Se l’acutezza di spirito di Harold Pinter è riuscita a provocarci ad immaginare negli ipotetici panni di un “guardiano” un ladro; il mordace sguardo registico di Duccio Camerini riesce a solleticarci a riflettere su come i panni del “ladro” possano essere vestiti da Mick – una delle vittime del furto – “lasciando in mutande” il ladro.
Ed è vero, è proprio così: per natura l’istinto alla sopraffazione ci unisce tutti. È ciò che più profondamente costituisce un essere umano. Sì, l’odio viene prima dell’amore: ci fonda.
L’ amore no. L’ amore – e quindi l’accoglienza, la condivisione, la misericordia, l’amicizia, l’altruismo – è tutto da imparare. Così come il concetto del “custodire”: dello sviluppare la fiducia a lasciare in custodia qualcosa di nostro ad un altro.
Ma cosa c’è da custodire in una stanza dove regna la fatiscenza e il caos ?
L’interno.
Qui, nel penetrante sguardo registico di Duccio Camerini, “il territorio da segnare” è un teatro abbandonato, roccaforte su un “esterno” minaccioso.
Ma cosa c’è di più accogliente di uno spazio teatrale? Uno spazio dove “deve” esserci qualcun altro che viene dall’esterno, per poter dar vita all’epifania del teatro?
In un’allucinata metateatralità, qui il living dei personaggi è un “territorio segnato” da un quadrato impermeabile. Ma un teatro non resta mai davvero asettico, abbandonato: per sua natura è permeabile, osmoticamente comunque visitato da presenze, da “fantocci” continuamente nuovi – spesso fedeli – che desiderano guardare, assistere, condividere, proteggere. Custodire.
Lo sguardo registico di Camerini non manca di valorizzare anche l’altra forma – oltre quella territoriale – in cui si esprime l’esigenza dei personaggi pinteriani di “segnare il territorio”: quella linguistica. Quella dei significanti: lo spazio nascosto e sottostante il significato delle parole. Uno spazio “interno” autentico e sofferto. Così lacerante che nessuno dei personaggi può e vuole sostenerne il peso: né il mittente riesce a tradurlo in una comunicazione intima e sincera; né il destinatario riesce ad accoglierlo ascoltando davvero la confessione dell’altro. Laddove l’ascolto è la condizione base per permettere ai sintomi della sofferenza di trasformarsi in parole. Non appena uno dei tre pare tentare di raccontarsi, l’altro si distrae a fare altro oppure parla contemporaneamente anche lui. Evitando che si lasci spazio al silenzio, presupposto che onora la parola dell’altro. “Guardiano” è quindi ciascuno dei tre protagonisti, nell’accezione riflessiva che ciascuno “si guarda” dall’Altro.
La vita, sembra dirci lo spazio teatrale, è una partita, dove le squadre avversarie, o i contendenti, sono realmente divisi. La separazione infatti è il presupposto di ogni partita. Non a caso Mick, il fratello di Aston, presentandosi all’ospite inatteso Davies (il ladro) lo accoglie con la provocazione: “A che gioco giochiamo?”. E a quante partite scoprirà di dover giocare Davies, in una metateatralità del gioco della vita !
In una visione registica che riesce a far coabitare ritmo ed eloquenti silenzi, fedeltà ed opportuni tradimenti, Duccio Camerini scende anche in scena vestendo i panni di un Davies carismatico e scoppiettante, che sottovaluta l’altruismo rappresentato da Aston (un Leonardo Zarra credibile nella sua vellutata e ossessiva sofferenza) e la diffidenza del fratello Mick, resa con efficace isterica violenza da Lorenzo Mastrangeli.
Uno spettacolo che – nell’apparente freddezza – brucia di passione.
Uno spettacolo che cela e rivela verità esistenziali.
Perché il Teatro ci salva. Sempre. È la nostra roccaforte da dove “guardare” la Vita.
Come nel Teatro così nella Vita, infatti, ci “deve” essere l’altro per esserci un noi.
Premio a Luciano Violante (cat. Teatro Classico e Contemporaneo Sez. Nuova Drammaturgia) – perché «la sua versione dei fatti é la versione di una donna imprigionata dal volere altrui che cerca di liberarsi dai vincoli patriarcali».
Premio a Viola Graziosi (cat. Teatro Classico e Contemporaneo Sez. Miglior Attrice)
Premio a Giuseppe Dipasquale (cat. Teatro Classico e Contemporaneo Sez. Regia e Scenografia). Il nuovo direttore di Marche Teatro -Teatro di rilevante interesse culturale- offre «uno sguardo caleidoscopico che ci rimanda ad un linguaggio cinematografico, all’immagine inconscia e metafisica. Circe è parte di un mondo fluido, Circe tra mito e realtà; prigioniera del suo abito crisalide e del suo stesso incantamento che le impedisce la piena libertà: ricca di rimandi iconografici da Bottazzi a Waterhouse in una sinergia tra mitologia e lirismo, il percorso di una donna alla ricerca dell’essenza dell’essere».
Il racconto è lo sforzo, il tentativo, di chi vuole comunicare qualcosa. Con una determinata intenzione.
Cosa sappiamo di Circe?
Il racconto più diffuso fa di lei una maga ingannatrice e malvagia. Ma è solo un punto di vista, un tentativo di comunicare qualcosa. Ci sarà dell’altro?
Luciano Violante
Da qui probabilmente nasce il desiderio di Luciano Violante, ex magistrato e politico italiano, di approfondire il fatto. Il mito, in questo caso. Ne scaturisce un testo davvero convincente che l’originalissima regia di Giuseppe Dipasquale e l’istrionica interpretazione di Viola Graziosi rendono irresistibile.
Giuseppe Dipasquale
Questo di Luciano Violante è il racconto su Circe, di Circe: la sua versione dei fatti. Il suo personale e consapevole entrare nell’habitus costruito per lei dagli altri. L’altra faccia della medaglia. La parte mancante, ad ora. Quella che era rimasta ingabbiata in una struttura rigida, mortifera. Che le toglieva respiro.
Viola Graziosi
È la sua voce a farsi corpo. Ma a differenza di un corpo, non è parte determinata di una materia. E’ tutta la materia, tanto è variegata – l’espressività vocale e mimica di Viola Graziosi è stupefacente, al di là degli accattivanti effetti sonori ad essa applicati.
E poi è essenza. Una voce caleidoscopica, dilatata, con echi. Una voce che si specchia e produce un rimando. Una voce epica: fisica e metafisica. Un canto: una melodia sì, ma anche un punto di vista: quell’angolo dell’occhio che produce quella particolare curvatura. Quel particolare sguardo. Ed è incanto.
Scenograficamente questo suo caleidoscopico sguardo è riprodotto quasi fosse una proiezione cinematografica. Una proiezione lisergica, inconscia, metafisica all’interno di un grande occhio che le fa da fondale. Lei così disponibile a farsi parte di un mondo fluido, marino e non solo. Lei così poliedrica, seppur incarcerata in un racconto che le tarpa il corpo.
L’appassionata regia di Giuseppe Dipasquale visualizza molto efficacemente questa prigionia: non ci sono quasi mai movimenti scenici in Viola Graziosi se non quei piccoli, flessuosamente ondulati, liquidi movimenti delle sue mani. Unitamente alla restituita possibilità di entrare e di uscire dal rigido habitus, confezionato sul precedente racconto intessuto su di lei.
Il magnifico apparato scenografico cita con originalità celebri opere iconografiche dedicate al mito di Circe : partendo dal dipinto del poliedrico pittore romano Umberto Bottazzi (1865 – 1932) per arrivare al britannico preraffaellita John William Waterhouse (1849 -1917). Ma è l’insieme degli sguardi della drammaturgia luminosa a vivificare – in sinergia al lirismo del testo di Luciano Violante – questo nuovo racconto restitutivo.
Eccolo. Fu il padre di Circe a scegliere per lei: le ordinò di rinunciare a tutti i privilegi di essere una divinità, anche se minore, per scendere tra i mortali. Una descensus che solo apparentemente ha il sapore di un esilio: in verità è una missione, una vocazione terapeutica. Un viaggio che lei solo percorrendolo dentro di sé può restituire a coloro che riescono ad avvertirne l’esigenza. Perché – le disse suo padre – “serve uno sguardo diverso sul mondo: serve lo sguardo di una donna”.
