Recensione dello spettacolo USCITA D’EMERGENZA di Manlio Santanelli – regia di Claudio Boccaccini –

MARCONI TEATRO FESTIVAL, 30-31 Luglio 2022 –

Tra lampi sciabolanti, fumi ipnotici e compulsive “intermittenze del cuore” si apre in un crescendo parossistico l’ultima delle “tempeste” alla quale sono sopravvissuti gli esiliati Cirillo e Pacebbene. Rito psichico oltre che atmosferico nel quale i due si ritrovano a condividere un anfratto in muratura, in attesa di vedersi riconoscere “il posto” che loro spetterebbe. Sopravvivono giorno dopo giorno, a piccoli passi, rischiarati solo dai loro ieri.

Pacebbene e Cirillo

Ciascuno dei due vorrebbe essere “trovato” dall’altro ma nessuno dei due si accorge che, a qualche livello, ciò sta avvenendo. E quasi come per contrappasso alla furiosa lentezza che li abita, i due comunicano attraverso una lingua tutta loro, a tratti “irraggiungibile” per il pubblico. Spiazzamento che il sagace regista Claudio Boccaccini sceglie di insinuare nello spettatore (alla maniera di Artaud) affinché l’attenzione si indirizzi sulla verbalità, invece eloquentissima, dei gesti, delle posture e delle espressioni dei due attori.

Claudio Boccaccini

Disperatamente e inconsapevolmente, Cirillo e Pacebbene, i due sfrattati da tutto, “trovano” casa ciascuno nell’altro proprio perché sono loro “la casa”: quell’ “edificio senza fondamenta”, qual è la vita stessa. Il loro rifugio si è dissolto e continuerà a dissolversi “come la scena priva di sostanza, senza lasciare traccia”. Perché sono “della materia di cui son fatti i sogni”. E la loro vita, così come la nostra, “è circondata da un sonno”.

Le cui oscillazioni, non solo bradisismiche, sono come le braccia di chi sta cercando di risvegliarci da un sonno che è arrivato il momento di terminare. Per ricominciare: ogni giorno, tutti i giorni. Claudio Boccaccini, con il suo particolare lavoro di regia, riesce ad evidenziare dal testo di Manlio Santanelli tutto il carattere shakesperiano in esso contenuto. E ne fa un inno al Teatro che, in maniera unica, sa portare lo spettatore dentro la vita, “un’ombra che cammina”, servendosi di due attori, “pieni di frastuono e di foga” che, a loro modo, strisciano sul tempo “fino all’ultima sillaba”.

Per quasi tutto lo spettacolo i due si punzecchiano, si minacciano, si spiano, si nascondono mascherandosi, solo per insinuarsi morbosamente, a vicenda, quel dubbio che finisce per renderli simbioticamente inseparabili: “ma tu, mi puoi perdere? puoi davvero stare senza di me?”. Perché restare soli significherebbe allenarsi a morire. Meglio allora sacrificarsi e godere del sacrificio, inconsapevoli che le cose che non accadono hanno effetti reali come quelle che accadono. Abitati come siamo da una forza che ci supera.

Registicamente geniale “la scena della farina”, che mescola e impasta la sacralità di una cerimonia eucaristica, all’alchemicità di un rituale magico. Tra esalazioni di farina e colpi di matterello, Pacebbene inserisce nel suo crogiuolo di farina ciò che non riesce ad unire in altro modo. Separando e poi riunendo gli elementi: quasi un erede del Prospero de “La tempesta” di W. Shakespeare.

Gli attori (che sembrano usciti dal quadro di Pieter Bruegel il Vecchio “Lotta tra Carnevale e Quaresima”) danno prova di una grande padronanza della scena. Il pubblico, riconoscendo loro fiducia, si lascia trasportare ripetutamente “dalle oscillazioni” che virano dal riso alla riflessione, erompendo a fine spettacolo in un fragoroso applauso. Felice Della Corte, un poeticamente trascendente Cirillo e Roberto D’Alessandro, un divinamente immanente Pacebbene sanno scavare nell’intimità di piccole manie quotidiano-esistenziali e in rituali disperati, senza mai dimenticare l’indicazione registica di rendere anche la vena comica del testo. 

Pieter Bruegel il Vecchio, “Lotta tra Carnevale e Quaresima” (particolare)

Nel fedele rispetto dell’intenzione, dell’autore Manlio Santanelli, di veicolare il senso del “tragico” con la forza spiazzante dell’ironia e del paradosso.

