovuto. 

Bernini fa di tutto per denigrarla ai nostri occhi, così da far risaltare la propria posizione di potere. Eppure, nonostante i suoi sforzi, si percepisce che una parte di sé la sta ammirando: “questa non tene paura”. E scrive di lui ai cardinali: “il Bernino è il più grande, ma non s’intende di gioielli come i lapislazzuli”. 

A lei, infatti, Bernini aveva commissionato il Tabernacolo con intarsi di lapislazzuli della Cappella del Santissimo Sacramento della Basilica di San Pietro in Vaticano, scegliendo non a caso proprio lei tra altri quattro colleghi uomini.   

E più il Bernini cerca di spiegarci, in un florilegio di insulti, come il darle 700 scudi anziché 1900 (l’ammontare pattuito) sia stata la cosa più giusta da fare, più si percepisce cha qualcosa scricchiola in lui. 

Perché proprio in una “longobarda”, in una quindi senza una vera conoscenza della civiltà, lui rintraccia qualcosa di luminoso. Così come gli accade di notare in un altro “longobardo” con il quale aveva interrotto i rapporti, sempre per una questione di soldi: quel Borromini “bravo a disegnare ma capriccioso, con quella sua voglia di uscire dalle regole per fare chimere”.  

Non a caso alcuni definivano Bernini come “il drago del Giardino delle Esperidi”: un custode indomabile del proprio primato. Ma lui si considerava così meritevole del primato conquistato perché sapeva quale sofferenza per lui comportava fare arte: “se non ti ammazzi, come fai? Come fai a farle splendere le carni, se non facendoti male?”.

E quel Borromini pretende di pestargli i piedi: lui così cupo e triste “che non si magna un’emozione …che non sa stare al mondo”. 

“Mai avere paura” – si ripete Bernini – caricandosi su un tappeto di musica rock. 

Ma la drammaturgia e la regia di Martinelli ci fa arrivare, insinuante, la sensazione di quanto lui, in verità, implori attenzione. Ora. Da noi. Questo stesso suo sfogo, infatti, può essere letto anche come una magnifica orchestrazione registica di lampi visionari, di insistenze, di ritorni traumatici. 

E poi arriva l’ultima lettera della giornata: non è l’effetto delle lamentele della Bresciani su qualche altro cardinale. E’ sì un cardinale ma che questa volta gli comunica il suicidio di Borromini. E l’ultima traccia di rabbia evapora. Lasciando che qualcosa si sciolga in Bernini. 

@Enrico Fedrigoli

L’arroganza si stempera e può fare ingresso la compassione umana. E il riconoscimento sincero di un artista, di cui ora riesce a stimare il valore senza necessariamente ricoprirlo di denigrazione. 

E’ il trionfo del Bernini uomo, umano. Che la drammaturgia e la regia di Marco Martinelli  raccoglie e accoglie quasi come il risultato di un’operazione alchemica.  Dove attraverso un affresco di colori, di suoni, di lingue, di sensazioni, capaci di dare forma a magnifiche contraddizioni umane, si arriva ad un processo di trasmutazione interiore.  

Un prezioso incontro con un fascinosamente oscuro Bernini, questo che ci propone Marco Martinelli, che mette al centro del suo lavoro l’importanza esistenziale, tutta teatrale, dell’incontrarsi con l’altro: così diverso eppure simile. 

Perché “ l’altro che interroghiamo e che ci interroga – dichiara Martinelli –  è il nostro specchio rovesciato” .  

L’altro parla di noi: ci rivela e ci fa scoprire ricchi in mistero. 


Recensione di Sonia Remoli

-BIDIBIBODIBIBOO- Francesco Alberici

TEATRO INDIA

dal 25 al 29 Marzo 2026

Giallo, il colore dello scandalo: così è la copertina dentro la quale l’autore e regista Francesco Alberici rilega un piccolo carteggio telematico tra Daniele e suo fratello Pietro. Un carteggio sul dolore che scandalose modalità di controllo lavorativo hanno provocato in Pietro. Dolore che suo fratello Daniele vorrebbe provare ad alleviare, chiedendo a Pietro il consenso per mettere in scena uno spettacolo che, senza scendere nei particolari, ne parli.

Giallo, il colore del rifiuto della repressione dei valori umani: repressione che serpeggia in troppi ambienti di lavoro e che si manifesta attraverso la tirannia del tempo.

Francesco Alberici

Ma è davvero “così scontato che risparmiare tempo sia una priorità insindacabile, un bene assoluto”?

O forse “le cose che contano davvero nella vita non potranno mai essere quantificate, né cronometrate, misurate o accelerate?”.

Lo spazio scenico che ci accoglie, prendendo posto in sala, si articola attraverso una sapiente disposizione di scatoloni, che si lascia associare ad uno skyline cittadino. Intanto in proscenio, attraverso un accattivante prologo, si chiede shakespearianamente allo spettatore di non limitarsi a considerare ciò che sembra, aprendosi invece ad una fulgente immaginazione. E alle sue suggestioni.

