– BÙBARO dei BÙBARI – regia Antonio Latella

GINESIO FEST 2026

Borgo di San Ginesio (MC)

27 Agosto

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Il mostro dei mostri, il diverso più diverso, il Bùbaro dei Bùbari, abita in una casa la cui porta non è chiusa a chiave. Anzi, è sempre aperta. E non ci sono chiavi. È come una fessura dalla quale, se entra terra, possono nascere fiori. 

Così, attraverso questa suggestione lirica, la drammaturgia di Carolina Balucani inizia col descrivere “la casa del diverso”, esemplificata da quella di due fratelli zingari. Ma cosa significa?

E chi è questo bùbaro dei bùbari? Questo sconosciuto che nel dialetto toscano rappresenta il barbaro che parla una lingua diversa, incomprensibile, fatta di quegli inquietanti “bu – bu” onomatopeici, di cui anche i due fratelli zingari – nei momenti di incomprensione più profonda – danno un’accattivante testimonianza?

Il Bùbaro dei Bùbari è una creatura limitrofa al cosiddetto “uomo nero”, che abita il nostro inconscio collettivo. E che viene ancora utilizzato dagli adulti per educare a obbedire con la paura i bambini, affinché non si fidino di tutto ciò che è “diverso da loro”.

Cifra dell’uomo nero, non a caso, è quella di vivere nei recessi nascosti della casa: sotto il letto, dentro gli armadi, in soffitta o in cantina. Spazi che rappresentano luoghi di confine tra il noto e il minaccioso, da temere, da evitare. Come quell’Ombra che junghianamente parla degli aspetti più oscuri della nostra psiche.

Attraversando la drammaturgia della Balucani – portata in scena dalla sempre sorprendente regia di Antonio Latella – ci si rivela, invece, come la presunta diversità dei due fratelli zingari, in fondo, non sia poi così lontana dalla cosiddetta normalità.

Ad esempio, soffrono proprio come noi. Per mancanza di attenzioni: quelle che ci permettono di formarci una solida autostima. Che spesso, proprio perché non solida, nascondiamo sotto magnifiche maschere che ci cuciamo addosso. Come gli sfavillanti costumi che qui Latella fa indossare ai due fratelli zingari, provando a farli uscire dallo stereotipo che li contraddistingue: quello della trascuratezza, dello sporco, del “tanfo” (la cura dei costumi é di Graziella Pepe). E avvicinando la loro essenza a quella di circensi o di pattinatori sul ghiaccio: legati come sono all’interpretazione, alla teatralità, allo spettacolo, alla complicità con il partner.

Ma anche a loro, come a noi, non basta scegliere di indossare un costume, per essere autentici.

Perché se è vero che l’autostima è un dono sociale – sono gli altri infatti che permettono il suo costituirsi e il suo rafforzarsi attraverso quell’attenzione piena di compassione capace di incoraggiare anche quando inevitabilmente succede di sbagliare – e’ vero anche che è necessario intraprendere un personale viaggio interiore, che porti a “fare amicizia con il proprio peggio”. Con il nostro “Bùbaro dei Bùbari”: tenendo la porta aperta, così che possa entrare – come in una fessura – quella terra da cui possono nascere fiori.

Non a caso il costume che la sorella zingara ruba a scuola – e poi sceglie di indossare nella fase finale dello spettacolo – è proprio quello di Biancaneve: di colei cioè che – pur osteggiata e confinata in una condizione mortificante – viene accolta, aiutata e sostenuta nel suo percorso interiore dalle bizzarre creature diverse e sotterranee dei sette nani. Rappresenti simbolici di quelle “diverse” parti della psiche umana, che chiedono di entrare e di essere integrate con le parti più razionali.

In una sorta di teatro nel teatro, la Balucani ci presenta questi due fratelli “nel proprio peggio”. Mentre mandano in scena, ad esempio, “le loro prove” per riuscire a destare la compassione della normalità, attraverso l’esibizione di (presunte) malformità fisiche.

Perché a volte capita che la normalità si senta disposta ad elemosinare attenzioni, se il diverso è menomato, e quindi meno pericoloso. E poi perché anche alla normalità capita di riconoscere di desiderare “recitare una parte”, manipolando le emozioni delle persone dalle quali desidera attenzione.

Ma allora, dove sta questa diversità così intoccabile, da rendere impossibile una loro comunicazione e una loro integrazione ?

