-BIDIBIBODIBIBOO- Francesco Alberici

TEATRO INDIA

dal 25 al 29 Marzo 2026

Giallo, il colore dello scandalo: così è la copertina dentro la quale l’autore e regista Francesco Alberici rilega un piccolo carteggio telematico tra Daniele e suo fratello Pietro. Un carteggio sul dolore che scandalose modalità di controllo lavorativo hanno provocato in Pietro. Dolore che suo fratello Daniele vorrebbe provare ad alleviare, chiedendo a Pietro il consenso per mettere in scena uno spettacolo che, senza scendere nei particolari, ne parli.

Giallo, il colore del rifiuto della repressione dei valori umani: repressione che serpeggia in troppi ambienti di lavoro e che si manifesta attraverso la tirannia del tempo.

Francesco Alberici

Ma è davvero “così scontato che risparmiare tempo sia una priorità insindacabile, un bene assoluto”?

O forse “le cose che contano davvero nella vita non potranno mai essere quantificate, né cronometrate, misurate o accelerate?”.

Lo spazio scenico che ci accoglie, prendendo posto in sala, si articola attraverso una sapiente disposizione di scatoloni, che si lascia associare ad uno skyline cittadino. Intanto in proscenio, attraverso un accattivante prologo, si chiede shakespearianamente allo spettatore di non limitarsi a considerare ciò che sembra, aprendosi invece ad una fulgente immaginazione. E alle sue suggestioni.

L’intrigante drammaturgia di Francesco Alberici – incentrata sull’importanza della “relazione con l’Altro” indispensabile per poter arrivare a conoscere meglio se stessi e sentirsi davvero realizzati, al di là delle prestazioni lavorative e dei pregiudizi sociali – fa sì che in scena abbia inizio il gioco a specchio della scoperta delle molteplici identità desideranti, che compongono quello che crediamo il nostro unico “io”. Ne consegue un’affascinante “distribuzione delle parti” tra i personaggi: una distribuzione decisamente non a senso unico, di cui sanno farsi interpreti, oltre a Francesco Alberici, anche Maria Ariis, Salvatore Aronica, Andrea Narsi, Daniele Turconi

Iniziamo così ad aprirci alla possibilità di come l’autore e regista Alberici pur essendo Daniele, scelga nel suo spettacolo di interpretare il ruolo di Pietro, suo fratello. Daniele infatti scopre di sentirsi fortemente coinvolto dalla triste vicenda lavorativa del fratello e oltre a proporgli di metterla in scena, gli chiede anche di potersi calare lui stesso nell’interpretazione della sua parte.  

La parte invece del Daniele fratello di Pietro è affidata ad un altro interprete. Ma questo è solo l’inizio della scoperta delle molteplici identità desideranti di ciascun personaggio.

Argutamente voluta è la sensazione di magica confusione che alla fine lo spettatore può avvertire e che non chiede di essere troppo chiarita, attribuendo univocamente a ciascuno ogni cosa. In quanto la varietà delle reazioni emotive applicate ad uno stesso personaggio una volta entrato in un’autentica relazione con l’Altro, valgono come tali. Potendo cioè appartenere contemporaneamente anche a noi.

Con il procedere della narrazione, gli scatoloni ad uno ad uno svelano elementi di un microcosmo familiare – contenuto in quel macrocosmo rappresentato dallo skyline cittadino iniziale (la cura delle scene è di Alessandro Ratti) – ricchissimo di sorprendenti sfaccettature esistenziali.

Perché se è vero che non si può rinunciare a lavorare in una multinazionale con un contratto a tempo indeterminato, cosa si deve fare allora con quel trasporto talentuoso con il quale sentiamo di essere guidati in un’altra direzione? Come si può riuscire a mantenere quella freschezza creativa dell’improvvisare così accogliente verso la possibilità anche di sbagliare, se in primo piano – per almeno 8 ore al giorno, ogni giorno – vige l’ossessione della prestazione sempre più produttiva, che assicura una subdola forma di sicurezza economica e di accettazione sociale?


E pensare che lavorare rappresenta un’occasione fondamentale per poter sviluppare la ricchezza della nostra identità individuale, ricevendo in cambio un riconoscimento personale e sociale.

E pensare che lavorare significa offrire un contributo unico e specifico alla costruzione della società. Ma quale società?

La famiglia ad esempio, prima cellula della società, qui visualizzata attraverso lo spazio della cucina “stile Cattelan”, è un centro emotivo, sociale e identitario?

E’ lo spazio della condivisione per eccellenza e il luogo simbolico del nutrimento, dove si trasforma alchemicamente il crudo in cotto?

Cifra stilistica di Francesco Alberici è il riuscire a veicolare l’essenza di un’idea partendo da un’immagine che, in qualche modo parlando di noi, riesce a descriverci con particolare profondità: quasi fosse un nostro autoritratto. Qui l’essenza viene rintracciata in qualcosa che appartiene all’immagine relativa all’opera del 1996 di Maurizio Cattelan intitolata Bidibidobidiboo: dove uno scoiattolino, ogni giorno più sconfortato, decide di spararsi nella sua desolante cucina. 

