– LE BACCANTI di Euripide – regia Theodoros Terzopoulos

Seconda Edizione

TEATRO OSTIA ANTICA FESTIVAL 2026

Il Senso del Passato

TEATRO ROMANO DI OSTIA ANTICA

25 – 26 Giugno 2026


La metamorfica qualità energetica

de “Le Baccanti” secondo Theodoros Terzopoulos

– uno dei più grandi maestri della scena contemporanea –

si scatena in pioggia.

Accade

al Teatro Ostia Antica Festival – Il Senso del Passato.




L’evento, che ha inaugurato la prima serata della Seconda edizione del Teatro Ostia Antica Festival, Il Senso del Passato – nel suo darsi drammaturgico e performativo in stretta connessione con la vitalità della natura – si è manifestato incarnando il forte crescendo delle onde di calore che accompagnavano, la sera del 25 Giugno scorso, un fulgente tramonto malinconicamente umido. Fino a raggiungere un erompere, che si è trasformato in pioggia battente. 


Una manifestazione energetica non solo atmosferica ma sinergicamente connessa alla pulsione dionisiaca della performance. Perché anche questo è il Teatro del Maestro greco Theodoros Terzopoulos: un teatro votato a Dioniso, che si dà come metamorfosi continua.

Acqua vitale che irrompe, dentro e fuori, come energia del sottosuolo. 

Emozioni represse che reclamano attenzione e che ci parlano di “quello straniero” che è in noi, prima ancora che fuori di noi: quel desiderare, cioè, a cui non riusciamo a offrire cittadinanza ma che, se non ascoltato ed integrato con il resto della nostra personalità, degenera pericolosamente. 

Terzopoulos ci conduce qui, ne “Le Baccanti”, al cospetto di un dilemma irresolubile: che l’ottimismo della ragione e la fede nel continuo progresso – atteggiamenti fondamentali nell’età di Pericle, e non solo – trovano un limite in quella parte oscura e irriducibile che l’uomo porta con sé. E che con grande difficoltà riesce a fare entrare nella “città” del proprio “io”. 

Ed è qui l’elemento ”tragico” per eccellenza.

Proprio come accade a Penteo, o meglio a un individuo, a una famiglia e a una città che rifiutano di riconoscere la forza che li sta mettendo in crisi.


E’ un teatro infatti quello di Terzopoulos e della sua compagnia teatrale di fama internazionale – l’Attis Theatre fondata a Delfi nel 1985 e celebre per il rivoluzionario metodo di recitazione “Ritorno a Dionysos” – portatore di conflitti irrisolti, che scaturiscono dalle profondità ancestrali dell’umano. Dove la pace è qualcosa di temporaneo: una delle metamorfosi del nostro stare al mondo, di esseri per natura mossi dalla tensione alla sopraffazione.

E’ un teatro quello di Terzopoulos votato a Dioniso: ardentemente desideroso di riuscire a contattare quell’invisibile e quell’insondabile archetipale attraverso un percorso psicofisico estremo, che mira a riunire corpo e parola, al fine di sviluppare una forte resistenza e una “morbidezza attiva”.

Palco di questo “ritorno”, è il corpo dell’attore: luogo di fermento tra follia e ragione; accoglienza metamorfica contro la frammentazione; ricettacolo di energie nascoste ribollenti che passano attraverso la voce; corpo di suoni inattesi, trasversali. Paesaggio da esplorare attraversando il caos emotivo, fino ad approdare verso una calma metafisica.


Perché Dioniso è metamorfosi continua.

Perché Dioniso è lingua e corporeità della vertigine interiore. 

Perché Dioniso ci pone domande ma non ci dà risposte: ci lascia lì dove la realtà ribolle, fra il noto e l’ignoto, disponibili ad intraprendere un viaggio nella dimensione ontologica più profonda dell’uomo.

Che cosa ci rende vibrantemente vitali e, insieme, ci insegna a “saper tramontare”?

A sviluppare cioè – come invitava a fare Nietzsche nel prologo di “Così parlò Zarathustra”-  quella capacità di superare se stessi abbandonando le proprie certezze e il proprio ego, per far spazio alla comune condizione di esseri in transizione?