L’intrigante drammaturgia di Francesco Alberici – incentrata sull’importanza della “relazione con l’Altro” indispensabile per poter arrivare a conoscere meglio se stessi e sentirsi davvero realizzati, al di là delle prestazioni lavorative e dei pregiudizi sociali – fa sì che in scena abbia inizio il gioco a specchio della scoperta delle molteplici identità desideranti, che compongono quello che crediamo il nostro unico “io”. Ne consegue un’affascinante “distribuzione delle parti” tra i personaggi: una distribuzione decisamente non a senso unico, di cui sanno farsi interpreti, oltre a Francesco Alberici, anche Maria Ariis, Salvatore Aronica, Andrea Narsi, Daniele Turconi

Iniziamo così ad aprirci alla possibilità di come l’autore e regista Alberici pur essendo Daniele, scelga nel suo spettacolo di interpretare il ruolo di Pietro, suo fratello. Daniele infatti scopre di sentirsi fortemente coinvolto dalla triste vicenda lavorativa del fratello e oltre a proporgli di metterla in scena, gli chiede anche di potersi calare lui stesso nell’interpretazione della sua parte.  

La parte invece del Daniele fratello di Pietro è affidata ad un altro interprete. Ma questo è solo l’inizio della scoperta delle molteplici identità desideranti di ciascun personaggio.

Argutamente voluta è la sensazione di magica confusione che alla fine lo spettatore può avvertire e che non chiede di essere troppo chiarita, attribuendo univocamente a ciascuno ogni cosa. In quanto la varietà delle reazioni emotive applicate ad uno stesso personaggio una volta entrato in un’autentica relazione con l’Altro, valgono come tali. Potendo cioè appartenere contemporaneamente anche a noi.

Con il procedere della narrazione, gli scatoloni ad uno ad uno svelano elementi di un microcosmo familiare – contenuto in quel macrocosmo rappresentato dallo skyline cittadino iniziale (la cura delle scene è di Alessandro Ratti) – ricchissimo di sorprendenti sfaccettature esistenziali.

Perché se è vero che non si può rinunciare a lavorare in una multinazionale con un contratto a tempo indeterminato, cosa si deve fare allora con quel trasporto talentuoso con il quale sentiamo di essere guidati in un’altra direzione? Come si può riuscire a mantenere quella freschezza creativa dell’improvvisare così accogliente verso la possibilità anche di sbagliare, se in primo piano – per almeno 8 ore al giorno, ogni giorno – vige l’ossessione della prestazione sempre più produttiva, che assicura una subdola forma di sicurezza economica e di accettazione sociale?


E pensare che lavorare rappresenta un’occasione fondamentale per poter sviluppare la ricchezza della nostra identità individuale, ricevendo in cambio un riconoscimento personale e sociale.

E pensare che lavorare significa offrire un contributo unico e specifico alla costruzione della società. Ma quale società?

La famiglia ad esempio, prima cellula della società, qui visualizzata attraverso lo spazio della cucina “stile Cattelan”, è un centro emotivo, sociale e identitario?

E’ lo spazio della condivisione per eccellenza e il luogo simbolico del nutrimento, dove si trasforma alchemicamente il crudo in cotto?

Cifra stilistica di Francesco Alberici è il riuscire a veicolare l’essenza di un’idea partendo da un’immagine che, in qualche modo parlando di noi, riesce a descriverci con particolare profondità: quasi fosse un nostro autoritratto. Qui l’essenza viene rintracciata in qualcosa che appartiene all’immagine relativa all’opera del 1996 di Maurizio Cattelan intitolata Bidibidobidiboo: dove uno scoiattolino, ogni giorno più sconfortato, decide di spararsi nella sua desolante cucina. 

Uno scoiattolo che generalmente è metafora di lungimirante adattabilità: energia vitale che sa bilanciare lavoro e gioco. Ma scendendo un pò più nel particolare, oltre a saper “scoiattolare” via da qualcosa che sappia di costrizione fisica o di obbligo indesiderato (identità rivelata dall’espressione “to squirrel out”), lo “scoiattolare” di questo animaletto può descrivere anche un movimento frenetico e irregolare che lo porta a sfrecciare da una parte all’altra, fino a ripiegarsi su se stesso (identità rivelata dall’espressione “to squirrel around”). 

Una postura vitale che parla a qualche livello di noi. Perché uno scoiattolo immerso ciecamente – come spesso capita anche a noi – in un determinato habitat troppo lontano dalla sua natura, non ce la fa. E il suo gesto estremo parla di come qualcosa da cui ci siamo lasciati incantare, si sia rivelato un incubo.  

Uno spettacolo – questo di Francesco Alberici – davvero stimolante: pieno di sorprese divertenti e disarmanti, necessarie per allenarsi a fare un uso sempre migliore del tempo che ci viene concesso in sorte.



Recensione di Sonia Remoli

– QUANDO VERRA’ LA FIN DI VITA – Stefania Porrino

TEATRO DI DOCUMENTI

dal 13 al 22 Marzo 2026

Un vento impetuoso, che annuncia cambiamenti, destabilizza le persiane di un’abitazione di campagna, appena ereditata da una coppia non più giovane. 

