Recensione del docufilm SCARROZZANTI E SPIRITELLI – 50 anni di vita del Franco Parenti – regia di Michele Mally –

FESTA DEL CINEMA DI ROMA 2023, Auditorium Parco della Musica – 23 Ottobre 2023 –

Poesia di luce e di speranza, 50 lunghe candele fanno ardere di fulgente intima magia le emozioni e i ricordi dei primi 50 anni di vita di quel “santuario della parola” che è stato, è, e sarà il Teatro Franco Parenti.

“Davar” in ebraico significa, infatti, “parola”. Ma anche “avvenimento”. Parlare quindi vuol dire anche far accadere le cose. Sacro è il fuoco della parola, che crea la vita umana. Divino è il legame che istituisce tra il visibile e l’invisibile. 

Andrée Ruth Shammah al Teatro Franco Parenti

Ecco allora che l’incandescente ed eclettica Andrée Ruth Shammah decide di riplasmare lo spazio teatrale, predisponendo una scenografia potentemente essenziale. Capace, cioè, di ospitare un grande fuoco attorno al quale invitare a riunirsi, in magico cerchio, tutti i più cari amici del Franco Parenti – i testoriani “scarrozzanti” – testimoni ed eredi della filosofia di questa “Casa del teatro”.

Una scena del docufilm “Scarrozzanti e spiritelli” presso il Teatro Franco Parenti

Tanti gli amici registi e attori, con un ruolo-chiave per la storia di vita del Parenti, che hanno condiviso anche nel docufilm la loro testimonianza sul rapporto con questa realtà: Mario Martone ne sottolinea il legame imprescindibile con Milano; Marco Giorgetti il fatto di essere un teatro-mondo che soddisfa ogni esigenza culturale e di vita; Anna Galliena ne ricorda la genesi come “di una storia che non sembrava e che invece poi è stata”; Roberto Andò evidenzia che quello che si sente al Parenti è un’idea di teatro che è un autoritratto della Shammah. Solo per citare alcune delle testimonianze colme d’emozione che si sono susseguite. E poi la dichiarazione-incoronazione di Filippo Timi: “La vera fortuna, e non possiamo far finta che non lo sia, di questo teatro sei tu, che sei il presente. E’ fondamentale Andrée perchè “x” che tende all’infinito ha bisogno di un punto e Andrée sei tu. Chiamalo il cuore, chiamalo The Mother, chiamalo luce”.

In sala ieri sera, oltre a molti di loro, la prestigiosa presenza umana e professionale di Adriana Asti, testimone del profondo sentire che la lega al Parenti e alla Shammah.

Ma il docufilm – la cui regia è affidata alla densa sensibilità di Michele Mally – tiene memoria anche di coloro che solertemente lavorano e hanno lavorato dietro le quinte, ovvero gli artigiani del Teatro. Nominati uno ad uno: perché è dando un nome che si riconosce un’identità. Perché anche loro sono “il fuoco del teatro” – come ha ricordato con sincera commozione Raphael Tobia Vogel.

Scena di un contributo video di Adriana Asti ne “La Maria Brasca”

E per quelli che non ci sono più – in primis Franco Parenti, Giovanni Testori, Dante Isella ma anche e soprattutto Eduardo De Filippo, quelli che la Shammah chiama gli “spiritelli” e che sono stati “pericolosi perché hanno vissuto i loro sogni ad occhi aperti con il proposito di attuarli” – la loro assenza sarà presente attraverso il fulvido fuoco del ricordo di questa splendida comunità. Fuoco e quindi medium tra il nostro e il loro mondo. 

Franco Parenti e Andrée Ruth Shammah

Come nel 1973, è stata la serata del 16 gennaio 2023 quella in cui si è rievocato l’inizio dell’attività dell’allora Salone Pier Lombardo. Quando cioè andò in scena la prima regia di Andrée Ruth Shammah: “L’ Ambleto” di Giovanni Testori, primo capitolo della “Trilogia degli Scarrozzanti”. E proprio nell’incontro del 16 gennaio scorso, intitolato “In compagnia della loro assenza”, si è consumato questo solenne e “primitivo” rito collettivo: per celebrare il Teatro. Prima ancora che il Franco Parenti. 

Andrée Ruth Shammah in una scena del docufilm “Scarrozzanti e spiritelli”

Da sempre l’uomo affida al rito i momenti di passaggio – così ricchi di pericolosa opportunità – della sua esistenza personale, nonché della collettività di cui fa parte. E cerca in esso la garanzia del mantenimento della propria identità e di quella della comunità di appartenenza.

Quello infatti che l’arguta direttrice artistica ha scelto di mandare in scena per il magico attraversamento del 50esimo anno di vita della sua realtà esistenziale, prima ancora che professionale, è un sacro “atto di scelta”, di ancora viva testimonianza e aderenza ad uno stile di vita e di lavoro.

Una scena del docufilm “Scarrozzanti e spiritelli”

Ad aprire la preghiera-rituale comune, la Shammah ha investito il caro amico Massimo Recalcati – rinomato psicoanalista e saggista ma anche appassionato amante del teatro – che ha gettato luce, con la solenne grazia della sua parola, sulla deriva dalla quale è bene liberare l’atteggiamento della “nostalgia”. Lei che ci avvolge così prepotentemente nel momento in cui avvengono degli eventi che segnano un forte cambiamento di rotta al nostro navigare nel mare della vita. Ma la sacra esigenza del ricordare, propria dei momenti di rievocazione di un ameno passato, lungi dal favorire atmosfere di mero rimpianto che portano ad una sterile stagnazione o ad una paralisi evolutiva, può e deve prendere la forma di una profondissima gratitudine. Perché chi non c’è più è presente proprio grazie alla sua assenza. Nostro compito è allora quello di “portarli con noi”, nel presente e nel futuro. Perché è questo ciò che davvero in maniera più autentica essi desiderano. E dei loro insistenti desideri sono ancora intrisi gli stessi muri del Teatro. Perché così fanno i desideri, quelli autentici.

Franco Parenti è “L’Ambleto” di Giovanni Testori

Ecco allora anche la scelta di continuare ad assegnare l’incipit del docufilm alla voce-presenza dell’ ambletico Franco Parenti. Così come la chiusura del docufilm: perché ogni fine contiene in sé un nuovo inizio, un nuovo incipit.

Perché l’importanza dei “maestri” – coloro cioè che “hanno portato con sé un po’ di mondo da difendere” – chiede di essere ricordata. Ma soprattutto “presa”: colta e fatta propria. Nel presente. In un ciclo vitale, capace di continuare a far emergere fresca linfa, all’interno di un naturale e prezioso passaggio di consegne.

Perché così “il teatro existerà contra de tutto e de tutti, enzino alla finis de la finis” .