Nella sua discesa interiore – metaforico viaggio fino all’isola di Eea – a lei si uniranno dei mortali ingiustamente condannati a causa di racconti ingannevoli . Proprio come è successo a lei. Perché “per gli umani sovente la verità è piena di spine, mentre l’inganno di miele”.
L’isola di Eea diverrà così, nel nuovo racconto portato alla luce da Violante, un luogo di purificazione: dove, chi ne avvertirà l’esigenza, potrà fermarsi per purificarsi, per redimersi. Un luogo gestito solo da donne e dal loro sguardo sul mondo.
Viola Graziosi e Graziano Piazza (Ulisse)
Vi si fermeranno in molti: non ultimi gli uomini di Ulisse. Uomini affamati di cibo e di donne, di cui si considerano padroni. Allo specchiante sguardo di Circe non passa inosservato questa brama di sopraffazione, di illecito potere: nel suo sguardo ciascun membro della ciurma di Ulisse vede riflessa l’autentica natura ferina che cela.
Ma, essendo ancora incapaci di avvertire l’esigenza di un viaggio interiore purificatorio, è opportuno che vivano consapevolmente questa momentanea trasformazione propedeutica.
Poi arriverà Ulisse: colui che consapevolmente confeziona racconti mendaci. Lei lo disarma immediatamente. Ma lui oppone resistenza: “Io sono quello che sono”. E non si può mutare il cuore di un uomo, se l’uomo non vuole.
“Io voglio non aver catene, questa è la mia tragica libertà” – continua l’Ulisse di Violante.
Serve infatti un coraggio di donna, per affrontare se stessi.
Serve la capacità e la vocazione a desiderare di entrare in relazione con l’altro.
Relazione, non sopraffazione.
Preziosissimo questo progetto “DONNE! Trilogia sulle donne dal mito ai social” voluto dal Teatro di Roma.
Perché è importante raccontare, denunciare, far conoscere, rivelare nuovi sguardi su ciò che ci accade.
Perché è importante che i vari racconti entrino in relazione e si faccia chiarezza.
Per la mirabile interpretazione del personaggio di Alceste, Luca Micheletti ha ricevuto il Premio Franco Enriquez 2024 – per un Teatro, un’ Arte, una Letteratura e una Comunicazione di impegno sociale e civile – (cat. Teatro Classico e Contemporaneo Sez. Miglior attore protagonista).
o il perdono, che nel “mutuo rispetto” tutela la nostra unicità ?
Il progetto di traduzione registica e filologica che ha portato a questa messa in scena è di portentosa bellezza. Tanta meraviglia nasce da un lavoro a sei mani tra Andrée Ruth Shammah, Luca Micheletti e Valerio Magrelli: un lavoro incentrato sull’elogio semantico della parola e della sua musicalità.
Andrée Ruth Shammah
Dal desiderio della Shammah – che da decenni si nutre della passione per Molière – di rendere ancor più consapevole lo spettatore della travolgente modernità di questo testo, nasce l’idea di alleggerirlo puntando dritto alla resa della sua essenza. Ecco allora che con accorta intelligenza la Shammah affida la traduzione de “Il misantropo” allo sguardo poetico del fine francesista Valerio Magrelli che – centrando l’obiettivo – ritraduce il testo portandolo in settenari incrociati.
Valerio Magrelli
Allo spettatore che si siede in sala, seppur ignaro di questo complesso progetto, arriva immediatamente la seducente delicata freschezza dell’ascolto. Ed è un incanto di spontaneità.
Spontaneità che è la cifra del Teatro che tanto ama la Shammah: quello del rituale delle prove. Del qui ed ora si sta svolgendo una prova: qui si sta mettendo in scena il teatro stesso. Quella magica e sacra tensione di ricerca propria del continuo sperimentare, del continuo mettere “alla prova”.
Ed è con questa tensione che si apre lo spettacolo: con i rituali di controllo che sia tutto in ordine sulla scena e con gli attori che entrano e stanno sul palco con quella tensione di fertile attesa di quando sono dietro le quinte. Un’atmosfera magica: pura e insieme disponibile a contaminarsi di tutto, che ricorda tanto quella che abita la nostra psiche, il nostro inconscio.
Lo stesso spazio scenico – le cui scene sono state costruite presso il laboratorio del Teatro Franco Parenti e curate da Margherita Palli – rimanda a un condominio psichico dove interessi e scopi differenti cercano di accordarsi, sovente scontrandosi, per coabitare.
Tra gli inquilini del mondo interiore vi è anche una spinta ideale, una tensione ad essere secondo un modello virtuoso, positivo, realizzato (che Freud ha chiamato Super-io) nella quale si è depositata una grammatica delle nostre aspirazioni: ciò che abbiamo imparato a considerare etico, migliore, auspicabile. Un imperativo che ci indirizza ad essere leali, generosi, affermati, competenti, perfetti, coerenti.
Tensione che è un po’ la spinta iper protettiva che domina Alceste e che lo porta a non riuscire ad entrare in una vera relazione di reciproco scambio con gli altri, con la società nella quale è immerso.
Luca Micheletti è Alceste il misantropo
Riflesso di questo macrocosmo sociale, il microcosmo dei personaggi in scena. La specificità che contraddistingue ciascuno di loro allude alle varie spinte della psiche di Alceste, con le quali lui non riesce ad entrare in relazione. La sua ferrea integrità ha il sapore di un’epurazione: un’ossessione a separare, a purificare, a lavare ogni macchia, ogni colore che può sporcare la sua visione utopisticamente pura dell’essere umano.
L’estro della regista riesce a veicolare questo messaggio nell’orecchio e nell’occhio dello spettatore: ciascun personaggio ha infatti una sua cromaticità vocale ben riconoscibile. Anche rinunciando al conforto dell’immagine. La sublime succulenza dei colori degli abiti (seconda pelle) degli altri personaggi, non c’è in lui, che veste in nero. E dall’umor nero è pervaso. Un colore (e un habitus) ‘introverso’, che non riesce a riflettere luce: quella che sgorga dalle nostre ombre interiori. Tutti i magnifici costumi sono curati da Giovanna Buzzi e realizzati da LowCostume in collaborazione con la sartoria del Teatro Franco Parenti, diretta da Simona Dondoni.
Luca Micheletti (Alceste) e Marina Occhionero (Célimène)
Il microcosmo di Alceste – come un urlo muto – parla del suo immenso e irrinunciabile bisogno ad essere riconosciuto nell’unicità della propria identità. Bisogno non lontano dal vissuto personale in cui si trova a scrivere l’autore, del quale la regista – con delicata sensibilità – tiene attenta considerazione. E che si può rinvenire, ad esempio, in certe reazioni di tenera e disperata collera dal sapore infantile, che Alceste rivela in alcune occasioni.
E che forse possono leggersi anche nel suo ritrovarsi, alla nascita del fratello minore, privato del nome proprio. Tanto che a 22 anni rinuncia al nome di Jean, al quale solo successivamente i suoi aggiunsero quello di Baptiste per differenziarlo dal secondogenito Jean. Sceglie allora Molière, in omaggio ad un suo amato scrittore.
Ma nessuno di noi, come ci ricorda il noto psicoanalista e saggista Massimo Recalcati, può darsi un nome da sé. Non funziona. Il nostro essere al mondo è inscindibilmente legato agli altri: sono gli altri a sceglierlo per noi. Noi però possiamo fare qualcosa di autenticamente nostro di quello che ci hanno dato gli altri. Questo è lo spazio in cui può muoversi la nostra libertà. E questo è il dissidio dell’autore che trova riflessi nel microcosmo di Alceste, che sua volta traspone nel macrocosmo sociale in cui è immerso ma dal quale prende risolutamente le distanze. La sua prossemica è eloquentissima. E tremenda.