Questo l’interrogativo che sembra suggerire – fin dal momento di prendere posto in platea – l’impianto scenico di Terzopoulos. Che sottopone all’attenzione dello spettatore lo stare al mondo del Cadmo di Enzo Vetrano, il quale – chiuso in un tentativo di autoconservazione – è impegnato in una sorta di autoemoinfusione. Uno stare al mondo, il suo, dove, metaforicamente, il miglioramento vitale di se stesso non scaturisce dal relazionarsi con qualcosa di “diverso” da se. Ma si chiude in un investimento solo su se stesso, sull’assolutizzazione del proprio patrimonio biologico.

Terzopoulos sottolinea così l’incapacità di Cadmo – ma non solo la sua – di mettere a disposizione la propria eredità esistenziale, a vantaggio di una trasformazione evolutiva che possa andare a beneficio del futuro: di chi prenderà il suo posto. Ad esempio Penteo, che invece è anche lui tutto chiuso nel confidare esclusivamente nei poteri del proprio sapere logico-razionale. 

Ma anche nei confronti dell’altro suo nipote – il dio Dioniso – Cadmo non riesce a cogliere la fertilità del suo essere così “diverso” da lui, così “straniero”: familiare eppure divino; con un suolo patrio eppure esule; greco eppure nomade nelle terre straniere dell’Oriente.

Cadmo accetta di unirsi ai riti in suo onore solo perché così crede di compromettere il meno possibile lo status quo della sua città. E poi, per ”scordarsi di essere vecchio”. Senza interessarsi a quello che ancora non sa: saper tramontare. Così bloccato nella sua illusione di eterna efficienza, suggerisce a Penteo – che si ostina a non riconoscere la natura divina del cugino – di “mentire con profitto…così la gloria ricadrà su di noi, su tutto il casato”.

Theodoros Terzopoulos


Anche il maestro Terzopoulos, insieme alla sua famiglia, visse l’esperienza dell’esclusione, dell’esilio. Provenivano infatti dal Ponto Eusino (sul Mar Nero) e, appartenendo alla parte più debole della società, vennero cacciati prima dai Turchi e poi dai Russi. “E tuttavia erano ancora persone ottimiste che cantavano e danzavano tanto e si godevano appieno la vita. Erano nomadi, sempre scacciati, sempre in viaggio ed hanno sviluppato una cultura nomade. Ma il fatto di essere stati sfollati tante volte ha reso la loro cultura estremamente ricca e infinitamente diversa”.  Questo suo vissuto, questo suo senso di non riconoscimento da parte dell’Altro, Terzopoulos cerca allora di trasformarlo, mettendolo generosamente a disposizione attraverso l’arte teatrale.

Cadmo invece, concentrato solo su se stesso, non riesce ad avvertire la consapevolezza del pericolo in cui sta trascinando se stesso, la sua famiglia, e la sua città dimenticando “il legame” indissolubile che unisce gli uomini (anche dopo la fine dell’età dell’oro, ovvero dopo le sue nozze con Armonia) alla divina forza della natura.

Quel legame che ci spinge a confrontarci e ad accogliere ciò che ci è “straniero” – e quindi “diverso” – dalla nostra presunta normalità, tale solo perché regolata secondo leggi stabilite dagli uomini.

Quel legame che ci permette di non bloccare il naturale confluire dinamico tra opposti.

Concetto scenico sottolineato sonoramente, sin dal momento del prendere posto in platea, dal solenne incedere ritmico di tamburi ( metafora del battito primordiale della Madre Terra), al quale si somma l’inquietudine di sirene di guerra (che parlano di pericolo ma anche di possibile salvezza). Su tutto, poi, si stratifica l’improvvisazione contrappuntistica del frinire delle cicale: archetipo sonoro della celebrazione della vita.




Drammaturgicamente, all’interno della traduzione di Edoardo Sanguineti si inseriscono, nell’adattamento di Terzopoulos, continui richiami ad Eraclito: filosofo presocratico dell’età arcaica, noto per la sua esplorazione dell’unità degli opposti e per la celebrazione del divino come sintesi di armonia e violenza.


Eraclito infatti – così come l’Euripide de Le Baccanti  – mette in discussione le certezze umane, riconoscendo cittadinanza all’irrazionale e all’idea che la realtà sia governata da un equilibrio dinamico in cui gli estremi (vita e morte, gioia e dolore, ragione e follia) si conciliano e si rovesciano l’uno nell’altro.