Raphael Tobia Vogel in una scena del docufilm “Scarrozzanti e spiritelli”


Scarrozzanti e spiritelli

50 anni di vita del Teatro Franco Parenti

ideazione e direzione artistica Andrée Ruth Shammah

regia Michele Mally

sceneggiatura di Didi Gnocchi e Paola Jacobbi

con i contributi video di Raphael Tobia Vogel

una produzione 3D Produzioni

in collaborazione con Teatro Franco Parenti e Rai Cinema

con il sostegno di MIC – Direzione Generale Cinema e Audiovisivo



CALENDARIO DELLE PROIEZIONI

Lunedì 6 Novembre 2023 – ore 20:00 : Sala Excelsior – Anteo Palazzo del Cinema Milano

Lunedì 27 Novembre 2023 – ore 19:00: Cinema Modernissimo – Cineteca di Bologna


Recensione di Sonia Remoli

 

Recensione dello spettacolo MENO DI DUE – scritto e diretto da Francesco Lagi –

CARROZZERIE N.O.T, dal 13 al 22 Ottobre 2023 –

Sembrano due stagioni: lei l’ancora caldo e multiforme autunno; lui il rigido e posato inverno.

Due stagioni limitrofe però. Osmotiche.

L’apertura multiforme dell’autunno – ancora ebbro del contatto con il calore estivo – è decisamente accogliente. Ed è curiosamente eccitato di conoscere cosa si può celare dentro quella precisione un po’ meccanica dell’inverno. Tanto da sporgersi verso di lui per provare un po’ ad incontrarlo sulla soglia del suo ingresso. Insomma, lei l’autunno, ne desidera un contatto: tiepidamente epidermico.

E lui, l’inverno, si avvicina come uno che viene da molto lontano. E infatti staziona in modo diverso. Molto diverso. Diciamo che tende a rimanere dietro la linea gialla.

Regna l’imbarazzo: come ad ogni primo incontro. Ma anche i tentennamenti imbarazzanti possono accordarsi magnificamente: i loro lo fanno. E ballando con le parole spesso si pestano. Ma ci sta. Basta sorriderci su e riprovare. È bellissimo. È una sinfonia di insolita bellezza.

“Ma com’è difficile” – pensano.

Lo pensa di più l’inverno, che viene da lontano. E non ci capisce niente di tutte queste proposte autunnali. “Sempre diverse: un flusso inarrestabile ! Ma che significa? Bah. Intanto andiamogli dietro, assecondiamole” -pensa, prima di ogni risposta, l’inverno.

Ma lei, l’autunno, spinge l’acceleratore e lo porta a visitare delle grotte, dove regna sì il buio più profondo ma dove si può scoprire – se si è attenti – un nuovo linguaggio: dei segni apparentemente indecifrabili dipinti alle pareti. “Fa un po’ paura eh, ma è bello provare a decifrarli insieme” – pare dirgli lei, l’autunno.

E così, una volta risaliti in superficie, l’inverno rompe gli indugi e accetta l’invito di varcare la soglia.

Si sta bene da lei, si sta comodi. È gentile lei, l’autunno.

Ma guai a mettersi troppo comodi: l’autunno è multiforme. Non si accontenta. Cerca sempre. Perché per lei 1+1 non fa 2. Fa un po’ meno. L’inverno deve saperlo.

Poi però l’autunno lo invita, se vuole, a restare a dormire.

Per sognare.

Un po’ come nella grotta.


Anna Bellato, Francesco Colella e Leonardo Maddalena della compagnia Teatrodilina rappresentano un ensemble di musicalità tecnica, di divertente spiazzamento e di poesia. Tanta poesia.

Si donano con grande generosità e il pubblico ne resta ammaliato. Fin da subito.

Anna Bellato, Francesco Colella e Leonardo Maddalena

Il testo, scritto da Francesco Lagi, è il risultato di uno sguardo profondo su quello che è e resterà (anche per fortuna !) il mistero della relazione tra uomo e donna. E che proprio in quanto tale non smette mai di affascinarci. È tradotto da Lagi in una forma linguistica ed interpretativa – Lagi infatti è anche colui che ha diretto lo spettacolo – invitante, di facile assimilazione e con un rilascio che lavora anche a lungo termine.

Francesco Lagi

Perché quelli in scena siamo noi. E meno male che ci viene da ridere per le loro paure, per le loro gaffe, per il loro essere ridicoli. Irresistibilmente ridicoli. Grazie a loro possiamo realizzare che 1+1 non fa 2. Fa meno di 2. Ma ci si può stare. È comunque tanta bellezza. E quella che manca si puo’ continuare a cercare. Meno male che c’è il teatro. Meno male che c’è Teatrodilina.

Foyer di Carrozzerie n.o.t.

Complimenti vivissimi a Carrozzerie n.o.t per aver aperto la loro stagione con questo spettacolo che ci scaraventa nel mistero della relazione delle relazioni: l’amore. Così affascinante proprio perchè così difficilmente raggiungibile e sostenibile. Ma questa è la fertile tensione che anima Carrozzerie n.o.t., che proprio quest’anno festeggia i suoi primi 10 anni di vitalità. Auguri !


Recensione di Sonia Remoli

Recensione dello spettacolo L’IMPARATA di Roberto Iannucci – regia di Felice Della Corte

TEATRO MARCONI, dal 17 al 22 Ottobre 2023 –

Che cosa può succedere quando l’esterno, in questo caso il contesto sociale della criminalità organizzata, condiziona così prepotentemente le più intime dinamiche familiari? 

Cosa può succedere quando aderire al contesto sociale fa smarrire ad una madre il suo valore più profondo: quello di trasferire ad un figlio l’amore per la vita nonostante tutto ?

Quanto incide la crisi dell’etica pubblica nella crisi della famiglia?

Questo emozionante testo di Roberto Iannone narra infatti del dramma che si consuma all’interno di una famiglia che ha aderito all’etica camorrista. 

Felice Della Corte

La regia di Felice Della Corte ne esalta i chiaroscuri narrativi attraverso un interessante espressivismo linguistico-corporeo. Evidente è infatti il lavoro degli attori sulla parola e sul gesto: sulla loro voluta dilatazione o al contrario sulla loro estrema frammentazione compulsiva (deformazioni sottolineate anche dagli inserti musicali).

Da questo particolare connubio scaturisce un linguaggio espressivo che, al di là della suggestione propria del dialetto napoletano, si manifesta, proprio per il suo essere ricchissimo di suoni di origine onomatopeica, come una lingua quasi primitiva. Un po’ quella che Jaques Lacan chiamava “la lalangue”: una sorta di lallazione prelingistica matrice di tutte le altre lingue, che eccede dai codici di ogni linguaggio ma è in grado di descriverne i sentimenti.

Una lingua che si mescola al corpo e che da questo ne è tradotta. Perché non nasce come qualcosa che semplicemente “esce dal corpo” ma che si unisce ad esso nell’espressività. E che spesso attinge anche al mondo animale. È la stessa drammaturgia che invita a sottolinearlo. Un’umanità, quella in scena, quasi orwelliana dove la genuinità dei “maiali” è avvelenata da quella degli “scorfani”.

La drammaturgia narra, infatti, di un commesso viaggiatore di biancheria per la casa ( il “maiale”, un convincente Antonello Pascale ) che a sua insaputa si ritrova esso stesso ad essere “terreno” dell’espressione del potere che una madre e un figlio, subdoli rivali, si stanno contendendo.

In questo particolare frangente è la madre (una Teresa Del Vecchio dall’incantevole ambiguità) a concedere al commesso viaggiatore il permesso di frequentare la casa e quindi di entrare nei confini del quartiere, territorio di famiglia. La madre cioè continua, come quando il figlio era in prigione, a prendere lei stessa le decisioni da capo clan familiare.