La funzione di protezione e oscuramento delle persiane viene sollecitata da una perturbazione esterna che minaccia di insinuarsi in profondità. 

In questo stato di tensione, il confine tra la sicurezza delle mura della casa e l’ignoto che scalpita al suo esterno si dà come instabile: messo alla prova. Turbolenze non sono metereologiche lo agitano.

Stefania Porrino

Questa poetica drammaturgia simbolica – intessuta da Stefania Porrino sottotraccia ad una narrazione dal sapore noir ( immersa in un’ambientazione musicale caratterizzata dalle sonorità del Rigoletto di Verdi, appositamente trascritte da Tancredi Rossi Porrino per un insieme da camera), a sua volta inscritta in una cornice metateatrale ( immersa nell‘ Invenzione a due voci n. 4 di Bach ) – ci lascia immaginare un’energia sommersa che reclama attenzione, creando turbamento nello spazio privato e suscitando un senso di inquietudine per l’attesa di qualcosa che ancora non si dà come ben delineato.

Quella che sta edificando Stefania Porrino è un’abitazione metaforica che rispecchia il nuovo habitus, il nuovo modo di sentirsi, di una coppia non più giovane che inizia a interrogarsi sul modo migliore di “difendersi” dalla parte finale del loro stare al mondo: la vecchiaia e quindi la morte. Un’abitazione vecchia ma nuova, come la fase vitale che si accingono a varcare. Non a caso la prima scena che l’acuto sguardo della regista, sempre Stefania Porrino, ci propone è quella in cui vediamo la coppia di spalle sulla soglia di questa nuova abitazione. 

Ma una volta varcata quella soglia, fuori come dentro, si scatena una pioggia di interrogativi, di propositi, di sospetti, di equivoci. In un crescendo che fa sì che la pioggia si trasformi in pungente grandine e in fulgenti saette.

Allora la paura dell’ignoto diventa tale che Virgilio e Beatrice – questi i nomi della coppia – decidono di sottomettersi all’incedere subdolo di Pia, una donna che già viveva in quella abitazione e che emerge da profondità sotterranee con messaggi di varia natura, bloccati in scatole. Messaggi che indirettamente riguardano l’habitus della coppia, la quale però non ne è ancora consapevole.

Credono, infatti, che quella nuova casa di campagna ereditata possa rappresentare un totale rifugio dalle loro paure. Ma la vecchiaia è una pandemia che non necessariamente chiede di essere confinata in un rifugio. E non si attraversa solo grazie a vaccini chimico-farmaceutici. Anche perché – come ci confessa Beatrice – passare una vita a prevenire, stanca.

E anche le stesse identità metateatrali Vir e Bea, che sembrano avere il controllo della situazione, in realtà rivelano di essere coinvolte in un sano rapporto conflittuale su questo argomento: ospiti come di un unico condominio della mente.

Dinamiche in cui è coinvolto anche l’ex proprietario della casa di campagna, di cui emerge un insolito ritratto dalle lettere emerse “dal sottosuolo” e nei quadri che lo ritraggono, esposti alle pareti della casa. E lo stesso vale per la sua passione per il nudo: un universo, quello femminile, così vicino eppure così straniero, così difficile da decifrare ed avvicinare (i quadri sono di Màlgari Onnis).


Perché non è mai semplice concertare la moltitudine delle nostre esigenze interiori. Non è mai semplice immaginare in maniera costruttiva la fase finale della vecchiaia: in bilico come siamo, tra la paura di vivere e la paura di morire, a non trasformare quelle che sono “possibilità” in “paranoie”.

Perché nessuno si fa da solo, come a volte ci piace credere, ma attraverso le parole con le quali gli altri ci raccontano. “Contami una storia”: di questo abbiamo davvero bisogno, che l’altro ci riconosca un’identità, non necessariamente totalizzante. Perché su questo iniziale racconto, poi possiamo costruire qualcosa di nostro.  

“Quando saremo tutti insieme al di là delle lacrime, al di là del cosa ti ho fatto e del cosa mi hai dato, pronti all’ascolto dell’altro, divino utero in espansione, allora davvero saremo io con te”.

La regia della Porrino traduce, attraverso un sapiente uso del cromatismo e della prossemica, la visualizzazione di una narrazione profonda, immergendola in uno spazio scenico incantevolmente inquietante, come quello del Teatro di Documenti, mirabilmente progettato dal Maestro Luciano Damiani

Geniale scenografo bolognese, che qui ha saputo immaginare affascinanti e multiformi operazioni sceniche di trasformazione. Possibili sia attraverso il pavimento mobile che ruota di 90° e diventa uno specchio, collegando il piano inferiore a quello di sala; sia attraverso le numerose botole. Operazioni sceniche che conferiscono alla drammaturgia quel pathos multidimensionale che governa l’intero spettacolo.

Gli interpreti in scena – Giulio Farnese, Nunzia Greco, Evelina Nazzari, Rosario Tronnolone, Carla Kaamini Carretti – brillano per naturalezza, per coralità e per un accurato lavoro sulle proprie profondità.