Manlio Santanelli


Recensione di Sonia Remoli

La caduta di Troia

TEATRO INDIA, 27 Luglio 2022 –

La caduta di Troia – dal libro II dell’Eneide

Interpretazione e adattamento Massimo Popolizio

– musiche di STEFANO SALETTI eseguite in scena da:

BARBARA ERAMO voce e percussioni

– STEFANO SALETTI oud, bouzouki, bodhran, voce – PEJMAN TADAYON kemence, ney, daf –

Canti in ebraico, ladino, aramaico, sabir

-Produzione Compagnia Orsini

Come una sinfonia: armonia di elementi, fusione di suoni !

È questa l’impressione che si può ricevere assistendo alla rappresentazione dello spettacolo di Massimo Popolizio “La caduta di Troia”, dove un’affascinante orchestra di tre elementi si suggella alla voce dell’Attore, crogiuolo di sonorità.

Come l’affresco di RaffaelloL’incendio di Borgo” (del 1514, situato nella Stanza dell’incendio di borgo, una delle Stanze Vaticane) così l’orchestrazione dello spettacolo trasforma il testo in un palco dove si proiettano corpi, gesti, sguardi, colori. Ma soprattutto è l’occasione in cui trovano rivelazione quelle visioni “sonore” custodite dalle parole, dai ritmi dell’esametro e dai necessari silenzi.

Nel raggiungere tali esiti, risulta essenziale il lavoro d’ensamble, musicale e canoro, cucito con artisti di grande sensibilità, quali Barbara Eramo, Stefano Saletti, Pejman Tadayon. È loro il contrappunto di paesaggi sonori, antichi e arcani, creato attraverso strumenti a fiato, a corda, membranofoni (kemence, daf, ney, fra gli altri) e cantando in lingue come l’ebraico, l’aramaico, il ladino e il sabir.

Una sinfonia che sa far rivivere in maniera lacerante il dissidio, tutto umano nonché insito nell’etimologia stessa della parola “inganno”, tra coloro che, oramai stanchi, si sono lasciati vincere da illusorie visioni favorevoli (sottolineate dall’insinuarsi di incantevoli sonorità flautate, rafforzate dall’arpeggio pizzicato di corde e poi sublimate dalle note suadenti di un canto da sirena)

e coloro che invece riuscirono a restare in contatto con il proprio istinto e quindi con la capacità di annusare e riconoscere pericolose rassicurazioni (annunciate dallo strisciare di subdoli sonagli, da menzogneri colpi vuoti, oppure da percussioni lente e poi sempre più concitate). 

Questo trionfo di magnifiche suggestioni è costruito intorno ad uno scottante tema d’informazione, purtroppo ancor oggi attualissimo: quello dell’assurdità della guerra e delle conseguenti migrazioni.

Alla corte di Didone, Enea narra, descrivendola con “indicibile dolore“, quella notte di violenza e di orrore, che si origina dall’inganno del cavallo di legno. Proprio quello con cui i Greci espugnarono, dopo dieci anni di assedio, la città di Troia. Così si apre il secondo libro dell’Eneide, considerato un capolavoro assoluto per la sua struttura e per la sua forza tragica. È l’inizio di un lungo cammino, che permetterà sì, alla fine, di trovare fortuna altrove, ma dove Enea vive la violenza della guerra, la fuga per mare, la ricerca di una nuova terra. Quella stessa disperazione di milioni di persone che anche oggi hanno iniziato il loro lungo viaggio per la sopravvivenza.

Dante metterà coloro che fanno uso di inganni, nel ghiaccio dell’ultimo cerchio dell’Inferno: l’inganno “vive di carne umana” e blinda il cuore dell’uomo. 

E la partitura narrativa nonché “sinfonica” di questo spettacolo è tutta costruita proprio su questa ambiguità costituzionale all’inganno che, anche etimologicamente, racchiude in sé, quasi paradossalmente, il significato di “truffa” e insieme quello di “gioco”.

Central Park West

TEATRO 7 SETTE presso L’ORTO BOTANICO, 17 Luglio 2022

di Woody Allen

regia Antonello Avallone

con Flaminia Fegarotti, Claudio Morici, M. Angelica Duccilli, Elettra Zeppi, Antonello Avallone –

Due coppie di amici si frequentano da anni. Apparentemente tutto procede perfettamente tra loro ma non appena si insinua un sospetto che poi risulta confermato, allora tutte le parti coinvolte rivelano di essersi già da tempo accorte di qualcosa, senza aver sentito l’urgenza di andare oltre.

Perché finisce un amore ? Che cos’è davvero “l’intimità” ? Come si sopravvive a tradimenti seriali? Avviliscono o fanno scoprire insospettatamente di voler essere più “aperti” ? Queste, alcune delle domande dentro alle quali il testo di Woody Allen va a spiare, a origliare, ad annusare, ad allungare la mano, in maniera leggera o ammiccantemente profonda ma sempre con uno scoppiettante effetto esilarante.