Teresa del Vecchio

Vincenzo (un appassionato e appassionante Antonio Grosso) infatti è appena tornato a casa dopo aver scontato solo tre anni di reclusione anziché dieci, come prescritto. La madre, ma anche la moglie di Vincenzo ( un’accurata Marika De Chiara ), sospetta che il figlio “abbia cantato”: vergogna delle vergogne in ambito mafioso. E nell’attesa di averne le prove, prosegue nella gestione familiare del potere, marcando lei stessa il territorio e proteggendolo dall’infamia del disonore. Quando il figlio Vincenzo se ne accorge è ormai troppo tardi e non gli resta altro, per riconoscersi un’identità, se non esprimere il proprio potere “di nascosto”: sequestrando il commesso nel sotterraneo di casa. Ma il suo ruolo da carnefice è una guerra di nervi che non ha vere intenzioni criminali.

Antonio Grosso – Ritratti – 2014

Lo spettacolo prende avvio proprio da questo momento della storia, per proseguire in un intreccio avvincente che esplora il continuo mutare dei personaggi da vittime a carnefici. E gli attori in scena sanno restituirne la profonda densità.

Un mondo in apparenza molto solido ma in realtà fragilissimo quello proposto dall’ “organizzazione” che i camorristi napoletani definivano “Società della Umirtà”, alludendo alla difesa del “loro onore”: che consisteva nell’omertà (Umirtà). Codice malavitoso del silenzio e dell’obbligo a non parlare con la polizia degli affari interni all’organizzazione.

Ma non si può permette che per “onore” si intenda una ligia appartenenza ad una regola di oppressione. Non si può considerare l’onore come una losca affidabilità tenuta alta da chi ha le mani in pasta. L’onore deve essere il colore sensibile della morale, della solidarietà. Perché una società autenticamente solida è una società solidale.

Marika De Chiara, Antonio Grosso, Teresa Del Vecchio e Antonello Pascale

Per questo è importante che anche il Teatro partecipi alla costruzione di questa solidità solidale liberando le parole chiave della nostra umanità dall’inquinamento provocato in esse dal pervertimento del loro significato originario.

Questo spettacolo ne è un esempio.

Così come notare che in platea fossero presenti direttori artistici di altri teatri romani. Perché il Teatro, al di là di una sana competizione, resta un ambiente dove può esistere autentica condivisione.

Solidale.

Recensione dello spettacolo LA VOCE UMANA di Jean Cocteau – regia Rosario Tronnolone –

TEATRO DI DOCUMENTI, dal 17 al 22 Ottobre 2023 –

Perdere un amore rischia di non farci più capire chi siamo. Perdere un amore fa vacillare la nostra identità e manda in frantumi la visione del mondo alla quale insieme all’altro avevamo donato una nuova forma. Sì, gli altri sono importanti per caratterizzare “chi siamo”: il loro sguardo, le loro parole, i loro gesti, il loro essere testimoni (e magari anche eredi) di ciò che viviamo ci sono ontologicamente necessari.

Jean Cocteau

Anche di questo ci parla Jean Cocteau (1889-1963) – di cui si celebrano i 60 anni dalla morte – in quest’affascinante e “scandalosa” opera teatrale del 1930. Lo sottolinea, in verità, già nella prefazione a questo testo, dichiarando esplicitamente come esso nasca in risposta ad un certo sguardo che “altri” hanno sul suo modo di lavorare.

Gli fanno notare, ad esempio, di far troppo spesso ricorso a congegni meccanici per le scene. Ecco allora che in questo testo Cocteau toglie tutto, o quasi, e lascia alla sola interprete agire lo spazio. Farsi spazio. È lei lo spazio: lei così accogliente da lasciarsi invadere. Da non curarsi più di sé fino a votarsi (e vuotarsi) come una supplice, tanto da non ritrovare più un proprio sé quando lui se ne va. Quel sé che le permetterebbe di ricominciare. Invece, tagliata la simbiosi, lei si ritrova irreparabilmente monca. Sanguinando dolore.

Inoltre, sempre “gli altri” fanno notare a Cocteau che è suo costume accanirsi ad utilizzare gli interpreti senza tener conto delle loro inclinazioni. Nasce allora, in risposta a tale sguardo, l’idea di realizzare un testo, questo, che non si dia come un diktat, un’imposizione da seguire con ossequio, quanto piuttosto si offra come uno spazio psichico da riempire, un pre-testo: una condizione, un luogo dove all’interprete vengono lasciati in gestione ben due partiture: due ruoli.

Quello di lei che parla e quello di lei che ascolta. E che proprio nell’ascolto ha il potere di dare vita e forma, attraverso eloquenti e più o meno rispettosi silenzi, al carattere dell’altro personaggio: quello di un lui che si trova dall’altro capo del filo del telefono. Colui che è invisibile ma che prende corpo – e spazio – attraverso i silenzi di colei che ascolta. È quindi l’ascolto della voce umana a decidere che vita avrà l’altro. Quale spazio siamo disposti a concedergli. Cocteau non poteva trovare modalità più efficace e di bellezza più superba di questa.

Il regista Rosario Tronnolone

Ieri sera è andata in scena la prima de “La voce umana” del regista Rosario Tronnolone al Teatro di Documenti, nel cuore del quartiere Testaccio di Roma. Uno spazio “sui generis” progettato e costruito da Luciano Damiani, massimo scenografo del Novecento e uno dei più innovativi artisti teatrali di tutti i tempi.

Un possibile allestimento in una sala del Teatro di Documenti

Damiani (1923 -2007) – di cui si festeggiano i 100 anni dalla nascita – dopo aver lavorato nei principali teatri di prosa e di lirica del mondo, decide di creare uno spazio che possa esprimere la sua idea di teatro: uno spazio che, senza rinnegare il passato e la tradizione, diventi il “teatro che prima non esisteva”. Uno spazio “democratico e popolare” dove le persone, gli attori e gli spettatori possano restare insieme nel farsi dello spettacolo. Qui, infatti, l‘unificazione strutturale tra spazio della scena, spazio del pubblico e spazio degli attori annulla la tradizionale separazione tra palco e platea, e disintegra il dualismo “dietro le quinte/davanti le quinte”.

L’interprete Siddhartha Prestinari

In questo “gioiello architettonico”, capolavoro di architettura teatrale, il regista Rosario Tronnolone ha lasciato esprimersi un’intensa e palpitante preda ferita e sanguinante, quale si è rivelata essere Siddhartha Prestinari. E noi, lì accanto a lei – complice la tipologia dello spazio scenico del Teatro di Documenti – abbiamo vissuto attraverso lei il nostro essere stati, almeno una volta, prede ferite e sanguinanti. O magari cacciatori: vista la duplice versatilità richiesta all’interprete in questo celeberrimo monologo-dialogo.

Laddove Cocteau suggeriva un total- white per spazio, oggetti di scena e camicia da notte di lei, con un tocco di “malefico” che si poteva insinuare dal quadro sopra il letto e dal gioco sinistro delle luci, la regia di Valerio Tronnolone sceglie di calare sulla stessa interprete l’allusione alla nota malefica: vestendola di nero. Con un elegante pigiama dal taglio maschile, che ne esalta una femminilità androgina. Anche il telefono, suo prolungamento in quanto ultimo filo a legarla al suo ex, si tinge di nero. L’effetto “sanguinante” dei drappi rossi di Cocteau è qui reso da sinistri fasci di luce rossa, che calano e colano in scena, in alcuni momenti topici dello spettacolo.

