– OTELLO – adattamento e regia Luca De Fusco

– da William Shakespeare –

Traduzione Gianni Garrera

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TEATRO ARGENTINA

dal 4 al 29 Novembre 2026


Luca De Fusco affida l’apertura del suo “Otello” versando nell’orecchio dello spettatore, immerso nel buio, un contrasto sonoro dal potente valore simbolico, capace di anticipare psicologicamente l’intera tragedia.

Registri bassi al pianoforte evocano una dimensione tellurica, oscura e ossessiva: è il suono del battito cardiaco del dubbio. Nel quale entra il registro acuto di un violino che parla di un tagliente tormento: di nervi che in uno spasmodico crescendo vengono tesi e distorti dalla gelosia, fino a spezzarsi. L’insieme di questi mondi sonori riesce a creare una polarizzazione drammatica immediata, prima ancora che gli attori pronuncino le loro battute.

Una ouverture sapientemente minimale – che tornerà a punteggiare contrappuntisticamente particolari momenti dello spettacolo – capace di mettere in scena il nucleo profondo dell’Otello: la lotta impari tra la luce dell’innocenza e le ombre del dubbio e del sospetto. La cura delle musiche è affidata a Ran Bagno.

ph. Tommaso Le Pera


L’ Otello è un’opera notturna: prende forma dal buio di una notte veneziana, sviluppa gran parte degli eventi decisivi nell’oscurità e arriva a compimento in una fatale notte oscura, a Cipro.

Il buio dell’Otello è un buio deformante, che illumina i meandri labirintici della psiche umana.

Shakespeare, pur riprendendo la storia dell’Otello da una novella di Giovan Battista Giraldi Cinzio contenuta nella raccolta degli Hecatommithi (1565), vi apporta infatti notevoli modifiche al fine di immergere i caratteri dei personaggi nella fluida ambiguità propria del dubbio, del sospetto, della contraddizione. Così da riuscire a far affiorare tutte quelle aree della psiche umana che altrimenti sarebbero rimaste narrativamente rimosse.

Shakespeare intuiva già quanto l’invisibile dell’immaginazione fosse più potente del visibile della realtà: quanto cioè – come dirà più tardi Freud – l’irrazionale sia più potente del razionale.

E l’Otello di De Fusco – complice la traduzione di Gianni Garrera – fa emergere tutta la potenza di questa catalizzazione umana verso la fascinazione dell’invisibile.

L’operazione trova realizzazione attraverso il passaggio dall’intensa espressività evocata dalla parola degli interpreti in scena, all’accattivante visualizzazione dei pensieri ossessivi dei personaggi (le creazioni video sono di Alessandro Papa e si rivelano drammaturgicamente decisamente efficaci).

Ma non è tutto. Luca De Fusco lega questa fascinazione umana verso l’invisibile ad atmosfere noir, rendendo omaggio al cinema degli anni 40 del Novecento. Un’operazione di contaminazione estetica e tematica che amplifica la portata ambiguamente tragica dell’opera, trasformando un dramma rinascimentale in un archetipo di “nero” psicologico e urbano (la cura del disegno luci è di Gigi Saccomandi). Dove anche il cangiante darsi della scena, diventa una seducente ed enigmatica proiezione della mente dei personaggi. La cura è di Marta Crisolini Malatesta.

Ed è così che lo scontro geo-politico tra la Repubblica di Venezia e l’Impero Ottomano per il possesso della strategica isola di Cipro diventa metafora di un conflitto interiore: dove la minaccia non è da cercare solo all’esterno, ma nella costante tensione interna all’uomo tra il suo impulso alla sopraffazione e l’esigenza ad essere riconosciuto dall’Altro.

E’ quello che sperimenta Otello (un sorprendente Federico Vanni) incontrando Desdemona (una Mersilia Sokoli dall’allure seducentemente giocoso) : lei lo vede, lo ascolta e lo sceglie – tra i tanti pretendenti a lei simili – proprio per la sua diversità, per la sua unicità. Divenendo una coppia che non a caso Iago definisce, qui nella traduzione di Garrera: “il barbaro girovago e la sofisticata veneziana”. Lei che per lui è pronta a lanciarsi nel dichiarare pubblicamente: “io amo il Moro al punto da vivere con lui… ho visto il suo volto e la sua anima”.

In un ambiguo gioco di specchi accade allora che, Otello non riconosca Iago (un metafisicamente perverso Luca Lazzareschi) per il suo valore e per la sua lunga esperienza militare, preferendogli la preparazione culturale di Cassio (un brillante Gianluca Merolli). Di conseguenza è Cassio “il prescelto, incoronato luogotenente”.