Carla Kaamini Carretti, Rosario Tronnolone, Stefania Porrino, Evelina Nazzari, Nunzia Greco, Giulio Farnese, Paolo Orlandelli (luci)


Recensione di Sonia Remoli

– POETICHE DEL RESTO – Massimo Recalcati

TEATRO ARGENTINA

22 Marzo 2026

Come un’onda che sfida la citta blindata per la maratona, si sono riversati ieri gli spettatori sul Teatro Argentina che, nella prima domenica di primavera, ha accolto una delle voci più autorevoli del panorama intellettuale contemporaneo: Massimo Recalcati.

“Poetiche del resto” è il titolo dell’incontro attraverso il quale il noto filosofo e psicoanalista ha guidato il pubblico – rimasto costantemente in ascolto corale – verso un’esplorazione profonda del legame tra arte e psicoanalisi: potenze capaci di generare nuove forme di vita. Proprio attraverso i frammenti, i rottami: gli scarti, le rovine, che restano dopo una grande perdita. 

L’evento ha rappresentato un appuntamento d’eccezione all’interno del ciclo “Creazioni Melanconiche”, promosso dall’Associazione Lacaniana Internazionale di Roma, in collaborazione con la Società Milanese di psicoanalisi



L’entrata in scena di Recalcati, annunciata da Cristina Guarnieri – direttrice editoriale della casa editrice Castelvecchi – è stata accompagnata dalla presentazione di Cristiana Fanelli – presidente dell’Associazione Lacaniana Internazionale di Roma – che ha sottolineato le molteplici identità in cui si declinano fertilmente la vita e le opere di Recalcati.

Partendo dal Recalcati “politico”: ideatore dei Centri Jonas (Centri di Clinica Psicoanalitica per i Nuovi Sintomi) nati per portare la psicoanalisi nel sociale, rendendola accessibile a tutti. Quale loro emanazione sono nati poi il Centro Telemaco – dedicato specificatamente all’adolescenza e alla cura dei sintomi contemporanei – e il Centro Giamburrasca, dedicato al mondo dell’infanzia. 
Inoltre attraverso Jonas Milano – in collaborazione con l’Assessorato al Welfare a alla Salute del Comune di Milano e il sostegno di importanti realtà del mondo privato – Recalcati sta attualmente promuovendo il Progetto di Psicoanalisi nelle Periferie.



Dal Recalcati “politico” la Fanelli é passata ad illustrare il Recalcati “saggista” e i suoi prestigiosi contributi nell’applicazione del pensiero lacaniano alla società contemporanea, ai legami familiari e alla clinica dei nuovi sintomi. 

E ancora, il Recalcati “che ha riscritto il rapporto tra psicoanalisi e arte”: rintracciando ed evidenziando quella spinta vitale a fare del vuoto, che lascia in noi un trauma, qualcosa che può dare vita ad una nuova creazione. Proprio partendo da quel sentirsi scarti, rottami – come capita di sentirsi in frangenti esistenziali drammatici – per riuscire a trasformarsi in fertili resti: “semi santi“ – direbbe il Profeta Isaia.



E forse non è solo un caso che il suolo scenico – allestimento “ereditato” dallo spettacolo di Massimo Popolizio “Furore”, in scena al Teatro Argentina fino al 29 marzo p.v. – sia ricoperto di torba: una preziosa risorsa naturale organica che si forma in ambienti umidi attraverso la decomposizione parziale di “resti” vegetali, in condizioni “critiche” di scarsità di ossigeno e di alta acidità. 

Perché la vita vegetale, così come quella umana, contemplano che “gli scarti” possano trasformarsi in fertili “resti”.
Perché le nostre esistenze prendono forma attraverso particolari incontri: a volte pieni di grazia, a volte di disgrazia. Una disgrazia però – sottolinea Recalcati – che non è mai totale, perché contiene in sé, nonostante tutto, un seme da poter far germogliare. Così da riuscire a dare nuova forma alla nostra vita. 



Qualcosa di simile è avvenuto anche a lui – racconta Recalcati – quando fresco di laurea e indirizzato verso una luminosa carriera in ambito filosofico, si ritrova coinvolto in una disgrazia stradale, che apre dentro di sé un ampio terreno di crisi. Una crisi travolgente, ma anche fertile: che muta forma alla sua precedente vocazione filosofica, indirizzandola ora verso la psicoanalisi. Una scienza che si prende cura del grido di chi sentendosi “uno scarto” è ossessionato da una domanda: “Come se ne esce, come ci si salva dalla disgrazia che mi ha colpito?”. 