L’interprete Siddhartha Prestinari

Ma la più autentica e lacerante sensazione di animale ferito, e progressivamente sempre più sanguinante, ci arriva dalla viscerale – eppur composta – interpretazione di Siddhartha Prestinari, fin dall’inizio dello spettacolo psicologicamente umida di tracce di lacrime, di muco. E di sangue. Al di là del suo elegante contegno, si fa sempre più prepotentemente intimo l’urlo della sofferenza. È la sua voce a insinuarsi, con quel tipo di subdola potenza che solo certa fragilità riesce a scavare in chi guarda e ascolta. Fino a scoperchiare il vaso dei nostri vissuti. E a farci ritrovare lì con lei, a sanguinare. Ancora. 

I suoi piedi nudi, a forza di calpestare ossessivamente il suolo della stanza, hanno finito per condividerne la polvere. Come chi si vota alla volta di un pellegrinaggio, per pentirsi e per chiedere ancora aiuto. Supplicando. Inginocchiandosi. Come quei pellegrini del quadro del Caravaggio (“La Madonna dei pellegrini”) . Come chi si sente “peregrino”, cioè “straniero”, nel luogo che si trova ad abitare.

Siddhartha Prestinari e Rosario Tronnolone

La Prestinari è mirabile nella sua psicologica artigianalità a saper modellare, in maniera sempre diversa con la voce, il disagio che la invade. Si intuisce anche nel suo chiedere aiuto al corpo, nel cercare sempre nuove posture compensatorie. Smette di cesellarsi l’animo, e quindi la voce, solo quando si ribella con la centralinista o con le persone che invadono la linea telefonica. Per difendere strenuamente la “sua” linea telefonica: il suo ultimo legame con lui. Quel che resta del cordone ombelicale dal quale traeva nutrimento. Ma neanche questo ultimo filo che li lega è solo suo. Anche qui deve competere con altre persone che si inseriscono sulla “sua” linea di “abbonata”. 

Eloquentissimo poi il ritratto di lui, che ricaviamo dalla densità carica di pathos dell’ascolto di lei e dal suo sapiente sagomare i momenti di silenzio. Così, Siddhartha Prestinari consegna allo spettatore un dialogo intrigante e lancinante, che non fa cadere nemmeno per un attimo l’attenzione e l’apprensione. Sua la capacità di stimolare nel pubblico l’esigenza di prendere e far proprio, con la mente e con il cuore, il luogo emotivo rappresentato. Una comprensione che ha la cifra dell’umano oscillare tra il ruolo di vittima e quello di carnefice, alla ricerca del difficile equilibrio tra cedere il proprio spazio (il proprio ascolto) senza permettere la totale invasione altrui.

Una prova attoriale di sublime bellezza.


Recensione di Sonia Remoli

Recensione dello spettacolo IN TRENO IN TRE NO di e con Giuseppe Manfridi

TEATROSOPHIA, dal 13 al 15 Ottobre 2023 –

È versatile, di grande smalto, spettacolare. Davvero brillante. Di più: spumeggiante. Insomma di grande effetto. 

Giuseppe Manfridi, uno dei massimi drammaturghi italiani, come un autentico acrobata cammina sulla punta delle parole. E stupisce per l’agilità funambolesca nel trovare sempre nuovi equilibri. Stupisce il suo piroettare osando numeri complessi di giocoleria e di agilità linguistici.

Un autentico equilibrista: abile nel “camminare” in situazioni difficili, destreggiandosi con maestria o con temerarietà. 

Giuseppe Manfridi

I suoi “fuochi pirotecnici” si originano dall’applicazione di un’arte umana speciale: quella del fare luce attraverso la complicità delle ombre. Con un taglio fantasmagorico che sorprende e incalza in maniera serrata. È fascino, è incanto. È magnetismo.

Un piacevolissimo divertimento che ci apre: che inaspettatamente ci fa espandere. Sublimando le tensioni accumulate nel corso della giornata. Perché sì, questo tipo di divertimento, è anche terapeutico.

Particolare dell’installazione scenica di Antonella Rebecchini

È la bellezza dei pensieri insolitamente connessi. Che escono dalla vorticosa mente dell’acrobata Manfridi e come per magia si stagliano alle sue spalle, visualizzati oniricamente dal fascino enigmatico dell’installazione dell’ artista Antonella Rebecchini.

È l’epifania di una sacra investitura: un’aureola che ossessivamente si replica e si rinnova, generata da un caos che visionariamente prende forma attraverso l’istallazione della Rebecchini. 

L’installazione scenica di Antonella Rebecchini

Un binomio artistico, quello tra Giuseppe Manfridi ed Antonella Rebecchini, efficacissimo. Vicendevolmente valorizzante. E quindi vincente. Due mondi, quello della parola e quello dell’immagine tridimensionale, in continuo dialogo, legati in un movimento circolare che generosamente si lascia attraversare.

Lo spettatore, rapito, si ritrova immerso in un universo che preda nel momento in cui sfugge. In verità, l’evocatività della parola lascia una traccia che, almeno per un attimo, riusciamo a trattenere. Ed è magia !

Antonella Rebecchini e Giuseppe Manfridi

Un’esperienza immersiva quella proposta da Giuseppe Manfridi a Teatrosophia, fino a domenica 15 ottobre. Un viaggio al centro delle parole, dove regina regna l’ambiguità e il suo fascino diabolico. Di cui bisogna imparare a godere.

Perché questa meravigliosa avventura linguistica è un gioco stupefacente. E giocare significa sperimentarsi, crescere.

Vivere: entrare nel gioco della vita, dove la vera vittoria è l’atto stesso del giocare.


Recensione di Sonia Remoli

Recensione dello spettacolo LE MEMORIE DI IVAN KARAMAZOV – regia di Luca Micheletti

TEATRO VASCELLO, dal 10 al 22 Ottobre 2023 –

“La vera vita degli uomini e delle cose comincia soltanto dopo la loro scomparsa” (Nathalie Sarraute).

La vita di Ivan Karamazov, ancora ferma al giorno del processo per parricidio, è quella di un personaggio pirandellianamente in cerca di un autore che gli possa regalare un finale.

Ad Umberto Orsini, suo interprete dal lontano 1969, arriva pungente l’urgenza di questa esigenza. E quello allestito, con sublime poesia, sul palco del Teatro Vascello è il luogo della mente del “personaggio” Ivan, che indugia e insiste nella mente della “persona” e ora anche “autore” Umberto Orsini. Autore assieme a Luca Micheletti.

Ma cosa significa regalare un finale ? Significa regalare, o meglio “restituire”, un’identità. L’identità, infatti, è un dono che ci possono dare solo gli altri. Perché nessuno di noi “si può fare” da solo. Drammaturgicamente ed esistenzialmente. I primi a farcene dono sono i genitori, per un periodo della nostra vita anche autori della stessa.

Ma poi entrano in scena tutte quelle persone il cui “incontro” è risultato essere stato per ciascuno di noi una folgorazione. Il cui incontro – direbbe Massimo Recalcati – ha interrotto l’abituale scorrere del tempo. Come è avvenuto tra Umberto Orsini e Ivan Karamazov.

