Recensione dello spettacolo ELETTRA -Tanta famiglia e così poco simili – di Hugo Von Hofmannsthal – adattamento e regia di Andrea Baracco –

TEATRO VASCELLO, Dal 25 Marzo al 3 Aprile 2022 –


di Hugo Von Hofmannsthal
con Manuela Kustermann, Flaminia Cuzzoli, Carlotta Gamba, Alessandro Pezzali

scene Luca Brinchi e Daniele Spanò 
costumi Marta Crisolini Malatesta
musiche originali Giacomo Vezzani
luci Javier Delle Monache
aiuto regia Maria Teresa Berardelli
adattamento e regia Andrea Baracco

produzione La Fabbrica dell’Attore – Teatro Vascello

con il patrocinio di Forum Austriaco di Roma


Quasi una Proserpina rock, l’Elettra, dea degli Inferi, messa in scena dal regista Andrea Baracco ieri sera in Prima Nazionale al Teatro Vascello di Roma: stesa a terra in posizione fetale, è attratta prepotentemente dalla terra-utero, dove sceglie d’imprigionarsi alla morte del padre. Lui si rende presente da un’aldila virtuale ma non la guarda: fissa noi del pubblico e si commuove. Quasi a chiedere la nostra misericordia verso questa storia. Anche Elettra (una potente Flaminia Cuzzoli) non lo guarda e gli dà le spalle. Ma lo canta: solo così riesce a instaurare una qualche forma di comunicazione emotiva. In un angolo, in un canto.

Flaminia Cuzzoli è Elettra

Dietro di lei, il castello-acquario con quel che resta della sua famiglia: incancrenita, al vetriolo.

Carlotta Gamba è Crisantemi

In fondo a sinistra, nell’angolo opposto rispetto a quello in cui si rintana Elettra, il rifugio colmo di abiti da sposa di sua sorella Crisotemi (la fremente Carlotta Gamba, ostinatissima nell’impugnare il suo bouquet nuziale) disposta ad accogliere qualsiasi marito decidano per lei, pur di essere gravida, pur di riempire quel vuoto così mostruosamente pieno di cose da nascondere. 

Al centro del castello troneggia lei, un’oniricamente lussureggiante Manuela Kustermann nei panni di Clitemnestra, la donna il cui sguardo semina morte. Dice di vivere in una vertigine (in cui riesce a muoversi su argentei tacchi) e per questo si serve di un bastone ( che però usa come uno scettro). Dice di essere infestata da Elettra, come dalla più irritante delle ortiche e di essere perseguitata in sogno dal figlio Oreste, che succhia sangue dal suo seno.

L’ Oreste di Baracco (un inquietante Alessandro Pezzali), ancor più di quello di Hugo von Hofmannsthal, è un eroe-non eroe spogliato di ogni propositività, che ha bisogno di tatuarsi sul petto il proprio nome per poter essere riconosciuto.

Carlotta Gamba, Manuela Kustermann, Flaminia Cuzzoli, Alessandro Pezzali

Qui, la prossemica, cioè la comunicazione che si instaura nell’occupare lo spazio, parla delle dinamiche psicologiche che si instaurano tra i personaggi, più delle parole. E poi ci sono i loro corpi a parlare: dove qualcosa soffre, qualcosa parla. Perché il corpo è anche il luogo dell’altro: delle parole e dei gesti con cui ci crivella.

Il regista Alessandro Baracco adatta il testo di Hofmannsthal, enfant prodige della modernità letteraria austriaca, perla poetica (dimenticata e poi ritrovata da Antonio Taglioni) che continua ad essere di straordinario interesse per il pubblico di oggi.

Andrea Baracco

Un adattamento che evidenzia come i disagi psichici dei personaggi derivino da una difficoltà a “desiderare”, a gestire cioè quella vitale “mancanza”, che può raggiunge gli estremi di “vuoto” (Oreste) o di “troppo pieno” (Elettra).

Personaggi, tutti a loro modo, mitologicamente eredi del capostipite Tantalo, condannato dagli dèi, a causa delle sue efferatezze, ad essere dominato da un desiderio di fame e di sete, impossibili da placare. 


Recensione di Sonia Remoli

Recensione dello spettacolo MACBETTU di Alessandro Serra –

TEATRO VASCELLO, Dal 15 al 19 Marzo 2022 –

Uno spettacolo meravigliosamente bestiale. La regia di Alessandro Serra sceglie di non rintracciare un ordine dove Shakespeare stesso dice che non ce n’è: nella natura umana, così come nella vita, nonostante tutto, regna il caos. Serra quindi mette in scena un’umanità bestiale, immersa nella sacralità ancestrale dei riti magico-dionisiaci.

