Recensione dello spettacolo LE MEMORIE DI IVAN KARAMAZOV – regia di Luca Micheletti

TEATRO VASCELLO, dal 10 al 22 Ottobre 2023 –

“La vera vita degli uomini e delle cose comincia soltanto dopo la loro scomparsa” (Nathalie Sarraute).

La vita di Ivan Karamazov, ancora ferma al giorno del processo per parricidio, è quella di un personaggio pirandellianamente in cerca di un autore che gli possa regalare un finale.

Ad Umberto Orsini, suo interprete dal lontano 1969, arriva pungente l’urgenza di questa esigenza. E quello allestito, con sublime poesia, sul palco del Teatro Vascello è il luogo della mente del “personaggio” Ivan, che indugia e insiste nella mente della “persona” e ora anche “autore” Umberto Orsini. Autore assieme a Luca Micheletti.

Ma cosa significa regalare un finale ? Significa regalare, o meglio “restituire”, un’identità. L’identità, infatti, è un dono che ci possono dare solo gli altri. Perché nessuno di noi “si può fare” da solo. Drammaturgicamente ed esistenzialmente. I primi a farcene dono sono i genitori, per un periodo della nostra vita anche autori della stessa.

Ma poi entrano in scena tutte quelle persone il cui “incontro” è risultato essere stato per ciascuno di noi una folgorazione. Il cui incontro – direbbe Massimo Recalcati – ha interrotto l’abituale scorrere del tempo. Come è avvenuto tra Umberto Orsini e Ivan Karamazov.

Era il 1969 quando sulla rete nazionale della Rai andava in onda lo sceneggiato televisivo di Sandro Bolchi “I fratelli Karamazov” e un giovanissimo Umberto Orsini ne interpretava l’Ivan. Ma, a seguito di questo incontro, nulla è più come prima. E negli anni a seguire Orsini non smette di sentirselo intimamente connaturato alla propria essenza. E alla propria esistenza. Tenendolo insieme a sé con lo sguardo. E con il respiro.

Umberto Orsini è Ivan nello sceneggiato televisivo di Bolchi del 1969

Ma se l’incontro ha la cifra della folgorazione, l’identità è un processo che richiede tempo. Solo ora infatti Orsini sente che è arrivato il momento: sente di averne la giusta consapevolezza. Perché Orsini, così come Ivan, è un uomo che ha sempre tollerato di “essere disturbato” dalla polifonia di voci della sua coscienza e dalle relative contraddizioni che la abitano. Uomini, loro, che resistono alla tentazione di mettere a tacere gli elementi di disturbo della psiche (come accade ai più). Ma che anzi li accolgono. E danno loro la parola.

Uomini loro, che temono, ma di più amano la vastità del mare della vita. E nonostante tutto navigano, cercano, esplorano. Si perdono. E sognano un ritorno. Un “nostos“. 

Il regista e co-autore Luca Micheletti

Ecco allora che dalla lirica regia di Luca Micheletti, quasi come a cavallo di una slitta, i percorsi della memoria di Ivan scivolano giù, seppur spazzati insistentemente dal vento. E tornano. Tornano a riaffrontare il caos che avvolge “i resti archeologici” di un luogo fisico e mentale. Labirintico. Costruito per cerchi concentrici. Avvolto nel buio. Una scena ( curata con sublime poesia da Giacomo Andrico, dove il suono è affidato a Alessandro Saviozzi e le luci a Carlo Pediani) capolavoro del suo dramma.

E un po’ come un quadro di Mark Rothko, catalizza lo spettatore ad una contemplazione più intima e raccolta, permettendo un viaggio ipnotico che apre una finestra sull’incomprensibilità dell’io più profondo. Sul suo dramma interiore. Una rappresentazione concreta della tragedia esistenziale del personaggio ma anche dell’interprete-autore.

Umberto Orsini

Un personaggio che denuncia in sommo grado l’assenza di una figura paterna che sappia stabilire confini, fissare leggi. L’assenza di un dio che limiti il più gravoso peso dell’umano vivere: la libertà. Perché la principale pulsione umana è quella alla sopraffazione. E l’amore si può solo imparare.

Dell’interprete Orsini folgora la freschezza del disperato ardore. L’elasticità nervosa dei muscoli. Il guizzo dalle mille sfumature degli occhi e della voce. Il respiro. Le mani. Lui, insieme dio e demone.

