Secondo irrinunciabile appuntamento della Rassegna di Drammaturgia Contemporanea “Parole d’autore”, quello della serata di ieri 24 Marzo. L’ideatore della Rassegna – il regista e direttore artistico Piero Maccarinelli – e la Fondazione del Teatro di Roma hanno proposto all’attenzione del pubblico del Teatro Argentina un testo inedito, attraverso la voce e il gesto di uno dei più importanti protagonisti del teatro contemporaneo: Massimo De Francovich.
L’inedito era “Visita al padre”, un testo del più prolifico e rappresentato drammaturgo canadese contemporaneo: Norm Foster. Testo la cui traduzione e il relativo adattamento sono stati curati da Pino Tierno; la composizione delle musiche da Antonio Di Pofi; la regia da Piero Maccarinelli.
Norm Foster
Il pubblico romano ha risposto con generosità all’invito e, una volta in sala, si è lasciato coinvolgere intensamente dal testo in scena. Merito della raffinatissima e accattivante interpretazione di Massimo De Francovich, nel ruolo del padre. Di Maximilian Nisi, l’acuta efficacia di aver restituito i colori della carezzevole distanza di un figlio nei confronti del padre.
La brillante ironia del testo riesce a contagiare fin da subito l’attenzione curiosa dello spettatore, nel momento in cui ne rivela, parallelamente, sfumature di cordiale ferocia.
Sfumature che il padre interpretato da Massimo De Francovich rimanda allo spettatore con grande bellezza, attraverso impercettibili smorfie di vocalità onomatopeica che, ben indirizzate con ironia schietta, diventano strumento di sfida intelligente nei confronti del figlio.
Massimo De Francovich – Maximilian Lisi
I due interpreti, accordatissimi tra loro, hanno commosso il pubblico nel confessare poeticamente come lo scintillio dello loro punzecchiature ironiche non fosse che uno schermo luminoso sulle celate solitudini di entrambi.
Quella narrata è infatti la storia di un uomo, “Un cuore gentile”, che si lascerà sorprendere da un gesto inaspettato. Un gesto che poi resterà “Inciso nella pietra”: né la moglie, né la figlia riusciranno a perdonarlo, tanto si inciderà nel loro cuore. Un gesto che solo il figlio darà prova di saper metabolizzare, al di là degli “Smarrimenti familiari”.
Un figlio, quello di Maximilian Nisi, che cerca, e trova, quel desiderio capace di “saper vedere” alcune misteriose scelte del padre: le stesse che hanno fatto naufragare il rapporto con la moglie e con la figlia.
Un “vedere”, il suo, che si dà con l’accoglienza di “offrire uno sguardo”. E che, prescindendo dalla vista, riesce a cogliere quella che è stata “l’intenzione” paterna: custodire, preservare, prendersi cura.
Massimo De Francovich
Ed è di sublime bellezza vedere questo figlio nutrire un interesse che va al di là dello scandalo: un interesse donato a qualcuno proprio in quanto fragile e imperfetto.
Lunghissimi gli applausi di riconoscente apprezzamento da parte del pubblico al termine della performance: un pubblico che non riusciva a lasciar andar via Massimo De Francovich e Maximilian Nisi.
L’evento si è inserito all’interno della Rassegna “Parole d’Autore”, un’iniziativa che prosegue il lavoro de “I Lunedì di Artisti Riuniti” e di “Lingua Madre”, dedicata alla drammaturgia contemporanea. Dopo il successo della scorsa stagione con “Il Premier” di Giuseppe Manfridi, la Rassegna ha proposto quest’anno, oltre a “Visita al padre”, anche l’appuntamento del 20 marzo alla Galleria Nazionale d’Arte Moderna e Contemporanea intitolato “I funerali di Corrao”. Un testo di Emilio Isgrò, artista dell’anno per la Galleria, dedicato alla figura del sindaco di Gibellina, protagonista della ricostruzione post-terremoto e ideatore del Cretto di Burri. Un evento promosso da Piero Maccarinelli con la Compagnia Umberto Orsini, in collaborazione con SIAE.
Questo oggi ci chiederebbero – secondo lo sguardo registico di Valerio Binasco – quei sei personaggi in cerca d’autore, che hanno sempre faticato a farsi capire.
Il loro messaggio è così urgente che ci viene preannunciato già prendendo posto in sala: il sipario non è completamente chiuso ma lascia come una porta aperta sulla scena retrostante. E al termine della rappresentazione, ugualmente, gli attori ne trattengono la chiusura completa.
E’ un messaggio dalla commovente bellezza.
Un messaggio puntuale nel parlare di noi sempre, e in particolar modo oggi. Perché urla il nostro bisogno di essere guardati con appassionata curiosità da chi ci è simile, ma ancor di più da chi da noi differisce. Facendoci prossimi tra diversi.
Perché l’altro che è “fuori di noi” è lo specchio dell’altro che è “dentro di noi”: è quella nostra parte interiore che tendiamo a silenziare perché troppo diversa da un presunto sentire comune e quindi più difficile da essere compresa dagli altri.
Anche le luci di sala stanno lì e non scendono, quando la scena inizia a popolarsi. A ribadire l’esigenza che quei sei personaggi siano bagnati e abitino la luce della realtà e non solo quella della fantasia dell’autore. Loro sono tra noi. Loro sono in noi. Non possiamo non accoglierli, non possiamo non portarli con noi.
In questo senso il luogo della scena in cui avvengono le prove di teatro (la cura delle scene è di Guido Fiorato) può essere letto come metafora del teatro della nostra psiche, dove continuamente vanno in scena le prove del dialogo e della censura tra le nostre aree più logiche e quelle più creativamente libere. Un dialogo che prevede cambi d’ habitus (di modi di essere); pensieri da memorizzare facendoli propri; scenari di possibilità d’azione e di senso a cui dare continuamente accoglienza, ecc.
Una predisposizione di cui i giovani allievi di una possibile scuola di recitazione – nello specifico qui quella del Teatro Stabile di Torino – sanno farsi vibranti interpreti: nel bene e nel male; con entusiasmo e con impacci di grazia. Come è naturale che sia.
Lo stesso non si può dire, almeno inizialmente, per il Direttore di scena che – come lascia immaginare la sua malcelata insofferenza verso il modo di fare dell’assistente, così come il suo continuo bisogno di immobilità e di confini (che però luccichino) – si trova a vivere una fase crisi: di irrigidimento, di eccessivo controllo protettivo e quindi di sterile creatività. Una crisi che, come tutte le crisi, è occasione per entrare in ascolto di noi stessi, attraverso nuovi incontri. Provando a farne un uso fertile.
E l’occasione non manca.
Infatti proprio mentre stanno mettendo in prova “Il giuoco delle parti” appaiono epifanicamente i “Sei personaggi in cerca d’autore”. Quasi come per evocazione di qualcosa che “risuona” e che aspetta solo che si crei un piccolo varco di comunicazione, per manifestarsi. Invadendo il confine di sigillata separazione e di messa in sicurezza.
In verità, qui in Binasco, inizialmente sono quattro i personaggi in cerca d’autore: è un gesto di cura del regista e un dono d’attenzione per compensare, almeno in parte, quella mancanza d’attenzione verso i due figli piccoli ai quali non è stata precedentemente concessa, tanto da morire per incuria familiare. Loro entreranno in scena successivamente e prenderanno corpo e anima in due giovani allievi della scuola di teatro.
Inconsapevolmente, accade allora che durante le prove de “Il giuoco delle parti” il Direttore di scena scelga di riapprofondire proprio delle scene le cui tematiche sono decisamente affini all’altra opera di Pirandello: quella dei “Sei personaggi in cerca d’autore”. E sarà proprio l’apertura appassionata verso queste tematiche a lasciare aperto un piccolo varco al loro ingresso. Proprio come la postura del sipario ci ha aiutato a visualizzare, prendendo posto insala.
Ne “Il giuoco delle parti” Silia, moglie di Leone e amante di Guido, si dispera per non sentirsi libera di desiderare e di essere desiderata. Suo marito, infatti, concedendole di essergli infedele – a patto di piccole ritualità quotidiane da ottemperare in ossequio agli occhi della gente – soffoca quella irresistibile esplosione del desiderio che si realizza solo quando si infrange un argine. Qualcosa di molto simile alla storia dell’Amalia dei “Sei personaggi in cerca d’autore”: lasciata totalmente libera dal marito di “intendersela” con il suo aiutante. Anzi, costretta. E: “Io soffoco, mi sento come in carcere” – dice la giovane interprete di Silia, alla prova.