Ma come è irresistibile, invece, la vicinanza che comanda il sentimento amoroso ! Soprattutto se ci si innamora della donna più irresistibilmente ribelle alle manipolazioni. Che ha un modo tutto “suo” di riconoscergli quell’unicità che lui tanto reclama. Un’unicità che non esclude la relazione vitalizzante con il tutto. Una corte (quella per lui) che non esclude l’appartenenza ad una corte sociale. Un’innocenza, che non esclude l’indecenza.
Mentre lui per la sua bella non si farebbe tentare nemmeno dall’avere in cambio Parigi. Ma quanti sottotesti si celano dentro dentro “la speranza” ! E quanto queste contraddizioni ci sono vicine anche oggi ! Quanto ci fa bene riportarle in scena, assecondate e contrastate dalla sinergia del contrappunto della drammaturgia musicale ( di Michele Tadini) e della drammaturgia delle luci ( di Fabrizio Ballini) !
Di grande bellezza l’uso delle tende che, come disponibili quinte – anche della nostra interiorità – creano magnifici primi piani o suggestivi campi lunghi.
Ma di sublime poesia è l’attenzione alle aree più misteriose: quelle dove si muovono soprattutto i due servitori (Andrea Soffiantini e Matteo Delespaul) . Lì la luce delle ombre, regalata dai candelieri, disegna interni dalla raffinata malinconia, propria dei pittori della scuola danese. Rapisce la naturalezza dell’eleganza coreografica dei due servitori (la cura del movimento è di Isa Traversi), dove nel più anziano (il Basco di Andrea Soffiantini) viene spontaneo ritrovare echi del First cechoviano .
Di lacerante intensità la prova attoriale dell’Alceste di Luca Micheletti. Il nero di cui si ammanta sa raggiungere le tonalità più assolute del vantablack, lasciando trapelare la tenerezza trasparente dell’ossidiana.
Angelo di Genio (Philinte), Luca Micheletti (Alceste) e Corrado D’Elia (Oronte)
Persuasivo il Philinte di Angelo Di Genio sulle dinamiche che possono generarsi all’interno di un rapporto di amicizia che, seppur fondato sulla fiducia e sulla nitidezza intellettiva – cromaticamente espressa e riflessa dal colore grigio – sa accogliere l’opportunità di un sano tradimento.
Interessanti i contrasti – che non escludono consonanze – sviluppati tra i rivali in amore. In primis, il carismatico Oronte di Corrado D’Elia, colmo dell’intensa energia del viola melanzana. Ma anche lo styloso Clitandro di Filippo Lai, dal crine platinato e dallo charme che si sprigiona proprio da quell’esotico “punto di rosa”. Senza dimenticare il sofisticato Lacasta di Vito Vicino : fasciato dall’eleganza dell’ambiguo ottanio.
Luca Micheletti, Filippo Lai (Clitandro) Matteo Delespaul, Vito Vicino (Lacasta), Angelo Di Genio
Illuminanti i contrasti e i cedimenti amorosi propagati dall’universo femminile, declinato nelle sue innumerevoli sfumature. La Célimène di Marina Occhionero è resa tutta nella sua miscela di volubilità e di pragmatismo. Splendidamente quindi si bea del mix esplosivo racchiuso nel verde di Scheele, che così bene la rappresenta.
Un’avvolgente connubio di saggia pacatezza con note di euforia connota l’ Eliana di Maria Luisa Zaltron. Una lucente acquamarina che sa che amare qualcuno significa accogliere anche i suoi difetti e quindi saper perdonare.
S’ammanta di giallo orpimento l’Orsina di Emilia Scarpati Fanetti che come il colore che la rappresenta sa rendere la luce affidabile dell’oro, scevra dalla sua nobiltà.
Completano l’efficacia del cast, il Du Bois di Pietro De Pascalis: una presenza enigmatica che fin dall’inizio teniamo a mente per il suo ambiguo far capolino dalla porta finestra di scena, unica apertura verso l’esterno del condominio psichico di Alceste. E un accurato Francesco Maisetti nel ruolo della Guardia.
Una traduzione registica – quella di Andrée Ruth Shammah – appassionatamente incuriosita da tutte le manifestazioni dell’animo umano e quindi scevra da giudizi.
Perché questo è il Teatro.
Per la mirabile interpretazione del personaggio di Alceste, Luca Micheletti il 30 Agosto ha ricevuto a Sirolo il Premio Franco Enriquez 2024 – per un Teatro, un’Arte, una Letteratura e una Comunicazione di impegno sociale e civile – come Migliore Attore protagonista de “Il misantropo” di Molière per la regia di Andrée Ruth Shammah, con la seguente menzione di merito:
“Rompere con il mondo è il desiderio di Alceste, protagonista di questo “Misantropo” di Molière che rivendica un ideale d’onestà e purezza di cuore; interpretato in modo magnifico e convincente da Luca Micheletti, che duetta con gli altri personaggi della commedia in una specie di partitura polifonica dalla quale emerge e giganteggia la sua granitica padronanza del mezzo espressivo e la sua capacità di danzare dentro il verso. Diretto magistralmente da Andrée Ruth Shammah, che ne firma una regia moderna e attuale, riconsegnandoci la modernità di questo grande classico che rispecchia il mondo di oggi, con i suoi compromessi e le sue contraddizioni“.
Cosa c’è di più stimolante e di più vitale di un curioso accidente ?
Di uno, cioè, di quegli incontri ( perché questo è quello che Goldoni chiama un “accidente” ) che all’improvviso ci scombinano l’abituale e noiosamente confortevole tran tran delle nostre giornate.
Un “accidente” che si origina con la complicità della tensione più fertile di cui disponiamo: la “curiosità”. Colei, cioè, che ci spinge a prenderci cura di ciò che ci accade. Lei, così sollecita nell’investigare, è il piacere di conoscere e di accrescersi nel sapere. E quindi, ciò che più autenticamente ci permette di dare continue svolte alla nostra vita.
E forse anche per questo motivo, acutamente il Lavia-regista sceglie di aprire lo spettacolo con un inno al Teatro, quale luogo dei continui nuovi inizi. Sia per gli interpreti, che per gli spettatori.
E ancora, è sempre per sensibilizzare il pubblico a questo concetto di Teatro, che Lavia in collaborazione con il Teatro Argentina decide di lanciare, prima della messa in scena della programmazione dello spettacolo qui a Roma, un contest sui social network – #curiosoaccidente – premiando coloro che avrebbero meglio tradotto in una “storia di Instagram” il proprio curioso accidente più significativo. Una poltrona sul palco il premio: sì, poter sedere insieme a una trentina di altre persone all’interno di una mini platea, allestita proprio su un lato del palco. Una geniale forma di teatro nel teatro: un nuovo inizio, appunto. Un nuovo inizio dentro continui nuovi inizi.
E i nuovi inizi infatti non finiscono qui: c’è anche un Lavia-narratore esterno, infatti, che desidera mettere gli spettatori a parte di quei significati reconditi, celati nel “a chi legge” di questa commedia. E così scopriamo che il Caffè della Sultana, il luogo in cui si narra si fosse raccontato di questo curioso accidente della commedia come fatto realmente accaduto, in realtà non è un luogo. Piuttosto è un particolare modo di fare il caffè: un rituale di ospitalità, di apertura alla vita e ai suoi nuovi inizi. E la Sultana- ci confida Lavia- è una misteriosa e affascinante donna tutta da scoprire. Lui, infatti, non va oltre e rimanda a noi la curiosità di esplorare e sciogliere il mistero.
Lo stesso Goldoni proprio con questa commedia “inizia” a distaccarsi dalle stereotipate maschere della commedia dell’Arte dando vita a personaggi multi sfaccettati, proprio perché sottoposti alla casualità assurda della vita reale.
La scena riproduce con magnifica essenzialità la rete delle casualità tessuta dalla vita. E da noi stessi. Tutto è a vista eppure tutto cela nuove sorprese. A partire dai bauli, per arrivare al sipario, posto dove meno ce lo saremmo aspettato: dietro la platea sul palco. Passando, poi, per il camerino a vista di Lavia: luogo di meravigliosi nuovi inizi. Il tutto collegato da un’obliqua struttura lignea: cielo di possibili congiunture.