La scenografia di Giuseppe Stellato lo rivela edificando, in eleganti lettere cubitali, la scritta: “sta cazzo di terra”. 

Gli zingari infatti non hanno una terra di proprietà. 

L’idea che per natura siano nomadi è un pregiudizio: la grande maggioranza delle persone Rom e Sinti (spesso definite impropriamente “zingari”) non è nomade.  Storicamente i loro progenitori – partiti dall’India settentrionale e arrivati in Europa per lavorare – per necessità, si spostavano: per potersi dedicare cioè a mestieri itineranti, come la lavorazione dei metalli, il commercio di cavalli, o l’intrattenimento. E non solo: le discriminazioni subite ovunque andassero, contribuirono anch’esse ad impedire loro di possedere terra e quindi di integrarsi.

Non a caso la scenografica scritta “sta cazzo di terra” si dà come una linea: come un confine. 

Alla base dell’atto fondativo di una città c’è infatti il paradosso del gesto geografico di tracciare un segno perimetrale. E’ lì che poi si erigeranno le mura, differenziando chi sta dentro da chi sta fuori: gli stessi dai diversi; i cittadini dagli stranieri. 

Motivo per cui la sorella zingara finge di zoppicare fuori, ma una volta varcato il confine del suo campo nomade smette di fingere: è tra simili, con suo fratello.

Un simile che – come tutti i simili – è anche diverso. Ad esempio lui – uno splendido Luca Ingravalle dall’esuberanza patriarcale – è molto chiuso in se stesso e tende a considerare la sorella una sua proprietà. Lei, invece – una Chiara Ferrara dal fascino tempestosamente delicato – è molto disponibile a relazionarsi con gli altri, anche se diversi. Tanto che il fratello – rimproverandola quando torna a casa senza aver guadagnato (segno per lui che ha “recitato in maniera poco credibile”) – a qualche livello non fa che riconoscerle di essere simile a coloro che deve manipolare, dicendole: “famme vede’ come fai la zingara!”. 

(ph. Ester Rieti)

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Lo stesso strappare via dal suo crescere libero sul suolo pubblico la pianta di ginestra, per confinarla in un vaso, rivela simbolicamente la comune tensione umana a fissare un confine intorno anche al più piccolo spazio di terra, nell’illusione di poterne meglio gestire il controllo.

Così come quando – edificando “un ponte clandestino” sulla linea telefonica del vicino – i due fratelli zingari spiano un uomo (da cui a specchio sono spiati) che ama così tanto il suo uccellino in gabbia, da non riuscire a lasciarlo libero neanche un po’. Ritrovandosi anzi a fantasticare macabre soluzioni per rendere il suo amore un possesso più sicuro.

Confortarsi di appartenere ad una terra chiusa in un confine, può non essere dissimile dal considerare l’amato una terra sulla quale edificare delle mura. Anche l’amante infatti può cadere nel paradosso di tracciare confini, che se – non osmotici – rischiano di ingabbiare l’amato.

(ph. Ester Rieti)

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Ma allora si può dire che esista qualcosa di davvero nostro?

Si può imparare un libero uso del proprio? 

“Il libero uso del proprio è la cosa più difficile” – sosteneva Hölderlin – in quanto rappresenta l’espressione più alta e impervia dell’esistenza. Non smettere di puntare verso questo obiettivo, richiede una continua ricerca esistenziale che comporta implicazioni socio-politiche: a partire dal desistere dall’educare alla paura del diverso. Ricerca nella quale il Teatro, da sempre, ci accompagna e ci sostiene.

(ph. Ester Rieti)

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Questo testo di Carolina Balucani portato in scena da Antonio Latella e interpretato da due generosissimi interpreti come Chiara Ferrara e Luca Ingravalle ne è un poetico e dilaniante contributo. Dalla temperatura emotiva così costantemente dionisiaca, da richiede una particolare partecipazione da parte dello spettatore.

Dioniso è infatti “lo straniero divino” – non riconosciuto come tale all’interno della sua famiglia e della sua città – portatore di un concetto di sacro che crea destabilizzazione nelle rigide regole civili e razionali della società greca. Nel mito, il re che rifiuta “il diverso” e tenta di reprimerlo, come Penteo finisce distrutto. Proprio perché distruttiva finisce per essere l’incapacità di accogliere e di integrare questa dimensione altra, che vive dentro la normalità dell’essere umano.

