L’ACQUA, IL MARE E I NAUFRAGI NEL TEATRO DI SHAKESPEARE – di e con Giuseppe Manfridi

TEATRO ARGENTINA

27 MARZO 2026

In un insolitamente gelido pomeriggio del marzo romano, la Sala Squarzina del Teatro Argentina ha accolto la prorompente affluenza degli spettatori che hanno scelto di partecipare alla conferenza spettacolo di e con Giuseppe Manfridi, dal titolo “L’acqua, il mare e i naufragi nel Teatro di Shakespeare”.

L’evento, organizzato in collaborazione con il Teatro di Roma – Teatro Nazionale e patrocinato dal Centro Nazionale di Drammaturgia Italiana Contemporanea CeNDIC e dalla Federazione AUT-Autori, ha reso omaggio alla Giornata Mondiale del Teatro, avvalendosi anche della partecipazione in video di Pamela Villoresi

Francesco Siciliano

Il Presidente della Fondazione del Teatro di Roma Francesco Siciliano ha aperto la conferenza spettacolo sottolineando il suo apprezzamento nel riscontrare l’entusiasmo con cui è stata accolta la proposta del Teatro di Roma. E che ha portato la cittadinanza a colmare la Sala Squarzina dove, in qualità di cerimoniere della Giornata Mondiale del Teatro, Giuseppe Manfridi – uno dei massimi drammaturghi italiani, autore di commedie rappresentate in tutto il mondo –  di lì a breve avrebbe intrattenuto i presenti ricordando loro, attraverso un avvincente raccontare, “per quali motivi ci piace così tanto scrivere e fare teatro”.

Alessandro Occhipinti Trigona

Al saluto del Presidente Siciliano, è seguito quello dell’autore, scrittore e regista Alessandro Occhipinti Trigona, socio fondatore del Centro Nazionale di Drammaturgia Italiana Contemporanea CeNDIC e Presidente della Federazione AUT-Autori. Occhipinti ha espresso soddisfazione anche per un prossimo evento, promosso dalla Federazione AUT-Autori: quello che l’8 Aprile prossimo vedrà Valerio Magrelli, tra le voci più autorevoli della poesia italiana contemporanea, incoronato poeta nella Sala Giulio Cesare in Campidoglio, qui a Roma. L’evento rinnova l’antica tradizione dell’incoronazione petrarchesca del 1341, celebrando il talento del poeta Magrelli.

Pamela Villoresi

L’entrata sul palco di Giuseppe Manfridi è stata anticipata da un collegamento video con la celebre attrice Pamela Villoresi, la quale ha amato ricordare il piacere con il quale non solo ha letto ma si è lasciata leggere da quest’ultimo libro di Manfridi “Shakespeare sul Titanic”, prima ancora che il libro andasse in stampa. E come, nel sentirsi profondamente coinvolta nella lettura, abbia desiderato condividere con Manfridi un breve e appassionato racconto su una sua esperienza di fertile naufragio umano e professionale. Racconto che Manfridi ha così apprezzato, da scegliere di inserirlo all’interno del suo “Shakespeare sul Titanic”.

Giuseppe Manfridi

Attraverso l’oggetto sortilegio della pipa dell’uomo di mare – declinata nelle tre splendide varianti da marinaio, da contemplazione e da navigatori d’acqua – Giuseppe Manfridi ha dato avvio al suo rituale narrativo dedicato a “L’ acqua, il mare e i naufragi nel Teatro di Shakespeare”.

Ogni cosa inizia dall’acqua e all’acqua tende, si dice nel linguaggio alchemico. Eros è liquido, dice Platone. “Il mio amore è un’insaziabile fame e divora come il mare” – dice Ursino ne “La dodicesima notte”, auspicando che il suo amore si dia come un naufragio.

George Gower, “Il ritratto dell’Armada” – Foto: Woburn Abbey, UK / Bridgeman / Aci

L’attraversamento di un’impresa marina è da sempre preludio ad una iniziazione. Lo stesso celebre discorso pronunciato dalla Regina Elisabetta I a Tilbury nell’agosto del 1588, durante la minaccia dell’Invincibile Armata spagnola, ne è un fulgido esempio. Di cui Shakespeare tenne sempre memoria: basti pensare al discorso di Enrico V prima della Battaglia di San Crispino.

