Recensione dello spettacolo SERVO DI SCENA di Ronald Harwood – regia di Guglielmo Ferro –

TEATRO QUIRINO, Dall’8 al 20 Febbraio 2022 –

Uno spettacolo sull’esigenza di vivere, nonostante tutto, di teatro e per il teatro. Anche quando ciò che ci circonda sembra cadere a pezzi. Anzi, soprattutto perché tutto il resto sta cadendo a pezzi. Il teatro sta alla vita così come il servo di scena sta al capocomico: il teatro serve, sostiene, infiamma e soprattutto libera.

Perché nasce dall’urgenza, esclusivamente umana, di guardare ma soprattutto di essere guardati; di parlare ma soprattutto di essere ricordati, base ontologica dei rapporti umani, così come del rapporto attore-spettatore. Finalmente qualcuno ci guarda e mentre ci guarda ci fa esistere in modo nuovo, ci fa nascere un’altra volta. Questo è il messaggio che al di là dei capricci, dei facili egoismi e delle modalità narcisistiche, ci consegna Sir Roland, un attore ormai vecchio e al tramonto, capo comico di una compagnia inglese degli anni ’40.

Con l’apertura del sipario entriamo nell’elegantemente ricercato camerino di Sir, dietro al quale si sopraeleva il retro di un palcoscenico, ovvero un fondale di quinte armate, che fa da confine-non confine tra due spettacoli. Un’idea scenografico-narrativa metateatrale che sottolinea, anche visivamente, il continuum tra vita e teatro, tra attore e spettatore. 

Lo spettacolo prende avvio da una tempesta emotiva alimentata dal servo di scena tuttofare Norman (un elegante e sensibile Maurizio Micheli) e dalla prima attrice nonché moglie di Sir, Milady (una brillante e raffinata Lucia Poli) disperatamente addolorati per la fuga isterica di Sir a poche ore dall’inizio della recita.

Norman, da buon servo di scena qual è, fa credere a tutti di nutrire un solido ottimismo sulla positiva risoluzione della situazione; Milady invece spinge affinché si rimandi lo spettacolo : “Che sarà mai!”- dice. E rincalza: “E poi: ma esiste qualcuno a cui interessa se lui recita o no?”, introducendo così il tema fondante dello spettacolo. Benché esausto e in evidente disequilibrio fisico e mentale, Sir (un intensissimo Geppy Gleijeses) ritorna in camerino, pronto a qualsiasi cosa pur di stare lì, proclamando: “Non posso, non devo, non voglio, saltare la replica” e continua: “Ogni sera, in scena, mi mangio la vita!”. 

Poco prima dell’annuncio che resta solo mezz’ora dall’andare in scena, ha inizio, a favore di pubblico, complice una piccola pedana roteante (sottostante il mobile da toelette di Sir), il rituale della cerimonia del trucco, per entrare magicamente nella pelle del personaggio da interpretare: “Re Lear”.

È questa l’occasione per delle riflessioni sul mestiere dell’attore e su ciò che dà senso a questo particolare modo di prendere la vita, dove il dolore nasce insieme alla parola e la parola è ciò che ti consegna alla memoria, al ricordo.

Arriva il momento del “chi è di scena” e sebbene con evidente fatica e con un notevole ritardo (colmato con arguta improvvisazione dai colleghi sulla scena, le cui ombre vediamo proiettate sul retro del telo bianco al centro del fondale), Sir/Re Lear entra in scena sostenuto non solo dal servo di scena e dalla direttrice di scena ma soprattutto dalla voglia di dire, ancora una volta: “Eccomi qua: sono venuto a vedere lo strano effetto che fa, la mia faccia nei vostri occhi e quanta gente ci sta e se stasera si alza una lira per questa voce che dovrebbe arrivare fino all’ultima fila …”.

Ma lo spettacolo non termina qui, almeno per noi che sediamo nella platea dietro al palco. E un colpo di scena ribadirà, ancora una volta, quanto sia di vitale importanza per noi umani essere negli occhi e nella mente di qualcun altro.

Lo spettacolo è un omaggio a Turi Ferro nel centenario della nascita.

