Recensione dello spettacolo SALVEREMO IL MONDO PRIMA DELL’ALBA – Carrozzeria Orfeo –

TEATRO VASCELLO, dal 5 al 17 Marzo 2024 –

E’ proprio così invidiabile essere delle “star”? 

Siamo davvero sicuri che essere “stellari” significa “avere qualcosa in più” ?

Questo nuovo spettacolo della ferocemente saggia e divertente Carrozzeria Orfeo sembra invitarci a riconsiderare il pensiero che generalmente nutriamo verso coloro che ci sembrano vivere al “top”. 

Questa volta la sagace drammaturgia di Gabriele Di Luca così ricca di interrogativi esistenziali – la cui consulenza filosofica è stata curata da Andrea Colamedici di TLON – vira lo sguardo dallo stare al mondo degli “ultimi” della nostra società, allo stare al mondo dei “primi”: coloro che svettano in cima alla piramide del censo. 

Gabriele Di Luca

Come mai questo nuovo oggetto d’indagine?

Perché – così sembra emergere dal titolo e dallo spettacolo – nel nostro immediato futuro si profila decisamente urgente che i due estremi sociali imparino a “stringersi in un abbraccio”: a sviluppare quella sensibilità inclusiva – ormai quasi estinta – del portarsi aiuto, dell’aver cura a comprendersi. Perché è solo riscoprendo l’importanza del prendere in considerazione l’Altro che si può tentare di riorganizzare e ridisegnare il nostro attuale assetto sociale. 

E allora perché non veicolare questa necessaria esigenza proprio partendo dai “primi”, così ricchi anche in visibilità? Perché anche “i top” non vivono così divinamente come può sembrare: non sono così ricchi in “entusiasmo”. 

Ecco allora che la regia di Gabriele Di Luca, Massimiliano Setti e Alessandro Tedeschi li immagina desiderosi di raggiungere una clinica – edificata su di un satellite orbitante nello spazio (la scena e le luci sono curate da Lucio Diana) – per disintossicarsi dalle varie dipendenze da cui sono afflitti. E così tornare ad essere liberi.

Ma allora cosa significa essere liberi?

Ma non significava non avere limiti, divieti, costrizioni, leggi da rispettare? Se sì, come mai avere questo tipo di libertà incondizionata non rende davvero felici? 

Forse perché – come afferma la “star” femminile del gruppo di ospiti della clinica – la libertà “fa incazzare inizialmente”. Se infatti dapprima ti rende ebbro, poi ti fa insorgere un’angoscia tale dal tornare a desiderare non essere più libero e quindi responsabile del tuo operato. Preferendo dipendere: da qualcosa o da qualcuno.

Forse perché per continuare a desiderare essere liberi occorre rispettare dei confini, delle leggi, che proprio nel limitare il nostro arbitrio tutelano lo zampillare di quel desiderare così vitale da includere anche il desiderio degli altri.

Perché desiderare essere liberi – come sostiene Massimo Recalcati in “A pugni chiusi, Psicoanalisi del mondo contemporaneo”– implica un dare valore “all’arretrare”, più che all’affermare sempre e comunque se stessi. Per lasciare spazio anche all’Altro, così da sviluppare un senso di responsabilità senza troppe pretese di proprietà. 

Non a caso forse i personaggi in scena sono, ognuno a suo modo, “star” dell’imprenditoria che si lasciano “riavviare” dai programmi di psicoterapia (individuale e di gruppo) di una particolare Spa, al fine di una “remise en forme” del corpo e quindi dell’anima. 

Coordinatore, uno psicoterapeuta che ama farsi chiamare ‘coach’, che si avvale del potere terapeutico e quindi normativo della parola. Gli ospiti scoprono così che il raccontarsi autenticamente tra loro senza oscurare le proprie fragilità e l’accettare di essere ‘limitati’ da leggi e regole, riescono a regalare una profonda sensazione di quella nuova libertà che si coniuga con il concetto di umanità. 

Una libertà questa, immune dal dictat a “produrre” continuamente per continuamente “farsi comperare”, imposto subdolamente dall’ideologica capitalistica. Una perversione che lega il riacquistare il prodotto di volta in volta più “nuovo” all’illusione di poter essere felici perché al passo con i tempi.

Invece potremo riuscire a “salvare il mondo prima dell’alba” se “useremo le luci per illuminare le ombre”, come suggerisce questa splendida drammaturgia. 

Se faremo del mondo “il luogo dell’intreccio tra il computer e il pero selvatico … se l’intelligenza artigianale resisterà all’intelligenza artificiale” – come invita a considerare il paesologo  Franco Arminio nel suo Manifesto “Il Paese dei Paesi.

Gli attori in scena – (in o.a.) Sebastiano Bronzato, Alice Giroldini, Sergio Romano, Roberto Serpi, Massimiliano Setti e Ivan Zerbinati – brillano come materiale esplosivo: sanno farci riflettere, ridere e un po’ vergognare. Perché quello che loro eruttano spudoratamente  fuori non è poi così lontano da quello che a volte noi pensiamo e implodiamo.

Uno spettacolo più che mai necessario che ci apre gli occhi e il cuore sul fatto che per natura noi umani siamo costituiti dall’istinto alla sopraffazione. Ma l’amore, il rispetto, la comprensione, la cura, li possiamo e li dobbiamo imparare.

Per poter riuscire a salvare il mondo prima dell’alba.


Recensione di Sonia Remoli

Recensione dello spettacolo DONNE SENZA CENSURA scritto, diretto e interpretato da Patrizia Schiavo

TEATRO LO SPAZIO, dall’ 1 al 3 Marzo 2024 –

«Lasciami qui / lasciami stare / lasciami così / non dire / una parola / che non sia / d’amore / per me / per la mia vita / che è / tutto quello / che io ho / tutto quello / che io ho / e / non è ancora finita»

E’ un gesto d’affetto quello che si dona e ci dona Patrizia Schiavo.

Un modo, il suo spettacolo, per onorare la sacralità del femminile: radice dello spazio teatrale.

Un grido, il suo, che si fa lamento fino a divenire evanescenza di sussurro.

Da un’esplorazione interiore prende vita una rievocazione personale che si traduce in teatro: attraverso lo pseudonimo di Letizia Servo (una sagace scelta di sinonimi) Patrizia Schiavo dà voce a tutte le parti di sé che la abitano, incluse le più oscure. 

Silvia Grassi, Patrizia Schiavo e Sarah Nicolucci

Non ascoltarle e non lasciarle esprimere avrebbe rischiato di formare dannosi blocchi. Fluisce invece un racconto che riesce ad abbattere il muro del silenzio, delle ipocrisie e del perbenismo di una società che vuole le donne solo a determinate condizioni.

Un risultato raggiunto anche grazie agli efficaci interventi a specchio delle due alter ego Silvia Grassi e Sarah Nicolucci che, al di fuori di ogni vittimismo o moralismo, si espongono senza censura oltre quel velatino di scena, che contribuisce a creare la magia di renderle improvvise visualizzazioni dei pensieri. Epifanie della mente di Patrizia Schiavo, alias Letizia Servo.

Perché la bellezza, non tanto quella della forma, richiede una particolare cura per essere tutelata. E l’intensità della vocazione all’autenticità della Schiavo ci porta alla suggestione di ripensare ad Annarella, la Benemerita Soubrette di Giovanni Lindo Ferretti dei CCCP.