E così, immaginando un nuovo processo e con una diversa spiegazione dei fatti, quasi come al termine della elaborazione di un lutto – che qui rischiava di diventare permanente, cronico – Orsini riesce a sublimare quell’oscura mancanza melanconica che avvolgeva l’esistenza di Ivan Karamazov. Riesce cioè “a far iniziare la vera vita di Ivan”, come direbbe Nathalie Sarraute. E così ora quell’ ” inverno del nostro scontento è reso fulvida estate”. Da Umberto Orsini. Assieme a Luca Micheletti.

Umberto Orsini e Luca Micheletti

Recensione della proiezione del film ROBERTO HERLITZKA LEGGE DANTE – regia teatrale Antonio Calenda, regia video Mauro Conciatori –

TEATROBASILICA, 2 Ottobre 2023 –

Dice di non saper ringraziare bene, di non “sentire” le luci, di faticare a starci, di rimanere decisamente in imbarazzo. Ancora oggi. Eppure da bambino furono proprio i ringraziamenti di un gruppo di attori sotto le luci della ribalta a folgorarlo al desiderio di teatro.  

Ma ieri sera all’evento a lui dedicato e scelto per aprire la nuova stagione al Teatrobasilica – di cui è “il nume tutelare” – dopo l’appassionante e appassionata dedica del suo ormai inseparabile compagno di viaggio – un po’ il suo Virgilio – ovvero il regista Antonio Calenda, Roberto Herlitzka, come in un’epifania si è manifestato. Seduto tra il pubblico, seguito da un sagomatore, ha salutato e ringraziato. E la sua grazia schiva si è sprigionata rivelandosi in tutta la sua densità. 

Il regista Antonio Calenda

Formatosi come “persona” e come “personaggio” alla scuola di Orazio Costa, Roberto Herlitzka è un autentico amante dello sperimentalismo: quello che alle spalle ha però una vera e propria formazione classica. Perché solo così si può affrontare la novità in modo consapevole.

E in quell’aura trascendentale eppur così caratteristica di uno spazio off qual è quella del Teatrobasilica in San Giovanni in Laterano in Roma – sospeso com’è tra sacro e profano – Herlitzka risplende di totale integrazione. E dà prova ancora di voler continuare a “lanciarsi sul palco come chi viene scaraventato in mare senza saper nuotare”. Con “fresco entusiasmo”. E con autentica spontaneità: quella che è sempre frutto di un lavoro, individuale ed intellettuale, solo alla conclusione del quale si può davvero impersonare quel determinato ruolo con naturalezza cosciente.

Il film “Roberto Herlitzka legge Dante “, che si origina dalla fertile sinergia tra la regia teatrale di Antonio Calenda e la regia video di Mauro Conciatori, è arricchito dalle foto di Tommaso Le Pera.

Di Herlitzka non può non colpire la qualità dell’avvicinamento al testo della Divina Commedia: lo stile inconfondibile con cui lo fa e che è la cifra inimitabile del rapporto tra il suo modo di stare al mondo e il suo desiderio di sapere, di continuare ad apprendere. Ancora. E lascia una traccia. Preziosissima, di cui noi possiamo essere, a vari livelli, eredi e insieme rielaboratori. Perché da certe letture e da certe interpretazioni siamo anche letti, come sostiene Massimo Recalcati: come singolarità ma anche coralmente. E allora quello con Roberto Herlitzka che legge la Divina Commedia di Dante – dal vivo o attraverso la visione del film – diventa un incontro che ha la cifra dell’unicità: di quelli che mettono una cesura tra la vita che era e quella che è e sarà. Di quelli che non si dimenticano. 

Roberto Herlitzka

Come anche il regista Calenda ha con sincera commozione sottolineato, ricordando il suo personale incontro con Herlitzka risalente al 1971: ai tempi in cui presentava la prima italiana de “Il balcone” di Jean Genet con  Franca Valeri e appunto Roberto Herlitzka. 

Perché – ha aggiunto appassionatamente Calenda – la ricchezza di Herlitzka è nella “parola”, che in lui si fa verbo, logos: da cui riesce a “far zampillare” la verità. 

La regia video di Mauro Conciatori privilegia una ricca declinazione di inquadrature in soggettiva che sottolineano la ricerca e lo sprigionarsi di un autentico pathos della narrazione. Eloquentissime le soggettive di spalle, ricavate da un suggestivo gioco di specchi, metafora del teatro e del cinema in quanto metafora base della vita stessa.