Il Direttore di scena, per rendere la sua interpretazione più credibile, le suggerisce di pensare a qualcuno che ha odiato pur amandolo. E lei nel cercare in sé l’assurda mescolanza di questo sentimento, ricorda di provarlo verso suo padre, che l’ha abbandonata. Anche questo tema, così drammaticamente reale, non fa che far “risuonare” la storia del padre dei “Sei personaggi in cerca d’autore”.
E lo stesso figlio legittimo dirà di “sentirsi in carcere”, tanto “non sa cosa fare di ciò che prova”. E non avendo le parole per dirlo, il suo disagio, rischierà di cadere vittima di questa mancata comunicazione tra le parti della sua personalità.
Rischio che il nostro stare al mondo sempre corre, in particolare in questo frangente storico, in cui si crede di poter risolvere ogni disagio con il denaro. Inseriti come siamo in una morsa capitalistica che ci invita a desiderare continuamente qualcosa di nuovo, realizzabile acquistando l’ultima versione di qualunque prodotto sul mercato.
E invece il desiderio, quello autentico, quello che ci fa vivere vibrantemente e con soddisfazione, non solo non è acquistabile ma richiede un provato equilibrio tra la tentazione ad avere tutto e ad essere tutto e la consapevolezza che il desiderio per potersi esprimere ha bisogno di essere alimentato dal confine al non tutto, segnato dall’interiorizzazione di una legge.
La regia di Valerio Binasco si rivela di incandescente necessità in questo momento storico, in cui più che in altri periodi siamo disorientati.
La capacità di Binasco di rileggere il passato della tradizione e di darle voce fino a farla parlare laddove ancora non aveva avuto modo di esprimersi – o di esprimersi in una determinata modalità – è un’operazione culturale assai preziosa, che contribuisce a testimoniare la portata fertilmente tellurica di un’opera come i “Sei personaggi in cerca d’autore”.
Gli stessi personaggi, incarnandosi negli attori che Binasco ha selezionato e diretto in questa prospettiva, restituiscono quel qualcosa che ora ha l’opportunità di tornare ad avere la forza di brillare.
Oltre alla già menzionata efficacia della scelta caduta sull’impaziente entusiasmo dei giovani allievi dello Stabile di Torino – vivi in sensibile propositività – e sono Alessandro Ambrosi, Cecilia Bramati, Ilaria Campani, Maria Teresa Castello, Alice Fazzi, Samuele Finocchiaro, Christian Gaglione, Sara Gedeone, Francesco Halupca, Martina Montini, Greta Petronillo, Andrea Tartaglia, Maria Trenta -risulta davvero interessante l’interpretazione del padre del Binasco attore.
Un padre con un determinato passato, ora fertilmente sedimentato e quindi aperto alla concertazione di possibili equilibri. Un padre che impara a fissare un limite sempre nuovo all’esuberanza vendicativa della figliastra (una tempestosamente magnifica Giordana Faggiano), un uomo che riconosce la sua “evaporazione” come marito (dell’arrendevole moglie di Sara Bertelà, commovente madre dal vigoroso istinto protettivo) e come padre di un figlio alienato, non solo prossemicamente dagli altri, ma intimamente da se stesso. Gli dà nerbo un interessante Giovanni Drago.
Ma il padre di Binasco dimostra di saper tessere relazioni anche con la vivace confusione esistenziale e professionale del Direttore di scena: un regista a cui Jurij Ferrini dona la capacità del saper attendere e del saper cogliere l’opportunità che questa sua fase di crisi gli sta offrendo.
Perché portare con noi “i nostri” personaggi in cerca di un autore – che spesso rivediamo a specchio in quelli degli altri – ci rende solidali.
E’ il motto non solo del Presidente degli Stati Uniti d’America Charles Smith e del suo staff: è il motto dell’essere umano.
L’istinto alla sopravvivenza, e quindi alla sopraffazione, ci abita densamente da sempre: non appena gettati al mondo. Sopravvivere – e fare di tutto per “non essere messi in attesa” – è un istinto naturale che vince su emozioni complesse, quali la solidarietà, l’amicizia, l’amore. Con le quali non veniamo corredati per natura ma che richiedono il desiderio e l’impegno di un’educazione sentimentale.
Luca Barbareschi è il Presidente degli Stati Uniti d’America Charles Smith
E poi, diciamolo pure che siamo d’accordo con il Presidente: “siamo un popolo che perdona”. Anzi che dimentica, con grande facilità. E piuttosto che sperimentare un bene nuovo, tendiamo a preferire un male che già conosciamo.
Il testamento di questo stile di vita è racchiuso nel quadro che è alla destra della scrivania del Presidente: “Nighthawks” di Edward Hopper (1942): un ritratto non solo dell’America dei primi anni ’40 ma anche della nostra società, che ci vede tutti fisicamente vicini ma emotivamente assai distanti. Soli. Isolati. Perché, se anche intuiamo la fertilità dell’entrare in relazione con l’altro, una più costitutiva forma di diffidenza ci impedisce di correre il rischio di aprirci e quindi di renderci vulnerabili.
Simone Colombari (Archer Brown) – Luca Barbareschi (il Presidente Smith)
Anche il verde scelto per le pareti e i divani dell’ufficio del Presidente Smith ricorda moltissimo la luce ombrosa del verde utilizzato da Hopper per avvolgere i suoi luoghi della solitudine (le scene sono curate da Lele Moreschi).
Quella solitudine applicata, dal genio di David Mamet, anche agli stessi tacchini dell’Associazione nazionale produttori tacchino, che sono così speciali proprio perché allevati “in isolamento”. E non appena ne escono per andare a fare anticamera alla Casa Bianca, risentono pesantemente del loro essere entrati in relazione con l’apertura propria del diverso, dello straniero.
E la stessa moglie del Presidente Smith – vivamente interessata a monitorare lo stato delle “sue” richieste personali – sembra essere la persona che gestisce la situazione proprio perché “da remoto”, cioè senza essere presente nella sala dei bottoni.
(ph. F. Di Benedetto)
“Cosa c’è di me che non piace alla gente?” – chiede il Presidente Smith al suo assistente Archer Brown, quasi fosse un’altra regione della sua psiche. Tanto, infatti, il Presidente Smith di Barbareschi è irresistibilmente tentennante, infantile e ridicolmente giocoso (“un sacco vuoto che non sta in piedi”), quanto l’Archer Brown dell’incisivo Simone Colombari è deciso, solido, tagliente e spietato.
Ecco allora che quella tanto anelata “continuità” che pareva garantire la stabilità dei consensi dell’elettorato, inizia ad essere minata da un’altra donna: colei che scrive i discorsi del Presidente, Clarice Bernstein. Una Chiara Noschese silenziosamente insinuante, come un batterio in un organismo dalle basse difese immunitarie. Organismo affetto da una tendenza autoimmune, che lo porta a strappare la donna-batterio dal suo precauzionale stato di “isolamento”.
Luca Barbareschi (il Presedente Smith) – Chiara Noschese (Clarice Bernstein)
Una donna all’apparenza innocuamente generosa, capace di sedurre l’elettorato con le sue “idee di cambiamento”. Con le quali il Presidente ama farcire i suoi discorsi, un po’ come il tacchino del Giorno del Ringrazimento.
“Cosa ci rende grandi se non la capacità di correggere noi stessi?” è, ad esempio, la frase ad effetto che Clarice escogita per iniziare a far inghiottire all’elettorato l’idea che il Giorno del Ringraziamento è stato sempre festeggiato in una modalità sbagliata. Da “correggere”, appunto, perché “gli esperti” sono in verità “artigiani autodidatti”.
Ma poi si scoprirà che nell’apparente continuum dell’etica del “do ut des” qualcosa è cambiato: a fronte della somministrazione di questa “filosofia della correzione” – propria dell’inesperienza che rende “esperti” – viene chiesto in cambio qualcosa di imprevedibile, di indecente.
E chi prima si mostrava così generosamente manipolabile, poi farà emergere il proprio corredo biologico da sopraffattore. Anche l’insostituibile Clarice Bernstein; anche il pacifico rappresentante dell’Associazione nazionale produttori di tacchino: un Nico Di Crescenzo decisamente credibile. Così come l’apparentemente tollerante indiano Dwight Grackle: un barbaramente persuasivo Brian Boccuni.