Annarella Benemerita Soubrette CCCP Fedeli alla Linea – Prefazione di Marco Belpoliti
con fotografie inedite di Luigi Ghirri – Quodlibet Edizioni

Perché è proprio da un disagio che un’artista coglie l’urgenza della propria ricerca. E la Schiavo da sempre sceglie di fare un teatro “necessario”, propedeutico al raggiungimento di una consapevolezza e quindi di una metamorfosi.

Un teatro come luogo d’incontro, strumento di denuncia e impegno civile contro la violenza. Luogo che attualmente ha preso la forma del Teatrocittà: una realtà artistica di altissimo livello, coraggiosamente insediatasi in una difficile periferia della capitale: Torrespaccata.

Ecco allora che anche la platea diventa “uno spazio di periferia” che necessita di aprirsi e di sperimentare. E infatti con generoso acume la Servo, rompendo la quarta parete, cerca continuamente il contatto e lo scambio con il pubblico, che provoca e insieme ristora. La risposta non tarda ad arrivare. Ed è generosa, complice, creativa.

Patrizia Schiavo è Letizia Servo

E poi, nel corso della rievocazione del suo complesso e fertile percorso a tutela di un’autonomia come donna e come attrice, arriva il momento di svolta: l’incontro con il Maestro e padre spirituale Carmelo Bene.

Ed è qui che la Schiavo ci regala una splendida testimonianza di come l’eredità che più conta è il modo in cui quello che abbiamo ricevuto viene interiorizzato e trasformato. Non si tratta tanto di uno spalmarsi passivo sull’eredità consegnataci ma di un fare proprio ciò che si è “respirato”.

Patrizia Schiavo è Letizia Servo

Consapevoli che nel destino di erede è incluso anche quello di essere orfano, come anche l’etimologia greca della parola erede ci ricorda. Perché un erede non può limitarsi a ricevere ciò che gli è stato lasciato, ma deve, proprio come un orfano, compiere un movimento di riconquista della sua stessa eredità. Perché quello che conta è la trasmissione del desiderio da una generazione all’altra, come direbbe Massimo Recalcati.

E infatti la parola chiave di tutta la rievocazione della Schiavo – incentrata sul poter salvifico del raccontare – è “ancora”: la parola che meglio di ogni altra esprime l’essenza del desiderio, dell’entusiasmo, dello slancio vitale.

Patrizia Schiavo è Letizia Servo

Come anche il brano musicale che suggella lo spettacolo rivela con densa e malinconica potenza. Una malinconia che al di là dello stagnante rimpianto, si libera in una straordinaria forma di gratitudine: erede e orfana. E quindi creativa, viva. Ancora.

«Lasciami qui / lasciami stare / lasciami così / non dire / una parola / che non sia / d’amore / per me / per la mia vita / che è / tutto quello / che io ho / tutto quello / che io ho / e / non è ancora finita». 

Davvero uno spettacolo necessario.

Recensione dell’antologia NON A TE NUDO AMORE – 100 poesie d’amore scelte da Nicola Crocetti e Massimo Recalcati –

CROCETTI EDITORE

In quanti modi si può sperimentare l’amore?

In quanti modi si riesce a parlarne, introducendosi nel mistero dei misteri ?

Sotto quante coltri siamo disposti a scendere e a perderci, fino a scoprirci inermi di fronte all’Eros ? 

Tra le varie lingue, è quella poetica a riuscire ad avvicinarsi più temerariamente all’arroventamento amoroso. E così – proprio perché più disponibile a lasciarsene contagiare fino a perdere il governo di se stessa – può restituirci l’incandescenza di quel rosso ardere, che arriva a virare nel bianco della massima luminosità. 

Lo sosteneva Novalis e ne riconosce la maggiore efficacia rispetto alla lingua della scienza e a quella della stessa psicoanalisi Massimo Recalcati, psicoanalista tra i più noti in Italia.

Ecco allora che dal desiderio di esplorare le caleidoscopiche forme dell’amore nasce la raccolta di poesie Non a te nudo amore, che riunisce le testimonianze lasciateci dai poeti a noi più lontani nel tempo, fino ad arrivare a quelle dei poeti che con noi stanno condividendo il presente.

Selezionate dalla sinergica fine sensibilità di Nicola Crocetti, traduttore e riconosciuto “editore dei poeti”, e di Massimo Recalcati, celebre psicoanalista e saggista, queste poesie invitano – come solo la più nobile accoglienza sa fare – a mettersi in gioco. Ad aprirsi cioè verso uno sperimentare in purezza, superando quel senso di disorientamento suggerito dal titolo.

Perché “Non a te nudo amore”, primo verso della lirica “Io attesto” di Andrea Zanzotto, ci parla di uno sbandamento emotivo che prende la forma di uno scavalcamento. Di una mancata considerazione. Ma è proprio questo incipit negativo a sortire l’effetto di incentrare l’attenzione su ciò che viene sottratto.

Perché “quello della poesia – al pari di quello dell’amore – è un mondo di sbagli, di allucinazioni, di torpori, di rigiri a vuoto, in cui s’incontra di tutto …”.

E’ un mondo che coinvolge e che sconvolge: un mistero a cui si accede per negazione, per sottrazione di sponde: 

“Bisogna amarsi meno,

bisogna lasciare al tempo

l’ingorda gioia d’insegnare

che l’amore non è ricevere,

né dare,

ma lasciarsi prendere,

affondare”.

( Giovanni Testori )  

E’ un darsi come “esca amorosa”, ci confida il Petrarca

È un “non penso a te, ma sono per amore tuo” di Rilke

È qualcosa “che ci sviva, vi sviva tutti. Di più”, insiste la Gualtieri.

E forse non è un caso che questa condizione venga spesso associata ad un particolare elemento atmosferico: il vento. Che solletica, spazza, travolge, delocalizza. 

Ma solo questa vaghezza, solo questo mollare è la condizione che permette di accedere al “rito del due”. Quel rito che ha il potere di dare vita a un nuovo spazio, a un nuovo mondo: quello della Relazione. 

“Senza di te un albero

non sarebbe più un albero. 

Nulla senza di te

sarebbe quello che è”. 

( Giorgio Caproni )

Uno spazio dove l’individualità si scopre incline a cedere il passo ad un misterioso voler creare e condividere insieme un nuovo sguardo sul mondo. Uno sguardo unico: quello di me e di te. Uno sguardo che “sfiora” l’epidermide dell’eterno. E ne trema: “amo in te l’impossibile ma non la disperazione” (Nazim Hikmet). 

Per questo se poi un amore finisce assume la potenza di un trauma: perché non viene meno solo un legame emotivo, ma un’ontologia. Viene meno cioè quel mondo che poteva continuare ad esistere solo “insieme”, in due: quello fondato da me e da te.

“Riunito è tutto ciò che vedemmo,

a prender congedo da te e da me:

il mare, che scagliò notti alla nostra spiaggia,

la sabbia, che con noi l’attraversò di volo,

l’erica rugginosa lassù,

tra cui ci accadde il mondo”.

( Paul Celan )

Ma l’amore può anche non concludersi: può rinnovarsi. Può durare.

Quando ad esempio diventa preziosa consapevolezza di una quotidiana “intesa”, dice Peter Handke, che “il racconto” ha il potere di propagare in onde. Ma richiede “esercizio”, anno dopo anno: solo così può arrivare 

[…] “del tutto inatteso 

il brivido della durata

e ogni volta per gesti di poco conto 

nel chiudere con cautela la porta,

nello sbucciare con cura una mela,

nel varcare con attenzione la soglia,

nel chinarmi a raccogliere un filo”.

