Nico viene da un posto dove si chiamava Christa Päffgen. Un posto abitato dal silenzio e dalla violenza. Ma dove, nonostante tutto, forte era ancora la capacità di sognare, d’immaginare.
Margherita Remotti
Fata Morgana ieri sera era in Margherita Remotti, un’interprete-autrice che con il suo personaggio condivide una gran dose di magnetismo. Un one man show il suo che ha incantato la sala gremita del Teatro Studio Argot.
La Remotti fa suoi i ritmi e i livelli emozionali dell’estasi, della perdizione, della commozione, perché come Christa sa stare nei “vuoti”. Perchè conosce il potere del “raccontare”: unico modo che permette alla sua Nico di assentarsi dal “posto da cui viene” e di farsi Fata Morgana.
Margherita Remotti
La drammaturgia e l’interpretazione di Margherita Remotti si fondono mirabilmente – grazie alla regia di Jon Kellam – con la drammaturgia delle luci, delle proiezioni visive e delle musiche originali di Alberto Laruccia. Una sinergia davvero efficace.
Christa e’ cresciuta in compagnia del vento, nel ventre di sua madre. E con il vento si identifica: il suono di tutte le cose. Lei è suono. Questo è ciò che la lega a Nico, la sua nuova identità.
Margheritta Remotti riesce fascinosamente a rendere percepibile come l’essenza di Nico sia il risultato di fusioni paniche. Sono allucinazioni e rituali magici quelli in cui si cala, in cui si lascia cadere contattando un posto indefinito: “tra lì e l’altrove; tra qui e l’altrove”: il luogo di Fata Morgana.
Margherita Remotti
I suoi occhi vedono perdendosi nel nastro dei ricordi: sono irresistibilmente evocativi, come la sua voce, profonda e scura.
I suoi occhi si bagnano di trattenuta commozione: lei riesce ad intercettare il fuoco del sole e il roboare del tuono ma non lo s-catenanento della pioggia.
Lei ha fame di pioggia dai tempi della guerra, ci confida. Quella fame di spensieratezza di cui un bambino si dovrebbe nutrire. Ma Christa no. Lei è stata sfollata durante la guerra, suo padre se ne andò e fu lei a prendersi cura della mamma. Non le fu concesso essere figlia: anche per questo non sempre riuscì ad essere una buona mamma per suo figlio Ari. Sente la forza dirompente dell’amore per suo figlio ma non sa come indirizzarlo.
Margherita Remotti
Brillò per la sua insolita bellezza ma soprattutto per le sue capacità artistiche poliedriche. Gli uomini la adoravano, fino a temere di essere oscurati dal suo fascino carismatico, unico.
E poi bastò un colpo di calore: la sua esistenza si chiuse circolarmente nel “non essere vista”. Nell’essere sfollata dagli ospedali.
Ma nel ricordarla, ogni volta, è un pò come restituirle ciò che non è stato ancora da noi decifrato. Un tradurre qualcosa di più della sua lingua, così unica, così deformante. Di questo inafferrabile miraggio Fata Morgana.
Note di un giocoso noir (le musiche sono curate da Giovanni Frison) aprono “la diretta” di questo effervescente testo di David Mamet – maggiore voce del teatro americano – che l’estro del regista Giorgio Sangati ambienta in apparenza in un salotto borghese.
Il regista Giorgio Sangati
Boston: la città dove non hanno mai smesso di soffiare venti di libertà, che dal 1860 hanno preso a spazzare anche i viali dell’Emerald Necklace: la stupenda collana verde di parchi, che sembra adornare la città come il collo di una signora bon ton.
Ed è intorno a questa collana che, inconsapevolmente complici, si trovano a librarsi le due magnifiche presenze “volatili” in scena, impegnate in irresistibili rituali di corteggiamento “on air”.
Mariangela Granelli e Maria Paiato
L’accattivante eloquenza della prossemica, le note musicali che al momento opportuno vanno a colorare le voci; la danza messa in scena dai corpi; l’enfatico esibirsi per lasciarsi guardare su palcoscenici organizzati maniacalmente. Senza dimenticare poi il sacro rituale dell’offerta di cibo e la premura nella costruzione del nido. E’ delizia seduttiva. E’ incanto.
Maria Paiato
Maria Paiato splende: è perfetta in questo habitat rubato all’etologia. C’è fresca sapienza nel suo mutare piumaggio, accusare il colpo, attirare l’attenzione, provare e riprovare. E poi cambiare.
Perché è anche questo uno dei temi del testo: la bellezza del cambiare idea. La felicità di scoprire che noi stessi siamo capaci di cambiare atteggiamento. Di modificarci. Senza estinguerci. Nonostante tutto.
Maria Paiato e Mariangela Granelli
Mariangela Granelli è un meraviglioso esemplare di eleganza dinamica, come le penne allungate dall’intensa colorazione iridescente di cui ama adornarsi (la cura dei costumi è di Gianluca Sbicca). La sua vocalità ruvida e calda s’accorda per suggestivo contrasto con le note più alte del canto della Paiato.
Maria Paiato, Mariangela Granelli e Ludovica D’Auria
Elemento di (apparente) disturbo della coppia impegnata nei corteggiamenti per finalità discordanti e poi riconvergenti, è la giovane e convincente capinera Ludovica D’Auria: una cameriera “a servizio” più dell’amore che della casa. Vivace, timorosa, socievole, mite: sbuca spesso dalla collana dei parchi per voli brevi, segnalandosi con un canto in sordina che poi conquista una sonorità piena. Partendo dalle note dure e brontolanti come un tac-tac fino ad arrivare a spingersi in piccoli gorgheggi, sarà lei a riassegnare ritmi e tempi nei rituali di corteggiamento della coppia.