Gabriele Lavia (Monsieur Filiberto)
“Nudi” anche i personaggi: entrano vestiti in un casual total black contemporaneo e solo successivamente vestono una seconda pelle: quella del robone (un ampio soprabito lungo fino ai piedi) rigorosamente sempre aperto: disponibile ad accogliere ogni evento. E a colorarsi di volta in volta di un’emozione diversa. Nessun robone è infatti di un colore unico ma è costellato da una miriade di colori. Da “accendere” di volta in volta, a seconda del sentimento chiamato in causa.
Simone Toni (Monsieur de la Cotterie) e Federica Di Martino (Madamigella Giannina)
L’amore, ad esempio, è il “curioso accidente” per eccellenza: accende, acceca e fa delirare. E così “apre”, causa quell’imbarazzo che ci provoca, ad una serie di congiunture diversamente assurde. L’imbarazzo è un rimanere “allacciati”, cioè impacciati, nel disagio e nell’incertezza e proprio questo senso di costrizione, o ci paralizza o ci “slaccia” verso tentativi di compensazione emotiva.
Un momento dello spettacolo “Un curioso accidente” di e con Gabriele Lavia
Questa leggiadra commedia, infatti, è tutta costruita su una rete di equivoci, che permettono allo spettatore di “compatire” i personaggi, per la spontanea immedesimazione che ne scaturisce. E insieme di prendersene gioco, e quindi di divertirsi, non appena l’immedesimazione si alleggerisce del senso di vergogna.
Federica Di Martino e Gabriele Lavia
La regia di Lavia rende limpido allo spettatore il lavoro del cercare nuovi inizi emotivi da parte di ciascun personaggio, anche i più sicuri e quindi ancorati al rassicurante ménage dei costumi etici del passato. Lo percepiamo dai toni della lingua, dai gesti, dalle posture: tutti in bilico tra un prima e un dopo. Come avviene per ogni “inizio”.
E questi “passaggi” suscitano ilarità nel pubblico: anche la risata, infatti, è un modo per liberarsi, slacciarsi, dall’imbarazzo di un nuovo aprirsi. Lasciandosi attraversare. Splendido in poesia questo “cercare poetico” degli attori, che rende credibilissimo ogni loro sentire. Emergono Federica Di Martino e Simone Toni ma anche Giorgia Salari, Andrea Nicolini, Lorenzo Terenzi, Beatrice Ceccherini, Lorenzo Volpe e Leonardo Nicolini. Brilla e si libra – anche in un atletico ripetuto rotolare a terra – Gabriele Lavia.
Federica Di Martino
In questa capacità di sperimentarsi e quindi di aprirsi agli accidenti della vita risultano più audaci le donne. E’ la natura che le predispone: la loro psiche è più aperta all’entrare in relazione, al mettersi in gioco, al rischiare. Gli uomini invece tendono ad essere molto cauti e quindi a sottrarsi al rischio. Insomma, non decidendosi a rompere le uova, non arrivano facilmente a “fare la frittata”. Ma “la vita comincia ogni giorno” e forse anche più volte al giorno.
Perché “la felicità è pura follia”.
Uno spettacolo avvincente e propiziatorio.
Uno spettacolo che nell’invitarci a “slacciarci” alla vita, ci salva.
Ci salva cioè dalle rigidità di pensiero e dall’esasperato individualismo che avvelenano la nostra quotidianità. E che, in un crescendo, portano agli orribili scenari di guerra che stiamo attraversando. Scenari che si sono trovati a vivere anche i personaggi di questa commedia, ambientata durante la Guerra dei sette anni (1756-1763): la prima guerra mondiale della storia.
Questo l’alto valore della scelta etica, prima ancora che estetica, di Caterina Costantini nel riproporre dopo 38 anni dal primo allestimento l’adattamento di Annibale Ruccello de “La ciociara” di Alberto Moravia con la regia di Aldo Reggiani. Lo spettacolo, ieri sera al debutto, resterà in scena al Teatro Ghione, in anteprima nazionale, fino al 12 novembre p.v.
Le atrocità e gli orrori della guerra infatti, temi centrali del testo originale, purtroppo sono ancora attualissimi.
È davvero molto necessario allora ricordare che cos’ è la guerra e cosa diventano gli uomini in guerra. Perché – come sosteneva Primo Levi – “chi dimentica il passato è costretto a ripeterlo”.
E seppure è innegabile che la guerra acutizzi il nostro ancestrale e prepotente istinto alla sopraffazione, è importante non smettere di desiderare di voler imparare a diventare capaci di amare. Perché l’amore s’impara: non è un sentimento che riceviamo per natura.
Alberto Moravia e Caterina Costantini
Lo spettacolo prende avvio immaginando un “the Day After”: un “dopo” successivo alla conclusione del testo originale dove una Rosetta, sempre più alienata da sé (interpretata da una Flavia De Stefano al suo primo e luminoso debutto), un po’ come ” il figliol prodigo”, reclama anzi tempo la sua eredità, per il capriccio di acquistare un’automobile.
La sua è l’urgenza di omologarsi a quell’italietta del tempo, preda di una “rivoluzione invisibile” di cui solo un sensibile ed altruista intellettuale come Michele riesce ad avere consapevolezza. A differenza del padre della parabola, Cesira (una carismatica Caterina Costantini, inossidabile nell’appassionarsi e nell’appassionare) si rifiuta di cedere soldi alla figlia ricorrendo ad un’ipoteca sulla loro casa: “la casa non si tocca”.
È infatti quel che resta della “roba” di cui può ancora disporre, ora che sua figlia, sfuggita all’iper protezione materna dopo il trauma della violenza subita, è ancora alla ricerca di se stessa. Lo scontro rievoca in Cesira – in una sorta di teatro nel teatro, enfatizzato da un’interessante drammaturgia della luce – una serie di ricordi e di apparizioni: ombre più o meno vaghe del suo passato.
La più vivida è quella di Michele (un fiero Vincenzo Bocciarelli) che – quasi come l’Oracolo di Delfi – la invita a riflettere sul fatto che di Rosetta lei ora raccoglie ciò che come madre è stata capace di seminare in passato: il desiderio di accumulare “roba”.
Caterina Costantini (Cesira) e Rosetta (Flavia De Stefano) in una scena dello spettacolo
Ma “seppure gli uomini muoiono – continua Michele – il dolore li fa rinascere”. E con questo invito a fare un buon uso della sofferenza per poter dare avvio ad un nuovo inizio, ad una nuova consapevolezza di sé, Michele dimostra ancora una volta di ad aver cura di lei.
Lei che resta “trincerata” – e la scena sa rendere con eloquente bellezza drammatica questo suo luogo/condizione della mente e dell’anima – dietro i suoi “valori” esistenziali basati esclusivamente sull’accumulo. Perché il primo comandamento che la guida è ancora quello che recita “l’importante è che vinca il più forte”. E di conseguenza, se non si riesce ad esserlo, si diventa complici di chi lo è.
Lorenza Guerrieri (Concetta), Caterina Costantini (Cesira) e Flavia De Stefano (Rosetta) in una scena dello spettacolo
La guerra riattizza la nostra tensione più prepotente: quella alla sopraffazione. Ma anche la mancanza di cultura educa al’insensibilità: alla divisione, all’opportunismo. “Le donne in tempo di guerra non possono andare troppo per il sottile”: a dirlo non è un uomo ma una donna (Concetta, una credibilissima Lorenza Guerrieri ), una contadina che solo in apparenza è accogliente con Cesira e sua figlia ma che all’occorrenza non ci pensa neppure un attimo a barattare la sua complicità alla vendita di Rosetta ai fascisti pur di avere liberi, cioè in “suo” potere, i suoi due figli. Perché i fascisti (qui rappresentati da un interessante interpretazione di Marco Blanchi) “c’hanno tutto: la provvidenza ce li ha mandati”.
“Che c’hai ? “. E’ questo infatti il bieco pulsare di quel che resta della coscienza. Perché in un’umanità che ha sostituito il senso della “pietà” con quello della “pietanza”, è ciò che si ha che restituisce il valore della persona. Un’umanità che parla esclusivamente di cibo da accumulare: in pancia e in quel che resta del cuore.