Uno spettacolo – questo di Chiara Noschese, regista oltre che interprete – che restituisce l’efferata bellezza dei testi di David Mamet, dove “comunicare” è sinonimo di confliggere, belligerare.
Luca Barbareschi – Nico Di Crescenzo (rappresentante Ass. naz. produttori tacchino) – Simone Colombari
Bellezza che trova massima espressione nel valore restituito ai dialoghi, intesi come “lotta” per disarmare le misteriose apparenze con cui è plasmata la realtà conflittuale dei rapporti umani. Dialoghi maieutici, rivelatori delle diverse personalità che ci abitano. Perché “il logos è una guerra” – sosteneva Eraclito – in quanto armonia di opposti contrastanti, che si compongono attraverso il dia-logo. Dove gli opposti si fronteggiano, in teoria per conoscersi meglio, in pratica per eliminarsi. Come ci fa vedere Mamet. E come iconicamente visualizzato in un altro quadro – “Gun” di Andy Warhol – appeso di fronte al quadro di Hopper.
Un comunicare luminosamente ferino esaltato anche dalle scelte della prossemica. Ne è un brillante esempio l’avvolgersi e il caricarsi su se stesso – per poi avventarsi con rapacità sugli altri – dello tsunami di ansia galoppante del Presidente Smith: un Barbareschi davvero trascinante. Che si staglia ancor più efficacemente negli occhi e nelle fibre nervose dello spettatore, anche grazie alla quasi immobilità degli altri personaggi in scena.
Uno spettacolo avvincente e profondissimo, che per due ore contagia il respiro dello spettatore, trascinandolo nel caos tragicomico di quella vita “dura a morire”, così potentemente rappresentata dallo sguardo di Mamet. E che tutti ci accomuna.
Si accede nell’opera-mondo “Guerra e Pace” di Lev Tolstoj rispondendo all’invito della famosa Anna Pàvlovna Scherer, damigella d’onore e familiare dell’imperatrice Maria Feòdorovna. Qui, nella regia di Luca De Fusco, una Pamela Villoresi ricca in vivace profondità e generosa di slanci appassionati.
Così facendo si coglie l’occasione di essere introdotti, grazie alla sua influenza (una grippe al di là del male di “una” stagione) in ambienti (esistenziali) davvero irrinunciabili: da lei sfilano le diverse declinazioni del nostro stare al mondo.
Pamela Villoresi – Paolo Serra
(ph. Rosellina Garbo)
Dove, a ben guardare, la guerra e la pace, il bene e il male, l’amore e l’odio, non sono poi così distanti. Anzi, si direbbe, difficilmente separabili. Anche in pace, infatti, la vita spinge i personaggi a gettarsi in tali imprese, che poco hanno da invidiare a quelle che si svolgono sul campo di battaglia.
L’adattamento efficacemente evocativo di Gianni Garrera (filologo e traduttore, in Italia lo studioso di riferimento di Søren Kierkegaarde) e Luca De Fusco (regista teatrale, direttore teatrale e direttore artistico), che dello spettacolo cura con rigoroso fascino anche la regia, restituisce allo spettatore tutta la vibrante inquietudine del testo tolstojano. Che si declina nelle diverse posture esistenziali dei protagonisti, riflesso degli scenari in cui sono immerse.
Luca De Fusco
Inquietudine che assai persuasivamente è sottolineata da un premonitore motivo musicale al violino (le musiche sono curate da Ran Bagno), che ricorre per tutto lo spettacolo e che introduce ad un clima di insinuante sospensione emotiva. “Si può forse rimanere tranquilli nella nostra epoca, quando si ha del sentimento?” – si chiede Annette.
Un lampadario di cristalli di maestosa bellezza, che ha perso la sua funzione logica e il suo naturale punto di ancoraggio sfidante la forza di gravità, è ora sconfitto a terra, di lato al palco. Immediata visualizzazione scenografica del buio di una condizione psicologica che abita i personaggi, una volta divelti quei punti di riferimento che la vita, soprattutto nei periodi di guerra, ci sottrae.
(ph. Rosellina Garbo)
Un buio che assai sapientemente la drammaturgia del disegno luci (curata da Gigi Saccomandi) lascia essere preda della luminosità di ombre, tali da insinuarsi e popolare la scena (anche luogo della mente) di miraggi e di speranze. Spesso proiezione di inganni, che velano la mente e il cuore, seducentemente stimolati nello spettatore dalle creazioni video, curate da Alessandro Papa.
Così quello che era il salotto scintillante di San Pietroburgo è ora immerso nel buio. E abitato da rovine. Sulle quali ci si può sedere ma dalle quali si possono anche trarre preziosi insegnamenti esistenziali.
Per far sì che questo accada, Tolstoj – come acutamente colto nell’adattamento e nel lavoro di regia – ci fa entrare in relazione con un’umanità spesso disposta ad esporre se stessa ad un “divenir-rovina”. Esperendo su se stessa gli effetti malinconici, derivanti dallo scoprire che il proprio statuto soggettivo possiede la consistenza “di ciò che resta” di una dissoluzione. Il prodotto cioè di una magnifica sinergia di contraddizioni che ci rende “umani”. Una “forma” di vita, a rischio costante dell’informe, con cui la vita concreta si articola e diviene.
Opportunamente, il palco è abitato da una scalinata, i cui gradini collegano diversi piani posti verticalmente e immersi in una forza unidirezionale: la forza di gravità. Materializzazione di un collegamento tra potenzialità diverse, che consentono un passaggio in accordo o in opposizione con la forza unidirezionale. Una splendida visualizzazione simbolica – questa identificata nelle potenzialità espressive della scala da Marta Crisolini Malatesta – delle varie possibilità di stare al mondo che ci sono concesse (vedi i diversi piani), per riuscire a fare di ciò che subiamo dal destino che ci tocca in sorte (la forza di gravità), qualcosa di nostro, di personale, di unico.
Cifra dello spettacolo di Luca De Fusco è anche la rappresentazione dell’affresco di possibilità di cui i giovani – ognuno con la propria personalità – possono farsi originali artefici. Passando attraverso sempre nuove consapevolezze, figlie di disillusioni che non paralizzano l’azione ma che si aprono con coraggio alla fluidità dell’esserci.
Un attraversamento di consapevolezze che non esclude la magnetica attrazione per la guerra: veniamo al mondo dotati dell’istinto alla sopraffazione e non a caso il primo gesto della storia di cui ci parlano i testi biblici è un gesto fratricida.
Perché la violenza è l’illusione di poter arrivare velocemente all’obiettivo, senza avventurarsi nelle tortuosità della parola, della mediazione.
Ma soprattutto perché la vita umana è caratterizzata da due movimenti: per un verso l’uomo si apre all’altro attraverso un grido di aiuto ma contemporaneamente si chiude ad esso in quanto avvertito come minaccia. Vivere è allora la difficile conciliazione tra il sentire di aver bisogno dell’altro e il non volere rinunciare ad essere e ad avere tutto.
Condizione esistenziale di cui facciamo esperienza non solo in guerra ma anche in pace: in amore ad esempio. E tutte le volte che ci si educa e ci si impegna ad entrare autenticamente in relazione con l’altro da noi: il diverso da noi.
Di questo ambiguo sentire i giovani dello spettacolo si fanno commoventi interpreti: partendo da Pierre Bezuchov, passando per il principe Andrej Bolkonskij, fino alle meravigliose e dilanianti testimonianze di giovani donne, quali Mar’ja Bolkònskaja e Nataša Rostova.
Una restituzione del testo tolstojano questa di Luca De Fusco che riesce a tradurre – con un ritmo ricco in suspense – i frammenti d’inquietudine che attraversano la sovrapposizione e l’intreccio dei piani di lettura di un’opera-mondo qual è “Guerra e pace”.
Pamela Villoresi, Marsilia Sokoli, Eleonora De Luca
(ph. rosellina garbo)
Splendido il darsi ora epifanico, ora inconscio, ora fluido, ora rapsodico di questa inquietudine esistenziale, attraverso passaggi montati “a schiaffo. Quasi come se si stesse sfogliando il libro di “Guerra e Pace”.
Si può amare intensamente una persona. Ma anche una passione: quella per la recitazione, ad esempio.