Effetto che la compagnia teatrale diretta da Antonello Avallone dimostra di saper sostenere per tutto lo spasmodico crescendo dei colpi di scena. I dialoghi tra i personaggi sono ricchi di sottintesi e malintesi, di bugie e di contraddizioni. Ma è proprio da questo non detto incomprensibile che scaturisce la tragedia e, insieme, la risata.

In scena una living room borghese, al centro della quale troneggia un elegantemente minimalista mobile bar, sul quale occhieggia beffardo un Ennio Flaiano in giarrettiere. Per antonomasia roccaforte della socializzazione, soprattutto quella che più visibilmente stenta a decollare, il mobile bar promuove preludi a sconcertanti rivelazioni, che poi sanno di poter atterrare in morbidezza, se non altro sull’immancabile divano.

Phyllis ( una Elettra Zeppi che sa come mantenersi funambolesticamente sull’orlo di una crisi di nervi) è una psicanalista di fama, che scrive i suoi libri manipolando e sciacallando i casi clinici dei suoi pazienti (e che un po’ ricorda il Trigorin de “Il gabbiano” di A. Cechov).

Carol (la vibrante Flaminia Fegarotti) e’ ossessionata dal successo e dal carisma della sua amica Phyllis. Howard ( l’intensamente tragi-comico Antonello Avallone) è uno scrittore interessante ma non di successo, incline alla depressione e a replicare suicidi ( un po’ come il Treplev de “Il Gabbiano”). Sam è l’avvocato di successo alla ricerca di una nuova “intimità” ( il croccante fuori e morbido dentro Claudio Morici). Juliet (la dolcissima M. Angelica Duccilli) è, apparentemente, l’ Elena di Troia della situazione.

Uno spettacolo che ruba scroscianti risate, imbarazzate risatine e insospettate riflessioni.

Lo scenario “en plein air” dell’Orto botanico corona il tutto.

Falstaff e le allegre comari di Windsor

GIGI PROIETTI GLOBE THEATRE SILVANO TOTI, Fino al 10 Luglio 2022 –

Dal 24 giugno al 10 luglio ore 21.00 (da mercoledì a domenica)

FALSTAFF E LE ALLEGRE COMARI DI WINDSOR

di William Shakespeare
Regia di Marco Carniti
Traduzione e adattamento Marco Carniti

Produzione Politeama s.r.l. 

Una bandiera in attesa, in tensione. Una scelta di luci la identifica come la bandiera dell’Italia: epico omaggio, al suo Paese d’origine, del regista di fama internazionale Marco Carniti . Ma perché scegliere di “farla recitare” proprio in questa tensione d’attesa? E’ in attesa di salire o in attesa di scendere completamente? Magari entrambe le possibilità. Perchè il Teatro è un enorme silenzio di attese e, come ricordava la bandiera che svettava sopra il Globe Theatre dei tempi di Shakespeare, “Tutto il mondo recita”. La bandiera dell’Italia, allora, sta ontologicamente salendo e scendendo. Come la vita insegna.

Il Teatro è il luogo che accoglie le diverse verità. Centro di tutti i mondi e di tutti i popoli. Anche per questo l’Inno nazionale Inglese che apre lo spettacolo sa trasformarsi nell’Inno nazionale dell’Italia. Che a sua volta si traduce in un gran fragore, che arriva dalle nostre spalle.

Avanzano dalle entrate della platea, infatti, con travolgente esuberanza gli attori, che a breve saliranno sulla scena. Sembrano una rappresentanza delle maestranze del teatro, accompagnati da quei “flight-cases” con i quali ormai (dopo la pandemia) siamo abituati ad identificare i rappresentanti del mondo dello spettacolo.

Quei bauli neri cioè che, nel corso della rappresentazione, il regista scopriremo eleggere ad elementi modulari della scenografia. E che sapranno diventare cesta, vasca, canapè, tavolo, ecc.ecc. In questa sorta di proemio allo spettacolo, gli attori prossemicamente in platea, presentano non solo se stessi (rivelando il proprio nome e il ruolo che andranno ad interpretare) ma anche il tipo di rappresentazione che a breve insceneranno.

“La più divertente commedia sulle malelingue” la definiscono. Alludendo ai “rumors” (ambigui “flauti” mozartiani, o rossiniani “venticelli” calunniatori) e all’incapacità dell’epoca (e non solo) di accogliere e valorizzare le differenti “lingue” dei popoli. Tentazione babelica di ridurre la pluralità ad una singolarità, presunta superiore. E più in generale alludendo a tutto ciò che di “straniero” abita gli spazi, spesso “carsici”, della nostra umanità: scenograficamente resi, con grande suggestione, attraverso la presenza di “cannule”: quasi stalattiti e stalagmiti del nostro sottosuolo.