( Peter Handke )

Il mistero dell’amore si manifesta attraverso una nitida sensazione: che l’anima necessita di un corpo per essere rintracciata. Per produrre epifanie: un po’ quello che Hölderlin definiva il raggiungimento del “libero uso del proprio”:

La prima volta non fu quando ci spogliammo

ma qualche giorno prima,

mentre parlavi sotto un albero.

Sentivo zone lontane del mio corpo 

che tornavano a casa”.

( Franco Arminio )

Toccami,

il corpo solo in apparenza tace, 

se passi una mano sulla pelle

torna l’arancio della brace.

( Viola Vocich )

Ma che cosa siamo davvero noi per l’altro ? Siamo davvero ciò che noi pensiamo di essere per lui/ lei? Pungente è la sensazione di saperlo. Urgente l’esigenza di verificare, di indagare. Ma qualcosa sfugge. Sempre.

[…]  ciò che tu vedi non è 

ciò che io vedo e ciò che prendo

non è ciò che tu dai  […]

( Göran Tunström )

Ma forse è meglio così; meglio non soddisfare troppo la fame di certezze.

Solo così si arriva ad arrendersi al voler capire, disponibili a consegnarsi nudi al mistero dell’amore: ad occhi chiusi.


Recensione di Sonia Remoli

Recensione dello spettacolo FARA’ GIORNO – regia di Piero Maccarinelli

TEATRO PARIOLI, dal 31 Gennaio all’ 11 febbraio 2024 –

L’evocativa drammaturgia di Rosa A. Menduni e Roberto De Giorgi portata in scena dalla calda sensibilità di Piero Maccarinelli dà vita ad uno spettacolo ironico, allegro, mordace ma anche delicato, tenero, commovente, plasmato da una vitale tensione verso il rispetto della dignità umana.

Il regista Piero Maccarinelli

È il racconto di un improbabile e folgorante incontro tra tre diverse modalità di stare al mondo, apparentemente inconciliabili ma intimamente capaci di essere attraversate da una fertile accoglienza. Un incontro di quelli capaci di rompere l’abituale scorrere del tempo: quelli dove niente è più come prima.

Alberto Onofrietti (Manuel), Antonello Fassari (Renato) e Alvia Reale (Aurora)

E’ l’incontro tra un anziano padre (un lirico Antonello Fassari) che, precedentemente partigiano e poi disilluso dagli ideali del comunismo, oramai rimasto solo in casa continua a trovare ispirazione e conforto in un microcosmo di libri; sua figlia (una densa ed enigmatica Alvia Reale) che, sentitasi tradita dal suo stesso padre, prende ampie distanze prossemiche ed affettive dallo stesso; e un teppistello fanaticamente tatuato di ideali politici di destra (un tormentato e splendidamente tempestoso Alberto Onofrietti) alla guida della propria vita, senza essenziali istruzioni per l’uso e senza r-assicurazioni affettive.

Antonello Fassari e Alberto Onofrietti

Ma se è vero – come è vero – che “una vita è i suoi libri“, citando il titolo di uno splendido libro di Massimo Recalcati, l’anziano Renato ha maturato una speciale predisposizione ad avvertire possibili e fertili confronti emotivi con gli altri. Perché nel leggere ci si accorge che il libro ci legge. E c’insegna che lo stesso attraversamento può avviene anche dall’incontro con gli esseri umani. Anche da quelli che sembrano così diversi da noi.

Molto efficace la costruzione dello spazio scenico – curato da Paola Comencini – modulato per accogliere occasioni d’incontro con i libri.

“Impariamo qualcosa di chi siamo dal libro che leggiamo, perché noi stessi in fondo siamo un libro che attende di essere letto”. 

E Renato lo sa e non a caso oltre alla sua testimonianza sceglie di lasciare in eredità al tempestoso Manuel un libro che ha accompagnato la sua vita ma che sente di non poter riuscire a terminare : “Guerra e pace” di Lev Tolstoj. Perchè per realizzarci come persone occorre amare la vita in tutte le sue sfaccettature, nel bene e nel male, in guerra e in pace. E lo stesso vale nei confronti di chi incontriamo: amare sempre la diversità dell’altro, così speciale proprio perché così diversa.

Alberto Onofrietti e Antonello Fassari

Ed è per questo che nell’accogliente microcosmo di Renato, che ha generosamente fatto spazio all’esuberanza -seppur ancora acefala- di Manuel, il ritratto di Antonio Gramsci può alternarsi a quello di Francesco Totti. Una fertile duttilità d’animo che non passera inosservata allo sguardo della figlia Aurora che, tornata dal padre dal quale si era isolata per 30 anni, avvertirà come la presenza di Manuel sia stata preziosa per predisporre suo padre ad un nuovo punto di vista sulle possibili deviazioni politiche giovanili. Un padre che ha imparato “a tradurre” la lingua dell’attuale impazienza giovanile.

E allora “farà giorno”.

Alvia Reale e Alberto Onofrietti

E, seppur solo per un attimo, si scopriranno – proprio come ne “I tre moschettieri” di Alexandre Dumas, primo libro letto voracemente da Manuel – “tutti per uno, e uno per tutti !”. 

E allora al di là dei duelli di parole e di silenzi, resta e vince l’acuta tolleranza verso un’onesta carenza morale e una nobile guitteria, quando queste arrivano a fiorire in generoso altruismo.

Uno spettacolo importante e necessario.


Antonello Fassari, Alvia Reale, Alberto Onofrietti 

FARÀ GIORNO 

commedia in due atti di Rosa A. Menduni e Roberto De Giorgi

regia Piero Maccarinelli

scene Paola Comencini

musiche Antonio Di Pofi 

produzione Teatro Franco Parenti 


Recensione di Sonia Remoli

Recensione dello spettacolo L’INTERPRETAZIONE DEI SOGNI di Sigmund Freud – di e con Stefano Massini

TEATRO ARGENTINA, dal 5 al 21 Dicembre 2023

Conoscere se stessi è da sempre un’esigenza che tende a prendere le sembianze di un desiderio segreto: fatica ad esprimersi manifestamente, tanto è “proibito” il contenuto del desiderare. 

Acutamente allora Stefano Massini, che con questo spettacolo sceglie di mettere in scena le dinamiche oniriche della nostra psiche, fa aprire la rappresentazione proprio a lui: il Desiderio.

Eccolo: sbuca da un lato del palco/psiche e attraversa con passo sinuoso il proscenio, per poi appostarsi in un altro lato. E’ un’affascinante donna. Veste un abito dalle nuove linee fluide proprie dello stile Liberty. Ed è  tinto di mistero e di passione (i costumi e le maschere sono curati da Elena Bianchini).

Ci irretisce: ci porta dalla sua parte, ci seduce.  Complice la sua voce insinuosa, solleticante, pungente e ossessiva: quella che ci sta traducendo il suo violino (Rachele Innocenti sulle note di Enrico Fink). E che risuonerà ancora, serpeggiando, lungo la messinscena.

Tutto si mescola, tutto si trasforma, all’interno delle nostre emozioni, delle nostre pulsioni, della nostra memoria: oltre ad avvertirlo, lo vediamo rappresentato sulla scena. Il caos che abita i sogni è visualizzato anche da una proiezione tridimensionale sul fondale: fondo del nostro sguardo interiore (le scene, curate da Marco Rossi, riproducono opere pittoriche di Walter Sardonini).