Per questo è importante ricordare, cioè riportare al cuore – luogo del coraggio e della concordia – in quale deriva noi esseri umani possiamo essere trascinati in tempi di guerra.
Ricordare ci dà la possibilità di consultare il passato, di interrogarlo e di interrogarci.
Per capire ed essere capaci di cura e di responsabilità nel presente e nel futuro.
Per tenere alta la consapevolezza di chi siamo, da dove veniamo e di dove abbiamo la possibilità di spingerci.
Il cast de “La Ciociara” di Aldo Reggiani
E riportare in scena questo struggente spettacolo – che si arricchisce anche delle presenze interpretative di Armando De Ceccon (nel ruolo di Filippo) e di Vincenzo Pellicanò (nel ruolo di Tommasino) – proprio in un momento storico quale quello che stiamo attraversando, lo rende estremamente prezioso.
Un necessario contributo che il Teatro non smette di rendere al vivere civile.
Nietzsche la chiamava l’arte del “saper tramontare al momento giusto”.
E di questa arte seppe ben disporre Memo Benassi: colse infatti che quel “momento giusto” per lui arrivò quando a 63 anni si sentì spiato in camerino da un giovane Glauco Mauri, appena diplomato. Lo convocò allora per passargli in dono la giacca che lui aveva indossato recitando l’Oswald de “Gli spettri” di Ibsen. E sulla cui spalla, la Duse era solita piangere. “Tienila da conto” – gli disse – “a me inizia ad andare stretta”. Così avvenne il passaggio: l’inizio della trasmissione di un’eredità immateriale.
Memo Benassi e Glauco Mauri
Arrivare a spiare Benassi in camerino, dopo averlo potuto veder recitare e provare sulla scena, significa qualcosa di speciale: che al giovane ed acuto Glauco Mauri non sfugge quel qualcosa “di immateriale” insito nella capacità attoriale di Benassi. Qualcosa che al giovane Mauri risulta ancora irresistibilmente irraggiungibile. E proprio per questo andava seguita, spiata. Per osservarla bene, entrarci in contatto, lasciarcisi attraversare e così in qualche modo gradualmente afferrarla, facendola propria. Come un amante farebbe con la sua amata.
D’altro canto, accorgersi di essere spiato da un allievo, per Benassi era la prova che proprio a quell’ allievo poteva essere consegnato il suo “patrimonio immateriale dell’attore”. In lui, in Mauri, la sua eredità sarebbe stata in buone mani e avrebbe prodotto molto frutto.
A sua volta Glauco Mauri, anni fa, ha donato proprio questa giacca al suo Roberto Sturno. Inseparabili, loro, anche ora che Sturno se ne è apparentemente andato. A lui Glauco Mauri dedica tutto lo splendore di questo progetto. E lo fa personalmente, salendo sul palco a fine spettacolo: commosso e felice. Forte di questo sodalizio immateriale ma trascendente.
Glauco Mauri e Roberto Sturno
E’ allora in omaggio a questa antica pratica pedagogica che il progetto che ieri sera è approdato alla sua conclusione prende il nome “Le lacrime della Duse. Il patrimonio immateriale dell’attore”. E rappresenta il tentativo di recuperare il sistema di trasmissione del mestiere immateriale dell’attore.
Attualmente, infatti, uno spettacolo si produce in una ventina di giorni e in questo breve tempo non c’è modo di “sperimentare”, cioè di accompagnare i processi creativi degli attori. Si può solo replicare ciò che già si sa. Inoltre, l’attuale sistema del teatro italiano impedisce la circuitazione degli spettacoli, che così si esauriscono in una manciata di rappresentazioni.
Serviva ed è stato trovato così un “luogo protetto”, com’è quello offerto da questo progetto ricco e ambizioso: carico di un patrimonio artistico ed emotivo da recuperare nell’antica cultura artigiana del teatro. Non un semplice progetto formativo quindi ma, come avveniva una volta, vitali esperienze del teatro di tradizione e del teatro di ricerca del Novecento.
Già Mejerchol’d sognava un luogo protetto, svincolato cioè dalle urgenze produttive, dove fosse possibile per gli attori creare forme sceniche e soluzioni interpretative. E l’Università può offrire questa opportunità.
Il Nuovo Teatro Ateneo
Il progetto curato infatti dalla Compagnia Mauri Sturno e finanziato dal MIC ha coinvolto l’Università di Roma La Sapienza, che fornisce oltre al supporto logistico anche una consulenza culturale sia attraverso il CREA – Nuovo teatro Ateneo, che attraverso il progetto “Per un teatro necessario – Residenze didattiche universitarie – del Dipartimeto di Storia, Antropologia, Religioni, Arte e Spettacolo della Sapienza Università di Roma. Dipartimento diretto dal Prof. Guido di Palma.
Il prof.Guido Di Palma
“La cultura teatrale non può essere affidata solo alla scrittura né tantomeno solo ai video – afferma il Prof. Guido Di Palma – essa vive principalmente nella presenza e nelle relazioni delle persone che la agiscono. Per questo le residenze didattiche universitarie sono pensate come un luogo di scambio. Passato e presente s’incrociano in uno spazio protetto affinché i saperi teatrali non vengano dimenticati e possano essere rivivificati nell’incontro tra generazioni diverse”.
Lo stesso Eduardo De Filippo, assiduo frequentatore del Teatro Ateneo, sosteneva che la tradizione, se la si sa usare, è un trampolino per saltare più in alto.
Ieri, un’insolita – e ben augurale – apertura serale del Nuovo Teatro Ateneo ha atteso e accolto il ritorno, e quindi l’approdo, dei viaggiatori partiti alla ricerca, alla scoperta e quindi al raccordo con quel sapere immateriale dell’attore, che rende così prezioso il lavoro a teatro. E nella vita. Un lavoro non solo tecnico ma anche etico ed estetico.
Al fine di rendere più fulgidamente puro il lavoro di ricerca svolto, i promotori del viaggio hanno scelto uno spazio e un corpo “nudi”, cioè scevri da tutto ciò che avrebbe potuto falsare il nuovo “habitus” acquisito dai giovani attori. Quindi niente scenografie, niente musica, niente costumi (solo abiti normali) e niente trucco.
Marco Blanchi
E proprio come William Shakespeare fece in quel magnifico inno al potere dell’immaginazione che è il Prologo all’ “Enrico V“, così anche Marco Blanchi – curatore dell’atelier didattico assiema a Danilo Capezzani ma ieri sera anche nella veste di presentatore dei singoli lavori – ha invitato gli spettatori in sala a far ricorso ciascuno alla propria immaginazione, per visualizzare più adeguati scenari ai frammenti delle 12 opere, che questi “nuovi” interpreti portano in scena.
Non a caso, proprio il Prologo all’ “Enrico V” dà l’avvio alla restituzione. Viviana Feudale, l’interprete, ci restituisce tutta la meraviglia contenuta nell’ebbrezza del saper immaginare. Tutto in lei è meraviglia, tutti i suoi sensi ne sono predati. Ed è contagio.
Si passa all’ “Edipo re” di Sofocle dove di Pietro Bovi (Edipo) e di Luca Lombardi (Tiresia) ci arriva il particolare fascino delle loro vocalità. E di Tiresia l’eloquenza degli occhi bendati, unita alla vitalità del bastone al quale si sostiene.
Arrivano poi Kostja (Giuliano Bruzzese) e Nina (Marta Cirello) de “Il Gabbiano” di Anton Cechov. Lui sembra la diteggiatura nervosa e tormentata di un pianista, tanto si nutre di inquietudine. Lei fa della voce, e quindi del suo animo, quello che farebbe un’equilibrista sul filo: l’elogio del disequilibrio. Entrambi così spazzati dal vento e insieme così in sintonia.
E poi “I fratelli Karamazov”di Fëdor Dostoevskij: dell’Ivan di Antonio Greco e dello Smerdjakov di Francesco Leonardo Marchionne rifulge il tavolo dei silenzi, preludio alle loro diversamente mefistofeliche ed allucinate esplosioni disperate.