Leggi l’intervista a Geppy Gleijeses dal Corriere della Sera

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Recensione di Sonia Remoli

Recensione dello spettacolo LA METAMORFOSI di Franz Kafka – adattamento e regia di Giorgio Barberio Corsetti –

TEATRO ARGENTINA, 5 – 27 febbraio 2022 –

Produzione Teatro di Roma – Teatro Nazionale

La metamorfosi
di Franz Kafka
Mondadori Libri, traduzione di Ervino Pocar –
adattamento e regia Giorgio Barberio Corsetti
con Michelangelo Dalisi, Roberto Rustioni, Sara Putignano / Gea Martire –
Anna Chiara Colombo, Giovanni Prosperi, Francesca Astrei, Dario Caccuri –

Due scritte campeggiano sui muri  della casa di Gregor Samsa: “MONDO” (su una parete del soggiorno, dove vive e si arrocca la famiglia) e  “IMMONDO”  (su una parete della camera da letto, dove viene confinato Gregor, l’uomo-insetto). Ma è davvero possibile dividere il genere umano attraverso queste due categorie? Tra chi è “mondo” (cioè ordinato) perché si crede depurato da tutti gli aspetti che creano disordine nella vita e chi invece è “in-mondo” (cioè non-ordinato) e dagli “ordinati” viene additato come repellente, perché diverso da loro e per questo meritevole di essere emarginato? E coloro che si ritengono “mondi” (ordinati e ordinari) lo sono davvero? A cosa serve essere “mondi”, ammesso che ciò si possa davvero concretizzare? 

Lo spettacolo prende avvio creando, al buio, un’atmosfera magico-onirica, preludio alla metamorfosi di Gregor da uomo a bestia (insetto). In scena una camera da letto che ricorda, soprattutto nella costruzione, il dipinto “La camera di Vincent van Gogh ad Arles”, senonché qui la luce, ma soprattutto le ombre, vengono opportunamente giocate sui toni misteriosi del blu cobalto, capaci di donare un carattere fosco e sospetto all’ambiente.

Scopriamo fin da subito che ciascun personaggio è insieme anche voce narrante di se stesso: soluzione che sorprende e diverte. Così come una roteante scenografia regala, di scena in scena, novanta gradi di spazi-tempi diversi e ben legati tra loro.

Merito anche degli interpreti, che riescono a infondere una profonda leggerezza (non ultimo attraverso una continua rottura dei piani d’azione) ad una situazione dominata e bloccata dal disgusto verso il protagonista (un Michelangelo Dalisi, polimorfico per posture fisiche e vocali).

Accogliere i cambiamenti, si sa, non è cosa facile  per gli umani, che per loro natura tendono ad essere molto abitudinari. Troppo, forse, se questa tendenza non riesce a dare spazio anche a eventuali variazioni, proprie di personalità attirate dalla profondità dell’umano.

Che non si accontentano di rimanere in superficie (come i più) ma che anelano a scoprire la propria speciale diversità, inseguendo così una personale realizzazione interiore. Per avvicinarsi alla quale, occorre togliere (qui sì mondare) tutto ciò che sembra importante ma che in realtà è superfluo, perché deviante dalla conoscenza profonda di se stessi. Cosa che inconsciamente Gregor già sapeva, quando soleva dedicare il suo tempo libero ad intagliare il legno: un’arte che consiste appunto nella sapiente rimozione di materia da altra materia, al fine di ricavarne un’opera d’arte. I familiari credono (e in un primo momento anche lo stesso Gregor) che l’essere arrivato a ricoprire il ruolo di commesso viaggiatore sia il massimo della sua realizzazione.

Invece il viaggio potrebbe continuare ma non più come commesso (cioè come subalterno) bensì come imprenditore di se stesso, sotto nuove “forme”. Ma non è semplice. E ascoltare, dal violino della sua amata sorella, l’aria di Händel “Lascia ch’io pianga” è solo l’inizio della fine per Gregor che, piangendo la dura sorte, se ne va, sospirando la libertà.


Recensione di Sonia Remoli

Recensione dello spettacolo MIRACOLI METROPOLITANI di Gabriele Di Luca

TEATRO VASCELLO, 11-23 Gennaio 2022 –

Lampeggia una luce rossa. Quale sarà il pericolo? Il luogo inizia a popolarsi di un’umanità egoista ed ipocrita, sciacallamente intenta ai propri interessi (e il pensiero va a “The Kitchen” di Arnold Wesker). Abbiamo perso un sogno, il gusto di parlarci, la voglia di aiutarci? Ha perso la comunità?

Regna il caos: i liquami delle fogne di un’ipotetica città hanno rotto gli argini e invadono ogni luogo. Soprattutto a livello olfattivo. Tutto è maleodorante. La soluzione è chiudersi in casa, ognuno nella propria casa, pensando di poter arginare così, singolarmente, il problema.

