– BARRILETE COSMICO/ MARADONA PEDAGOGISTA – Christian Raimo

TEATRO BASILICA

5 Marzo – 20 Aprile – 29 Aprile 2026

Una nuova ritualità al Teatro Basilica: ad iniziare a tesserla, al momento di prendere posto in sala, è la chitarra di Amedeo Monda

Strumento dell’anima e simbolo di memoria, la chitarra di Monda intreccia con estro una melodicità che allude al paesaggio argentino, ma anche a quel fluttuante ritmo jazz del “Pancho” di Jack Trombey, storica sigla di un rito collettivo italiano come “90° minuto”. 

Amedeo Monda

Non esce da una quinta, né ci attende sul palco: lo scrittore, saggista e docente Christian Raimo è seduto tra noi in platea, e da qui raggiunge il palco. Un multiforme luogo di condivisione declinato in un bar, in un’aula e in un campo sportivo.

Raimo si presenta definendosi per sottrazione – “non sono un attore” – e così facendo sottolinea la propria ricerca: “sono un insegnante”.

Raimo sa come catturare l’attenzione e attivare una relazione con argomenti che attraversino trasversalmente la platea: ad esempio, stimolando il ricordo di certi eventi memorabili, frutto di un mix tra talento e mania creativa. 

Christian Raimo

Perché è questo il tema della serata: ricordare in quanti modi irripetibili ognuno di noi, con il proprio talento, può interpretare e interagire con la realtà. 

La mania creativa è il motore della tenacia necessaria per far fruttare il proprio talento: come nel caso di Diego Armando Maradona.

La mania creativa conduce infatti ad una dedizione tale, da permettere di superare particolari difficoltà perfezionando le proprie abilità. Ma non è un viaggio in solitaria: serve entrare in relazione con qualcun altro di cui si abbia fiducia, ma soprattutto che sappia sedurrre con i suoi commenti. Fascino che Raoul sa riportare sul fratello maggiore Diego che, a sua volta, sa aprirsi all’ascolto.  

Il fascino non è necessariamente qualcosa di immediato: spesso ha bisogno del suo tempo – un tempo mai prevedibile – per sedimentare e produrre frutto. Sul momento, infatti, il commento di Raoul su quel gol mancato nell’amichevole del 1979 contro l’Inghilterra – “Diego, c’era spazio e c’era tempo per scartare il portiere” – lascia interdetto il fratello, che poco prima gli aveva detto: “ho fatto tutto quello che potevo”. In realtà Raoul aveva visto giusto. Ma servono, in questo caso, sette anni affinché la sua osservazione produca in Diego quel frutto che poi prenderà forma nel “Gol del Secolo”, realizzato nella partita Argentina-Inghilterra del 1986. 

Un Gol memorabile quello del 1986, accompagnato da una telecronaca memorabile: che argutamente Raimo sceglie di inserire sul retro del “santino di Maradona”, che ci viene consegnato all’entrata: quasi come una preghiera laica che parla di devozione verso i poteri di una trascinante improvvisazione creativa, talentuosamente maniacale. Victor Hugo Morales non è infatti solo un cronista, è un “relator”: un uomo che sa lasciarsi trascinare dall’inventiva creativa di una manifestazione di talento. Il ritmo della sua voce – in un totale flusso di coscienza – si sintonizza infatti mirabilmente sul ritmo dell’azione creativa di Maradona. Non è un caso se gli arriva l’ispirazione di associare all’appellativo “barrilete” l’aggettivo “cosmico”. E di rafforzarlo con la domanda: “de qué planeta viniste?””.

Morales si è infatti lasciato completamente contagiare da quella mania di libertà creativa, che non si sa bene da quale pianeta venga: quel desiderio di elevarsi come in connessione tra terra e cielo, tra sogno e realtà. Una libertà legata al filo delle osservazioni ricevute dal fratello Raoul, sette anni prima: perché un aquilone vola non solo perché inebriato dal vento, ma anche grazie al filo a cui si relaziona: quel legame indispensabile tra il volo e la terra; tra la sfida alla gravità e la limitazione fisica.

Qualcosa che resta difficile da accettare per il suo precedente allenatore César Louis Menotti, che fu il primo a definirlo un “aquilone”, ma con intenzioni spregiative: legate alla sua volatilità emozionale. Un aquilone incontrollabile, che se ne va dove meno te lo aspetti, decisamente meno “affidabile” e meno “stabile” di altri giocatori: come “l’avvoltoio” Emilio Butragueño, ad esempio . 

Diego Armando Maradona

Era il 1976 quando Diego Armando Maradona entra nella Serie A argentina: aveva solo 15 anni e nessuno fino ad allora era riuscito ad entrarvi così giovane. Nello stesso anno Evita Perón viene svegliata dalla notizia che la democrazia argentina è stata soppiantata da una giunta militare. In una situazione di povertà generale, la dittatura riesce a fare breccia negli animi degli argentini proponendo come soluzione una politica neo-liberista, efficace per mantenere un’economia stabile, affidabile.

Ma anche qui, cosa significa “stabile”, “affidabile”? 

