– Nuovo allestimento per i 15 anni dal debutto –
Borgo di San Ginesio (MC)
26 Agosto


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Sulla scena nuda, una babilonia.
Fuori controllo tiri e mantegni: fuori controllo il destino dei personaggi, il confine tra visibile e invisibile, il rispetto sacrale per il palcoscenico.
La graticcia – il “cielo” del teatro – il luogo invisibile al pubblico da cui scendono le illusioni (fondali, luci, macchine sceniche) ha smarrito la sua funzione: un tiro è tenuto fermo dentro un frigorifero. Scelta d’avanguardia che chiude l’illusione nel luogo più freddo della realtà domestica, congelando l’azione e l’arte.
Una soluzione surreale che costringe chi guarda a trovare un senso altro. Immaginando, magari, un segreto vissuto collettivo che non si riesce più a sostenere e che quindi si rimuove. Conservandolo al freddo piuttosto che farlo esplodere. Un pericolo imminente ma momentaneamente (in apparenza) innocuo.
E poi c’è lui, in scena: un Cristo divelto dalla croce e fatto oggetto quasi di uno “sparagmos” dionisiaco.
Possibile metafora della frammentazione dell’io moderno: diviso, alienato, distrutto.
Uno shock cristiano potentissimo: togliere Cristo dalla croce significa eliminare la possibilità di una rinascita, di una resurrezione.
Ridurre Cristo a carne smembrata costringe il pubblico a fare i conti con la pura materia e con l’orrore della morte biologica, privata del filtro rassicurante del rito.
E’ un Cristo che non fa più da ponte verso il trascendente, che non è più la parola e il gesto che salva, ma che diventa simbolo puramente immanente: icona della sofferenza terrena, della carne martoriata e della fragilità umana. E il dolore, non piú possibile via per la redenzione, è una condizione schiacciata al suolo.

Valeria Raimondi
(ph. Ester Rieti)
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In un siffatto contesto, dopo un lunghissimo richiamo di campane – ornamento svuotato della sua sacralità, incapace di attirare l’attenzione di una comunità distratta, frammentata, isolata nelle proprie nevrosi consumistiche – sale dal margine laterale del palco, rompendo ulteriormente l’illusione teatrale, una donna (interpretata con spietata poesia da Valeria Raimondi) dalla quotidianità cruda, ma fulgente dentro il suo abito da party, o da morta. Convinta di “potersi fare da sola” la manifattura dell’immagine imperitura della propria fine. Incluse le stimmate. Dandosi così in una crocifissione disperatamente esibita.
Il suo è un urlo-preghiera: un discorso violento, polemico, accusatorio, da invettiva. Che non si riduce ad una semplice esplosione di rabbia: è un potente atto rituale che nasce dall’esigenza di rompere un complice silenzio sul tema della morte. L’invettiva è infatti purificazione, catarsi: fuoco distruttivo e rigeneratore. Ma se l’inveire è un ‘gettarsi addosso’ a qualcuno o a qualcosa, lei invece è (in un efficace contrasto) immobile.

(ph. Ester Rieti)
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Dalla postura da crocefissa, la donna passa poi ad una postura da preghiera: ma la sua non è una richiesta, bensì una pretesa, costellata da una serie di “io voglio “.
Una specie di presa di potere che dona l’ebbrezza di un controllo sulla vita come sulla morte, alzando un confine contro i riti comandati.
Come quello del 2 novembre: giorno della commemorazione dei defunti.
Ma qui inaspettatamente arriva la poesia. Quella dell’ascolto dei “passi (dei familiari verso la tomba del proprio defunto) che vengono e vanno … venite sulla soglia, venite e poi restate”.
Ma della morte non si vuole sapere nulla. Invece, ci confida la donna, servirebbe “un decalogo”: per orientarsi nel vivere la morte, più che la vita: “per la vita c’è tempo”.
E, inaspettatamente, la donna si spinge ora “sulla soglia”: iniziando a ricomporre il Cristo. Dapprima riposizionandolo sulla croce e poi restituendogli il suo corpo smembrato. Infine, lei stessa si fa – fuori da ogni illusione scenica, fuori da ogni attesa – artefice della compassione per l’uomo sulla croce. Restituendogli la sua “verticalità “.

(ph. Ester Rieti)
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Questa cura, questa sua attenzione, è insieme poetica e selvaggia: è dolce e ripetitiva come la musica di un carillon ma selvaggia e libera come una musica western. Un contrasto drammatico potentissimo, che fa della frontiera la soglia dove possono incontrarsi l’innocenza e la violenza.
E seppure torni poi a predominare la pulsione alla violenza, questa volta è per sparare in alto: in una ricerca di comunicazione con il sacro attraverso il caos.

