Recensione dello spettacolo SALVEREMO IL MONDO PRIMA DELL’ALBA – Carrozzeria Orfeo –

TEATRO VASCELLO, dal 5 al 17 Marzo 2024 –

E’ proprio così invidiabile essere delle “star”? 

Siamo davvero sicuri che essere “stellari” significa “avere qualcosa in più” ?

Questo nuovo spettacolo della ferocemente saggia e divertente Carrozzeria Orfeo sembra invitarci a riconsiderare il pensiero che generalmente nutriamo verso coloro che ci sembrano vivere al “top”. 

Questa volta la sagace drammaturgia di Gabriele Di Luca così ricca di interrogativi esistenziali – la cui consulenza filosofica è stata curata da Andrea Colamedici di TLON – vira lo sguardo dallo stare al mondo degli “ultimi” della nostra società, allo stare al mondo dei “primi”: coloro che svettano in cima alla piramide del censo. 

Gabriele Di Luca

Come mai questo nuovo oggetto d’indagine?

Perché – così sembra emergere dal titolo e dallo spettacolo – nel nostro immediato futuro si profila decisamente urgente che i due estremi sociali imparino a “stringersi in un abbraccio”: a sviluppare quella sensibilità inclusiva – ormai quasi estinta – del portarsi aiuto, dell’aver cura a comprendersi. Perché è solo riscoprendo l’importanza del prendere in considerazione l’Altro che si può tentare di riorganizzare e ridisegnare il nostro attuale assetto sociale. 

E allora perché non veicolare questa necessaria esigenza proprio partendo dai “primi”, così ricchi anche in visibilità? Perché anche “i top” non vivono così divinamente come può sembrare: non sono così ricchi in “entusiasmo”. 

Ecco allora che la regia di Gabriele Di Luca, Massimiliano Setti e Alessandro Tedeschi li immagina desiderosi di raggiungere una clinica – edificata su di un satellite orbitante nello spazio (la scena e le luci sono curate da Lucio Diana) – per disintossicarsi dalle varie dipendenze da cui sono afflitti. E così tornare ad essere liberi.

Ma allora cosa significa essere liberi?

Ma non significava non avere limiti, divieti, costrizioni, leggi da rispettare? Se sì, come mai avere questo tipo di libertà incondizionata non rende davvero felici? 

Forse perché – come afferma la “star” femminile del gruppo di ospiti della clinica – la libertà “fa incazzare inizialmente”. Se infatti dapprima ti rende ebbro, poi ti fa insorgere un’angoscia tale dal tornare a desiderare non essere più libero e quindi responsabile del tuo operato. Preferendo dipendere: da qualcosa o da qualcuno.

Forse perché per continuare a desiderare essere liberi occorre rispettare dei confini, delle leggi, che proprio nel limitare il nostro arbitrio tutelano lo zampillare di quel desiderare così vitale da includere anche il desiderio degli altri.

Perché desiderare essere liberi – come sostiene Massimo Recalcati in “A pugni chiusi, Psicoanalisi del mondo contemporaneo”– implica un dare valore “all’arretrare”, più che all’affermare sempre e comunque se stessi. Per lasciare spazio anche all’Altro, così da sviluppare un senso di responsabilità senza troppe pretese di proprietà. 

Non a caso forse i personaggi in scena sono, ognuno a suo modo, “star” dell’imprenditoria che si lasciano “riavviare” dai programmi di psicoterapia (individuale e di gruppo) di una particolare Spa, al fine di una “remise en forme” del corpo e quindi dell’anima. 

Coordinatore, uno psicoterapeuta che ama farsi chiamare ‘coach’, che si avvale del potere terapeutico e quindi normativo della parola. Gli ospiti scoprono così che il raccontarsi autenticamente tra loro senza oscurare le proprie fragilità e l’accettare di essere ‘limitati’ da leggi e regole, riescono a regalare una profonda sensazione di quella nuova libertà che si coniuga con il concetto di umanità. 

Una libertà questa, immune dal dictat a “produrre” continuamente per continuamente “farsi comperare”, imposto subdolamente dall’ideologica capitalistica. Una perversione che lega il riacquistare il prodotto di volta in volta più “nuovo” all’illusione di poter essere felici perché al passo con i tempi.

Invece potremo riuscire a “salvare il mondo prima dell’alba” se “useremo le luci per illuminare le ombre”, come suggerisce questa splendida drammaturgia. 