Ma Shakespeare si fa anche “reporter di guerra” nel momento in cui descrive in che modo, da terra, venissero viste le guerre e i relativi naufragi : ne abbiamo esempi nell’ “Otello” o in “Antonio e Cleopatra”.

Perché ieri come oggi – sottolineava Elias Canetti – “sopravvivere significa aumentare di potere”.

E se i reduci  seducono con i loro racconti (vedi Otello con Desdemona), “tremare e poi sospirare di sollievo” è un piacere che ci accomuna tutti, da sempre. Forse perché –  continua  Manfridi –  quella del sopravvivere è la prima esperienza in cui veniamo gettati: “la nascita è un naufragio sulle spiagge della vita”- diceva Lucrezio.

E così, dopo aver lasciato punteggiare la sua narrazione da suggestivi “farewell” (ballate irlandesi di addio, legate alla guerra), è accompagnato dalla ballata “Tempest” di Bob Dylan che Giuseppe Manfridi si avvia alla conclusione. Ma è solo un’apparenza: “Nulla finisce tutto s’interrompe” – è il pensiero che ispira la sua estetica. Un suggello transitorio con il quale si apre, non a caso, anche l’ultima pagina del suo “Shakespeare sul Titanic”.

Lasciando la Sala Squarzina del Teatro Argentina si è raggiunti da un’insolita consapevolezza, maturata durante il rito della narrazione di Giuseppe Manfridi. Una consapevolezza che permette di decifrare la suspence racchiusa nelle parole di apertura del Presidente della Fondazione del Teatro di Roma Francesco Siciliano: “ci piace scrivere e fare teatro” perchè ci  aiutano a vivere, a ricordare. E a sopravvivere nella memoria, come naufraghi.


Shakespeare sul Titanic è un’opera dall’apparenza monumentale, ma di grande trasparenza, addirittura leggibile aprendola a qualsiasi punto, e può essere considerata un compendio del lungo percorso artistico del suo autore. Il libro si irradia all’interno dell’intero universo shakespeariano, e ha per temi portanti l’amore, la giovinezza, gli scontri generazionali, la contaminazione dell’arte e la sua continua trasformazione. 

Assieme all’edizione cartacea (in doppio volume con cofanetto) verrà offerto anche l’e-book, in cui ogni capitolo è introdotto da un file video esplicativo dell’autore. I due volumi sono corredati di 64 raffinatissime tavole a colori originali rielaborate da Antonella Rebecchini, scenografa e art director, su disegni dello stesso Manfridi.


Recensione di Sonia Remoli

AMLETO AL BUIO – di e con Roberto Latini

TEATRO ARGOT STUDIO

dal 26 al 29 Marzo 2026

“Ascoltare” in Shakespeare come in Latini non è una semplice funzione fisiologica: è un modo complesso per esplorare la verità, la menzogna, l’amore. Gli enigmi della psicologia umana.

L’orecchio – veicolo d’intrigo e di manipolazione – è l’ingresso principale verso una conoscenza emotiva, che può essere spinta all’estasi e alla follia. 

Sul suono si lascia scrivere la drammaturgia shakespeariana, tanto che allo spettatore – a qualche livello – si chiede di “vedere” attraverso ciò che sente.

In questo suo “Amleto al buio” Roberto Latini – eretico testimone dell’eredità shakespeariana – si muove in almeno due nuove direzioni: sperimentando una semina consociativa della scrittura dell’Amleto shakespeariano – cha parte da Heiner Müller per arrivare, anche, a Pier Paolo Pasolini e a Philip K. Dick – fertilizzata dall’humus del buio. Una sinergia che apre a inaspettate fioriture interiori nello spettatore-ascoltatore, complice l’irrigazione sonora e musicale di Gianluca Misiti.