Mauro Conciatori

Su un fondale che accosta la densità del muro alla leggerezza dello specchio, seduto sulla poltroncina n.3 del Teatrobasilica, estrapolata dalla platea per essere posizionata sul palco frontalmente al pubblico – presente nell’assenza così come solo il migliore degli amanti sa farsi desiderare – Roberto Herlitzka ha l’allure di una divinità, la cui trascendenza si rende enigmaticamente immanente.

Nei suoi occhi scorre la narrazione che si fa corpo attraverso la partitura di ogni suo nervo. Tutto in lui cerca e trova l’autentica restituzione della parola dantesca. Il respiro conduce della voce i ritmi, le direzioni, la partitura delle vocali, la rottura in commozione.

Roberto Herlitzka
Credit: Photo by Maurizio D’Avanzo

E il pubblico ne resta rapito. Con lui si si meraviglia, con lui si indigna, con lui prova pietà. E al termine del film si libera, scatenandosi in un applauso che non riesce a trovare conclusione.

Consapevole che qualcosa che ha la cifra dello straordinario ieri sera è accaduto.

E con immensa gratitudine ne saremo testimoni.

Tommaso Le Pera

(ph Ivan Nocera – ag Cubo)


Recensione di Sonia Remoli

Recensione del libro di Massimo Recalcati A PUGNI CHIUSI Psicoanalisi del mondo contemporaneo

Feltrinelli Editore

Che cosa resta in noi dei traumi collettivi che ci hanno attraversato in questi ultimi venti anni ? Quanto ci hanno temprato e quanto, invece, hanno contribuito a lasciarci con i nervi scoperti ? Quale sarà l’eredità che lasceremo alle generazioni future?

In questo libro Massimo Recalcati, psicoanalista e saggista italiano, con affascinante chiarezza e audace profondità, esprime l’urgenza di riaprire il sipario sulla scenografia antropologica che ha caratterizzato “l’inverno del nostro scontento”: quello provocato in noi dagli eventi dell’ultimo ventennio.

In questi anni infatti si sono susseguiti, in un incredibilmente ristretto lasso di tempo, laceranti traumi: la grande crisi finanziaria, il terrorismo, la pandemia, la guerra. Recalcati riapre allora “le tende” del sipario facendo sentire la sua “voce” con la solennità propria di un testimone e con l’appassionata professionalità di chi sa individuarne ed analizzarne, con piglio “traumaticamente virtuoso”, le relative coreografie esistenziali.

Massimo Recalcati al Maxxi di Roma

(foto Musacchio-Iannello – courtesy Fondazione Maxxi)

Perché è da queste coreografie che hanno preso forma e corpo posture rigide, e quindi iper-protettive, verso i nostri confini personali. Ma quando “la vita si protegge dalla vita”, cioè diventa impermeabile all’incontro con l’Altro, “ci si incammina verso la dissoluzione”.

Ecco allora che l’analista e, in quanto tale, l’antropologo Recalcati può e deve uscire dalle pareti “isolate” del proprio studio, se è vero – come è vero – che l’interiorità dell’individuo non è mai da considerarsi a sé rispetto all’esterno in cui è immersa. Come scoprì Möbius attraverso l’elaborazione del suo nastro e teorizzò il padre della psicoanalisi, Sigmund Freud, attraverso i suoi studi sul rapporto tra psicologia individuale e società.

In questa continua osmosi tra esterno ed interno, anche le personalità politiche che hanno caratterizzato l’ultimo ventennio preso qui in esame (da Berlusconi a Grillo, da Renzi a Mattarella, da Trump a Putin) risultano interessanti allo sguardo acuto e solerte di Massimo Recalcati. Ma non in quanto “persone”, ovvero come singole individualità da analizzare, bensì come “cifre simboliche del nostro tempo”.

Massimo Recalcati, Kum! , Ancona, Ottobre 2018

Parallelamente l’analista Recalcati si riconosce lui stesso come cittadino e la sua postura “a pugni chiusi” è proprio quella di chi sente l’urgenza di indignarsi, per resistere ai continui tentativi di abuso di potere sulle soggettività.

Un’indignazione che non ha nulla del capriccio ma piuttosto la grazia dello sdegno che storna l’onore e la concretezza del severo e deluso disprezzo.

