Recensione LE NOTTI BIANCHE – regia Lucia Rocco

di Fëdor Dostoevskij

adattamento Lucia Rocco

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TEATRO TORLONIA

21 Maggio – 7 Giugno 2026


Cosa mi manca?”


Con questa domanda si apre il raffinato adattamento di Lucia Rocco a Le notti bianche di Fëdor Dostoevskij.

Il suo Sognatore in primis è un uomo che s’interroga.

Perché la domanda – veicolando il desiderio di costruire una relazione con l’altro (fuori o dentro di noi) – svela la dimensione emotiva di chi si interroga: qualcuno che è alla ricerca non tanto di risposte ma di potersi aprire a nuovi orizzonti.

L’efficace Sognatore di Paolo Cresta ancora non lo sa – perché sarà il dirompente entrare in contatto con la vibrante Nasten’ka di Francesca Piccolo a renderlo consapevole – ma interrogandosi sta cercando non di colmare un vuoto, ma di metterlo in moto. Per scoprire come si accende quel desiderare che permette di lasciare libero l’altro di scegliere. 

(ph. Manuela Giusto)


Un desiderare che rende ricchi nel contribuire a sostenere le scelte dell’altro, anche quando queste scelte non sono indirizzate su di noi. 

Un desiderare che non si chiude nel rapporto a due, ma che erotizza lo sguardo sul mondo. E che resta. Anche dopo la fine del rapporto. 

E’ questa particolare inclinazione verso l’altro a provocare l’incanto di “attimi di beatitudine”. Perché l’incanto è  legato alla trasmutazione del reale attraverso quella meraviglia che eleva lo spirito dalla quotidianità.

Le stesse notti bianche – che fanno, non tanto da sfondo, quanto da crogiolo metaforico alla narrazione dostojeskjiana – si originano da una particolare inclinazione dell’asse terrestre rispetto al piano dell’orbita intorno al Sole. 

Inclinazione che provoca il fenomeno per cui il Sole, non scendendo mai abbastanza sotto l’orizzonte, impedisce il buio completo. Lasciando così il cielo in una condizione di penombra continua. 

Inclinazione assai suggestivamente restituita, qui, da una scena le cui pareti sono abitate da un insolito equilibrio di forze, che rimanda allo spettatore la sensazione sotterranea di un erompente desiderio di trasformazione. La cura delle scene è di Francesca Tunno; la realizzazione è opera del Laboratorio scenotecnico del Teatro di Roma.

E’ infatti dentro un‘alchemica architettura di stati liminari – tra giorno e notte; tra il sé e l’altro da sè; tra desiderio immaginifico e impegno reale; tra dimensione conscia e dimensione inconscia – che Dostoevskij dona forma a questo meraviglioso romanzo sentimentale, specchio delle ansie e dei desideri di una società in attesa di confrontarsi con una dirompente primavera. 

Condizione esistenziale ben incarnata dalla scelta stilistica di utilizzare prevalentemente la forma dialogica. La quale – attraversando le dinamiche amorose esplorate nel romanzo sentimentale – arriva a confrontarsi con conflitti universali quali: l’affermazione dell’individuo contro le convenzioni sociali; la ricerca di autenticità e l’integrazione tra ragione e passione; il passaggio dalla giovinezza alla maturità. 

(ph. Manuela Giusto)


Protagonista principale di questa trasformazione è un giovane 26enne, rappresentante dell’archetipo dell’ “Uomo superfluo”. Non ha un nome proprio: è Il Sognatore. Un “tipo” di intellettuale della Russia degli anni 30-40 del 1800 nel quale si include, almeno fino ad un certo periodo, lo stesso Dostoevskij. 

Un giovane uomo, Il Sognatore, per il quale Dostoevskij immagina e auspica una trasformazione: come è accaduto a lui. Una trasformazione ferocemente fertile come la primavera, dirompente come l’energia spesso incontrollabile dell’amore. Un passaggio quindi dallo stato di quiete ad una vitalità estrema: una forma di sovvertimento degli equilibri e quindi una rivoluzione vitale, così negata e troppo poco cercata dagli intellettuali immersi nel contesto politico russo del periodo. 

I quali, privi di libertà di espressione e delusi dalla realtà sociale, come reazione all’asfissiante regime autocratico dello Zar Nicola I, trovano rifugio nell’isolamento, nella letteratura e nell’idealismo romantico.

Non è un caso che Le notti bianche esca sulla rivista “Quaderni patriottici”.

Assai suggestivamente, qui in scena, questa reazione d’isolamento viene restituita dalle proiezioni video di Alessandro Papa che – abitate da un continuum trasformativo di angoli di luce e di ombra – parlano di confine, di scelta. Ma anche di ricerca di relazione con un centro. 

E le proiezioni di Alessandro Papa – con la complicità del disegno luci di Massimo Munalli – ben ci immergono in una bidimensionalità dai colori puri, che ci parla anche del bisogno di emozioni immediate, di relazione, di contatto, oltre che di isolamento. La prima risposta, infatti, che il Sognatore si dà cercando di analizzare il suo senso di angoscia, allude al terrore che tutti si allontanino da lui. Prova che, alla reazione a rifugiarsi all’angolo della vita politica, si associa l’angoscia di restare confinati nell’angolo, cioè esclusi dallo sguardo e dall’interesse dell’altro. Contatto che ci fa esistere, che ci dà la prova di esistere.

Acutamente quindi la regia di Lucia Rocco fa sì che questa acuminata geometria scenica “s’incontri” con le linee morbide di una panchina. Spazio pubblico incline alla socializzazione, che ospiterà l’esplosivo incontro tra lui e lei: Il Sognatore e Nasten’ka.

(ph. Manuela Giusto)


Un incontro che inizialmente avviene su un ponte: luogo per eccellenza della transizione, archetipo del cambiamento e della riconciliazione, che connette due sponde altrimenti separate. 

“Perché tremate?” – è la prima domanda che lei (una penetrante Francesca Piccolo) gli rivolge, una volta calmatasi la concitazione per lo scampato pericolo di aggressione, da cui la salva Il Sognatore.

E lei, che in lui a qualche livello si specchia, sente nel suo tremare la vulnerabilità propria dell’incontro con l’ignoto, con il sacro: con la perdita di controllo dell’ Io di fronte a forze soverchianti che aprono ad un nuovo orizzonte. E nel rendere il deflagrante e buffo passaggio di stato da un’emozione all’altra, la sensibilità interpretativa di Paolo Cresta è davvero sorprendente.

E questo il primo segnale di una nuova e dirompente primavera.

Quella primavera che Il Sognatore aspettava e che nelle ore precedenti aveva iniziato a manifestarsi attraverso il varco dei confini del suo solito e ossessivo percorso cittadino. Un’insolita inclinazione, questa, che a tarda notte torna a manifestarsi attraverso il suo spingersi fisicamente intimo verso una donna, sola, in lacrime, preda di un aggressore.

Quella primavera che sgorga dalle lacrime e dalla risata di lei: magnifico collante relazionale, capace di comunicare complicità. 

(ph. Manuela Giusto)


E la reazione del Sognatore non si fa attendere: è un primo incendio. 

Anche questo lei aveva intuito in lui – “siete polvere che prende fuoco in un attimo”. “Ma siete nemico di voi stesso !”.

“Che tipo di persona siete?”. 

Lui – lasciandosi invadere da questa domanda – osa maldestramente, si sporge intrepidamente e le rivela di essere “un tipo” (di appartenere cioè ad una categoria indifferenziata), “un uomo ridicolo”, “originale” (lontano dalla normalità: un sognatore che vive in un angolo).

E allora lei, anche per allontanarlo dal suo fare solitario, lo introduce a un patto paradossale: “non dovete innamorarvi di me”. Che comunque è un loro rito, e quindi qualcosa che va oltre il mero accordo. Anzi, a suo modo, è un vincolo di fiducia che trasforma la promessa in un’identità condivisa.

E’ una primavera destinata a fluire e a ricominciare. Ancora.

Ora lei sente che può raccontarsi a lui. E  gli rivela che a suo modo ha vissuto un’esperienza molto simile alla sua di sognatore: anche lei è stata mutilata nella sua esuberanza vitale. Non da frangenti socio-politici ma da frangenti familiari, comunque prima forma di società civile.

(ph. Manuela Giusto)


Ed è meraviglioso come la regia di Lucia Rocco – valorizzata dalle suggestioni sonore di Ran Bagno in sinergia alle suggestioni armoniche di Lea Giammattei – abbia immaginato e restituito questa forma traumatica di negata esuberanza vitale, decisamene iper protettiva. La immagina cioè – con l’elegante complicità di Francesca Piccolo – come la ballerina di un carillon: bloccata meccanicamente nei suoi spostamenti spaziali.

E sebbene poi Nasten’ka tornerà a legarsi all’uomo (qui interpretato da Andrea Codognato) che stava aspettando da un anno e che quella sera in cui il Sognatore la incontra lei stava aspettando in quanto giorno del suo possibile ritorno – la primavera attivata nel Sognatore resta. 

E come la pioggia che suggella il mattino successivo alla notte quarta – in cui i due si lasciano per unirsi in realtà in un nuovo patto che non esclude nessuno – scendendo dal cielo feconda la terra e permette alla natura di germogliare, così le lacrime del Sognatore inaugurano una nuova primavera. Che ogni anno si rinnoverà grazie a ciò che resta di questa esperienza di “attimi di beatitudine” relazionale. Essendo il Sognatore oramai entrato in un ciclo che ogni volta si rinnova, e che ogni volta chiede adattabilità al mutamento.

Lucia Roccco


Un adattamento e una regia – questi di Lucia Rocco – che intensificano l’invito tutto dostoevskijano a incuriosirsi del meraviglioso mistero rappresentato dal nostro stare al mondo. Come già a 18 anni Dostoevskij dichiara in una lettera al padre del 16 agosto 1839:

“L’uomo è un mistero. Un mistero che bisogna risolvere, e se trascorrerai tutta la vita cercando di risolverlo, non dire che hai perso tempo; io studio questo mistero perché voglio essere un uomo”. 

Uno spettacolo andato in scena in prima nazionale al Teatro Torlonia

e

prodotto da Teatro di Roma – Teatro Nazionale.


Recensione di Sonia Remoli

– SISTEMA NERVOSO – di e con Leonardo Capuano

TEATRO LE MASCHERE

15 e 16 Maggio 2026

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Rassegna Serale CON#tatto


Dopo aver esplorato con poetica comicità le inquietanti dinamiche insite nelle relazioni della prima forma di società civile, ovvero il microcosmo familiare (vedi gli spettacoli Pasticceri: Io e mio fratello Roberto e Elettrocardiodramma ), qui in Sistema Nervoso lo sguardo brillante e acuminato dell’autore, regista e performer Leonardo Capuano si allarga all’analisi macrocosmica delle perverse dinamiche insite nel rapporto tra individuo e sistema esterno.

Leonardo Capuano


Il focus dell’analisi resta sempre quello del pensare in maniera non lineare il rapporto tra corpo e sintomo: perché il corpo non chiede una sostanza, ma una trasformazione di stato. Se cambia il sistema, cambia il modo in cui il corpo si organizza.

Il sistema nervoso umano, ad esempio, interpreta il contatto fisico come l’informazione base sulla quale costruire una memoria. Il tatto infatti è la prima forma di linguaggio ed è capace di donarci la conferma della nostra esistenza grazie alla percezione dell’altro.

Non a caso Capuano fa iniziare questa sua drammaturgia con l’urlo silenzioso, ma non meno disperato, di un uomo solo, privato del conforto di un sistema di contatti. Un uomo che ci si offre steso, ripiegato su un fianco, consapevole di poter trovare una conferma tattile solo attraverso “la pelle” del suo tavolo.

L’uomo non ha un nome – perché tutti li può contenere – ed è ossessionato dal senso di vuoto che gli procura vivere. E questo perchè il suo sistema nervoso nel cogliere, tradurre ed elaborare gli stimoli del sistema nervoso globale con cui entra in contatto, non ne ricava nulla di davvero soddisfacente e realizzante.