Entrando nell’intimità dello spazio scenico del Teatro Argot Studio, gli occhi vengono abituati ad una progressiva potatura visiva, che si darà in maniera più radicale nel momento in cui, indossate le cuffie, si inizierà ad immergersi in una particolare predisposizione sensoriale ed emotiva. Complice la seduzione dell’attesa, prima ancora che le parole e i suoni divengano vividamente più intensi, gli occhi scoprono la stupefacente luminosità del buio: preludio all’avanzare in scena della presenza spettrale, dalle molteplici identità, dell’Amleto di Latini.

L’orecchio inizia a cogliere una sinergia di contrasti: il caldo mistero seduttivo del buio; la fredda – eppure accorata – inflessione meccanica della vocalità; lo smarrimento fertilmente inquieto della drammaturgia; la sempre nuova dolcezza della tessitura sonora di Misiti.

L’occhio – cercando di localizzare la sorgente della vocalità – incontra una presenza spettrale che oscilla tra la ricerca di una compostezza, che risulta efficacemente rigida, e l’intrigante flessuosità di una continua perdita di equilibrio.

Un’esperienza potentemente soggettiva carica di echi, di insistenze interiori, di nuovi contatti con zone inesplorate. Doni di un’esperienza diretta e ravvicinata con la narrazione di un classico che – proprio in quanto tale – chiede di essere indagato in ogni sua potenzialità.

Una produzione della compagnia Lombardi – Tiezzi.


Recensione di Sonia Remoli

Recensione di MISURA PER MISURA – regia Giacomo Bisordi

di WILLIAM SHAKESPEARE

– Traduzione e adattamento Chiara Lagani –

TEATRO INDIA

dal 2 al 14 Dicembre 2025

“Tu ce l’hai un desiderio?”

Si apre come un diario il prologo di questo spettacolo del regista Giacomo Bisordi, per confidarci la genesi del suo lavoro di ricerca sul darsi del desiderio nella società, soprattutto nei periodi di crisi.

Infatti se il desiderio è quanto di più soggettivo e singolare possa esserci – l’uomo è il suo desiderio – di conseguenza il desiderio è anche ciò che si rende meno adattabile e omologabile alle richieste della società in cui vive, dove la norma sociale parla alla collettività, è per tutti.

Il desiderio quindi è anche l’espressione di quel “disagio della civilta” di cui parlava Freud e di cui Misura per misura di W. Shakespeare è un esempio emblematico.

Giacomo Bisordi

Succede infatti, sopratutto quando salta in aria l’ordine a cui abbiamo creduto di dar forma stabile – degenerando in un disordine tale da rendere palpabile il senso di fine imminente – che prorompa in noi, per reazione, una potente spinta vitale del desiderio, di cui non si conosce “la portata e la natura”.  

Qualcosa di simile si verificò nella Vienna in cui Shakespeare ambienta questa commedia oscura, con alle porte la guerra. Ma qualcosa di simile si verificò anche, più recentemente, in occasione della pandemia.

Succede cioè una sorta di applicazione del principio “misura per misura” tra amore e morte, tra eros e thanatos, che fa fatica a trovare un equilibrio. E che scoperchia un nostro autentico modo di stare al mondo, in un’insolita sintonia con la natura.

(ph. Manuela Giusto)

Mettere in scena personaggi così ambigui e contraddittori risulta destabilizzante per lo spettatore. Ma proprio questa sensazione Bisordi, seguendo creativamente Shakespeare, desidera insufflare nel pubblico, avvalendosi della collaborazione di una giovane donna, interprete e traduttrice delle forme del desiderio umano. Un po’ come la Madama Sfondata di Shakespeare.

Un lavoro “a quattro mani” il loro, per rileggere il testo shakespeariano, qui tradotto e adattato dalla fine e poetica sensibilità di Chiara Lagani. Che riesce a restituire nel passaggio da una lingua all’altra – come in uno specchio – la caduta di esseri umani magnificamente mostruosi, sulla superficie scivolosa della vita. 