Perché Eraclito attribuiva al Fuoco – in quanto energia cosmica intelligente che governa il mondo – il principio di tutte le cose: simbolo del divenire e dell’armonia degli opposti.  E ne “Le Baccanti” Dioniso è associato alla forza vitale, al sangue e al fuoco, rappresentando quell’energia primordiale e divina che muta e pervade l’universo. 


Tutto chiama fuoco, infatti sulla scena. E il fuoco arriva e si fa strada; striscia e sbuca come “sforzo folle, fatica felice”

(ph. Johanna Weber)


A partire dall’enigmatico corifeo di Paolo Musio che, con il suo flusso di coscienza sussurrato evoca segretezza e spinge lo spettatore ad avvicinarsi. Per proseguire con i due elegantissimi infermieri- assistenti di Cadmo dall’allure equino. E ancora: la strepitosa performance della corifea di Gemma Carbone. E l’ingresso del Dioniso di Roberto Latini: elegantemente arcaico, ricco in maschile e in femminile, sinuosamente autoritario: “un incantatore con le grazie di Afrodite negli occhi”.


E poi, ci sono loro: i componenti del Coro delle Baccanti. 

Il loro fuoco – dapprima trattenuto ai polsi e alle caviglie – prende forma attraverso una respirazione particolarmente generosa, che li porta a liberarsi progressivamente da ogni rigidità egoica. 

Una respirazione dove la fase dell’espirazione domina notevolmente su quell’inspirazione, aprendo quella faglia tellurica liberatoria, che resta “tatuata” sui loro costumi di scena. 


(ph. Johanna Weber)


Il risveglio della loro energia vitale e l’apertura emotiva alla fluidità sono intensificati da ossessivi movimenti di antiversione e retroversione del bacino che spalancano i loro centri energetici. E li portano a parlare in terza persona, dando voce ad ogni parte della propria natura fisica e psichica.

Sono corpi umani i loro, ma hanno già iniziato a contattare l’accattivante “legame” che li accomuna ai corpi degli animali, la cui forza vitale primordiale risiede alla base della colonna vertebrale. 

Tellurica si è rivelata la loro performance: capace di scatenare terremoti energetici anche nello stesso spettatore. 

Sono (in o.a.): Francesco Cafiero, Bianca Cavallotti, Brigida Cesareo, Riccardo Dell’Era, Davide Giabbani, Federico Girelli, Bianca Mangelli, Marica Nicolai, Nicoletta Nobile, Giorgio Ronco, Matteo Sangalli, Magdalena Soldati.

(ph. Ivan Nocera)



Nel mentre, arriva a Tebe il militante del cieco ottimismo razionalista, che si rifiuta di riconoscere accoglienza al divino Dioniso: il Penteo di Marco Cacciola. Un uomo votato solo al proprio io, come lo sguardo registico di Terzopoulos visualizza facendogli impugnare forme dalla geometrica scivolosità cilindrica. Che alludono, tra le altre possibili associazioni, al collo che vorrebbe tagliare a Dioniso e che invece gli verrà tagliato, o al tronco cilindrico di quell’albero sul quale avrà la presunzione di spiare le manifestazioni del divino, mantenendo sempre la posizione egemone di chi dall’alto guarda il basso. 

Quel basso che eppure tanto lo scuote, nonostante il suo negargli ospitalità, e che Terzopoulos fa trapelare, visualizzando alla base della sua colonna vertebrale un vibrante desiderio di risveglio vitale. 

Lo sguardo registico si concentra poi sul Tiresia di Stefano Randisi, vestito in un elegante abito color bronzo, che ricorda il colore dell’età in cui è vissuto. Tiresia è infatti uno della stirpe degli Sparti: i “seminati dal suolo” considerati i mitici fondatori di Tebe.




Il suo discorso qui in Terzopoulos – contrappuntato da una delle arie più celebri e iconiche del Rinaldo di Händel, “Lascia ch’io pianga” – si fa simbolo di resistenza, lutto collettivo e liberazione. Nella poetica del regista, infatti, il pianto non è affatto debolezza, ma purificazione: un rito collettivo che unisce in un unico respiro tragico.

E’ il suo, quindi, un invito a “piangere la cruda sorte” di essere umanamente prigionieri del nostro egocentrismo. Ma, nonostante questo, ancora sospiranti l’arrivo della libertà. Che può verificarsi però solo se ci si predispone ad aprirsi alla nostra componente più “straniera”, più sconosciuta, più divina.