Mariangela Granelli, Maria Paiato e Ludovica D’Auria
I loro battibecchi – cinici, pungenti, asciutti, feroci, da telegramma, allusivi, sempre perfetti nel provocare l’effetto desiderato – hanno il sapore unico dello stile di Mamet, denso di quel senso di inquietudine e di quel desiderio di confronto propri dello stare al mondo umano. È il fascino del “Mamet speack”.
Mariangela Granelli e Maria Paiato
L’ardore immaginativo che caratterizza l’adattamento di Giorgio Sangati regala una libertà magnificamente espressiva a quel preferire “rappresentare” il comportamento umano, piuttosto che cercare di spiegarlo. Così caratteristico del teatro di David Mamet. E restituito con acuta sensibilità dalla traduzione di Masolino D’amico.
“Sono intorno a noi, in mezzo a noi. In molti casi siamo noi …”
Con un prologo che potrebbe essere anche un epilogo, l’estro del regista Andrea Baracco con acuta provocazione sceglie di orientare il pubblico in sala disorientandolo. Sì, quella che va in scena è una finzione; ma anche no.
Il regista Andrea Baracco
Se è vero – come è vero- che ciò che può l’animo umano è questione che ci riguarda tutti indistintamente, allora ha senso permettersi di additare qualcuno ? In che rapporto sono il vero con il falso ? È proprio vero che il dolore sia così inutile ?
In un’evocativa scena indistintamente bianca (curata da Marta Crisolini Malatesta), che allude alla Venezia del ‘500 ma non solo, prende vita quella dinamica così tragicamente umana da sorprendere in trappola molti dei protagonisti in scena: quella di cosa arriviamo a fare quando sentiamo che ci viene a mancare il riconoscimento del nostro ruolo sociale ed esistenziale.
Per Iago è la sua mancata promozione, che vede ingiustamente favorito Cassio; per Roderigo è l’amore per Desdemona, che quest’ultima ricambia però verso Otello; per Brabanzio è il non essere più riconoscito nel ruolo di padre da una figlia risolutamente incline a riconoscere rispetto a un padre ma di più ad un marito e obbedienza a nessuno; per Otello è il lacerante sospetto di perdere la propria virilità e il proprio valore sociale a seguito del supposto tradimento di Desdemona. Una sensazione che può diventare umanamente insopportabile: un po’ un “essere presi a calci come asini che non servono più”.
Viola Marietti (clown), Federica Fracassi (Iago) e Federica Fresco (Bianca)
Baracco nella sua messa in scena – sinergica alla traduzione e alla drammaturgia curate da Letizia Russo – onora l’eredità dello Shakespeare fine conoscitore, anzi “inventore” dell’umano, come lo definì Harold Bloom: nessuno prima di lui, infatti, ha saputo intercettare e tradurre attraverso l’esercizio del linguaggio e del pensiero le sfumature caratteriali di così tante inclinazioni umane.
E anche qui, in questa tragedia, Shakespeare ci rivela quante forme diverse può assumere la medesima dinamica psicologica nella quale restano incastrati vari personaggi. Tra loro, Iago è l’unico a mettere in campo una reazione più complessa, più maleficamente raffinata. Pur essendo abitato dall’ossessione del suo odio per il Moro, dimostra non solo di gestire magnificamente la sua ansia – così da non cadere preda dei cattivi consigli della fretta – ma soprattutto è l’unico a riuscire a non prendere le distanze dal suo nemico, perversamente escogitando il modo di continuare a servirlo servendo in verità solo se stesso. Un mettersi a servizio, il suo, non dell’amore, della stima e del rispetto verso il suo superiore ma esclusivamente del proprio personale odio, tremendamente vendicativo, nei suoi confronti.
Viola Marietti (clown), Ilaria Genatiempo (Otello) e Federica Fracassi (Iago)
Il taglio registico scelto da Baracco è tale da andare oltre “la questione del genere”: in scena fa salire solo interpreti femminili proprio per rendere manifesto come tali dinamiche più che essere legate a un genere sono la risultanza di sempre nuove combinazioni e dosaggi del maschile e del femminile, che costituzionalmente abitano la psiche di ognuno di noi.
L’effetto sullo spettatore è decisamente spiazzante come è naturale che sia, abituati e viziati qual siamo ad avere solo uno sguardo sull’argomento. E intenzione (dichiarata) del regista Baracco è proprio quella di saggiare le nostre certezze, metterle alla prova, verificarle. Suscitare in noi la fertilità del dubbio e far sì che ci accompagni come saggio consigliere dello stare al mondo. Per vedere oltre le apparenze, per cogliere le meravigliose e tragiche sfumature della nostra natura.
ph Gianluca Pantaleo
Federica Fracassi è mirabilmente “a servizio” dello Iago di Baracco: ci restituisce tutto il godimento – che arriva fino all’eccitazione parossistica – del subdolo celarsi per avvelenare e così manipolare chi ancora non conosce se stesso. Metereologicamente divina nel tessere trame narrative come piogge piuttosto che come tempeste, si manifesta “terapeutica” come l’oracolo di Delfi.
