– CASANOVA – regia Fabio Condemi

di Fabrizio Sinisi

liberamente ispirato a Storia della mia vita di Giacomo Casanova

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TEATRO VASCELLO

dal 13 al 17 Maggio 2026


Affronta le ombre dell’oscurità attraverso il rito della luce. Complice il richiamo delle campane.  Si muove sulla soglia con prudente eleganza, indossato dalla sua preziosa vestaglia di broccato, confine fluido tra il sonno e la veglia, tra la dimensione privata e la dimensione pubblica. Sa cosa cercare quando si avvicina alla sua biblioteca. Ma poi si lascia tentare da un peccato di gola. 

E’ il Casanova di un ancora fascinoso Sandro Lombardi che – dopo l’ennesimo esilio da Venezia, umiliato e in cerca di stabilità economica – vive nel Castello di Dux in Boemia, dove accetta un lavoro da bibliotecario, offertogli dal Conte di Waldstein. Un lavoro da custode geloso della memoria e del sapere. 

Casanova vive questi suoi ultimi anni scrivendo – e quindi anche custodendo e organizzando – la sua memoria biografica. Ma, arrivato alla compilazione del settimo volume, succede qualcosa di diverso. 

La memoria viene meno, non si lascia contattare: come se avesse iniziato a parlare un’altra lingua, diversa, a lui incomprensibile. Come quel dannato tedesco che lì a corte tutti parlano tranne lui. E così, esiliato anche dal rapporto con il suo presente a causa di una lingua barbara, resta nevroticamente intrappolato in una sorta di inferno, dove “non riceve mai quello che chiede”.

Ci vorrebbe un altro tipo di bibliotecario: meno geloso, meno custode. Qualcuno che riesca a muoversi nel caos di “una diversa” forma di lingua, di memoria. Casanova a qualche livello lo sa –“non mi convince ma mi affascina“ – e convoca allora da Parigi un medico esperto di mesmerismo: un approccio medico seducente che mescola storia, esoterismo e psicologia. Proprio nell’Età dei Lumi. Una teoria medica che attribuisce la causa delle malattie al blocco di un fluido corporeo, proponendo di scioglierlo tramite “influssi magnetici” e ipnosi.

Franz Anton Mesmer (1734-1815) – celebre medico viennese, di quando Vienna era una delle grandi capitali del mondo, ovvero la Vienna di Maria Teresa e di Haydn – inventore di questo metodo, studiò a lungo l’opera di Paracelso, medico del Cinquecento, che sosteneva che le cause e i rimedi delle malattie vanno cercati nelle forze dell’universo, perché sono loro a influire sulle nostre condizioni fisiche. Tra queste forze che legano il macrocosmo al nostro microcosmo umano Mesmer individuò il magnetismo, immaginandolo come un fluido sottile e invisibile emanato non solo dalla calamita, ma anche dal proprio corpo (o da quello di persone che ne risultassero particolarmente cariche) e con il quale sosteneva di poter curare vari disturbi.

Mesmer, di spalle, durante una seduta di terapia a Parigi attorno a un grande baquet magnetico a forma di ellisse

(Foto: Alamy / Aci)


Nelle illuminate corti settecentesche era diventato molto di moda il mesmerismo e, effettivamente, le sedute qualche effetto lo avevano su chi riceveva questo trattamento. Mesmer fu in effetti un pioniere nell’individuare la possibilità di una diversa relazione con la persona malata e con la sua esperienza della cura. Inoltre, le sue osservazioni riguardanti un certo tipo di sonno magnetico che lui induceva, fornirono una base per i successivi sviluppi dell’ipnosi.

D’altra parte Casanova vive in un secolo decisamente complesso e, in quanto tale, affascinante.

E’ il secolo di Kant (1724-1804) e della differenza tra “fenomeno” (la realtà come ci appare organizzata dalle strutture della nostra mente) e “noumeno” (la realtà vera, indipendente dalla nostra percezione, che rimane inconoscibile). 