È la dimensione istintivo-pulsionale: quella dove per riconoscersi ci si annusa; per sentire sapore e quindi piacere ci si lecca; per esprimere disappunto ci si sputa. La bocca occupa un ruolo fondamentale in questo spettacolo: è lo strumento con il quale si conosce e si esplora il mondo.

Così come avviene attraverso la sessualità: con essa si ha una confidenza tale, da escludere qualsiasi tabù. È un’umanità che vive di appetiti e che è essa stessa appetito. Come il regista ci lascia intuire dalle posture: le streghe camminano piegate, creando angoli di novanta gradi, quasi animaletti-giocattolo a carica; nei banchetti si beve dalla stessa ciotola in una postura simile; Lady Macbeth si piega ad angolo fino a far toccare i suoi capelli a terra, quando deve portare via il cadavere del re.

La figura geometrica del triangolo ricorre spesso; triangolari sono i percorsi che si fanno fare ai corpi uccisi, quasi a voler alludere ad una forma di diversa spiritualità. Tra sacralità, sessualità e mondo naturale c’è una fortissima interazione.

Lo spettacolo prende avvio da una specie di scossa tellurica, da un vortice ventoso che il regista sceglie di farci sentire e non vedere. Di sonorità è carica tutta la messa in scena: come Shakespeare, anche Serra sa l’importanza di ciò che si versa nell’orecchio dell’altro. Sa quale potenza può scatenare.

Dal mondo naturale si recupera anche un potentissimo legame con il mondo animale che plasma prepotentemente i personaggi: metamorficamente le streghe sanno scimmiottare, mettersi in ascolto come gufi; beccare come galline; conversare come pipistrelli. I cavalieri sanno trottare come cavalli. Le guardie mangiano e bevono come i porci. Si cavalcano i morti per dare loro l’ultimo colpo fatale: come fa Lady Macbeth con il re Duncan e poi il sicario con Banquo. 

Anche la scelta della lingua, un sardo oscuro e fascinosamente evocativo, completa magistralmente questo mondo indecifrabile, che ognuno di noi si porta dentro e che è specchio di ciò in cui siamo gettati.

A coronamento, l’onirico disegno luci: uno spettacolo tutto immerso in atmosfere notturne, dove la luce, quando c’è, è densa, bassa e a servizio delle ombre.

L’adattamento permette una messa in scena snella ed accattivante andando ad evidenziare le parti del testo dove emerge in maniera più energica il carattere orrorifico della natura umana.

Bella l’immagine di far avanzare, di spalle, Lady Macbeth rivelando il suo essere uomo solo alla fine. Ancor più bella l’intenzione registica di veicolare, come già accadeva nella scrittura di Shakespeare, il concetto che l’eterosessualità non è un fatto di genere. E infatti Lady Macbeth ha una sensualità tutta femminile. Anche nudo. 


Recensione di Sonia Remoli

Recensione dello spettacolo CON IL VOSTRO IRRIDENTE SILENZIO – ideazione, drammaturgia e interpretazione di Fabrizio Gifuni –

TEATRO VASCELLO, dall’8 al 13 Marzo 2022 –

Come in attesa di un rituale è organizzato lo spazio scenico, nel quale è inscritto non un cerchio ma un rettangolo, il cui perimetro è tracciato dai fogli scritti da Aldo Moro durante la prigionia. Richiamano la stessa geometria i tre oggetti scenici, scelti per officinare il rito: un piccolo tavolo, una sedia e un microfono.

Fabrizio Gifuni

E poi entra in scena lui, Fabrizio Gifuni: non è ancora il passo di colui che officina il rito. Piuttosto il corpo, il passo e la voce di chi, quasi come un coreuta, sceglie una diversa prossemica (spingendosi cioè sul confine del proscenio) per informare chi (il pubblico) con lui a breve entrerà metaforicamente nel sacro spazio del rito. L’obiettivo da raggiungere è saggiare se la pietra-meteorite-AldoMoro risuona ancora ustionante o se invece sta perdendo calore. E se così fosse, allora occorrerà rianimarla, riportandola ad un’alta temperatura. L’ultima attenzione è per la parte del pubblico più giovane: per loro (numerosi in sala ieri sera) Gifuni traccia una mappa del contesto storico-politico, relativo all’episodio da vendicare e onorare. Da riscaldare e rianimare.