“Ho corso tutto il giorno come un pazzo e non mi sono mosso di un millimetro”…

Dov’è finito tutto, chi l’ha rubato?” 

Un interrogativo che lui finisce per sottoporre al confronto delle aree della sua mente – oramai le uniche presenze che riesce a “contattare” – alle quali, nel suo lucido delirare, attribuisce una sorta di identità tattile: “Scimmia “ e “Sassofonista” rendono diverse aree dell’ es;  “Capitano”, “Direttore” e “Medico” il Super io.

“Tutto dipende dalle circostanze”: questa è la conclusione a cui arrivano. Ovvero tutto dipende dal sistema nervoso globale. Perché il sistema nervoso individuale può pure far bene il suo lavoro di “ponte” tra esterno e interno, ma se “le circostanze globali” sono poco nutrienti, cioè non restituiscono valore alla diversa unicità del singolo individuo, il risultato – o meglio “il contatto” – che ne deriva è mortificante.

Ma mai abbattersi troppo – si dicono. Dopo essere sprofondati sul fondo, occorre risalire. E l’invito-testimonianza del personaggio di Capuano è: allora “tieni il tempo!”. Un guizzo di geniale creatività che con sapiente leggerezza rivela come si può contattare il ritmo della pelle del tempo. E non solo quello musicale. Contatto molto più energizzante di quello restituito dalla superficie del bordo del tavolo, che tuttavia – contagiato da questa nuova prospettiva – viene rivitalizzato quale oggetto di scena dalle insospettabili sorprese funzionali e relazionali.

E’ possibile quindi reagire a “circostanze globali” mortificanti. E per convincersi dell’efficacia di questo nuovo atteggiamento vitale, basta osservare l’effetto che produce sul personaggio di Capuano: guardandolo non si può non sentire come nel “tenere il ritmo” sia perfettamente in sintonia con se stesso. Il suo stesso corpo cambia divenendo sensualmente vitale, musicale.

E allora – continua – “teniamo il tempo per tutto il tempo che serve: finché non riusciamo a muoverci a tempo. Anche tutto il giorno, se serve”.  E se gli altri ci domandano cosa stiamo facendo – non vedendoci correre dietro al tempo, evaporandoci dentro – rispondiamo consapevolmente: “tengo il tempo!”. 

E non bisogna credere all’altro – dentro e fuori di noi – quando ci dice che “non ci vede” (e quindi non ci rimanda la conferma del nostro valore): lo dice infatti solo se “non ci può vedere, cioè se non ci può soffrire.”

Resta inevitabile però che la conferma da parte dell’altro sia necessaria, vitale. E’ importante infatti per capire anche “chi gestisce il nemico, chi lo smista”. Ma soprattutto per “prestarci soccorso reciproco”. Per essere umanamente – e non commercialmente – utili a qualcuno. Per prestarci – senza comprarlo – sollievo.

Perché è forte l’inclinazione, tutta umana, a ossessionarsi sulla paura di quello che eventualmente ci aspetta dietro l’angolo. Una paura di cui noi spesso non siamo consapevoli, a differenza invece di chi sa che questa inclinazione umana può risultare molto utile per manipolarci. 

E allora, con fecondo paradosso, l’uomo in scena ci provoca così: “e se diventassimo noi il pericolo?”. Se cioè anziché uniformarci alla massa, illudendoci di riceverne in cambio una qualche forma di sicurezza, “ci sparpagliassimo”?

Potrebbe risultare difficile. Ma, in fondo – continua l’uomo in scena :  “cosa c’è di meglio di un bel cancello davanti a te, che si apre e tu entri ?”. E non importa se  capitano fallimenti: l’importante è continuare ad aprire un cancello dietro l’altro. E, nel farlo, diventare fra noi amici: “per sopportare insieme l’insopportabile”. Proprio come fa un sistema nervoso sano, che si esprime attraverso “una risposta integrata” ai segnali che provengono dal nostro corpo e dall’ambiente che ci circonda.

Perché ciò che regala forma e senso al nostro stare al mondo, è “incontrarsi”. Entrare in contatto l’uno con l’altro.

Una drammaturgia davvero spiazzante e piena di energia, questa di Leonardo Capuano. Trasversale: leggibilissima a vari livelli, tutti emozionanti. Ma soprattutto stimolanti. Perché l’uomo che Leonardo Capuano manda in scena è una sorta di archetipo della nostra condizione esistenziale moderna e contemporanea. Un archetipo che in quanto tale non si limita a descrivere concetti astratti ma sa tradurre istinti, paure e desideri in immagini e narrazioni vive, capaci di parlare direttamente al cuore, senza mediazioni razionali. 

Complice della sapientemente arguta drammaturgia, una capacità interpretativa poeticamente vibrante, tenera e feroce, disorientante eppure capace di trascinare in profondità lo spettatore dentro un possibile nuovo orientamento esistenziale. 

Uno spettacolo – ambientato suggestivamente in paesaggi di sottotesti e di controluce emotivi – avvincente e pieno di ritmo anche nei momenti più drammatici. Capace di risintonizzare corpo e mente per un nuovo avvio. Per un nuovo “contatto”.

Una produzione Compagnia Orsini.


Prossimi spettacoli della Rassegna serale CON#tatto:


Recensione di Sonia Remoli

-CASANOVA- regia Fabio Condemi

di Fabrizio Sinisi

liberamente ispirato a Storia della mia vita di Giacomo Casanova

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TEATRO VASCELLO

dal 13 al 17 Maggio 2026


Affronta le ombre dell’oscurità attraverso il rito della luce. Complice il richiamo delle campane.  Si muove sulla soglia con prudente eleganza, indossato dalla sua preziosa vestaglia di broccato, confine fluido tra il sonno e la veglia, tra la dimensione privata e la dimensione pubblica. Sa cosa cercare quando si avvicina alla sua biblioteca. Ma poi si lascia tentare da un peccato di gola. 

E’ il Casanova di un ancora fascinoso Sandro Lombardi che – dopo l’ennesimo esilio da Venezia, umiliato e in cerca di stabilità economica – vive nel Castello di Dux in Boemia, dove accetta un lavoro da bibliotecario, offertogli dal Conte di Waldstein. Un lavoro da custode geloso della memoria e del sapere. 

Casanova vive questi suoi ultimi anni scrivendo – e quindi anche custodendo e organizzando – la sua memoria biografica. Ma, arrivato alla compilazione del settimo volume, succede qualcosa di diverso. 

La memoria viene meno, non si lascia contattare: come se avesse iniziato a parlare un’altra lingua, diversa, a lui incomprensibile. Come quel dannato tedesco che lì a corte tutti parlano tranne lui. E così, esiliato anche dal rapporto con il suo presente a causa di una lingua barbara, resta nevroticamente intrappolato in una sorta di inferno, dove “non riceve mai quello che chiede”.

Ci vorrebbe un altro tipo di bibliotecario: meno geloso, meno custode. Qualcuno che riesca a muoversi nel caos di “una diversa” forma di lingua, di memoria. Casanova a qualche livello lo sa –“non mi convince ma mi affascina“ – e convoca allora da Parigi un medico esperto di mesmerismo: un approccio medico seducente che mescola storia, esoterismo e psicologia. Proprio nell’Età dei Lumi. Una teoria medica che attribuisce la causa delle malattie al blocco di un fluido corporeo, proponendo di scioglierlo tramite “influssi magnetici” e ipnosi.

Franz Anton Mesmer (1734-1815) – celebre medico viennese, di quando Vienna era una delle grandi capitali del mondo, ovvero la Vienna di Maria Teresa e di Haydn – inventore di questo metodo, studiò a lungo l’opera di Paracelso, medico del Cinquecento, che sosteneva che le cause e i rimedi delle malattie vanno cercati nelle forze dell’universo, perché sono loro a influire sulle nostre condizioni fisiche. Tra queste forze che legano il macrocosmo al nostro microcosmo umano Mesmer individuò il magnetismo, immaginandolo come un fluido sottile e invisibile emanato non solo dalla calamita, ma anche dal proprio corpo (o da quello di persone che ne risultassero particolarmente cariche) e con il quale sosteneva di poter curare vari disturbi.

Mesmer, di spalle, durante una seduta di terapia a Parigi attorno a un grande baquet magnetico a forma di ellisse

(Foto: Alamy / Aci)


Nelle illuminate corti settecentesche era diventato molto di moda il mesmerismo e, effettivamente, le sedute qualche effetto lo avevano su chi riceveva questo trattamento. Mesmer fu in effetti un pioniere nell’individuare la possibilità di una diversa relazione con la persona malata e con la sua esperienza della cura. Inoltre, le sue osservazioni riguardanti un certo tipo di sonno magnetico che lui induceva, fornirono una base per i successivi sviluppi dell’ipnosi.

D’altra parte Casanova vive in un secolo decisamente complesso e, in quanto tale, affascinante.

E’ il secolo di Kant (1724-1804) e della differenza tra “fenomeno” (la realtà come ci appare organizzata dalle strutture della nostra mente) e “noumeno” (la realtà vera, indipendente dalla nostra percezione, che rimane inconoscibile). 

E’ il secolo del terremoto di Lisbona (1755), accompagnato da un incendio e da uno tsunami. Non solo una catastrofe naturale, ma un vero e proprio evento traumatico collettivo che scosse le fondamenta intellettuali, religiose e filosofiche dell’Europa del XVIII secolo. Un disastro che mise in crisi la filosofia teodicea e l’ottimismo razionalista, in particolare quello di Leibniz, che sosteneva vivessimo nel “migliore dei mondi possibili”.

Voltaire – presenza rievocata qui in scena (e interpretata da un efficace Alberto Marcello) – divenne il portavoce dello shock europeo, scrivendo il Poema sul disastro di Lisbona (1756) e il celebre romanzo Candido o l’ottimismo (1759). Opere, dove attaccò l’idea che la sofferenza avesse un senso provvidenziale, chiedendosi perché innocenti (e bambini) dovessero morire in modo così orribile. Un terremoto, quello del 1755, che ha costretto la generazione dei Lumi a confrontarsi con l’irrazionalità e l’imprevedibilità della natura, ponendo le basi per un nuovo approccio alla vita, alla sofferenza e alla scienza.

E’ il secolo però anche dell’introduzione delle macchine e della prima rivoluzione industriale (1760), eventi che ebbero un impatto dirompente sulla coscienza della società, ponendo le basi per una mentalità moderna basata su produttività ed efficienza.

E’ il secolo del primo volo a bordo di una mongolfiera (1783) che rappresentò la concretizzazione fisica dei sogni illuministi di progresso e di dominio della natura attraverso la ragione. Così come la sfida dell’ignoto da parte dei primi aeronauti contribuì ad alimentare un senso di ammirazione per lo spirito d’avventura umano.

E’ il secolo della Rivoluzione Francese (1789-1799) che ebbe un impatto dirompente sulla coscienza sociale del Settecento, trasformando radicalmente il modo in cui le persone percepivano il potere, i diritti e la propria posizione nella società. Fu un vero e proprio shock nella coscienza europea, in quanto sostituì l’idea di una società statica e gerarchica con quella di una società dinamica, fondata sui diritti individuali e sulla partecipazione politica.

Casanova si trova ad attraversare e ad essere testimone nell’arco della sua vita (1725 al 1798) di tutte queste sconvolgenti e fertili contraddizioni, che fanno di lui una coscienza che non si accontenta e indaga le sfumature della realtà, dell’arte e della scienza. Una coscienza, la sua, che nonostante una stabilità precaria, cerca comunque un nuovo orientamento. E’ questa sua energia eccedente, che impedisce il suo totale chiudersi su se stesso.

Casanova sente infatti che ha bisogno di essere aiutato da qualcuno – come “un vecchio amico o un compagno di scena” – che lo porti “a volare” oltre quei confini della sua coscienza che lui, da solo, non riesce a varcare. Ha bisogno di un medico mesmerico. Ed è questa particolare tipologia di medico che sta aspettando ora, in scena. 