Quella dimensione altra, che qui è esemplificata dal Bùbaro dei Bùbari: la parte più fascinosamente oscura della nostra natura umana che – se non tagliata fuori dalla normalità – si rivela terra fertile, sulla quale possono nascere fiori.

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Recensione di Sonia Remoli

– QUELLO CHE NON C’È’ – testo e regia Giulia Scotti

GINESIO FEST 2026

Borgo di San Ginesio (MC)

27 Agosto

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Niente è più invadentemente presente di un’assenza.


Non raccontare una storia, non smette di farla esistere. Anzi.


Ma a casa di Giulia – come in altre case – i suoi non lo sanno. 


E invece,

Raccontare permette di dare un senso all’esistenza.
Raccontare permette di unire una comunità, a partire da quella familiare: regala ordine al caos, contribuendo a mediare le contraddizioni della vita. 
Raccontare permette di tradurre paure e conflitti complessi in immagini evocative.


Immagini a cui Giulia attinge nel suo raccontare quando le viene meno la voce.

Le corre in soccorso allora la narrazione del fumetto, che lei stessa realizza con un tratto non meno interessante della sua scrittura drammaturgica. 

Il fumetto unisce infatti il potere delle parole alla forza immediata delle immagini. Questa combinazione unica offre vantaggi narrativi che la sola scrittura non sempre riesce a raggiungere.

Ad esempio trasforma stati d’animo complessi (come ansia o depressione) in metafore visive concrete. Usa i baloon dei pensieri per creare un doppio binario tra ciò che un personaggio dice e ciò che prova davvero. Creando un’empatia immediata con chi legge.

Il raccontare di Giulia denota una coraggiosa ed onesta lotta per la verita. Inclusa una lotta con se stessa: scelta che le permette di essere “creduta” dal pubblico. Perché la sua narrazione non arriva come finzione, o come autocompiacimento.

Nella sua giovane e vellutata eleganza narrativa lei sa dove e come scendere nei meandri intimi, eppure collettivi, della sua storia familiare. Sa come usare gli occhi, anche quando li sottrae al pubblico. Così come sa far emergere una venatura di ruvida sorpresa dalla sua voce, quando allude a ciò che di più sconcertante ha scoperto.


C’è una storia non raccontata nella famiglia di Giulia: c’è un mistero che avvolge sua zia Daniela . Giulia non ne conserva nessun ricordo; non ci sono foto di lei disponibili, se non quella che si consegna dopo il funerale ad amici e parenti. 
La storia segreta della zia Daniela le viene raccontata dal padre, un giorno. Ma Giulia sente che lei stessa ha bisogno di condurre le “sue indagini”. Non solo per conoscere la verità su sua zia Daniela e sulla sua famiglia, ma soprattutto su se stessa.

(ph. Ester Rieti)

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Lo spazio scenico si da attraverso la pagina bianca: un affascinante e spaventoso vuoto. Metafora anche di ciò che non c’è. Che non c’è ancora. 
A terra, sulla pagina bianca, c’è un microfono che è anche una penna, e anche un pennarello per disegnare fumetti.
Giulia immagina infatti un’originale sinergia tra scrittura drammaturgica, fumetto e un sapiente disegno delle luci delle ombre (curato da Elena Vastano)


E realizza ritratti. Per poter dar vita ad un suo autoritratto. Per riuscire a vedere quello che ad uno sguardo superficiale non si nota. E invece c’è. Come un buon ritratto riesce a rivelare.


La morte può assumere le sembianze di un terrorista con passa montagna e pistola ed entrare di soppiatto nelle stanze della sua vita.

Può farlo in diversi momenti e in modalità sempre differenti e misteriose. 
Ma sempre, ostinatamente, la morte si lega intrinsecamente alla vita: questo inizia a scoprire Giulia. 

Anche quando prende consapevolezza che la famiglia, primo nucleo di appartenenza e principale punto di riferimento per la costruzione dell’identità individuale e sociale, non sempre si dà come rifugio affettivo.

(ph. Ester Rieti)

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Con la sua testimonianza però Giulia ci dona la prova sartriana che si può fare qualcosa di nostro e quindi di diverso, a partire da quello che gli altri hanno fatto di noi.

Anche partendo da quello che non c’è. 