Se faremo del mondo “il luogo dell’intreccio tra il computer e il pero selvatico … se l’intelligenza artigianale resisterà all’intelligenza artificiale” – come invita a considerare il paesologo  Franco Arminio nel suo Manifesto “Il Paese dei Paesi.

Gli attori in scena – (in o.a.) Sebastiano Bronzato, Alice Giroldini, Sergio Romano, Roberto Serpi, Massimiliano Setti e Ivan Zerbinati – brillano come materiale esplosivo: sanno farci riflettere, ridere e un po’ vergognare. Perché quello che loro eruttano spudoratamente  fuori non è poi così lontano da quello che a volte noi pensiamo e implodiamo.

Uno spettacolo più che mai necessario che ci apre gli occhi e il cuore sul fatto che per natura noi umani siamo costituiti dall’istinto alla sopraffazione. Ma l’amore, il rispetto, la comprensione, la cura, li possiamo e li dobbiamo imparare.

Per poter riuscire a salvare il mondo prima dell’alba.


Recensione di Sonia Remoli

Recensione dello spettacolo DONNE SENZA CENSURA scritto, diretto e interpretato da Patrizia Schiavo

TEATRO LO SPAZIO, dall’ 1 al 3 Marzo 2024 –

«Lasciami qui / lasciami stare / lasciami così / non dire / una parola / che non sia / d’amore / per me / per la mia vita / che è / tutto quello / che io ho / tutto quello / che io ho / e / non è ancora finita»

E’ un gesto d’affetto quello che si dona e ci dona Patrizia Schiavo.

Un modo, il suo spettacolo, per onorare la sacralità del femminile: radice dello spazio teatrale.

Un grido, il suo, che si fa lamento fino a divenire evanescenza di sussurro.

Da un’esplorazione interiore prende vita una rievocazione personale che si traduce in teatro: attraverso lo pseudonimo di Letizia Servo (una sagace scelta di sinonimi) Patrizia Schiavo dà voce a tutte le parti di sé che la abitano, incluse le più oscure. 

Silvia Grassi, Patrizia Schiavo e Sarah Nicolucci

Non ascoltarle e non lasciarle esprimere avrebbe rischiato di formare dannosi blocchi. Fluisce invece un racconto che riesce ad abbattere il muro del silenzio, delle ipocrisie e del perbenismo di una società che vuole le donne solo a determinate condizioni.

Un risultato raggiunto anche grazie agli efficaci interventi a specchio delle due alter ego Silvia Grassi e Sarah Nicolucci che, al di fuori di ogni vittimismo o moralismo, si espongono senza censura oltre quel velatino di scena, che contribuisce a creare la magia di renderle improvvise visualizzazioni dei pensieri. Epifanie della mente di Patrizia Schiavo, alias Letizia Servo.

Perché la bellezza, non tanto quella della forma, richiede una particolare cura per essere tutelata. E l’intensità della vocazione all’autenticità della Schiavo ci porta alla suggestione di ripensare ad Annarella, la Benemerita Soubrette di Giovanni Lindo Ferretti dei CCCP.

Annarella Benemerita Soubrette CCCP Fedeli alla Linea – Prefazione di Marco Belpoliti
con fotografie inedite di Luigi Ghirri – Quodlibet Edizioni

Perché è proprio da un disagio che un’artista coglie l’urgenza della propria ricerca. E la Schiavo da sempre sceglie di fare un teatro “necessario”, propedeutico al raggiungimento di una consapevolezza e quindi di una metamorfosi.

Un teatro come luogo d’incontro, strumento di denuncia e impegno civile contro la violenza. Luogo che attualmente ha preso la forma del Teatrocittà: una realtà artistica di altissimo livello, coraggiosamente insediatasi in una difficile periferia della capitale: Torrespaccata.

Ecco allora che anche la platea diventa “uno spazio di periferia” che necessita di aprirsi e di sperimentare. E infatti con generoso acume la Servo, rompendo la quarta parete, cerca continuamente il contatto e lo scambio con il pubblico, che provoca e insieme ristora. La risposta non tarda ad arrivare. Ed è generosa, complice, creativa.

Patrizia Schiavo è Letizia Servo

E poi, nel corso della rievocazione del suo complesso e fertile percorso a tutela di un’autonomia come donna e come attrice, arriva il momento di svolta: l’incontro con il Maestro e padre spirituale Carmelo Bene.