Un’indignazione a cui allude anche l’immagine scelta per la copertina e “la pesantezza” luminosa delle tonalità. Ma proprio su quel bianco&nero così saturo, che esprime appieno tutto il pathos dei momenti di passaggio e di trasformazione radicale della nostra esistenza, svetta un colore che regala personalità ai caratteri del titolo: quel colore che rimanda al coraggio unito allo spirito di sacrificio.

È il giallo zafferano: l’arancione che Vasilij Kandinsky associava al temperamento proprio di un uomo sicuro della propria forza. Infatti – sosteneva – “è quasi un rosso ma più vicino all’umanità del giallo”. 

Massimo Recalcati, sempre attento alla resa iconografica dei suoi contenuti, sceglie per questo libro una copertina raffinatamente sagace, che trasmette tutta quell’audace intrepidità con la quale, come bambini, dovremmo porci. Andando così oltre le narrazioni che ci vengono riferite e sviluppando una nostra consapevolezza critica. Per osare inoltrarci attraverso ingressi celati. Ma percorribili. Insieme. Riattivando il nostro fiuto e il nostro desiderio. Ancora. 

Solo così, dopo aver attraversato quell’ “inverno del nostro scontento”, si potrà arrivare ad assaporare una “gloriosa estate”. È questo il messaggio augurale, dal carattere di “rivolta” e di “preghiera”, che qui, in A pugni chiusi. Psicoanalisi del mondo contemporaneo, Recalcati veicola.

Massimo Recalcati – psicoanalista e saggista –

Una “gloriosa estate” incentrata sul rispetto dell’umanizzazione della vita nonché sul rispetto del senso della Legge.

Due forme di rispetto che ci portano a sviluppare una libertà che non si sgancia mai dal senso di responsabilità e proprio per questo riesce a rivelarsi generativa di profonde passioni, di vere e proprie “vocazioni” talentuose, di desideri incandescenti.

Desideri che rompono quell’omeostasi nella quale stiamo tendendo a crogiolarci troppo e che finisce per condurci sempre più verso una cronica stanchezza e a successive tendenze depressive. Desideri quindi forieri di vitali soddisfazioni, a patto che non si incorra nella tentazione di legarli ad un oggetto. 

Massimo Recalcati – Arena di Verona –

Complice di questo nuovo scenario possibile, la Politica potrà tornare ad essere un punto di riferimento culturale di alto livello, al quale i giovani guarderanno ancora con fiducia. Un luogo, come già sosteneva Aristotele, capace di tenere insieme le differenze dei singoli, per il bene comune della città.

Una Politica capace, quindi, di fornire anche un’autentica testimonianza di come “saper tramontare”: la virtù delle virtù umane. Quella che ci spinge ad avere cura dell’Altro, oltre che di noi stessi. Perché “lo specchio” che conta davvero per ciascuno di noi non è quello che riflette narcisisticamente la nostra immagine. Ma quello dell’Altro, quello cioè della socialità: delle persone che amiamo e che stimiamo.

Massimo Recalcati


PROSSIME PRESENTAZIONI DEL LIBRO

18 Luglio Ospedaletti (IM)

4 Agosto Olbia

25 Agosto Albissola Marina (SV)

22 Settembre Genova


A PUGNI CHIUSI

IN TEATRO

Lectio

(foto Mara Zamuner)

Massimo Recalcati, reduce da quindici tutto esaurito al Teatro Carcano di Milano, ha portato e porterà sul palcoscenico (la prossima data sarà quella del 20 Luglio a Santo Stefano Magra (SP) presso la ex Ceramica Vaccari) una lectio con estratti del suo ultimo libro “A pugni chiusi” – edito da Feltrinelli.


Qui puoi guardare le interviste a Massimo Recalcati su questo libro:

Salone del Libro di Torino 2023

Rai News

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Recensione di Sonia Remoli


Recensione del libro PASOLINI Il fantasma dell’origine – di Massimo Recalcati

Feltrinelli – Prima edizione in “Varia” marzo 2022 –

Quello che avviene tra Massimo Recalcati e Pier Paolo Pasolini è un incontro che ha la caratura di un mistero, che fa vibrare la terra sotto i piedi e contrarre i nervi in spasmi. È l’incontro con il corpo morto di Pasolini quello da cui viene invaso il giovanissimo Recalcati . Come dopo una scossa traumatica, qualcosa arriva e sembra al di là di un possibile contenimento.