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Spettacolo vincitore del Premio Tuttoteatro.com Dante Cappelletti 2023
Menzione speciale bando Odiolestate 2023

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Recensione di Sonia Remoli

– THE END – Babilonia Teatri

– Nuovo allestimento per i 15 anni dal debutto –

GINESIO FEST 2026

Borgo di San Ginesio (MC)

26 Agosto

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Sulla scena nuda, una babilonia.

Fuori controllo tiri e mantegni: fuori controllo il destino dei personaggi, il confine tra visibile e invisibile, il rispetto sacrale per il palcoscenico. 

La graticcia – il “cielo” del teatro – il luogo invisibile al pubblico da cui scendono le illusioni (fondali, luci, macchine sceniche) ha smarrito la sua funzione: un tiro è tenuto fermo dentro un frigorifero. Scelta d’avanguardia che chiude l’illusione nel luogo più freddo della realtà domestica, congelando l’azione e l’arte. 


Una soluzione surreale che costringe chi guarda a trovare un senso altro. Immaginando, magari, un segreto vissuto collettivo che non si riesce più a sostenere e che quindi si rimuove. Conservandolo al freddo piuttosto che farlo esplodere. Un pericolo imminente ma momentaneamente (in apparenza) innocuo.

E poi c’è lui, in scena: un Cristo divelto dalla croce e fatto oggetto quasi di uno “sparagmos” dionisiaco.
Possibile metafora della frammentazione dell’io moderno: diviso, alienato, distrutto.

Uno shock cristiano potentissimo: togliere Cristo dalla croce significa eliminare la possibilità di una rinascita, di una resurrezione. Così come ridurre Cristo a carne smembrata costringe il pubblico a fare i conti con la pura materia e con l’orrore della morte biologica, privata del filtro rassicurante del rito.

E’ un Cristo che non fa più da ponte verso il trascendente, che non è più la parola e il gesto che salva, ma che diventa simbolo puramente immanente: icona della sofferenza terrena, della carne martoriata e della fragilità umana. E il dolore, non piú possibile via per la redenzione, è una condizione schiacciata al suolo.

Valeria Raimondi

(ph. Ester Rieti)

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In un siffatto contesto, dopo un lunghissimo richiamo di campane – ornamento svuotato della sua sacralità, incapace di attirare l’attenzione di una comunità distratta, frammentata, isolata nelle proprie nevrosi consumistiche – sale dal margine laterale del palco, rompendo ulteriormente l’illusione teatrale, una donna (interpretata con spietata poesia da Valeria Raimondi) dalla quotidianità cruda, ma fulgente dentro il suo abito da party, o da morta. Convinta di “potersi fare da sola” la manifattura dell’immagine imperitura della propria fine. Incluse le stimmate. Dandosi così in una crocifissione disperatamente esibita.

Il suo è un urlo-preghiera: un discorso violento, polemico, accusatorio, da invettiva. Che non si riduce ad una semplice esplosione di rabbia: è un potente atto rituale che nasce dall’esigenza di rompere un complice silenzio sul tema della morte. L’invettiva è infatti purificazione, catarsi: fuoco distruttivo e rigeneratore. Ma se l’inveire è un ‘gettarsi addosso’ a qualcuno o a qualcosa, lei invece è (in un efficace contrasto) immobile. 

(ph. Ester Rieti)

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Dalla postura da crocefissa, la donna passa poi ad una postura da preghiera: ma la sua non è una richiesta, bensì una pretesa, costellata da una serie di “io voglio “. Una specie di presa di potere che dona l’ebbrezza di un controllo sulla vita come sulla morte, alzando un confine contro i riti comandati. Come quello del 2 novembre: giorno della commemorazione dei defunti.

Ma qui inaspettatamente arriva la poesia. Quella dell’ascolto dei “passi (dei familiari verso la tomba del proprio defunto) che vengono e vanno … venite sulla soglia, venite e poi restate”. 

Della morte, però, non si vuole sapere nulla.

Invece, ci confida la donna, servirebbe “un decalogo” per orientarsi nel vivere la morte, più che la vita: “per la vita c’è tempo”.

E inaspettatamente ora è lei stessa a spingersi “sulla soglia” del morto che è in scena: verso il corpo del Cristo. Dapprima riposizionandolo sulla croce e poi ricomponendo il suo corpo smembrato. Infine, lei stessa si fa – fuori da ogni illusione scenica, fuori da ogni attesa – artefice della compassione per l’uomo sulla croce. Restituendogli la sua “verticalità “. 