Come accade ai due protagonisti di questo testo effervescente e vertiginosamente profondo, che Neil Simon scrive nel 1972: due attori comici di vaudeville che, dopo aver attraversato insieme più di quarant’anni di grandi successi, per motivi diversi si ritrovano a restare privati del poter continuare ad esprimere la loro passione più potentemente vitale: la recitazione. Passione artistica che li espone a guardare e ad essere guardati.
Umberto Orsini è Al Lewis – Franco Branciaroli è Willie Clark
La fine e penetrante regia di Massimo Popolizio – che si avvale della vibrante traduzione di Masolino D’Amico – conduce il pubblico a “guardare” fino in fondo cosa accade nella mente e nel cuore di questi due attori, all’indomani della brusca interruzione della loro passione per la recitazione.
Popolizio coglie e restituisce allo spettatore, infatti, come sul guizzo gustoso dei dialoghi scenda anche, come polvere di stelle, una luce sottile e malinconica. Un po’ quel gioco sempre nuovo di darsi le battute e i tempi,che non esclude inquietudini e incomprensioni, appena sopite dagli applausi.
Umberto Orsini e Franco Branciaroli sanno farsene interpreti straordinari. Trasmettendo al pubblico la diversa intensità delle luci e delle ombre che s’insinuano in questi due protagonisti, dall’eloquio ancora scintillante. Intensità che entrano nel loro respiro, fino a contagiare i loro muscoli e quindi la loro voce. Ed è magia.
“Io non sono chi tu credi che io sia” – è il responso che emana dal televisore all’apertura del sipario, quale voce onirica dell’inconscio. Che inizia a solleticare lo spettatorre su uno dei temi centrali dello spettacolo: la difficoltà tutta umana ad entrare davvero in relazione con noi stessi e quindi poi con l’altro. Anche con chi crediamo di conoscere bene, avendo condiviso con lui più di quarant’anni di passione. E che invece poi scopriamo improvvisamente nel suo esserci prossemicamente distante. Quella sottile e acuta distanza che passa nel preferire l’ “avanti” al “si accomodi”: battute diverse non solo del copione ma anche di due diversi sguardi sulla vita.
Voce onirica inconscia – quel “Io non sono chi tu credi che io sia” – che Willie Clark (un Franco Branciaroli dalla spiritosa bellezza decadente) non è ancora pronto ad ascoltare, preso com’è dalla sua rabbia per essere stato tradito inaspettatamente dal suo partner d’arte.
Ecco allora che, per non rischiare ancora di restare “fregato” in un altro investimento emotivo, si chiude dentro se stesso: un po’ come fa con la porta della sua camera, la cui serratura fa una gran fatica a scorrere, per aprirsi al nuovo che bussa alla porta.
La scena (curata da Maurizio Balò) ci parla di quello che i personaggi non dicono: che non riescono ad esprimere, chiusi come sono in difesa, o avvelenati dalla rabbia provocata da alcune parole “proiettili” e da altre “mai dette”. Ed è così che Maurizio Balò ci lascia intravedere le profondità di ulteriori interni, metafora di paesaggi psichici altrimenti difficilmente immaginabili.
Come la mancanza di cura: di cui Willie si è sentito 11 anni fa predato dall’atteggiamento di Al Lewis (un Umberto Orsini dalla stupefacente freschezza rigorosa). Ora inconsapevolmente é lui stesso a metterla in atto verso di sè. Mangia solo cibi in scatola; lui stesso vive chiuso nella scatola della sua camera-mente. Non si veste: è perennemente in pigiama, come se da 11 anni non si fosse ancora mai fatto giorno. E così si lascia andare ad una postura orgogliosamente “sbracata” vestendo, inossidabilmente, un feeling blu. La cura dei costumi è affidata a Gianluca Sbicca, che ne fa degli efficacissimi “habiti”, modi di essere.
Willie si sente tradito perché ignorato e quindi “non guardato” dal suo primo pubblico: l’Altro da sè, Al. Che decidendo solo per se, non ha riconosciuto valore alla ”sua metà” attoriale e al suo specchio psichico. Dimostrando incuria verso l’uomo e verso l’attore.
Willie è come se con il suo ostinato silenzio dicesse ad Al quello che Hamm in “Finale di partita” fa notare a Clov, quando si allontana per rifugiarsi in cucina a guardare il muro, per vedere la sua luce che muore. “La tua luce che … ! Cosa bisogna sentire! Sai che ti dico, che morirà altrettanto bene qui, la tua luce. Sta un po’ qui a guardarmi e poi saprai dirmene qualcosa, della tua luce”.
Franco Branciaroli, Umberto Orsini, Eros Pascale
Alla sua prima defaillance professionale, infatti, Al si ritira dalla carriera e sceglie di “tramontare”. Nietzsche sosteneva che l’arte più alta in cui un essere umano possa realizzarsi è quella del “saper tramontare al momento giusto”. Per Al e Willie il momento giusto non è coinciso. E per Willie è come se Al si fosse appropriato di una sua battuta. Lasciando un buco, che è poi divenuto una voragine.
Perché ad un certo momento arriva quella paura della morte che cela in verità una paura della vita: entrambe hanno in sé qualcosa di ingovernabile. “Il fondo non è una cosa semplice” fa dire Beckett a Nagg in “Finale di partita”. E ancora Čechov a Svetlovidov ne “Il canto del cigno”: “…la tua bottiglia te la sei scolata, è rimasto solo un po’ di fondo… Soltanto la feccia … Già…così stanno le cose”.
Franco Branciaroli, Chiara Stoppa
Ma il segreto è forse proprio in quel gioco sempre nuovo di darsi le battute e i tempi: quell’imparare a “non forzare” ma a “scorrere”, come alla fine Willie riesce a fare dopo lo s-catenamento emotivo avvenuto attraverso l’infarto. Quando cioè si lascia andare scorrevolmente a chiedere (senza più pretendere) al compagno d’arte, un’opinione sul suo lavoro attoriale. Il riconoscimento è così inaspettatamente appagante da coinvolgere l’uomo e non solo l’attore. “Eri un artista, non un attore: avevi sempre una grazia, un tocco !”. Qualità efficaci, ora che riconosciute, per scoprirsi capace “a immaginare” e quindi a “sentire” in modo nuovo la passione per l’arte della recitazione. Per la vita e per la morte. Non solo per gli applausi.
Perché – come diceva anche (ma con più amarezza) lo Svetlovidov de “Il canto del cigno” di Čechov: “…dove ci sono arte e talento, non esistono né vecchiaia, né solitudine, né malattie, e persino la morte conta per metà…”.
Uno sguardo – questo del regista Massimo Popolizio contrappuntato dal disegno luci di Carlo Pediani e dal disegno musicale di Alessandro Saviozzi – decisamente più aperto. Ma che nasce da quel tentativo di rappresentare l’assoluta mancanza di senso e l’altrettanto assoluta necessità di trovarlo, che trovano espressione in “Finale di partita”. Quel cercare di riuscire a “soffrire meglio di così”… quel cercare di riuscire “ad essere presente meglio di così”, a cui anela Clov e che Hamm trova nel sentire “la sera che scende”, confortato dal suo vecchio fazzoletto.
Una rilettura davvero interessante di un testo che rivela intriganti profondità ontologiche, portate in scena dagli eredi di una scuola di teatro – dove, ad esempio, si recita incisivamente senza microfono – che non vuole e non deve andar perduta. E di cui Umberto Orsini e Franco Branciaroli sanno farsi stimolanti testimoni. Una preziosa occasione per i giovani e talentuosi attori – Flavio Francucci, Chiara Stoppa, Eros Pascale, Emanuela Saccardi – che con “i due ragazzi irresistibili” condividono efficacemente la scena.
Il cast al completo con il regista Massimo Popolizio
Parole di gioia per il rientro in Italia della giornalista Cecilia Sala il Presidente della Fondazione del Teatro di Roma Francesco Siciliano ha desiderato condividere con il pubblico presente ieri sera al Teatro Argentina, in occasione della prima dello spettacolo che inaugura la programmazione dell’anno 2025: “Tre modi per non morire – Baudelaire, Dante, i Greci” con Toni Servillo, tratto dai testi dello scrittore e traduttore Giuseppe Montesano.