Ma “lo straniero” più difficile da accogliere e da tradurre è l’archetipo del “femminile”, di cui il regista Carniti ci propone un vero e proprio elogio. Le sue donne, a prescindere dall’estrazione sociale, “la sanno molto più lunga” degli uomini. Ma anche negli uomini più “hard”, Carniti fa risaltare la presenza di questo oscuro “ingrediente”: gli alfieri di Falstaff, ad esempio, pur presentandosi apparentemente come i più duri dei motards, risultano inclini al pettegolezzo non meno delle donne.

E poi Frank Ford: così attento a custodire la propria virilità e così ossessionato dall’ eventualità di ritrovarsi delle corna tra i capelli, non si accorge di quanto “femminile” c’è in lui nel momento in cui è disposto a calarsi in nuove vesti, per andare ad annusare il livello di intimità tra sua moglie e l’ipotetico amante.

Ma è con la “sua” Madama Quickly che Carniti tocca l’apice dell’estrosità: ecletticamente in accordo con la tradizione elisabettiana (che soleva attribuire ruoli femminili a uomini) è ad un uomo che il regista affida il ruolo di questa donna, che brilla sulla scena e all’interno del suo adattamento per la ricchezza delle proprie “risorse” femminili. Un essere geniale proprio per il fertile uso che fa sia dell’archetipo “maschile” che di quello “femminile”. Che sa in quanti modi si possono usare mani, lingua, gambe, scopa, istinto. Che sa come prendere quello che vuole da tutti, consapevole che niente è solo suo. Né dura per sempre.

Molto interessante anche la resa che Carniti fa del paggio Simplicio, racchiusa, acutamente, nel suo intercalare “non è vero, sì !” e del paggio di Falstaff, Robin: creatura musicale nonché “veleggiante” Cupido, che alla fine della narrazione esibirà una natura anche “satiresca”.

Il regista Carniti, si rivela come suo solito un abile “compositore” teatrale. La bellezza estetica, il suo senso del bello, sono la cifra del suo stile. Dagli allestimenti ai costumi, tutto rifulge e insieme comunica significati. I costumi delle due comari, ad esempio, oltre ad essere stilosamente accattivanti, contribuiscono a sottolineare, nel loro alternarsi “a specchio” di bianco e nero, il complice completarsi emotivo delle due solerti donne. Lo stesso dicasi per l’orientamento dello “svilupparsi” delle loro acconciature.

Anche in teatro, ambiente meno libero rispetto a quello della lirica, Carniti dimostra di saper trovare escamotages per modificare la scena, regalandole di volta in volta la giusta atmosfera. Un’analisi profonda e appassionata la sua, che ci apre le porte di un mondo denso, carico di significati e che viaggia nel tempo senza perdere d’intensità. Una messinscena poetica, evocativa e insieme moderna, attuale. Che ci permette di sognare, o di ridere, oltre che di pensare.

Pur costituendo un armonico “unicum” polifonico, gli interpreti sanno regalare ciascuno qualcosa di unico, di nuovo, di speciale.

Interpreti

SLENDER Tommaso Cardarelli

MADAME QUICKLY Patrizio Cigliano

MADAME FORD Antonella Civale

NYM Roberto Fazioli

MASTER FORD Gianluigi Fogacci

FENTON Sebastian Gimelli Morosini

ROBIN Dario Guidi

FALSTAFF Antonino Iuorio

GIUDICE SHALLOW Roberto Mantovani

ANNE PAGE Valentina Marziali

EVANS Gigi Palla

MADAME PAGE Loredana Piedimonte

PISTOL Raffaele Proietti

MASTER PAGE Mauro Santopietro

BARDOLFO Alessio Sardelli

SIMPLICIO Federico Tolardo

Musiche

MARIO INCUDINE Arpa dal vivo DARIO GUIDI

Aiuto regia

MARIA STELLA TACCONE

FRANCESCO LONANO

Assistente alla regia

ILARIA DIOTALLEVI

Costumi

GIANLUCA SBICCA

Scene

FABIANA DI MARCO

Assistente scenografa

GIULIA LABARDI

L’incredibile viaggio di Lady C.