Registicamente ne scaturisce un atto di liberazione emotiva, che commuove e risuona densamente nello spettatore. Complice la splendida coreografia che vede in scena il Tiresia di Stefano Randisi dialogare – attraverso il sensuale codice segreto del ventaglio – con la fascinosa aspirazione alla libertà. Che qui sul palco prende le sembianze di una seducente danza, di cui una donna – essere straniero per eccellenza – si fa guida (meravigliosa l’interpretazione di Gemma Carbone).




Intanto nello spazio più basso dell’orchestra, dove si è insediato il Coro delle Baccanti, il loro rituale raggiunge una temperatura così alta da far saltare l’ultimo controllo gestito da quei lacci che legavano i loro polsi e le loro caviglie. Uno degli epiteti di Dioniso e’ infatti Lisio: “colui che scioglie”. 

Il livello di energia che si crea sul palco, contagia anche il Corifeo di Paolo Musio che ora calza nelle mani i suoi anfibi: una calzatura senza generi (unisex) che al di là del suo rimando militare cela nel nome l’allusione a quelle creature invertebrate che colonizzarono il suolo terrestre, capaci di vivere ovunque, fuori e dentro l’acqua.

Un gesto, quello di calzarli nelle mani invertendo le funzioni del corpo umano, che allude all’irrazionale condivisione di una temperatura animalesca. Dove gli estremi, apparentemente inconciliabili, sono in realtà interdipendenti e costituiscono la medesima realtà.




“La stessa cosa sono Ade e Dioniso”
 – afferma Eraclito nel frammento 15 – sottolineando l’unità degli opposti. E così il dio della vita, del vino e dell’ebbrezza (Dioniso) e il dio dell’oltretomba e della morte (Ade) coincidono, esprimendo il continuo ciclo di trasformazione del cosmo.

E in un crescendo in cui il Coro delle Baccanti vibra magnificamente in fremiti e ululati – abitando il mondo della fisica ma anche quello della metafisica – e Dioniso si rivela in tutto il suo potere trasformativo, torna Penteo forte della sua illusione che tutto si possa controllare cavalcando i poteri della ragione: “ Io sono più potente di te” – così sfida Dioniso. E si fronteggiano, specchiandosi l’uno nell’altro. 

“L’arco ha per nome vita e per opera morte”: così Terzopoulos riprende l’ Eraclito questa volta del frammento 48, per rivelare la fascinosa complicità tra opposti.

In greco antico infatti ‘arco’ si scrive biós (βός) e la parola greca per ‘vita’ è bíos (βίος). I due termini si scrivono, quindi, quasi nello stesso modo e lo strumento (l’arco) che nel nome evoca la vita, nella sua funzione porta (“opera”) la morte. Vita e morte non sono quindi separate, ma si tengono in equilibrio attraverso il conflitto (polemos).


L’arrivo del Primo messaggero di Giulio Romano Cervi – un’entità quasi liquida, tale la sua dionisiaca fluidità vibrante – interrompe momentaneamente il conflitto tra Penteo e Dioniso, per raccontare i prodigi di cui ha visto essere capaci le Baccanti sul Monte Citerone. 

Ed ecco allora che il suo racconto appassionato riesce a fare breccia sulle ultime resistenze di Penteo, attratto irresistibilmente – oltre che spaventato – dalle perversioni della razionalità che stanno sperimentando le donne della sua famiglia e della sua città.

Loro che ora disconoscono il volere del re di Tebe.

Loro che “invasate da Diòniso, han disertato le spole e i telai“.


Come efficacemente visualizzato da Terzopoulos, quello di Penteo diviene un vero e proprio lasciarsi “disarmare” da parte di Dioniso. Ma quelle donne che lo attraggono moltissimo, nell’immaginare in lui una possibile preda, iniziano a pregustare il pasto: il richiamo della carne. 

E proprio nel momento in cui il femminile di Penteo, così a lungo trattenuto, riesce a liberarsi lasciandosi andare, anche la natura lascia andare la tensione accumulatasi attraverso l’alta temperatura e l’umidità atmosferica. Trasformandola in pioggia.

(ph. Johanna Weber)




Una pioggia così urgente da improvvisare, eccezionalmente, una variazione nell’evento.

Perché, forse, è stata proprio quella particolare sinergia sprigionatasi tra la natura, il teatro di Terzopoulos e lo spettatore – durante la sera della prima del 25 giugno scorso – a far sì che proprio in quel momento della narrazione si creassero le condizioni per l’apertura ad un taglio.