Uno sguardo spesso in bilico tra la nostra tentazione a tarparlo e quella a guardare, solleticati proprio dalla sua enigmaticità. Qui visualizzata da fiotti di fumo intrisi di ambigui richiami, musicati dal trombone e dalle tastiere di Saverio Zacchei e dalle chitarre di Damiano Terzoni . Sempre sulle note di Enrico Fink.

ph Filippo Manzini

“C’è qualcosa di terribile e al tempo stesso splendido nell’attimo in cui decidiamo di guardarci dentro”: con queste parole  Stefano Massini commenta l’entrata in scena del Desiderio e le sensazioni da esso provocate.

Quando riusciamo ad avvicinarci alla “geografia” più autentica di noi stessi, così tumultuosa e disordinata, così accattivante e lacerante, qualcosa ci tenta però ad allontanarcene. Un dubbio ci attanaglia: “ma poi gli altri cosa diranno di me?”.

E così, troppo spesso, si torna ad indossare la nostra rassicurante (ma insoddisfacente) maschera sociale. Lo dice il “progresso”: se lo si segue, si è inseriti, accettati, protetti. Ma nonostante la nostra tensione a uniformarci, poi però pretendiamo costantemente l’attenzione degli altri.

ph Filippo Manzini

Urla quindi, e i morsi si fanno sentire,  la fame a dare nutrimento alle parti più  vere di noi: un ascolto che “noi” possiamo darci. Accettando l’invito del desiderio e quindi appassionandoci in una ricerca nelle buie profondità  di noi stessi. Perché – come la drammaturgia delle luci di Alfredo Piras sa sottolineare – solo dal buio può nascere e liberarsi l’emozione.

Quest’ invito rivoluzionario di Freud, viene raccolto da Massini che sceglie di farci dono - proprio attraverso il potere immaginifico e catartico della parola e del gesto attoriale – della consapevolezza di come la messinscena del sogno celi una messinscena sociale.

A testimoniare come la psicologia sia strettamente connessa alla socialità – e quindi come lo psicoanalista guardando nell’interiorità dei pazienti abbia restituito indietro anche il sentore dei mutamenti  sociali – è l’esigenza che si è  sentita, proprio a fine Ottocento, di coniare il termine “onirico”: l’irreale del surrealismo, della libera associazione, della visione ermetica che suggestiona e richiede interpretazione.

ph Filippo Manzini

Recentemente l’attenzione al ruolo “antropologico” dello psicoanalista è stata riaccesa anche dal testo di Massimo RecalcatiA pugni chiusi. Psicoanalisi del mondo contemporaneo“. Se quindi il ruolo dello psicoanalista non è confinato solo tra le pareti intime di una stanza e può e deve scendere in strada, anche il Teatro può farsi portavoce di questa missione sociale.

Vincente risulta la scelta di Stefano Massini di far incontrare il teatro di narrazione sul confine con la restituzione attoriale, mandando in scena le dinamiche oniriche della psiche umana attraverso il processo di osservazione interno ed esterno del neurologo e psicoanalista Sigmund Freud.

ph Filippo Manzini

Lo spettatore è coinvolto in un’immersione “a tutto tondo” nella quale accetta di viaggiare fuori e dentro di sé. Con disponibilità, senza necessariamente inquadrare nei principi della logica cosa stia avvenendo. È un incantesimo dove la parola, l’immagine e la musica sono le muse che ci guidano in questa avventura multiforme e multisensoriale. E finalmente riconosciamo attenzione a tutto ciò che ci rende unici. Irripetibili.

Ecco allora che Stefano Massini, a coronamento di un processo osmotico di attenzione tra interno ed esterno, a fine spettacolo sente l’esigenza di ringraziare – evocandoli con il loro nome e il loro cognome – tutti coloro che, parti necessarie di un tutto, hanno contribuito a dare forma a questo stupefacente viaggio.

Sulla Scena della Vita.

ph Marco Borrelli


Recensione di Sonia Remoli

Recensione dello spettacolo GIUSTO di e con Rosario Lisma

TEATRO BASILICA, dal 14 al 17 Dicembre 2023 –

Che differenza c’è tra chi si isola – prendendo le distanze da tutto e da tutti – e chi invece è disposto a qualsiasi cosa pur di entrare a fare parte di un gruppo?

Nessuna: sono due posture esistenziali che esprimono, in maniera diversa, quanto sia difficile entrare in un’autentica relazione con l’Altro.

Dipinti di Gregorio Giannota (da Tapulin)

Un po’ come le balene osservate con metafisica ironia da Gregorio Giannotta: visualizzazioni di un mondo di contraddizioni e di compresenze non dirigibili, non prevedibili.

Qui, le opere di Giannotta dedicate specificamente alla narrazione di Lisma s’intrecciano ad essa quale drammaturgia iconografica. Sono contraddizioni sociali che ora si mescolano a improbabili personaggi, caricaturalmente avvolti in ruoli ed etichette.

Rosario Lisma (Giusto) e Gigliola (detta la Balena) - illustrazione di Gregorio Giannotta

E pensare che l’Altro è la nostra “condizione” esistenziale. Nessuno di noi può “farsi da solo”: per parlare di noi stessi, per definirci, necessariamente dobbiamo parlare degli altri.

Come fa Giusto, il protagonista principale del monologo  polifonico di Rosario Lisma: per raccontarci tutte le sue disavventure esistenziali, insomma per parlare di sé, non può prescindere dal parlarci della sua famiglia, dei suoi colleghi di lavoro, dei suoi coinquilini, dei suoi desideri segreti.

Anche il suo stesso nome, come quello di ognuno di noi, è un nome scelto da altri: i genitori. Che lo caricano di un destino fantasmatico fatto delle “loro” aspettative. Di più: qui il nome “Giusto” è un errore di comprensione – e quindi di traduzione – dell’impiegato dell’anagrafe. 

E quindi: chi è davvero Giusto? Chi siamo noi al di là  dei desideri con cui i nostri genitori ci hanno messo al mondo? Qual è la nostra libertà ? Quanto può essere affascinante scoprirlo?

E’ così affascinante da portarci ad avere la consapevolezza di dire ” non lo so”: non so chi voglio essere. Laddove infatti “avere le idee chiare” sembra essere l’unico lasciapassare capace di traghettarci verso l’avere successo nella vita, tutti in verità – come accade anche a Giusto – ad un certo punto della nostra vita scopriamo che non siamo  più così sicuri di cosa vogliamo essere. Di cosa significhi davvero “essere realizzati”. Di cosa significhi essere “giusti”. Di come questo “disegno” cambi nel tempo i suoi profili.

Nel momento in cui facciamo esperienza di lasciarci andare per entrare in relazione con qualcuno e permettiamo ai nostri confini di essere porosi e non impermeabili, allora scopriamo che è  proprio l’Altro a rivelarsi decisamente prezioso per aiutarci a conoscere noi stessi.

Deve però crearsi un incontro “erotico”, come direbbe Massimo Recalcati: non una sottomissione. Bensì un venire a contatto con qualcuno che riesca a “tradurci” qualcosa di estremamente autentico di noi che fino a quel momento ci risultava incomprensibile, come una lingua straniera.

Giusto è, come spesso accade, così poco incline a rendere meno impermeabili i propri confini – così da poter riuscire ad integrarsi, con sana curiosità, nel mondo degli altri – da aver bisogno di una spinta “chimica”. Ma solo inizialmente: poi, avendo scoperto che i propri confini oltre che separarci dagli altri possono essere un luogo dove potersi incontrare, resterà piacevolmente affascinato dal dubbio di non sapere più chi veramente lui sia. E poter così, finalmente, iniziare a desiderare desiderare.