TEATRO TOR BELLA MONACA, 21 e 22 giugno 2022 –

Vi è mai capitato di sognare gli articoli della Costituzione della Repubblica Italiana? Non è mica così strano! Basta partire da qualche episodio che ci è capitato durante il giorno, da qualche conversazione. Questa è l’idea brillante che ha sviluppato il regista e autore del testo Alessio Pinto: la Costituzione non è niente di incredibile. Permea la vita di ogni giorno.

Ma forse proprio perché così vicina, non riusciamo a notarla, a riconoscerla. A rispettarla. Ecco che allora può essere d’aiuto provare a immaginare che effetto farebbe la nostra Costituzione su qualcuno che viene da un’altra realtà, da un’altra quotidianità. Vediamo cosa ci rimanda il suo “specchio”. È così che Alessio Pinto immagina sulla scena un gruppo di ragazzi di diversa provenienza geografica, che condividono, apparentemente, solo uno spazio, un appartamento.

Un giorno, però, a condividere le spese (e non solo) arriverà un’insolita Lady, straniera alla Costituzione della Repubblica Italiana. Sarà lei, attraverso il suo diverso sguardo, ad illuminare le contraddizioni del nostro modo di “vivere” la Costituzione. Anzi sarà l’occasione per riscoprire i valori (dimenticati) alla base del nostro vivere in comunità. Rispettandoci davvero nelle nostre diversità. Proprio per le nostre diversità: così ricche di bellezza. Ma soprattutto riscoprendo il valore dei valori: la solidarietà.

Il regista sceglie poi, con efficace suggestione, di sottolineare i valori inalienabili contenuti nei primi dodici articoli della Costituzione, associandoli alla magia contenuta in alcuni testi, sapientemente selezionati, di David Bowie. Ed è lo stesso Alessio Pinto ad interpretarli con la complicità della sua inseparabile chitarra: affascinante menestrello.

I quattro interpreti sulla scena Giulia Martinelli, Danilo Brandizzi, Marta Marino e Alessandro Giova brillano nel tenere e sostenere l’incalzante ed effervescente ritmo della narrazione, punteggiato da momenti di comicità, ben colti e resi. Registro importantissimo e insieme delicato, quello della comicità, per veicolare con efficace leggerezza la necessità di modificare atteggiamenti sociali ed etici “viziati”. Perché il teatro è anche questo.

Riccardo II

TEATRO INDIA, 20 e 21 Giugno 2022

Un lento e dilaniante gocciolio stanco accompagna il nostro prendere posto in sala. Un gocciolio di sangue, scopriremo più avanti. “Sangue” è una parola che ricorre costantemente in questo adattamento del regista Danilo Capezzani. “Sangue” che scorre e sangue che stagna e gocciola; “sangue” come casata, discendenza, famiglia; “sangue” come temperamento, indole; “sangue” come coraggio; “sangue” come vendetta: “non c’è balsamo se non il sangue”.

Capezzani sceglie di presentarci fin da subito un Riccardo II umanissimo nelle sue contraddizioni. Un re, mollemente disteso sul suo trono e che non appena tutto l’uditorio si è seduto, si gira su un fianco, verso noi del pubblico, per confidarci quanto “lunga e tortuosa” è la sua condizione di re, che “conosce più tormenti mortali di quelli che lo adorano”. Che proverebbe una qualche consolazione se solo riuscisse a trovare “un paragone” tra la sua condizione e il mondo.

È il cruccio che apre e chiude lo spettacolo; è il cruccio degli addii: di chi sta iniziando a seguire la Fine, la morte. La nostra più vecchia amica, quella che ci ha accompagnato per tutta la durata del nostro cammino. Unica vera certezza dell’essere umano. E in qualche maniera, volendo anche noi fare “un paragone”, è la stessa condizione “esistenziale” che ha dato origine alla composizione della struggente ballata “The Long And Winding Road” dei Beatles: unica presenza musicale dello spettacolo.

Cantata (o anche solo fischiettata) e accompagnata dal vivo dalla chitarra classica. Con sublime suggestione. Interessante è che anche John, Paul, George e Ringo siano riusciti a partorire questo loro capolavoro, nel loro “ultimo” periodo, trovandosi in pesante disaccordo fra loro, sia dal punto di vista artistico, che personale. E Riccardo II, come il cantante, indispettito dal dolore, si rivolge alla Fine, alla Morte, desideroso di capire perché, che senso ha, essere lasciato così: “inerme, senza sapere la via da seguire”. Senza trovare nessun aiuto, non solo in un vero amico ma neppure nelle lenti e nei prismi di un binocolo.

