– BÙBARO dei BÙBARI – regia Antonio Latella

GINESIO FEST 2026

Borgo di San Ginesio (MC)

27 Agosto

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Il mostro dei mostri, il diverso più diverso, il Bùbaro dei Bùbari, abita in una casa la cui porta non è chiusa a chiave. Anzi, è sempre aperta. E non ci sono chiavi. È come una fessura dalla quale, se entra terra, possono nascere fiori. 

Così, attraverso questa suggestione lirica, la drammaturgia di Carolina Balucani inizia col descrivere “la casa del diverso”, esemplificata da quella di due fratelli zingari. Ma cosa significa?

E chi questo bùbaro dei bùbari? Questo sconosciuto che nel dialetto toscano rappresenta il barbaro che parla una lingua diversa, incomprensibile, fatta di quegli inquietanti “bu – bu” onomatopeici, di cui anche i due fratelli zingari – nei momenti di incomprensione più profonda – danno un’accattivante testimonianza?

Il Bùbaro dei Bùbari è una creatura limitrofa al cosiddetto “uomo nero”, che abita il nostro inconscio collettivo. E che viene ancora utilizzato dagli adulti per educare a obbedire con la paura i bambini, affinché non si fidino di tutto ciò che è “diverso da loro”.

Cifra dell’uomo nero, non a caso, è quella di vivere nei recessi nascosti della casa: sotto il letto, dentro gli armadi, in soffitta o in cantina. Spazi che rappresentano luoghi di confine tra il noto e il minaccioso, da temere, da evitare. Come quell’Ombra che junghianamente parla degli aspetti più oscuri della nostra psiche.

Attraversando la drammaturgia della Balucani – portata in scena dalla sempre sorprendente regia di Antonio Latella – ci si rivela, invece, come la presunta diversità dei due fratelli zingari, in fondo, non sia poi così lontana dalla cosiddetta normalità.

Ad esempio, soffrono proprio come noi. Per mancanza di attenzioni: quelle che ci permettono di formarci una solida autostima. Che spesso, proprio perché non solida, nascondiamo sotto magnifiche maschere che ci cuciamo addosso. Come gli sfavillanti costumi che qui Latella fa indossare ai due fratelli zingari, provando a farli uscire dallo stereotipo che li contraddistingue: quello della trascuratezza, dello sporco, del “tanfo” (la cura dei costumi é di Graziella Pepe). E avvicinando la loro essenza a quella di circensi o di pattinatori sul ghiaccio: legati come sono all’interpretazione, alla teatralità, allo spettacolo, alla complicità con il partner.

Ma anche a loro, come a noi, non basta scegliere di indossare un costume, per essere autentici.

Perché se è vero che l’autostima è un dono sociale – sono gli altri infatti che permettono il suo costituirsi e il suo rafforzarsi attraverso quell’attenzione piena di compassione capace di incoraggiare anche quando inevitabilmente succede di sbagliare – e’ vero anche che è necessario intraprendere un personale viaggio interiore, che porti a “fare amicizia con il proprio peggio”. Con il nostro “Bùbaro dei Bùbari”: tenendo la porta aperta, così che possa entrare – come in una fessura – quella terra da cui possono nascere fiori.

Non a caso il costume che la sorella zingara ruba a scuola – e poi sceglie di indossare nella fase finale dello spettacolo – è proprio quello di Biancaneve: di colei cioè che – pur osteggiata e confinata in una condizione mortificante – viene accolta, aiutata e sostenuta nel suo percorso interiore dalle bizzarre creature diverse e sotterranee dei sette nani. Rappresenti simbolici di quelle “diverse” parti della psiche umana, che chiedono di entrare e di essere integrate con le parti più razionali.

In una sorta di teatro nel teatro, la Balucani ci presenta questi due fratelli “nel proprio peggio”. Mentre mandano in scena, ad esempio, “le loro prove” per riuscire a destare la compassione della normalità, attraverso l’esibizione di (presunte) malformità fisiche.

Perché a volte capita che la normalità si senta disposta ad elemosinare attenzioni, se il diverso è menomato, e quindi meno pericoloso. E poi perché anche alla normalità capita di riconoscere di desiderare “recitare una parte”, manipolando le emozioni delle persone dalle quali desidera attenzione.

Ma allora, dove sta questa diversità così intoccabile, da rendere impossibile una loro comunicazione e una loro integrazione ?

La scenografia di Giuseppe Stellato lo rivela edificando, in eleganti lettere cubitali, la scritta: “sta cazzo di terra”. 