Con fascinosa perspicacia la sinergia artistica tra il drammaturgo Fabrizio Sinisi e il regista Fabio Condemi immagina allora di rendere forma drammaturgica la sessione di mesmerismo, così da visualizzare suggestivamente le fertili contraddizioni che convivono nell’uomo che ha dato accoglienza a innumerevoli identità. La sua vita fu un susseguirsi di fughe, intrighi, travestimenti: avventuriero, amante, giocatore d’azzardo, latitante, soldato di ventura, filosofo, scrittore, diplomatico, studiò diritto, fu matematico, scrisse saggi su scienza ed economia, si occupò di spionaggio.

Fu un acuto osservatore della società del suo tempo, quella società che desiderava incantare. Ma fu anche un acuto osservatore di se stesso: un uomo che alla fine del suo tempo è ancora interessato alla ricerca di se stesso. Tanto che sul limitar della sua vita sente e accoglie la spinta di avventurarsi ad indagare il più grande mistero dell’esistenza: la memoria, la psiche.

Il medico mesmerista (interpretato in scena da un rigorosamente magnetico Marco Cavalcoli) accompagna allora Casanova in un viaggio onirico tra le sue memorie più nascoste – irraggiungibili alla razionalità logica perché depositate in aree diverse da quella dell’io – per scoprire cosa accade nel suo teatro dell’inconscio. 

E’ “un volo”, questo, che chiede fiducia, che va affrontato “a occhi chiusi”, o meglio con gli occhi del sentire. Occorre salpare dal controllo razionale per poter incontrare una nuova terra, una razionalità onirica, fuori dai principi della logica. Una lingua nuova: che si dà per frammenti dell’io, per immagini, che mirabilmente gli occhi del Casanova di Sandro Lombardi riescono a proiettare su di noi. Ed è incanto.

E’ in questa nuova dimensione che arriva a Casanova – prendendo forma dallo sciabordio dell’acqua – la memoria di un antico trauma: un episodio di epistassi, che riporta in scena un piccolo Casanova (un talentuosissimo Edoardo Matteo).

(ph. Luce Del Pia)


Un’epistassi, comunemente nota come “sangue dal naso”, che pur essendo un evento di natura medica legato alla fragilità capillare o a fattori ambientali, può rivelare, in una prospettiva simbolica, significati legati a emozioni, ad una richiesta di attenzione.

Ma in questa nuova area frammentata della psiche tutto scorre, si sovrappone, fluisce, si arresta, ritorna. Così come, con stile accattivante, viene visualizzato dalla concertazione tra la drammaturgia della scena e dell’immagine curata da Fabio Cherstich; il disegno luci di Giulia Pastore; le musiche e il sound design di Andrea Gianessi. Una sinergia che riesce a riprodurre la continua trasformazione del paesaggio psichico di Casanova.

E così dal trauma dell’epistassi, si passa all’eros di un altro ricordo traumatico: l’abbandono del più grande amore della sua vita. Henriette: donna intellettualmente a lui complice e assai appassionata (qui in scena una Simona De Leo dall’aura seducentemente enigmatica).

Ricordo che lascia il passo a quello vissuto nella prigione dei Piombi assieme al monaco barnabita Padre Marino Balbi (qui in scena interpretato da un interessante Marco Cavalcoli, divinamente grato e umanamente gaudente) con il quale condivise la detenzione e il piano di fuga.

(ph. Luca Del Pia)


E poi ecco l’imbarazzo per  il rapporto poco onesto con la finanziatrice, protettrice e cliente esoterica frequentata durante il suo soggiorno parigino, in particolare nel periodo post-fuga dai Piombi: la marchesa Jeanne de Durfé ( in scena una meravigliosa Betti Pedrazzi).

(ph. Luca Del Pia)


E  ancora, continua ad emergere lo sconcerto per il terremoto di Lisbona, descritto dallo stesso Voltaire (qui di Alberto Marcello).

(ph. Luca Del Pia)


E poi quella frase che torna senza cancellarsi: “Dimenticherai anche Henriette”. Forse perchè, come ricorda Fabrizio Sinisi nelle sue note di drammaturgia, “soltanto quel che non cessa di dolorare resta nella memoria” citando il Nietzsche della “Genealogia della morale” (1887).

(ph. Luca Del Pia)


Tutto si sblocca, tutto fluisce attraverso questa nuova dimensione mentale che non ha fretta di capire, perché “le verità sono scritte in forma di enigmi e gli enigmi vanno intesi in forma allegorica, non lineare”. 

Ma il medico stabilisce che il tempo è finito e che ora si può tornare ad aprire gli occhi. 

(ph. Luca Del Pia)


Resta la sensazione di come sia diverso “il cercare di non morire, dal cercare di vivere”. Di come ricordare i propri successi per inserirli in una memoria biografica non sia più interessante del raccontare e condividere le proprie fragilità.

Perché si può rincominciare. Sempre. Anche quando tutto cambia. Anche quando ci sembra di non avere più un “nostro” posto, perché tutte le precedenti certezze sono state stravolte. Anche dopo la morte. A teatro si può. 

(ph. Luca Del Pia)


Uno spettacolo che brilla di sapiente cura e fertile ricerca in ogni sua componente, per raggiungere picchi di eccellenza nell’interpretazione di Sandro Lombardi. 

Lo spettacolo è una produzione LAC Lugano Arte e Cultura, in coproduzione con Emilia Romagna Teatro ERT/Teatro Nazionale, TPE Teatro Piemonte Europa, Compagnia Lombardi Tiezzi, La Fabbrica dell’Attore – Teatro Vascello


Recensione di Sonia Remoli

– PRIMA DEL TEMPORALE – con Umberto Orsini – regia Massimo Popolizio

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TEATRO ARGENTINA

dal 5 al 10 Maggio 2026

E’ inverno: una stagione della vita che parla di introspezione. E di promessa di rinascita. 

Soffia vento e crepitano tuoni fuori dal camerino di un teatro – luogo dell’animo oltre che luogo scenico – nel quale un attore sceglie di rifugiarsi, “prima” dell’inizio della sua ultima replica dello spettacolo “Il temporale” di August Strindberg.

Sebbene solitamente abitato da attese frementi, questa volta il camerino accoglie un attore che non ha alcuna ansia di gettarsi alla ribalta. Preferisce altro: qualcosa che ancora non sa, ma che ha interesse a conoscere. 

Ha paura. Ha paura dell’approssimarsi della fine. E sceglie di accoglierla lì in casa: nel camerino del teatro. Nel suo “teatro da camera” strindberghiano. 

L’acuta cura delle scene di Marco Rossi e Francesca Sgariboldi fa sì che il grigiore delle pareti del camerino trovi alimento da una pavimentazione ancora verde. Ancora vitale.

L’attore è lì e attende una fine metaforica, necessaria e propedeutica ad una nuova rinascita. 
E si dà ospitale: come un albero. La sua è una postura aperta, anzi spalancata, come un solstizio d’inverno: il culmine delle tenebre ma anche il circolare inizio del ritorno della luce.

E’ inquieto, ma disponibile ad accogliere quella carica di forte trasformazione che sente arrivare.

L’accurata regia di Massimo Popolizio dona a Umberto Orsini la possibilità di rivivere la bellezza dirompente del caos necessario al preludio di ogni rinnovamento. E’ lui, Orsini, l’attore dal vitalismo vibrantemente naturale che qui, in scena, si racconta con stupefacente freschezza fisica e metafisica.



E una sorta di temporale, in effetti, irrompe nel camerino scatenato dall’incontro con un libro. Un libro intimamente legato alla sua vita, che misteriosamente qualcuno gli fa recapitare, lasciandolo sul tavolo del suo camerino.

Umberto Orsini inizia allora, come un albero, a spogliarsi: il suo raccontare e’ come un lasciar che si stacchino foglie di ricordi, che registicamente Popolizio rende attraverso lo sfoglio delle pagine del libro appena ricevuto. Ricordi, legati agli incontri più importanti della vita percorsa da Orsini fino ad ora. 

Perché sono certi incontri particolarmente significativi a far sì che la nostra vita assuma una forma, continuamente modellata dal susseguirsi di altri incontri speciali.

Il biglietto anonimo che accompagna il libro dice: “Per Umberto, il ragazzo che non si ferma mai” ed il libro è proprio il “suo” libro: quello tanto amato da ragazzo. Letto e riletto varie volte. Proprio perché, ieri come ora, da questo libro Orsini “è letto nel profondo”.

(ph. Claudia Pajewski)


E’ grazie al nuovo incontro con questo libro, e alle emozioni tempestose che ne conseguono, che può scatenarsi uno scroscio di ricordi che la regia di Popolizio ci permette di “vedere con i suoi occhi”: quelli di Orsini (la cura dei video è di Lorenzo Letizia).

Il libro è “Dove corri Sammy” di Budd Schulberg: un piccolo romanzo che esplora l’ambiente competitivo e spesso privo di etica di Hollywood, durante la sua epoca d’oro. Per il giovane Orsini – che lo ricevette in dono da Romolo Valli, che aveva notato il suo forte desiderio di arrivare e glielo aveva consegnato con affetto e con ironia – è una sorta di romanzo di formazione sulle conseguenze di un’ambizione sfrenata, e più in generale sul costo del successo.  Un libro che rimase fra loro come “un codice segreto”. 

Il giovane Orsini, infatti, era scappato dalla provincia per approdare nella città che per lui rappresentava l’America: Roma. Letto nella sua autentica vocazione d’attore dalle ragazze dello studio dove stava crescendo come avvocato, si presenta all’esame d’ammissione dell’Accademia d’Arte Drammatica Silvio D’Amico e viene preso, portando “L’uomo dal fiore in bocca” di Pirandello. Complice del successo, forse, anche un altro incontro di buon auspicio: quello in treno, durante il viaggio da Milano a Roma, con Orson Welles. 

All’eredità contenuta nel testo galeotto di Pirandello – la disperata ricerca del valore della vita attraverso la consapevolezza della morte imminente – inizia ad associarsi il contributo onirico di sogni dove, ad esempio, una vibrante Virna Lisi lo invita a seguirla, sebbene lui sia avanti con gli anni e lei giovanissima. Si innamorerà perdutamente, Orsini, di attrici bellissime: saranno esperienze indimenticabili. 

E poi ritorna l’emozione per il primo copione, le esperienze fortunatissime con il cinema, l’importanza dei fotoromanzi: tante emozioni dolci, eccitanti, tristi, malinconiche, traumatiche. Un caos emotivo in cui è sostenuto dal conforto del rito della sigaretta: interrotto, ogni volta, dal pronto intervento in camerino di un giovane vigile del fuoco: un efficacissimo Flavio Francucci, inizialmente glaciale nel suo rigore, ma poi intercettato emotivamente da Orsini nella sua calda e fragile umanità. 

E in lui Orsini individua la persona giusta per una sostituzione dell’ultimo minuto: quella per il ruolo dell’ “uomo che porta il ghiaccio”. Personaggio de “Il Temporale” di Strindberg, che qui si allontana dalla sua natura fantasmatica per parlare concretamente, invece, di come ci possa essere una solida complicità tra le varie età della vita. Ne è prova anche l’altra giovanissima attrice in scena: l’incisiva sarta Diamara Ferrero. Sebbene anch’essa con una funzione “da grillo parlante”, in realtà si rivela amorevolissima con l’Orsini attore, al quale dichiara fin dall’inizio: “a me piace stare qui, con lei”.

E non a caso lo spettacolo “si chiude” con la complice circolarità di “un nuovo inizio”: l’alzarsi del sipario su “Il Temporale ” di Strindberg. 

Perché così è la Vita, e così è il Teatro: un continuo finire per continuamente incominciare. 

Ora – attraversato “il suo” inverno introspettivo – l’attore Orsini torna a sentire il gusto eccitante di quella nuova primavera che lo spinge a nascere alla sua ultima replica de “Il Temporale” di Strindberg. Perchè lui è “Umberto, il ragazzo che non si ferma mai”.