Fabrizio Gifuni

Ci siamo quasi. Ora non resta che gettare l’ultimo ponte per entrare nel vivo del rituale: Fabrizio Gifuni ci parla allora del teatro come del luogo dei fantasmi. E’ infatti il luogo dove hanno preso forma I sei personaggi in cerca d’autore di Pirandello; il fantasma del padre di Amleto e ora avverrà la stessa cosa per Aldo Moro. Perché fantasmi sono i corpi che non hanno ricevuto un giusto onore. E allora tornano a trovarci, a disturbarci, a farci sentire più fortemente la loro presenza. 

Ora tutto è pronto. Dal fondale, una luce opalescente e lattiginosa allude al fatto che stiamo entrando in una dimensione sacra, dove nel rettangolo magico prenderà forma l’ombra del fantasma.

Fabrizio Gifuni

Gifuni si accinge ad entrarvi e nell’attraversamento cambia corpo: il passo diventa un balzo leggero, quasi un piccolo volo e le braccia lasciano la consueta tensione rendendosi disponibili a diventare altro. Entratovi, il suo primo gesto è quello del piegarsi sulle ginocchia (quasi un inchino) per raccogliere da terra della polvere bianca ammucchiata, con la quale si cosparge una parte dei capelli: ecco la fiezza dei capelli bianchi di Aldo Moro. Si avvicina quindi ai fogli del Memoriale e delle Lettere, appoggiati sul piccolo tavolo. Ma prima di prenderli in mano, si toglie la giacca e resta in camicia: è quella bianca di Aldo Moro, quella che lui amava indossare. Ora può impugnare i fogli e qui avviene un’ulteriore trasformazione: le braccia e le mani sono pronte a ricevere la tensione di quelle di Moro. Quella particolare tensione pervade il resto del corpo: le gambe, i piedi, il busto. Raggiunge il microfono. E, nell’offrirsi alla luce, vediamo nella sua interezza “il fantasma” di Aldo Moro. Anche le nostre orecchie ricevono la conferma di questa magia: dapprima percepiamo la trasformazione del respiro, poi il cambio di deglutizione ed ecco arrivano i primi segnali vocali, quasi gemiti. E poi, lei: la voce, che raccoglie, manifesta e sublima tutta la metamorfosi. Perfetta espressione del metodo mimico del suo amato Maestro Orazio Costa. Gifuni inizia l’interpretazione dei testi, alternando quelli del Memoriale alle Lettere alla famiglia.

Fabrizio Gifuni

Testi che si conoscono ma che ora raggiungono una temperatura inaspettata: diventano materia vivente, pulsante, lacerante e lacerata. Le parole hanno tutte un loro sapore, un loro odore e dettano il ritmo della narrazione. Insieme alle mani: che realizzano una traduzione visiva della potenza espressiva delle parole. Nell’attraversare questa esperienza, quasi mistica, il corpo del fantasma prende sul finale la postura disperata del protendersi in avanti, per tentare fino all’ultimo di provocare un qualche mutamento nei destinatari del Memoriale. Quando poi il mistero del rito si completa e raggiunge la sua conclusione, il fantasma di Moro non vuole abbandonare il corpo di Gifuni. Lo si legge dalla sofferenza che trapela nel raccogliere gli applausi. E anche noi del pubblico, testimoni partecipi del rito, lasciamo la sala portando impressa la sua traccia sulla nostra pelle.


Recensione di Sonia Remoli

Recensione dello spettacolo LE SEDIE di Eugène Ionesco – regia di Valerio Binasco –

TEATRO VASCELLO, Dall’1 al 6 Marzo 2022 –

Un ambiente scenograficamente scarno e insieme ricco di allusioni: una scatola in bilico? Un’isola in mezzo al mare? Un vascello alla deriva? Forse una sola di queste ipotesi, forse tutte, forse nessuna.

Siamo nel teatro dell’assurdo e in questo contesto, dal quale vengono banditi i principi base della razionalità (e cioè il principio di identità e di non contraddizione e quello di causa-effetto) l’elemento “sedia” diventa un modulo e quindi la misura di tutte le cose. Una sedia non è più solo una sedia ma anche molto altro: è il supporto sul quale si possono far sedere persone (reali o immaginarie) ma anche oggetti (un servizio da thè, degli abiti). E ancora, una scala, ma anche l’unità costitutiva di una piramide-tomba del vecchio (che resta innominato) e della vecchia, alla quale qui si attribuisce il nome-destino di Semiramide. Regina famosa, nel passato, per le fiamme della sua passionalità ma che, ora, qui, sente “un gran freddo”.