Federica Fracassi è Iago
E autenticamente proprio così vogliono essere i personaggi shakespeariani, nelle cui vene scorre il male assieme al bene; il tragico assieme al comico; il dolore assieme alla terapia. È l’incantesimo della scrittura shakespeariana che Baracco riesce a esplicitare, a rendere fruibile. Perché – come sottolineava Harold Bloom – Shakespeare è un drammaturgo analitico e molto subdolo e man mano che procede nella sua carriera, quello che intende dire al pubblico supera di gran lunga quanto invece è contenuto nei versi.
Cristiana Tramparulo (Desdemona) e Ilaria Genatiempo (Otello)
Davvero suggestiva poi la scelta registica di ambientare lo spettacolo in una scena poeticamente “vaga”, universale, e portare tutto il sapore, gli odori e i suoni della Venezia della seconda metà del ‘500 dentro i personaggi, dove le donne ad esempio godono di uno status particolare, unico nel mondo di quel periodo. Shakespeare ne viene a conoscenza leggendo il libro di viaggio di Thomas Coryat “Crudezze” scoprendo così donne dal temperamento consapevole e provocante che alla maggiore età potevano rinunciare alla patria potestà, aprire attività commerciali e pochi anni più tardi laurearsi. Donne curiose, esultanti per quel cosmo agitato e imperscrutabile che era la Venezia del ‘500 e così ben descritto nel testo di Giuseppe Manfridi “Shakespeare family”.
Ilaria Genatiempo (Otello), Cristiana Tramparulo (Desdemona) e Francesca Farcomeni (Emilia)
Ricco in fascino e in efficacia il clown interpretato da Viola Marietti: sacro per le sue polarità e per le sue acrobatiche metamorfosi. Per il suo far ridere e far piangere: lui stesso un po’ pierrot di decadente bellezza bohémien. Dapprima quasi marionetta nelle mani di Iago, poi libero di esprimersi nella sua autentica natura.
Interessante anche la Bianca interpretata da Federica Fresco che porta in campo la tempestosa natura dell’eros e ricorda l’audacia nel mostrarsi delle donne dei pittori del ‘500 veneziano, dal Tiziano al Giorgione.
Giorgione, “Laura”, 1506
Baracco sceglie una recitazione in cui il corpo delle interpreti – di un’incantevole femmilità androgina – diventi linguaggio: quello proprio di ciascun personaggio. Corpi parlanti lingue e vissuti diversi tra loro. Eppure uguali. Corpi che traducono parlando agli occhi.
E’ notte: Pupa va in strada per fare “carezze d’amore” . Spaventata, sussurra di Nino RotaCanzone arrabbiata. Ma una struggente malinconia domina sulla rabbia.
Canto per chi non ha fortuna
Canto per me
Canto per rabbia a questa luna
Contro di te…
Contro chi e ricco e non lo sa…
Chi sporcherà la verità
Penso all’illusioni dell’umanità
Tutte le parole che ripeterà…
Dipinto di Giuseppe Fava
Gli avventori le dicono che lei è una cosa inutile; si dimenticano il suo nome. Ma lei non perde la consapevolezza della sua identità.
Perchè si racconta a noi. E così grazie al potere del racconto può continuare a tenere insieme tutti i ricordi che le danno la prova di esistere.
Pupa s’innammora: riesce sempre a trovare qualcosa di cui innammorarsi. E ne è felice. Scopre di diventare madre ma prima che nasca suo figlio muore il suo Michele. Allora il bambino si chiamerà come suo padre e oltre al nome ne erediterà il destino.
Marco Aiello (Orlando) e Claudio Pomponi (Pupa)
L’amore poi prende il nome di Orlando ma lui la fa esibire nelle piazze: è il suo amore e il suo pappone. Sono storie d’amore e di morte. Pupa lo sa: basta chiudere gli occhi e immaginare che quelle carni siano del suo Orlando.
Ma le narrazioni di Pupa e di Orlando differiscono: dove sarà la verità?
Dipinto di Giuseppe Fava
Pupa si strugge per i suoi figli, per le contraddizioni dell’essere madre: desiderare di spingere fuori – alla vita – il proprio figlio ma poi desiderare anche farlo rientrare nel proprio grembo. Proggerlo dal crescere, dall’allontanarsi, dall’essere indipendente. Dal morire.
Quanto vale la vita di un uomo ?
Claudio Pomponi (Pupa) e Marco Aiello (Orlando)
In un’epica del sopravvivere dolce-amaro, Marco Aiello (Orlando) e Claudio Pomponi (Pupa) – a scena quasi nuda – riescono a “riempirci gli occhi di parole e la gola di sospiri per amore”.
La Pupa di Pomponi brilla di un femminile in purezza: candido e sordido; delicato e prorompente. E di una vocalità sinuosa e suadente. Un femminile trasversale all’ontologia del genere.
Di Marco Aiello emerge la versatilità, nella quale si muove attraversando le pluripartiture che in lui prendono vita: dall’avventore al musicista (di lacerante bellezza i suoi interventi contaminanti con l’armonica a bocca); dall’avvocato al pappone. Sostiene con efficacia e credibilità un dialetto siciliano parlato con un ritmo vorticoso eppure chiarissimo, netto, opportunamente articolato.
Entrambi ricordano un po’ i guitti della commedia dell’arte ma il riferimento più esplicito e ai cantastorie erranti siciliani.
Uno spettacolo che brucia il cuore.