Gli zingari infatti non hanno una terra di proprietà. 

L’idea che per natura siano nomadi è un pregiudizio: la grande maggioranza delle persone Rom e Sinti (spesso definite impropriamente “zingari”) non è nomade.  Storicamente i loro progenitori – partiti dall’India settentrionale e arrivati in Europa per lavorare – per necessità, si spostavano: per potersi dedicare cioè a mestieri itineranti, come la lavorazione dei metalli, il commercio di cavalli, o l’intrattenimento. E non solo: le discriminazioni subite ovunque andassero, contribuirono anch’esse ad impedire loro di possedere terra e quindi di integrarsi.

Non a caso la scenografica scritta “sta cazzo di terra” si dà come una linea: come un confine. 

Alla base dell’atto fondativo di una città c’è infatti il paradosso del gesto geografico di tracciare un segno perimetrale. E’ lì che poi si erigeranno le mura, differenziando chi sta dentro da chi sta fuori: gli stessi dai diversi; i cittadini dagli stranieri. 

Motivo per cui la sorella zingara finge di zoppicare fuori, ma una volta varcato il confine del suo campo nomade smette di fingere: è tra simili, con suo fratello.

Un simile che – come tutti i simili – è anche diverso. Ad esempio lui – uno splendido Luca Ingravalle dall’esuberanza patriarcale – è molto chiuso in se stesso e tende a considerare la sorella una sua proprietà. Lei, invece – una Chiara Ferrara dal fascino tempestosamente delicato – è molto disponibile a relazionarsi con gli altri, anche se diversi. Tanto che il fratello – rimproverandola quando torna a casa senza aver guadagnato (segno per lui che ha “recitato in maniera poco credibile”) – a qualche livello non fa che riconoscerle di essere simile a coloro che deve manipolare, dicendole: “famme vede’ come fai la zingara!”. 

(ph. Ester Rieti)

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Lo stesso strappare via dal suo crescere libero sul suolo pubblico la pianta di ginestra, per confinarla in un vaso, rivela simbolicamente la comune tensione umana a fissare un confine intorno anche al più piccolo spazio di terra, nell’illusione di poterne meglio gestire il controllo.

Così come quando – edificando “un ponte clandestino” sulla linea telefonica del vicino – i due fratelli zingari spiano un uomo (da cui a specchio sono spiati) che ama così tanto il suo uccellino in gabbia, da non riuscire a lasciarlo libero neanche un po’. Ritrovandosi anzi a fantasticare macabre soluzioni per rendere il suo amore un possesso più sicuro.

Confortarsi di appartenere ad una terra chiusa in un confine, può non essere dissimile dal considerare l’amato una terra sulla quale edificare delle mura. Anche l’amante infatti può cadere nel paradosso di tracciare confini, che se – non osmotici – rischiano di ingabbiare l’amato.

(ph. Ester Rieti)

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Ma allora si può dire che esista qualcosa di davvero nostro?

Si può imparare un libero uso del proprio? 

Il libero uso del proprio è la cosa più difficile” – sosteneva Hölderlin – in quanto rappresenta l’espressione più alta e impervia dell’esistenza. Non smettere di puntare verso questo obiettivo, richiede una continua ricerca esistenziale che comporta implicazioni socio-politiche: a partire dal desistere dall’educare alla paura del diverso. Ricerca nella quale il Teatro, da sempre, ci accompagna e ci sostiene.

(ph. Ester Rieti)

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Questo testo di Carolina Balucani portato in scena da Antonio Latella e interpretato da due generosissimi interpreti come Chiara Ferrara e Luca Ingravalle ne è un poetico e dilaniante contributo. Dalla temperatura emotiva così costantemente dionisiaca, da richiede una particolare partecipazione da parte dello spettatore.

Dioniso è infatti “lo straniero divino” – non riconosciuto come tale all’interno della sua famiglia e della sua città – portatore di un concetto di sacro che crea destabilizzazione nelle rigide regole civili e razionali della società greca. Nel mito, il re che rifiuta “il diverso” e tenta di reprimerlo, come Penteo finisce distrutto. Proprio perché distruttiva finisce per essere l’incapacità di accogliere e di integrare questa dimensione altra, che vive dentro la normalità dell’essere umano.

Quella dimensione altra, che qui è esemplificata dal Bùbaro dei Bùbari: la parte più fascinosamente oscura della nostra natura umana che – se non tagliata fuori dalla normalità – si rivela terra fertile, sulla quale possono nascere fiori.

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Recensione di Sonia Remoli

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