Ed è qui che la Schiavo ci regala una splendida testimonianza di come l’eredità che più conta è il modo in cui quello che abbiamo ricevuto viene interiorizzato e trasformato. Non si tratta tanto di uno spalmarsi passivo sull’eredità consegnataci ma di un fare proprio ciò che si è “respirato”.

Patrizia Schiavo è Letizia Servo

Consapevoli che nel destino di erede è incluso anche quello di essere orfano, come anche l’etimologia greca della parola erede ci ricorda. Perché un erede non può limitarsi a ricevere ciò che gli è stato lasciato, ma deve, proprio come un orfano, compiere un movimento di riconquista della sua stessa eredità. Perché quello che conta è la trasmissione del desiderio da una generazione all’altra, come direbbe Massimo Recalcati.

E infatti la parola chiave di tutta la rievocazione della Schiavo – incentrata sul poter salvifico del raccontare – è “ancora”: la parola che meglio di ogni altra esprime l’essenza del desiderio, dell’entusiasmo, dello slancio vitale.

Patrizia Schiavo è Letizia Servo

Come anche il brano musicale che suggella lo spettacolo rivela con densa e malinconica potenza. Una malinconia che al di là dello stagnante rimpianto, si libera in una straordinaria forma di gratitudine: erede e orfana. E quindi creativa, viva. Ancora.

«Lasciami qui / lasciami stare / lasciami così / non dire / una parola / che non sia / d’amore / per me / per la mia vita / che è / tutto quello / che io ho / tutto quello / che io ho / e / non è ancora finita». 

Davvero uno spettacolo necessario.

Recensione dello spettacolo ANNA CAPPELLI di Annibale Ruccello – regia di Renato Chiocca –

Con GIADA PRANDI

TEATRO COMETA OFF, dal 27 Febbraio al 3 Marzo 2024 –

E’ una bambola dal casco d’oro che non ama essere giudicata ma osservata in profondità, l’Anna Cappelli immaginata dalla sensibilità del regista Renato Chiocca e interpretata dall’intensa Giada Prandi

Una donna che pur non avendo potuto dare forma ad una sua identità, si apre fin troppo generosamente alla società in trasformazione del suo tempo (l’Italia degli anni ’60). E non avendo un suo sguardo critico a proteggerla, finisce per girare ossessivamente intorno ad alcuni pensieri fissi – come efficacemente sottolinea anche la drammaturgia musicale di Stefano Switala – fino a rimanerne vittima.

Un modo di essere donna ancora molto attuale.

Giada Prandi (Anna Cappelli) e Renato Chiocca, il regista dello spettacolo

Già in famiglia Anna non si sente riconosciuta nella sua personale identità e inizia ad essere gelosa ed invidiosa. Defraudata delle attenzioni che avrebbero dovuto essere dedicate appositamente a lei, fugge via dalla sua famiglia e dal suo paese. Ma la fuga da sola non risolve nulla, se non è supportata dalla spinta a mettere in campo nuove modalità di sperimentare se stessi.

La sua psiche, a cui allude suggestivamente l’allestimento scenico di Massimo Palumbo, ha confini delineati (dagli altri) ma risulta priva di pareti di spirito critico. E così Anna resta totalmente invasa dai condizionamenti che le arrivano dall’estero e per appagare la sua fame di attenzione – che le regala la sensazione di esistere davvero – tende ad assecondare troppo spesso le richieste degli altri. Il rischio che ne consegue è quello di restarne manipolata: fatta girare come una bambola e poi buttata giù. 

Consapevole delle evidenti difficoltà ad entrare in relazione con gli altri, Anna cerca di compensare la sua fame di appartenenza legandola almeno alle cose: “alla roba”, dalla quale non ci si deve aspettare un essere ricambiati.  Orientandosi così sempre più – figlia anche del tempo nel quale si trova immersa – verso il “possedere” piuttosto che verso “l’essere”.

L’obiettivo diventa a questo punto quello di farsi scegliere, per mettersi nelle mani di qualcuno che già possiede “cose”. Ma Anna, impossibilitata a condividere qualcosa con gli altri, farà in modo – nella sua mente – di epurare “le cose ereditate” dall’odore impuro di chi l’ha preceduta. Così da poter dire che sono “solo sue”.