Con piacevole sorpresa, prendendo posto in sala, il pubblico non ha potuto non apprezzare la cura dell’essere accolto in una platea rinnovata, capace di offrire un’esperienza di partecipazione ancor più coinvolgente. Un gesto di attenzione per preservare e valorizzare un patrimonio irrinunciabile com’è quello rappresentato dal Teatro: “un luogo aperto, dove la verità non ha paura di mostrarsi”. In tutta la sua complessità. Come i Greci ci hanno insegnato, ci ricorda un fulgido Toni Servillo.
Proprio loro che hanno inventato un pensiero che si fa veicolo di ”un’immaginazione attiva” capace di tenere insieme, come passi di un’unica danza, le dualità esistenziali di corpo-mente, bene-male, uomo-mondo. Una danza, i cui cambi di passo sono resi da Toni Servillo con quel fervore ieratico che attraversa i suoi “ma …”. Così come certi suoi “quando ….” e alcuni “se…”. E che fanno di lui, colui che, al pari dei Greci, riesce a sostenere lo sguardo sul come la nostra umanità tende ad essere travolta dall’infelicità e dalla miseria. Ontologicamente in bilico su un piano inclinato: condizione esistenziale efficacemente resa dalla “lingua di scena” sulla quale è costretto a muoversi l’uomo-Servillo.
E di questa torbida luminosità umana il Teatro, non solo greco, vuole e deve continuare a parlarci, per consentirci di guardarci allo specchio. Concetto, questo, sul quale viene concertata con sublime efficacia la drammaturgia del disegno luci (curato da Claudio De Pace), nonché quella del disegno musicale.
Perché solo riuscendo a guardare in faccia le nostre mostruosità esistenziali, saremo in grado di ricavarne una consapevolezza poietica: capace di dare vita cioè alla bellezza creativa, che ci è stata donata come un fuoco. E che chiede di essere continuamente “riattizzato” per poter produrre fecondamente poesia: da condividere insieme, “come pezzi di pane”.
Perché è così che la vita può essere educata a preferire il gusto per la costruzione e la condivisione di “un nostro”, piuttosto che di “un mio”. Come ci insegna anche il mito platonico della caverna, rievocato da un Toni Servillo denso in fervore, abile nel disporre di quel giusto mezzo che permette di raffinare un discorso senza renderlo meno comprensibile.
Perché è di vitale importanza non lasciarsi infatuare da quelle ombre che, come subdoli fantasmi, ci trattengono a rimanere dentro la caverna: isolati e chiusi in noi stessi. Apparentemente al sicuro ma in verità assediati dal peggiore dei mali: la noia.
Vita è invece uscire dalla zona di confort della caverna – luogo che acutamente l’autore Giuseppe Montesano attualizza nel suo dialogo immaginario con Baudelaire attraverso il ricorso a quell’espressione spesso di eccessiva tutela, che a tutti risulta così familiare, qual è quella del “è per il tuo bene” – per toccare e lasciarsi toccare dalla compassione bruciante per l’Altro.
Con il quale non dobbiamo lasciare che si interrompa un fertile dialogo, perché vita é che la bellezza possa anche scontrarsi con la cruda realtà, come s’infiamma nel farsi testimonianza il Servillo-Baudelaire.
Perché ognuno di noi è “una moltitudine” e non un egocentrico “io”. Ma siamo spesso, come possiamo scoprire specchiandoci nell’esperienza esistenziale di Dante, “un’aiuola che ci fa tanto feroci”. Sebbene cioè resi partecipi di una realtà di bellezza, spesso preferiamo ridurre questa condivisione ad una trappola per topi, dove ciascuno vive “contro”, e non “con”, l’altro. Dove trova spazio solo l’egoismo insaziabile che scatena la guerra di tutti contro tutti.
Dove una subdola ferocia ci porta egoisticamente a guardare solo al nostro misero spazio della caverna, o ad essere “ignavi”: tiepidi, fino all’indifferenza totale alla partecipazione, al coraggio. Scegliendo di non fare né il bene, né il male. “La loro indifferenza impaurita è imperdonabile” – ci ricorda Dante – tanto che a costoro viene negata la morte, dono riservato solo a chi ha vissuto spendendosi per un bene comune.
Meglio allora – si sporge a dire Dante – un Ulisse che ha errato mettendo in pericolo la propria vita alla ricerca della virtù e della conoscenza. Meglio chi, come lui, si spinge verso l’ignoto, verso il nuovo. Come coloro che, nel cuore dell’Inferno, abitano un’aiuola “di tenere labbra”: quelle degli amanti. Dante si scopre a non riuscire a condannarli. E sviene. Come preda di una metamorfosi interiore. Che lo porterà alle soglie del paradiso, fino alle “stelle”. Ma non è, il suo, un arrivo: piuttosto un invito a una nuova rilettura. A un nuovo viaggio. Perché la forza dell’amore, della partecipazione, della relazione, è una forza che ci abita e che ci spinge a fare di ogni arrivo una possibile nuova partenza.
Quella di Toni Servillo si rivela un’interpretazione fiammeggiante, capace di appiccare fertile fuoco creativo sullo spettatore. Così come la sinergia di testi che dà forma a questo adattamento sortisce l’effetto provocatorio e insieme balsamico di un attuale “conosci te stesso”. Un accorato invito, quello dell’autore Giuseppe Montesano, a non smettere di interrogarci su chi davvero siamo, specchiandoci nel confronto con le vite altrui – qui, quelle di Charles Baudelaire, di Dante Alighieri e dei Greci – così da trovare una risposta, “un riflesso di conoscenza, un invito al coraggio”. E giungere, con partecipazione commossa, a riscoprirci “uomini”. Capaci, se insieme, di fare della nostra mostruosa finitudine una ricchezza in continua trasformazione.
Uno spettacolo prezioso per inaugurare un Nuovo anno di possibilità, da esplorare lasciandosi toccare da quegli attimi “capaci di far apparire il nuovo, che capovolge le parvenze del mondo”.
Suoi narratori nel viaggio-spettacolo che si è tenuto ieri al Teatro Argentina sono stati Roberto Danovaro, Presidente della Fondazione Patto con il Mare per la Terra; Enrica Battifoglia, giornalista scientifica Ansa; Federica Rosellini, attrice, scrittrice e regista teatrale.
E un po’ come rispondendo all’invito inscritto sul frontone del Teatro Argentina – “Alle arti di Melpomene, di Euterpe e di Tersicore” – i tre narratori si sono avvicendati sulla scena “cantando” – su variazioni – il potere di questo elemento naturale: l’Acqua.
Teatro Argentina
La giornalista Battifoglia ha giocato il ruolo di stimolare sinapsi tra la trascinante narrazione scientifica del Prof. Danovaro e l’ammaliante interpretazione di testi letterari da parte di Federica Rosellini.
Enrica Battifoglia
Se dal Prof. Donovaro apprendiamo come l’acqua sia insieme sfuggente ed invadente ma anche 830 volte più densa dell’aria e quindi capace di trasportare suoni,
Roberto Danovaro
la Rosellini ci incanta nel trovare e nell’insufflarci nell’occhio e nell’orecchio la magia di un corrispettivo letterario in Eraclito (filosofo greco vissuto tra il VI e il V secolo a. C. ):
“Dalla terra nasce l’acqua, dall’acqua nasce l’anima. È fiume, è mare, è lago, stagno, ghiaccio e quant’altro. È dolce, salata, salmastra, è luogo presso cui ci si ferma e su cui si viaggia, è piacere e paura, nemica e amica, è confine ed infinito, è cambiamento e immutabilità, ricordo e oblio.”
E a seguire propone un ulteriore corrispettivo in Emily Dickinson:
“Come se il mare separandosi svelasse un altro mare, questo un altro, ed i tre solo il presagio fossero
d’un infinito di mari non visitati da riva il mare stesso al mare fosse riva questo è l’eternità”.
E qui, nel suo interpretare, la Rosellini stessa diventa “mare visitato da riva”: nel suo ritmo se ne sente tutto il separarsi e lo svelarsi ripetuto.
Federica Rosellini
E poi è di nuovo il Prof. Danovaro a illuminarci su come il mare, che esiste prima di ogni altra forma di vita, sia la porzione meno conosciuta del nostro pianeta. Quello che sappiamo sugli oceani ad esempio è solo qualcosa di “epidermico”: facciamo fatica a scendere più in profondità. E se da un lato la scienza è un continuo superamento di se stessa, il mare – che unisce e spaventa – è la più grande sfida per noi umani: cambia continuamente e si rivela spesso illusorio prevedere l’andamento di questo “personaggio principale” della nostra storia.