Un taglio che mentre chiude, apre a qualcosa di nuovo. 


Un taglio che – proprio in quanto percepito anche come perdita – è spesso l’unico modo per tornare a ricontattare qualcosa della nostra autenticità perduta. Di attori e di spettatori.

Un’autenticità che si interessa di “ciò che ancora non sappiamo”, o abbiamo dimenticato.

Perché l’acqua che la sera del del 25 giugno scorso è caduta – manifestazione energetica non solo atmosferica ma sinergicamente connessa alla pulsione dionisiaca della performance – è l’essenza stessa di Dioniso: è respiro liberatorio.

(ph. Johanna Weber)


Ed è così che arriva allo spettatore tutta la rigenerante sensazione di come la “relazione con il divino” – che ci conduce ad esplorare la potenza del dionisiaco – non sia niente di paragonabile al tentativo di “auto-infondersi” una vita più viva attraverso l’artificio meccanico di bombole di ossigeno.

Uno stare al mondo, esemplificato qui da Cadmo, sul quale Terzopoulos fin dall’inizio ha attirato la nostra attenzione. Perché non riguarda solo Cadmo: perchè ci riguarda.

Ora si percepisce cosa riesce a rendere una vita stimolantemente vitale, insegnandoci contemporaneamente a saper tramontare: “ritornare” a lasciare spazio alla consapevolezza che la nostra è una condizione di esseri umani “in relazione con il divino” e quindi “in continua transizione”: dentro e fuori di noi . Senza ingombrare questa consapevolezza con lo sterile bisogno egoico di esclusive certezze razionali.

Perché quando permettiamo a Dioniso “di ritornare”, lui ci accoglie generosamente. Tutti. Senza fare separazioni.


Un evento straordinario, non solo uno spettacolo, si è rivelato essere

“Le Baccanti” secondo lo sguardo di Theodoros Terzopoulos.

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Una produzione Emilia Romagna Teatro ERT/Teatro Nazionale, Teatro di Roma – Teatro Nazionale, Attis Theatre Company

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Recensione di Sonia Remoli

– LE BACCANTI dei Marcido – riscrittura e regia Marco Isidori

– scene e costumi Daniela Dal Cin –

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TEATRO VASCELLO

dal 5 al 10 Maggio 2026


“ Ma soprattutto, buio! “

E’ al buio – ponte tra il visibile e l’invisibile, capace di trasformare lo spettatore da semplice osservatore a partecipante emotivo – che Marco Isidori affida l’apertura e la chiusura della messa in scena della sua riscrittura del testo euripideo: una pungente e poetica drammaturgia immersa in una fragorosa regia.

Avvolgendo e nascondendo, il buio crea una sospensione dalla normalità del quotidiano che getta lo spettatore in un ascolto introspettivo che lo porta a immaginare, a perdersi. E a ritrovarsi “diverso”. Un ascolto introspettivo simile alla suspense inquietantemente vitale del venire alla luce dell’attore quando, ogni volta, si trova a nascere alla scena. 

Qui, è dal buio che si libera la prima dimensione allucinatoria messaggera di un mondo interiore, altrimenti inaccessibile alla mente: quello che ci ricorda come il nostro essere umani si dia anche attraverso eruzioni di liquor divinamente dionisiaco. Pericolosissime, se trattenute da rigide presunzioni logiche. L’estrosa cura dell’agire scenografico prende vita, come sempre, dall’intensa ricerca spaziale e dalla visionaria creatività di Daniela Dal Cin

Precipitato e immerso in questa stupefacente dimensione interiore, prodotta dal contatto con il reagente artistico proprio dei Marcido, a qualche livello vengono somministrate allo spettatore “istruzioni per l’uso del divino amore”: di una razionalità enigmatica cioè molto più potente del pensiero logico. Perché di origine divina, come ricordava Platone nel “Fedro”.  Un “mana enigmistico” che più che incaponirsi a risolvere, i Marcido invitano ad esplorare: entrando a capofitto nel loro magma dionisiaco.

Perché il mana – termine diffuso in molte lingue austronesiane e che significa “forza sovrannaturale” – rappresenta una energia che impregna ogni aspetto della realtà, essendo insita nell’atto rituale, nel soggetto che lo compie e nel contesto di quanti vi assistono. 