È il teatro di Giuseppe Fava: il teatro che punta la luce sulla “normalita”, sullo stile popolare dal linguaggio denso e marcato. Sull’ “antica ed eterna contraddizione di vivere tra infelicità e speranza”. Un teatro come esercizio del potere investigativo verso la ricerca di quella libertà, che non è un dono di natura ma ardita e consapevole conquista.
L’evocativa drammaturgia di Rosa A. Menduni e Roberto De Giorgi portata in scena dalla calda sensibilità di Piero Maccarinelli dà vita ad uno spettacolo ironico, allegro, mordace ma anche delicato, tenero, commovente, plasmato da una vitale tensione verso il rispetto della dignità umana.
Il regista Piero Maccarinelli
È il racconto di un improbabile e folgorante incontro tra tre diverse modalità di stare al mondo, apparentemente inconciliabili ma intimamente capaci di essere attraversate da una fertile accoglienza. Un incontro di quelli capaci di rompere l’abituale scorrere del tempo: quelli dove niente è più come prima.
Alberto Onofrietti (Manuel), Antonello Fassari (Renato) e Alvia Reale(Aurora)
E’ l’incontro tra un anziano padre (un lirico Antonello Fassari) che, precedentemente partigiano e poi disilluso dagli ideali del comunismo, oramai rimasto solo in casa continua a trovare ispirazione e conforto in un microcosmo di libri; sua figlia (una densa ed enigmatica Alvia Reale) che, sentitasi tradita dal suo stesso padre, prende ampie distanze prossemiche ed affettive dallo stesso; e un teppistello fanaticamente tatuato di ideali politici di destra (un tormentato e splendidamente tempestoso Alberto Onofrietti) alla guida della propria vita, senza essenziali istruzioni per l’uso e senza r-assicurazioni affettive.
Antonello Fassari e Alberto Onofrietti
Ma se è vero – come è vero – che “una vita è i suoi libri“, citando il titolo di uno splendido libro di Massimo Recalcati, l’anziano Renato ha maturato una speciale predisposizione ad avvertire possibili e fertili confronti emotivi con gli altri. Perché nel leggere ci si accorge che il libro ci legge. E c’insegna che lo stesso attraversamento può avviene anche dall’incontro con gli esseri umani. Anche da quelli che sembrano così diversi da noi.
Molto efficace la costruzione dello spazio scenico – curato da Paola Comencini – modulato per accogliere occasioni d’incontro con i libri.
“Impariamo qualcosa di chi siamo dal libro che leggiamo, perché noi stessi in fondo siamo un libro che attende di essere letto”.
E Renato lo sa e non a caso oltre alla sua testimonianza sceglie di lasciare in eredità al tempestoso Manuel un libro che ha accompagnato la sua vita ma che sente di non poter riuscire a terminare : “Guerra e pace” di Lev Tolstoj. Perchè per realizzarci come persone occorre amare la vita in tutte le sue sfaccettature, nel bene e nel male, in guerra e in pace. E lo stesso vale nei confronti di chi incontriamo: amare sempre la diversità dell’altro, così speciale proprio perché così diversa.
Alberto Onofrietti e Antonello Fassari
Ed è per questo che nell’accogliente microcosmo di Renato, che ha generosamente fatto spazio all’esuberanza -seppur ancora acefala- di Manuel, il ritratto di Antonio Gramsci può alternarsi a quello di Francesco Totti. Una fertile duttilità d’animo che non passera inosservata allo sguardo della figlia Aurora che, tornata dal padre dal quale si era isolata per 30 anni, avvertirà come la presenza di Manuel sia stata preziosa per predisporre suo padre ad un nuovo punto di vista sulle possibili deviazioni politiche giovanili. Un padre che ha imparato “a tradurre” la lingua dell’attuale impazienza giovanile.
E allora “farà giorno”.
Alvia Reale e Alberto Onofrietti
E, seppur solo per un attimo, si scopriranno – proprio come ne “I tre moschettieri” di Alexandre Dumas, primo libro letto voracemente da Manuel – “tutti per uno, e uno per tutti !”.
E allora al di là dei duelli di parole e di silenzi, resta e vince l’acuta tolleranza verso un’onesta carenza morale e una nobile guitteria, quando queste arrivano a fiorire in generoso altruismo.
Uno spettacolo importante e necessario.
Antonello Fassari, Alvia Reale, Alberto Onofrietti
FARÀ GIORNO
commedia in due atti di Rosa A. Menduni e Roberto De Giorgi
Che cosa c’è prima di una scelta che taglia via tutte le altre possibilità in cui può iniziare un inizio ?
Che cosa c’è prima di un “now”?
Lucia Mascino
C’è ciò di cui ci fa dono questo meravigliosamente smarrito spettacolo di Lucia Calamaro.
C’è il caos, c’è l’assenza dei principi della logica, c’è il mondo del sogno, c’è il regno dell’inconscio.
C’è tutto ciò che ci spaventa di più, o che ci imbarazza facendoci sorridere.
Lucia Calamaro
Autrice e Regista
C’è quello che la metafisica Lucia Mascino provoca in noi, qui parti del suo ‘Io’ e del suo “Super Io”. Parti che lei interroga, cercando di tenerle tutte insieme: come in un condominio esistenziale.
Ma la Mascino è così fascinosamente smarrita che arriva a contagiarci fino a far diminuire progressivamente la nostra tendenza a mettere argini al suo caos.