Questo interessante sguardo di Capezzani sulla figura di Riccardo II, umanissima proprio nel suo essere piena di contraddizioni, viene declinato anche scenograficamente attraverso l’idea di un regno simile ad un ring, al cui centro troneggia, di sbieco, un re dispotico ma anche insicuro, incline alla riflessione, all’introspezione. Un re, che non sa dove “mettere i piedi”: che abita il suo trono/letto a testa in giù, appoggiando i piedi sul guanciale, o che, nell’andare verso la guerra d’Irlanda, sale in piedi sopra divani. Un re giovane, quasi adolescenziale.

Un re solo: gli altri personaggi raramente entrano nel ring. Prevalentemente sfilano sui praticabili sopraelevati che lo circondano, quasi fossero sulle mura del palazzo. Ne emerge un senso di soffocamento, di oppressione, di accerchiamento, più che di potere. È un re che cerca, a volte implora, il conforto e il sostegno del pubblico. Consapevole che molti tra noi faranno come Pilato. Consapevole di aver perso potere sul suo popolo.

Un re che, disperato, sfonda il sipario e si appropria di un ultimo spazio. Vulnerabile. Un re, come un Cristo crocefisso e tradito dai suoi. Un re che si ostina a trattenere una corona, in bilico tra un’aureola e una fascetta per capelli. Il sipario è dietro. E cela il mondo degli intrighi. Un mondo nuovo che sta prendendo forma, come un ologramma. E che cerca una nuova figura di re.

J. Coghlan, Riccardo II nel castello di Pomfret

Un mondo che emerge dalla nebbia, che una volta dipanata, lascerà nudo Riccardo II. E lui, a quel punto cercherà di avvolgersi nel sipario: ultima cortina tra vecchio e nuovo mondo. A volte si ha la sensazione di una regia cinematografica, ricca di primi piani, mezzi campi (anche in soggettiva) e campi lunghi.

Gli attori dimostrano un’ottima gestione del corpo e della voce. In alcuni magici momenti sembra che intorno a Riccardo II ruoti un malefico carillon. L’uso delle luci rende con molta efficacia la diversa densità delle atmosfere che permeano la zona antistante e quella retrostante il sipario: il mondo dell’introiezione, del racconto da consegnare ad un uditorio da mandare a casa in lacrime (complice anche un poetico testamento rap) e quello delle cospirazioni, delle ambiguità, dell’avanzare del nuovo, della fine di un ciclo.

Tutto lo spettacolo brilla di una cura vertiginosa.

E rapisce.

Tutto

TEATRO INDIA, 16 -17 Giugno 2022 –

In scena un ufficio amministrativo come spazzato da un tornado. Le scrivanie sono vuote: né scartoffie, né oggetti da tavolo le frequentano più. Alle pareti, superstiti perché “incastrati” in una reticolare struttura di design, gli oggetti più voluminosi: sedie, un bianco albero di Natale, uno stereo old style.

Gli impiegati sono anche loro dei sopravvissuti: abitano lo stesso spazio ma sono altrove. I loro pensieri si sovrappongono ai loro dialoghi.  Parlano di un’esuberanza di documenti (invisibili) da spostare, da togliere, da sottrarre alla vista, più che da ordinare: come se non avesse più senso farlo. Parlano della necessità di “nascondere” documenti per poi farli ricomparire: così, solo per risultare necessari.

È noncuranza burocratica, o una necessaria illusione per sentirci inseriti (finanche “incastrati” come le sedie nel reticolo alle pareti)  in una realtà che non ci ospita davvero? Che cosa è necessario nascondere per regalarci linfa vitale? Perché il regista ha deciso di togliere gli oggetti a cui siamo ormai così tanto abituati? Che cosa ha riattivato in Omar perdere il documento 5605589?  Oppure, l’assenza è solo sintomo di una realtà “matrigna” ? Nella quale siamo involontariamente gettati? Un po’ come ne “Il cappotto” di Gogol?


È in scena un microcosmo ma il regista Tommaso Capodanno ci vuole parlare di un macrocosmo regolato dallo stesso disordine, dallo stesso caos. Un altro tornado travolgerà la scena e trasformerà l’ufficio in una sala da pranzo con una lunga tavola “natalizia”. È infatti una nuova nascita. Una delle infinite nascite, destinate a susseguirsi nel tempo. Nascite che però non dicono chi siamo, né da dove veniamo.

Noi del pubblico ridiamo: non percepiamo la tragicità di questa visione della realtà. L’assurdità, sì. Siamo spiazzati, disorientati. Persi. In imbarazzo.  E l’imbarazzo ci porta a ridere. A piangere attraverso le risate. Dapprima perché ci sembra una realtà lontana dalla nostra, ridicola proprio perchè di altri; poi invece scopriamo, imbarazzatissimi, di esserci dentro anche noi.