E’, il mana, la rete energetica che connette l’individuo con il divino e con la natura: proprio come fa Dioniso. Originariamente dio arcaico della vegetazione legato alla linfa vitale che scorre nelle piante, diviene in seguito l’essenza del creato nel suo perenne e selvaggio fluire.

Essenza che permane anche nell’uomo civilizzato come sua parte originaria e insopprimibile, e che può riemergere ed esplodere in maniera violenta se repressa ostinatamente e non elaborata correttamente. Uno degli epiteti con cui è definito Dioniso è infatti “colui che scioglie”, ovvero colui che scioglie l’uomo dai vincoli di una rigida identità personale, per ricongiungerlo all’originarietà universale della natura.

E’ con la lente del grottesco che i Marcido scelgono di rileggere la vicenda del testo euripideo: una lente capace di rendere sopportabile l’esplorazione delle contraddizioni umane, trasformando la paura per il sacro in qualcosa di umanamente accettabile. Lo stesso apparato scenico della Dal Cin parla di questa ricerca a tirar fuori e a far scorrere, libera dalle barriere univoche del pregiudizio, una dimensionalità altra, diversa, che sa spogliarsi di rigidi modi di pensare e di agire sovrastrutturali. 

Non a caso i costumi dei personaggi sono acutamente resi da una tuta di bianco indifferenziato – cromaticità inquietantemente divina – sulla quale troneggia un’enorme bocca con “lingua in erezione” irriverentemente affamata. Argutamente posizionata sugli occhi. Ed è di sagace poesia per lo spettatore, inebriarsi dell’effetto di questo uso sinestetico degli occhi dei personaggi, che qui vedono con la bocca. Laddove una nuova capacità visiva fa spalancare la bocca, bramosa di esplorare la singolare luminosità del buio, parte divina della nostra umanità.

Lo stesso Palazzo di Tebe – così come immaginato dalla Dal Cin quale luogo della psiche, oltre che scenico – viene spogliato della sua maschera egoica, rivelando, simbolicamente, un sottosuolo psichico molteplice. 

“Quando il Palazzo di quel Re/dopo/si frantuma

Anche la testa di quel Re/un poco/si frantuma:

Balza di qua e di là/dà un ordine/contraddice l’ordine/si svia”

Un sottosuolo psichico non solo molteplice ma ricco di quel “diverso”, di quel sentirsi stranieri a se stessi”, a cui dare accoglienza per non incorrere in pericolose derive.

immagine tratta dal Catalogo”Marcido 2007-2025″ – Introduzione Oliviero Ponte di Pino –


Quel “diverso” che caratterizza così specificatamente Dioniso – “Dio di tutto il teatro possibile all’uomo” – e che nella iniziale visione allucinatoria del prologo assume le sembianze di ciò che può definirsi una declinazione dell’archetipo dell’emarginato. Ricorda infatti una variazione dello Charlot chapliniano l’irresistibile personaggio di Maria Luisa Abate, simbolo della libertà di pensiero e dell’insubordinazione di fronte alle convenzioni sociali.  

Una declinazione, questa della riscrittura di Marco Isidori, che sceglie di rinunciare alle barriere linguistiche della parola per abbracciare il linguaggio universale del muto, dove la visione allucinatoria è affidata alla seducente espressività dello sguardo e a gesti enfatizzati. Che sanno parlare di come l’uomo, schiacciato dalla logica consumistica e dalla meccanizzazione, sia spinto a ritrovare un contatto originario con il ritmo dei cicli della natura. 

Un richiamo verso un fluire libero, selvaggio, che anche il Teatro – così originariamente legato al culto di Dioniso – ha bisogno di recuperare, come proclamato nella “Canzone per Dioniso” che apre la riscrittura di Marco Isidori:

“ ‘O Tiatro è decaduto

non lo si può negar!

Narratori e proiettori

se lo stanno a disossar!

Tutto è sciapo e risaputo

manca la novità

ma qua forse tra un minuto

jamm a falla debuttà!”

La promessa di novità è quella di far “ritrovare” ad ognuno “il bellissimo Dioniso, re del tirabuscion”. Come? Riconducendoci ad attraversare l’accoglienza dell’originaria luminosità del buio :

“Questi tempi sono spenti

Chi li riaccende più

se per fare la recita ci vogliono i TV.