Iago soffre a tal punto la mancanza di non essere “visto” e quindi riconosciuto (perché è lo sguardo dell’Altro che ci fa esistere), che immagina paranoicamente sua moglie Emilia (un’interessante Sara Putignano dall’intelligenza pratica) nel letto sia di Otello che di Cassio: i suoi due insopportabili “diversi”, eppure a lui così inconsciamente legati. E crede di compensare questa sua frustrazione a “non essere visto” facendo un uso spietato della ragione: architettando, nel buio della sua invisibilità percepita, il potere sopraffattorio di una diabolica ragnatela che sembra accogliere l’Altro, facendolo in realtà prigioniero.

Ma Shakespeare – come sottolinea la regia di Luca De Fusco – fa emergere anche tutto il potere distruttivo del sentimento della gelosia, che dalla teologia del tempo era considerava un semplice difetto. Portandoci a vedere, invece, come al geloso in verità non servono neppure le prove perché – invaso com’è da una fervente immaginazione ossessiva – avidamente si nutre di sospetti, fino ad impazzirne.  I suoi occhi non guardano più avanti: la realtà. Ma indietro: ormai catapultati dentro quell’irresistibile immaginazione dell’invisibile. Come iconicamente rappresentato anche nell’immagine scelta per la locandina dello spettacolo.

Iago si autodefinisce “Io non sono quello che sono” e ancora “è in noi stessi, essere in un modo o in un altro”: concetti che in verità non riguardano solo lui ma tutti i personaggi, essendo quello descritto un fluido modo di stare al mondo proprio della natura umana. A fare la differenza è l’uso che se ne fa.

Concetto che trova splendida visualizzazione nella bellezza inquietante della coreografia scenica di quei servitori mascherati, che portano candelieri accesi nella notte. La loro è una luminosità distorta: i portatori illuminano la scena, ma la loro maschera suggerisce che la luce che proiettano sui fatti non è neutra, bensì intenzionale, artificiale e orchestrata per confondere. La cura dei movimenti coreografici è affidata a Lea Giammattei.

E, infatti, intento di Shakespeare era quello di portare al cospetto dello spettatore personaggi dalla natura fluida, non stabile, osservati senza maschere nel loro rapporto con il desiderare, con l’immaginazione, con il fascino dell’invisibile.

Un rapporto che è utile non perdere di vista, soprattutto nei momenti storici di transizione: come quello che si trova ad attraversare la società inglese ai tempi dell’Otello, ma che parla anche al nostro frangente storico.

L’Otello infatti viene scritto nel 1603 e portato in scena nel 1604.

Il 1603 però è anche l’anno in cui muore Elisabetta I – la regina dell’ottimismo rinascimentale – e sale al trono Giacomo I – il sovrano che inaugura un’epoca di disincanto.

Complici l’emergere della nuova scienza (Copernico, Galilei) e le tensioni politiche, sotto Giacomo I il mondo inizia ad essere percepito come frammentato, instabile e intrinsecamente corrotto. L’essere umano non si sente più il centro nobile del creato, ma una creatura fragile, dominata da impulsi oscuri, passioni distruttive e dubbi esistenziali. Il relativismo morale e la consapevolezza che le apparenze ingannino, diventano allora i temi dominanti della sensibilità giacobita.

L’opera shakespeariana riflette questa transizione: Otello è l’eroe che prima di essere chiamato a Venezia poteva contare su un uso della parola quale specchio fedele della realtà che descrive. E’ l’eroe che crede nell’unità dell’io.  Iago invece è l’uomo che, consapevole della frammentazione dell’io, come un mercante di emozioni deve studiare chi ha davanti per saper architettare un bisogno da vendere come necessario: lui è l’uomo che usa la parola per creare un diverso tipo di realtà. Una realtà immaginata, funzionale a qualcos’altro. Iago sa vendersi: tutti infatti lo credono un uomo “onesto” ma stanno per cadere nella ragnatela dei bisogni che lui nel frattempo ha tessuto intorno a loro.

Particolarmente interessante – e molto vicina ai nostri tempi – è la restituzione che la regia di De Fusco, in sinergia con la traduzione di Gianni Garrera, fa del personaggio di Desdemona. Una giovanissima donna, sulla quale l’ Otello  di Garrera dichiara: ”scommetto la mia vita sulla sua sviscerata fedeltà”.

Nel concetto di scommessa, il valore di ciò che si punta definisce l’importanza del risultato: puntare la propria vita significa non lasciare spazio all’errore. Simbolicamente, chi pronuncia questa frase dichiara che un eventuale tradimento non spezzerebbe solo un legame, ma distruggerebbe l’identità e la ragione di vita del soggetto. La posta in gioco è quindi il sacrificio estremo della persona su cui si scommette. 