Era il 1969 quando sulla rete nazionale della Rai andava in onda lo sceneggiato televisivo di Sandro Bolchi “I fratelli Karamazov” e un giovanissimo Umberto Orsini ne interpretava l’Ivan. Ma, a seguito di questo incontro, nulla è più come prima. E negli anni a seguire Orsini non smette di sentirselo intimamente connaturato alla propria essenza. E alla propria esistenza. Tenendolo insieme a sé con lo sguardo. E con il respiro.

Umberto Orsini è Ivan nello sceneggiato televisivo di Bolchi del 1969

Ma se l’incontro ha la cifra della folgorazione, l’identità è un processo che richiede tempo. Solo ora infatti Orsini sente che è arrivato il momento: sente di averne la giusta consapevolezza. Perché Orsini, così come Ivan, è un uomo che ha sempre tollerato di “essere disturbato” dalla polifonia di voci della sua coscienza e dalle relative contraddizioni che la abitano. Uomini, loro, che resistono alla tentazione di mettere a tacere gli elementi di disturbo della psiche (come accade ai più). Ma che anzi li accolgono. E danno loro la parola.

Uomini loro, che temono, ma di più amano la vastità del mare della vita. E nonostante tutto navigano, cercano, esplorano. Si perdono. E sognano un ritorno. Un “nostos“. 

Il regista e co-autore Luca Micheletti

Ecco allora che dalla lirica regia di Luca Micheletti, quasi come a cavallo di una slitta, i percorsi della memoria di Ivan scivolano giù, seppur spazzati insistentemente dal vento. E tornano. Tornano a riaffrontare il caos che avvolge “i resti archeologici” di un luogo fisico e mentale. Labirintico. Costruito per cerchi concentrici. Avvolto nel buio. Una scena ( curata con sublime poesia da Giacomo Andrico, dove il suono è affidato a Alessandro Saviozzi e le luci a Carlo Pediani) capolavoro del suo dramma.

E un po’ come un quadro di Mark Rothko, catalizza lo spettatore ad una contemplazione più intima e raccolta, permettendo un viaggio ipnotico che apre una finestra sull’incomprensibilità dell’io più profondo. Sul suo dramma interiore. Una rappresentazione concreta della tragedia esistenziale del personaggio ma anche dell’interprete-autore.

Umberto Orsini

Un personaggio che denuncia in sommo grado l’assenza di una figura paterna che sappia stabilire confini, fissare leggi. L’assenza di un dio che limiti il più gravoso peso dell’umano vivere: la libertà. Perché la principale pulsione umana è quella alla sopraffazione. E l’amore si può solo imparare.

Dell’interprete Orsini folgora la freschezza del disperato ardore. L’elasticità nervosa dei muscoli. Il guizzo dalle mille sfumature degli occhi e della voce. Il respiro. Le mani. Lui, insieme dio e demone.

E così, immaginando un nuovo processo e con una diversa spiegazione dei fatti, quasi come al termine della elaborazione di un lutto – che qui rischiava di diventare permanente, cronico – Orsini riesce a sublimare quell’oscura mancanza melanconica che avvolgeva l’esistenza di Ivan Karamazov. Riesce cioè “a far iniziare la vera vita di Ivan”, come direbbe Nathalie Sarraute. E così ora quell’ ” inverno del nostro scontento è reso fulvida estate”. Da Umberto Orsini. Assieme a Luca Micheletti.

Umberto Orsini e Luca Micheletti

Recensione dello spettacolo LA MORTE DELLA PIZIA di Friedrich Dürenmatt – regia di Giuseppe Marini

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A Giuseppe Marini il Premio Franco Enriquez 2024 – per un Teatro, un’ Arte e una Comunicazione di impegno sociale e civile – (cat. Teatro Classico e Contemporaneo sez. Miglior Regia): la rappresentazione ” … è un piccolo capolavoro di ingegno e ironia di Friedrich Dürrenmat… che riesce mirabilmente a conservare la leggerezza del testo e nello stesso tempo la sua complessità”.

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TEATRO VITTORIA, dal 10 al 15 Ottobre 2023 –

Che cosa è successo a Delfi, l’antica città della Grecia, nella Focide, famosa per l’oracolo e il santuario del dio Apollo ?

Nel provocatoriamente dissacrante racconto dello scrittore svizzero Friedrich DürrenmattLa morte della Pizia”, pubblicato nel 1976 all’interno della raccolta di racconti “Mitmach” e ripreso dall’omonimo adattamento teatrale a quattro mani di Patrizia La Fonte e Irene Lösch per la regia di Giuseppe Marini, andato in scena ieri sera dal palco del Teatro Vittoria di Roma, Delfi – il centro di culto più prestigioso dell’antichità – è andato in panne. Qualcosa si è guastato; qualcosa ne ha provocato l’arresto, costringendo ad una sosta.

il regista Giuseppe Marini

Niente d’improvviso, però: che l’uomo preferisca affidarsi a qualcun altro per farsi dire cosa fare, non assumendosi la responsabilità delle proprie scelte è connaturato alla natura umana. È un’anima che ci abita da sempre e che ogni volta ci tenta a scegliere una gabbia dorata piuttosto che un salto verso una felicità sconosciuta. La libertà, infatti, non ci regala solo ebbrezza ma anche angoscia.

Dürrenmatt sceglie una chiave di lettura dissacratoria per farci riflettere sui rischi che si corrono a preferire mettersi nelle mani degli altri (inclusi gli dei) rinunciando al desiderio di costruirci di volta in volta un nostro pensiero critico su ciò che ci circonda. Svendendo, per un illusorio senso di protezione e di quieto vivere, il nostro potere di gestire la quota di libertà che ci è concessa.

L’acuto adattamento di Patrizia La Fonte e Irene Lösch unito sinergicamente allo sguardo del regista Giuseppe Marini sottolinea con elegante estro i punti nevralgici del testo originale fino a sviluppare, con suggestiva coerenza, un finale che va oltre. Cercando e trovando un’ ulteriorità. Autenticamente poetica.

Lo spazio scenico (curato con icastica eleganza da Alessandro Chiti) è abitato dalla raffinata decadenza di quel che resta dell’originario Santuario di Delfi: i resti delle tre colonne del portico delle Muse e i resti sparuti e abbandonati a terra di quello che era un ricco archivio degli oracoli già pronunciati.

Ricostruzione del Santuario di Delfi (IV sec. a .C.)

Al posto della scritta “Conosci te stesso” – che campeggiava a caratteri cubitali sul tempio originale – con genio registico c’è qui una gigantografia del volto del dio Apollo. Al sacro culto di quella che era ed è la più autentica delle realizzazioni di un essere umano – dedicare il tempo del proprio stare al mondo alla scoperta di ciò che si è davvero – si è sostituito il culto dell’immagine, dell’apparenza, dell’esteriorità.

Una scena dello spettacolo “La morte della Pizia” di Giuseppe Marini al Teatro Vittoria di Roma

Quella che campeggia al centro del palco del Teatro Vittoria – e che con decisa appariscenza si impone come una contemporanea maxi icona del dio Apollo – può alludere anche all’immagine di un Apollo inserito all’interno di uno schermo televisivo, uno dei nuovi oracoli dei nostri tempi. Così come alla foto di profilo di un social network, altro oracolo contemporaneo.

Uno scatto fotografico decisamente fashion di un dio che però volge lo sguardo altrove: perché oscuro sì, ma anche perché forse non ce la fa a guardare questa molle decadenza dei costumi. E piange lacrime di sangue.