Qui, la Rosellini risponde al richiamo della Scienza con un brano tratto dal “Moby Dick” di Melville:
“Ogniqualvolta mi accorgo di mettere il muso; ogniqualvolta giunge sull’anima mia un umido e piovoso novembre; ogniqualvolta mi sorprendo fermo, senza volerlo, dinanzi alle agenzie di pompe funebri o pronto a far da coda a ogni funerale che incontro; e specialmente ogniqualvolta l’umor nero mi invade a tal punto che soltanto un saldo principio morale può trattenermi dall’andare per le vie col deliberato e metodico proposito di togliere il cappello di testa alla gente – allora reputo sia giunto per me il momento di prendere al più presto il mare. Questo è il sostituto che io trovo a pistola e pallottola”.
E poi, ancora, con “Mediterraneo” di Eugenio Montale:
“Antico, sono ubriacato dalla voce ch’esce dalle tue bocche quando si schiudono come verdi campane e si ributtano indietro e si disciolgono. La casa delle mie estati lontane, t’era accanto, lo sai, là nel paese dove il sole cuoce e annuvolano l’aria le zanzare. Come allora oggi in tua presenza impietro, mare, ma non più degno mi credo del solenne ammonimento del tuo respiro.
Tu m’hai detto primo che il piccino fermento del mio cuore non era che un momento del tuo; che mi era in fondo la tua legge rischiosa: esser vasto e diverso e insieme fisso: e svuotarmi così d’ogni lordura come tu fai che sbatti sulle sponde tra sugheri alghe asterie le inutili macerie del tuo abisso”.
Qui l’ interpretazione della Rosellini ci rapisce in un modo nuovo: assumendo la musicalità di un canto medioevale a due voci.
Il Prof. Danovaro allora – riallacciandosi all’ultimo verso di Montale – ci ricorda che noi deriviamo dall’Acqua come l’ultimo dei suoi materiali di scarto. E se è vero che il mare da sempre è il luogo del mostruoso, è altresì vero che se noi respiriamo, lo dobbiamo proprio agli oscuri e mostruosi abissi, che producono quel fertilizzante di cui poi si nutrono le alghe.
Qui la seducente ambiguità del mare viene resa dalla Rosellini con un canto come di sirena, che ci incatena non appena accenna le prime note di “By This River” di Brian Eno.
E poi tanto altro ancora, in un crescendo pieno di meraviglia: come se “i tre solo il presagio fossero/d’un infinito di mari/non visitati da riva/il mare stesso al mare fosse riva/questo è l’eternità”.
I tre narratoriRoberto Danovaro, Enrica Battifoglia, Federica Rosellini con le loro parole, nate da interrogazioni, esplorazioni e da un generoso desiderio di condivisione, ci hanno fatto assaporare infatti – pur nella nostra finitudine – il gusto dell’eternità.
I prossimi appuntamenti con i restanti 3 elementi della natura si terranno:
domenica 1° dicembre
Aria Massimiliano Pasqui, ricercatore Istituto di Bioeconomia del Cnr
Lorenzo Pinna, giornalista scientifico e autore Superquark
Letture poetiche Donatella Finocchiaro
domenica 15 dicembre
Terra Carlo Doglioni, Presidente Ingv
Enrica Battifoglia, giornalista scientifica Ansa
Letture poetiche Lino Guanciale
domenica 12 gennaio
Fuoco Salvatore Passaro, ricercatore dell’Istituto di Scienze Marine del Cnr
Guido Ventura, ricercatore dell’Ingv
Lorenzo Pinna, giornalista scientifico e autore Superquark
Sono “scappati di casa”: sono ragazzi e attraverso la fuga si sono sottratti a un danno imminente, a un pericolo, a una costrizione.
Hanno avuto il coraggio – come suggerisce anche l’etimologia della parola “scappare” – di desiderare un diverso modo di vivere, alleggerendosi della “cappa” che indossavano e che li legava a un mondo che si stava lasciando portare alla deriva.
Perché lo scappare non è come il fuggire: è piuttosto “la premessa” del fuggire. Lo scappare descrive il momento di uno slancio improvviso: una seducente e vitale esigenza a riappropriarsi di desideri e di inclinazioni talentuose, indirizzate verso una progettualità.
E’ quello smalto selvaggio e vibrante che ci fa cogliere l’occasione più opportuna per approfittare del momento giusto: per dire “basta”, sottraendoci al passivo lasciarci trascinare laterale, fuori da ogni naturale rotta.
Già qui si percepisce tutta la densa raffinatezza drammaturgica di questo testo scritto a quattro mani da Roberto Gandini e da Roberto Scarpetti. Ma oltre alla forma, seducentemente prezioso è l’entusiasmo pedagogico di cui il testo è fecondo e che ha offerto a questi ragazzi del Laboratorio Pilota Piero Gabrielli la possibilità di sperimentare un modo di stare al mondo pieno di gusto, di sapore e di sana avventura. E chi assiste allo spettacolo ne resta irresistibilmente contagiato.
Perché se è vero che obiettivo di ogni attività educativa è creare un legame, una “colla” con gli adulti, è anche vero che a questa prima fase è fertile ne segua un’altra di “scollamento” critico dalle figure di riferimento, con le quali prima si era aderito.
Ecco quindi l’importanza dello “scappare”, evitando di “sdraiarsi” senza una progettualità propria, trascinati “lateralmente” dalla corrente. Privi di meta e non sostenuti da alcuna volontà. Da nessun desiderio che corregga la rotta e che si prenda cura del come raggiungere una propria destinazione.
Perché soli. E quindi troppo pieni di rabbia: senza le parole per dare forma al proprio disagio. Situazione esistenziale in cui i giovani si sono trovati gettati durante e dopo il trauma della pandemia.
E proprio sull’alleggerimento di questa condizione emotiva il Laboratorio Teatrale Integrato Piero Gabrielli ha lavorato – e da anni lavora – con cura, per poter sublimare attraverso il potere trasformativo del raccontare e dell’agire scenico i disagi relazionali e progettuali dei ragazzi.
Gli “scappati di casa” invece sono ragazzi ancora abitati da quel sano desiderio che per prima cosa ha fatto sì che ciascuno sentisse l’esigenza di andare a cercare l’altro. Soprattutto dopo il trauma della pandemia. Per ritrovarsi in un loro microcosmo, dove i desideri di ciascuno possono esprimersi efficacemente proprio perché “regolati” da un progetto di comunità. Come avviene da sempre anche nella comunità del Teatro.
Perché gli “scappati di casa” sentono ancora il desiderio di fare gruppo, di rischiare nel riallacciare relazioni.
Perché trovano più accattivante – anche se è più difficile rispetto allo stare da soli, (troppo) protetti da mamma e papà – impegnarsi nel trovare ogni volta una maniera diversa per accordarsi con gli altri coetanei.
Il gruppo, infatti, si nutre dell’idea di comunità: piccolo ma indispensabile microcosmo per un vivere di gusto, con sapore. Realizzante.
E questo microcosmo degli “scappati di casa” ha voglia di accordarsi anche con il macrocosmo esterno che li ospita e di cui, per continuare a vivere dignitosamente, occorre prendersi cura. Come di una persona a cui vogliamo bene. Come faremmo con noi stessi.
La fulvida immaginazione dei due drammaturghi Gandini e Scarpetti sceglie acutamente allora di dotare i personaggi di questo spettacolo di “capacità telepatiche” con le forze della natura e con le persone che li circondano.
Una seducente enfatizzazione dell’entrare in empatia e quindi del dedicare attenzione e cura alla natura (e all’altro da noi, più in generale). Notando i segnali che lei, la natura, proprio come può accadere a un nostro amico, ci manda quando è in difficoltà e da sola sente di non potercela fare.
Gli “scappati di casa” sono un gruppo che si costituisce in “tribù”: anche qui non si può non apprezzare la sagacia di cui sanno far uso gli autori Gandini e Scarpetti. “La tribù” infatti è qualcosa di più di “un gruppo”: è un termine a cui tendiamo ad attribuire molta suggestione ma di cui sfugge l’autentica cognizione. Racconta infatti le nostre origini: la genesi di una Roma che prende vita dall’azione sinergica tra Latini, Etruschi e Sabini. Dove fondamentali erano i concetti di “magistratura dei tribuni” e di “tribunale”. Così come il concetto di “tributo”: quello dovuto appunto dalla “tribù”.