La scelta di abbinare l’aggettivo “sviscerato” a “fedeltà” rafforza ulteriormente questo concetto, rivelando un desiderio maschile che nasce nella parte più profonda, istintiva e carnale della psiche. Una fedeltà “sviscerata” infatti è totale, è cieca. È un legame che va oltre il dovere morale, diventando un’insana necessità biologica ed emotiva. Chi accetta questa scommessa, rinuncia al controllo sul proprio destino e lo consegna interamente nelle mani dell’altra persona.

La Desdemona di Luca De Fusco veste un’uniforme alla marinara (la cura dei costumi è di Marta Crisolini Malatesta). Un abito che parla di un particolare habitus (modo di essere): agli inizi del Novecento l’abito “alla marinara” era infatti uno degli stili più diffusi nelle famiglie aristocratiche e borghesi europee. Il completo traeva ispirazione dalle uniformi della marina militare. Oltre ad evocare il mondo del mare e la disciplina navale, questo stile contribuiva a costruire un’immagine della prima giovinezza ordinata, educata e controllata, perfettamente in linea con i valori della classe dirigente dell’epoca.

Un habitus quindi che – evocando l’età scolare, l’adolescenza e la totale ingenuità – sottolinea anche visivamente la vulnerabilità di Desdemona  rispetto alla maturità di Otello, accentuando la mostruosità del delitto finale. 

E’ questo di Luca de Fusco un avvincente spettacolo sulla fragilità umana, sulla manipolazione della parola, sui pericoli dell’amore, che chiama il pubblico ad interrogarsi intorno ad una domanda: «che cosa accade all’amore quando il desiderio si trasforma nell’ossessione di possedere l’altro?».

Una domanda che sarà centrale anche nella seconda opera del dittico che Luca De Fusco dedica all’indagine dell’amore, del desiderio e dell’ossessione: “Peccato che fosse una sgualdrina” di John Ford, in scena al Teatro Argentina  dal 2 al 13 dicembre p.v.

L’ Otello di Luca De Fusco è una produzione Teatro di Roma – Teatro Nazionale, Teatro Stabile di Torino – Teatro Nazionale, Teatro Biondo di Palermo.

Le date dell’ OTELLO in tournée


9 – 17 gennaio Teatro Biondo di Palermo
19 – 24 gennaio  Teatro Verga di Catania
27 gennaio – 7 febbraio
Teatro Mercadante di Napoli
11 – 14 febbraio
Teatro Arena del Sole di Bologna
16 – 28 febbraio
Teatro Carignano di Torino


Recensione di Sonia Remoli

Recensione dello spettacolo UNO SGUARDO DAL PONTE di Arthur Miller – regia di Massimo Popolizio –

TEATRO ARGENTINA, dal 14 Marzo al 2 Aprile 2023 –

Cos’è, davvero, un uomo? 
Cosa possono le leggi del vivere civile nell’arginare l’essenza più “pura”, più autentica di un uomo?

È uno splendido adattamento shakespeariano quello realizzato da  Massimo Popolizio, interprete e regista di questo affascinante testo di Arthur Miller, che mette in luce quanto la natura umana possa rivelarsi insospettabilmente ambigua e contraddittoria: “una malerba soavemente delicata, di un profumo che dà gli spasimi “.  

Una scena dello spettacolo “Uno sguardo dal ponte” di e con Massimo Popolizio

L’attenta regia cinematografica scelta da Massimo Popolizio per “girare un film a teatro” sa dove e come seminare indizi: presagi ineluttabili, a specchio, che tengono sostenuto il tono della suspense. Eddie Carbone (il protagonista) riconoscerà, infatti, l’incendio della passione che lo abita, vedendolo “bruciare” negli altri; scoprirà che denunciare immigrati connazionali è una tentazione in cui anche lui può cadere ma soprattutto che ci si può ritrovare ad essere attratti irresistibilmente da ciò che non è “retto” , che sfugge ai canoni legali, che non è “regolare”.

Massimo Popolizio (Eddie Carbone) e Gaja Masciale (Catherine) in una scena dello spettacolo “Uno sguardo dal ponte” di e con Massimo Popolizio


Non a caso la scena (curata da Marco Rossi) è quasi costantemente plumbea, chiusa su se stessa: solo il “Caos” che domina la vita riuscirà a forzare il suo ostinato immobilismo. Il fondale è di un grigio lattiginoso, confuso, che proiettori da terra rendono variamente inquietante, o ambiguamente misterioso, anche nei momenti meno tenebrosi. E poi c’è lui: il ponte di Brooklyn, reso attraverso tre diversi campi cinematografici: corto, medio e lungo. Quel ponte, in teoria collegamento solo verso il meglio, in pratica si rivela “sospensione esistenziale”: varco attraverso il quale la tragedia può entrare nella vita umana sorprendendoci inermi. E poi attraversarla, rompendo i “nostri” progetti, per costruirne altri. Apparentemente solo suoi.