Politicamente ha significato sterminare e disperdere l’opposizione: il diverso.

Si moltiplicano le prigioni per accatastare i corpi morti di chi la pensa in maniera differente. Per poi liberarsene caricando quei corpi in voli speciali, finalizzati al loro sgancio nell’oceano.

Tra chi la pensa diversamente, ci sono molte donne incinte fatte partorire e poi uccise per realizzare con i loro figli dei futuri uomini obbedienti al regime: stabili, affidabili. 

Nel 1978 si svolge in Argentina quello che passò alla storia come “il mondiale della vergogna”: un atto di propaganda per recuperare il consenso del popolo. Il regime lo recuperò ma tornò a perderlo pochi anni dopo, per una nuova ondata di crisi economica. Per resistere allo scontento, il Generale Galtieri trova che spostare l’attenzione su una guerra di facile vittoria si sarebbe rivelato efficace. Individua l’obiettivo nelle isole Falkland. Ma le cose non vanno come sperato.

Intanto a Plaza de Majo madri sempre più numerose si incontrano, si confrontano e girano, dando vita a un movimento pacifico di resistenza contro la dittatura militare e la repressione: alla ricerca di verità sui propri figli e in cerca dei loro corpi da piangere.

Nel 1983 tornerà la democrazia ma alla vigilia della partita Argentina-Inghilterra del 22 giugno del 1986, per i quarti di finale della Coppa del Mondo, la sconfitta della Guerra delle Falkland/Malvinas brucia ancora. E la stampa internazionale fa di questa partita un’imperdibile occasione di riscatto.

Ma a dire il vero, Diego Armando Maradona – come ci mostra attraverso una testimonianza video Christian Raimo – dopo aver segnato il gol della sua vita, quel gol del tanto agognato riscatto nazionale, più che inebriarsi di divismo confessa che il primo pensiero in quell’attimo è per suo fratello e per il suo commento in occasione dell’amichevole con l’Inghilterra del 1979. A Maradona arriva ora consapevolmente, cioè, la sensazione di come dietro alla sua genialità creativa di “aquilone cosmico” ci sia il filo della relazione con suo fratello.

In questo loro legame, sottolinea Raimo, c’è l’essenza di un’autentica formazione al talento. Tra i due fratelli infatti c’è un rapporto tra pari che rende possibile – attraverso l’ascolto – lo scambio di punti di vista diversi, e il grato riconoscimento della fertilità di una valutazione critica diversa. Atteggiamento che permette il darsi di un folgorante risultato, in un tempo imprecisato, diacronico. Senza fretta. 

Uno spettacolo fresco, diverso, dissidente, dove Christian Raimo acutamente rintraccia e gentilmente invita a notare come nel trascinamento talentuoso del celeberrimo “aquilone cosmico” si celi un “Maradona pedagogista”: testimone di quanto possa rivelarsi prezioso lo scambio alla pari tra sguardi differenti. Dissidenti.  

Come appassionatamente sottolineato, in chiusura, dalla chitarra e dalla voce di Amedeo Monda, interprete di un poeticamente pungente brano di Luigi Tenco. 

Uno spettacolo prodotto dal Gruppo della Creta.

Amedeo Monda – Christian Raimo

-.-.-.-.-

Recensione di Sonia Remoli

LA SPARANOIA – regia Niccolò Fettarappa e Lorenzo Guerrieri –

TEATRO BASILICA

dal 23 al 27 Aprile 2025

In uno spazio ontologicamente violento, deprivato e depravato, in cui il tempo è scandito dall’orario della messa in onda dei telegiornali la cui narrazione enfatizza episodi di cronaca domestica e sociale all’insegna della violenza repressiva, va in scena “La sparanoia”: una sparatoria sulla nostra inclinazione esistenziale a privarci della responsabilità di essere liberi. Paranoicamente indotti, da chi di ciò è consapevole, a diffidare degli altri così da restare innocue monadi isolate in casa, anziché una comunità che si ritrova in piazza – o a teatro – per difendere i propri diritti.

“La sparanoia” è uno spettacolo ustionante come uno scroscio di lapilli, rovesciati sul pubblico da due narratori terribilmente capaci a tramutare l’acqua in fuoco.

“La sparanoia” è un inveire aggressivo osmoticamente grottesco.

“La sparanoia” è un consuntivo e un’autoanalisi feroci, di e su gli attuali trentenni, eredi “sociali” di figure di riferimento repressivamente iper protettive.

Niccolò Fettarappa – Lorenzo Guerrieri

ph. Antonio Ficai

Uno spettacolo che fin dall’inizio prende d’assalto lo spettatore facendo emergere un’angoscia che, in un crescendo incalzante, arriva a riaccendere il sapore di un trauma. E lo senti anche in gola: come il nodo di quella cravatta che i due interpreti indossano e che sembra diventare sempre più opprimente. Quasi un cappio.

Si può uscire dallo spettacolo con il sorriso ma anche con un forte peso di compassione, di preoccupazione, di timore: quello conseguente all’aver visto riflesso come in uno specchio, con crudo realismo, cosa siamo disposti a diventare in nome di uno pseudo quieto vivere, fatto di “cancelli” che bandiscono ogni spazio d’aggregazione.  