(ph. Ester Rieti)

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Questa cura, questa sua attenzione, è insieme poetica e selvaggia: è dolce e ripetitiva come la musica di un carillon, ma selvaggia e libera come una musica western. Un contrasto drammatico potentissimo, che fa della frontiera la soglia dove possono incontrarsi l’innocenza e la violenza.

E seppure torni poi a predominare la pulsione alla violenza, questa volta è per sparare in alto: in una ricerca di comunicazione con il sacro attraverso il caos.

E di nuovo la paura della morte, la paura di una lenta sofferenza, indecentemente umanissima: “non vivrò in un luogo di cui non ho le chiavi…basterà il colpo di una pistola, per pulire la canna dell’acqua, con un getto moderato che non schizzi sui muri “. 

E poi il sogno di poter immaginare un funerale come la coreografia di un ballo di gruppo. Dal quale ci si stacca alla spicciolata, proprio come si fa a un funerale. Finché lei, la morta, si ritrova sola. 

(ph. Ester Rieti)

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Ora riesce ad avvicinarsi al frigo. 
Lo apre e rimuove le teste di un bue e di un asino. 
Forse non si sono presi sufficiente cura dí Gesu nella mangiatoia. 
Forse non si sono accorti di come soffriva.
Spesso succede così: chi è l’altro che vive con noi? Siamo davvero disposti a prendercene cura ?

Ancora una volta, grazie al potere liberatorio di una lunga enumerazione di “non voglio”, la donna riesce a prendersi cura di ciò che resta dei due animali: appendendo ciascuno di loro ad un tiro, per poi tirarli su, in verticale, ai lati del Cristo in croce. Così da tornare a infondergli calore: come ai tempi del Presepe. Come se la fine fosse anche un nuovo inizio. In cui si può tornare a sognare “l’alito di un bue e di un asinello”. Così come “ i tuoi occhi aperti dentro i miei”.

Come nell’ omonimo brano dei Doors: un rito di passaggio “sufficientemente complesso e universale nelle sue immagini da poter essere, quasi, qualsiasi cosa tu voglia che sia” – così commentava Jim Morrison la sua creazione musicale alla rivista “Rolling Stone”.

Preziosi frammenti sparsi da raccogliere, ci consegna anche il “The end” dei Babilonia Teatri: frammenti da raccogliere ciascuno a suo modo. Insieme.

Consapevoli della nostra continua tentazione a congelare la speranza e i sentimenti umani.

Consapevoli della nostra tendenza all’indifferenza verso l’altro.

Consapevoli della nostra tentazione a voler mettere tutto in sicurezza.

E’ un invito shock a riflettere, questo di Valeria Raimondi ed Enrico Castellani: a interrogarsi su cosa abbiamo fatto e cosa siamo disposti a fare del sacro. Vogliamo ancora continuare a ridurlo a un bene di consumo, “messo in fresco” come facciamo per i beni deperibili della spesa?

Perché ignorare la morte, significa ignorare il sacro: il senso profondo del mistero, dell’illusione.

Il teatro di Valeria Raimondi ed Enrico Castellani appicca incendi laddove ci ostiniamo a fare ghiaccio, restituendoci in scena la gran babilonia che ci abita. E’ un teatro, anzi un insieme di sguardi sul teatro, che arriva nelle viscere dello spettatore. E le contorce, e le ingarbuglia, fino a togliere il fiato.


Babilonia Teatri è una compagnia che intorno all’ambigua fertilità del termine “babilonia” costruisce la cifra stilistica dei propri lavori. Il valore simbolico del termine “babilonia” oscilla infatti tra l’esprimere ricchezza culturale e insieme confusione, superbia e corruzione dei costumi. E questa ambigua polisemia risulta particolarmente interessante per la Compagnia nell’indagare le contraddizioni del nostro stare al mondo. 

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Recensione di Sonia Remoli

– GINESIO FEST 2026 – splendida apertura nel ricordo di Remo Girone

GINESIO FEST 2026

Borgo di San Ginesio (Macerata)

25 – 30 Agosto

Direttore Artistico Leonardo Lidi

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PREMIO REMO GIRONE

“ALL’ ARTE DELL’ ATTORE”

GIURIA

Alessio Boni (Presidente) – Rodolfo di Giammarco – Iaia Forte – Manuela Mandracchia – Francesca Merloni – Lino Musella – Giampiero Solari

PREMIATI

Migliore Attrice Maria Paiato

Migliore Attore Valerio Binasco

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Condividendo ricordi, sapori e saperi, martedì 25 agosto – nel giorno della solenne ricorrenza del Santo protettore degli attori – si è aperta la settima edizione del Ginesio Fest 2026.