Ma niente è per sempre. E così quando il Ragionier Tonino, il pollo dalle uova d’oro che lei “crede” di avere nelle sue mani, stanco di farla girare come una bambola la butterà giù, lei entrerà in un corto circuito emozionale che incendierà anche il senso dell’olfatto, nostro cervello ancestrale.  Così quell’accattivante odore per la carne, con il quale acutamente Annibale Ruccello apre questo stupefacente testo, finisce tragicamente per chiuderlo.

Con raffinata perspicacia il regista Chiocca individua nella sagace sensibilità multiforme di Giada Prandi l’interprete cui affidare questo lamento femminile di sublime bellezza. 

Focalizzando la sua attenzione sulle dinamiche mentali che danno forma alla natura umana, in particolare alla splendida complessità dell’animo femminile, Renato Chiocca fa di questo personaggio dalle forti tinte tragiche una creatura della quale non possiamo evitare di sentire la calda vicinanza. Soprattutto in questo periodo storico che stiamo attraversando, in cui il rischio alla sovraesposizione – in questo caso digitale – ci rende facilmente prede.

L’Anna Cappelli di Chiocca ci si dà, si mette nelle nostre mani – anche prossemicamente – per essere ascoltata nel profondo: al di là del giudizio, che impaziente vorrebbe chiudere lo sguardo e condannare. 

La drammaturgia delle luci di Gianluca Cappelletti (che sa come far penetrare fin dall’inizio l’ingresso delle ombre fino a materializzarle con chiara evidenza nella parte finale del dramma) unita all’estro carico di simbolismo che caratterizza la cura dei costumi di Anna Coluccia (che progressivamente spoglia Anna di ogni difesa ) accompagnano ed enfatizzano l’accurata ed avvincente profondità dell’interpretazione della Prandi. 

E’ lei infatti che ci porta con sé al di là del facile e banale perbenismo che ammanta il suo personaggio, permettendoci di intravedere fin da subito negli occhi di Anna guizzi di rabbia o di fosca capricciosità, che arrivano a farla letteralmente “friggere” d’insofferenza verso le forme di condivisione più elementari.

E’ lei che ci fa accedere al ventaglio di manifestazioni passive con cui si esprime il bisogno di Anna di essere accettata. Fino alla splendida restituzione di una solleticante seduttività, che lei crede di agire ma dalla quale in verità è solo agita. E della quale non riesce a tollerare l’incertezza.

E’ lei a veicolarci l’esigenza di Anna a “vincolare” , chiudendolo in un contratto, “l’acquisto” dell’altro per scacciare l’assillante spettro dell’ ”assenza”, del vuoto d’identità. Ecco allora che i suoi pensieri prendono la forma del delirio, dell’allucinazione, del sempre più forte distacco dalla realtà fino a perdersi totalmente una volta messa di fronte all’abbandono. Ancora un abbandono, di cui non si era accorta prima che prendesse forma compiuta.

Allora lo spettro dell’assenza prende corpo e spettrale diventa tutta quella che lei credeva una sua solida costruzione. Ma è una situazione inaccettabile. Occorre portare in salvo ciò che sta per andarsene e “l’unico” modo è trasformare un essere sensiente (che rifiuta di relazionarsi con lei) in “una cosa” . In qualcosa che non può opporsi alle sue aspettative.

Fino a scoprire però che non c’è “gusto”.

E il dubbio di non aver fatto la giusta scelta, la divora.


Annibale Ruccello aveva una particolare cura – che prese la forma di una vera e propria vocazione – verso il disagio antropologico che in ogni epoca accompagna alcuni gruppi della popolazione. 

Sua è l’inclinazione a farsi cantore della sensibilità degli inquieti e dei malinconici, tanto che la sua accoglienza esistenziale lo spinge a fare del teatro il luogo privilegiato dove riuscire a rivelare le ipocrisie, gli odi, le viltà della società nella quale i suoi personaggi si trovano immersi. 

Società la cui prima forma embrionale è la famiglia: luogo dove non sempre è facile trovare una generosa accoglienza. 

Ecco allora che lui amorevolmente restituisce identità, e quindi dignità, allo stare al mondo di questi esseri umani: ”personaggi, che difendono un sogno di purezza, nel buio spaventoso del tempo che li ingoia”, come mirabilmente li ha definiti il Prof. Matteo Palumbo nell’introduzione al volume “Annibale Ruccello e il teatro del secondo Novecento” a cura di Sabbatino Pasquale,  Edizioni Scientifiche italiane.