Accettando di “fare la rivoluzione nel proprio piccolo e con tutto il bene del mondo”.

Lorenzo Guerrieri – Niccolò Fettarappa

ph. Laura Farneti

Attraverso la narrazione che si origina dall’esplosiva sinergia tra Niccolò Fettarappa e Lorenzo Guerrieri e che si avvale del contributo intellettuale di Christian Raimo, si avventa sullo spettatore una tempestosa pioggia di invettive. Potenzialmente assai fertile, perché non scatenata da un capriccio fine a se stesso, quanto piuttosto da un voler “farsi mezzo” per riaprire un possibile varco erotico. E così riuscire a ricontattare quel fuoco del desiderare, capace di “agitare” quell’atarassico stagnare infantile da cui tendono ad essere attanagliati i nuovi trentenni. Tempo in cui sono immersi gli stessi interpreti in scena.

E’ la loro, infatti, una narrazione il cui narrar-si implica un ritorno su se stessi, che fa guardare il sé anche come altro da sé. E comune ad altri.

Questo loro saper disporre di un libero uso del potere della parola, diviene “un dono”, capace di regalare allo spettatore la possibilità di fare luce su mistificazioni, che si tendono a produrre a discapito del soggetto e del cittadino.

La parola infatti può produrre incantesimi, che non hanno niente a che vedere con la magia del colpo di bacchetta o con lo strofinio della lampada. La parola dispone di un potere che la rende un rito magico capace di generare quell’impossibile che passa attraverso l’intonazione della voce, attraverso la scelta dei verbi, attraverso il ritmo del respiro su cui si regge il suono. L’incantesimo della parola è cioè consapevolezza del potere dell’asserzione: quell’affermazione, in sé non dimostrata, con cui si può tessere però una posizione, un’argomentazione, un’identità.

Questo lavoro di Fettarappa e Guerrieri risulta disturbante proprio perché, rivelandoci cosa si cela dietro certi usi della parola, taglia quell’illusione di protezione che alcuni discorsi, ai quali abbiamo offerto il nostro orecchio, pretendono di veicolare. E ci fa sanguinare d’angoscia. Ma ci dobbiamo stare dentro.  Perché solo consapevoli del potere perverso di certe asserzioni, possiamo muoverci fuori da esse: oltre l’asfissia di quei rassicuranti perimetri. Verso un primo avanzare. Fuori.

Co-protagonisti in scena, insieme ai due interpreti, alcuni oggetti che simbolicamente vanno oltre il loro valore di attrezzeria: in primis uno stendino da bucato, oggetto domestico e addomesticante, dove si può credere di aprirsi ai venti della vita restando sempre in casa, ben bloccati ai suoi fili. Al massimo, sventolando da fermi. Un oggetto costruito su una “X” che si richiude su se stessa: cifra caratterizzante la genitorialità e le figure sociali di riferimento degli attuali trentenni.

E poi quel “metro quadrato di casa” simboleggiato da un tappettino che rende benissimo l’idea di come questi giovani restino ancora posturalmente “appesi “ e ”sospesi” alla vita, anche quando sembrano staccarsi dall’appendino per gestire un vivere autonomo in una nuova casa. In realtà un monolocale più simile ad un cestello fermo di una lavatrice dove, credendo di essere al sicuro in un ammollo di delicatezza, scoprono invece di annegare nella depressione. Privati come sono dell’imprinting all’avventura perché “allevati” senza quei necessari “tagli”, propri dei continui svezzamenti vitali.

E poi quell’ anticamera che c’è ma non si trova: simbolo di quel luogo dell’animo dove “saper attendere” può significare non annichilirsi ma riscoprire la possibilità di incendiarsi di desiderio d’azione. Insieme.

Perché è l’unione che fa la forza. E’ la comunità che può rendere liberi e non il singolo individuo che, chiuso nella sua solitudine crede di doverla affrontare individualmente nella segretezza di uno studio psicoterapeutico. Perché il disagio non è di un singolo, come si preferisce far credere, ma di un grande gruppo. E la vera leva è scendere in piazza, in uno slancio politico collettivo.

Perché la piazza – come il teatro – è un luogo di trasformazione, che può opporsi al nichilismo subdolamente insufflato nelle orecchie da chi ci rassicura che andrà tutto bene se si rimarrà isolati narcisisticamente nelle proprie case.

E così lo scroscio di invettive roventi di Fettarappa e Guerrieri può diventare, proprio passando attraverso il trauma dell’angoscia,  “slancio” esistenziale e politico. Finanche dimensione morale, capace di accendere di furore.

Alla ricerca ognuno – al di là di un anonimo e innocuo habitus grigio divisa – del proprio “fattore X”: quel qualcosa di unico, così eccitante da scoprire e da riscoprire continuamente, che riesce a farci “brillare”.

Disposti, allora, a non accettare più di “fare la rivoluzione nel proprio piccolo e con tutto il bene del mondo”.

Ma “fuori” e “insieme”.

Lorenzo Guerrieri – Niccolò Fettarappa


Recensione di Sonia Remoli