Della sua caratteristica identificativa – il suo risultare oscuro per l’enigmaticità dei suoi oracoli, che solo la sacra capacità di entrare in trance della Pizia poteva decifrare – ci si prende gioco. “Dio è morto” – direbbe Nietzsche.

Maurizio Palladino (qui Merops XXVII) e Patrizia La Fonte (qui la Pizia)

Dell’articolata organizzazione templare dei tempi antichi – i due sacerdoti di Apollo, deputati alla cura del culto al dio e della sua statua; i 5 hosioi che controllavano il rispetto dei riti celebrati; i profeti che assistevano la Pizia e poi altro personale addetto ai sacrifici, alle pulizie e all’amministrazione – restano qui solo una Pizia (Pannykis XI) e un gran sacerdote (Merops XXVII), decisamente nichilisti.

Una Pizia (quella interpretata da un’incandescente e lirica Patrizia La Fonte ) “cenciosa”, isterica e indifferente alle fragilità umane, proprio come quella del testo di Dürrenmatt. Ma qui – ed è ciò che inizia a delinearsi come un ulteriore possibile e prezioso filo della trama, recuperato dall’adattamento e dallo sguardo registico – la Pizia è anche destinata lei stessa a decifrare un nuovo oracolo, un nuovo linguaggio: quello della fertile tensione erotico-conoscitiva dell’amore. Che sa unire; che sublima le diversità. E lo stare in panne.

Maurizio Palladino (qui Tiresia) e Patrizia La Fonte (qui la Pizia)

Fin dall’incipit dello spettacolo si affaccia un indizio: il suo declinare l’incontro con Tiresia, quell'(apparentemente) odiato cieco veggente, interpretato da un seducente e leggiadro Maurizio Palladino . Lo fa celandosi al suo cospetto sotto un lunghissimo drappo rosso fuoco, dove ama nascondersi, in solitaria, per scaldarsi di uno strano calore, così avvolgente. Ben superiore a quello dei misteriosi vapori e del semolino!

Si sottrae per timore di essere troppo vecchia e di non saper essere all’altezza della situazione (apparentemente lavorativa) richiesta da Tiresia. Ma lui, come un vero amante sa, trovata chiusa una porta, cercare ed individuare il modo di insinuarsi per un’altra via: più immaginativa. Più creativa.

E utilizzando la magica seduzione della parola, non quella che dà ordini, né quella che mira subdolamente a manipolare – ma quella che cerca di fare del confine dell’altro un luogo d’incontro – riuscirà, anche prossemicamente, ad evitare che lei continui a nascondersi o a mantenere le distanze.

Si suggellerà così un autentico incontro: quello tra ragione e follia, tra maschile e femminile. Tra le metà di un tutto. Con un’immagine di chiusura dalla potente evocatività: quella che allude al mito delle metà, descritto nel “Simposio” di Platone.

Friedrich Dürrenmatt autore del racconto “La morte della Pizia” , inserito nella raccolta “Mitmach”

La raccolta di racconti che include anche il racconto “La morte della Pizia” non a caso Dürrenmatt la intitola “Mitmach”, ovvero “Partecipare”. Oggi, nell’era dei social network, si declinerebbe in un po’ troppo appariscente “Condividere”. Ma quello che conta davvero è il “partecipare” inteso come tensione d’insieme. Un essere accordati, un’esperienza vissuta, a un tempo, da più punti di vista. Diversi. E perciò un’esperienza più ricca. Più fertile di discernimento, di emozione comunicante. Un autentico incontro che sa come sublimare le situazioni in panne.

Perché il gioco del “partecipare”, il gioco della collettività – per quanto difficile – è l’unico veramente degno di essere giocato. È il solo gioco stupefacente della nostra vita. Ed è a questo gioco, nella sua essenza, che gioca il Teatro: quel rito collettivo di cui il sagace adattamento coordinato dalla regia di Marini ci parla con tanta poesia.

Poesia di cui era ispiratore lo stesso dio della profezia Apollo e che drammaturgicamente qui viene abbinata alla chiave interpretativa della sagacia: decisamente efficace in questo contesto. In passato, infatti la sagacia, era legata a doppio filo con la profezia. Era – e ancora è – il fiuto, l’intuizione istantanea dell’invisibile. Una prontezza mentale al limite con la premonizione.


Recensione di Sonia Remoli

Recensione dello spettacolo RICCARDO III di William Shakespeare – regia di Luca Ariano

CITY LAB 971, dal 3 al 15 Ottobre 2023 –

Si aprono delle porte: è un insolito sipario che cela ulteriori porte e ulteriori profondità. Sarà un invito a castello? Oppure un luogo della psiche? O forse l’adescamento in una trappola luminosamente accecante, dove rischiamo di venir risucchiati ? 

Il regista Luca Ariano – anche curatore del progetto (assieme a Pietro Faiella) e della scenografia (con la collaborazione di Alessandra Solimene) – pensa progetta e realizza uno spazio per la messa in scena del suo spettacolo, tale che lo stesso spettacolo e lo stesso spettatore ne possano essere pensati. È un lampo di genio che colpisce il cuore del bersaglio: il pubblico. Totalmente. 

Luca Ariano

Infatti, immerso all’interno di un calibratissimo gioco di volumi, di prospettive e di effetti cromatico-luminosi (la drammaturgia di quest’ultimi è di Max Comincini), lo spettatore viene inguaribilmente pluri-sedotto. Dapprima da un bianco “che più bianco non si può” – come recitava tempo fa il pay off dello spot pubblicitario di un noto detersivo per abiti. Ma che inconsciamente alludeva già anche alla pulizia dei nostri “habiti”, cioè dei nostri costumi, dei nostri modi di fare.

Sì, il bianco ci seduce: ci porta dalla sua parte, ci fa suoi. Ma il bianco solo apparentemente rappresenta il colore della purezza: cromaticamente è la somma di tutti i colori, e per estensione metaforica, di tutte le emozioni, di tutte le pulsioni, del bene e del male. Mescolanza, quindi: non purezza.

Come la drammaturgia cromatica e luminosa rivelerà a fine spettacolo quando, le profondissime angosce di Riccardo III emergeranno dal suo sottosuolo emozionale e lo porteranno a smarrire il suo ferreo “controllo”. Allora, proprio qui, il bianco assoluto che lo ha sempre avvolto si spaccherà in mille colori. Un effetto dalla sublime bellezza! 

Alcune opere dell’artista Elisa Leclè, curatrice dei costumi dello spettacolo, esposte negli spazi di City Lab 971, in occasione della messa in scena del Riccardo III di Luca Ariano

Ma poi che cos’è la purezza? Siamo davvero sicuri che sia così sano anelarvi, sceglierla, assecondando una nostra (innata e fuorviante) spinta a “sembrare” sempre lindi ? La nostra natura umana in verità dà il meglio di sé proprio riuscendo a fare un libero e consapevole uso dell’imperfezione che comunque ci costituisce.

E allora, proporre e propagandare subdolamente il concetto opposto idealizzandolo, non sarà un inganno di chi – invece consapevole – decide di solleticare proprio questa nostra fragile tendenza tutta umana per controllarci, per portarci dalla sua parte, per sedurci, in realtà saccheggiandoci?