In scena una fantomatica cucina, con sede in uno squallido scantinato: “prepara” pasti precotti (acquistati in Cina) per celiaci, da consegnare a domicilio. E apparentemente si sta arricchendo. Più che una cucina, ci si rivela una fucina: un luogo infernale dove manca la cura nel preparare il cibo, primo veicolo di amore, ma soprattutto dove si forgia la filosofia del massimo risultato con il minimo sforzo.

A discapito apparentemente solo degli altri. Una fucina d’inganni, di forze sotterranee. Ma, e questo magari è il messaggio finale dello spettacolo, ci si può ancora inventare una vita ricca d’intensità emozionale, nonostante la nostra natura da Sisifo: proprio perché consapevoli dei nostri limiti e proprio per questo possibili artefici del nostro destino.

Un’esistenza dove si può vivere grazie a guizzi d’amore. Quelli che a volte non riusciamo a trovare: come è successo a Plinio, il personaggio che ha progressivamente smesso di nutrire la sua insaziabile curiosità da chef stellato, schiacciato dal macigno che ci ostiniamo esclusivamente a caricare sulle spalle. Senza pensare che a volte anche Sisifo può distogliere lo sguardo, come Perseo con Medusa. E trovare così la forza di alleggerirsi creativamente. E soffrire, creativamente. Perché spesso la nostra paura a qualcuno conviene.

Perché non è la sottomissione houellebecchiana la nostra unica possibilità di sopravvivere: quella espressa dal mantra del personaggio Mosquito “a chi devo succhiare il cazzo oggi per avere un panino?”. Né esiste solo il muto e consapevole urlo munchiano di Clara, lavapiatti assurta a manager del business delle ostie per celiaci. C’è anche la possibilità di stare al mondo proposta da quel Platone (del “Simposio”) che Cesare, l’oratore aspirante suicida, presenta a Igor, il figlio adulto di Clara a cui va ricordato ogni giorno di cambiarsi le mutande e di lavarsi i piedi: quella di stare insieme, con amore. Perché solo l’amore ci può salvare: non la singolarità ma il “due”, la relazione. Qualcosa di diverso dalle “storie” su Instagram nelle quali Clara non manca di condividere incidenti e funerali, oppure proporre scommesse sugli altrui conflitti. Piuttosto un amore che nasce e si alimenta di “mancanze”. Ma solo quando ami, non temi più la vita. Perché anche l’assenza dell’altro diventa una cosa che sta con te. E’ così che può nascere un miracolo. Molto umano e un pò divino. Un miracolo metropolitano.

Gli attori sanno rendere leggerissimamente la loro (e nostra) pesantezza esistenziale. E si librano, ognuno a proprio modo, dentro questa cucina-vita che pare pretendere solo ritmi ossessivamente frenetici e ipocriti egoismi. E riescono a farci ridere: amaramente e di gusto. Forse perché anche noi, come Mosquito, non crediamo (solo) in Dio ma in Shakespeare. 

La compagnia dimostra una straordinaria capacità di leggere il nostro tempo, nel quale regna la tentazione di disinteressarsi a lottare, tutti insieme, mano nella mano, per un mondo migliore. Ma non tutto è perduto.

Un brivido, ormai quasi dimenticato, quello poi di assistere ad uno spettacolo in un teatro totalmente pieno. Di persone di ogni età. Un altro miracolo metropolitano.


Uno spettacolo di
CARROZZERIA ORFEO

Drammaturgia Gabriele Di Luca
Regia Gabriele Di LucaMassimiliano SettiAlessandro Tedeschi

Con (in o.a.)
Elsa Bossi Patty
Ambra Chiarello Hope
Federico Gatti Igor
Barbara Moselli Clara
Massimiliano Setti Cesare
Federico Vanni Plinio
Federico Brugnone Mosquito/Mohamed

Si ringrazia Barbara Ronchi per la voce della moglie.