Rosario Lisma ha la capacità rara di scrivere e poi interpretare con fresca eleganza poetica.

Con provocante tenerezza ci parla di noi e di come può essere attraente vivere insieme agli altri, nonostante tutte le nostre fragilità e le nostre paure, vestite da altere sicurezze.

Un solletico il suo che oltre ad essere un invito alla socialità è anche un invito politico.

E questo deve e può fare con successo il Teatro. Come quello di Rosario Lisma.


Recensione di Sonia Remoli

Recensione dello spettacolo IL MISANTROPO di Molière – regia di Andrée Ruth Shammah –

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Per la mirabile interpretazione del personaggio di Alceste, Luca Micheletti ha ricevuto il Premio Franco Enriquez 2024per un Teatro, un’ Arte, una Letteratura e una Comunicazione di impegno sociale e civile – (cat. Teatro Classico e Contemporaneo Sez. Miglior attore protagonista).

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TEATRO FRANCO PARENTI, dall’8 Novembre al 3 Dicembre 2023 – Milano –

Cosa ci rende uomini?

Il rigore, che ci assicura “specchiata lealtà”

o il perdono, che nel “mutuo rispetto” tutela la nostra unicità ?

Il progetto di traduzione registica e filologica che ha portato a questa messa in scena è di portentosa bellezza. Tanta meraviglia nasce da un lavoro a sei mani tra Andrée Ruth Shammah, Luca Micheletti e Valerio Magrelli: un lavoro incentrato sull’elogio semantico della parola e della sua musicalità. 

Andrée Ruth Shammah

Dal desiderio della Shammah – che da decenni si nutre della passione per Molière – di rendere ancor più consapevole lo spettatore della travolgente modernità di questo testo, nasce l’idea di alleggerirlo puntando dritto alla resa della sua essenza. Ecco allora che con accorta intelligenza la Shammah affida la traduzione de “Il misantropo” allo sguardo poetico del fine francesista Valerio Magrelli che – centrando l’obiettivo – ritraduce il testo portandolo in settenari incrociati. 

Valerio Magrelli

Allo spettatore che si siede in sala, seppur ignaro di questo complesso progetto, arriva immediatamente la seducente delicata freschezza dell’ascolto. Ed è un incanto di spontaneità. 

Spontaneità che è la cifra del Teatro che tanto ama la Shammah: quello del rituale delle prove. Del qui ed ora si sta svolgendo una prova: qui si sta mettendo in scena il teatro stesso. Quella magica e sacra tensione di ricerca propria del continuo sperimentare, del continuo mettere “alla prova”. 

Ed è con questa tensione che si apre lo spettacolo: con i rituali di controllo che sia tutto in ordine sulla scena e con gli attori che entrano e stanno sul palco con quella tensione di fertile attesa di quando sono dietro le quinte. Un’atmosfera magica: pura e insieme disponibile a contaminarsi di tutto, che ricorda tanto quella che abita la nostra psiche, il nostro inconscio.

Lo stesso spazio scenico – le cui scene sono state costruite presso il laboratorio del Teatro Franco Parenti e curate da Margherita Palli – rimanda a un condominio psichico dove interessi e scopi differenti cercano di accordarsi, sovente scontrandosi, per coabitare.

Tra gli inquilini del mondo interiore vi è anche una spinta ideale, una tensione ad essere secondo un modello virtuoso, positivo, realizzato (che Freud ha chiamato Super-io) nella quale si è depositata una grammatica delle nostre aspirazioni: ciò che abbiamo imparato a considerare etico, migliore, auspicabile. Un imperativo che ci indirizza ad essere leali, generosi, affermati, competenti, perfetti, coerenti. 

Tensione che è un po’ la spinta iper protettiva che domina Alceste e che lo porta a non riuscire ad entrare in una vera relazione di reciproco scambio con gli altri, con la società nella quale è immerso.

Luca Micheletti è Alceste il misantropo

Riflesso di questo macrocosmo sociale, il microcosmo dei personaggi in scena. La specificità che contraddistingue ciascuno di loro allude alle varie spinte della psiche di Alceste, con le quali lui non riesce ad entrare in relazione. La sua ferrea integrità ha il sapore di un’epurazione: un’ossessione a separare, a purificare, a lavare ogni macchia, ogni colore che può sporcare la sua visione utopisticamente pura dell’essere umano. 

L’estro della regista riesce a veicolare questo messaggio nell’orecchio e nell’occhio dello spettatore: ciascun personaggio ha infatti una sua cromaticità vocale ben riconoscibile. Anche rinunciando al conforto dell’immagine. La sublime succulenza dei colori degli abiti (seconda pelle) degli altri personaggi, non c’è in lui, che veste in nero. E dall’umor nero è pervaso. Un colore (e un habitus) ‘introverso’, che non riesce a riflettere luce: quella che sgorga dalle nostre ombre interiori. Tutti i magnifici costumi sono curati da Giovanna Buzzi e realizzati da LowCostume in collaborazione con la sartoria del Teatro Franco Parenti, diretta da Simona Dondoni.

Luca Micheletti (Alceste) e Marina Occhionero (Célimène)

Il microcosmo di Alceste – come un urlo muto – parla del suo immenso e irrinunciabile bisogno ad essere riconosciuto nell’unicità della propria identità. Bisogno non lontano dal vissuto personale in cui si trova a scrivere l’autore, del quale la regista – con delicata sensibilità – tiene attenta considerazione. E che si può rinvenire, ad esempio, in certe reazioni di tenera e disperata collera dal sapore infantile, che Alceste rivela in alcune occasioni.

E che forse possono leggersi anche nel suo ritrovarsi, alla nascita del fratello minore, privato del nome proprio. Tanto che a 22 anni rinuncia al nome di Jean, al quale solo successivamente i suoi aggiunsero quello di Baptiste per differenziarlo dal secondogenito Jean. Sceglie allora Molière, in omaggio ad un suo amato scrittore.

Ma nessuno di noi, come ci ricorda il noto psicoanalista e saggista Massimo Recalcati, può darsi un nome da sé. Non funziona. Il nostro essere al mondo è inscindibilmente legato agli altri: sono gli altri a sceglierlo per noi. Noi però possiamo fare qualcosa di autenticamente nostro di quello che ci hanno dato gli altri. Questo è lo spazio in cui può muoversi la nostra libertà. E questo è il dissidio dell’autore che trova riflessi nel microcosmo di Alceste, che sua volta traspone nel macrocosmo sociale in cui è immerso ma dal quale prende risolutamente le distanze. La sua prossemica è eloquentissima. E tremenda.

Ma come è irresistibile, invece, la vicinanza che comanda il sentimento amoroso ! Soprattutto se ci si innamora della donna più irresistibilmente ribelle alle manipolazioni. Che ha un modo tutto “suo” di riconoscergli quell’unicità che lui tanto reclama. Un’unicità che non esclude la relazione vitalizzante con il tutto. Una corte (quella per lui) che non esclude l’appartenenza ad una corte sociale. Un’innocenza, che non esclude l’indecenza.

Mentre lui per la sua bella non si farebbe tentare nemmeno dall’avere in cambio Parigi. Ma quanti sottotesti si celano dentro dentro “la speranza” ! E quanto queste contraddizioni ci sono vicine anche oggi ! Quanto ci fa bene riportarle in scena, assecondate e contrastate dalla sinergia del contrappunto della drammaturgia musicale ( di Michele Tadini) e della drammaturgia delle luci ( di Fabrizio Ballini) ! 