Di disgrazie piene di grazia – ci fa notare Recalcati – è testimone non solo la pratica psicoanalitica ma anche l’arte, in particolare la poetica di alcuni pittori, artisti ed intellettuali.
E così in un affascinante excursus che parte da Vincent van Gogh per arrivare a Caravaggio e a Jannis Kounellis; e poi da Fontana, Pollock, Burri – passando per il Montale di “Ossi di seppia” (raccolta il cui primo titolo, rifiutato dall’editore, era “Rottami”) – fino a Claudio Parmiggiani e ad Anselm Kiefer, ci si è lasciati guidare da Recalcati lungo un itinerario, dove si scopre possibile non lasciare che la disgrazia ci porti via tutto. Dove – come invitava a fare Franco Basaglia – è possibile riuscire a fare qualcosa di luminoso proprio con il buio di quel frangente drammatico in cui si resta coinvolti.

Una lectio magistralis – questa di Massimo Recalcati sulle ”Poetiche del resto” – che ha rapito l’attenzione degli spettatori, lasciando in ciascuno la testimonianza del poter esperire sempre una seconda possibilità, e quindi un nuovo inizio, partendo proprio dalle rovine di ogni fine.

Rovine dietro alle quali, si cela un’incessante insistenza: quella di poter vedere emergere una diversa declinazione vitale di ciò che ha avuto fine.

Come la psicoanalisi e l’arte ci dimostrano.


L’evento con Massimo Recalcati si pone come preludio 

alla seconda edizione del ciclo di incontri Tra Psiche e Mito: dialoghi sull’Essere,

la rassegna del Teatro di Roma che dal 29 marzo al 24 maggio 

approfondirà i grandi temi dell’esistenza.


Recensione di Sonia Remoli

– FURORE – Massimo Popolizio

dal romanzo di John Steinbeck

adattamento Emanuele Trevi

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ideazione e voce Massimo Popolizio

TEATRO ARGENTINA

dal 17 al 29 Marzo 2026

 Che differenza c’è tra “fare un buon affare” e “sfruttare” qualcuno o qualcosa?

Tra il 1931 e il 1939 gli Stati Uniti centrali e il Canada – a causa dello sfruttamento della terra coltivabile – vengono colpiti dal cataclisma delle tempeste di sabbia: la maggiore e più lunga catastrofe naturale registrata negli Stati Uniti, denominata “Dust Bowl”.

L’allora fertile terreno delle Grandi Pianure, sfruttato oltre ogni limite di utilizzo durante il periodo della Prima guerra mondiale per catturarne profitti, viene sottoposto ad arature così profonde che finiscono per distruggere l’erba che ne assicurava l’idratazione. Il terriccio inaridito, ormai privo delle radici dell’erba che trattenevano il suolo e l’umiditàsi trasforma in polvere che viene trasportata dai forti venti primaverili della regione, dando luogo alle black blizzard: tempeste nere che si susseguono con frequenza sempre maggiore. 

Questo disastro ecologico causa un esodo da Texas, Kansas, Oklahoma e dalle grandi pianure circostanti, in quanto oltre mezzo milione di americani rimangono senza casa. Espropriati dalle banche dalle loro fattorie, non più redditizie dopo il depauperamento della terra, i contadini migrano ad ovest attratti dalla prospettiva che buone offerte di lavoro li avrebbero attesi in California. Ma le cose andarono diversamente. Dopo l’odissea del viaggio – durante il quale il loro disagio diviene occasione di “buoni affari” per chi promette di alleviarlo – giungono alla terra promessa. Occupata però da altri: che vedono con sospetto e diffidenza il loro arrivo. Il lavoro non c’è per loro, e se c’è è sottopagato, suscitando così le ire della manodopera che prima del loro arrivo lavorava lì, ricevendo paghe più alte. 

Su questa situazione il San Francisco News chiede al giornalista John Steinbeck di indagare. E negli anni tra il 1936 e il 1938 Steinbeck scrive una serie di articoli – raccolti poi sotto il titolo “The Harvest Gypsies (I gitani del raccolto) – in cui documenta le pessime condizioni di vita e di lavoro dei migranti provenienti dall’Oklahoma.

Il capolavoro letterario “Furore” (titolo originale “The Grapes of Wrath” del 1939) nasce proprio dal profondo impegno giornalistico di Steinbeck e dalla documentazione diretta della realtà sociale americana durante la Grande Depressione. Il romanzo – Premio Pulitzer per la narrativa nel 1940,  miglior romanzo nello stesso anno per il National Book Award, nonché testo fondamentale per l’assegnazione del Premio Nobel per la Letteratura a Steinbeck nel 1962 –  nasce infatti dalla trasformazione di reportage e inchieste, in una mirabile narrazione epica: quella dell’odissea dei Joad, una famiglia come quelle che si ritrovarono sulla strada verso la California, portando con sè tanti bambini “biondi come il mais”.

John Steinbeck

La vibrante potenza poetica dello spettacolo di Massimo Popolizio – coprodotto dal Teatro di Roma Teatro Nazionale e dalla Compagnia Umberto Orsini – sottolinea seducentemente attraverso l’adattamento di Emanuele Trevi il passaggio dalla parola giornalistica (che informa sulla verità della realtà), alla parola poetica (che rielabora la realtà soggettivamente, con fini estetici). Perché se il giornalismo ci informa su “cosa accade nel mondo”, è proprio della letteratura raccontare “cosa significhi vivere nel mondo”. 