A dire il vero, forse, il vero temporale è quello che si è scatenato al termine dello spettacolo: dalla platea gremita e da tutti i palchetti, prorompenti applausi hanno continuamente richiamato sul palco un attore, che il pubblico non riusciva a smettere di acclamare con entusiastica esultanza.

Lo spettacolo, che nasce da un’idea di Umberto Orsini e Massimo Popolizio, è prodotto dalla Compagnia Umberto Orsini.



Recensione di Sonia Remoli

– LE BACCANTI dei Marcido – riscrittura e regia Marco Isidori

– scene e costumi Daniela Dal Cin –

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TEATRO VASCELLO

dal 5 al 10 Maggio 2026


“ Ma soprattutto, buio! “

E’ al buio – ponte tra il visibile e l’invisibile, capace di trasformare lo spettatore da semplice osservatore a partecipante emotivo – che Marco Isidori affida l’apertura e la chiusura della messa in scena della sua riscrittura del testo euripideo: una pungente e poetica drammaturgia immersa in una fragorosa regia.

Avvolgendo e nascondendo, il buio crea una sospensione dalla normalità del quotidiano che getta lo spettatore in un ascolto introspettivo che lo porta a immaginare, a perdersi. E a ritrovarsi “diverso”. Un ascolto introspettivo simile alla suspense inquietantemente vitale del venire alla luce dell’attore quando, ogni volta, si trova a nascere alla scena. 

Qui, è dal buio che si libera la prima dimensione allucinatoria messaggera di un mondo interiore, altrimenti inaccessibile alla mente: quello che ci ricorda come il nostro essere umani si dia anche attraverso eruzioni di liquor divinamente dionisiaco. Pericolosissime, se trattenute da rigide presunzioni logiche. L’estrosa cura dell’agire scenografico prende vita, come sempre, dall’intensa ricerca spaziale e dalla visionaria creatività di Daniela Dal Cin

Precipitato e immerso in questa stupefacente dimensione interiore, prodotta dal contatto con il reagente artistico proprio dei Marcido, a qualche livello vengono somministrate allo spettatore “istruzioni per l’uso del divino amore”: di una razionalità enigmatica cioè molto più potente del pensiero logico. Perché di origine divina, come ricordava Platone nel “Fedro”.  Un “mana enigmistico” che più che incaponirsi a risolvere, i Marcido invitano ad esplorare: entrando a capofitto nel loro magma dionisiaco.

Perché il mana – termine diffuso in molte lingue austronesiane e che significa “forza sovrannaturale” – rappresenta una energia che impregna ogni aspetto della realtà, essendo insita nell’atto rituale, nel soggetto che lo compie e nel contesto di quanti vi assistono. 

E’, il mana, la rete energetica che connette l’individuo con il divino e con la natura: proprio come fa Dioniso. Originariamente dio arcaico della vegetazione legato alla linfa vitale che scorre nelle piante, diviene in seguito l’essenza del creato nel suo perenne e selvaggio fluire.

Essenza che permane anche nell’uomo civilizzato come sua parte originaria e insopprimibile, e che può riemergere ed esplodere in maniera violenta se repressa ostinatamente e non elaborata correttamente. Uno degli epiteti con cui è definito Dioniso è infatti “colui che scioglie”, ovvero colui che scioglie l’uomo dai vincoli di una rigida identità personale, per ricongiungerlo all’originarietà universale della natura.

E’ con la lente del grottesco che i Marcido scelgono di rileggere la vicenda del testo euripideo: una lente capace di rendere sopportabile l’esplorazione delle contraddizioni umane, trasformando la paura per il sacro in qualcosa di umanamente accettabile. Lo stesso apparato scenico della Dal Cin parla di questa ricerca a tirar fuori e a far scorrere, libera dalle barriere univoche del pregiudizio, una dimensionalità altra, diversa, che sa spogliarsi di rigidi modi di pensare e di agire sovrastrutturali. 

Non a caso i costumi dei personaggi sono acutamente resi da una tuta di bianco indifferenziato – cromaticità inquietantemente divina – sulla quale troneggia un’enorme bocca con “lingua in erezione” irriverentemente affamata. Argutamente posizionata sugli occhi. Ed è di sagace poesia per lo spettatore, inebriarsi dell’effetto di questo uso sinestetico degli occhi dei personaggi, che qui vedono con la bocca. Laddove una nuova capacità visiva fa spalancare la bocca, bramosa di esplorare la singolare luminosità del buio, parte divina della nostra umanità.

Lo stesso Palazzo di Tebe – così come immaginato dalla Dal Cin quale luogo della psiche, oltre che scenico – viene spogliato della sua maschera egoica, rivelando, simbolicamente, un sottosuolo psichico molteplice. 

“Quando il Palazzo di quel Re/dopo/si frantuma

Anche la testa di quel Re/un poco/si frantuma:

Balza di qua e di là/dà un ordine/contraddice l’ordine/si svia”

Un sottosuolo psichico non solo molteplice ma ricco di quel “diverso”, di quel sentirsi stranieri a se stessi”, a cui dare accoglienza per non incorrere in pericolose derive.

immagine tratta dal Catalogo”Marcido 2007-2025″ – Introduzione Oliviero Ponte di Pino –


Quel “diverso” che caratterizza così specificatamente Dioniso – “Dio di tutto il teatro possibile all’uomo” – e che nella iniziale visione allucinatoria del prologo assume le sembianze di ciò che può definirsi una declinazione dell’archetipo dell’emarginato. Ricorda infatti una variazione dello Charlot chapliniano l’irresistibile personaggio di Maria Luisa Abate, simbolo della libertà di pensiero e dell’insubordinazione di fronte alle convenzioni sociali.  

Una declinazione, questa della riscrittura di Marco Isidori, che sceglie di rinunciare alle barriere linguistiche della parola per abbracciare il linguaggio universale del muto, dove la visione allucinatoria è affidata alla seducente espressività dello sguardo e a gesti enfatizzati. Che sanno parlare di come l’uomo, schiacciato dalla logica consumistica e dalla meccanizzazione, sia spinto a ritrovare un contatto originario con il ritmo dei cicli della natura. 

Un richiamo verso un fluire libero, selvaggio, che anche il Teatro – così originariamente legato al culto di Dioniso – ha bisogno di recuperare, come proclamato nella “Canzone per Dioniso” che apre la riscrittura di Marco Isidori:

“ ‘O Tiatro è decaduto

non lo si può negar!

Narratori e proiettori

se lo stanno a disossar!

Tutto è sciapo e risaputo

manca la novità

ma qua forse tra un minuto

jamm a falla debuttà!”

La promessa di novità è quella di far “ritrovare” ad ognuno “il bellissimo Dioniso, re del tirabuscion”. Come? Riconducendoci ad attraversare l’accoglienza dell’originaria luminosità del buio :

“Questi tempi sono spenti

Chi li riaccende più

se per fare la recita ci vogliono i TV.

Proposta modestissima

io ve la butto là

salvamolo ‘o Tiatro

via l’elettricità”

Laddove infatti la cultura greca arcaica riconosceva al Teatro la capacità di accogliere sia l’impulso apollineo che quello dionisiaco; la civiltà moderna ha iniziato a soffocare lo spirito dionisiaco, in favore di un razionalismo apollineo, pericolosamente sterile e illusorio.

Perché Dioniso si presenta come un dio anomalo, “diverso”, e in quanto tale da emarginare.

Perché la sua è una natura indifferenziata: maschile e femminile. La gestazione della sua nascita avviene fino al sesto mese nel ventre materno e poi, per gli ultimi tre mesi, nella coscia di suo padre Zeus.

Perché Dioniso nasce da una madre mortale e da un padre divino (Zeus) che non si può manifestare in tutta la potenza di un dio al cospetto dei mortali. Quando viene costretto a farlo – su preghiera di Semele, sua amante e madre di Dioniso – la donna ne resta incenerita. 

Questo “divino darsi sotterraneo” di Dioniso, fu concausa del suo mancato riconoscimento sociale come personalità “dal manifesto” carattere divino. E tutte le tremende sventure che accadono all’interno di questa tragedia euripidea sono la conseguenza del non aver saputo riconoscere il dovuto onore alla potenza di Dioniso in quanto “diverso”, in quanto divino. In quanto energia divinamente inconscia. 

Perspicacemente la riscrittura di Marco Isidori sceglie che Dioniso si presenti attraverso una sorta di cogito – “Io Sono/ e sono Dio” – “spacciato” come il “mistero più grande” in una città e in una comunità familiare chiusa dentro i confini univoci dei principi della logica: identità-non contraddizione e causa-effetto.

Allora, proprio come accadde a suo padre Zeus nei confronti di sua madre Semele, Dioniso si sente costretto a manifestarsi e a fluire in tutta la sua essenza follemente divina. Una dimensione troppo potente per essere sopportata dalla natura umana quando non riconosce accoglienza a questa “razionalità diversa”.  E così colui che “non viene visto” (ovvero riconosciuto nel suo diverso potere divino) finisce per manifestarsi in tutta la sua “accecante” multiformità indifferenziata.

Ulteriore rappresentanza dello stare al mondo da “emarginati”, è il Coro: che qui in Euripide perde il ruolo di portavoce della polis, a favore di un ruolo da commentatore emotivo. Contrariamente al coro maschile e cittadino di Eschilo ad esempio, Euripide utilizza spesso cori composti da donne, da stranieri, da prigionieri: rappresentanti della categoria dei “diversi”.

E’ un Coro che non agisce ma partecipa, entrando in relazione con il dramma interiorizzato dei protagonisti. E rappresenta quella soggettività emotiva della comunità, che si tende in alcuni particolari frangenti storici –  ieri come oggi – a sottovalutare. 

Ieratico ed erotico, “con le grazie di Afrodite negli occhi” – il Dioniso di Paolo Oricco trova nel Penteo di Ottavia Della Porta un’impenetrabilità nevrotica.  Penteo teme (e desidera segretamente) i riti dionisiaci, in quanto ritiene corrompano l’onestà delle donne ma soprattutto perché sente come coinvolgano indistintamente tutti: tutte le classi, tutte le età.  Se stesso incluso. E sarà così che Penteo, ostinandosi a lasciarsi guidare dalla sua prepotente logica egoica, cadrà preda di quell’inquietante “straniero”, sempre capace a svincolarsi. Proprio come il nostro inconscio.

foto tratta dal volume “I teatri della Marcido Marcidorjs e Famosa Mimosa” (volume secondo) – prefazione di Raimondo Guarino – collana Spaesamenti – Editoria &Spettacolo


Penteo finirà smembrato: metaforicamente frantumato nella presunzione che il proprio “io, possa essere padrone in casa propria”. Pur essendo, in verità, molto meno potente dell’enigmatico mana dionisiaco. 

Sparagmòs, opera di Daniela Dal Cin


Ed è lo sparagmòs (lo squartamento del corpo) a simboleggiare la completa distruzione e frammentazione dell’Io di Penteo che, non riuscendo ad integrare l’irrazionale al razionale, il dionisiaco all’apollineo, ne viene annientato.

“Uomo che disprezzi il divino, rammenta la vicenda, considera l’epilogo, poi

fatti bene i conti uomo…e ascolta me che ti sussurro…credi!”

Un po’ come Mangiafuoco suggerisce a Pinocchio – personaggio che l’estro di  Daniela Dal Cin riprende e rivisita evidenziandone l’autentica capacità di partecipazione commossa: «E bada, Pinocchio, non fidarti mai troppo di chi ti sembra buono… e ricordati che c’è sempre qualcosa di buono in chi ti sembra cattivo!» (da “Le avventure di Pinocchio” di Carlo Collodi).

Il Teatro dei Marcido ludicamente provoca, misura, altera, innesca, trasformazioni nello spettatore.  

La poetica rigorosamente surreale della Compagnia Marcido Marcidorjs e Famosa Mimosa è già tutta nell’insieme delle coppie di binomi con le quali ha scelto di evocare esotiche definizioni di sè, che tutte la rappresentano. Uno stare al mondo, il loro, che accoglie poeticamente l’humus rilasciato da decadenti declinazioni di putrescenza attiva, unite a soavi fragranze di pionieristica creatività. Declinazioni che parlano di una capacità creativa linguistica e spaziale incline ad esprimere le sfumature complesse in cui si dà il nostro essere umani. 