Lucia Mascino
Tutto in lei recita: incluso il bianco che indossa. Inclusi i capelli: così smarritamente acconciati. E poi gli occhi: cosi sbigottiti e calamitanti. Due sirene blu.
Blu come un deliquio momentaneo, immerso in un microcosmo e in un macrocosmo di bianco: il colore che contiene tutti gli altri colori e quindi il più ricco in possibilità.
Una ricchezza che atterrisce per la difficoltà provocata dalle attese, “dai tanti occhi” e dalla stratificazione dei saperi. Una ricchezza che non aiuta a scegliere, tagliando via tutte le altre direzioni. Una densa consapevolezza esistenziale che a volte ci porta ad invidiare “i comodoni o gli ossessivi”, coloro cioè che sanno sempre cosa fare, in un senso o nell’altro. Senza accorgerci invece di come siamo fortunati a smarrirci: “se non fosse per questo, ma perchè ?” – conclude, complice, la Mascino prima degli applausi finali (scroscianti).
Lucia Mascino
Smarrirsi è l’attesa gestazionale che precede, ogni volta, l’epifania di “un incontro”, di un’ispirazione. E’ una sorta di “atopia socratica”: un sentirsi in nessun posto, un po’ “come dopo che ti hanno dato una botta in testa”- traduce la Mascino. Una sensazione unica, speciale, “da sussurri”, intima: fertile proprio perché vuota e quindi ricca di mancanze. Talmente vera che sembra finta. “E pensare che ci tenevo tanto ad avere una vita normale” – chiarisce con arguzia la Mascino.
Smarrirci é ciò che ci costituisce come esseri umani – sosteneva Hannah Arendt – che proponeva di definirci “natali” e non “mortali: tutti moriamo, è vero, ma anche tutti nasciamo. Tutti iniziamo continuamente. facoltà di ciascuno è proprio quella di poter essere – “ogni volta che il possibile non è più abbastanza” – un nuovo inizio.
Lucia Mascino
Un “nuovo scatto d’umore” da proteggere, amare e tutelare dal giudizio esterno. Anche con un bel “oggi ho i nervi a fior di pelle, lasciatemi stare”. Perche l’acume è instabile e va ogni volta ritrovato. Perché tanta sensibilità a fior di pelle va recuperata con una “convalescenza”.
Recita l’elegante accessorio indossato dalla scrittrice in scena: una custodia per carta e penna, strumenti di lavoro di chi é in attesa di una nuova ordinazione (ispirazione divina), da servire (pubblicare) al pubblico.
Un testo e una regia, questi di Lucia Calamaro, geniali e profondissimi, resi mirabilmente fruibili dai sagaci sottotesti espressivi della fluida ed epica Lucia Mascino.
Giocare ci rende liberi o ci gioca brutti scherzi?
Che tipo di verità siamo disposti a sostenere quando stiamo in un gioco ?
Se – come sosteneva Hegel – “nella sua indifferenza e nella suprema leggerezza il gioco può essere la serietà più elevata e quella unicamente vera”, cosa si cela allora dietro a un gioco?
Intorno a queste domande ruota l’interessante testo di Asia Giulia Quarta messo in scena con brillante sensibilità dalla regista Serena Masullo.
Un filo di noir – che la drammaturgia delle luci sa sottolineare efficacemente – s’intesse nella trama di questa scoppiettante commedia degli equivoci. O meglio, dei segreti.
I protagonisti in scena infatti – interpretati da Asia Giulia Quarta (Samantha), Kevin Magrì (Enea) e Lucia Torre (Erika) – pur definendosi tra loro legati da un’intima amicizia in realtà, come accade spesso nella vita di cui il gioco è una superba metafora, sono legati da intimi segreti. E sarà proprio un gioco a rivelarli.
L’autentico soggetto del gioco infatti non è il giocatore ma il gioco stesso – ci ricorda Hans-Georg Gadamer. È il gioco che ha in sua balia il giocatore, lo irretisce e lo fa stare al gioco.
E così arriva la consapevolezza che la verità e la menzogna sono due facce della stessa moneta: sono ciò che ci costituiscono come esseri umani.
Ma dove c’è imperfezione c’è evoluzione: è tutto un gioco di leggi e caso, una dialettica tra elementi normativi ed elementi idiosincratici casuali. Qualche volta prevalgono di più gli aspetti normativi e allora il processo è abbastanza direzionato; altre volte invece prevalgono gli aspetti casuali, che fanno cambiare rotta. E si rivelano un punto di svolta.
Ecco allora che Samantha, la protagonista principale dello spettacolo interpretato appassionatamente dall’autrice Asia Giulia Quarta, ad un certo punto della sua vita sente l’urgenza di “vederci chiaro”. E un po’ come l’ispettore Clouseau dà avvio ad una ricerca delle cause del caos in cui si trova immersa da anni. Erede del fare imbranato ma efficace dell’ispettore francese, Samantha affidandosi al proprio istinto arriva a deduzioni sconcertanti ma corrette. E da lì potrà ripartire.
Perchè così è la vita.
Kevin Magrì, Asia Giulia Quarta e Lucia Torre
In una scena curatissima si muovono con destrezza e afflato i tre attori Asia Giulia Quarta (Samantha), Kevin Magrì (Enea) e Lucia Torre (Erika), che riescono a sostenere efficacemente i giusti ritmi richiesti da un testo brillante e velatamente enigmatico. Puntuali anche nei tempi comici.
Uno spettacolo che sa trovare la giusta chiave brillante per restituire al pubblico, che segue costantemente partecipe, verità profonde ed intime.