Ed è di straordinaria bellezza energizzante sentire come i diversi ritmi della drammaturgia – sottolineati dalla collettività delle percussioni (le cui musiche sono eseguite dal vivo da Giovanni Lo Cascio) e dal continuum dei contributi video (creati da Igor Renzetti e Lorenzo Bruno) – pervadano la parola, il gesto e il corpo dell’interprete Popolizio.

L’impatto emotivo della narrazione così “vissuta” – complici la drammaturgia del suono di Alessandro Saviozzi e quella delle luci di Carlo Pediani – arriva notevolmente potenziato sullo spettatore, generando un’esperienza immersiva travolgente.

Dal corpo e dall’habitat della voce di Popolizio emergono palpitanti personaggi: crudi e generosi; graffianti e accoglienti. Umani. Che ci scuotono e ci emozionano per la loro eterna attualità.  Ma soprattutto – e nonostante tutto – per la loro dignità umana, espressa di fronte alle avversità. Dignità che si declina da un lato nella spinta a lottare per la sopravvivenza, dall’altro nel far emergere il forte desiderio di giustizia sociale.

Terribile è il tempo in cui l’Uomo non voglia soffrire o morire per un’idea, 

perché quest’unica qualità è fondamento dell’Uomo, 

e quest’unica qualità è l’uomo in sé, peculiare nell’universo

Uno spettacolo necessario – questo che dal 2019 continua a conquistare il pubblico – che ci parla di un passaggio storico ricorrente che ha abitato e continuerà ad abitare le nostre esistenze. Un passaggio che occorre imparare sempre meglio ad attraversare, magari ricordando – come ci suggerisce Steinbeck – che “non si può essere proprietari se non si è indifferenti”.  Perché in questo mondo in cui veniamo gettati a convivere, siamo ospiti. Tutti. E quando lo dimentichiamo per troppo tempo, la natura che nel mentre ha tollerato i nostri presunti “buoni affari”, si presenta a ricordarcelo. 

Perché noi non siamo ospiti stanziali, ma in movimento. E quindi non siamo veri proprietari: “forse la proprietà è la causa di tutto” – scrive Steinbeck. Perché prima ancora del presunto potere delle Banche, c’è il vero potere della Polvere, della Natura.

“Vi ripeto che la banca è qualcosa di più di un essere umano. È il mostro. L’hanno fatta degli uomini, questo sì, ma gli uomini non la possono tenere sotto controllo”: ecco allora che i contadini, abbandonati dalle banche, si ritrovano costretti a vendere o a lasciare i loro beni, che ora – in un frangente storico diverso – non valgono più nulla dal punto di vista dello sfruttamento delle risorse.

Ma, nonostante tutto, questi contadini credono che si possa ricominciare da capo, e la Route 66 diventa il sentiero di un popolo in fuga. Dove può capitare di incontrare fornitori di servizi secondo i quali “la libertà è solo quella che si può comprare”.

E allora, ci porta a riflettere Popolizio: “chi è uno che fa affari?

Ma accanto a questa umanità ne esiste un’altra così straordinaria che si stenta a capire dove trovi così tanto coraggio e una tale fiducia nel prossimo. E’ l’umanità che si diffonde tra gli accampamenti: tra coloro che “sperduti e confusi sono diretti verso un luogo nuovo e misterioso”. E che di notte si ritrovano intorno al fuoco, riscoprendosi nell’ identità di migranti. Migranti narratori. 

Intorno al fuoco ci si racconta: perché si ha voglia di un piacere. E il piacere sono le parole: quelle eroiche. Tanto che “chi le ascoltava si sentiva eroico”. Di giorno però ad aspettarli c’è l’odio dei nuovi centri abitati: di coloro che considerano i paesi in cui abitano loro proprietà e che non vogliono convivere con chi ha “gli occhi pieni di fame e di desiderio”.

Ma “il confine tra la fame e la rabbia è sottile… e la rabbia iniziò a fermentare”.

E di nuovo la Natura torna a farsi sentire: attraverso il disastro, questa volta, delle alluvioni. E tutto si blocca. Così, dopo aver perso ogni cosa, con la nascita del figlio di Rosasharn, la famiglia Joad trova rifugio in una stalla, dove lei avendo partorito il figlio morto, mette a disposizione il suo seno pieno di latte per un pover’uomo affamato. 

Un gesto di umanità estrema, in un contesto di miseria assoluta. Ma è la vita che continua, attraverso la solidarietà tra gli emarginati.

Perché “migliori” non sono coloro che si ingegnano a sopraffare come sciacalli le persone in difficoltà, ma coloro che sanno resistere come tartarughe. Come quella descritta nel secondo capitolo del romanzo – e così sagacemente restituitaci dall’interpretazione di Massimo Popolizio – la cui andatura lenta ma costante incarna la pazienza, la resilienza e la tenacia nel superare le sfide.  

Ma soprattutto “migliori sono coloro che sanno innestare”- scrive Emanuele Trevi: riuscendo a fondere entità distinte – la propria e quella dell’Altro – che insieme collaborano per dare vita a un nuovo organismo funzionale.