Oltre che una piramide, questa struttura triangolare di sedie può essere anche la vela di una zattera o di un vascello, disperso, che anela di andare a vedere altre vele, “splendide macchie di colore”. E per riuscire a vederle, osa sporgersi oltre il grigiore fangoso che lo avviluppa. “È colpa della Terra se tutto cambia, se più si va, più si sprofonda”. Quasi un’eco dell’adagio dell’Otello di Shakespeare: “E’ colpa della Luna: si avvicina troppo alla Terra e gli uomini impazziscono”.

Il fatto è che “si crepa di noia” – ci confessa Semiramide – e per sopravvivere non resta che giocare al “facciamo finta che”. Stratagemma per “cucinare” e quindi nutrire con qualcosa di nuovo il suo compagno, così passivamente inquieto. Lei, Semiramide, invece ha la fortuna di non ricordare quasi nulla e questo la rende “fresca” alla ripetizione: “io ho uno spirito nuovo tutte le sere”.

E grazie a questo “rinnovamento continuo” riesce a commuoversi, fino alle lacrime, durante e dopo l’ennesimo rapporto sessuale con il suo uomo. Nella liturgia della loro giornata c’è anche la cerimonia del thè, accompagnata dal vago pungolamento di lei: “tu sei molto intelligente, avresti potuto fare qualsiasi cosa, se avessi seguito la tua vocazione”.

Lui invece ritiene di aver fatto bene a non essere stato ambizioso: l’unica cosa che desidera ora è continuare a dipendere dalla sua mamma. Almeno lei lo guarderebbe, lo ascolterebbe. “Siamo tutti orfani”, conclude. “Ma ora basta ” – lo ridesta Semiramide: a breve arriveranno “gli ospiti”.

Ma chi è “l’ospite” se non lo straniero (a volte anche il nemico) al quale, per sacro e tacito accordo, tributiamo accoglienza? Un’ostilità che si sublima nell’ospitalità: atavico scambio reciproco ma soprattutto supremo e inviolabile valore di civiltà.

E soprattutto chi sono, qui, “gli ospiti”? Forse siamo noi del pubblico. Siamo noi quelle vele, “splendide macchie di colore”, che il compagno di viaggio di Semiramide (un poetico e visionario Michele Di Mauro) tanto desidera incontrare. Forse ognuno di noi può essere “l’oratore”, capace di trovare le parole per dirlo, “il proclama”: così da non sentirci “orfani”, bambini che nessuno guarda, né ascolta.

Se solo osassimo, se solo prestassimo orecchio, se solo trovassimo l’audacia: un modo di stare al mondo meno serioso del coraggio ma più temerario, e perciò più brillante. L’audace non è inconsapevole del rischio ma generosamente lo accetta e se ne compiace. E la sorte l’aiuta, perché l’audace è consapevole di sé e quindi aperto all’accoglienza, all’ospitalità.

Uno spettacolo potente che, andando al di là della miseria della condizione umana, ci ricorda qual è la nostra missione qui sulla Terra: quella di “ospiti” e di “ospitanti”.

Particolarmente degna di nota, la fulgida interpretazione di Federica Fracassi.

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Maggiori informazioni sul regista Valerio Binasco


Recensione di Sonia Remoli

LO ZOO DI VETRO – regia Leonardo Lidi

TEATRO VASCELLO, dal 22 al 27 Febbraio 2022 –

In un ambiente scenico che sa di marshmallow, abita quel che resta di una famiglia, in bilico tra un’apatica malinconia e un’ossessiva eccitazione.

Abiti-maschera amplificano visivamente l’indole principale di ciascun personaggio, resa invece in maniera convincentemente ambigua dalla recitazione.

Improbabili calzature (che ricordano quelle di alcuni personaggi Disney) sortiscono il geniale risultato di rendere ancora più impacciata e maldestra la convivenza, quasi elefanti in una cristalleria, e prossemicamente ancora più incomunicabili le relazioni.