Nel seminterrato di una strada che ricorda “Via del Campo”, la strada di coloro che abitano gli orli della società , vive Pina: “la graziosa dai grandi occhi color di foglia” .
Un luogo che è anche uno stato della mente e una condizione psichica: quella di chi tenta di evitare il fuoco dell’inferno e insieme la monotonia del paradiso.
Tiziana Sensi (Pina) e Mariano Gallo (Principessa)
È il mondo cantato da De André: un mondo definito malfamato dall’ipocrisia borghese ma permeato da pura autenticità. È il mondo a cui allude l’appassionata drammaturgia di Donatella Diamanti.
Pina (una Tiziana Sensi di malinconica ed ingenua bellezza) abita, ed e abitata, da un monolocale seminterrato, dove quel che resta della visibilità – consentita dal muro che occupa gran parte della vetrata – permette di vedere la strada all’altezza degli occhi.
Un’ottica, e quindi uno sguardo, che ai più sfugge ma che rivela come si vive strisciando a terra e rischiando ad ogni istante di essere schiacciati. Metafora di un’umanità che vive ai margini della società.
Tiziana Sensi (Pina)
Il pericolo di schiacciamento viene amplificato dalla sensazione provocata dal particolare posizionamento obliquo, anziché perpendicolare, della vetrata-tetto del seminterrato. Sensazione percepita e ritratta da Guido, il figlio di Pina, nei suoi disegni.
La scena, così centrale in questo spettacolo diretto con profonda sensibilità dal regista Luca Gaeta, è magnificamente realizzata da Alessandro Chiti, che vi crea un habitat vitale di decadente poesia.
Tiziana Sensi (Pina)
Pina sta scrivendo una lettera: la sua ultima lettera. Fatica a terminarla perchè il desiderio di vita riaffiora in lei prepotentemente, nonostante tutto: è il desiderio di prendersi cura degli altri ad “innaffiare” la sua densa malinconia. E poi ci sono i ricordi: quelli belli. Quelli che la legano a Guido, il suo amato bambino.
Pina solo apparentemente sembra accontentarsi di un’esistenza “a mezza bocca” : di quelle che capisci e non capisci. Il suo autentico desiderio è quello di non rendere totalmente incomprensibile ciò che in realtà lei vuole “si legga” di se stessa.
Tiziana Sensi (Pina)
Il suo avvicinarsi sul confine dove la vita si incontra con la morte non denota la volontà di ‘decidere’, cioè di “tagliare” e quindi di separare la vita dalla morte. Non a caso il suo commiato termina con un “arrivederci” e non con un “addio”. È piuttosto invece come se desiderasse ancora una possibilità: quella capace di regalare una nuova “forma” (non più semi-oscurata e schiacciata) alla sua esistenza, grazie alla forza trasformativa che solo certi incontri sanno “accendere”.
Mariano Gallo (Principessa)
Ecco allora il manifestarsi di Principessa (un Mariano Gallo “dal sorriso tenero di verdefoglia” che non teme di correre verso “l’incanto dei desideri”) : una creatura così diversa da lei, eppure così capace di sintonizzarsi sulle sue frequenze. Così effervescente, eppure con un allure da pierrot liricamente struggente.
Quando si ritrova al cospetto di Pina ne è frastornata perchè:
“lei ti guarda con un sorriso
non credevi che il paradiso
fosse solo lì al primo piano”
Mariano Gallo (Principessa ) e Tiziana Sensi (Pina)
Ma Pina è anche una donna che si affida ad una logica primitiva, infantile, che va al di là dei principi della logica. Per lei non esistono etichette per incasellare le cose e le persone in maniera definitiva (come invece tende a fare Principessa): lei va oltre il principio di identità e di non contraddizione. Le cose, i fatti, le persone, possono essere letti secondo diverse modalità. E lei ogni volta le fa esistere tutte, nominandole. E solo dopo, ne sceglie una. Guidata dal suo istinto. E così finisce per avvolgere Principessa in una selvaggia e tenera confusione gioiosa.
Tiziana Sensi (Pina)
Principessa al contrario, per difesa, ha scelto di sorreggersi proprio grazie all’univocità delle definizioni della logica: vere e proprie etichette che lasciano Pina piuttosto stordita.
Ma pur percorrendo strade esistenziali diverse, queste due “anime all’orlo” riescono a trovare quel sentiero che le fa incontrare e stare bene insieme. Fertilmente. Saranno proprio le loro ferite più o meno nascoste ad avvicinarle, ad incuriosirle a vedere le cose del mondo anche con lo sguardo dell’altra.
Mariano Gallo (Principessa)
Principessa ad esempio ha difficoltà con l’olfatto: il nostro cervello ancestrale. Dietro il suo altezzoso “schifarsi” si cela la difficoltà ad entrare in contatto con la natura più primitiva di sé. Non meno di Pina, anche lei chissà quante volte avrà pensato di farla finita. Ma poi di tutte le lettere di commiato ha finito per decidere di farne balze del suo “habitus”.
Efficacemente estrosa risulta allora la scelta della costumista Ilaria Ceccotti di ri-coprire Principessa con una sorta di vestaglia-soprabito sulla quale sembrano cucite, e insieme lasciate libere di balzare, le sue passate lettere di “arrivederci”.