Uno scoiattolo che generalmente è metafora di lungimirante adattabilità: energia vitale che sa bilanciare lavoro e gioco. Ma scendendo un pò più nel particolare, oltre a saper “scoiattolare” via da qualcosa che sappia di costrizione fisica o di obbligo indesiderato (identità rivelata dall’espressione “to squirrel out”), lo “scoiattolare” di questo animaletto può descrivere anche un movimento frenetico e irregolare che lo porta a sfrecciare da una parte all’altra, fino a ripiegarsi su se stesso (identità rivelata dall’espressione “to squirrel around”). 

Una postura vitale che parla a qualche livello di noi. Perché uno scoiattolo immerso ciecamente – come spesso capita anche a noi – in un determinato habitat troppo lontano dalla sua natura, non ce la fa. E il suo gesto estremo parla di come qualcosa da cui ci siamo lasciati incantare, si sia rivelato un incubo.  

Uno spettacolo – questo di Francesco Alberici – davvero stimolante: pieno di sorprese divertenti e disarmanti, necessarie per allenarsi a fare un uso sempre migliore del tempo che ci viene concesso in sorte.



Recensione di Sonia Remoli

Recensione a DIARIO DI UN DOLORE – un progetto di Francesco Alberici –


Diario di un dolore“, tratto dall’omonimo libro di C.S. Lewis e dall’ “Autoritratto” di Franz Ecke

Un progetto di Francesco Alberici, con la collaborazione di Astrid Casali, Ettore Iurilli, Enrico Baraldi

in scena Astrid Casali, Francesco Alberici


TEATRO BASILICA, dal 16 al 19 Gennaio 2025

Si apre come un cassetto, nel quale per molto tempo è stato custodito un segreto. E che un giorno si riapre, scoprendo di volerlo condividere con qualcuno. 

Spiazza continuamente lo spettatore: lo tira in causa in maniera diretta e indiretta, seminando ad ogni passo disorientamenti di varia natura.

Parla al corpo e del corpo: come sa fare il dolore. Facendo “risuonare”, come in uno specchio, il dolore fatto di sobbalzi e d’irrequietezza. Ma anche quello da stordimento d’ubriacatura. 

Francesco Alberici e Astrid Casali

Va in scena, cioè, la cronaca diaristica della fenomenologia di due dolori realmente vissuti: quello di Astrid e quello di Francesco. I quali, come C.S. Lewis, preferiscono avere gente intorno: noi.

Perché il dolore arriva a contattare energie dilanianti, in fermento nel sottosuolo, che urlano attraverso il corpo.

Ed è una disarmante sorpresa, che fa presa.

E che imprigiona in un rituale ossessivo: “nessuno mi aveva detto mai …” .

E’ l’inceppamento di una coreografia vitale. 

Lo spettacolo, andato in scena ieri sera al Teatro Basilica, nasce da un progetto di Francesco Alberici, che si avvale della collaborazione di 𝗔𝘀𝘁𝗿𝗶𝗱 𝗖𝗮𝘀𝗮𝗹𝗶, 𝗘𝘁𝘁𝗼𝗿𝗲 𝗜𝘂𝗿𝗶𝗹𝗹𝗶, 𝗘𝗻𝗿𝗶𝗰𝗼 𝗕𝗮𝗿𝗮𝗹𝗱𝗶, per lavorare intorno agli inceppamenti che paralizzano le nostre vite. E sui loro possibili “riavii”.

“Vedendo oltre gli incantamenti ma senza che l’incantamento scompaia”.

Francesco parte allora dalla testimonianza del suo personale inceppamento e lo intreccia con quello di Astrid.  In verità tutto lo spettacolo – in un interessante gioco metateatrale – è dedicato al “riavvio” dell’inceppamento di Astrid: la sua seconda possibilità di rivivere il suo dolore, per riavviare questa volta però la sua coreografia vitale. Cercando e liberando, cioè, i tempi, le modalità e quelle parole che, come “proiettili”, hanno fatto sanguinare, ad esempio, la costruzione della sua vocazione di attrice. E di figlia.

Una modalità di teatro “nudo” – questo del progetto di Alberici – che dosa, con cura, accoglienza e imbarazzo; verità e finzione; dolore e catarsi; sorriso e commossa poesia. E che nel raccontare e nel “denunciare” un dolore, lo lascia libero di prendere un’altra direzione.  

Un teatro che parla di ferite che sanguinano ma che possono trovare il modo di entrare in relazione con la morte, quale partner di un respiro vitale più fluido.

Dove ogni separazione si rivela una fase “diversamente” accogliente.

Dove ogni nuovo inizio è un valido inizio. Seppur con tutti i suoi difetti, con tutte le sue resistenze, con tutta la sua imprevedibilità. 

“Perché la realtà guardata fissamente è insopportabile”.

E allora noi, come il Perseo di Calvino possiamo imparare a sostenerci su ciò che vi è di più leggero, come i venti e le nuvole. E spingere il nostro sguardo su ciò che può rivelarcisi solo in una visione indiretta, come in un’immagine catturata da uno specchio. 

Come è avvenuto a Francesco quando ha incontrato l’ “Autoritratto” di Franz Eckee.

Come accade a noi, con questa performance.

Astrid Casali e Francesco Alberici


Recensione di Sonia Remoli