Proposta modestissima

io ve la butto là

salvamolo ‘o Tiatro

via l’elettricità”

Laddove infatti la cultura greca arcaica riconosceva al Teatro la capacità di accogliere sia l’impulso apollineo che quello dionisiaco; la civiltà moderna ha iniziato a soffocare lo spirito dionisiaco, in favore di un razionalismo apollineo, pericolosamente sterile e illusorio.

Perché Dioniso si presenta come un dio anomalo, “diverso”, e in quanto tale da emarginare.

Perché la sua è una natura indifferenziata: maschile e femminile. La gestazione della sua nascita avviene fino al sesto mese nel ventre materno e poi, per gli ultimi tre mesi, nella coscia di suo padre Zeus.

Perché Dioniso nasce da una madre mortale e da un padre divino (Zeus) che non si può manifestare in tutta la potenza di un dio al cospetto dei mortali. Quando viene costretto a farlo – su preghiera di Semele, sua amante e madre di Dioniso – la donna ne resta incenerita. 

Questo “divino darsi sotterraneo” di Dioniso, fu concausa del suo mancato riconoscimento sociale come personalità “dal manifesto” carattere divino. E tutte le tremende sventure che accadono all’interno di questa tragedia euripidea sono la conseguenza del non aver saputo riconoscere il dovuto onore alla potenza di Dioniso in quanto “diverso”, in quanto divino. In quanto energia divinamente inconscia. 

Perspicacemente la riscrittura di Marco Isidori sceglie che Dioniso si presenti attraverso una sorta di cogito – “Io Sono/ e sono Dio” – “spacciato” come il “mistero più grande” in una città e in una comunità familiare chiusa dentro i confini univoci dei principi della logica: identità-non contraddizione e causa-effetto.

Allora, proprio come accadde a suo padre Zeus nei confronti di sua madre Semele, Dioniso si sente costretto a manifestarsi e a fluire in tutta la sua essenza follemente divina. Una dimensione troppo potente per essere sopportata dalla natura umana quando non riconosce accoglienza a questa “razionalità diversa”.  E così colui che “non viene visto” (ovvero riconosciuto nel suo diverso potere divino) finisce per manifestarsi in tutta la sua “accecante” multiformità indifferenziata.

Ulteriore rappresentanza dello stare al mondo da “emarginati”, è il Coro: che qui in Euripide perde il ruolo di portavoce della polis, a favore di un ruolo da commentatore emotivo. Contrariamente al coro maschile e cittadino di Eschilo ad esempio, Euripide utilizza spesso cori composti da donne, da stranieri, da prigionieri: rappresentanti della categoria dei “diversi”.

E’ un Coro che non agisce ma partecipa, entrando in relazione con il dramma interiorizzato dei protagonisti. E rappresenta quella soggettività emotiva della comunità, che si tende in alcuni particolari frangenti storici –  ieri come oggi – a sottovalutare. 

Ieratico ed erotico, “con le grazie di Afrodite negli occhi” – il Dioniso di Paolo Oricco trova nel Penteo di Ottavia Della Porta un’impenetrabilità nevrotica.  Penteo teme (e desidera segretamente) i riti dionisiaci, in quanto ritiene corrompano l’onestà delle donne ma soprattutto perché sente come coinvolgano indistintamente tutti: tutte le classi, tutte le età.  Se stesso incluso. E sarà così che Penteo, ostinandosi a lasciarsi guidare dalla sua prepotente logica egoica, cadrà preda di quell’inquietante “straniero”, sempre capace a svincolarsi. Proprio come il nostro inconscio.

foto tratta dal volume “I teatri della Marcido Marcidorjs e Famosa Mimosa” (volume secondo) – prefazione di Raimondo Guarino – collana Spaesamenti – Editoria &Spettacolo


Penteo finirà smembrato: metaforicamente frantumato nella presunzione che il proprio “io, possa essere padrone in casa propria”. Pur essendo, in verità, molto meno potente dell’enigmatico mana dionisiaco. 

Sparagmòs, opera di Daniela Dal Cin


Ed è lo sparagmòs (lo squartamento del corpo) a simboleggiare la completa distruzione e frammentazione dell’Io di Penteo che, non riuscendo ad integrare l’irrazionale al razionale, il dionisiaco all’apollineo, ne viene annientato.

“Uomo che disprezzi il divino, rammenta la vicenda, considera l’epilogo, poi

fatti bene i conti uomo…e ascolta me che ti sussurro…credi!”