E’ il secolo del terremoto di Lisbona (1755), accompagnato da un incendio e da uno tsunami. Non solo una catastrofe naturale, ma un vero e proprio evento traumatico collettivo che scosse le fondamenta intellettuali, religiose e filosofiche dell’Europa del XVIII secolo. Un disastro che mise in crisi la filosofia teodicea e l’ottimismo razionalista, in particolare quello di Leibniz, che sosteneva vivessimo nel “migliore dei mondi possibili”.

Voltaire – presenza rievocata qui in scena (e interpretata da un efficace Alberto Marcello) – divenne il portavoce dello shock europeo, scrivendo il Poema sul disastro di Lisbona (1756) e il celebre romanzo Candido o l’ottimismo (1759). Opere, dove attaccò l’idea che la sofferenza avesse un senso provvidenziale, chiedendosi perché innocenti (e bambini) dovessero morire in modo così orribile. Un terremoto, quello del 1755, che ha costretto la generazione dei Lumi a confrontarsi con l’irrazionalità e l’imprevedibilità della natura, ponendo le basi per un nuovo approccio alla vita, alla sofferenza e alla scienza.

E’ il secolo però anche dell’introduzione delle macchine e della prima rivoluzione industriale (1760), eventi che ebbero un impatto dirompente sulla coscienza della società, ponendo le basi per una mentalità moderna basata su produttività ed efficienza.

E’ il secolo del primo volo a bordo di una mongolfiera (1783) che rappresentò la concretizzazione fisica dei sogni illuministi di progresso e di dominio della natura attraverso la ragione. Così come la sfida dell’ignoto da parte dei primi aeronauti contribuì ad alimentare un senso di ammirazione per lo spirito d’avventura umano.

E’ il secolo della Rivoluzione Francese (1789-1799) che ebbe un impatto dirompente sulla coscienza sociale del Settecento, trasformando radicalmente il modo in cui le persone percepivano il potere, i diritti e la propria posizione nella società. Fu un vero e proprio shock nella coscienza europea, in quanto sostituì l’idea di una società statica e gerarchica con quella di una società dinamica, fondata sui diritti individuali e sulla partecipazione politica.

Casanova si trova ad attraversare e ad essere testimone nell’arco della sua vita (1725 al 1798) di tutte queste sconvolgenti e fertili contraddizioni, che fanno di lui una coscienza che non si accontenta e indaga le sfumature della realtà, dell’arte e della scienza. Una coscienza, la sua, che nonostante una stabilità precaria, cerca comunque un nuovo orientamento. E’ questa sua energia eccedente, che impedisce il suo totale chiudersi su se stesso.

Casanova sente infatti che ha bisogno di essere aiutato da qualcuno – come “un vecchio amico o un compagno di scena” – che lo porti “a volare” oltre quei confini della sua coscienza che lui, da solo, non riesce a varcare. Ha bisogno di un medico mesmerico. Ed è questa particolare tipologia di medico che sta aspettando ora, in scena. 

Con fascinosa perspicacia la sinergia artistica tra il drammaturgo Fabrizio Sinisi e il regista Fabio Condemi immagina allora di rendere forma drammaturgica la sessione di mesmerismo, così da visualizzare suggestivamente le fertili contraddizioni che convivono nell’uomo che ha dato accoglienza a innumerevoli identità. La sua vita fu un susseguirsi di fughe, intrighi, travestimenti: avventuriero, amante, giocatore d’azzardo, latitante, soldato di ventura, filosofo, scrittore, diplomatico, studiò diritto, fu matematico, scrisse saggi su scienza ed economia, si occupò di spionaggio.

Fu un acuto osservatore della società del suo tempo, quella società che desiderava incantare. Ma fu anche un acuto osservatore di se stesso: un uomo che alla fine del suo tempo è ancora interessato alla ricerca di se stesso. Tanto che sul limitar della sua vita sente e accoglie la spinta di avventurarsi ad indagare il più grande mistero dell’esistenza: la memoria, la psiche.

Il medico mesmerista (interpretato in scena da un rigorosamente magnetico Marco Cavalcoli) accompagna allora Casanova in un viaggio onirico tra le sue memorie più nascoste – irraggiungibili alla razionalità logica perché depositate in aree diverse da quella dell’io – per scoprire cosa accade nel suo teatro dell’inconscio. 