Pier Paolo Pasolini (1922 – 1975)

Invece ne nasce, in Recalcati, l’esigenza di assimilarne ed estroverterne l’energia, traducendola nella corporeità di una testimonianza. E allora ecco che i due il secondo appuntamento se lo danno nello stesso utero linguistico: quello del friulano, lingua comune a entrambe le madri. E’ infatti del 1978 la tesi di maturità di Recalcati Popolo e religione nell’opera di Pasolini. Una complicità la loro che, partita da una corporeità straziata, passa attraverso questa lingua “comune” per arrivare a decifrare quella “dimensione originaria” precedente il linguaggio, che ha costituito l’ossessione di Pasolini: quel “corpo intatto” della cui presenza fantasmatica è stato sempre preda. 

(© Federico Garolla – Bridgeman Images -)

Pier Paolo Pasolini e sua madre Susanna Colussi

In questo saggio (uscito nel 2022 in occasione dei cento anni dalla nascita di Pier Paolo Pasolini), Massimo Recalcati, psicoanalista, scrittore, docente universitario, fondatore di Jonas Italia e direttore dell’Istituto IRPA, sceglie di “rappresentare” il suo sguardo su Pasolini “portando in scena” una figura cara al teatro, qual è quella del “fantasma”: un’apparizione, uno spettro che, un po’ come quello dell’Amleto shakespeariano, condiziona profondamente l’esistenza e la poetica pasoliniana.

Massimo Recalcati

Etimologicamente la parola “fantasma” ci descrive un’immagine, un’entità, un pensiero che, per quanto sia percepibile, risulta però vuoto, sospeso in uno stato simile alla morte. Manca di vitalità, di fertilità, di corpo. Ecco allora che Massimo Recalcati, con appassionata lucidità, ci rivela come questa definizione “prenda corpo” nella persona e nel personaggio Pasolini. Un’ombra che, senza vibrare, riesce ad aver voce: spaventando e attraendo. Irresistibilmente.

Susanna Colussi e suo figlio Pier Paolo Pasolini

Qui in Pasolini, nell’intensa lettura di Recalcati, il fantasma “veste i panni” dell’ Origine. Un significante ed un significato che riverberano dall’estensione ancestrale di “un levarsi”, inteso come causa di un nascere. Una relazione con l’Origine, quella pasoliniana, che si cristallizza in una sorta di nostalgia opprimente e lacerante. Simbiotica.

Efficacissima la scelta della copertina: con quel graffio di una mano, artiglio bianco fantasmatico, che pare voler trattenere l’avanzare di Pasolini. Ma ancor più efficace la scelta dei colori. Solo sfumature di nero: un colore in perenne espansione e pronto ad inghiottire tutto. Elogio dell’eleganza e insieme espressione di quella mancanza, della quale si fa interprete il lutto. Quel lutto dell’Origine così difficile da elaborare per Pasolini.

Massimo Recalcati, Pasolini – Il fantasma dell’origine, Feltrinelli

Con il nero le cose sono sempre complicate: è una traduzione dell’assenza di luce. Mai totale, però: cromaticamente anche il Vantablack, il nero più assoluto, ne intrappola solo il 99,965 per cento dello spettro visivo. Inoltre, sia cosmologicamente che esistenzialmente è solo dal “buio” che può nascere la luce. E la copertina di questo libro, proprio nello scegliere una tecnica che ricorda quella del carboncino, sembra voler rappresentare l’elogio delle cose che possono avere un nuovo inizio. Ciò che il fuoco brucia può ancora essere causa (il carbone) di nuovi inizi. Mentre è in quelle sfumature di Kohl (la tinta caratteristica della polvere grigioscuro/nero dell’eyeliner degli egizi) e ancor più in quell’effetto fuliggine, che si ha il sentore di qualcosa che resta, quando tutto sembra essere andato perso. 

Massimo Recalcati

Un lavoro questo di Massimo Recalcati che, con la capacità esegetica che contraddistingue la limpidezza dei suoi percorsi mentali, dà vita ad una narrazione che ci restituisce un Pasolini appassionatamente “commovente” e “misterioso”.

Pier Paolo Pasolini e la sua mamma


Recensione di Sonia Remoli