“Tribù” ci parla quindi della consapevolezza di appartenere ad un’unità, a una comunità, a una nazione.
Ed è la prima cosa di cui si accorge Letizia, al di là degli iniziali sospetti di cui è oggetto, lei pariolina di Roma Nord. Lei che – nonostante sia colma di costosi oggetti alla moda – ora si sente così disperatamente sola e fa tanta fatica ad attraversare il ponte che lega l’età infantile a quella di una prima maturità.
Ma insieme agli “scappati di casa” scoprirà la stupefacente sensazione di essere accolta anche nella sua “diversità”, perché è la diversità che aggiunge quel qualcosa in più a quello che già si conosce, mettendo alla prova la duttilità “dei confini” di ognuno. Con il risultato di riuscire a sentire la gratitudine per essere parte di una tribù, dove ci si rispetta perché ci si ascolta.
Brillano per coralità, per ritmo, per rigorosa freschezza e credibile profondità – complice l’energizzante contrappunto della musica dal vivo – i giovani attori sulla scena, alcuni al primo battesimo con il pubblico. Le musiche di Andrea Filippucci e di Luigi Gramegna sono state eseguite dal vivo dallo stesso Luigi Gramegna.
I giovani attori sulla scena sono: Giordano Arista, Giorgia Aversa, Maura Ceccarelli, Flavio Corradini, Alessandro Giorgi, Alexia Giulioli, Samuel Kowalik, Edoardo Maria Lombardo, Alessio Mazzocchi, Andrea Maria Margu, Aurora Orazi, Marina Ottaviani, Sofia Piperissa, Fabio Piperno, Anna Prinzivalli, Edoardo Ricotta, Marcello Selvatino, Elena Sili, Livia Spagnoli, Elisabetta Tarantini.
Efficacissimi i cambi di scena – mobili e tutti a vista – nonché i costumi (curati da Tiziano Juno e realizzati in collaborazione con l’Accademia di Belle Arti di Roma): capaci di rendere la fluidità di un’esteriorità spesso specchio inconsapevole di un’interiorità predata.
Curate le coreografie e i testi delle canzoni (maestra di coro Virginia Guidi) : su tutti il testo e la coreografia del canto “Tarantella”, dionisiaci e insieme terapeutici nel liberare metaforicamente (e non solo) i giovani dal morso della taranta (depressione), il cui veleno era ritenuto causa di malinconia, disagio psichico, agitazione, dolore fisico e sofferenza morale.
Uno spettacolo inebriante, che ci ha accompagnato fuori dal teatro con la consapevolezza di un nuovo entusiasmo.
Che cos’è che ci rende “differenti”? Cioè speciali, unici ?
Che cos’è “quel qualcosa in più” che alcune persone hanno, ma che è così difficile definire?
Può essere una facile disponibilità economica, come quella di cui si avvale il Conte D’Albafiorita? Forse i titoli onorifici del Marchese di Forlipopoli ? Oppure l’essere immuni dal fascino femminile, di cui tanto si vanta il Cavaliere di Ripafratta?
Insomma cosa “vale” davvero nella vita di un uomo, così come nella vita di una donna ?
Ciò di cui ci parla Goldoni – proponendoci un’analisi della sua epoca – non è distante da quello che accade anche oggi. Ma tra noi si sta diffondendo un pericoloso atteggiamento: stiamo perdendo interesse ad “essere differenti”, preferendo essere il più possibile gli uni simili agli altri.
Sonia Bergamasco (la Locandiera) e Valentino Villa (Fabrizio)
E che tipo di “differenza” è quella che rende così unica la Locandiera?
Il suo “valore” pare essere quello di disporre di un’arte che non è finzione; di una capacità di muoversi tra educazione e provocazione. Di una consapevolezza a saper distinguere tra desiderare e possedere; tra donare e comprare. Un saper distinguere, il suo, tra questioni d’affari e questioni d’amore; tra amore e manipolazione. Un personaggio modernissimo, già nel ‘700: una donna curiosa, dal carattere complesso e intrigante.
E cosa succede quando uomini di diversa estrazione sociale – e dal diverso vissuto – incontrano una donna così consapevole delle proprie esigenze, così come di quelle maschili?
Succede che di fronte alla complessità dell’animo femminile gli uomini perdono l’orientamento, come succede al conte e al marchese. Oppure fuggono, come fa il cavaliere.
Lo diceva già Socrate nel Simposio di Platone che le uniche a sapere di “ta erotika”, ovvero delle cose dell’amore, sono le donne. Gli uomini possono apprenderle da loro, perché le donne per natura, costituzionalmente, sono dotate di una particolare dimestichezza con la dimensione del “due”, cioè della relazione.
Ludovico Fededegni (il Cavaliere di Ripafratta) e Sonia Bergamasco (la Locandiera)
La psiche maschile invece per natura, costituzionalmente, tende a restare ferma nella dimensione solipsistica dell’ “uno”. Non a caso i tre ospiti della locanda s’interrogano su “quel qualcosa in piú” della Locandiera: che “incatena” e che “incanta”. Lei sa far uso di un diverso potere della parola.
Una commedia questa – annuncia Goldoni – “la più morale, la più utile e la più istruttiva”: una commedia che osa parlare di cosa significa “amare”, davvero. Disponibilità umana ben più complessa di quella dello sposarsi.
Una disponibilità che lascia disarmata anche la Locandiera, quando il gioco che credeva di condurre la sorprende ad essere condotta. E perde i sensi.
Un incantesimo di cui il regista Antonio Latella ci fa arrivare pervasivamente il sentore attraverso la seduzione sprigionata dalla complice sinergia tra la drammaturgia delle luci (affidata a Simone De Angelis), la drammaturgia acustica (curata dall’alchimista Franco Visioli) e quella della prossemica.
Ludovico Fededegni (il Cavaliere di Ripafratta) e Sonia Bergamasco (la Locandiera)
E’ l’elogio della potenza erotica del disarmarsi: inizia il cavaliere ma la locandiera lo segue, lei che ora davvero arriva a perdere i sensi spingendosi ben al di là di una sterile strategia seduttiva.
E’ l’atto d’amore di un amante che, proprio come descritto da Platone, ha cura di far riemergere la sua donna dalla follia in cui si sono calati. Metafora mirabilmente visualizzata attraverso la cura che il cavaliere ha nel sollevarla da terra per appoggiarla su un piano superiore, il tavolo. Per poi lasciare che il rimanente percorso di risalita dal sacro della follia amorosa lo porti a termine la musica: la sua musica, quella da lui interpretata con l’armonica a bocca. Complici gli ombrosi accordi al basso di un cupido a loro servizio (un polimorfo Gabriele Pestilli). Una scena di mirifica bellezza.
Gabriele Pestilli (il servitore), Sonia Bergamasco (la Locandiera) e Ludovico Fededegni (il Cavaliere di Ripafratta)
Acuta è stata la sensibilità di Antonio Latella nel riproporre pressochè fedelmente questo testo, declinandolo in una variazione registica più vicina ai nostri tempi (di Linda Dalisi il contributo di dramaturg).
Uno sguardo registico gravitante intorno al tema dei “costumi”: intesi non tanto come abiti e ambientazioni ma soprattutto come “habiti” ovvero inclinazioni, capaci di accogliere e valorizzare o meno “le differenze” che ci caratterizzano.
Antonio Latella, il regista
Campeggia sulla scena, alludendo alle pareti della locanda, un fondale in legno: una materia viva, in continuo movimento (le scene sono di Annelisa Zaccheria).
A decorarlo sembrano dei rilievi simili a cornici che, a ben guardare, ricordano più i percorsi di un labirinto. Indicazioni raffinate e visivamente efficaci che ci parlano dell’avventurosa disponibilità che si richiede al nostro stare al mondo. Di cui la locanda è un microcosmo.
Giovanni Franzoni (il Marchese di Forlipopoli),Francesco Manetti ( il Conte D’Albafiorita), Marta Pizzigallo (Dejanira) e Marta Cortellazzo Weil (Ortensia)
E’ infatti il luogo dove varie possono essere le forme di risposta agli incontri, che la locanda si rende disponibile ad ospitare.
E’ il significato racchiuso nel gioco dello shangai, di cui con sagacia Latella si serve per parlarci di cosa sta avvenendo dentro alcuni personaggi. Perché quello che forse “vale” davvero – e quindi fa la differenza – é la nostra disponibilità ad entrare in relazione con l’altro, al di là di facili forme di manipolazione. “Vale”, fare la propria mossa senza arrecare danno: quell’avvicinarsi all’altro con rispetto, mantenendo sane distanze.