Chiara Lagani

Bisordi allora lascia come cadere a terra le pagine del diario, rese in scena da un telo impermeabile: metafora di un nostro atteggiamento incline a rendere impermeabile la mente dal corpo, il dovere dal volere. Anziché cercare sempre nuovi modi di tenerli in relazione. 

La caduta di questo telo rivela “un non luogo” fisico: la Vienna alle cui porte incombe la guerra e di cui in lontananza si sente l’eco di un bombardamento, reso suggestivamente da un motivo di musica techno. Una Vienna che è anche un luogo mentale: la mente del Duca Vincenzo  (le scene e le luci sono di Marco Giusti).

Un sovrano che ha scelto di de-regolamentare il desiderare di ciascun cittadino, togliendo efficacia creativa ai limiti che le Leggi mettono al desiderio individuale “di essere tutto e di volere tutto”.

Un siffatto modo di fare ha prodotto un decadimento tale del desiderio, che il Duca stesso anziché trovare il modo per rimediare creativamente ai propri errori, sceglie di fingere di assentarsi e di affidare pro-tempore la gestione della città all’intransigenza di un vicario. Per godere nel vedere come i cittadini lo avrebbero odiato: un desiderio narcisistico-voyeristico di chi preferisce eccedere nella clemenza, per un proprio ritorno personale d’immagine.

(ph. Manuela Giusto)

Il passaggio di consegne al Vicario Angelo avviene in questo spazio privo di coordinate, dove campeggia – libero anche dal vincolo della forza di gravità – il luogo della liberazione corporale. Bisordi lo visualizza in un bagno chimico, simbolicamente luogo delle soluzioni temporanee per necessità primarie.

Per far arrivare subito allo spettatore la sensazione dell’incapacità di Angelo di relazionarsi con gli altri, chiuso com’è nel rigore delle sue regole, Bisordi sceglie non solo di ri-vestirlo di un impermeabile ma anche di mettergli in bocca un’altra lingua. 

Il primo segno che il vicario Angelo imprime al suo governare è dare forma ad una bilancia, convinto di poter trovare un equilibrio nell’applicazione del principio “misura per misura”. Un equilibrio disumano, non meno di quello opposto, scelto dal Duca Vincenzo. 

(ph. Manuela Giusto)

Ostinandosi, poi, a voler condurre la propria amministrazione seguendo la linearità delle regole, Angelo dimostra, a differenza del Duca, di non conoscere affatto le contraddizioni dell’animo umano e di quanto l’irrazionalità superi in potenza la razionalità. Su questa linearità mentale crea urbanisticamente anche il suo spazio fisico. Ma il terreno sul quale edifica non è solido: affonda.

(ph. Manuela Giusto)

E poi c’è lei: Isabella.

Isabella è la sorella di Claudio, che Angelo con il suo criterio iper rigoroso del “misura per misura” ha condannato a morte per aver messo incinta una donna fuori dal matrimonio. Claudio chiede allora alla sorella di convincere Angelo a cambiare idea. Lei sta per prendere i voti per diventare suora ma “nella sua giovane presenza c’è un certo muto e sommesso linguaggio ch’ha la virtù d’intenerire gli uomini”.

Infatti la prima cosa che Isabella fa quando Lucio, un amico di suo fratello, l’avvisa di andare da Angelo, è quella di entrare in sintonia con lui preparandosi a parlare la sua stessa lingua. E poi gli rivela qual è il suo desiderio e perché Angelo deve esaudirlo.

(ph. Manuela Giusto)

E così, in un gioco di specchi, lei gli confida di sentire spinte contrastanti che dividono il suo sentire tra il dovere e il volere. E che anche lui “se volesse”, potrebbe concedere la grazia a suo fratello.

Nei pensieri prefabbricati di Angelo, “uno che nelle vene non ha sangue, ma neve liquefatta”, qualcosa inizia a vacillare: ”Ella parla, ed è come se il suo senno m’accenda i sensi”.