E così, in una “fertile confusione” tra razionale e irrazionale; tra ossequio alla tradizione teatrale e apertura ad un esuberante “surplus energetico/performantivo” – i Marcido Marcidorjs e Famosa Mimosa hanno dato espressione, in questi primi 40 anni di attività, ad una tradizione teatrale reinterpretata artisticamente attraverso una vitalissima energia “sporca”. E quindi pioniera: capace di fiorire anche in condizioni avverse e in terreni difficili, lontani dalla “normale stabilità teatrale”.

Marcido Marcidorjs e Famosa Mimosa è una storica e innovativa compagnia di teatro di ricerca, fondata a Torino nel 1985 da Marco Isidori (regista), Daniela Dal Cin (scenografa) e Maria Luisa Abate (attrice). La compagnia ha festeggiato lo scorso anno i suoi primi 40 anni di attività, confermandosi come una delle realtà più coerenti e longeve del teatro sperimentale in Italia.

Sua è un’irrefrenabile vocazione verso una modalità di fare vita e teatro che “ha accompagnato con un instancabile lavoro, condotto con singolare vigore, la trasformazione della Città”- ha dichiarato l’Assessora alla Cultura della Città di Torino Rosanna Purchia, in occasione dei festeggiamenti del quarantennale della fondazione della Compagnia. Una vocazione la cui eredità artistica – continua l’Assessora alla Cultura – si proietta verso il futuro grazie al darsi della Compagnia come fertile testimonianza “di trasmissione di sapere e di saper fare, verso generazioni di giovani, pieni di passione per il teatro”.

Un teatro, quello dei Marcido Marcidorjs e Famosa Mimosa, che esplode nella fisicità di attori, commossi dall’ “enigma che serpeggia nel centro del teatro, dalla sua presenza dolorosa e zeppa di sconcerto”.

Qui in scena, sono: Paolo Oricco (Dioniso), Maria Luisa Abate (Tiresia, pianista), Marco Isidori (Cadmo), Ottavia Della Porta (Penteo), Alessio Arbustini ( Messaggero/Pastore/portatore del pianoforte), Valentina Battistone (Agave), Alessandro Bosticco (Servo di scena/portatore di pianoforte).

Affidandosi esclusivamente alle potenzialità del suono e della densità naturale della voce, portata verso un surrealismo epico, i Marcido non fanno ricorso all’amplificazione. Così come si tengono lontani dal “balordo disio di raccontare e poi raccontar” e soprattutto dal “terrore attoriale di darsi troppo… di esporsi di più”.

Un teatro, il loro, che è un autentico stare al mondo. Iconico.

Daniela Dal Cin – Marco Isisdori


“… si è poeti, attori anche, pittori senza dubbio,

danziamo, innanzitutto melodie, ma il nostro carattere principe

è quello che ci concede di plasmare un’energia quasi a-nonima,

dispensandola con l’aiuto del dio Dioniso,

la cui epifania sul palco

è quanto poi davvero ci interessa provocare”

(Marco Isidori)


Lo spettacolo “Le Baccanti” dei Marcido Marcidorjs e Famosa Mimosa è una coproduzione con Fondazione Teatro Stabile di Torino – Teatro Nazionale


Recensione di Sonia Remoli

– LE FALSE CONFIDENZE – regia Arturo Cirillo

– di Pierre de Marivaux –

traduzione Arturo Cirillo

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TEATRO ARGENTINA

dal 14 Aprile al 3 Maggio 2026


Al momento di prendere posto in sala, la regia di Arturo Cirillo sceglie di riempirci gli occhi con un’autorevole superficie solida, frontale, ben definita. Adagiata su basi d’insostenibile leggerezza  (la cura delle scene è di Dario Gessati). Suggestiva allusione freudiana a quell’ “io, che non è padrone in casa propria”, concetto a qualche livello già inscritto all’interno del testo del 1737 di Pierre de Marivaux, acutissimo osservatore dell’animo umano.

Nel testo, infatti, si congegna un rapporto servo-padrone che va al di là di una prima lettura: qui infatti sono proprio coloro che dovrebbero (solo) servire, a indirizzare in maniera sotterranea e complice il desiderare dei padroni. E non solo. Tutti si somigliano: tutti sono un po’ servi e un po’ padroni. L’onesta Araminte, ad esempio, scoprirà ad un certo punto di non essere poi così lontana dall’intrigare proprio dei suoi servi; così come i servi, nell’orchestrare più o meno consapevolmente l’unione tra Araminte e Durante, metteranno in gioco dinamiche da padroni. Una dialettica quella servo-padrone che sarà presa in esame nella “Fenomenologia dello spirito” di Hegel (1807) e successivamente riletta da Jacques Lacan, negli scritti dell’immediato dopoguerra, come lotta per il riconoscimento del proprio desiderio da parte del desiderio dell’altro. Dialettica qui in scena ben evidenziata in ogni aspetto della regia e sottolineata con particolare efficacia – inquietantemente erotica – dalla drammaturgia musicale (la cura del suono è di Federico Mezzana).

Di questo ci parla, infatti, fin dall’inizio la scena: di come dietro a costruite solide apparenze sociali si celi in realtà qualcosa di più raffinatamente irrazionale, capace di sconvolgere ciò che poi così solido si dimostra non essere. Perché il motore delle azioni umane più autentiche si dà in ciò che sta dietro la facciata – come suggestivamente visualizzato dal meccanismo scenico – e che può essere tirato avanti.

Ad esempio attraverso un ritratto. 

Perché il ritratto è il risultato dello sguardo di qualcun altro su di noi, che promuove una più profonda conoscenza di noi stessi. Un ritratto che qui in scena scopriamo visualizzarsi sul retro di quella facciata così apparentemente solida e ben definita – ma che a ben guardare si componeva di vari tasselli – che ci accoglieva al momento di prendere posto in sala. Un ritratto che, inoltre, si dà attraverso una moltitudine di ritratti, in quanto le varie anime di un soggetto possono essere scomposte da quell’apparente unicum che è dato dalla facciata: maschera tra le tante, che scegliamo di indossare.

La lettura registica e la traduzione del testo originale di Marivaux da parte di Arturo Cirillo riflettono un paesaggio interiore che invita lo spettatore a interrogarsi: dove la risata viene declinata in una torsione d’autenticità; dove una determinata postura e una certa prossemica in secondo piano divengono narrazione. Una narrazione che ci parla dei vari modi di essere umani, attraverso segreti sedimentati in gesti, in silenzi. 

E allora ci si chiede: che cosa anche noi riusciamo davvero a vedere, e cosa invece ci sfugge?  Proprio come si chiede Araminte: “Che cosa c’è dunque che voi riuscite a vedere e io no? Non so penetrare in queste cose; confesso che mi ci perdo”. Eloquentemente intrigante si rivela qui la drammaturgia del disegno luci – curata da Pasquale Mari – sapientemente scritta giocando sugli effetti del controluce. 

Così come molto ben restituita dagli interpreti è l’energia sotterranea di ciascun personaggio. Ad iniziare dall’Arlecchino di Francesco Petruzzelli: incarnazione di quella vitalità e di quello scapestrarsi giocoso, che richiedono oltre che doti acrobatiche anche sensibilità dalle sfumature demoniache, di cui Petruzzelli offre una restituzione davvero accattivante. Interessante anche la rivisitazione del suo abito – la cura dei costumi è di Gianluca Falaschi – che sottende ad una natura più contemporanea di scugnizzo glamour.

Dubois, artefice e regista di tutta la macchinazione narrativa – metafora del lavoro psichico di complice conflittualità delle aree sotterranee del nostro inconscio – desidera ambiguamente condurre Dorante nelle braccia di Araminte. Un servitore, Dubois, che si attiva anche in risposta all’inattività creativa del suo Dorante che, caduto in disgrazia, dismette il ruolo dialettico di padrone. Dorante infatti, avendo perso le sue ricchezze materiali, crede di aver perso anche tutte le possibilità per esprimere la propria indipendenza. 

Sarà allora il servitore Dubois che con il suo sotterraneo lavoro creativo servirà il suo padrone facendone velatamente le veci. Dorante in fondo gli lascia carta bianca.

E Arturo Cirillo è maledettamente efficace nel vestire i panni lusinghevolmente serpeggianti di colui che inganna attivando una tensione tale, da risvegliare le parti più nascostamente creative di ognuno dei personaggi.  Sagacemente Gianluca Falaschi lo veste con un completo di lino: un tessuto naturale, fluidamente osmotico, come la sua natura. Accessoriandolo con uno scettro: un elegante piumino scaccia-polvere. E con un elegante fazzoletto: straccio anti-traccia complice del suo continuo spiare, per verificare l’andamento delle sue “creazioni”. 

Un servitore, il Dubois di Cirillo, che per il suo caos liberatorio ricorda la Maschera di Pulcinella: simbolo poliedrico dell’uomo comune capace di incarnare resilienza, astuzia, ironia e ribellione.

(ph. Manuela Giusto)


Così come la musicale Marton di Giulia Trippetta ricorda la Colombina della Commedia dell’Arte per astuzia femminile, intelligenza pratica, vivacità sbarazzina, malizia garbata e capacità nel gestire intrighi amorosi. Qui Falaschi la veste in nero come ad evidenziare la sua capacità a muoversi nell’ombra, soprattutto quando scopre di avere rivali in amore. 

L’oggetto del contendere è Dorante, un giovane uomo in piena crisi esistenziale. Falaschi lo veste con tutti i toni del nero per evidenziare questa sua assenza di luce. Ma come nessun nero riesce a schermare totalmente la luce, così la psiche di Dorante ne lascia passare spiragli che – captati e sapientemente indirizzati dal suo servitore Dubois – porteranno a un nuovo inizio vitale per Dorante. Giacomo Vigentini sa restituire tutta la freschezza che fa capolino in ogni frase piena di sconforto. E’ una qualità del respiro, la sua, che parla di una lotta continua tra la tentazione a deprimersi e una prepotente spinta vitale “a provarle tutte”.

Si sintonizza perfettamente a questa qualità del respiro, l’Araminte di Elena Sofia Ricci. Entrambi brillano di questa continua concitazione interiore che li tormenta di timori e di dubbi. Finche non vivranno un’evoluzione che porterà entrambi a conoscere meglio se stessi, proprio grazie allo sguardo dell’altro. Magnifica la trasformazione dell’Araminte di Elena Sofia Ricci, accompagnata dagli abiti di Gianluca Falaschi: una donna che riscopre tutto il fermento creativo della sua femminilità. 

Fermento che eredita da sua madre: l’irresistibilmente tagliente Signora Argante di Orietta Notari. Che – seppur incasellata nei pregiudizi di cliché sociali – è abitata da una turbolenza interiore che fatica a contenere. Non a caso l’estro di Falaschi la immagina in uno scintillante tailleur nero, coronato da un’acconciatura dai capelli di un grigio-turchino. Cromatismo che parla di una natura materna paradossalmente salvifica, esemplificata nell’affermazione: “Questa è mia figlia: ingannatela, se volete farle del bene”. 

Di bellezza travolgente i suoi contrasti con lo zio di Durante, il Signor Remy – suo rivale in qualità di procacciatore d’affari – interpretato da un seducentemente irrefrenabile Rosario Giglio. Mentre infatti la Signora Argante, ambisce per sua figlia a un matrimonio di prestigio, che la innalzi socialmente, spingendola a sposare il Conte Dorimont – l’elegantemente misterioso Giacinto Palmarini – al contrario il Signor Remy, avvocato concreto, mira a un matrimonio per suo nipote Dorante che garantisca sicurezza economica, proponendogli (inizialmente) di sposare Marton.