Annibale Ruccello

Recensione dello spettacolo 456 – scritto e diretto da Mattia Torre

TEATRO VASCELLO, dal 27 Febbraio al 3 Marzo 2024 –

In principio era il sugo: quello della nonna.

Dal giorno della sua morte, quattro anni or sono, il sugo silenziosamente continua a sobbollire sul fornello, grazie ai continui rabbocchi dei familiari: un rituale ossessivamente rispettato all’interno del quadrato magico di questa trinità etologica.

Tra cura e accanimento, si continua a mantenere in vita questa divinità familiare (che si crede contenere “l’anima della nonna”) nella speranza che prima o poi la cottura alchemica trasformi – e quindi renda digeribile – ciò che ancora risulta indigesto.

Ad esempio il nervosismo carico di dubbi di Genesio (Carlo De Ruggieri), il figlio di Ovidio (il pater Massimo De Lorenzo) e di Maria Guglielma (la mater Cristina Pellegrino), che si rifiuta sommessamente di onorare il rituale familiare.

Cristina Pellegrino (Maria Guglielma, la mater); Carlo De Ruggieri (Genesio, il figlio) e Massimo De Lorenzo (Ovidio, il pater)

ph Alessandro Cecchi

Lui, più dei genitori, è tentato dal solletico del vento: osa sognare evadere. Per tenere sotto controllo la tentazione a desiderare deve fumare, illudendosi così di produrre lui il vento. Oppure deve lasciarsi cadere nell’incantesimo di una ninna nanna, somministrata puntualmente dalla mater nel suo orecchio: un irresistibile racconto sul suo animale totem, il ghiro, tratto da una sorta di bibbia del mondo animale, dove si descrivono tutti i pericoli del sottrarsi da una rassicurante letargia esistenziale.

Ma anche Ovidio, il pater, è particolarmente nervoso a causa del vento: un libeccio che non soffia solo fuori. E lui lo sa. Ma si può domare: nel suo caso risulta efficacemente letargico l’udir il succulento dispiegarsi di un menù – ed è sempre la mater colei che shakespearianamente somministra il farmaco della parola che seduce/manipola nell’orecchio – ideato specificatamente per scongiurare possibili nervosismi da parte di un ospite (Giordano Agrusta) dal quale ci si aspetta una conferma. Misteriosa.

Messo a tacere il nervosismo di Ovidio, ora la famiglia può passare alle prove della messa in scena della cerimonia d’accoglienza dell’ospite: una dimensione meta-teatrale dove il pater si fa director (regista).

Carlo De Ruggieri (Genesio, il figlio), Giordano Agrusta (l’ospite), Cristina Pellegrino (Maria Guglielma, la mater) e Massimo De Lorenzo (Ovidio, il pater)

ph Alessandro Cecchi

E poi c’è Maria Guglielma: lei, oltre ad esser l’unica a detenere il potere di saper insufflare seducenti farmaci, è abitata da un vento di mancata giustizia che nessuno dei due uomini sa domare efficacemente, se non attraverso botte e sputi. Ma i venti delle donne sono diversi: richiedono una cura speciale per essere calmati. E intanto lei sa aspettare.

ph Alessandro Cecchi

Il loro è un microcosmo familiare ancestralmente lontano eppur vicino a noi: dalla prossemica etologica sì, ma nella quale non fatichiamo a riconoscerci. Perché l’odio viene prima dell’amore; perché l’istinto di sopraffazione ci costituisce come esseri umani e l’amore invece va imparato.

Anche di questo ci parlano la drammaturgia e la lingua – cesellata ad hoc per questo spettacolo – di Mattia Torre, che osano spingersi sul confine tra umano e animale.  Ma non sul confine che separa i due mondi; piuttosto sulla frontiera intesa come luogo d’incontro dei due mondi, solo apparentemente opposti. Perché anche il bene è contiguo al male, così come il riso è contiguo al pianto. E spingersi proprio lì dove i due opposti sono così vicini produce uno stato di grazia: feroce e giocosa. Elegantemente irriverente.

Mattia Torre

Perché la catarsi che si produce è una presa di consapevolezza profonda che non spinge il pubblico a rimanere frustrato. Ma a rilanciare. Sempre.