Un testo (quello di Rafael Spregelburd, insignito per due volte del Premio Ubu per la drammaturgia straniera) che disorienta e dal quale siamo tentati di prendere le distanze, per non cadere nella disperazione. Ma il regista Tommaso Capodanno e gli interpreti in scena Matteo Berardinelli, Maria Chiara Bisceglia, Eleonora Pace, Tommaso Paolucci e Sabatino Trombetta hanno trovato il modo per “incastrare” con freschezza e ferocia lo spettatore in un necessario tornado interiore di domande: “qual è il tuo compito?”, “come si riconosce un popolo?”, “com’è non aver paura?” “come si fa?”. Ma soprattutto: riuscirà Hegel ad entrare in classe ? 

Recensione dello spettacolo VITE A SCADENZA – da Elias Canetti – regia di Claudio Boccaccini –

TEATRO MARCONI, 15 Giugno 2022 –

“Audace è chi riesce a fare qualcosa del proprio buio”. Senza lasciarsene schiacciare.

Dopo la morte del padre, avvenuta quando aveva solo sette anni, Elias Canetti (premio Nobel per la Letteratura nel 1981) dedica tutta la sua vita a “fare qualcosa del proprio buio”: il trauma della morte. Imprevista. Inattesa e che nel suo essere inimmaginabile, ci coglie impreparati. Indifesi. E ci angoscia. In questo testo Canetti prova a immaginare, invece, un’ipotetica società “diversa”, dove lo stato di impotenza umana di fronte alla morte viene rovesciato grazie ad un espediente: si nasce sapendo già la data della propria morte. La propria data “di scadenza”. Ma sarà davvero preferibile?

Claudio Boccaccini, regista di questo adattamento, all’età di sette anni, scopre, come racconta nell’emozionante monologo “La foto del carabiniere”, cosa significa vivere la morte. Nascere dalla morte. Intorno ai sette anni, infatti, viene a conoscenza del fatto che la sua nascita è stata possibile anche perché qualcuno (il vicebrigadiere dell’Arma dei Carabinieri Salvo D’acquisto) sentì l’urgenza di fare qualcosa del “buio altrui”, quello dei ventidue civili ingiustamente rastrellati per essere condannati a morte dalle truppe naziste, nel corso della Seconda guerra Mondiale. Tra i ventidue civili, Tarquinio, il padre di Boccaccini. Il ventitreenne Salvo D’Acquisto scelse allora di “tramontare”, di anticipare la “scadenza” della propria vita, di stabilire lui (forse) una “scadenza”, offrendosi alla morte. Forte della consapevolezza di lasciare un prezioso testimone, regalando inebriante vita non solo ai suoi amici ma anche ai loro figli. In atto e in potenza: già nati o ancora solo desiderati. 

Sarà forse per un simile destino di prossimità alla morte che, in questo adattamento del testo di Canetti e nella resa registica dell’intero spettacolo, Claudio Boccaccini rivela una speciale sensibilità nel lavorare sul binomio vita-morte e sull’angoscia ad esso collegata.

Un orologio senza lancette abita il fondale, quasi stampato su uno stropicciato lenzuolo di raso nero che ricopre un letto (per eccellenza luogo di nascita-vita-morte) posizionato verticalmente. In alcuni momenti chiave dello spettacolo, le lancette mancanti del quadrante dell’orologio vengono rese, con geniale naturalezza, da posizioni assunte dai personaggi. Apparenti “padroni” di questo tempo distopico. Loro stessi “lancette” del nuovo tempo.

Ma nonostante ciò, anche da questa umanità “semplificata” emergono insoddisfazioni e nuove paure, rese da un disegno luci spietatamente avvincente e da un’espressività struggentemente ambigua degli interpreti, in bilico tra l’orgoglio di vivere nel momento di “massimo progresso” della storia e l’inspiegabile fascino per l’inquietante, ma vibrante, vita di chi li aveva preceduti.

Nello specifico, il disegno luci sa rendere l’insinuarsi della luce che si fa strada all’interno delle crepe che attraversano l’angoscia. E al contempo sa come rendere l’emergere delle ombre da un’apparente quiete rassicurante: sintomo dell’insistenza della vita, che non si accontenta di “programmi”, “di scadenze” e che scopre di volersi nutrire ancora di caos vitale.

La densa espressività degli interpreti, poi, sa non escludere lampi di vertiginosa audacia dentro quella paura, che solo apparentemente cerca la quiete. Un’espressività che riesce ad esprimersi anche nonostante le maschere, che in alcuni momenti dello spettacolo gli interpreti indossano e che danno vita ad efficaci giochi di specchi.