Anche di questo riesce a parlarci con un’elegante evidenza fluorescente questo splendido spettacolo del regista Luca Ariano, che si avvale della potente complicità di un corpo attoriale capace di restituire allo spettatore una verità senza filtri. A tutto tondo: riuscendo a liberare le innumerevoli sfaccettature proprie dei passaggi emotivi dei personaggi.

E rapisce, per l’efficace suggestione, la scelta di dare ampio spazio ad una resa recitativa “di taglio”: sul piano del profilo. Il nostro profilo, infatti, è l’immagine di noi che conosciamo meno. Eppure il disegno del nostro profilo ci rappresenta inequivocabilmente. Acuto e interessantissimo si rivela quindi il dualismo portato in scena tra frontalità e profilo dei personaggi: un denso simbolismo di luce ed ombra che si staglia mirabilmente negli occhi dello spettatore.

E poi, terribile e struggente, seduce la recitazione affidata all’espressività delle mani. Associate da sempre al potere, alla forza, alla lealtà, all’amicizia e alla fiducia, le mani celano una ricchissima simbologia. Le nostre mani parlano. Con le mani diciamo chi siamo e lasciamo emergere cosa si muove dentro di noi. E gli interpreti in scena – Roberto Baldassarri, Gilda Deianira Ciao, Romina Delmonte, Luca Di Capua, Lucia Fiocco, Mirko Lorusso, Liliana Massari, Alessandro Moser – ci incantano. Su tutti brilla Pietro Faiella: un irresistibile Riccardo III. Un autentico “acrobata dello spirito”. 

Pietro Faiella

Parte essenziale della drammaturgia, il linguaggio dei costumi. Dall’estro di un’artigiana della moda qual è Elisa Leclè prendono forma abiti che, oltre a sedurci per l’essenziale e alchemica raffinatezza delle linee, ci rivelano anch’essi l’ondivaga natura dei personaggi. Sono dettagli che parlano attraverso ciò che manca, attraverso ciò che stringe e dove stringe: dove si blocca l’energia vitale, l’azione, lo spirito critico. E poi i colori scelti: un’accecante tirannia nevrotica del total white per Riccardo III e le sfumature minerarie dei grigi e dei beige per le sue prede. Tinte del compromesso e della prudenza. 

Uno spettacolo che ci parla non solo e non tanto della pericolosità di personalità seducentemente dittatoriali quali quella di Riccardo III ma della pericolosità di restarne abbagliati. Il problema non è tanto che ci sia stato o che ci possa essere un Riccardo III; il vero punto della questione è se e quali sono le condizioni che permettono continue ascese al potere di tanti Riccardo III .

Oltre ad affermare di aver subito tali ascese, siamo sicuri di non essere proprio noi ad alimentarle, a renderle possibili? Perché non siamo semplicemente chiamati ad accettare un invito: è in nostro potere dare forma ad un pensiero critico. Ma la libertà, in verità, nasconde un’ombra: desiderare affidarsi ad altri consegnando loro il peso dello stare al mondo. La nostra natura umana è fatta anche di questa tensione: esserne consapevoli è il primo passo per evitare di cadere nella falsa ma rassicurante trappola di coloro ai quali noi affidiamo il nostro potere. 

Questo spettacolo oltre ad essere superbamente curato in ogni suo aspetto si assume la cura e quindi la responsabilità di parlarci, al di là delle parole sublimi di William Shakespeare, del pericolo sempre attualissimo nel quale rischiamo di cadere. La stessa installazione di Luca Ariano ne è una testimonianza: una messa in forma del mondo, estetica e comportamentale, come espressione della definizione mutevole delle relazioni tra l’individuo e la realtà.

Massimo Venturiello

Lo spettacolo é prodotto da “Officina Teatrale” di Massimo Venturiello e sarà in scena a Roma, dal 3 al 15 ottobre, negli spazi di CityLab 971, ex cartiera, ex centro sociale, trasformato in luogo di produzioni cinematografiche e spazio artistico e performativo, in cui bellezza e degrado si confondono.

In occasione della messa in scena del Riccardo III del regista Luca Ariano, gli spazi di City Lab 971 esporranno le opere dell’artista e designer Elisa Leclè e dello studio d’arte “Biancofiore”, collettivo artistico impegnato nella riqualificazione e rigenerazione artistica degli spazi urbani.

Le opere dello studio d’arte “Biancofiore” nello spazio espositivo del City Lab 971


Recensione di Sonia Remoli

Recensione dello spettacolo LA DIFFICILISSIMA STORIA DELLA VITA DI CICCIO SPERANZA di Alberto Fumagalli – regia di Ludovica D’Auria e A. Fumagalli

TEATRO BELLI, dal 3 al 15 Ottobre 2023 –

Uno spettacolo ostinatamente ruvido e struggentemente poetico.

Ingredienti così ben dosati da regalare una rigogliosa “lievitazione” allo spettacolo.  

Una drammaturgia e una regia, quella di Alberto Fumagalli e di Ludovica D’Auria, che ha trovato il modo di rendere prepotentemente interessante il tema della rigidità dei costumi patriarcali: una rigidità sorda e cieca alle spinte propulsive del “nuovo”.

Ma il “nuovo” comunque insiste e spinge e dilata gli argini del “vecchio”. E se l’argine si ostina nella rigidità del muro, se non ce la fa ad essere osmotico, ad accogliere altre possibili diverse “lievitazioni” , allora la spinta al “nuovo” rischia di implodere. 

La stessa formulazione del titolo, scelto per identificare lo spettacolo, ce ne parla. Infatti, con estro, lega l’aggettivo “difficilissima” alla “storia” della vita di Ciccio Speranza. Difficilissima è quindi la storia, ovvero la narrazione della vita che la famiglia di Ciccio si ostina a darne, scandita rigidamente com’è da pregiudizi e da paure verso il “nuovo” .

Che comunque avanza. Insospettabilmente anche all’interno del loro nucleo familiare, così rigidamente perimetrato. Che non deve uscire cioè dalla “cornice” di quel tavolo di legno, totem intorno al quale si dipana la messa in scena della drammaturgia. 

Federico Bizzarri e Alberto Gandolfo in una scena dello spettacolo “La difficilissima storia della vita di Ciccio Speranza” in scena al Teatro Belli di Roma

L’ordine pre-costituito, quasi ancestrale, è difeso dal padre (un generoso Alberto Gandolfo) così come farebbe una fiera, una bestia selvatica: con le unghie e con i denti. Con riti ancestrali “impastati” alla croce della trinità cristiana.

Una trinità di cui i componenti familiari sono un’insolita rappresentazione: il selvatico padre-padrone, un figlio disponibile ma segretamente non rassegnato alla sottomissione (un intrigante Federico Bizzarri) e l’altro – Ciccio – destinato ad essere lo spirito santo: il lievito spumeggiante (un irresistibile Damiano Spitalieri). 

Federico Bizzarri, Damiano Spitaleri e Alberto Gandolfo in una scena dello spettacolo in scena al Teatro Belli di Roma

Un mondo declinato tutto al maschile: mortifero di spinte femminili. Morta la feconda presenza femminile e materna; morte le mucche produttrici di bianco nutrimento; destinata alla “morte del cigno” ogni fertile e ribelle spinta femminile. Che comunque abita ciascuno di noi, per natura.