Si passa all’ “Antigone” di Jean Anouilh: luminosa la tensione tra la sensualità androgina di Francesca Trianni (Antigone) e la morbida persuasione di Sofia Guida (Ismaele). Resta il sapore appagante di quando un confine riesce a diventare un punto d’incontro.
Scintille tra La Caterina di Beatrice Lotti e il Petruccio di Davide Varone de “La Bisbetica domata” di William Shakespeare. La selvatichezza di lei si carica di un sentore profumato quando accolta dalla disponibilità di lui a interagire fertilmente con la follia del femminile. Seducentemente comici gli a parte di Petruccio.
E poi l’autenticità tipicamente britannica dell’apertura alcolica del Jamie di Roberto Castello così come della serrata chiusura del rigido e sobrio Edmund di Giuseppe Fedele, in “Lungo viaggio verso la notte” di Eugene O’Neill.
E ancora “Finale di partita” di Samuel Beckett. Due fenomenologie dell’aspettare: quella statica e da contatto di Hamm (Francesco Zaccaro), un’attesa cioè da immaginare, protetto dietro lenti colorate e a specchio e poi quella diversamente intrepida di Clov (Antonio Greco) . La sua è l’attesa che s’immagina dietro le lenti “altruistiche” di un piccolo cannocchiale e che tanto ricorda l’attesa della Compagnia della Contessa da parte di uno degli Scalognati de “I giganti della montagna” di Pirandello.
Arrivano invece “Gli innamorati” di Carlo Goldoni. Un Pietro Bovi (Fulgenzio) decisamente incline a seguire l’imprevedibilità tutta femminile dell’Eugenia (Virna Zorzan). Nonostante la tentazione maschile ad arroccarsi, Fulgenzio lascia anche libera uscita al suo proprio femminile. Ammiccanti gli a parte.
Seguono alcuni “Sonetti” di William Shakespeare resi prevalentemente a tinte calde dalla lettura interpretativa di Davide Varone, laddove Antonio Laurino sembra prediligerne le tinte più fredde. E a seguire le “Lettere a Pierre” (dal Paolo Pini di Affori) di Alda Merini rese dalle diverse note della struggente e folle sensibilità di Enrichetta Ranieri Martinotti e di Costanza Maestripieri.
A completamento il “Macbeth” di William Shakespeare: fertile la profonda sensualità vocale della Lady Macbeth di Sofia Boriosi, così come il fascino della decadenza posturale del Macbeth di Luca Lombardi.
In tutti i ragazzi evidenti “riflessi di perla” che, se ancora pazientemente levigata per anni, emanerà progressivamente una lucentezza prima segreta. “Perla” come concetto di “maestria”, che la metafora di Tanizaki Jun’ichirō così mirabilmente esprime.
“La calunnia è un venticello/Un’auretta assai gentile/Che insensibile, sottile/Leggermente, dolcemente/Incomincia, incomincia a sussurrar.
Piano, piano, terra terra/Sottovoce, sibilando/Va scorrendo, va scorrendo/Va ronzando, va ronzando/Nell’orecchie della gente/S’introduce, s’introduce destramente/E le teste ed i cervelli/Fa stordire e fa gonfiar.
Dalla bocca fuori uscendo/lo schiamazzo va crescendo/Prende forza a poco a poco/Vola già di loco in loco/Sembra il tuono, la tempesta/Che nel sen della foresta/Va fischiando, brontolando,
E ti fa d’orror gelar…” (da “Il barbiere di Siviglia” di Gioachino Rossini)
Banalmente gelati d’orrore ci lascia infatti il proemio, affidato alla ex collaboratrice domestica di Leo Kaufmann (una Franca Penone maledettamente efficace nella sua dannata ipocrisia): una donna che, ancora dopo anni dall’esecuzione capitale del suo datore di lavoro, non riesce a provare rimorso per le conseguenze mortali che le sue calunnie, unite a quelle dei “bravi” cittadini del quartiere, hanno provocato.
“Se le leggi erano ingiuste, io non lo so. Di certo non le ho fatte io. Le leggi, caro signore, le fanno i potenti: e noi poveracci, che sgobbiamo tutto il giorno, non possiamo far niente, se non ubbidire. Io caro signore, ho la coscienza a posto, ho fatto il mio dovere, ho rispettato le leggi”.
E così, banalmente appagata da una passiva sottomissione alle leggi razziali, si bea del suo essere una brava cittadina, sfoggiando disumane giustificazioni al suo “aver fatto la pelle” all’ebreo Kaufmann. Un po’ con lo stessa fierezza con la quale esibisce “la pelle fatta alla volpe” con la quale si adorna il busto (i costumi sono curati da Gianluca Sbicca). Come la moda del tempo, infatti “detta”.
Eppure nella natura umana l’odio viene prima dell’amore. La spinta alla sopraffazione è la spinta che preme in massima misura in noi.
L’ amore invece s’impara. Così come la generosità, la misericordia, la sana complicità e quindi il riconoscimento della diversità dell’altro. È una costruzione difficile ma possibile. L’umanità si guadagna, si può guadagnare, seppure la spinta alla violenza resti una forte tentazione.
Ed è questo il messaggio che arriva allo spettatore dalla narrazione così drammaticamente significativa dell’omonimo libro pluripremiato di Giovanni Grasso, messo in scena e sapientemente enfatizzato dalla sublime eleganza della regia cinematografica di Piero Maccarinelli.
L’autoreGiovanni Grasso
La stessa costruzione dello spazio scenico (curato da Domenico Franchi) sembra alludere all’ambiguità della natura umana: dove da un lato il male regna e spinge per natura, dall’altro il bene si fa strada attraverso un costante esercizio. Quello cioè a dar voce a quell’interiorizzazione della legge, che si realizza quando ci si avvicina alle regole con spirito critico e non con mera sottomissione. E gli splendidi interventi musicali di Antonio Di Pofi nonché il disegno luminoso di Cesare Agoni ne sottolineano l’ambivalente densità.
Erano felici il Sig. Kaufmann, ebreo, e la giovane figlia del suo amico Irene, ariana.
Erano felici perché non aderivano passivamente alle leggi razziali della Norimberga degli anni ’30.
Erano felici perché in loro ancora riusciva a farsi strada la legge del desiderare: del piacere a costruire relazioni umane vive e vibranti. Nonostante tutto.
Viola Graziosi (Irene) e Franco Branciaroli (Leo)
Relazioni che riescono a sopravvivere nonostante tutta la miseria dell’odio. Infatti, seppur separati dalla calunnia e dall’orrore delle leggi razziali, Leo e Irene non smettono di pensarsi. Non smettono di continuare a vivere nella gratitudine del ricordo, senza cedere ad una paralisi nostalgica. L’ultimo desiderio di Leo sarà quello di mandare ancora un messaggio a Irene, condannata a quattro anni di lavori forzati, per farle sapere che a lei deve quegli attimi di felicità che hanno illuminato la sua esistenza.
Il regista Piero Maccarinelli
Contro la tossicità del regime nazista, la fertile sinergia tra il testo di Giovanni Grasso e la regia di Piero Maccarinelli, riescono ad evidenziare il prezioso intreccio di relazioni umane che si tesse tra la giovane Irene, l’anziano Leo e il cappellano del carcere che raccoglie l’ultimo desiderio di Leo e lo accompagna nelle ore che lo separano dalla morte.
Franco Branciaroli (Leo)
Franco Branciaroli entra nell’anima di Kaufmann in primis attraverso la voce. È il suo un “dar voce” al personaggio e alla persona – il libro di Grasso è infatti liberamente ispirato ad una storia vera – che prende corpo mirabilmente in una voce dalla solennità epica. Che tende a “dilatarsi” al di là della costrizione delle barre della cella di sicurezza. Al di là dell’odio e della calunnia che lo circondano e che lo hanno assediato. Una voce che si fa strada come una melodia.
Una vittima lui sì, ma dal carisma di un eroe della più fulgida umanità. Di tremenda e lacerante bellezza, poi, il suo monologo finale che magnificamente chiude circolarmente l’immagine iniziale del suo sentirsi “ombra”: solo proiezione di un corpo.