E’ “un volo”, questo, che chiede fiducia, che va affrontato “a occhi chiusi”, o meglio con gli occhi del sentire. Occorre salpare dal controllo razionale per poter incontrare una nuova terra, una razionalità onirica, fuori dai principi della logica. Una lingua nuova: che si dà per frammenti dell’io, per immagini, che mirabilmente gli occhi del Casanova di Sandro Lombardi riescono a proiettare su di noi. Ed è incanto.

E’ in questa nuova dimensione che arriva a Casanova – prendendo forma dallo sciabordio dell’acqua – la memoria di un antico trauma: un episodio di epistassi, che riporta in scena un piccolo Casanova (un talentuosissimo Edoardo Matteo).

(ph. Luce Del Pia)


Un’epistassi, comunemente nota come “sangue dal naso”, che pur essendo un evento di natura medica legato alla fragilità capillare o a fattori ambientali, può rivelare, in una prospettiva simbolica, significati legati a emozioni, ad una richiesta di attenzione.

Ma in questa nuova area frammentata della psiche tutto scorre, si sovrappone, fluisce, si arresta, ritorna. Così come, con stile accattivante, viene visualizzato dalla concertazione tra la drammaturgia della scena e dell’immagine curata da Fabio Cherstich; il disegno luci di Giulia Pastore; le musiche e il sound design di Andrea Gianessi. Una sinergia che riesce a riprodurre la continua trasformazione del paesaggio psichico di Casanova.

E così dal trauma dell’epistassi, si passa all’eros di un altro ricordo traumatico: l’abbandono del più grande amore della sua vita. Henriette: donna intellettualmente a lui complice e assai appassionata (qui in scena una Simona De Leo dall’aura seducentemente enigmatica).

Ricordo che lascia il passo a quello vissuto nella prigione dei Piombi assieme al monaco barnabita Padre Marino Balbi (qui in scena interpretato da un interessante Marco Cavalcoli, divinamente grato e umanamente gaudente) con il quale condivise la detenzione e il piano di fuga.

(ph. Luca Del Pia)


E poi ecco l’imbarazzo per  il rapporto poco onesto con la finanziatrice, protettrice e cliente esoterica frequentata durante il suo soggiorno parigino, in particolare nel periodo post-fuga dai Piombi: la marchesa Jeanne de Durfé ( in scena una meravigliosa Betti Pedrazzi).

(ph. Luca Del Pia)


E  ancora, continua ad emergere lo sconcerto per il terremoto di Lisbona, descritto dallo stesso Voltaire (qui di Alberto Marcello).

(ph. Luca Del Pia)


E poi quella frase che torna senza cancellarsi: “Dimenticherai anche Henriette”. Forse perchè, come ricorda Fabrizio Sinisi nelle sue note di drammaturgia, “soltanto quel che non cessa di dolorare resta nella memoria” citando il Nietzsche della “Genealogia della morale” (1887).

(ph. Luca Del Pia)


Tutto si sblocca, tutto fluisce attraverso questa nuova dimensione mentale che non ha fretta di capire, perché “le verità sono scritte in forma di enigmi e gli enigmi vanno intesi in forma allegorica, non lineare”. 

Ma il medico stabilisce che il tempo è finito e che ora si può tornare ad aprire gli occhi. 

(ph. Luca Del Pia)


Resta la sensazione di come sia diverso “il cercare di non morire, dal cercare di vivere”. Di come ricordare i propri successi per inserirli in una memoria biografica non sia più interessante del raccontare e condividere le proprie fragilità.

Perché si può rincominciare. Sempre. Anche quando tutto cambia. Anche quando ci sembra di non avere più un “nostro” posto, perché tutte le precedenti certezze sono state stravolte. Anche dopo la morte. A teatro si può. 

(ph. Luca Del Pia)


Uno spettacolo che brilla di sapiente cura e fertile ricerca in ogni sua componente, per raggiungere picchi di eccellenza nell’interpretazione di Sandro Lombardi. 

Lo spettacolo è una produzione LAC Lugano Arte e Cultura, in coproduzione con Emilia Romagna Teatro ERT/Teatro Nazionale, TPE Teatro Piemonte Europa, Compagnia Lombardi Tiezzi, La Fabbrica dell’Attore – Teatro Vascello


Recensione di Sonia Remoli

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