Ciascuno, pur ostinandosi a restare in quella casa, riesce a sopravvivere ancorandosi ad una propria evasione: per Tommaso è l’andare, ad ogni ora libera del giorno, al cinema per sognare quelle avventure che nella realtà non riesce ad affrontare. Per Laura è l’ascolto di vecchi dischi che le parlano del misterioso rapporto tra genitori e figli e di come il giocare a nascondersi per essere trovati possa prendere insolite varianti: ad esempio, quella in cui a nascondersi è un padre (in scena visivamente nascosto ma motore immobile della narrazione). Occasione di massima evasione per Laura, però, è scegliere di prendersi cura di un’insolita famiglia di animaletti di vetro. Per Amanda, la mamma, evadere è poter ricordare continuamente l’indimenticabile serata al Blue Mountain, dove nel pieno della sua bellezza, le ronzavano attorno diciassette pretendenti, che lei dice di aver intrattenuto esercitando l’arte della conversazione, da lei confusa con l’oratoria.

Lo spettatore viene avvertito da Tommaso, in una sorta di prologo, che suo intento sarà quello di raccontare la propria storia (nelle vesti di personaggio e insieme di voce narrante) non in maniera realistica bensì “sentimentale”, avvalendosi dell’aiuto della finzione: “c’è molto trucco e molto inganno”. Da Amanda, invece, ci arriva l’invito metaforico a mangiare lentamente, masticando bene: solo così si riusciranno ad assaporare le spezie, nascoste nei cibi. 

Particolarmente emozionante l’interpretazione del personaggio di Laura, da parte di Anahi Traversi: nelle scene “in primo piano” ci si può incantare a seguire il percorso emotivo che lei attraversa e che, valicando l’estremo contenimento, si scatena finalmente in silenziose lacrime. Per poi, con la velocità del battito di ciglia di un sospiro, passare schizzofrenicamente ad una insospettata situazione di esasperata carica eccitativa.

Una scelta scenografica di grande impatto ed efficace nel rendere, per contrasto, la desolazione di quattro anime prigioniere nel labirinto iper zuccheroso della loro famiglia.


Recensione di Sonia Remoli

Recensione dello spettacolo MIRACOLI METROPOLITANI di Gabriele Di Luca

TEATRO VASCELLO, 11-23 Gennaio 2022 –

Lampeggia una luce rossa. Quale sarà il pericolo? Il luogo inizia a popolarsi di un’umanità egoista ed ipocrita, sciacallamente intenta ai propri interessi (e il pensiero va a “The Kitchen” di Arnold Wesker). Abbiamo perso un sogno, il gusto di parlarci, la voglia di aiutarci? Ha perso la comunità?

Regna il caos: i liquami delle fogne di un’ipotetica città hanno rotto gli argini e invadono ogni luogo. Soprattutto a livello olfattivo. Tutto è maleodorante. La soluzione è chiudersi in casa, ognuno nella propria casa, pensando di poter arginare così, singolarmente, il problema.

In scena una fantomatica cucina, con sede in uno squallido scantinato: “prepara” pasti precotti (acquistati in Cina) per celiaci, da consegnare a domicilio. E apparentemente si sta arricchendo. Più che una cucina, ci si rivela una fucina: un luogo infernale dove manca la cura nel preparare il cibo, primo veicolo di amore, ma soprattutto dove si forgia la filosofia del massimo risultato con il minimo sforzo.

A discapito apparentemente solo degli altri. Una fucina d’inganni, di forze sotterranee. Ma, e questo magari è il messaggio finale dello spettacolo, ci si può ancora inventare una vita ricca d’intensità emozionale, nonostante la nostra natura da Sisifo: proprio perché consapevoli dei nostri limiti e proprio per questo possibili artefici del nostro destino.

Un’esistenza dove si può vivere grazie a guizzi d’amore. Quelli che a volte non riusciamo a trovare: come è successo a Plinio, il personaggio che ha progressivamente smesso di nutrire la sua insaziabile curiosità da chef stellato, schiacciato dal macigno che ci ostiniamo esclusivamente a caricare sulle spalle. Senza pensare che a volte anche Sisifo può distogliere lo sguardo, come Perseo con Medusa. E trovare così la forza di alleggerirsi creativamente. E soffrire, creativamente. Perché spesso la nostra paura a qualcuno conviene.