Tiziana Sensi si cala generosamente dentro il personaggio di Pina, dotata di una psiche così semplice eppure così straordinariamente ricca di contraddizioni, tessendo con questo complesso personaggio una trama di potente complicità. E lo spettatore ne avverte tutta la drammatica e primitiva bellezza.
Mariano Gallo, proprio nell’andare “a correggere la fortuna”, trova il modo più adatto per farci dono di una preziosa possibilità: quella di poter avvertire epidermicamente, e quindi intimamente, quanto possa essere bella anche una natura così esuberantemente fragile, così ricca di femminile ma anche di maschile. Che si dà senza sbavature: in purezza. Limpida, proprio perché consapevolmente torbida.
Uno spettacolo intimo: tragicamente comico. Uno spettacolo umano e divino: un viaggio interiore alla ricerca della nostra identità, del nostro sogno. Che attraversa “ingorghi di desideri” per poi godere del loro incanto.
Uno spettacolo che ci parla del nostro realizzarci come “anime salve”.
Quanti significati si nascondono dietro lo “svelarsi” ? Li esplora con gioia, ironia e commozione l’omonimo spettacolo di scrittura collettiva voluto e diretto da Silvia Gallerano, in scena fino a domenica 14 gennaio p.v. al Teatro Studio Borgna dell’Auditorium Parco della Musica.
Una performance scritta e pensata da donne, per sole donne e per chi si sente donna.
Silvia Gallerano (ph@ Giulia Ducci)
Svelarsi è un’epifania: una rivelazione, un portare alla luce qualcosa di bello, di sacro, precedentemente nascosto.
Svelarsi è un liberarsi: uno sciogliere o allentare i lacci, un nuovo respiro ampio e profondo.
Svelarsi è un offrirsi con elasticità e generosità. Un aprirsi a se stessi e quindi agli altri. Un attraversamento di confini.
Svelarsi è sollevare il velo ma anche avere occhi adatti a vivere e a recepire la rivelazione.
Svelarsi è un essere pronti.
Che cosa significa “farsi notare”? Perchè è così essenziale essere visti ?
Ritrovarsi insieme, come invita a fare questo spettacolo, può essere utile per rintracciare delle risposte che finalmente diventino gesti. “Senza perdersi in chiacchiere”.
Gesti che ci svuotino da ciò che non è nostro e lascino aperti dei vuoti, liberi di riempirsi di autenticità individuali. Uniche.
Regalandoci così la forma dell’acqua, che può entrare ovunque e prendere tutte le forme: cambiando ciclicamente stato.
Sì: lo spettacolo diretto da Silvia Gallerano è una fertile e gioisa occasione per conoscerci, per metterci a nudo. E scoprire quanto possano essere belle le diversità. Quanto possano essere attraenti certe imperfezioni.
Rompendo così il gesso degli imperativi categorici relativi all’essere costantemente “accettabili” e “composte”.
In verità “Svelarsi” è più di uno spettacolo: è un esperimento, l’avvio di un processo di ricerca e di apertura. Un rito collettivo tra l’apollineo e il dionisiaco. Grazie al quale riuscire ad iniziare ad emanciparci dalle definizioni e dalle etichette: così chiare ma così asfissianti.
SVELARSI
regia Giulia Gallerano
di e con Giulia Aleandri, Elvira Berarducci, Smeralda Capizzi, Benedetta Cassio, Livia De Luca, Chantal Gori, Giulia Pietrozzini, Silvia Gallerano
con il contributo di Serena Dibiase e la voce di Greta Marzano
allestimento luci Camila Chiozza
consulenza costumi Emanuela Dall’Aglio
una produzione Teatro di Dioniso
in collaborazione con PAV nell’ambito di Fabulamundi Playwriting Europe e Frida Kahlo Production
con il contributo del MiC – Ministero della Cultura, Regione Lazio e Roma Capitale
in collaborazione con SIAE – Società Italiana degli Autori ed Editori
sì ringraziano per il supporto e l’ospitalità ATCL per Spazio Rossellini, Lottounico, Fortezza Est e Fivizzano27
Nasce da un brindisi – canta il poeta Franco Arminio – da un inno, da un canto quotidiano: quello che onora il manifestarsi della “bellezza sprovveduta”.
Il manifestarsi cioè della sorpresa per ciò che è inaspettato: come la neve, che a Bisaccia -il paese di Arminio- non sa più dove cadere, tanto tutto è vuoto.
Bisaccia (Avellino)
Ma “bellezza sprovveduta” è anche il manifestarsi della sorpresa per ciò che, nonostante tutto, si ostina a perseverare: come le capre di Roghudi, preziosa etnia dell’Aspromonte.
Capra di Roghudi(Reggio Calabria)
La “bellezza sprovveduta” è una magica sensazione che tutti noi possiamo permetterci di avvertire e di provocare negli altri. Perché la natura umana si caratterizza proprio per essere imprevedibile: fatta di sorprese. Una “costituzione” preziosissima la nostra, che dobbiamo custodire e mantenere vitale attraverso il provocare e l’essere provocati da meraviglie “impreparate”.
Perché vivere “è una piccola, breve, irripetibile occasione” – ci ricorda Franco Arminio.
E la cosa migliore che si possa fare è “guardare”: regalare attenzione, riconoscere i piccoli grandi mutamenti e le ostinazioni di ogni giorno, di ogni uomo. E poi amarli. E amarsi.
Franco Arminio
E, forse non a caso, il primo canto di questa raccolta di poesie e di prose poetiche è dedicato alla “ferita dei non amati”: al danno che la disattenzione e il mancato riconoscimento dell’altro hanno provocato in coloro che adesso non trovano pace.