Perché se è vero che siamo stati gettati al mondo in questa crudele precarietà di sopraffazione, dove la famiglia è anche la prima esperienza di crudeltà protettiva e l’imprinting della difficoltà di tessere sane relazioni, è vero anche che esiste una miniera di possibilità a cui attingere e a cui credere sempre. Subito. A cosa nello specifico? “A questo poi ci pensiamo”.

– ph Alessandro Cecchi –

Gli attori in scena – Massimo De Lorenzo, Carlo De Ruggieri, Cristina Pellegrino e Giordano Agresta – sono la stupefacente materializzazione della babele linguistica che riesce ad essere contenuta in questo nuovo idioma, che esprime con esplosiva efficacia una scrittura drammaturgica così materica da risultare quasi metafisica. Dove anche gli oggetti di scena rispondono ad una loro prossemica simbolica. Dove tutto recita. Dove tutto ci è necessario.

Uno spettacolo che riesce a farci morire dalla voglia di vedere come siamo in realtà: al di là delle convenzioni, del quieto vivere, del politically correct. 

Uno spettacolo che ci fa desiderare conoscere la nostra scandalosità: lo scandalo dello stare al mondo. Lo vediamo e insieme ci detestiamo e ci commuoviamo.

Uno spettacolo che ci apre gli occhi sul peggio di noi e in qualche modo ci permette di accettarlo. Non per crogiolarci, tutt’altro.

Per rilanciare. Sempre.

Recensione di Sonia Remoli


LEGGI la recensione del libro

Recensione dello spettacolo LA ROSA NON CI AMA di Roberto Russo – regia di Gianni De Feo

TEATRO LO SPAZIO, dal 22 al 25 Febbraio 2024 –

Vivere è un gran rompicapo: un pò come c’insegnava il cubo di Rubik

Si nasce composti, ordinati e poi la vita ci scompone, ci spettina. Spesso sono venticelli calunniosi a farci perdere il senno, che come i petali di una rosa profumano eppur celano spine. 

Ma il gusto del gioco forse è proprio quello di dedicarsi a ricomporre l’ordine. Continuamente. Perché la vita continuamente ricomincia, come amava ripetere Hannah Arendt.

Cloris Brosca e Gianni De Feo

Non ci sono vincitori né vinti quando una storia d’amore finisce. E lo stesso vale anche per quella tra Carlo Gesualdo (1566- 1613) – noto compositore e Principe di Venosa – e Maria D’Avalos.

Sebbene la storia abbia chiuso la vicenda che ha visto il Principe uccidere “legittimamente” Maria e il suo amante, la drammaturgia di Roberto Russo va oltre. E immagina qualcosa di diverso, di più vitale ed estremamente lirico.

ph Manuela Giusto

Ecco allora che legando sinergicamente il suo testo, all’intensa interpretazione attoriale di Cloris Brosca e di Gianni De Feo – che ne cura anche la regia – prende vita uno spettacolo che onora con grande efficacia lo sperimentalismo dello stile musicale di Carlo Gesualdo, dando prova di saper accordare l’audacia ritmica, l’intrepidità armonica e l’estremo cromatismo musicale del madrigalista di Venosa al testo poetico.

Complice l’estro musicale di Alessandro Panatteri che compone per l’occasione musiche originali sui testi di Torquato Tasso e la cura della drammaturgia musicale da parte di Gianni De Feo.

A coronamento, la costruzione solenne e magica dell’impianto scenografico – che può leggersi anche come spazio della mente – di Roberto Rinaldi. Davvero suggestiva l’installazione che allude al misterioso intrico di emozioni di cui si compone la vita (e che si ritrova poeticamente anche nell’acconciatura di Maria D’ Avalos) ma che può trovare composizione affidandosi alla potenza dell’amore e alle ali del perdono. Di Roberto Rinaldi è anche la cura molto efficace dei costumi dei due interpreti. Grande potenza iconografica quella sprigionata dai movimenti scenici.

ph Sabrina Cirillo

Ed è impossibile a tutti noi del pubblico non godere della musicalità linguistica del Cinquecento che si sprigiona nell’aria. Dove la lingua napoletana trova la maniera di legarsi e poi duellare fino a ricomporsi con lo spagnolo. Senza ostacolare incursioni di latino.

ph Sabrina Cirillo

La lirica creatività di Roberto Russo immagina che la vita di Carlo Gesualdo e di Maria D’Avolos non termini con la morte storica. Così fa in modo che i due si ritrovino oltre la morte: un pò come lo Jago e l’Otello del Pasolini di “Uccellacci e uccellini” catapultati tra l’immondizia di un “non posto”. 