Splendida metafora di un’unione feconda tra elementi diversi che, proprio perché insieme, superano i propri limiti individuali.  

Giovanni Lo Cascio – Massimo Popolizio


Recensione di Sonia Remoli

– AUTOBIOGRAFIE DI IGNOTI – Elena Bucci

TEATRO BASILICA

13-14-15 Marzo 2026

Che cosa significa coltivare il proprio talento?

Forse chiudersi a realizzare quell’unica attitudine verso la quale, al momento, abbiamo avuto modo di sentire un trascinamento?
O magari lasciare che ci avvolga comunque una vaga nebulosità, dalla quale possono emergere nuove propensioni di noi stessi, così coinvolgenti da non volerne seguire una sola? 

Come accadde al poeta e scrittore portoghese Fernando Pessoa: che pubblicò assai poco in vita non riuscendo spesso a chiudere in maniera univoca i suoi scritti. Visto che ogni finale, anziché concludere l’argomento, era l’occasione di nuove possibili aperture, di nuove possibili prospettive.

Perché “l’azzurro è troppo azzurro” per noi. 

Così come capita a “la Monica”: una delle identità delle “Autobiografie di ignoti” accolte nel flusso di coscienza di Elena Bucci. A “la Monica” capita che certe parole poetiche la sollevino in alto e la facciano volare, volare. Ma poi ad un certo punto dalla troppa bellezza, “la Monica” sviene.

Ecco, forse avere talento significa essere disponibili a svenire quando, scoprendo una nuova passione che riflette una nostra attitudine che non conoscevamo ancora, riusciamo a lasciarcene trasportare fino a sfiorarne la bellezza. “Venendo meno”: perchè abbiano avuto accesso a qualcosa di infinitamente grande per le nostre capacità sensibili.

Coltivare talenti significa allora lasciarsi vestire da un abito, come quello indossato da Elena Bucci: pieno di aperture, di tagli.  Un “habitus”, un modo di stare al mondo, dove ci possono raggiungere sempre nuovi indizi sulle nostre attitudini, perché ci manteniamo aperti a possibili rivelazioni su di noi.

Coltivare talenti significa anora fare e poi lasciare (e lasciarsi) la libertà di scegliere, e di non scegliere. Scoprendo che “il treno dei desideri nei nostri pensieri all’incontrario va”. 

Significa “sposarsi con un velo di appuntamenti da tenere tutti aperti”.

“E se” – ci invita a immaginare Elena Bucci – “se la nostra vita fosse come un bar?”

Un fumoso luogo di occasioni, di incontri. Dove attraverso le vite di altri sconosciuti abbiamo l’opportunità di scoprire parti di noi che costituiscono quell’io che crediamo unico, mentre invece è meravigliosamente frammentato in molteplici identità. Di cui possiamo sentire le voci, come accade a “la Monica”. E di cui possiamo scoprire di innamorarci. Accorgendoci di non sentirci soli, anche quando siamo da soli. 

Ed è in un fascinoso bar con luci basse e un’avvolgente fumosità – seguita da quell’identità musicale che prende forma attraverso Fabrizio Puglisi – che Elena Bucci, creatura dal fascino vellutato ma aperto anche a improvvise ruvidezze, così come a echi di infantile ancestralità, si declina in fantasmagoriche variazioni di umanità. Restituendole a noi attraverso nuovi profili e prospettive di se stessa. 

Il suo è un flusso di coscienza ricco in imprevisti: curve, salite e inebrianti discese. Sempre alla ricerca di nuovi incroci: tutti da esplorare. Lasciando entrare ogni possibile corrente energetica e assecondandone ogni possibile interruzione e ripresa.

Contagiati dal suo sentire, può capitare di uscire dal Teatro Basilica con una strana apertura alla curiosità di scoprire che “domani è un altro giorno” e chi sa cosa potremo conoscere di noi stessi.

Magari di desiderare una vita spericolata, “di quelle che non si sa mai”.



Recensione di Sonia Remoli

– RICCARDO III – regia Andrea Chiodi

da William Shakespeare

– Riduzione e Adattamento Angela Demattè –

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con Maria Paiato

TEATRO ARGENTINA

dal 3 al 15 Marzo 2026

Un elegantissimo tavolo ovale abita la scena, al momento di prendere posto in sala. Un tavolo che, proprio per la sua forma ovale, rimanda a una fluidità relazionale: senza la gerarchia dei capotavola, senza posizioni dominanti. Un po’ com’è la condizione della Corte descritta nel dramma shakespeariano: priva di una guida solida, con il trono acefalo, oggetto di subdole contese. Una Corte come paralizzata nell’attesa, e quindi incapace di fermare l’ascesa di un tiranno.

La cui mente, dalla razionale spigolosità anomala, metaforicamente incombe sul magnifico tavolo ovale: dall’alto. E trova un corrispettivo nel delizioso carillon con giostra di cavalli, appoggiato sul tavolo. Lo spettatore che ha appena preso posto in sala, non sa che si sta preparando qualcosa di sorprendente (la cura delle scene è di Guido Buganza). 