Ecco allora che Angelo, complice quell’arrossire con presenza di spirito proprio della verecondia di Isabella, inizia a vedere il desiderio di lei da un altro punto di vista: ne parla anche la sua prossemica. Si va a sedere infatti in un altro lato della sua stanza. Ma ormai non riesce più a guardarla dritto negli occhi: lei riesce ad accendergli un desiderio perverso.

E Isabella lo sente. E cambia corpo: s’inginocchia ma, più che devozione, il suo è il risultato dell’accordo della sensualità della voce a quella dei gesti. Come quello di raccogliere una manciata di terra e sassi iniziando a strofinarla sul tavolo. L’effetto è irresistibile sul Vicario Angelo.

Tanto che ora è Angelo a sentire di voler cambiare lingua per parlare quella di lei. Ora scopre il piacere dell’essere condotto, anziché quello del condurre; di essere governato, anziché governare. E si contamina lui stesso con la terra. Angelo scopre che nel suo corpo scorre sangue. E scappa.

Ma Isabella torna e insiste con il suo desiderio di ottenere la grazia per il fratello. Angelo a fatica riesce a negargliela ma non ce la fa a vederla andar via: “ resta ancora un po’ ” – le dice.  E lo spazio diviene più intimo, la prossemica più confidenziale. Tanto che lui si lancia nel dichiararsi. Ma credendo ancora di poter applicare il principio “misura per misura”: la grazia in cambio di una notte d’amore. 

Isabella si rifiuta categoricamente di tenere in equilibrio sulla bilancia peccato e carità. Perché “la purezza” – dice – “pesa di più della vita di un fratello”.

Lo spettacolo procede in un susseguirsi di colpi di scena verso un finale a lieto fine, che volutamente non ci concede piena soddisfazione. Shakespeare nel 1603 portava al cospetto del suo pubblico una commedia dilemmatica perfetta per ricordare, in tutti i momenti di crisi, chi siamo e come risulta difficile coordinare individualmente e collettivamente il volere al dovere. 

E come invece ci viene facile renderci impermeabili a questa tensione: il telo che cade all’inizio viene poi nel finale ricercato per rendere di nuovo impermeabile quella sorta di “giudizio universale” nel quale si crogiola il Duca Vincenzo.

In scena un cast, composto da  

Dimitri Galli Rohl (Duca di Vienna), Arne De Tremerie (Angelo, vicario del Duca), Vanda Colecchia (Isabella, una novizia), Edoardo Raiola (Claudio, suo fratello), Michele Lisi (Escalo, prefetto di Vienna), Francesco Russo (Lucio, un borghese cliente di prostitute), Irene Mantova (Mariana, Suor Francisca, La Signora Gomito), Miruna Cuc (in video),  

che sa rendere assai efficacemente la tortuosa esplorazione della natura umana e dei suoi grovigli, anche insolubili. Ma soprattutto il cast sa restituire quanto risulti complessa la gestione del rapporto – individuale e collettivo – tra carità e merito; tra amore e giustizia. 

E’ il Duca – sebbene con un’intenzione ipocrita – a dire al Vicario Angelo qualcosa di estremamente vero,  all’inizio del Primo Atto:

Tu e le tue doti non siete solo cosa tua,

da esaurir te stesso nelle tue virtù, e loro in te.

Il cielo fa con noi come noi con le torce,

che non s’accendono solo per se stesse:

se dalle nostre virtù non si irradia luce,

tanto varrebbe non averle

E’ questa affermazione che poi conduce lo spettatore a riflettere su come il desiderio di ognuno di noi abbia in sé anche la carica erotica di un daimon: di un’attitudine talentuosa che chiede di realizzarsi con una generosità che raggiuga altri, oltre che noi stessi.


Recensione di Sonia Remoli

Recensione dello spettacolo ANTONIO E CLEOPATRA di William Shakespeare – regia Valter Malosti –

TEATRO QUIRINO

dall’11 al 16 Febbraio 2025

L’amore è una demenza?

Perdersi nel suo risucchio – e quindi allontanarsi dalle strade segnate dai principi della logica, per esplorare territori sconosciuti della nostra mente e della nostra anima – è davvero sminuente per la nostra realizzazione come persone?

