testo di Hattie Naylor
traduzione Monica Capuani

Ci viene versata nelle orecchie come una fiaba a tinte scure. Ma è una storia vera.
Un fatto di cronaca avvenuto all’inizio degli anni Novanta a Mosca, divenuto poi il soggetto della drammaturgia di Hattie Naylor, tradotta da Monica Capuani.

Qui in scena – attraverso lo stupefacente “corpo-cassa di risonanza” della performer Federica Rosellini – Ivan evoca la sua sconvolgente esperienza avvenuta in un frangente di disperazione. Un’esperienza la cui memoria riesce a risuonare intensamente nello spettatore, complice l’effetto delle vibrazioni restituite dall’amplificazione dei suoni e delle parole della Rosellini.

Ivan, che a quel tempo ha solo quattro anni, scappando di casa crede davvero, nonostante tutto, in un cambiamento migliorativo: “ho ancora molte cose per cui vivere”. E così lasciando che la rabbia ceda il passo a un’energia creativa, il suo atteggiamento lo condurrà verso un’autentica formazione. Possibile anche grazie al recupero di un’antica memoria che tutti ci accomuna: quella che ci porta a ricontattare la nostra sintonia con il mondo naturale. E qui, nello specifico, ad eleggere gli animali quali nostri preziosi compagni di viaggio.
“Torneremo mai così innocenti come i transumanti, che viaggiavano insieme agli animali?” – si chiedeva (e ci chiedeva) la Rosellini nel suo precedente “Igirl”.
Era un tempo invece quello in cui Ivan aveva quattro anni – quello abitato cioè dalla devastazione sociale della Russia post sovietica – in cui a causa di un’accecante povertà “le madri e i padri cercavano di alleggerirsi di cose da mangiare, da bere, e da tenere al caldo”. E i primi ad essere allontanati dalla famiglia e portati dall’altra parte della città per essere lì abbandonati, furono i cani. Successivamente, i bambini.

Con meravigliosa accoglienza allora la Rosellini costruisce la sua performance scegliendo di aprirla e di chiuderla circolarmente attraverso il rito dell’humming: quel dolcissimo massaggio sonoro del canticchiare a bocca chiusa. Un massaggio che allude ad un abbraccio che, trascendendo le parole e le lingue, viene versato come un dondolio nelle orecchie di chi ascolta. Questo è il suo dono a Ivan: un cullante abbraccio sonoro nel quale lo accoglie e custodisce al caldo la sua storia, la sua memoria.
Una memoria fatta anche di percussioni accanite e taglienti: come le botte che il suo patrigno alcolizzato scarica su sua madre. O come le parole di continuo rimprovero che vengono riservate a lui, Ivan, perché mangia troppo. Sarà “all’arrivo del maggio che inizia a spaccare il ghiaccio nel fiume” che Ivan deciderà allora di andarsene. Primo obiettivo: “trovare bambini a cui piaccio”.

Ma succede sempre qualcosa di diverso.
E Ivan scoprirà di piacere molto a un cane, capo di una manta di bastardi: Belka. E l’afflato è reciproco. Sanno guardarsi loro, aspettarsi, conquistarsi in fiducia, correre insieme a perdifiato fino a condividere la stessa tana. Insieme al branco: Vano, Strelka, Ruslan e Kugya. Insieme sanno condividere e difendersi l’un l’altro: fino in fondo. Come quando Belka, per proteggere Ivan da un agguato della polizia, inizia ad abbaiare loro come un’ossessa, quasi in preda a una mania, pur di permettere ad Ivan di scappare.
E commuove e sconvolge partecipare di come Federica Rosellini si lasci attraversare da ogni emozione – la delusione, il lamento, la rabbia parossistica, la meraviglia creativa di un amicizia autentica – rivelando un’espressività magnificamente infantile ed istintuale.
Lei infatti canta, suona, ulula, ringhia, abbaia, si campiona contrappuntandosi alla voce registrata di sua madre (Laura Pasut Rosellini) che si esprime in russo. Lascia cioè che si sovrappongano tante tracce, perché questo noi umani siamo: stratificazioni di tracce.

E allora, si chiede lo spettatore, cosa aiuta ad attraversare tempi di incertezza, quando “la gente che gira sembra ti voglia sbranare” ?
Di cosa nutrirsi in quegli attimi, in quei mesi, in quegli anni?
E cosa invece si può lasciare andare?
Come in “Igirl” anche qui Federica Rosellini ci invita a vivere l’incertezza di alcuni frangenti esistenziali andando a ricontattare quel sentire e quel sapere non razionale, che ci abita e di cui possiamo imparare a fidarci. Per trovare efficaci soluzioni vitali.

Quel richiamo cioè a ricollegarci alla natura e al suo misterioso contatto. Perché “il mondo diventa ostile quando non si ha più un posto a tavola, intorno al fuoco della caverna”.
Ancora una volta, allora, prezioso dono della Rosellini si rivela quello di aiutarci a ricontattare un nostro “sentore”: quella preziosa vaga intuizione cioè che si basa sulla finezza percettiva di un primo provvisorio sentire. Quell’attitudine che riconosciamo in tanti animali. Potente come un presentimento.

Recensione di Sonia Remoli