Musiche originali Massimiliano Setti
Scenografia e luci Lucio Diana
Costumi Stefania Cempini

Una coproduzione
Marche TeatroTeatro dell’ElfoTeatro Nazionale di GenovaFondazione Teatro di Napoli -Teatro Bellini

in collaborazione con il Centro di Residenza dell’Emilia-Romagna “L’arboreto – Teatro Dimora | La Corte Ospitale”


Recensione di Sonia Remoli

LA FOTO DEL CARABINIERE -La storia di Salvo D’Acquisto e di mio padre -scritto, diretto e interpretato da Claudio Boccaccini –

TEATRO VITTORIA, dal 5 al 10 Ottobre 2021

Si può parlare della bellezza? Dicono di no. Perché la bellezza sfugge, non si lascia concettualizzare. E ci punge. A volte ci trafigge. E ci incanta, sempre. Partecipando alla rappresentazione di questo spettacolo, i sensi vengono continuamente solleticati da istanti di pura bellezza. Proverò a parlarne, sfidando il rischio di tradirla: perché la bellezza ci vuole indifesi, solo spettatori. Solo così può entrare e farsi strada: meravigliandoci, incantandoci. Lasciandoci poi, inermi.

C’è bellezza nella profonda e potente leggerezza con la quale Boccaccini ha tradotto e condiviso un’esperienza così intima e così eccezionalmente quotidiana. Come un cantore professionista, un aedo, ci rapisce e ci guida attraverso “luoghi”. Luoghi dell’anima. Ci fa entrare in una geografia emotiva (con epicentro Torre in Pietra), in un intimo viaggio sentimentale, in una mappatura dei costumi. Di quel periodo ma non solo. “Perché i padri sono Paesi”, da cui si parte e dove si desidera tornare. Anche, anzi soprattutto, se sono stati loro a mettere una distanza. La bellezza dell’appartenenza chiede comunque di essere celebrata. E Tarquinio, così infiammabile e insieme così capace di misericordia, lo fa. E trasmette l’imprinting.

E poi ci sono le Madri, come Valeria. Che sanno fare tutto contemporaneamente. Con la grazia e la resistenza di un discobolo, con in mano il più grande (e quindi il più buono) dei cocomeri. E con le quali è più facile confidarsi, prima che l’imprinting paterno culmini con il primo discorso fra uomini.

C’è bellezza nelle nitide foto posturali che immortalano i gesti: offerte su un vassoio, come farebbe un cameriere di Fassi. Perché la vita va bevuta: condividendo a volte “un bicchierino”, a volte “un calice a Mariù”. Perché “un giorno si nasce e un giorno si muore”.

C’è bellezza nella sacralità delle cerimonie: quelle istituzionali, come lo sposalizio o la commemorazione, diventano scenari di qualcosa di diversamente sacro, ovvero le tappe della rivelazione dell’enigma di questa presenza favolosa. All’interno delle quali dapprima un figlio scopre il padre “salvatore” del ragazzo con la lambretta e successivamente viene messo a parte di un discorso per la prima volta “da uomo a uomo”. Cerimonia questa, suggellata dal rituale del fuoco.

C’è bellezza nella musica scelta per accompagnare la rievocazione e insieme la rivelazione della passione di Salvatore D’Acquisto: come una pioggia rafficata, a volte uno stillicidio musicale. Il tutto attraversato dalla dolcezza acuta del violino. E poi, interminabili nuvole di fumo. D’incenso. 

C’è bellezza nell’auto nuova di Tarquinio, vista come un’ inquadratura in soggettiva e vissuta come platea del palcoscenico della via. Quella vera, immortale e quella che scorre e si consuma. Quasi un’immagine uscita da un manifesto di Jaques Tati. 

Perché la bellezza non ha un fine esterno: è di per sé utile. Fa vivere. E in quanto tale, forse, è la legge segreta della vita. Grazie allora a chi mette la propria vita, la propria esperienza e il proprio talento a servizio degli altri, permettendoci di fare esperienza della bellezza della vita.

Questo spettacolo prende la forma di un dialogo: con il pubblico, certamente ma anche con le luci e le ombre interiori dello stesso aedo Boccaccini. Per le quali viene ideato uno speciale disegno luci, necessario per illuminare e celare un luogo diverso: quello custodito nel fondo dei “pantaloni a cica”. Esposto non solo sul comodino ma anche sul palco. Un “luogo” complicato da raggiungere (come la pera in fondo alla bottiglia) e dove Boccaccini ci ha permesso di entrare. Di specchiarci. E di scoprirci, ognuno a suo modo, “somiglianti” a lui. Come lui a suo padre.

TEATRO VITTORIA dal 5 al 10 ottobre 2021


Recensione di Sonia Remoli

Recensione dello spettacolo LA SUPPLENTE di Giuseppe Manfridi – regia Claudio Boccaccini –

TEATROSOPHIA, dal 2 al 5 dicembre 2021 –

Entra in scena una donna, stretta in un trench aperto. Una donna plumbea, dal biondo crine inutilmente raccolto. Sarà abbastanza poetica per straziare la voglia di vivere? Sarà riconosciuta e ossessivamente ricordata?