Eppure un corpo lui lo ha avuto davvero, almeno per un periodo: quello successivo all’incontro con Irene. Un incontro di una tale straordinaria umanità da rompere il normale corso del tempo abituale. “È apparsa” – dice lui. Quasi un’epifania. Il sangue torna a scorrergli nelle vene, la vita si riempie di sapori. Non è più dominata da un’inappetenza cupa e cruda. È splendida la resa interpretativa di questo fertile scambio di pensieri e di emozioni tra i due interpreti.
Viola Graziosi (Irene)
Viola Graziosi regala ad Irene una vitalità inebriante. Lei è l’incarnazione del desiderio vitale, produttivo, che porta ad esprimere il meglio di noi umani. Tutto in lei parla di curiosità. Una curiosità che dà frutto: che sublima la spinta a sopraffare l’altro attraverso la meraviglia e il rispetto per la diversità dell’altro. Incluse tutte le difficoltà dell’incontrarsi sul confine. Ma questo è il trionfo dell’essere “umani”. È il compimento del “conoscere se stessi”.
Graziano Piazza (il cappellano)
Una splendida umanità la sua, colta immediatamente anche dal cappellano: un Graziano Piazza che brilla in “sacralità”. Non è un semplice prete. È come il dio di un giudizio universale. Un dio che si commuove di ciò che siamo riusciti a fare con ciò di cui lui ci ha fatto. E insieme è un uomo che dona ascolto e regala attenzione alla controversa bellezza della natura umana. Di più: sceglie e promette di essere “testimone” dell’eredità di questa storia. Un personaggio di grande umanità e di profonda bellezza.
Il cast al completo
Molto accordati ed efficaci sulla scena anche Franca Penone, Piergiorgio Fasolo, Alessandro Albertin e Andrea Bonella.
Necessaria la scelta del Teatro Parioli di aprire ieri sera la stagione teatrale 2023/2024 con questo inno all’umanità, potente auspicio anche alla risoluzione delle conflittualità attuali.
Perché “l’indifferenza è peggio dell’odio”.
In sala il Presidente della Repubblica Sergio Mattarella ad onorare la bellezza incandescente dello spettacolo, oltre a numerose personalità del mondo politico.
Sembrano due stagioni: lei l’ancora caldo e multiforme autunno; lui il rigido e posato inverno.
Due stagioni limitrofe però. Osmotiche.
L’apertura multiforme dell’autunno – ancora ebbro del contatto con il calore estivo – è decisamente accogliente. Ed è curiosamente eccitato di conoscere cosa si può celare dentro quella precisione un po’ meccanica dell’inverno. Tanto da sporgersi verso di lui per provare un po’ ad incontrarlo sulla soglia del suo ingresso. Insomma, lei l’autunno, ne desidera un contatto: tiepidamente epidermico.
E lui, l’inverno, si avvicina come uno che viene da molto lontano. E infatti staziona in modo diverso. Molto diverso. Diciamo che tende a rimanere dietro la linea gialla.
Regna l’imbarazzo: come ad ogni primo incontro. Ma anche i tentennamenti imbarazzanti possono accordarsi magnificamente: i loro lo fanno. E ballando con le parole spesso si pestano. Ma ci sta. Basta sorriderci su e riprovare. È bellissimo. È una sinfonia di insolita bellezza.
“Ma com’è difficile” – pensano.
Lo pensa di più l’inverno, che viene da lontano. E non ci capisce niente di tutte queste proposte autunnali. “Sempre diverse: un flusso inarrestabile ! Ma che significa? Bah. Intanto andiamogli dietro, assecondiamole” -pensa, prima di ogni risposta, l’inverno.
Ma lei, l’autunno, spinge l’acceleratore e lo porta a visitare delle grotte, dove regna sì il buio più profondo ma dove si può scoprire – se si è attenti – un nuovo linguaggio: dei segni apparentemente indecifrabili dipinti alle pareti. “Fa un po’ paura eh, ma è bello provare a decifrarli insieme” – pare dirgli lei, l’autunno.
E così, una volta risaliti in superficie, l’inverno rompe gli indugi e accetta l’invito di varcare la soglia.
Si sta bene da lei, si sta comodi. È gentile lei, l’autunno.
Ma guai a mettersi troppo comodi: l’autunno è multiforme. Non si accontenta. Cerca sempre. Perché per lei 1+1 non fa 2. Fa un po’ meno. L’inverno deve saperlo.
Poi però l’autunno lo invita, se vuole, a restare a dormire.
Per sognare.
Un po’ come nella grotta.
Anna Bellato, Francesco Colella e Leonardo Maddalena della compagnia Teatrodilina rappresentano un ensemble di musicalità tecnica, di divertente spiazzamento e di poesia. Tanta poesia.
Si donano con grande generosità e il pubblico ne resta ammaliato. Fin da subito.
Il testo, scritto da Francesco Lagi, è il risultato di uno sguardo profondo su quello che è e resterà (anche per fortuna !) il mistero della relazione tra uomo e donna. E che proprio in quanto tale non smette mai di affascinarci. È tradotto da Lagi in una forma linguistica ed interpretativa – Lagi infatti è anche colui che ha diretto lo spettacolo – invitante, di facile assimilazione e con un rilascio che lavora anche a lungo termine.
Francesco Lagi
Perché quelli in scena siamo noi. E meno male che ci viene da ridere per le loro paure, per le loro gaffe, per il loro essere ridicoli. Irresistibilmente ridicoli. Grazie a loro possiamo realizzare che 1+1 non fa 2. Fa meno di 2. Ma ci si può stare. È comunque tanta bellezza. E quella che manca si puo’ continuare a cercare. Meno male che c’è il teatro. Meno male che c’è Teatrodilina.
Foyer di Carrozzerie n.o.t.
Complimenti vivissimi a Carrozzerie n.o.t per aver aperto la loro stagione con questo spettacolo che ci scaraventa nel mistero della relazione delle relazioni: l’amore. Così affascinante proprio perchè così difficilmente raggiungibile e sostenibile. Ma questa è la fertile tensione che anima Carrozzerie n.o.t., che proprio quest’anno festeggia i suoi primi 10 anni di vitalità. Auguri !
Perdere un amore rischia di non farci più capire chi siamo. Perdere un amore fa vacillare la nostra identità e manda in frantumi la visione del mondo alla quale insieme all’altro avevamo donato una nuova forma. Sì, gli altri sono importanti per caratterizzare “chi siamo”: il loro sguardo, le loro parole, i loro gesti, il loro essere testimoni (e magari anche eredi) di ciò che viviamo ci sono ontologicamente necessari.
Jean Cocteau
Anche di questo ci parla Jean Cocteau (1889-1963) – di cui si celebrano i 60 anni dalla morte – in quest’affascinante e “scandalosa” opera teatrale del 1930. Lo sottolinea, in verità, già nella prefazione a questo testo, dichiarando esplicitamente come esso nasca in risposta ad un certo sguardo che “altri” hanno sul suo modo di lavorare.
Gli fanno notare, ad esempio, di far troppo spesso ricorso a congegni meccanici per le scene. Ecco allora che in questo testo Cocteau toglie tutto, o quasi, e lascia alla sola interprete agire lo spazio. Farsi spazio. È lei lo spazio: lei così accogliente da lasciarsi invadere. Da non curarsi più di sé fino a votarsi (e vuotarsi) come una supplice, tanto da non ritrovare più un proprio sé quando lui se ne va. Quel sé che le permetterebbe di ricominciare. Invece, tagliata la simbiosi, lei si ritrova irreparabilmente monca. Sanguinando dolore.
Inoltre, sempre “gli altri” fanno notare a Cocteau che è suo costume accanirsi ad utilizzare gli interpreti senza tener conto delle loro inclinazioni. Nasce allora, in risposta a tale sguardo, l’idea di realizzare un testo, questo, che non si dia come un diktat, un’imposizione da seguire con ossequio, quanto piuttosto si offra come uno spazio psichico da riempire, un pre-testo: una condizione, un luogo dove all’interprete vengono lasciati in gestione ben due partiture: due ruoli.