Massimo Popolizio (Eddie Carbone) e Michele Nani (Avv. Alfieri) in una scena dello spettacolo “Uno sguardo dal ponte” di e con Massimo Popolizio

“Uno non può sapere ciò che scoprirà“- ci ricorda l’avvocato Alfieri (un inconsapevole Iago, reso da un efficace Michele Nani), unico personaggio del presente a cui viene affidata la funzione, da coro greco, di narratore e commentatore esterno della vicenda, che l’arguta regia di Popolizio trasforma in un lungo flashback.

Gaja Masciale (Catherine) in una scena dello spettacolo “Uno sguardo dal ponte” di e con Massimo Popolizio

Inaspettate le caratterizzazioni delle due figure femminili: Beatrice ( la moglie di Eddie) e Catherine  (la figlioccia). Intraprendenti ed emancipate. Una scelta, questa del regista Popolizio, coraggiosa ma geniale.

Valentina Sperli (Beatrice Carbone) e Gaja Masciale (Catherine) in una scena dello spettacolo “Uno sguardo dal ponte” di e con Massimo Popolizio

Catherine, un po’ come una Lolita in bilico tra nostalgica fanciullezza e prorompente  femminilità, abbraccia lo zio a cavalcioni e condivide con lui le sue prime seduzioni di donna: il nuovo ammiccante colore di capelli rosso rame; la gonna corta e di un tessuto così generosamente disposto a tirarsi indietro da assecondare i suoi ancheggiamenti, ma soprattutto le nuove scarpe col tacco, che con un guizzo di femminilità, modificano la sua postura. È  portentosa Gaja Masciale: ancora un po’ goffa come sa esserlo una bambina e insieme abitata da quella irruente sensualità di giovane donna, posseduta dal ritmo pulsante della vita.

Una scena dello spettacolo “Uno sguardo dal ponte” di e con Massimo Popolizio

E poi Beatrice, la moglie di Eddie: una Valentina Sperli divina nel suo essere donna anche se di una femminilità diversa, propria dei suoi anni. Una donna che sa educare all’apertura, all’ebrezza della vita e che ha ancora fiuto e quindi annusa il pericolo di chi sta invadendo il suo territorio. Una donna che con classe graffiante reclama il marito e la loro intimità. Che sa parlare entrando in un vero rapporto dialettico con il suo uomo, il cui folle amore però “lo soffia il cielo”.

Valentina Sperli (Beatrice Carbone) in una scena dello spettacolo “Uno sguardo dal ponte” di e con Massimo Popolizio

Massimo Popolizio è un Eddie Carbone densissimo e insieme trascinante. Immanente e trascendente. Un uomo che con “eleganza” ci trasmette la pesante imprevedibilità del vivere.

Massimo Popolizio (Eddie Carbone)

E’ simpatico, spiritoso, ironico ma anche responsabile e ponderato. È sinceramente affettuoso: come uno zio può esserlo. Però scopre, e noi con lui, che è anche altro: qualcosa difficile da riconoscere ma soprattutto difficile da contenere. Una smania di “avere” ciò che la legge del vivere civile ordina che non si può avere. Una strana “inquietudine” che lo possiede come un corpo esterno: quella che lo Iago shakespeariano chiamava “il mostro dagli occhi verdi”: la gelosia. Qui anche vagamente incestuosa.

Massimo Popolizio (Eddie Carbone)

E se non c’è modo di arginarla attraverso le leggi, non resta che tentare l’intentabile, il proibito: ciò che lui stesso, razionalmente, aveva definito deprecabile quando a farlo erano stati gli altri. Un incendio il suo, che lo possiede ineluttabilmente e propagandosi brucia anche gli altri. Ed è così vero Massimo Popolizio nell’interpretare questa umanissima difficoltà, che non riusciamo a non comprenderlo, schierandoci dalla sua parte. Come un vero personaggio shakespeariano.

Il cast dello spettacolo “Uno sguardo dal ponte” al completo

Fidati complici di scena sono tutti gli altri interpreti ancora non citati: Raffaele Esposito (Marco), Lorenzo Grilli (Rodolfo), Felice Montecorvino (Tony), Marco Mavaracchio (Agente), Gabriele Brunelli (Agente) e Marco Parià (Louis).

I costumi, curatissimi quanto efficaci, sono di Gianluca Sbicca.


Recensione di Sonia Remoli