STANZA CON COMPOSITORE, DONNE, STRUMENTI MUSICALI, RAGAZZO – scene e regia Mario Martone

– Testo inedito di Fabrizia Ramondino –

-.-.-.-.-

TEATRO VASCELLO

dal 14 al 19 Aprile 2026

-.-.-.-.-

In principio era la traformazione del tempo in spazio, per Fabrizia Ramondino

Qui, in principio è la “stanza”: tra la scena e il proscenio; tra il dentro e il fuori; tra il sogno e la veglia; tra il conscio e l’inconscio.

Una stanza che è “un tra”: un transito, una transizione. Condizione esistenziale di uno “star di casa” che si dà come viaggio, nella Ramondino. 

Come avviene in musica: dove “la stanza” è un ponte che traghetta verso una dimensione interiore, rendendo possibile l’esperienza esistenziale e la comunicazione creativa. 

Una stanza-mondo delle idee, in cui ci si isola per fare i conti con se stessi elaborando emozioni, memorie, domande aperte: resti di fratture relazionali.

Una stanza con compositore, donne, strumenti musicali, ragazzo.  

Un titolo, dallo stile elencatorio-paratattico, proprio di una scrittura che mira a descrivere realtà complesse, caotiche, dove si accumulano oggetti, azioni: “senza un inizio e senza una fine. Ma soprattutto senza un fine”.

Uno stile utilizzato per restituire la percezione soggettiva del tempo e dello spazio: frammentando la narrazione in flashback liberamente associativi, o in una successione di scene e di sensazioni: “mai ho composto – dichiara il compositore – secondo un motivo conduttore … ogni tema si dà per motivi”

Uno stile non stile, quello della Ramondino: uno stile ritroso. E in quanto tale geniale, perché non univoco ma trasversale e, quindi, capace di parlare di un’intensità confusa. Un po’ come il linguaggio musicale: un’intensità che permette alla Ramondino di trovare quel “sentiero chiaro” che dà forma letteraria ai fantasmi della sua fragilità.

Ma non è ogni opera umana, le città come i libri, altro che la trasformazione del tempo in spazio?”– dice infatti in “Star di casa” la Ramondino. Riconoscendo così alla scrittura – intesa come transito che mette insieme resti – il potere di dare forma spaziale al tempo che scorre: trasformando storie in luoghi fisici. 

In questa stanza allora vediamo convivere vari elementi: il primo è “un compositore”. Che Mario Martone mirabilmente fa venire alla luce avvolto nella panneggio di un sipario. Un compositore che ci parla togliendosi (e togliendoci) le tende dagli occhi. E’ una creatura artigianale dal sentore demiurgico: “non dovete credere a niente” – asserisce.  Meglio piuttosto viaggiare con l’immaginazione, varcando sempre nuovi confini. Tornando per ripartire, senza considerarsi arrivati in “un” luogo.

Un compositore – manifestazione poetica del pensiero musicale stesso – qui incarnato da un Lino Musella potente e asciutto, pungente e tenero, stridente e acuto. In canottiera e calzoncini: svestizione che evoca intimità, fragilità e messa a nudo dalle convenzioni sociali.  Come orchestrali, infatti, ci presenta i componenti della sua famiglia, di cui lui si dichiara “forza centripeta, capace di evitare il loro (e il nostro) perdersi nel mondo”.

Sono un quartetto di arch-etipi esistenziali – madre, ex moglie, figlia, fidanzato – che accompagnano i riti di passaggio della vita. Un ciclo vitale che Martone scandisce nello spazio come quadranti di un orologio, che gira in senso anti orario.

Un quartetto d’arch-etipi, in verità, con pianoforte: formazione dal valore simbolico e sonoro peculiare. Un parlare del cuore, quello del pianoforte, che contrapponendosi alla natura più astratta e pura degli archi, richiede al pianista di dimostrare una sensibilità particolare nel non sopraffare gli archi, nonostante il suo essere capace a produrre la completa gamma delle passioni umane. 

La madre – un’elegantemente celestiale Iaia Forte, dall’allure ricco in ambiguità – ci viene presentata come incarnazione di un violino: il più “umano” degli strumenti per la sua capacità di imitarne la voce, per il suo darsi in sensualità e quale metafora di memoria storica. Una memoria qui imperfettamente simbiotica: che non appaga il desiderio del figlio, dandosi attraverso il suono di un taglio.

La madre di sua figlia – un’asciutta ed incisiva Tania Garibba – ci viene presentata come incarnazione di una viola: uno strumento che pur condividendo le origini con quelle del violino, si distingue per un timbro unico di introspezione e profondità. Malinconica, passionale, riflessiva, la viola parla di un interiorità emotiva meno appariscente, che richiede ascolto e attenzione per essere apprezzata. La viola non cerca il centro dell’attenzione solistica, come il violino: la viola arricchisce l’insieme.

La figlia – un’efficace India Santella – ci viene presentata come incarnazione di un violoncello: simbolo di calore e di connessione fisica. Conforto e transizione d’umanità, libera da una fissa collocazione e definizione.

Il ragazzo – l’espressivo Matteo De Luca – ci viene presentato come incarnazione di un contrabbasso, che in quanto base dell’intera struttura orchestrale, fornisce le fondamenta armoniche e il sostegno ritmico. Seppur si lasci abbracciare per essere suonato, rappresenta anche quel sostegno nascosto prezioso per l’equilibrio sonoro complessivo, laddove le relazioni rischiano di essere vissute come “un problema insolubile da interrompere”.

Un penetrante personaggio invisibile è qui la musica, capace di tradurre in maniera universale e non verbale emozioni profondissime: astrazioni e vissuti interiori non accessibili alla parola.

Perché il compositore, come lo scrittore, in Fabrizia Ramondino, è il cantastorie dei resti, dei cocci della vita: “se c’è musica c’è mania…solo la musica cura il delirio del mondo”.

Ecco allora che, dentro una scena che di stanza in stanza apparentemente si depaupera, si fa strada invece il principio filosofico secondo il quale ciò che più conta “non serve a niente”: perché di niente e di nessuno è servo. 

Ed è così che la regia di Mario Martone, avvalendosi della collaborazione drammaturgica e ideativa di Ippolita di Majo, restituisce efficacemente allo spettatore tutta la complessa bellezza della scrittura di Fabrizia Ramondino: quel suo personalissimo miscuglio di autobiografia, narrativa, saggistica che, pur sembrando arrivare da un altro mondo, riesce a rivelarsi acuto e preciso sulla realtà. 

Una bellezza complessa restituita veicolando la sensazione di come ogni opera si dia, per Fabrizia Ramondino, come inestricabilmente duplice: tesa “tra adattamento alla realtà e alla ragione, e fuga dalla realtà e nella sragione” . Una duplicità così ben incarnata dai personaggi delle sue opere teatrali: qui sapientemente credibili nel lasciare da parte la logica diurna per affidarsi ad associazioni, a esagerazioni, all’ironia, ai disturbi della comunicazione, alla creatività.

Una duplicità che, al di là del primo impatto, scopriamo sentire così vicina a noi oggi, nel suo darsi quale logica combinatoria fatta di gioco e di ricerca, “di dolce e di salato”, di semplice e di complesso.


Recensione di Sonia Remoli

Lascia un commento