Infatti, di lì a poco, entra in scena lui: il Riccardo III di una fascinosa Maria Paiato.

Il suo è un ingresso laterale, in sordina, su uno stretto tappeto di luce sinistra. 

Il suo è un ingresso claudicante: non solo nell’andatura ma anche nell’andare. Smarrito, Riccardo III sembra seguire un richiamo, guidato dalle note del “Moon River” di Johnny Mercer e Henry Mancini. Alla ricerca della pace di un luogo a cui appartenere: “dove niente di brutto possa accadere”.

(ph. Ilaria Vidaletti)

Luogo dell’anima rappresentato dalla magia emanata dal suo carillon. Ma le cose non stanno così. Scopriamo infatti come quello che crediamo un dolce richiamo d’infanzia celi invece il ricordo di un trauma: quello di essere stato escluso.

Escluso dal racconto familiare: “Madre, raccontami ancora dei nostri antenati. Ancora Madre, perché è difficile da ricordare! ”.

Un racconto che qui sa di fiaba, nella quale lui vuole essere libero di immaginare di essere incluso. Almeno come eventuale possibile re: “mio fratello se dovesse diventare re si chiamerebbe Edoardo IV e io come mi chiamerei?”. Ma mortificato nel suo desiderio immaginifico di bambino, si sente rispondere ripetutamente: “Tu non diventerai re”. 

Ed è sorprendente come il piccolo Riccardo III di Maria Paiato risulti così credibile nel trovare in sé tutti i colori che il desiderio di questo bimbo si accinge ad attraversare: dalla meraviglia al disincanto; dall’accorato appello al capriccio. 

La prepotente fame di “essere incluso” di cui Riccardo III sarà preda, risponde anche a questo trauma. Ne deriva di conseguenza l’intima decisione di recidere ogni legame emotivo con le proprie radici: per non appartenere più a nulla e a nessuno. E sarà il terrore del bisogno esistenziale di creare legami – che potrebbero ancora una volta rivelarsi traumaticamente deludenti – a portarlo a ripiegarsi su se stesso. Non solo fisicamente.

Magnificamente sinistro è il modo in cui il regista Andrea Chiodi sceglie di presentarci la Corte: con un fermo immagine di sublime bellezza ( la cura della drammaturgia del disegno luci è di Cesare Agoni). 

Dal quale emerge questa lussureggiantemente statica macchia di viola. 
E’ del colore dell’attesa che il regista Chiodi sceglie infatti di vestire ogni membro della corte (la cura dei costumi e’ di Ilaria Ariemme).

L’effetto estetico e poetico generato – complici la raffinata coreografia dei piccoli movimenti scenici e lo stile recitativo elegantemente trattenuto – e’ davvero speciale. E permette allo spettatore di sentire tutta la condizione di stallo in cui versava a quel tempo la Corte. 

Su questo terreno indifeso emergono le seducentemente malefiche macchinazioni – non prive di sagace ironia – del Riccardo III di Maria Paiato. Che Chiodi vuole vestito in total black: il colore che assorbe la luce per manifestarsi attraverso un misterioso potere.

Un potere connotato anche da una sorta di ribellione adolescenziale che si dà – con noi del pubblico – attraverso un’irresistibilmente subdola richiesta di complice comprensione. 

E’ quel suo voltarsi escludendo la corte.

E’ quel suo uso dell’avverbio temporale “ora” che, trascendendo la definizione cronometrica, elegge ogni spettatore a confidente. Convocandolo in un presente assoluto: nell’individuazione di un momento di svolta e di non ritorno.

Tanto la Corte resta ingessata nelle scelte, quanto Riccardo brilla in repentinità. E con ardore che affascina e terrorizza prosegue inesorabile. 

Lui, a differenza della Corte – qui interpretata da Riccardo Bocci, Tommaso Cardarelli, Francesca Ciocchetti, Ludovica D’Auria, Giovanna Di Rauso, Giovanni Franzoni, Igor Horvat, Emiliano Masala, Cristiano Moioli, Lorenzo Vio, Carlotta Viscovo – non contempla l’attesa passiva: le sue macchinazioni devono tramutarsi immediatamente in azione. Non c’è tempo per lasciar decantare i progetti.

Ed è dalla dichiarazione d’intenti presentata allo spettatore in questo celeberrimo monologo, che si origineranno tutti gli eventi successivi. 

Angela Demattè

Davvero avvincente e pieno di cura lo sguardo sinergico che qui lega la riduzione e l’adattamento di Angela Dematté alla regia di Andrea Chiodi, nell’esplorazione delle cause che possono condurre – non solo il personaggio di Riccardo III ma più in generale l’animo umano – a dare libero sfogo al nostro comune istinto alla sopraffazione. 

Andrea Chiodi


Con il quale veniamo corredati fin dalla nascita, in attesa di ricevere un’adeguata educazione sentimentale. Perché a differenza dell’aggressività, l’amore non è un istinto: l’amore – e quindi l’ascolto rispettoso dell’Altro – si impara.


Recensione di Sonia Remoli