Uno splendido spettacolo, questo di Arturo Cirillo, dal carattere decisamente adrenalinico nell’indagare profondità nascoste e interrogativi spesso enigmatici. E che proprio per questo suo carattere riesce ad attraversare traversalmente il pubblico, contagiandolo di una creativa tensione energizzante.

La produzione è firmata da Teatro di Roma – Teatro Nazionale, in collaborazione con Marche Teatro e Teatro Stabile di Catania

Arturo Cirillo, Francesco Petruzzelli, Giacomo Vigentini, Orietta Notari, Elena Sofia Ricci, Giulia Trippetta, Rosario Giglio, Giacinto Palmarini



Recensione di Sonia Remoli

Il Teatro di Roma inaugura la Seconda edizione del TEATRO OSTIA ANTICA FESTIVAL. IL SENSO DEL PASSATO 2026: una rilettura del mito tra istanze di pace e nuove forme di partecipazione collettiva


Quattro grandi spettacoli

che rileggono il mito attraverso le urgenze della contemporaneità,

tra istanze di pace e nuove forme di partecipazione collettiva.

Dando vita ad una geografia creativa che ridefinisce il Teatro Romano di Ostia

come un palcoscenico globale e un’agorà comune,

dove l’identità storica millenaria incontra la visione artistica più avanzata del nostro tempo


Il Teatro di Roma

forte dello straordinario riscontro di pubblico

della Prima edizione del Teatro Ostia Antica Festival. Il senso del Passato,

inaugura la Seconda edizione

che dal 25 Giugno al 18 Luglio 2026

torna ad animare il palcoscenico Millenario del Teatro Romano di Ostia.


Alessandro D’Alessio, Francesco Rocca, Francesco Siciliano, Alessandro Onorato, Luca De Fusco


Alla Conferenza Stampa del 20 Aprile u.s per la Presentazione del Programma della Seconda edizione del Teatro Ostia Antica Festival. Il senso del Passato sono intervenuti:

il Presidente della Fondazione Teatro di Roma Francesco Siciliano,

il Presidente della Regione Lazio Francesco Rocca,

l’Assessore ai Grandi Eventi, Sport, Turismo e Moda di Roma Capitale Alessandro Onorato

il Direttore del Parco archeologico di Ostia antica Alessandro D’Alessio

il programma è stato illustrato dal Direttore artistico Luca De Fusco


Il Presidente della Fondazione Teatro di Roma Francesco Siciliano apre i lavori con i saluti istituzionali sottolineando quanto la recente estensione del Teatro di Roma – rappresentata dalla creazione del Teatro Ostia Antica Festival. Il Senso del Passato – sia stata sin dall’inizio fortemente desiderata dal Direttore Artistico Luca De Fusco. E si è molto investito sulla realizzazione di questo sogno, dove preziosa si è rivelata anche la disponibilità entusiastica con la quale tutto il personale del Teatro di Roma ha risposto nel collaborare in un’attività continuativa, che impegna il Teatro di Roma 12 mesi l’anno. I risultati sono arrivati, e ancora più luminosi di quanto si era immaginato: il Festival ha realizzato solo sold-out in tutte le repliche.  Meravigliosamente sorprendente è stata anche – continua il Presidente Siciliano – l’immediata disponibilità della comunità romana a spostarsi sul Litorale, per godere della speciale bellezza degli spettacoli presentati al Teatro di Ostia Antica. 

E’ seguito l’intervento del Presidente della Regione Lazio Francesco Rocca che ha manifestato grande orgoglio per la riapertura – dopo 25 anni di inattività – del Teatro di Ostia antica e per il successo del Festival, che ha superato tutte le scommesse iniziali. Un Festival che sicuramente ha lasciato il segno nella sua Prima edizione – e che è destinato a lasciarlo in futuro – di cui va sempre più sottolineata l’unicità. In un’ottica di valorizzazione ad ampio raggio, la Regione Lazio ha iniziato anche il recupero e la valorizzazione del Litorale di Ostia, con l’obiettivo di restituire la dovuta visibilità a questo splendido spazio turistico, allontanandolo sempre più dall’attenzione mediatica per i fatti di cronaca. Il Presidente Rocca ha tenuto a rimarcare, inoltre, come il suo impegno si avvalga della preziosa collaborazione del Sindaco di Roma Roberto Gualtieri, costantemente disponibile al dialogo.

La parola è passata al Direttore del Parco archeologico di Ostia antica Alessandro D’Alessio che ha sagomato l’attenzione sugli importanti lavori di recupero che anche recentemente sono stati ultimati per mantenere la superba bellezza del Teatro di Ostia Antica, proseguendo lungo il percorso segnato dalla grandiosa e appassionata impresa del primo direttore dei lavori di scavo Guido Calza. Inoltre – in un’ottica di valorizzazione sinergica tra Teatro e Rappresentazioni sceniche – D’Alessio ha annunciato che saranno disponibili visite guidate tematiche, che valorizzeranno il Teatro a seconda dello spettacolo che vi si svolgerà.

L’Assessore ai Grandi Eventi, Sport, Turismo e Moda di Roma Capitale Alessandro Onorato  inizia il suo intervento valorizzando il clima di collaborazione che ha riscontrato con tutti i partner della squadra di lavoro, nonostante i diversi colori politici a cui ciascuno appartiene. Sottolinea poi come è stata sua cura valorizzare la visibilità dell’area archeologica di Ostia, una delle più estese in Italia, attraverso iniziative riguardanti il mondo del cinema, della moda e dello sport. Ospitando, ad esempio, le finali dei Campionati Europei di Tiro con l’Arco Paralimpico e facendo tornare il Giro d’Italia a Roma e sul Litorale di Ostia.

Il Direttore Artistico Luca De Fuscoa testimonianza del suo grande trasporto per la riapertura del Teatro di Ostia Antica, ha ricordato come già ai tempi del suo primo incontro con il Presidente della Regione Lazio Francesco Rocca abbia cercato subito di proporre, trovando pronta accoglienza, di riaprire il Teatro Antico. Forte dell’esperienza di quando, in qualità di Direttore del Teatro di Napoli, De Fusco aveva promosso la riapertura del Teatro Grande di Pompei. Con l’obiettivo non solo di realizzare un progetto straordinario ma di mantenerne la stessa straordinarietà nella continuità, nel tempo. A questo proposito De Fusco ha tenuto a sottolineare il vivo impegno di tutti i Capi settore: da Sandro Pasquini responsabile del Settore Tecnico e Allestimenti a Carolina Pisegna responsabile del Settore Produzione e Programmazione; da Paola Folchitto Responsabile Comunicazione, Promozione e Marketing a Silvia Cabasino Responsabile delle Attività culturali e Internazionali. De Fusco ha espresso inoltre piena soddisfazione per il Programma di questa Seconda edizione del Festival, che aprirà con uno spettacolo – Le Baccanti – del più grande regista greco vivente: Theodoros Terzopoulus. Seguirà la Lysistrata di Asterios Peltekis, direttore artistico del Teatro nazionale di Salonicco. Quella di Ostia sarà la prima italiana e poi lo spettacolo passerà a Epidauro: il teatro greco più famoso per le sue dimensioni, per la la sua perfezione acustica e per la capacità di circa 14.000 spettatori. Il Festival proseguirà con il Requiem(s) di Angelin Preljocaj: uno spettacolo di danza di altissimo livello, presenza fortemente voluta dalla nuova direttrice artistica Under 35 Lea Giammattei. Conclude e suggella la programmazione di questa Seconda stagione l’Alcesti di Euripide secondo Filippo Dini. Uno spettacolo che debutterà l’8 Maggio al Teatro Greco di Siracusa. Quella di portare ogni anno al Teatro Ostia antica Festival. Il Senso del passato un titolo del Teatro Greco di Siracusa,  diverrà una costante di questo Festival – conclude il Direttore artistico De Fusco.

Il Direttore artistico Luca De Fusco


Il Festival

si conferma un appuntamento internazionale di eccellenza

capace di far dialogare la potenza del mito classico con i linguaggi più innovativi della scena contemporanea

attraverso le firme di grandi maestri come 

Theodoros Terzopoulos, Asterios Peltekis, Angelin Preljocaj, Filippo Dini.



                                                                                                                                                                                             

25 giugno – 18 luglio 2026          

IL TEATRO DI ROMA TORNA IN SCENA A OSTIA ANTICA: 

AL VIA LA SECONDA EDIZIONE DEL FESTIVAL

TRA MITO, ARCHETIPO E CONTEMPORANEITÀ

NEL SEGNO DELLE CREAZIONI DI QUATTRO GRANDI MAESTRI DEL PALCOSCENICO:

THEODOROS TERZOPOULOS

dirige Le Baccanti di Euripide, un rito metafisico sull’archetipo dello straniero

 25 I 26 giugno

ASTERIOS PELTEKIS

in prima nazionale con Lysistrata di Aristofane, una commedia politica sulla disobbedienza civile –

4 I 5 luglio

ANGELIN PRELJOCAJ

presenta Requiem(s), una danza di corpi tra finitudine ed eternità

 10 I 11 luglio

FILIPPO DINI

con Alcesti di Euripide, un affondo sul sacrificio e il ritorno

 17 l 18 luglio

Il viaggio artistico del Festival si inaugura celebrando la radice dionisiaca e rituale del teatro con Le Baccanti di Theodoros Terzopoulos (25 e 26 giugno), una messa in scena monumentale che spoglia il tragico euripideo di ogni storicismo per trasformarlo in un’esperienza metafisica e in un’urgente riflessione sull’archetipo dello “straniero”.

Theodoros Terzopoulos – (ph. Johanna Weber)


Da questo rigore arcaico si approda alla forza civile e dirompente della Lysistrata di Asterios Peltekis (4 e 5 luglio), in prima nazionale, dove la commedia aristofanea si proietta nello specchio dei conflitti moderni, trasformando lo storico “sciopero del sesso” in un atto di disobbedienza politica contro l’entropia della guerra.

Asterios Peltekis


Il percorso si eleva poi verso le riflessioni spirituali e l’estetica potente di Angelin Preljocaj con Requiem(s) (1011 luglio), un’architettura di corpi e bellezza che esplora il confine tra la finitudine umana e l’eternità dell’arte, tramutando la ferita del lutto in una celebrazione della vita.

Angelin Preljocaj


Il Festival giunge infine all’indagine psicologica sull’ambiguità dell’amore e del sacrificio nell’Alcesti di Filippo Dini (17 e 18 luglio), una rilettura visionaria che scava nelle zone d’ombra del mito per scandagliare le implicazioni umane più profonde e il mistero perturbante della soglia tra vita e morte.

Filippo Dini – (ph. F. Centaro)


Ne emerge una costellazione multidisciplinare composta da quattro tasselli che riconducono al mito universale riletto attraverso le urgenze della contemporaneità, tra istanze di pace e nuove forme di partecipazione collettiva. Non semplici frammenti, ma stazioni di un’unica geografia creativa che ridefinisce il Teatro Romano di Ostia come un palcoscenico globale e un’agorà comune, dove l’identità storica millenaria incontra la visione artistica più avanzata del nostro tempo.

Nel solco della dialettica istituzionale che anima la manifestazione, l’incontro tra il patrimonio archeologico e l’arte teatrale si realizza anche grazie alla collaborazione con il Ministero della Cultura – attraverso il Dipartimento per la Valorizzazione Culturale e la Direzione Generale Musei – e con il Parco archeologico di Ostia antica, quest’ultimo al servizio di un’esperienza rinnovata dei luoghi della cultura rendendoli accessibili e trasformandoli in un volano di crescita per tutto il territorio.


Recensione di Sonia Remoli

– BARRILETE COSMICO/ MARADONA PEDAGOGISTA – Christian Raimo

TEATRO BASILICA

5 Marzo – 20 Aprile – 29 Aprile 2026

Una nuova ritualità al Teatro Basilica: ad iniziare a tesserla, al momento di prendere posto in sala, è la chitarra di Amedeo Monda

Strumento dell’anima e simbolo di memoria, la chitarra di Monda intreccia con estro una melodicità che allude al paesaggio argentino, ma anche a quel fluttuante ritmo jazz del “Pancho” di Jack Trombey, storica sigla di un rito collettivo italiano come “90° minuto”. 