Di grande bellezza l’uso delle tende che, come disponibili quinte – anche della nostra interiorità – creano magnifici primi piani o suggestivi campi lunghi. 

Andrea Soffiantini (Basco), Marina Occhionero, Luca Micheletti, Matteo Delespaul (Secondo servitore)

Ma di sublime poesia è l’attenzione alle aree più misteriose: quelle dove si muovono soprattutto i due servitori (Andrea Soffiantini e Matteo Delespaul) . Lì la luce delle ombre, regalata dai candelieri, disegna interni dalla raffinata malinconia, propria dei pittori della scuola danese. Rapisce la naturalezza dell’eleganza coreografica dei due servitori (la cura del movimento è di Isa Traversi), dove nel più anziano (il Basco di Andrea Soffiantini) viene spontaneo ritrovare echi del First cechoviano .

Di lacerante intensità la prova attoriale dell’Alceste di Luca Micheletti. Il nero di cui si ammanta sa raggiungere le tonalità più assolute del vantablack, lasciando trapelare la tenerezza trasparente dell’ossidiana.

Angelo di Genio (Philinte), Luca Micheletti (Alceste) e Corrado D’Elia (Oronte)

Persuasivo il Philinte di Angelo Di Genio sulle dinamiche che possono generarsi all’interno di un rapporto di amicizia che, seppur fondato sulla fiducia e sulla nitidezza intellettiva – cromaticamente espressa e riflessa dal colore grigio – sa accogliere l’opportunità di un sano tradimento. 

Interessanti i contrasti – che non escludono consonanze – sviluppati tra i rivali in amore. In primis, il carismatico Oronte di Corrado D’Elia, colmo dell’intensa energia del viola melanzana. Ma anche lo styloso Clitandro di Filippo Lai, dal crine platinato e dallo charme che si sprigiona proprio da quell’esotico “punto di rosa”. Senza dimenticare il sofisticato Lacasta di Vito Vicino : fasciato dall’eleganza dell’ambiguo ottanio.

Luca Micheletti, Filippo Lai (Clitandro) Matteo Delespaul, Vito Vicino (Lacasta), Angelo Di Genio

Illuminanti i contrasti e i cedimenti amorosi propagati dall’universo femminile, declinato nelle sue innumerevoli sfumature. La Célimène di Marina Occhionero è resa tutta nella sua miscela di volubilità e di pragmatismo. Splendidamente quindi si bea del mix esplosivo racchiuso nel verde di Scheele, che così bene la rappresenta.

Emilia Scarpati Fanetti (Orsina), Vito Vicino, Marina Occhionero (Célimène), Filippo Lai, Maria Luisa Zaltron (Eliana)

Un’avvolgente connubio di saggia pacatezza con note di euforia connota l’ Eliana di Maria Luisa Zaltron. Una lucente acquamarina che sa che amare qualcuno significa accogliere anche i suoi difetti e quindi saper perdonare.

S’ammanta di giallo orpimento l’Orsina di Emilia Scarpati Fanetti che come il colore che la rappresenta sa rendere la luce affidabile dell’oro, scevra dalla sua nobiltà.

Completano l’efficacia del cast, il Du Bois di Pietro De Pascalis: una presenza enigmatica che fin dall’inizio teniamo a mente per il suo ambiguo far capolino dalla porta finestra di scena, unica apertura verso l’esterno del condominio psichico di Alceste. E un accurato Francesco Maisetti nel ruolo della Guardia.

Una traduzione registica – quella di Andrée Ruth Shammah – appassionatamente incuriosita da tutte le manifestazioni dell’animo umano e quindi scevra da giudizi.

Perché questo è il Teatro.


Per la mirabile interpretazione del personaggio di Alceste, Luca Micheletti il 30 Agosto ha ricevuto a Sirolo il Premio Franco Enriquez 2024per un Teatro, un’Arte, una Letteratura e una Comunicazione di impegno sociale e civile – come Migliore Attore protagonista de “Il misantropo” di Molière per la regia di Andrée Ruth Shammah, con la seguente menzione di merito:

Rompere con il mondo è il desiderio di Alceste, protagonista di questo “Misantropo” di Molière che rivendica un ideale d’onestà e purezza di cuore; interpretato in modo magnifico e convincente da Luca Micheletti, che duetta con gli altri personaggi della commedia in una specie di partitura polifonica dalla quale emerge e giganteggia la sua granitica padronanza del mezzo espressivo e la sua capacità di danzare dentro il verso. Diretto magistralmente da Andrée Ruth Shammah, che ne firma una regia moderna e attuale, riconsegnandoci la modernità di questo grande classico che rispecchia il mondo di oggi, con i suoi compromessi e le sue contraddizioni“.


Recensione di Sonia Remoli

Recensione del docufilm SCARROZZANTI E SPIRITELLI – 50 anni di vita del Franco Parenti – regia di Michele Mally –

FESTA DEL CINEMA DI ROMA 2023, Auditorium Parco della Musica – 23 Ottobre 2023 –

Poesia di luce e di speranza, 50 lunghe candele fanno ardere di fulgente intima magia le emozioni e i ricordi dei primi 50 anni di vita di quel “santuario della parola” che è stato, è, e sarà il Teatro Franco Parenti.

“Davar” in ebraico significa, infatti, “parola”. Ma anche “avvenimento”. Parlare quindi vuol dire anche far accadere le cose. Sacro è il fuoco della parola, che crea la vita umana. Divino è il legame che istituisce tra il visibile e l’invisibile. 

Andrée Ruth Shammah al Teatro Franco Parenti

Ecco allora che l’incandescente ed eclettica Andrée Ruth Shammah decide di riplasmare lo spazio teatrale, predisponendo una scenografia potentemente essenziale. Capace, cioè, di ospitare un grande fuoco attorno al quale invitare a riunirsi, in magico cerchio, tutti i più cari amici del Franco Parenti – i testoriani “scarrozzanti” – testimoni ed eredi della filosofia di questa “Casa del teatro”.

Una scena del docufilm “Scarrozzanti e spiritelli” presso il Teatro Franco Parenti

Tanti gli amici registi e attori, con un ruolo-chiave per la storia di vita del Parenti, che hanno condiviso anche nel docufilm la loro testimonianza sul rapporto con questa realtà: Mario Martone ne sottolinea il legame imprescindibile con Milano; Marco Giorgetti il fatto di essere un teatro-mondo che soddisfa ogni esigenza culturale e di vita; Anna Galliena ne ricorda la genesi come “di una storia che non sembrava e che invece poi è stata”; Roberto Andò evidenzia che quello che si sente al Parenti è un’idea di teatro che è un autoritratto della Shammah. Solo per citare alcune delle testimonianze colme d’emozione che si sono susseguite. E poi la dichiarazione-incoronazione di Filippo Timi: “La vera fortuna, e non possiamo far finta che non lo sia, di questo teatro sei tu, che sei il presente. E’ fondamentale Andrée perchè “x” che tende all’infinito ha bisogno di un punto e Andrée sei tu. Chiamalo il cuore, chiamalo The Mother, chiamalo luce”.

In sala ieri sera, oltre a molti di loro, la prestigiosa presenza umana e professionale di Adriana Asti, testimone del profondo sentire che la lega al Parenti e alla Shammah.