Quello di lei che parla e quello di lei che ascolta. E che proprio nell’ascolto ha il potere di dare vita e forma, attraverso eloquenti e più o meno rispettosi silenzi, al carattere dell’altro personaggio: quello di un lui che si trova dall’altro capo del filo del telefono. Colui che è invisibile ma che prende corpo – e spazio – attraverso i silenzi di colei che ascolta. È quindi l’ascolto della voce umana a decidere che vita avrà l’altro. Quale spazio siamo disposti a concedergli. Cocteau non poteva trovare modalità più efficace e di bellezza più superba di questa.
Il regista Rosario Tronnolone
Ieri sera è andata in scena la prima de “La voce umana” del regista Rosario Tronnolone al Teatro di Documenti, nel cuore del quartiere Testaccio di Roma. Uno spazio “sui generis” progettato e costruito da Luciano Damiani, massimo scenografo del Novecento e uno dei più innovativi artisti teatrali di tutti i tempi.
Un possibile allestimento in una sala del Teatro di Documenti
Damiani (1923 -2007) – di cui si festeggiano i 100 anni dalla nascita – dopo aver lavorato nei principali teatri di prosa e di lirica del mondo, decide di creare uno spazio che possa esprimere la sua idea di teatro: uno spazio che, senza rinnegare il passato e la tradizione, diventi il “teatro che prima non esisteva”. Uno spazio “democratico e popolare” dove le persone, gli attori e gli spettatori possano restare insieme nel farsi dello spettacolo. Qui, infatti, l‘unificazione strutturale tra spazio della scena, spazio del pubblico e spazio degli attori annulla la tradizionale separazione tra palco e platea, e disintegra il dualismo “dietro le quinte/davanti le quinte”.
L’interprete Siddhartha Prestinari
In questo “gioiello architettonico”, capolavoro di architettura teatrale, il regista Rosario Tronnolone ha lasciato esprimersi un’intensa e palpitante preda ferita e sanguinante, quale si è rivelata essere Siddhartha Prestinari. E noi, lì accanto a lei – complice la tipologia dello spazio scenico del Teatro di Documenti – abbiamo vissuto attraverso lei il nostro essere stati, almeno una volta, prede ferite e sanguinanti. O magari cacciatori: vista la duplice versatilità richiesta all’interprete in questo celeberrimo monologo-dialogo.
Laddove Cocteau suggeriva un total- white per spazio, oggetti di scena e camicia da notte di lei, con un tocco di “malefico” che si poteva insinuare dal quadro sopra il letto e dal gioco sinistro delle luci, la regia di Valerio Tronnolone sceglie di calare sulla stessa interprete l’allusione alla nota malefica: vestendola di nero. Con un elegante pigiama dal taglio maschile, che ne esalta una femminilità androgina. Anche il telefono, suo prolungamento in quanto ultimo filo a legarla al suo ex, si tinge di nero. L’effetto “sanguinante” dei drappi rossi di Cocteau è qui reso da sinistri fasci di luce rossa, che calano e colano in scena, in alcuni momenti topici dello spettacolo.
L’interprete Siddhartha Prestinari
Ma la più autentica e lacerante sensazione di animale ferito, e progressivamente sempre più sanguinante, ci arriva dalla viscerale – eppur composta – interpretazione di Siddhartha Prestinari, fin dall’inizio dello spettacolo psicologicamente umida di tracce di lacrime, di muco. E di sangue. Al di là del suo elegante contegno, si fa sempre più prepotentemente intimo l’urlo della sofferenza. È la sua voce a insinuarsi, con quel tipo di subdola potenza che solo certa fragilità riesce a scavare in chi guarda e ascolta. Fino a scoperchiare il vaso dei nostri vissuti. E a farci ritrovare lì con lei, a sanguinare. Ancora.
I suoi piedi nudi, a forza di calpestare ossessivamente il suolo della stanza, hanno finito per condividerne la polvere. Come chi si vota alla volta di un pellegrinaggio, per pentirsi e per chiedere ancora aiuto. Supplicando. Inginocchiandosi. Come quei pellegrini del quadro del Caravaggio (“La Madonna dei pellegrini”) . Come chi si sente “peregrino”, cioè “straniero”, nel luogo che si trova ad abitare.
Siddhartha Prestinari e Rosario Tronnolone
La Prestinari è mirabile nella sua psicologica artigianalità a saper modellare, in maniera sempre diversa con la voce, il disagio che la invade. Si intuisce anche nel suo chiedere aiuto al corpo, nel cercare sempre nuove posture compensatorie. Smette di cesellarsi l’animo, e quindi la voce, solo quando si ribella con la centralinista o con le persone che invadono la linea telefonica. Per difendere strenuamente la “sua” linea telefonica: il suo ultimo legame con lui. Quel che resta del cordone ombelicale dal quale traeva nutrimento. Ma neanche questo ultimo filo che li lega è solo suo. Anche qui deve competere con altre persone che si inseriscono sulla “sua” linea di “abbonata”.
Eloquentissimo poi il ritratto di lui, che ricaviamo dalla densità carica di pathos dell’ascolto di lei e dal suo sapiente sagomare i momenti di silenzio. Così, Siddhartha Prestinari consegna allo spettatore un dialogo intrigante e lancinante, che non fa cadere nemmeno per un attimo l’attenzione e l’apprensione. Sua la capacità di stimolare nel pubblico l’esigenza di prendere e far proprio, con la mente e con il cuore, il luogo emotivo rappresentato. Una comprensione che ha la cifra dell’umano oscillare tra il ruolo di vittima e quello di carnefice, alla ricerca del difficile equilibrio tra cedere il proprio spazio (il proprio ascolto) senza permettere la totale invasione altrui.
È versatile, di grande smalto, spettacolare. Davvero brillante. Di più: spumeggiante. Insomma di grande effetto.
Giuseppe Manfridi, uno dei massimi drammaturghi italiani, come un autentico acrobata cammina sulla punta delle parole. E stupisce per l’agilità funambolesca nel trovare sempre nuovi equilibri. Stupisce il suo piroettare osando numeri complessi di giocoleria e di agilità linguistici.
Un autentico equilibrista: abile nel “camminare” in situazioni difficili, destreggiandosi con maestria o con temerarietà.
I suoi “fuochi pirotecnici” si originano dall’applicazione di un’arte umana speciale: quella del fare luce attraverso la complicità delle ombre. Con un taglio fantasmagorico che sorprende e incalza in maniera serrata. È fascino, è incanto. È magnetismo.
Un piacevolissimo divertimento che ci apre: che inaspettatamente ci fa espandere. Sublimando le tensioni accumulate nel corso della giornata. Perché sì, questo tipo di divertimento, è anche terapeutico.
Particolare dell’installazione scenica di Antonella Rebecchini
È la bellezza dei pensieri insolitamente connessi. Che escono dalla vorticosa mente dell’acrobata Manfridi e come per magia si stagliano alle sue spalle, visualizzati oniricamente dal fascino enigmatico dell’installazione dell’ artista Antonella Rebecchini.
È l’epifania di una sacra investitura: un’aureola che ossessivamente si replica e si rinnova, generata da un caos che visionariamente prende forma attraverso l’istallazione della Rebecchini.
L’installazione scenica di Antonella Rebecchini
Un binomio artistico, quello tra Giuseppe Manfridi ed Antonella Rebecchini, efficacissimo. Vicendevolmente valorizzante. E quindi vincente. Due mondi, quello della parola e quello dell’immagine tridimensionale, in continuo dialogo, legati in un movimento circolare che generosamente si lascia attraversare.
Lo spettatore, rapito, si ritrova immerso in un universo che preda nel momento in cui sfugge. In verità, l’evocatività della parola lascia una traccia che, almeno per un attimo, riusciamo a trattenere. Ed è magia !
Antonella Rebecchini e Giuseppe Manfridi
Un’esperienza immersiva quella proposta da Giuseppe Manfridi a Teatrosophia, fino a domenica 15 ottobre. Un viaggio al centro delle parole, dove regina regna l’ambiguità e il suo fascino diabolico. Di cui bisogna imparare a godere.
Perché questa meravigliosa avventura linguistica è un gioco stupefacente. E giocare significa sperimentarsi, crescere.
Vivere: entrare nel gioco della vita, dove la vera vittoria è l’atto stesso del giocare.