Avvolti nell’abbraccio dei leopardiani Monti Azzurri e solleticati da rigeneranti refoli di vento, al cospetto dei rappresentanti delle istituzioni pubbliche comunali, provinciali e regionali, nonché delle istituzioni culturali e degli enti pubblici a tutela dell’economia e delle imprese artigianali, le trame narrative delle creazioni dell’Accademia di “Tipicità Marche” sono state un eccellente preludio alla cerimonia del Premio Remo Girone “All’Arte dell’Attore”. Trame narrative che, trasformando il cibo in linguaggio culturale, si danno come luogo d’incontro tra territorio e arte.

Un’Accademia infatti, quella di Tipicità Marche, che si struttura come una comunità di pensiero e un laboratorio di idee per la valorizzazione della cucina marchigiana. E che oggi è arrivata ad essere riconosciuta a livello internazionale – come ha ricordato il Direttore del progetto Angelo Serri. 

(ph. Ester Rieti)

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Nello spazio scenico dell’esterno del Complesso Monumentale di Sant’ Agostino (XIII sec.), come una splendida “colazione sull’erba” simbolo d’ immersione totale nel paesaggio vivo – e’ andato in scena allora il “Ginesio Taste. Trama golosa tra i Monti Azzurri”: tappa speciale del Grand Tour delle Marche, a cura di Tipicità Marche.

Per questa occasione le creazioni di sapori e di saperi dello show cooking si sono lasciate ispirare da alcune grandi opere del cinema: la prima creazione al famoso sceneggiato “La piovra” e in particolare all‘indimenticabile Tano Cariddi, uno dei cattivi più famosi della storia della televisione italiana, oscuro e tormentato anti eroe interpretato da Remo Girone. 

Che dal 2020 è stato anche lo storico ideatore del festival delle arti teatrali di San Ginesio e il presidente di giuria del Premio “All’Arte dell’Attore”, legando visceralmente così il suo nome all’amore per il borgo di San Ginesio.

Scomparso lo scorso 3 ottobre 2025, l’attuale edizione del festival – nonché la nuova denominazione del Premio – sono dedicate alla sua memoria, per onorare la generosa visione culturale, grazie alla quale ha reso il borgo un punto di riferimento teatrale nazionale.

Erika Marinelli, Isabella Parrucci, Giuliano Caiabocco ( Sindaco di San Ginesio)

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A lui – come ricordato da Isabella Parrucci ideatrice e direttrice generale del Ginesio Fest – è stata dedicata anche un’iniziativa denominata “Il leggio di Remo”: uno spazio sonoro, disseminato in vari luoghi del borgo, dove l’inconfondibile unicità della postura vocale di Remo Girone viene rievocata a memoria del suo profondo legame con la recitazione e con la comunità di San Ginesio.

Alle ore 21:30 ci si è spostati all’interno del Complesso Monumentale di Sant’Agostino (XIII sec.), dove è andata in scena la cerimonia del Premio Remo Girone “All’Arte dell’Attore”.

Qui la regia di Leonardo Lidi – direttore artistico del Ginesio Fest – ha scelto di aprire il rito teatrale portando lo spettatore, una volta preso posto in sala, a immergersi progressivamente nel buio. Così da suscitare nel pubblico una sensazione simile a quel leopardiano “io nel pensiero mi fingo”, in cui ci si ritrova capaci di poter vedere e poter sentire oltre il limite materiale. Così predisposto, lo spettatore si scopre allora particolarmente disponibile ad esperire, attraverso l’immaginazione, la potente emozione che nasce dal corpo della voce di Remo Girone mentre interpreta la poesia L’Infinito di Giacomo Leopardi,  versata da Lidi nell’orecchio dello spettatore.

A Christian La Rosa – brillante attore che il pubblico ha imparato ad apprezzare anche nelle vesti di presentatore del Ginesio Fest – l’onere e l’onore di far riemergere il pubblico da questo “dolce naufragar”.