La regia dal graffio rock di Valter Malosti e l’attento lavoro di traduzione e d’adattamento – curato dallo stesso Malosti unitamente alla scrittrice, anglista e traduttrice Nadia Fusini – dona brillantezza a quel concetto di amore, inteso come possessione del divino Eros, che così diversamente si declina tra Oriente e Occidente.

Dario Guidi (Eros), Anna Della Rosa (Cleopatra), Valter Malosti (Antonio)

Il demone che possiede Cesare, in cosa differisce da quello posseduto da Antonio?  Si tratta solo di una maggiore quantità di fortuna associata al demone di Cesare, o forse è in gioco un diverso concetto di “sacro”, che muta da Roma ad Alessandria D’Egitto?

A Roma, “sacra” è una gestione ordinata del proprio demone; in Egitto è il disordine a restituirne la valenza. Incluse le cadute che non fanno soccombere ma che trascinano con se la fine, per dare vita ad un nuovo inizio.

Massimo Verdastro (Indovino), Valter Malosti (Antonio)

Antonio sperimenta entrambe le declinazioni del “sacro” e scopre che ciò che per lui davvero conta – ciò che lo fa sentire realizzato e vivo come persona – non è tanto diventare il padrone del mondo, quanto piuttosto dedicare tempo ed energie nell’avventurarsi a percorrere territori, che si trovano oltre i confini che delimitano la razionalità logica. Da qui “la diagnosi”, da parte degli occidentali, di una sua “demenza amorosa”. 

Lo sguardo registico, ricco in sperimentazione, di Malosti fa emergere queste due diverse modalità di stare al mondo, enfatizzandone le differenti intensità vitali. Ci riesce lavorando sui “costumi” intesi come “habiti”, cioè come modi di essere. Un lavoro che passa attraverso una particolare attenzione a rendere “incisive” la postura (ricca in plasticità), la prossemica (che molto esplora le zone di confine, così come la vertigine delle diagonali) e il fascino della vocalità, così musicale seppur vitalmente irregolare. 

Massimo Verdastro (Indovino), Noemi Grasso (Incanto), Danilo Nigrelli (Enobarbo)

Una vocalità assai rispettosa della tonica liricità shakespeariana, enfatizzata e restituita, qui, dal “colore” del surplus energetico, proprio di ciascun personaggio. La Cleopatra di Anna Della Rosa e l’Antonio di Valter Malosti possono contare infatti sulla meravigliosamente difforme sinergia vocale del Cesare Ottaviano di Dario Battaglia, dalla vocalità tagliente e feroce; sulla carnalità metafisica dell’Indovino Massimo Verdastro; sulla esuberante prestanza del Messaggero di Cleopatra Paolo Giangrasso; sulla morbidezza melodiosa dell’Agrippa di Ivan Graziano; sull’affascinante spudoratezza dell’Incanto di Noemi Grasso; sulla divina fluidità dell’Eros di Dario Guidi; sul piglio astuto del Messaggero di Roma Flavio Pieralice; sulla feroce prestanza del Soldato di Antonio Gabriele Rametta e sull’altera e soffice risolutezza dell’Ottavia di Carla Vukmirovic.

Anna Della Rosa (Cleopatra), Valter Malosti (Antonio)

Ne scaturisce una visione del mondo – che nelle immagini e nei sensi attinge all’immenso e al prodigioso – immersa in “habitat musicali” (composti da GUP Alcaro), capaci di evocare suggestivi e continuamente mutevoli paesaggi emotivi. Metafisicamente edificati intorno ad una scenografia solidamente feconda di pieni e di vuoti, eretta sopra un piano inclinato. La cura delle scene – costruite nel Laboratorio di ERT / Teatro Nazionale – è di Margherita Palli

Questa fluidità degli spazi riflette un montaggio di piani temporali, dove tensioni belliche si concertano a propulsioni creative, teatro esistenziale proprio di quei periodi di passaggio che ciclicamente abitano la nostra Storia.