Amedeo Monda

Non esce da una quinta, né ci attende sul palco: lo scrittore, saggista e docente Christian Raimo è seduto tra noi in platea, e da qui raggiunge il palco. Un multiforme luogo di condivisione declinato in un bar, in un’aula e in un campo sportivo.

Raimo si presenta definendosi per sottrazione – “non sono un attore” – e così facendo sottolinea la propria ricerca: “sono un insegnante”.

Raimo sa come catturare l’attenzione e attivare una relazione con argomenti che attraversino trasversalmente la platea: ad esempio, stimolando il ricordo di certi eventi memorabili, frutto di un mix tra talento e mania creativa. 

Christian Raimo

Perché è questo il tema della serata: ricordare in quanti modi irripetibili ognuno di noi, con il proprio talento, può interpretare e interagire con la realtà. 

La mania creativa è il motore della tenacia necessaria per far fruttare il proprio talento: come nel caso di Diego Armando Maradona.

La mania creativa conduce infatti ad una dedizione tale, da permettere di superare particolari difficoltà perfezionando le proprie abilità. Ma non è un viaggio in solitaria: serve entrare in relazione con qualcun altro di cui si abbia fiducia, ma soprattutto che sappia sedurrre con i suoi commenti. Fascino che Raoul sa riportare sul fratello maggiore Diego che, a sua volta, sa aprirsi all’ascolto.  

Il fascino non è necessariamente qualcosa di immediato: spesso ha bisogno del suo tempo – un tempo mai prevedibile – per sedimentare e produrre frutto. Sul momento, infatti, il commento di Raoul su quel gol mancato nell’amichevole del 1979 contro l’Inghilterra – “Diego, c’era spazio e c’era tempo per scartare il portiere” – lascia interdetto il fratello, che poco prima gli aveva detto: “ho fatto tutto quello che potevo”. In realtà Raoul aveva visto giusto. Ma servono, in questo caso, sette anni affinché la sua osservazione produca in Diego quel frutto che poi prenderà forma nel “Gol del Secolo”, realizzato nella partita Argentina-Inghilterra del 1986. 

Un Gol memorabile quello del 1986, accompagnato da una telecronaca memorabile: che argutamente Raimo sceglie di inserire sul retro del “santino di Maradona”, che ci viene consegnato all’entrata: quasi come una preghiera laica che parla di devozione verso i poteri di una trascinante improvvisazione creativa, talentuosamente maniacale. Victor Hugo Morales non è infatti solo un cronista, è un “relator”: un uomo che sa lasciarsi trascinare dall’inventiva creativa di una manifestazione di talento. Il ritmo della sua voce – in un totale flusso di coscienza – si sintonizza infatti mirabilmente sul ritmo dell’azione creativa di Maradona. Non è un caso se gli arriva l’ispirazione di associare all’appellativo “barrilete” l’aggettivo “cosmico”. E di rafforzarlo con la domanda: “de qué planeta viniste?””.

Morales si è infatti lasciato completamente contagiare da quella mania di libertà creativa, che non si sa bene da quale pianeta venga: quel desiderio di elevarsi come in connessione tra terra e cielo, tra sogno e realtà. Una libertà legata al filo delle osservazioni ricevute dal fratello Raoul, sette anni prima: perché un aquilone vola non solo perché inebriato dal vento, ma anche grazie al filo a cui si relaziona: quel legame indispensabile tra il volo e la terra; tra la sfida alla gravità e la limitazione fisica.

Qualcosa che resta difficile da accettare per il suo precedente allenatore César Louis Menotti, che fu il primo a definirlo un “aquilone”, ma con intenzioni spregiative: legate alla sua volatilità emozionale. Un aquilone incontrollabile, che se ne va dove meno te lo aspetti, decisamente meno “affidabile” e meno “stabile” di altri giocatori: come “l’avvoltoio” Emilio Butragueño, ad esempio . 

Diego Armando Maradona

Era il 1976 quando Diego Armando Maradona entra nella Serie A argentina: aveva solo 15 anni e nessuno fino ad allora era riuscito ad entrarvi così giovane. Nello stesso anno Evita Perón viene svegliata dalla notizia che la democrazia argentina è stata soppiantata da una giunta militare. In una situazione di povertà generale, la dittatura riesce a fare breccia negli animi degli argentini proponendo come soluzione una politica neo-liberista, efficace per mantenere un’economia stabile, affidabile.

Ma anche qui, cosa significa “stabile”, “affidabile”? 

Politicamente ha significato sterminare e disperdere l’opposizione: il diverso.

Si moltiplicano le prigioni per accatastare i corpi morti di chi la pensa in maniera differente. Per poi liberarsene caricando quei corpi in voli speciali, finalizzati al loro sgancio nell’oceano.

Tra chi la pensa diversamente, ci sono molte donne incinte fatte partorire e poi uccise per realizzare con i loro figli dei futuri uomini obbedienti al regime: stabili, affidabili. 

Nel 1978 si svolge in Argentina quello che passò alla storia come “il mondiale della vergogna”: un atto di propaganda per recuperare il consenso del popolo. Il regime lo recuperò ma tornò a perderlo pochi anni dopo, per una nuova ondata di crisi economica. Per resistere allo scontento, il Generale Galtieri trova che spostare l’attenzione su una guerra di facile vittoria si sarebbe rivelato efficace. Individua l’obiettivo nelle isole Falkland. Ma le cose non vanno come sperato.

Intanto a Plaza de Majo madri sempre più numerose si incontrano, si confrontano e girano, dando vita a un movimento pacifico di resistenza contro la dittatura militare e la repressione: alla ricerca di verità sui propri figli e in cerca dei loro corpi da piangere.

Nel 1983 tornerà la democrazia ma alla vigilia della partita Argentina-Inghilterra del 22 giugno del 1986, per i quarti di finale della Coppa del Mondo, la sconfitta della Guerra delle Falkland/Malvinas brucia ancora. E la stampa internazionale fa di questa partita un’imperdibile occasione di riscatto.

Ma a dire il vero, Diego Armando Maradona – come ci mostra attraverso una testimonianza video Christian Raimo – dopo aver segnato il gol della sua vita, quel gol del tanto agognato riscatto nazionale, più che inebriarsi di divismo confessa che il primo pensiero in quell’attimo è per suo fratello e per il suo commento in occasione dell’amichevole con l’Inghilterra del 1979. A Maradona arriva ora consapevolmente, cioè, la sensazione di come dietro alla sua genialità creativa di “aquilone cosmico” ci sia il filo della relazione con suo fratello.

In questo loro legame, sottolinea Raimo, c’è l’essenza di un’autentica formazione al talento. Tra i due fratelli infatti c’è un rapporto tra pari che rende possibile – attraverso l’ascolto – lo scambio di punti di vista diversi, e il grato riconoscimento della fertilità di una valutazione critica diversa. Atteggiamento che permette il darsi di un folgorante risultato, in un tempo imprecisato, diacronico. Senza fretta. 

Uno spettacolo fresco, diverso, dissidente, dove Christian Raimo acutamente rintraccia e gentilmente invita a notare come nel trascinamento talentuoso del celeberrimo “aquilone cosmico” si celi un “Maradona pedagogista”: testimone di quanto possa rivelarsi prezioso lo scambio alla pari tra sguardi differenti. Dissidenti.  

Come appassionatamente sottolineato, in chiusura, dalla chitarra e dalla voce di Amedeo Monda, interprete di un poeticamente pungente brano di Luigi Tenco. 

Uno spettacolo prodotto dal Gruppo della Creta.

Amedeo Monda – Christian Raimo

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Recensione di Sonia Remoli

Al Teatro Vascello il secondo appuntamento del FESTIVAL del CO-HOUSING: ospiti Massimo Recalcati e Francesco Bruni

TEATRO VASCELLO

18 Aprile 2026

Con grande successo di pubblico Sabato 18 Aprile u.s. il Teatro Vascello ha ospitato il Festival del Co-Housing accogliendo coloro che hanno scelto di informarsi e di riflettere sull’opportunità del Co-Housing: l’abitare insieme per affrontare meglio la solitudine, la fragilità e la paura di invecchiare da soli. 

In risposta ad una domanda sociale crescente, il Marzo scorso Roma Capitale ha lanciato il Festival del Co-Housing, per informare ed orientare la comunità sulla risorsa dell’abitare condiviso. 

Il Sindaco Roberto Gualtieri

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Le nostre comunità invecchiano rapidamente e questo cambiamento ci obbliga a ripensare molte cose, a partire dal modo di abitare.

Portare questo tema al centro del dibattito pubblico significa iniziare a costruire una nuova cultura dell’abitare e dell’invecchiamento, più fondata sulle relazioni, sulla prossimità e sulla solidarietà.” 

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Dopo il Primo appuntamento del 30 Marzo u.s. presso l‘Auditorium Parco della Musica, dove il Sindaco Roberto Gualtieri ha aperto i lavori, il Festival Sabato 18 Aprile u.s. si è aperto al grande successo del Secondo appuntamento, attraverso i contributi presentati sul palco del Teatro Vascello di tre diversi sguardi sul tema dell’abitare e della convivenza nella terza età: lo sguardo del filosofo e psicoanalista Massimo Recalcati, quello dello sceneggiatore e regista Francesco Bruni e quello di chi, questa esperienza, l’ha già scelta da anni.

Guidati dalla brillante freschezza di tre presentatori, di cui un interprete LIS, l’incontro ha sagomato l’attenzione degli spettatori intorno ad una domanda: “come continuare a vivere in modo autonomo, dignitoso, e pieno di relazioni, quando l’età avanza?”.

Un’efficace risposta viene offerta dal Co-Housing.
Perché “ convivere, conviene “.
Perché “ quando ti accorgi che ciò che era semplice e ora non lo è più, quello che pesa si può dividere”.
Perché “la solitudine non è una scelta. Vivere insieme, sì”.


Con il Festival del Co-Housing, Roma Capitale vuole aprire uno spazio di conoscenza e confronto.

La sfida oggi è anche culturale: far capire che abitare insieme, mantenendo la propria autonomia, può essere una possibilità concreta


Invitata a salire sul palco, l’Assessora alle Politiche Sociali e alla Salute Barbara Funari ha sottolineato quanto sia prezioso – per costruire nuovi legami sociali – il dialogo tra la concretezza del lavoro ad ora fatto sul territorio e il supporto offerto dalla riflessione sul co-housing da parte di linguaggi diversi, quali quello del pensiero filosofico e quello del cinema.

A seguire, dal palco del Teatro Vascello è stato proiettato il cortometraggio dedicato al Co-Housing del regista e sceneggiatore Francesco Bruni, dal titolo “Quando torni?”. Prodotto da Doc Servizi, con le attrici Elena Cotta e Luisa De Santis.

Elena Cotta

Luisa De Santis


Una “ballata” sulla gentilezza dei gesti tra due donne che si incontrano per condividere del tempo insieme. Un’espressività, la loro, che parla del desiderio che rende viva l’attesa di un incontro. Un’attesa che, seppur velata da un pizzico di diffidenza e di timore, si scioglie subito attraverso il rito del pasto condiviso, che contribuisce a condire di gusto l’occasione dello stare insieme.

Occasione che, da lì a breve, si arricchisce dell’opportunità divertita del giocare insieme: coinvolgimento che apre alla confidenza della condivisione di ricordi personali. Fino a che, troppo presto, arriva il momento di salutarsi. “Quando torni?” – chiede l’una all’altra, esprimendo chiaramente il suo desiderio di stare insieme ancora, e presto. “Quando vuoi”- le risponde l’altra, sintonizzata sulla stessa frequenza empatica. 

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Un cortometraggio questo di Francesco Bruni che rappresenta l’elogio dell’eloquente bellezza dei momenti condivisi, ben raccontati da Bruni senza far ricorso a parole, se non nello scambio delle due battute finali. 