Ma il docufilm – la cui regia è affidata alla densa sensibilità di Michele Mally – tiene memoria anche di coloro che solertemente lavorano e hanno lavorato dietro le quinte, ovvero gli artigiani del Teatro. Nominati uno ad uno: perché è dando un nome che si riconosce un’identità. Perché anche loro sono “il fuoco del teatro” – come ha ricordato con sincera commozione Raphael Tobia Vogel.

Scena di un contributo video di Adriana Asti ne “La Maria Brasca”

E per quelli che non ci sono più – in primis Franco Parenti, Giovanni Testori, Dante Isella ma anche e soprattutto Eduardo De Filippo, quelli che la Shammah chiama gli “spiritelli” e che sono stati “pericolosi perché hanno vissuto i loro sogni ad occhi aperti con il proposito di attuarli” – la loro assenza sarà presente attraverso il fulvido fuoco del ricordo di questa splendida comunità. Fuoco e quindi medium tra il nostro e il loro mondo. 

Franco Parenti e Andrée Ruth Shammah

Come nel 1973, è stata la serata del 16 gennaio 2023 quella in cui si è rievocato l’inizio dell’attività dell’allora Salone Pier Lombardo. Quando cioè andò in scena la prima regia di Andrée Ruth Shammah: “L’ Ambleto” di Giovanni Testori, primo capitolo della “Trilogia degli Scarrozzanti”. E proprio nell’incontro del 16 gennaio scorso, intitolato “In compagnia della loro assenza”, si è consumato questo solenne e “primitivo” rito collettivo: per celebrare il Teatro. Prima ancora che il Franco Parenti. 

Andrée Ruth Shammah in una scena del docufilm “Scarrozzanti e spiritelli”

Da sempre l’uomo affida al rito i momenti di passaggio – così ricchi di pericolosa opportunità – della sua esistenza personale, nonché della collettività di cui fa parte. E cerca in esso la garanzia del mantenimento della propria identità e di quella della comunità di appartenenza.

Quello infatti che l’arguta direttrice artistica ha scelto di mandare in scena per il magico attraversamento del 50esimo anno di vita della sua realtà esistenziale, prima ancora che professionale, è un sacro “atto di scelta”, di ancora viva testimonianza e aderenza ad uno stile di vita e di lavoro.

Una scena del docufilm “Scarrozzanti e spiritelli”

Ad aprire la preghiera-rituale comune, la Shammah ha investito il caro amico Massimo Recalcati – rinomato psicoanalista e saggista ma anche appassionato amante del teatro – che ha gettato luce, con la solenne grazia della sua parola, sulla deriva dalla quale è bene liberare l’atteggiamento della “nostalgia”. Lei che ci avvolge così prepotentemente nel momento in cui avvengono degli eventi che segnano un forte cambiamento di rotta al nostro navigare nel mare della vita. Ma la sacra esigenza del ricordare, propria dei momenti di rievocazione di un ameno passato, lungi dal favorire atmosfere di mero rimpianto che portano ad una sterile stagnazione o ad una paralisi evolutiva, può e deve prendere la forma di una profondissima gratitudine. Perché chi non c’è più è presente proprio grazie alla sua assenza. Nostro compito è allora quello di “portarli con noi”, nel presente e nel futuro. Perché è questo ciò che davvero in maniera più autentica essi desiderano. E dei loro insistenti desideri sono ancora intrisi gli stessi muri del Teatro. Perché così fanno i desideri, quelli autentici.

Franco Parenti è “L’Ambleto” di Giovanni Testori

Ecco allora anche la scelta di continuare ad assegnare l’incipit del docufilm alla voce-presenza dell’ ambletico Franco Parenti. Così come la chiusura del docufilm: perché ogni fine contiene in sé un nuovo inizio, un nuovo incipit.

Perché l’importanza dei “maestri” – coloro cioè che “hanno portato con sé un po’ di mondo da difendere” – chiede di essere ricordata. Ma soprattutto “presa”: colta e fatta propria. Nel presente. In un ciclo vitale, capace di continuare a far emergere fresca linfa, all’interno di un naturale e prezioso passaggio di consegne.

Perché così “il teatro existerà contra de tutto e de tutti, enzino alla finis de la finis” .

Raphael Tobia Vogel in una scena del docufilm “Scarrozzanti e spiritelli”


Scarrozzanti e spiritelli

50 anni di vita del Teatro Franco Parenti

ideazione e direzione artistica Andrée Ruth Shammah

regia Michele Mally

sceneggiatura di Didi Gnocchi e Paola Jacobbi

con i contributi video di Raphael Tobia Vogel

una produzione 3D Produzioni

in collaborazione con Teatro Franco Parenti e Rai Cinema

con il sostegno di MIC – Direzione Generale Cinema e Audiovisivo



CALENDARIO DELLE PROIEZIONI

Lunedì 6 Novembre 2023 – ore 20:00 : Sala Excelsior – Anteo Palazzo del Cinema Milano

Lunedì 27 Novembre 2023 – ore 19:00: Cinema Modernissimo – Cineteca di Bologna


Recensione di Sonia Remoli

 

Recensione dello spettacolo LE MEMORIE DI IVAN KARAMAZOV – regia di Luca Micheletti

TEATRO VASCELLO, dal 10 al 22 Ottobre 2023 –

“La vera vita degli uomini e delle cose comincia soltanto dopo la loro scomparsa” (Nathalie Sarraute).

La vita di Ivan Karamazov, ancora ferma al giorno del processo per parricidio, è quella di un personaggio pirandellianamente in cerca di un autore che gli possa regalare un finale.

Ad Umberto Orsini, suo interprete dal lontano 1969, arriva pungente l’urgenza di questa esigenza. E quello allestito, con sublime poesia, sul palco del Teatro Vascello è il luogo della mente del “personaggio” Ivan, che indugia e insiste nella mente della “persona” e ora anche “autore” Umberto Orsini. Autore assieme a Luca Micheletti.

Ma cosa significa regalare un finale ? Significa regalare, o meglio “restituire”, un’identità. L’identità, infatti, è un dono che ci possono dare solo gli altri. Perché nessuno di noi “si può fare” da solo. Drammaturgicamente ed esistenzialmente. I primi a farcene dono sono i genitori, per un periodo della nostra vita anche autori della stessa.

Ma poi entrano in scena tutte quelle persone il cui “incontro” è risultato essere stato per ciascuno di noi una folgorazione. Il cui incontro – direbbe Massimo Recalcati – ha interrotto l’abituale scorrere del tempo. Come è avvenuto tra Umberto Orsini e Ivan Karamazov.

Era il 1969 quando sulla rete nazionale della Rai andava in onda lo sceneggiato televisivo di Sandro Bolchi “I fratelli Karamazov” e un giovanissimo Umberto Orsini ne interpretava l’Ivan. Ma, a seguito di questo incontro, nulla è più come prima. E negli anni a seguire Orsini non smette di sentirselo intimamente connaturato alla propria essenza. E alla propria esistenza. Tenendolo insieme a sé con lo sguardo. E con il respiro.

Umberto Orsini è Ivan nello sceneggiato televisivo di Bolchi del 1969

Ma se l’incontro ha la cifra della folgorazione, l’identità è un processo che richiede tempo. Solo ora infatti Orsini sente che è arrivato il momento: sente di averne la giusta consapevolezza. Perché Orsini, così come Ivan, è un uomo che ha sempre tollerato di “essere disturbato” dalla polifonia di voci della sua coscienza e dalle relative contraddizioni che la abitano. Uomini, loro, che resistono alla tentazione di mettere a tacere gli elementi di disturbo della psiche (come accade ai più). Ma che anzi li accolgono. E danno loro la parola.