Perché gli uomini, forse, sono fatti per continui inizi, per nuovi orizzonti tutti da scoprire. E proprio per questo, ricchi di fertile eccitazione. Perché nella vita si muore non una volta ma continuamente. E altrettanto continuamente si nasce. E forse la spinta per continuare ad iniziare ci viene proprio dal sapere che prossima ed imprevista arriverà una nuova morte. 

Lo spettacolo si avvale dell’efficace contributo del tecnico delle luci e del suono Andrea Goracci.

La musica originale del coro, che accompagna lo splendido epilogo dello spettacolo, è di Alessio Pinto. 

Pene d’amor perdute

Gigi Proietti GLOBE THEATRE Silvano Toti, Dal 10 al 19 giugno 2022 –

Direzione artistica Nicola Piovani

Regia di Danilo Capezzani

Prodotto da Politeama s.r.l. e Accademia Nazionale d’Arte Drammatica “Silvio d’Amico”

Alla corte di Navarra del regista Danilo Capezzani si ama ascoltare Musica: l’Arte che include tutte le 9 arti delle Muse, capace di donare all’uomo la possibilità di trasformare ogni cosa in un ordine che incanta. Il re di Navarra (dalle sembianze di un giovane Yves Saint Laurent) ha un debole per suonare la chitarra. Ma ogni piacere rende deboli. Così invita i baroni della sua corte, che il regista immagina come dei collegiali e che il re (della moda francese Yves Saint Laurent) veste in divisa bianca, a firmare un contratto nel quale ci si impegna per tre anni a rifuggire da ogni piacere, in nome dell’imperituro ideale della gloria, raggiungibile solo se “inciso” sul proprio corpo e sulla propria anima. Muovendo cioè guerra alle passioni: “morti al mondo”. In nome di un sapere, chiuso alle competenze dei più. Divino. Il re, per primo, dà l’esempio: si spoglia della sua amata chitarra, che nasconde dentro un’inconscia botola: “ci rivediamo fra tre anni!”. Ma Berowne, uno dei baroni della sua corte, oppone resistenza: “se ogni piacere è vano, il più vano è quello avuto con pena”. Tesi già sostenuta da Sant’Agostino: fare il bene senza piacere, e quindi solo per dovere, non ha alcun valore. Perché Berowne sa che è proprio la legge, la regola, il divieto, a fondare il peccato: “allora io studierò ad esempio dove fare una cenetta sopraffina, quando il fare festa mi si nega espressamente”. E come se ciò non bastasse, Berowne s’accorge anche di una “concreta” contraddizione nel contratto: a giorni la figlia del re di Francia verrà a corte per riavere l’Aquitania e il divieto di parlare con donne, pena il taglio della lingua femminile, sarà trasgredito. Con ipocrisia il re propone di correggere l’articolo introducendo l’assoluzione “solo per pura necessità”. “Allora, firmo!” si affretta a dire Berowne, intuendo la crepa e quindi lo spiraglio di libertà. Questo sarà infatti l’inizio della fine del contratto: “questa necessità ci farà tutti spergiuri, tremila volte in tre anni “. Infatti, al palesarsi della prima presenza femminile, sarà il guitto dandy Armado a cadere vittima dell’arco di Cupido, che lo fa perdere dietro ad una contadina: la sensual dark Jaquinette. Lui che avrebbe dovuto offrire “ricreazione” agli studiosi di corte narrando le gesta di coloro che si sono immolati per rincorrere la gloria, scopre che tutti i suoi sensi non possono se non sottostare alla dittatura dell’occhio. E i suoi rossori lo tradiscono. E il suo incedere è sempre meno ancorato a terra ma si libra alla ricerca di un pericolosamente irresistibile disequilibrio. E neppure la consultazione della rivista Vogue, suo “manuale” di sublimazione o di “preghiera”, riesce a contenere a lungo i suoi spasmi. All’arrivo della principessa di Francia e delle sue damigelle, allo stesso destino risponderanno gli studiosi di corte, incluso il re. Perderanno la testa ma scopriranno di essere sì gentiluomini, ma anche “giocatori d’azzardo”.

Il regista Danilo Capezzani, pur attenendosi al testo originale, sceglie di rivelare attraverso una gestualità elegantemente ridicola e di evidenziare attraverso i doppi sensi delle parole, l’irrefrenabilità della natura umana: “straziante, meravigliosa, bellezza del creato”.

Taglio argutamente saggio, in una commedia incentrata sulla potenza del desiderio. I giovani attori dimostrano di esserne efficaci interpreti. Su tutti spiccano il virtuosismo del tenero smargiasso spagnolo Don Adriano de Armado e l’acuta urgenza del barone di corte Barowne.