Ma torna la paura della morte. La paura di una lenta sofferenza, indecentemente umanissima: “non vivrò in un luogo di cui non ho le chiavi…basterà il colpo di una pistola, per pulire la canna dell’acqua, con un getto moderato che non schizzi sui muri “.
E poi il sogno di poter immaginare un funerale come la coreografia di un ballo di gruppo. Dal quale ci si stacca alla spicciolata, proprio come a un funerale. Finché lei, la morta, si ritrova sola.

(ph. Ester Rieti)
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Ora riesce ad avvicinarsi al frigo.
Lo apre e rimuove le teste di un bue e di un asino.
Forse non si sono presi sufficiente cura dí Gesu nella mangiatoia.
Forse non si sono accorti di come soffriva.
Spesso succede così: chi è l’altro che vive con noi? Siamo davvero disposti a prendercene cura ?

Ancora una volta dopo una lunga enumerazione di “non voglio”, la donna riesce a prendersi cura di ciò che resta dei due animali: appendendo ciascuno di loro ad un tiro, per poi tirarli su, in verticale, ai lati del Cristo in croce. Così da tornare a infondergli calore: come ai tempi del Presepe. Come se la fine fosse anche un nuovo inizio. In cui si può tornare a sognare “l’alito di un bue e di un asinello”. Così come “ i tuoi occhi aperti dentro i miei”.

Come nell’ omonimo brano dei Doors; come in un rito di passaggio “sufficientemente complesso e universale nelle sue immagini da poter essere, quasi, qualsiasi cosa tu voglia che sia” – così commentava Jim Morrison la sua creazione musicale alla rivista Rolling Stone.
Preziosi frammenti sparsi da raccogliere, ci consegna anche il “The end” dei Babilonia Teatri: frammenti da raccogliere ciascuno a suo modo. Insieme.

Consapevoli della nostra continua tentazione a congelare la speranza e i sentimenti umani.
Consapevoli della nostra tendenza all’indifferenza verso l’altro.
Consapevoli della nostra tentazione a voler mettere tutto in sicurezza.

E’ un invito shock a riflettere, questo di Valeria Raimondi ed Enrico Castellani: a interrogarsi su cosa abbiamo fatto e cosa siamo disposti a fare del sacro. Vogliamo ancora continuare a ridurlo a un bene di consumo, “messo in fresco” come facciamo per i beni deperibili della spesa?
Perché ignorare la morte, significa ignorare il sacro: il senso profondo del mistero, dell’illusione.

Il teatro di Valeria Raimondi ed Enrico Castellani appicca incendi laddove ci ostiniamo a fare ghiaccio, restituendoci in scena la gran babilonia che ci abita. E’ un teatro, anzi un insieme di sguardi sul teatro, che arriva nelle viscere dello spettatore. E le contorce, e le ingarbuglia, fino a togliere il fiato.

Babilonia Teatri è una compagnia che intorno all’ambigua fertilità del termine “babilonia” costruisce la cifra stilistica dei propri lavori.
Il valore simbolico del termine “babilonia” oscilla infatti tra l’esprimere una potente fertilità culturale e insieme un gran senso di confusione, di superbia e di corruzione dei costumi.
E questa ambiguità polisemica interessa moltissimo alla Compagnia, perché esemplifica le contraddizioni del nostro stare al mondo.
Ma particolarmente fertile si rivela la loro scelta di “custodire” il potenziale energetico inespresso, ma accolto, in uno spettacolo fallito, lasciandolo assurgere a segno ispiratore – e in qualche modo identificativo – dei modi di fare teatro della Compagnia. “Babilonia Cabaret” era infatti un lavoro del 2005 che non riuscì ad andare in scena perché gli autori sentivano di essere incapaci di trovarne una chiave espressiva soddisfacente.
Ma proprio questa esigenza a voler custodire, anzichè nascondere, il senso della mancata traduzione di quel passaggio dalla potenza all’atto del loro precedente lavoro, racconta la fine ricettività di questa compagnia.

A ben vedere infatti l’etimologia del termine “babilonia” è resa dall’espressione passaggio del dio. Si tratta quindi non di qualcosa di trattenibile in un’unica forma ma di un fluido. Ecco allora che la continua accoglienza ad ospitare questo passaggio, la cui sacra fluidità sfugge per sua stessa natura al lasciarsi incanalare in una forma, diviene per la Compagnia l’essenza del loro modo di vivere la sacra pluralità del Teatro.

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Recensione di Sonia Remoli