Francesco Bruni

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Alla fine della proiezione, sono stati chiamati sul palco il regista Bruni e le due attrici Elena Cotta e Luisa De Angelis le quali, con una contagiosa verve, hanno dichiarato di essersi “piaciute un sacco” sul set e quindi di essersi appassionate nel contribuire a realizzare questo cortometraggio. 

Dal Co-Housing come orizzonte di vitale bellezza, si è poi passati all’ascolto delle testimonianze di coloro che questa esperienza di co-housing la stanno già vivendo da anni. 

E ci hanno raccontato di come le loro giornate insieme siano organizzate in turni, che rendono efficace la preparazione dei cibi e la gestione della casa. Organizzazione che non esclude possibili flessibilità e occasioni di progressivo apprendimento da parte di chi, ai fornelli, non si era fino ad allora mai avvicinato. 

Tutti hanno sottolineato la bellezza, non sempre semplice ma molto restituiva, di aprirsi alla conoscenza di diversi caratteri e di diverse culture. C’è stato poi chi ha rivelato che stare insieme in questo periodo finale del percorso di vita è un’esigenza paragonabile alla voglia di stare insieme tipica dell’infanzia. 


E poi c’è la cura da parte delle operatrici che si prodigano nell’appassionarli all’intrattenimento più variegato: dalle feste, al teatro; dalla scrittura in rima, alle piccole escursioni. 

“Socializzare è la migliore medicina” – hanno dichiarato. 


Alle loro testimonianze si è aggiunta quella di Annamaria Coluzzi dell’Associazione “Viva gli Anziani” della Comunità di Sant’Egidio che ha parlato dell’importanza per gli anziani di ricevere visite. Ma anche di come lei in famiglia, alla morte di suo padre, abbia scelto, daccordo con sua madre e suo fratello, di ospitare in casa una famiglia di immigrati.

Ora però che gli anni sono trascorsi, è lei stessa a sentire l’esigenza di aver bisogno di aiuto e di attenzioni. Ma il suo sguardo si rifiuta di accontentarsi solo dei malinconici ricordi del passato: anche se in maniera diversa, lei desidera continuare ad immaginare un gradevole futuro.

“Perché – conclude – aprirsi ai cambiamenti si può, ancora”.


Alle ore 12:00 arriva l’atteso momento di riflessione con la lezione magistrale di Massimo Recalcati.

Il celebre filosofo e psicoanalista ha aperto il suo intervento proponendo un’alternativa alla definizione di “Terza età”: quella di “Grande età”. Associandola poi alla struggente e ricercata bellezza di un tramonto. Il pubblico in sala ha mostrato di apprezzare questa diversa modalità di indirizzare lo sguardo su un’importante stagione della vita, che tutti ci riguarda.

Nietzsche – continua Recalcati – riteneva che la più alta forma di saggezza umana consistesse proprio nell’individuare il giusto momento in cui tramontare: il momento cioè in cui il tramonto, dandosi in tutta la sua bellezza, lascia il passo all’alba delle nuove generazioni. L’individuazione di questo momento di passaggio rappresenta non solo la più alta testimonianza di saggezza da parte della “Grande eta“, ma anche il miglior dono da consegnare nelle mani delle nuove generazioni. Un dono che consiste nel promuovere lo sciogliersi del rapporto di controllo, e quindi di dipendenza, che fino ad allora era intercorso tra padri e figli. Atteggiamento applicabile anche al rapporto tra maestri e allievi. 

Come tutte le più grandi bellezze, anche quella del saper individuare il giusto momento per tramontare può comportare un velo di malinconia, che porta a chiedersi: “ma ora che senso ha la mia vita? Adesso che non è più il momento di essere presente attraverso continui “eccomi!”, avendo individuato il giusto momento per dire a mio figlio (o al mio allievo) “vai!”?

Imparando a “saper contare i giorni”: ora, ancor più di prima, la conta dei nostri giorni – spiega Recalcati – deve aver cura che ogni giorno sia vivo: colmo di desiderio di vita viva. Concentrandoci ogni giorno cioè in quello che stiamo facendo, perché desideriamo farlo. Senza preoccupazioni per il domani. Prendendo a maestri, come faceva lo stesso Gesù, gli uccelli nel cielo e i gigli del campo: che godono dell’atto che stanno compiendo. Senza distrarsi per fare bilanci. E dal pubblico inizia a farsi strada un applauso. 

Massimo Recalcati


“Una vita così vissuta, non teme la durata” – continua Recalcati.
Perché vivere vivi di desiderio, rende eterni. Ogni giorno. 
Perché imparare ad amare e a far fruttificare il nostro desiderare, salva. 
Prorompe un nuovo applauso.

E così – continua Recalcati – ci si svincola anche dall’ossessione, tipica dei nostri tempi, del dover raggiungere una vita sempre più lunga, mortificando la nostra vitalità viva, come in una continua quaresima penitenziale. Considerazione che di nuovo accende il pubblico in un grande applauso. 

Così come avviene quando Massimo Recalcati dichiara che nel nostro Paese sarebbe utile una legge sul fine vita, per evitare l’accanimento terapeutico di una vita che continua solo perchè attaccata a macchinari.

(ph. Walter Cainelli)


Ma allora, dov’è la vita che ci fa vibrare? Dov’è quel qualcos’altro che non si rassegna a rassegnarsi? E che ci spinge ad amare alla follia, proprio ciò che poi inevitabilmente andrà via?
Dove sono gli anni, non quelli che il calendario pretende di organizzare, no, piuttosto quelli che “non si lasciano pensare mentre li vivi?”. 

Ed è proprio sulla continua ricerca di questi anni vitalizzanti, che Recalcati ci invita ad investire. 

A differenza di come fa l’ “Avaro” di Molière – continua Recalcati : che si chiude ai rischi dell’amore preferendo la sicurezza affidabile della sua cassetta colma d’oro. 

Con questa stimolante riflessione del filosofo e psicoanalista Massimo Recalcati sulla “Grande età”, il Secondo Appuntamento del Festival del Co-Housing volge al termine.


Il Terzo appuntamento, previsto per il 21 Maggio p.v. alle Industrie Fluviali, sarà dedicato – all’ interno del Sanidays – agli esperti e alle organizzazioni del terzo settore, per approfondire il ruolo delle reti sociali e civiche nello sviluppo di nuove forme di abitare collaborativo. 

Il Festival del Co-Housing si concluderà il 5 Giugno p.v. con una grande festa popolare in Piazza Don Bosco: una serata di racconto sul percorso compiuto, con momenti di festa, con la proiezione di un video mapping 3D e con la presentazione dell’ Atlante del Co-Housing che raccoglierà esperienze, mappe e prospettive emerse durante il Festival.

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“Ognuno di noi deve sentirsi un po’ custode del benessere dell’altro. Perché una città non è fatta solo di strade e palazzi, ma dalle relazioni tra le persone e dobbiamo lavorare insieme affinché la solitudine smetta di essere un’emergenza invisibile“.


Recensione di Sonia Remoli

– IVAN E I CANI – Federica Rosellini

testo di Hattie Naylor

traduzione Monica Capuani


Ci viene versata nelle orecchie come una fiaba a tinte scure. Ma è una storia vera.

Un fatto di cronaca avvenuto all’inizio degli anni Novanta a Mosca, divenuto poi il soggetto della drammaturgia di Hattie Naylor, tradotta da Monica Capuani.

Qui in scena – attraverso lo stupefacente “corpo-cassa di risonanza” della performer Federica Rosellini – Ivan evoca la sua sconvolgente esperienza avvenuta in un frangente di disperazione.  Un’esperienza la cui memoria riesce a risuonare intensamente nello spettatore, complice l’effetto delle vibrazioni restituite dall’amplificazione dei suoni e delle parole della Rosellini.

Ivan, che a quel tempo ha solo quattro anni, scappando di casa crede davvero, nonostante tutto, in un cambiamento migliorativo: “ho ancora molte cose per cui vivere”. E così lasciando che la rabbia ceda il passo a un’energia creativa, il suo atteggiamento lo condurrà verso un’autentica formazione. Possibile anche grazie al recupero di un’antica memoria che tutti ci accomuna: quella che ci porta a ricontattare la nostra sintonia con il mondo naturale. E qui, nello specifico, ad eleggere gli animali quali nostri preziosi compagni di viaggio.

Torneremo mai così innocenti come i transumanti, che viaggiavano insieme agli animali?” – si chiedeva (e ci chiedeva) la Rosellini nel suo precedente “Igirl”. 

Era un tempo invece quello in cui Ivan aveva quattro anni – quello abitato cioè dalla devastazione sociale della Russia post sovietica – in cui a causa di un’accecante povertà “le madri e i padri cercavano di alleggerirsi di cose da mangiare, da bere, e da tenere al caldo”. E i primi ad essere allontanati dalla famiglia e portati dall’altra parte della città per essere lì abbandonati, furono i cani. Successivamente, i bambini.

Con meravigliosa accoglienza allora la Rosellini costruisce la sua performance scegliendo di aprirla e di chiuderla circolarmente attraverso il rito dell’humming: quel dolcissimo massaggio sonoro del canticchiare a bocca chiusa. Un massaggio che allude ad un abbraccio che, trascendendo le parole e le lingue, viene versato come un dondolio nelle orecchie di chi ascolta. Questo è il suo dono a Ivan: un cullante abbraccio sonoro nel quale lo accoglie e custodisce al caldo la sua storia, la sua memoria.

Una memoria fatta anche di percussioni accanite e taglienti: come le botte che il suo patrigno alcolizzato scarica su sua madre. O come le parole di continuo rimprovero che vengono riservate a lui, Ivan, perché mangia troppo. Sarà “all’arrivo del maggio che inizia a spaccare il ghiaccio nel fiume” che Ivan deciderà allora di andarsene. Primo obiettivo: “trovare bambini a cui piaccio”. 

Ma succede sempre qualcosa di diverso.

E Ivan scoprirà di piacere molto a un cane, capo di una manta di bastardi: Belka. E l’afflato è reciproco. Sanno guardarsi loro, aspettarsi, conquistarsi in fiducia, correre insieme a perdifiato fino a condividere la stessa tana. Insieme al branco: Vano, Strelka, Ruslan e Kugya. Insieme sanno condividere e difendersi l’un l’altro: fino in fondo. Come quando Belka, per proteggere Ivan da un agguato della polizia, inizia ad abbaiare loro come un’ossessa, quasi in preda a una mania, pur di permettere ad Ivan di scappare.

E commuove e sconvolge partecipare di come Federica Rosellini si lasci attraversare da ogni emozione – la delusione, il lamento, la rabbia parossistica, la meraviglia creativa di un amicizia autentica – rivelando un’espressività magnificamente infantile ed istintuale.

Lei infatti canta, suona, ulula, ringhia, abbaia, si campiona contrappuntandosi alla voce registrata di sua madre (Laura Pasut Rosellini) che si esprime in russo. Lascia cioè che si sovrappongano tante tracce, perché questo noi umani siamo: stratificazioni di tracce. 

E allora, si chiede lo spettatore, cosa aiuta ad attraversare tempi di incertezza, quando “la gente che gira sembra ti voglia sbranare” ?  
Di cosa nutrirsi in quegli attimi, in quei mesi, in quegli anni?
E cosa invece si può lasciare andare?

Come in “Igirl” anche qui Federica Rosellini ci invita a vivere l’incertezza di alcuni frangenti esistenziali andando a ricontattare quel sentire e quel sapere non razionale, che ci abita e di cui possiamo imparare a fidarci. Per trovare efficaci soluzioni vitali.

Quel richiamo cioè a ricollegarci alla natura e  al suo misterioso contatto. Perché “il mondo diventa ostile quando non si ha più un posto a tavola, intorno al fuoco della caverna”.

Ancora una volta, allora, prezioso dono della Rosellini si rivela quello di aiutarci a ricontattare un nostro “sentore”: quella preziosa vaga intuizione cioè che si basa sulla finezza percettiva di un primo provvisorio sentire. Quell’attitudine che riconosciamo in tanti animali. Potente come un presentimento.


Recensione di Sonia Remoli