Uomini loro, che temono, ma di più amano la vastità del mare della vita. E nonostante tutto navigano, cercano, esplorano. Si perdono. E sognano un ritorno. Un “nostos“. 

Il regista e co-autore Luca Micheletti

Ecco allora che dalla lirica regia di Luca Micheletti, quasi come a cavallo di una slitta, i percorsi della memoria di Ivan scivolano giù, seppur spazzati insistentemente dal vento. E tornano. Tornano a riaffrontare il caos che avvolge “i resti archeologici” di un luogo fisico e mentale. Labirintico. Costruito per cerchi concentrici. Avvolto nel buio. Una scena ( curata con sublime poesia da Giacomo Andrico, dove il suono è affidato a Alessandro Saviozzi e le luci a Carlo Pediani) capolavoro del suo dramma.

E un po’ come un quadro di Mark Rothko, catalizza lo spettatore ad una contemplazione più intima e raccolta, permettendo un viaggio ipnotico che apre una finestra sull’incomprensibilità dell’io più profondo. Sul suo dramma interiore. Una rappresentazione concreta della tragedia esistenziale del personaggio ma anche dell’interprete-autore.

Umberto Orsini

Un personaggio che denuncia in sommo grado l’assenza di una figura paterna che sappia stabilire confini, fissare leggi. L’assenza di un dio che limiti il più gravoso peso dell’umano vivere: la libertà. Perché la principale pulsione umana è quella alla sopraffazione. E l’amore si può solo imparare.

Dell’interprete Orsini folgora la freschezza del disperato ardore. L’elasticità nervosa dei muscoli. Il guizzo dalle mille sfumature degli occhi e della voce. Il respiro. Le mani. Lui, insieme dio e demone.

E così, immaginando un nuovo processo e con una diversa spiegazione dei fatti, quasi come al termine della elaborazione di un lutto – che qui rischiava di diventare permanente, cronico – Orsini riesce a sublimare quell’oscura mancanza melanconica che avvolgeva l’esistenza di Ivan Karamazov. Riesce cioè “a far iniziare la vera vita di Ivan”, come direbbe Nathalie Sarraute. E così ora quell’ ” inverno del nostro scontento è reso fulvida estate”. Da Umberto Orsini. Assieme a Luca Micheletti.

Umberto Orsini e Luca Micheletti

Recensione della proiezione del film ROBERTO HERLITZKA LEGGE DANTE – regia teatrale Antonio Calenda, regia video Mauro Conciatori –

TEATROBASILICA, 2 Ottobre 2023 –

Dice di non saper ringraziare bene, di non “sentire” le luci, di faticare a starci, di rimanere decisamente in imbarazzo. Ancora oggi. Eppure da bambino furono proprio i ringraziamenti di un gruppo di attori sotto le luci della ribalta a folgorarlo al desiderio di teatro.  

Ma ieri sera all’evento a lui dedicato e scelto per aprire la nuova stagione al Teatrobasilica – di cui è “il nume tutelare” – dopo l’appassionante e appassionata dedica del suo ormai inseparabile compagno di viaggio – un po’ il suo Virgilio – ovvero il regista Antonio Calenda, Roberto Herlitzka, come in un’epifania si è manifestato. Seduto tra il pubblico, seguito da un sagomatore, ha salutato e ringraziato. E la sua grazia schiva si è sprigionata rivelandosi in tutta la sua densità. 

Il regista Antonio Calenda

Formatosi come “persona” e come “personaggio” alla scuola di Orazio Costa, Roberto Herlitzka è un autentico amante dello sperimentalismo: quello che alle spalle ha però una vera e propria formazione classica. Perché solo così si può affrontare la novità in modo consapevole.

E in quell’aura trascendentale eppur così caratteristica di uno spazio off qual è quella del Teatrobasilica in San Giovanni in Laterano in Roma – sospeso com’è tra sacro e profano – Herlitzka risplende di totale integrazione. E dà prova ancora di voler continuare a “lanciarsi sul palco come chi viene scaraventato in mare senza saper nuotare”. Con “fresco entusiasmo”. E con autentica spontaneità: quella che è sempre frutto di un lavoro, individuale ed intellettuale, solo alla conclusione del quale si può davvero impersonare quel determinato ruolo con naturalezza cosciente.

Il film “Roberto Herlitzka legge Dante “, che si origina dalla fertile sinergia tra la regia teatrale di Antonio Calenda e la regia video di Mauro Conciatori, è arricchito dalle foto di Tommaso Le Pera.

Di Herlitzka non può non colpire la qualità dell’avvicinamento al testo della Divina Commedia: lo stile inconfondibile con cui lo fa e che è la cifra inimitabile del rapporto tra il suo modo di stare al mondo e il suo desiderio di sapere, di continuare ad apprendere. Ancora. E lascia una traccia. Preziosissima, di cui noi possiamo essere, a vari livelli, eredi e insieme rielaboratori. Perché da certe letture e da certe interpretazioni siamo anche letti, come sostiene Massimo Recalcati: come singolarità ma anche coralmente. E allora quello con Roberto Herlitzka che legge la Divina Commedia di Dante – dal vivo o attraverso la visione del film – diventa un incontro che ha la cifra dell’unicità: di quelli che mettono una cesura tra la vita che era e quella che è e sarà. Di quelli che non si dimenticano. 

Roberto Herlitzka

Come anche il regista Calenda ha con sincera commozione sottolineato, ricordando il suo personale incontro con Herlitzka risalente al 1971: ai tempi in cui presentava la prima italiana de “Il balcone” di Jean Genet con  Franca Valeri e appunto Roberto Herlitzka. 

Perché – ha aggiunto appassionatamente Calenda – la ricchezza di Herlitzka è nella “parola”, che in lui si fa verbo, logos: da cui riesce a “far zampillare” la verità. 

La regia video di Mauro Conciatori privilegia una ricca declinazione di inquadrature in soggettiva che sottolineano la ricerca e lo sprigionarsi di un autentico pathos della narrazione. Eloquentissime le soggettive di spalle, ricavate da un suggestivo gioco di specchi, metafora del teatro e del cinema in quanto metafora base della vita stessa.

Mauro Conciatori

Su un fondale che accosta la densità del muro alla leggerezza dello specchio, seduto sulla poltroncina n.3 del Teatrobasilica, estrapolata dalla platea per essere posizionata sul palco frontalmente al pubblico – presente nell’assenza così come solo il migliore degli amanti sa farsi desiderare – Roberto Herlitzka ha l’allure di una divinità, la cui trascendenza si rende enigmaticamente immanente.

Nei suoi occhi scorre la narrazione che si fa corpo attraverso la partitura di ogni suo nervo. Tutto in lui cerca e trova l’autentica restituzione della parola dantesca. Il respiro conduce della voce i ritmi, le direzioni, la partitura delle vocali, la rottura in commozione.

Roberto Herlitzka
Credit: Photo by Maurizio D’Avanzo

E il pubblico ne resta rapito. Con lui si si meraviglia, con lui si indigna, con lui prova pietà. E al termine del film si libera, scatenandosi in un applauso che non riesce a trovare conclusione.

Consapevole che qualcosa che ha la cifra dello straordinario ieri sera è accaduto.

E con immensa gratitudine ne saremo testimoni.

Tommaso Le Pera

(ph Ivan Nocera – ag Cubo)


Recensione di Sonia Remoli