Un po’ come Mangiafuoco suggerisce a Pinocchio – personaggio che l’estro di  Daniela Dal Cin riprende e rivisita evidenziandone l’autentica capacità di partecipazione commossa: «E bada, Pinocchio, non fidarti mai troppo di chi ti sembra buono… e ricordati che c’è sempre qualcosa di buono in chi ti sembra cattivo!» (da “Le avventure di Pinocchio” di Carlo Collodi).

Il Teatro dei Marcido ludicamente provoca, misura, altera, innesca, trasformazioni nello spettatore.  

La poetica rigorosamente surreale della Compagnia Marcido Marcidorjs e Famosa Mimosa è già tutta nell’insieme delle coppie di binomi con le quali ha scelto di evocare esotiche definizioni di sè, che tutte la rappresentano. Uno stare al mondo, il loro, che accoglie poeticamente l’humus rilasciato da decadenti declinazioni di putrescenza attiva, unite a soavi fragranze di pionieristica creatività. Declinazioni che parlano di una capacità creativa linguistica e spaziale incline ad esprimere le sfumature complesse in cui si dà il nostro essere umani. 

E così, in una “fertile confusione” tra razionale e irrazionale; tra ossequio alla tradizione teatrale e apertura ad un esuberante “surplus energetico/performantivo” – i Marcido Marcidorjs e Famosa Mimosa hanno dato espressione, in questi primi 40 anni di attività, ad una tradizione teatrale reinterpretata artisticamente attraverso una vitalissima energia “sporca”. E quindi pioniera: capace di fiorire anche in condizioni avverse e in terreni difficili, lontani dalla “normale stabilità teatrale”.

Marcido Marcidorjs e Famosa Mimosa è una storica e innovativa compagnia di teatro di ricerca, fondata a Torino nel 1985 da Marco Isidori (regista), Daniela Dal Cin (scenografa) e Maria Luisa Abate (attrice). La compagnia ha festeggiato lo scorso anno i suoi primi 40 anni di attività, confermandosi come una delle realtà più coerenti e longeve del teatro sperimentale in Italia.

Sua è un’irrefrenabile vocazione verso una modalità di fare vita e teatro che “ha accompagnato con un instancabile lavoro, condotto con singolare vigore, la trasformazione della Città”- ha dichiarato l’Assessora alla Cultura della Città di Torino Rosanna Purchia, in occasione dei festeggiamenti del quarantennale della fondazione della Compagnia. Una vocazione la cui eredità artistica – continua l’Assessora alla Cultura – si proietta verso il futuro grazie al darsi della Compagnia come fertile testimonianza “di trasmissione di sapere e di saper fare, verso generazioni di giovani, pieni di passione per il teatro”.

Un teatro, quello dei Marcido Marcidorjs e Famosa Mimosa, che esplode nella fisicità di attori, commossi dall’ “enigma che serpeggia nel centro del teatro, dalla sua presenza dolorosa e zeppa di sconcerto”.

Qui in scena, sono: Paolo Oricco (Dioniso), Maria Luisa Abate (Tiresia, pianista), Marco Isidori (Cadmo), Ottavia Della Porta (Penteo), Alessio Arbustini ( Messaggero/Pastore/portatore del pianoforte), Valentina Battistone (Agave), Alessandro Bosticco (Servo di scena/portatore di pianoforte).

Affidandosi esclusivamente alle potenzialità del suono e della densità naturale della voce, portata verso un surrealismo epico, i Marcido non fanno ricorso all’amplificazione. Così come si tengono lontani dal “balordo disio di raccontare e poi raccontar” e soprattutto dal “terrore attoriale di darsi troppo… di esporsi di più”.

Un teatro, il loro, che è un autentico stare al mondo. Iconico.

Daniela Dal Cin – Marco Isisdori


“… si è poeti, attori anche, pittori senza dubbio,

danziamo, innanzitutto melodie, ma il nostro carattere principe

è quello che ci concede di plasmare un’energia quasi a-nonima,

dispensandola con l’aiuto del dio Dioniso,

la cui epifania sul palco

è quanto poi davvero ci interessa provocare”

(Marco Isidori)


Lo spettacolo “Le Baccanti” dei Marcido Marcidorjs e Famosa Mimosa è una coproduzione con Fondazione Teatro Stabile di Torino – Teatro Nazionale


Recensione di Sonia Remoli