A loro in primis va lo sguardo del poeta, che già in dedica al libro ricorda al lettore come, oltre ai gesti, anche le parole possano essere non solo un balsamo rivitalizzante ma anche violenza pura: “stella o pugno”.
E quindi occorre farne buon uso: per accorgersi della
“ferita di ognuno
quella che si vede
e quella che sanguina
all’interno
nel fosso misterioso
della carne“.
E se capita di non accorgersi della ferita dell’altro, prezioso è riuscire a dire “grazie” proprio a quell’errore che si fa o che si subisce. Per ripararlo ed imparare da quell’errore; così da evitare di rifarlo in futuro.
Terremoto in Irpinia – 23 novembre 1980 –
Ferite sono pure le case e i luoghi degli uomini: le loro crepe parlano di abbandono. Ma anche di ospitalità: perchè “ogni creatura è qui per essere vista e sognata”.
Perchè “a guardarsi bene intorno una gioia si trova sempre“, ogni giorno.
Perché la Gioia è compagna dell’Inquietudine. E allora può capitare anche che
“arrivi uno sguardo
e comincia il gioco
dell’amore,
fino a quando l’alba chiusa
in un cappotto frantuma il buio
e cominciano a tremare le cose,
parte la corriera, rincasano
le stelle, il barista espone
i cornetti, il vecchio
ritrova la sua vigna”.
Biblioteca Tilane – Paderno Dugnano(Milano)
Al poeta si chiede di dire “qualcosa di nuovo”. Per farlo deve mettere la sua vita nelle mani della morte. Nascono così, dalla morte incontrata e accolta da Arminio nelle proprie “crepe”, canti struggenti ed eccitanti che non dimenticano nessuno: chi è malato, chi vive in guerra, chi si si sta congedando dalla vita, chi vive per strada, chi sopravvive a un terremoto geologico, chi a un terremoto amoroso. Perché “ogni cosa va poggiata con cura, ogni passo che facciamo in superficie/deve badare al fuoco che c’è sotto”.
Lo sguardo attento e commosso di Arminio ha la capacità di indurre alla vicinanza anche chi legge. È lui a prendersi cura di raccogliere “il fuoco dell’impensato/ e il fuoco di chi quel mondo ce l’ha raccontato”.
Franco Arminio al Festival “La luna e i calanchi” di Aliano (2019)
Sorella della Gratitudine è l’Amore: la rivoluzione che ci sospinge verso quelle che il poeta chiama “Creature dal cuore azzurro” : “Fare l’amore/e leggere poesie belle/è un modo per non prendere ordini/dall’epoca. Ridere, baciare, è un modo di vendicare/i morti nelle bare”.
Sanno di mare, le “Creature dal cuore azzurro”, soffia nella loro bocca vento greco:
“Il loro desiderio/è candido e bestiale /è libero, è fuori da ogni cella. Trovare un desiderio come questo/è incontrare il centro di una stella”.
Dario Brunori eFranco Arminio
Corpi e desideri così vanno portati nei luoghi e i luoghi nei corpi: questo è il desiderio di Franco Arminio. Perché i Luoghi sono fratelli alla Gratitudine. E hanno bisogno di un nuovo umanesimo, che non “secchi le radici greche e metta una conca di plastica dove era piantato il mito”.
Mostra personale di Franco Arminio “Presenze, esercizi di paesologia” a cura di Stefania Pieralice presso Università eCampus di Roma– fino al 31 gennaio p.v.
“Perché ora nell’aria c’è una sorpresa
per chi la sa vedere: quel mondo abbandonato
è tornato necessario
a se stesso e agli altri.
Ora c’è bisogno di contadini
più che di commercianti,
non serve chi mette in giro il troppo,
ma chi sa usare il poco, il raro.
Ora più che mai sono freschissime
le parole di Rocco Scotellaro”.
Compagna alla Gratitudine è l’Inquietudine, si accennava sopra: ma ora, qui nella sezione “Geografia dell’Inquietudine”, Arminio ci confida come la sua inquietudine si origini anche dall’eredità del “continuo temere” materno e dalla capacita paterna “d’intrattenere la solitudine con i clienti”. E ci rivela che:
Scrivo quando mi sento morto più che vivo,
quando desidero o mi commuovo,
quando sono brusco, impaziente,
eccessivo.
Ma la “bellezza sprovveduta” ha fatto sì che “un militante dell’inquietudine sia diventato per molti un consolatore militante”.
Franco Arminio
E questo, forse, è potuto accadere perché Franco Arminio riesce a rendere interessante “il buio”: sa indossarlo. Se ne lascia avvolgere. Ma non irretire. E così fa esperienza – e ce ne rende dono ogni volta – che sul confine del buio si può incontrare l’alba. E se lei tarda ad arrivare allora tocca inventarsi un modo per aspettarla. O per cercarla meglio. Perchè è così – come la luce in un quadro del Caravaggio – che arriva la gratitudine.
Dio non è morto.
Dio ci ha licenziato.
La poesia lavora
per farci riassumere.
La poesia
è il nostro sindacato.
A noi il compito intimo, sensuale e politico di una gioia da inventare.
Franco Arminio
“Immaginate di aprire la porta con dolcezza, come se fuori vi aspettasse un incanto”.
“La poesia serve a tenere tutti i sensi aperti”.
Brindiamo alla vita: siamo grati !
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