Damiano Spitaleri e Federico Bizzarri in una scena dello spettacolo “La difficilissima storia della vita di Ciccio Speranza al Teatro Belli di Roma

Interessante la ricerca fatta su una nuova lingua, apparentemente senza senso, una sorta di grammelot, tagliente e musicale; divertente e massacrante. Una nuova lingua efficacissima, anche perché proprio così “parlata” dai loro corpi. I tre interpreti in scena infatti caricano lo spazio di temperature di potentissima elettricità, che si aprono ad essere squarciate dalla soffice poesia ribelle di Ciccio. Autenticamente ben lievitata. Fino al rito sacrificale finale.

Qualcosa infatti si rompe: qualcosa non ce la fa a reggere la spinta centripeta contraria. E implode. Perché esistenzialmente sono gli altri a darci un nome, una prima identità, che poi ognuno di noi è chiamato a personalizzare. E a tradire, laddove necessario. 

Federico Bizzarri e Alberto Gandolfo in una scena dello spettacolo “La difficilissima storia della vita di Ciccio Speranza al Teatro Belli di Roma

Una drammaturgia solo metaforicamente lontana dai nostri tempi: purtroppo, in realtà, attualissima. Ecco allora che il Teatro, com’è nella sua natura, deve saper denunciare ed indignarsi tutte le volte che scorge abusi di potere sulle soggettività. Perché quando la vita diventa impermeabile all’incontro con l’altro – quando “la vita si protegge dalla vita” direbbe Massimo Recalcati – ci si incammina verso la dissoluzione. 

Damiano Spitaleri in una scena dello spettacolo “La difficilissima storia della vita di Ciccio Speranza al Teatro Belli di Roma

Il merito di questa giovane compagnia di ragazzi – LESMOUSTACHES – è quindi anche quello di saper sviluppare attraverso l’arte teatrale una forma di libertà che non si sgancia dal senso di responsabilità, ma che rompe l’omeostasi: quella troppo comoda tranquillità, nella quale tutti per natura tendiamo a crogiolarci. Ma che finisce per condurci verso una cronica stanchezza.  

Che ci sia spazio e ascolto, quindi, a quel Teatro, come questo de LESMOUSTACHES, che si caratterizza per essere luogo capace di tenere insieme le differenze dei singoli, per il bene comune della società. 

Recensione della proiezione del film ROBERTO HERLITZKA LEGGE DANTE – regia teatrale Antonio Calenda, regia video Mauro Conciatori –

TEATROBASILICA, 2 Ottobre 2023 –

Dice di non saper ringraziare bene, di non “sentire” le luci, di faticare a starci, di rimanere decisamente in imbarazzo. Ancora oggi. Eppure da bambino furono proprio i ringraziamenti di un gruppo di attori sotto le luci della ribalta a folgorarlo al desiderio di teatro.  

Ma ieri sera all’evento a lui dedicato e scelto per aprire la nuova stagione al Teatrobasilica – di cui è “il nume tutelare” – dopo l’appassionante e appassionata dedica del suo ormai inseparabile compagno di viaggio – un po’ il suo Virgilio – ovvero il regista Antonio Calenda, Roberto Herlitzka, come in un’epifania si è manifestato. Seduto tra il pubblico, seguito da un sagomatore, ha salutato e ringraziato. E la sua grazia schiva si è sprigionata rivelandosi in tutta la sua densità. 

Il regista Antonio Calenda

Formatosi come “persona” e come “personaggio” alla scuola di Orazio Costa, Roberto Herlitzka è un autentico amante dello sperimentalismo: quello che alle spalle ha però una vera e propria formazione classica. Perché solo così si può affrontare la novità in modo consapevole.

E in quell’aura trascendentale eppur così caratteristica di uno spazio off qual è quella del Teatrobasilica in San Giovanni in Laterano in Roma – sospeso com’è tra sacro e profano – Herlitzka risplende di totale integrazione. E dà prova ancora di voler continuare a “lanciarsi sul palco come chi viene scaraventato in mare senza saper nuotare”. Con “fresco entusiasmo”. E con autentica spontaneità: quella che è sempre frutto di un lavoro, individuale ed intellettuale, solo alla conclusione del quale si può davvero impersonare quel determinato ruolo con naturalezza cosciente.

Il film “Roberto Herlitzka legge Dante “, che si origina dalla fertile sinergia tra la regia teatrale di Antonio Calenda e la regia video di Mauro Conciatori, è arricchito dalle foto di Tommaso Le Pera.

Di Herlitzka non può non colpire la qualità dell’avvicinamento al testo della Divina Commedia: lo stile inconfondibile con cui lo fa e che è la cifra inimitabile del rapporto tra il suo modo di stare al mondo e il suo desiderio di sapere, di continuare ad apprendere. Ancora. E lascia una traccia. Preziosissima, di cui noi possiamo essere, a vari livelli, eredi e insieme rielaboratori. Perché da certe letture e da certe interpretazioni siamo anche letti, come sostiene Massimo Recalcati: come singolarità ma anche coralmente. E allora quello con Roberto Herlitzka che legge la Divina Commedia di Dante – dal vivo o attraverso la visione del film – diventa un incontro che ha la cifra dell’unicità: di quelli che mettono una cesura tra la vita che era e quella che è e sarà. Di quelli che non si dimenticano. 

Roberto Herlitzka

Come anche il regista Calenda ha con sincera commozione sottolineato, ricordando il suo personale incontro con Herlitzka risalente al 1971: ai tempi in cui presentava la prima italiana de “Il balcone” di Jean Genet con  Franca Valeri e appunto Roberto Herlitzka. 

Perché – ha aggiunto appassionatamente Calenda – la ricchezza di Herlitzka è nella “parola”, che in lui si fa verbo, logos: da cui riesce a “far zampillare” la verità. 

La regia video di Mauro Conciatori privilegia una ricca declinazione di inquadrature in soggettiva che sottolineano la ricerca e lo sprigionarsi di un autentico pathos della narrazione. Eloquentissime le soggettive di spalle, ricavate da un suggestivo gioco di specchi, metafora del teatro e del cinema in quanto metafora base della vita stessa.

Mauro Conciatori

Su un fondale che accosta la densità del muro alla leggerezza dello specchio, seduto sulla poltroncina n.3 del Teatrobasilica, estrapolata dalla platea per essere posizionata sul palco frontalmente al pubblico – presente nell’assenza così come solo il migliore degli amanti sa farsi desiderare – Roberto Herlitzka ha l’allure di una divinità, la cui trascendenza si rende enigmaticamente immanente.

Nei suoi occhi scorre la narrazione che si fa corpo attraverso la partitura di ogni suo nervo. Tutto in lui cerca e trova l’autentica restituzione della parola dantesca. Il respiro conduce della voce i ritmi, le direzioni, la partitura delle vocali, la rottura in commozione.

Roberto Herlitzka
Credit: Photo by Maurizio D’Avanzo

E il pubblico ne resta rapito. Con lui si si meraviglia, con lui si indigna, con lui prova pietà. E al termine del film si libera, scatenandosi in un applauso che non riesce a trovare conclusione.

Consapevole che qualcosa che ha la cifra dello straordinario ieri sera è accaduto.

E con immensa gratitudine ne saremo testimoni.

Tommaso Le Pera

(ph Ivan Nocera – ag Cubo)


Recensione di Sonia Remoli