Perché non è la sottomissione houellebecchiana la nostra unica possibilità di sopravvivere: quella espressa dal mantra del personaggio Mosquito “a chi devo succhiare il cazzo oggi per avere un panino?”. Né esiste solo il muto e consapevole urlo munchiano di Clara, lavapiatti assurta a manager del business delle ostie per celiaci. C’è anche la possibilità di stare al mondo proposta da quel Platone (del “Simposio”) che Cesare, l’oratore aspirante suicida, presenta a Igor, il figlio adulto di Clara a cui va ricordato ogni giorno di cambiarsi le mutande e di lavarsi i piedi: quella di stare insieme, con amore. Perché solo l’amore ci può salvare: non la singolarità ma il “due”, la relazione. Qualcosa di diverso dalle “storie” su Instagram nelle quali Clara non manca di condividere incidenti e funerali, oppure proporre scommesse sugli altrui conflitti. Piuttosto un amore che nasce e si alimenta di “mancanze”. Ma solo quando ami, non temi più la vita. Perché anche l’assenza dell’altro diventa una cosa che sta con te. E’ così che può nascere un miracolo. Molto umano e un pò divino. Un miracolo metropolitano.

Gli attori sanno rendere leggerissimamente la loro (e nostra) pesantezza esistenziale. E si librano, ognuno a proprio modo, dentro questa cucina-vita che pare pretendere solo ritmi ossessivamente frenetici e ipocriti egoismi. E riescono a farci ridere: amaramente e di gusto. Forse perché anche noi, come Mosquito, non crediamo (solo) in Dio ma in Shakespeare. 

La compagnia dimostra una straordinaria capacità di leggere il nostro tempo, nel quale regna la tentazione di disinteressarsi a lottare, tutti insieme, mano nella mano, per un mondo migliore. Ma non tutto è perduto.

Un brivido, ormai quasi dimenticato, quello poi di assistere ad uno spettacolo in un teatro totalmente pieno. Di persone di ogni età. Un altro miracolo metropolitano.


Uno spettacolo di
CARROZZERIA ORFEO

Drammaturgia Gabriele Di Luca
Regia Gabriele Di LucaMassimiliano SettiAlessandro Tedeschi

Con (in o.a.)
Elsa Bossi Patty
Ambra Chiarello Hope
Federico Gatti Igor
Barbara Moselli Clara
Massimiliano Setti Cesare
Federico Vanni Plinio
Federico Brugnone Mosquito/Mohamed

Si ringrazia Barbara Ronchi per la voce della moglie.

Musiche originali Massimiliano Setti
Scenografia e luci Lucio Diana
Costumi Stefania Cempini

Una coproduzione
Marche TeatroTeatro dell’ElfoTeatro Nazionale di GenovaFondazione Teatro di Napoli -Teatro Bellini

in collaborazione con il Centro di Residenza dell’Emilia-Romagna “L’arboreto – Teatro Dimora | La Corte Ospitale”


Recensione di Sonia Remoli

Lavia dice Leopardi

TEATRO VASCELLO, 22 Ottobre 2021 –

Il palco è vuoto. Poi entra lui. E con lui una “donzelletta”. Conosciuta, ma in realtà tutta da scoprire. E’ come se Lavia facesse delle nuove presentazioni e poi ti guidasse attraverso “i perché” della scelta di determinate parole. Che regalano immagini. Che a loro volta ti consegnano la filosofia del Leopardi. Prima fra tutte, l’immagine che la vita si dà nel momento in cui tramonta. Non a caso la donzelletta arriva “in sul calar del sole”. E non a caso Lavia invita a soffermarsi sull’immagine successiva, costruita come un controcampo cinematografico: quella di una “vecchierella”. Che fila e che tanto ricorda le tre Parche dell’Antica Grecia.

E anche quest’ultima viene “incontro laddove si perde il giorno”. La descrizione prosegue e più avanti arriva un “Poi”, che ci sorprende come un colpo di scena. Ma in realtà ritorna sempre lo stesso concetto: “un legnaiuol che s’affretta e s’adopra di fornir l’opra anzi il chiarir dell’alba”. Ma se allora così è la vita, se la festa è nella sua fine, non ci resta che godere !

Lo spettacolo è tutto un “dire”, cioè un personalissimo e generoso donare al pubblico l’enigmaticità di alcuni nodi poetico-filosofici. Per poi scioglierli. Con le mani, che sanno svelare più delle parole: la destra sempre più libera e vibrante; la sinistra più contratta. Uno spettacolo che si apre ad una provocante interazione con il pubblico: complice anche quel piccolissimo gradino che separa il palco dalla platea, caratteristico di questo Teatro. E poi la chiusura, che leopardianamente apre a un nuovo inizio: tutti coralmente a “dire” L’Infinito.