Silvia Brogi e Stella ( il personaggio) sono riuscite a turbarmi profondamente. Non sapevo cosa aspettarmi quando, guardando la locandina, ho provato a immaginare qualcosa. Così magnetica: un corpo celeste luminoso. Splendente di luce propria? Una cometa? No. Errante? Sì. E così distante da non poterne distinguere il movimento. “Vedere le stelle” equivale a sentire un acuto dolore. Come quello del “desiderare”, che etimologicamente e’ composto anche dalla parola “stella”. Desiderano, coloro che sono disposti ad aspettare sotto le stelle, che arrivi qualcosa che manca.

“Nomen omen”: già, il nome è un presagio. Stella infatti aspetta una telefonata che potrebbe concretizzare un suo desiderio, una cosa che manca. Ma qualcosa la fa desistere dall’aspettare. Che cosa rende un giorno degno di essere vissuto? E’ resistibile viverlo da “supplente”? Applicando cioè un modo di essere diverso da quelli normalmente classificati e classificabili? Sarà sufficientemente dilatato, tanto da poter diventare “eterno” ? 

O servirà una “ricreazione” ? Che cos’è un miracolo? E’ il “now”: il vivere ora. Con tutti. Ma viceversa, miracoloso è anche riuscire a provare “rispetto”: guadare indietro (non sempre avanti) ed avere un dubbio, un bisogno di ricerca, di riflessione, che ci fa fermare un attimo. Questo è il “segno” lasciato dalla supplente a Stella: l’attenzione per tutto ciò che sembra “minore e resta dietro”. Che poi è anche la differenza che intercorre tra la retorica e l’oratoria. 

In questo spettacolo si viene rapiti, in alcuni casi trafitti, da messaggi evidenti e nascosti. Anche perché veicolati magicamente da toni, sguardi, corpi, inquietantemente credibili. Carichi di estro e di competenza. Si esce con la sensazione di essere stati divampati da qualcosa di contagioso, di indomato, che continua a propagarsi anche quando la scena si chiude. 

Un grande momento di teatro sociale, etico e politico.

Silvia Brogi

Qui trovi l’intervista all’autore del testo Giuseppe Manfridi, all’attrice Silvia Brogi e al RegistaBoccaccini: https://www.lanouvellevague.it/la-supplente-teatro-marconi/


Recensione di Sonia Remoli

Recensione dello spettacolo SEI PERSONAGGI IN CERCA D’AUTORE di Luigi Pirandello – regia di Claudio Boccaccini –

TEATRO VITTORIA, dal 26 al 31 ottobre 2021 –

Lo spettacolo narra il mito di Fantasia, dea cospiratrice, che dona vita ad una storia senza un copione che contenga i suoi personaggi. Questi, peccando di “hybris”, cioè di vitale e quindi divina esuberanza, finiscono per irrompere nello spettacolo in allestimento dei figli di Immaginazione, dea un pò parassita. Non c’è tra le due narrazioni un confine; o se c’è è di natura porosa, osmotica. Perché un confine è anche il luogo dove ci si incontra.

Come ci viene suggerito già dall’inizio: un regista e il suo assistente “comunicano” anche se separati dal confine del sipario. Questo tema si ripete e insieme si arricchisce per tutto lo spettacolo, quasi come in un sistema organizzato per cerchi concentrici. Lo si ritrova nel confine che stabilisce quando passare dalle prove sedute (a tavolino) a quelle in piedi. E, ancora, nell’invito a far sentire il senso del guscio nello sbattere l’uovo.

Solo la dea Fantasia possiede il dono della creazione; solo lei plasma le percezioni che riceviamo, le emozioni che patiamo e le restituisce in forme coerenti. Per questo i suoi personaggi sono così vibranti, così vivi ! Ma nonostante ciò il regista decide di esortare i suoi attori, figli della dea Immaginazione, ad una “concertazione”, cioè ad un accordo o ad una sfida con i sei personaggi, figli della dea Fantasia. Il fine però è una cooperazione. Il regista promuove cioè, ancora una volta, un passaggio osmotico.

Lo stesso che fatica a crearsi tra i figli legittimi e quelli illegittimi. E ancora tra l’essere donna e l’essere madre di Amalia. Tra l’essere uomo e l’essere donna di Madama Pace. Tra una sartoria e una casa d’appuntamenti. Tra il “falla tua” e il “non è più nostra”. Tra l’illusione e la realtà. Tra il credere d’intendersi e il non intendersi mai. Tra il racconto e la drammaturgia. Fino alla fine. E quindi senza una fine.