La Rosa invita quindi a salire sul palco il Sindaco Giuliano Ciabocco che ama ricordare come il Ginesio Fest nasca, nelle sue intenzioni più profonde, per darsi non solo come un festival ma soprattutto come un inno “a fingersi” di poter ripartire dalla bellezza. Prendendosi cura cioè non solo di ciò che resta del sisma che 10 anni fa devastò l’Italia centrale – e nello specifico il Borgo di San Ginesio – ma immaginando sempre continui nuovi inizi. 

Sen. Elena Leonardi, Sindaco Giuliano Ciabocco, Christian La Rosa, Sottosegretario alla Presidenza della Giunta Regionale delle Marche Silvia Luconi

(ph. Ester Rieti)

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Come, con l’entusiasmo che la contraddistingue, ha saputo immaginare prima e concretizzare dopo Isabella Parrucci, che alla rinascita del Borgo di San Ginesio, uno dei più belli d’Italia, ha riservato le stesse cure che si dedicano ad un figlio. Perché la cultura accompagna sempre la crescita, anche quando si tratta di ricostruire. 

Isabella Parrucci


Entrando nel vivo della Premiazione si scopre la prima novità di questa settima edizione: ad affiancare Christian La Rosa alla conduzione si unisce la naturale eleganza di Rebecca Liberati. 

Rebecca Liberati

Entrando nel vivo della Premiazione si scopre la prima novità di questa settima edizione: ad affiancare Christian La Rosa alla conduzione si unisce la naturale eleganza di Rebecca Liberati. 


Nuovo è anche il Presidente della giuria del Premio Remo Girone “All’Arte dell’Attore”: Alessio Boni. Il quale – in un’ avvincente narrazione dalla quale emerge quella immaginifica capacità acrobatica del corpo e dell’anima così cara ad Orazio Costa – ha confidato al pubblico come per lui sia stato difficile accettare la proposta di succedere a Remo Girone. E come solo la successiva consapevolezza di non doverlo “sostituire” ma di poter “custodire” il criterio di lavoro a cui lui ha dato forma, lo abbia spinto ad accettare. 

Nuovi sono anche tre componenti della giuria che si affiancano a Rodolfo Di Giammarco, Francesca Merloni, Giampiero Solari: i celebri attori Iaia Forte, Manuela Mandracchia e Lino Musella. I quali hanno scelto – complice la cifra registica di Leonardo Lidi – di salire sul palco donando al pubblico un loro contributo interpretativo sull’arte dell’attore.

E’ il giornalista e critico teatrale Rodolfo Di Giammarco a salire poi sul palco per leggere la meravigliosa menzione con la quale la giuria del Premio Remo Girone “All’Arte dell’Attore” ha individuato in Valerio Binasco colui che meglio incarna quel generoso rapimento della coscienza, che fa dell’attore un patrimonio artistico d’umanità.

Rodolfo di Giammarco

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Inclinazione esistenziale, prima ancora che professionale, così cara a Remo Girone e di cui lui stesso si fece testimonianza. Come con acuta sensibilità ha sottolineato anche Rodolfo Di Giammarco menzionando, nel suo ricordo di Remo Girone, la qualità umanissima della sua professionalità. Che continuava ad emergere finanche nel suo ultimo lavoro: “ Il cacciatore di nazisti”: l’intensa pièce teatrale sulle memorie e sulla vita di Simon Wiesenthal, il celebre sopravvissuto all’Olocausto che dedicò la sua esistenza a rintracciare i criminali nazisti, fuggiti dopo la seconda guerra mondiale. 

Il Premio consegnato a Valerio Binasco è un’affascinante opera di Ermenegildo Pannocchia – scultore marchigiano noto per la sua costante ricerca e sperimentazione sui materiali – raffigurante la testa della Sibilla (figura archetipica che incarna il legame tra il mondo umano e quello divino) incastonata in un blocco di cristallo, che ne esalta tutta la pluralità della sua essenza.

Rebecca Liberati, Giampiero Solari, Valerio Binasco, Christian La Rosa

(ph. Ester Rieti)

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Un canale di comunicazione fatto di intermediazione tra due mondi – quello nel quale si lasciava fluire nelle sue predizioni – che magnificamente rende onore a quel generoso rapimento da cui sanno lasciarsi attraversare particolarmente alcuni attori, prestando il proprio corpo e la propria voce alla divinità. 