Anna Della Rosa (Cleopatra), Noemi Grasso (Incanto)

Arriva così in dono allo spettatore, tutto il sapore di quella fertile e generosa abbondanza, propria di “un umano” le cui acque sanno tracimare una densità aperta all’indistinto: a quell’ignoto informe che ci atterrisce non meno di quanto ci affascini. Tanto esso si rivela ricco di diversità, finanche opposte, eppure coesistenti.

Gabriele Rametta (Soldato di Antonio)

E’ l’elogio di quel disorientamento creativo – che va in scena fin dall’apertura del sipario – definito come “demenza amorosa” da un morigerato soldato romano, che con subdola complicità sente il bisogno di avvisarci preventivamente, per manipolare il nostro sguardo, su quella che a Roma è definita la degenerazione che affligge Antonio, uno dei tre pilastri del mondo.

In verità, quello a cui assistiamo è un rituale di sacra giocosità, che sa accogliere e interscambiare la succulenza del femminile e la virilità del maschile; lo scintillio delle luci e la tenebrosità delle ombre; la vita e la morte; la giovinezza e la vecchiaia; l’inizio e la fine. 

Fertile ricettività restituita stupefacentemente dall’interpretazione della Regina d’Egitto di Anna Della Rosa, che scivola con profonda leggerezza osmotica dalla ieraticità del profilo statuario di una dea, alla carnalità di femmina affamata di vita e di morte, fino all’allure tutto occidentale di una Marlene Dietrich. Complice la cura dei costumi di Carlo Poggioli, realizzati da Maria Vittoria Pelizzoni, Adriana Cottone per ERT /Teatro Nazionale e da Tirelli Costumi

Tutto in lei parla di questa predisposizione umana all’apertura, al non censurare nessun luogo del suo condominio psichico. Tutta aperta com’è verso una totale esplorazione avventurosa della vita, che si nutre per poi metabolizzare creativamente l’altra tensione tutta umana: quella alla chiusura e alla protezione securitaria. 

Ma ciò che incanta sopra ogni cosa nella Cleopatra di Anna Della Rosa, è l’articolazione del suo parlare, così profonda e larga; tridimensionale eppure elegante. Desiderosa di suggere tutto il gusto da ciascuna parola, alla scoperta di nuovi confini. Laddove ogni fine contiene un nuovo inizio. Come in un amplesso amoroso. 

Ivan Graziano (Agrippa), Valter Malosti (Antonio), Dario Battaglia (Cesare Ottaviano)

Dell’Antonio di Valter Malosti brilla la bellezza decadentemente libera del suo perdersi, per cercare e trovare sempre nuovi cieli e nuove terre. Resa da una vocalità dilatata e insieme incalzante. Affascina fino al disorientamento, poi, la sua proposta di virilità così fertilmente femminile, enfatizzata dal confronto con la virilità mascolinamente impermeabile dei triunviri romani.

Paolo Giangrasso (Messaggero di Cleopatra), Anna Della Rosa (Cleopatra), Noemi Grasso (Incanto)

E poi quel suo sguardo così ricco d’accoglienza, ospitato in una postura solida eppur flessibile. Una morbidezza maschile impensabile a Roma, in occidente, dove si ostenta la morigeratezza che passa tra l’ammonire e l’adempiere. Se ne hanno tracce solo nel suo luogotenente: l’Enobarbo dalla sensibilità musicale di Danilo Nigrelli.

Danilo Nigrelli (Enobarbo)

Il Malosti regista, come Shakespeare, ci invita a guardare con curiosità, più che con pregiudizio, alla meravigliosa complessità da cui tutti siamo abitati. Appassionandoci ad una forma di conoscenza di noi stessi, e quindi dell’altro, che doni valore al nostro viaggio sulla Terra. Conoscenza che, sola, può realizzarci come persone, rendendoci unici e “incomparabili”.

Proprio come sono arrivati a definirsi Antonio e Cleopatra: consapevoli di poter fare della diversità, del difetto e del buio della mancanza, il desiderio di ricerca di un nuovo cielo. Rintracciabile negli occhi dell’altro.


Recensione di Sonia Remoli