Il sipario si apre su una sala prove di un teatro nudo: senza le abituali e così rassicuranti quinte. I muri perimetrali sono a vista, senza veli, esposti a possibili incontri e a reciproci contagi osmotici. Le corde provenienti dalla graticcia e che sostengono gli elementi scenici sospesi, sono lì, disponibili ad essere sciolte. Anche il fondale è diverso: non chiude nettamente lo spazio scenico. E’ della natura di una membrana, disponibile ad essere sfondata e attraversata.

Questo particolare spazio scenico inizia ad essere abitato da alcuni Attori che arrivano alle prove troppo sicuri e quindi aridi, annoiati, privi della sacra apertura a rendersi disponibili ad essere “posseduti” dal personaggio da interpretare. Sono figli di Immaginazione: combinano e ricombinano situazioni tecniche già conosciute, senza generare nulla di nuovo. Sono affatto inclini alla propositività e al rischio di un’osmosi; piuttosto si mostrano fermamente risoluti nell’arroccarsi in posizioni di sterile difesa.

Soprattutto quando il fondale verrà attraversato dall’invasione barbarica dei sei personaggi, figli di Fantasia. Neri, non solo perché visitati da una serie di lutti (desiderosi d’interpretare in una maniera sempre nuova) ma perché disponibili ad ospitare tutte le ombre che illuminano la vita. Lo leggiamo dalle loro posture, così plasmate e segnate dalle vicissitudini. Anche le più tenere. Su tutte la postura, la voce e soprattutto la risata della figliastra. Talmente scevra da sovrastrutture da incarnare la natura istintuale di una fiera. Che non resiste più alla forza di gravità. E si piega o s’inginocchia in un perenne attacco.

Una “spostata”, come l’etichetta subito il regista. Spostato è il suo sguardo: sempre immerso in un altrove irraggiungibile e che spesso crolla a terra. Mai indifeso. Eppure pudico. Si sente, anche se non lo possiamo leggere nei suoi occhi. Che se li incroci, ti possono pietrificare, come quelli di una Medusa. Ma anche lei ha subito questa pietrificazione dagli occhi di chi non l’ha “riconosciuta”. Per questo ora, come Perseo, sa che deve guardare altrove per resistere. E si aiuta ad orientarsi con le braccia, che diventano i suoi occhi. Anche il suo incedere è precario, come quello di un’equilibrista che tenta di camminare su una fune, per saggiare il proprio equilibrio. Un equilibrio che include numerose cadute verso quel basso che tanto l’attira. Come “La ragazza sulla ponte”, avrebbe bisogno di un lanciatore di coltelli che le faccia”sentire” i suoi speciali confini.

E che dire di quel suo fratellastro, così prossemicamente distante ma anche lui così tentato di cadere giù dal palco, di saltare fuori dalla quarta parete. Quasi come in un trompe l’oeil di Pere Borrel del Caso. E poi la matrigna: l’unica che si dà un nome. Anche lei ha una sua natura da fiera, che a differenza della figliastra si sforza di arginare in un dolore composto, che però non sfugge a involontarie torsioni cariche di pathos. Per poi esplodere in tutta la sua materna ferocia, nell’attimo in cui annusa puzza d’incesto. Trauma che rivive assumendo le sembianze posturali di una croce, contenente e contenuto. Dove a urlare è il silenzio. Come in un quadro di Munch.

E infine il padre: una diversa declinazione del vissuto di Mattia Pascal. Che qui dimostra di aver appreso il potere di attrazione degli oggetti: uno su tutti il cappello. Quello per evocare Madama Pace e quello di paglia, ornato da una ghirlanda di rose, per sedurre la sua giovane amante.

Una qualche “concertazione” alla fine viene raggiunta tra i figli delle due diverse Dee: gli Attori finiscono per disarmarsi, riuscendo ad assorbire le ombre dei Personaggi. Lo vediamo dai loro corpi, che perdono ognuno il caratteristico à plomb e si rendono malleabili ad essere piegati dalle emozioni. In particolare la prima attrice, che trasforma l’ossessivo accavallamento delle gambe in un “basic instinct” sguaiato. Di spalle, non per continuare a ricordare a tutti che lei non può perdere tempo ma perché finalmente inserita e catturata osmoticamente nel personaggio. E nel tempo.


Recensione di Sonia Remoli