Non a caso Latella veste la sua locandiera con un abito che non è una divisa omologante bensì la femminile espressione della sua particolare scelta di impostare creativamente il lavoro ( i costumi sono curati da Graziella Pepe).
Sonia Bergamasco (la Locandiera) e Giovanni Franzoni (il Marchese di Forlipopoli)
Delle decorazioni onorarie tanto amate dal Marchese di Forlipopoli (un efficace Giovanni Franzoni) qui restano quelle della decorazione a jacquard del suo maglione “iper protettivo”. Dal quale però, con il procedere degli eventi, risulterà disponibile a separarsi, optando per la fresca leggerezza di un tailleur in lino.
Il Conte D’Albafiorita (un insinuante Francesco Manetti), ebbro del recente essersi arricchito, si veste qui sfoggiando un outfit griffato. Anche lui “muterà pelle” poi, indirizzandosi verso un tailleur: l’importante è che non passi inosservato.
Giovanni Franzoni (il Marchese di Forlipopoli),Francesco Manetti ( il Conte D’Albafiorita), Marta Pizzigallo (Dejanira) e Marta Cortellazzo Weil (Ortensia)
E poi il Cavaliere di Ripafratta (un irresistibile Ludovico Fededegni) che si vanta del suo saper rinunciare al femminile calore, qui evita di rimanere stretto tra i lacci di confortevoli calzature. Ma non riesce a fare a meno di recuperare quel calore disperso attraverso un coprente paltò. Di cui poi, una volta preda delle fiamme dell’amore, saprà alleggerirsi.
Sonia Bergamasco (la Locandiera) e Ludovico Fededegni (il Cavaliere di Ripafratta)
Fabrizio il cameriere della locanda (uno stoico Valentino Villa) e’ un po’ il motore immobile della situazione: tutti sanno che c’è e che ha un suo potere, quello di saper aspettare. Forte del fatto che sa di incarnare il ruolo del pretendente predestinato dal padre a futuro marito di sua figlia.
Marta Cortellazzo Weil (Ortensia) e Marta Pizzigallo (Dejanira)
Le due ospiti femminili della locanda, Ortensia (un’esuberante Marta Cortellazzo Wiel) e Dejanira (una Marta Pizzigallo incantevolmente subdola ), nonostante il loro presentarsi vestite di abiti “da finzione nella finzione” si nutriranno delle fertili dinamiche offerte dalla locanda, trovando così il coraggio di essere se stesse.
Ludovico Fededegni (il Cavaliere di Ripafratta), Sonia Bergamasco (La locandiera) e Valentino Villa (Fabrizio)
Sonia Bergamasco é la Locandiera esatta per lo sguardo registico di Antonio Latella: incarna – al di là del suo aspetto angelico – tutta la magnifica complessità della psiche femminile. E la restituisce con un dosato equilibrio, che sa includere un folle e fragile disequilibrio. E’ epifanica e dannatamente femmina, come solo chi non sa di esserlo, é. E si dà rompendo continuamente i piani e facendo parlare, senza filtri, ora le viscere, ora la mente. Ma poi le si accende anche il cuore. E l’inaspettato rifiuta la logica linguistica. Solo alcuni gesti involontari possono venire in soccorso della comunicazione. Ed è stupefacente vedere come il suo corpo agisca anarchicamente rispetto alle parole della logica, confidandoci quanto sia irrinunciabile per lei separarsi dal cavaliere. Ed è straziante constatare quale e quanta disperata tattile carnalità lei riesca ad esprimere attraverso la “terza pelle” di lui: il suo paltò.
Sonia Bergamasco (la Locandiera)
Uno spettacolo dalla potenza alchemica, che ci invita a scoprire e a valorizzare quella “differenza” che parla di “chi siamo”. E che può emergere da “un processo di cottura” dei nostri pregiudizi, che rendono indigeribile la nostra identitá.
Perché questo significa “realizzarsi”, avere un valore. Il proprio e insostituibile.
Un valore da difendere, nel rispetto di quello dell’altro.
In occasione del terzo appuntamento della Rassegna promossa dal Teatro Parioli “LINGUA MADRE -Il teatro italiano non fa schifo– drammaturgua italiana a confronto tra commedia e dramma“, su gentile concessione del Teatro di Roma, il Teatro Argentina ha ospitato la rappresentazione del testo di Giuseppe Manfridi “Il Premier”. Sul palco un cast d’eccezione diretto da Piero Maccarinelli: Gabriele Lavia, Stefano Santospago, Galatea Ranzi, Duccio Camerini, Federica Di Martino e Mersila Sokoli.
Il drammaturgo Giuseppe Manfridi
Fin dalle prime battute – rese con la mirifica intimità di un flusso di coscienza dal Giovanni Cravero di Gabriele Lavia – la raffinata eleganza della scrittura di Giuseppe Manfridi inizia a diffondersi nell’aria e a solleticare l’immaginazione di chi ascolta . Tanto che al vivido entrare in battuta degli altri personaggi della vicenda - Stefano Santospago, Galatea Ranzi, Duccio Camerini, Federica Di Martino e Mersila Sokoli – lo spettatore si ritrova irrimediabilmente invischiato nel fascino della narrazione.
È quello che può manifestarsi quando una preziosa drammaturgia si fonde sinergicamente alla plausibile voluttuosità di voci che sanno farsi corpo. E trovano la chiave per entrare ed aprire quel “non detto” – di cui è così ricca la drammaturgia di Manfridi – che si cela nelle aree della coscienza dove si vanno a depositare certe parole, certe immagini, certi dubbi, che il dialogo “aperto” non riesce ad accogliere. Ma che gli interpreti rendono rintracciabili quali micro-dettagli, ad esempio, all’interno della prossemica delle vocalità. Oppure facendo emergere quelle particolari manomissioni narrative che – interferendo con il discorso previsto – ne rivelano il discorso reale.
Gabriele Lavia
Cura e capacità interpretative necessarie in un testo dove il tema della gestione del potere risulta fondante assumendo così tante declinazioni, sia sul versante politico che relazionale.
Su tutte l’eccitazione irrinunciabile di Cravero a sentirsi dire da tutti “lo faccio” ma che per essere tale deve confrontarsi con la tensione a non farsi scoprire nella sua fragile natura vitrea. Perchè proprio da questa tensione – che lo avvicina pericolosamente alla morte – lui si rigenera. E così può, come in un perverso rituale di purificazione, ‘ri-candidarsi”: ritornare candido. E farsi rappresentare dallo slogan: “Cravero nonostante tutto”.
Il regista Piero Maccarinelli
Questa interessante Rassegna, promossa da Piero Maccarinelli, Lingua Madre – Il teatro italiano non fa schifo– drammaturgua italiana a confronto tra commedia e dramma è dedicata alla drammaturgia contemporanea italiana rappresenta un’occasione per riflettere sul tema e rimuovere quegli ostacoli che impediscono una fruizione popolare della scrittura scenica di qualità, così come accade in molti altri Paesi. Un veicolo per realizzare un osservatorio attivo di pubblico partecipe, che sia da stimolo e confronto tra le diverse espressioni del fare teatro oggi.
L’ultimo appuntamento si terrà il 26 febbraio 2024 ore 21.00 – TEATRO PARIOLI –
L’ORA NOSTRA
di Sergio Pierattini
regia a cura di Piero Maccarinelli
personaggi e attori
Giada – Sandra Toffolatti
Mauro – Emanuele Salce
Milvia – Claudia Coli
Enrico – Francesco Bonomo
Oscar – Noli Sta Isabel
La morte improvvisa della proprietaria di un’importante azienda vinicola Toscana riunisce i due figli che da anni vivono uno, Mauro a Milano e l’altro, Giada, in Cina.
La natura dell’improvviso decesso non è chiara. Quel giorno nell’azienda era presente solo Oscar, fedele tuttofare filippino della defunta.
Costretti da una bufera di neve a una convivenza forzata, nell’attesa che si possa celebrare il funerale, figli e i loro coniugi preparano l’organizzazione delle esequie in un crescendo di tensioni che assumono, con il passare delle ore, tinte tragicomiche.
I sospetti che iniziano a gravare sul domestico troveranno conferma nella scoperta del testamento e in una sconvolgente rivelazione.