In primis lo stesso Genesio da Roma: attore e mimo vissuto tra il III e il IV secolo d.C., durante il regno dell’imperatore Diocleziano, che una sera si ritrovò ad essere abitato da una sacra corrente energetica che lo portò proprio in scena, proprio mentre doveva deridere l’atteggiamento dei cristiani, a lasciarsi folgorare dal loro credo. 

Particolare della Collegiata – Oratorio di SanBiagio di San Ginesio (MC)

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Ma anche Valerio Binasco nel suo percorso artistico si è lasciato “naufragare” nei personaggi che ha interpretato e negli autori “nel cui pensier si è finto”.

Valerio Binasco

(ph. Ester Rieti)

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Ne ha donato un ulteriore testimonianza sul palco, attraverso il contributo con cui ha omaggiato il pubblico del Ginesio Fest: “La carriola” di Pirandello, la novella del 1917 che fa parte della raccolta “Novelle per un anno”. 

Magnificamente il pubblico ha così potuto assistere all’invasamento di cui Binasco è stato reso divinamente ebbro, permettendo anche allo spettatore di poter accedere verso una verità del testo superiore. Grazie proprio al suo modo particolarissimo di rendere tutta la potenza di quel conturbante sentire pirandelliano “chi vive, quando vive, la vita non la vede”. 

Manuela Mandracchia

(ph. Ester Rieti)

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Un sentire che trova, in qualche modo, un corrispettivo nella poesia di Raynold Carver con la quale Manuela Mandracchia ha voluto omaggiare il pubblico: “Chiudersi fuori e cercare di rientrare”. Rendendo con elegante ambiguità quel “ …ed era proprio forte guardare dentro così, senza esser visto dal balcone. Essere lì, dentro, eppure non esserci. Non credo neanche di poterne parlare”.

Lino Musella

(ph. Ester Rieti)

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Così come traccia di un felice corrispettivo all’arte dell’attore si evidenzia nel brano inedito di Enzo Moscato proposto da Lino Musella che, con sapiente insofferenza, ci restituisce quel: “che significa dire una parola fuori dal mio teatro? … come se non sapessero che io non posso dire e che non posso uscire … se esco, non gioco più!”.

Iaia Forte

(ph. Ester Rieti)

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Concetto che Iaia Forte declina nel suo contributo, ricordando come per Elsa Morante la vera funzione dell’arte dell’attore è quella di “impedire la disintegrazione della coscienza umana nel suo quotidiano, e logorante, e alienante uso col mondo; di restituirle di continuo, nella confusione irreale, e frammentaria, e usata dei rapporti esterni, l’integrità del reale, o, in una parola, la realtà».

Francesca Merloni

(ph. Ester Rieti)

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L’entrata in scena della poetessa Francesca Merloni annuncia il momento della proclamazione con menzione della vincitrice del Premio Remo Girone “All’Arte dell’Attore”, quale Migliore Attrice: Maria Paiato. 

Di Maria Paiato la menzione formulata dalla giuria – liricamente interpretata dalla lettura di Francesca Merloni – sottolinea in primis la fertile versatilità del corpo della voce della Paiato. Ma anche il suo talento riservato, nonchè “un femminile capace di sdoganare tutti i generi”.

Con una selezione di cinque poesie di Wislawa Szymborvska, la Paiato sceglie di omaggiare il pubblico. Sono : “L’odio”, “Qualche parola sull’anima”, “Nulla è in regalo, tutto in prestito”, “Contributo alla statistica”. 

Ed è magnifico come in ciascuna di esse possa rintracciarsi quel generoso invito a donarsi alla vita e all’arte, che Remo Girone ha reso cifra di un suo criterio attoriale ed esistenziale.

“Possiamo contare su di lei (sull’anima)
quando non siamo sicuri di niente
e curiosi di tutto
”

(da “Qualche parola sull’anima”)

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“Me ne vado per il mondo
tra una folla di altri debitori.
Su alcuni grava l’obbligo
di pagare le ali.
Altri dovranno, per amore o per forza,
rendere conto delle foglie
”

(da “Nulla in regalo, tutto in prestito”)

Una serata, quella dell’apertura della settima edizione del Ginesio Fest 2026, davvero splendida: piena di quel gusto creativo per la vita e di quella generosa magia capace di dare forma a fertili illusioni, indispensabile motore vitale per trasformare il peso della realtà in un incantevole gioco di sempre nuove relazioni.

(ph.Ester Rieti)

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Leonardo Lidi

(ph.Ester Rieti)

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Recensione di Sonia Remoli