Una morte quindi, quella che per loro immagina il drammaturgo Russo, che non separa definitivamente ma che è un confine sul quale ci si può incontrare. Ancora. Provando a ricomporre il caos nel quale – solo temporaneamente – si era conclusa la loro relazione. Proprio come si faceva, appassionandosi, con il cubo di Rubik.

ph Sabrina Cirillo

Prende avvio allora una rievocazione che torna a saggiare le informazioni spesso manomesse dai pettegolezzi – che tanto fanno godere chi ha una vita povera di stimoli – i quali sembrano profumare così intensamente di verità quando invece nascondono l’aridità pungente propria delle spine di una rosa. E qualcosa succederà.

ph Sabrina Cirillo

La Maria D’Avalos di Cloris Brosca si dona in una magnifica articolazione vocale che le permette di essere matematica e lirica. Sempre credibile e dalla multiforme espressività, dona carattere anche alle altre partiture che le sono affidate in scena.

Gianni De Feo – che oltre a dare anima a Carlo Gesualdo si moltiplica in una varietà stupefacente di partiture, brilla d’intensa poliedricità. Brucia in tensione creativa. Con straordinaria efficacia e repentinità esce da una psiche per lasciarsi abitare da un’altra. E poi un’altra ancora.

E’ incanto.

ph Manuela Giusto

Recensione dello spettacolo ERODIADE di Giovanni Testori – regia Marco Carniti – con Francesca Benedetti

TEATRO BASILICA, 21 Febbraio 2024 –

Non fu con gli occhi il loro primo incontro.

Fu con la voce: quella di lui, calda, tonitruante.

Così è l’orecchio di Erodiade l’ingresso attraverso il quale prende corpo tutta la potenza dannatamente erotica di Giovanni Battista. Ed è questa sua carnale carica vocale che l’Erodiade di Francesca Benedetti riesce ad “ereditare”.

E’ una mirabile Francesca Benedetti quella infatti che ci si da’ attraverso l’oscura sensualità della voce che si scopre carne: quella del Battista, quella che tanto l’aveva “inchiodata”.

E che ora inchioda noi del pubblico.  

Francesca Benedetti

Se per qualche ora Erodiade può finalmente stringere un frammento di quel corpo tanto desiderato e negato, per sempre conserverà in sé quella sua rovente tattilitá vocale e la tenebrosità di quei colori.

È un “laiare” (un lamentarsi, verbo derivato dal termine “lai”) che la Benedetti plasma. Se ne hanno echi sulle mani, sulle tensioni interiori che danno forma ai drappeggi della sua tunica. E poi in quelle trasformazioni del respiro. 

Il trono dal quale parla, finalmente sola con quel che resta di Giovanni Battista, è un’elegante e minimalista installazione che oltre ad essere un trono allude alla stilizzazione di una croce: quella sulla quale lei si offrirà come vittima, in una fusione cromatica disperatamente commovente.

Erodiade, il personaggio biblico spesso messo in ombra dalla sensualità della figlia Salomè, nel testo di Giovanni Testori racconta il suo disperato amore per Giovanni Battista e l’inaccettabile rassegnazione davanti alla sua scelta di morire martirizzato, piuttosto che cedere alle sue offerte amorose. Un’Erodiade vittima, non carnefice.

Francesca Benedetti

La regia di Marco Carniti sceglie con efficacia di incentrarsi sull’ossessione di Erodiade a voler “decidere”: sul suo non rassegnarsi a subire la scelta castrante del Battista. Ad avere anche lei parte attiva, pur consapevole di agire dentro un finale in realtà predestinato.  Suo è il desiderio ossessivo di “decidere” e quindi di “tagliare”, reso con lacerante e compulsiva efficacia anche dalla drammaturgia sonora di David Barittoni.

Francesca Benedetti e Marco Carniti

Una magnifica ossessione che prende forma dalla fusione alchemica che si realizza all’interno del flusso di coscienza che Testori affida ad Erodiade. E che si manifesta attraverso l’inchiodata dirompenza dell’interpretazione di Francesca Benedetti che, come in un basso rilievo, si staglia dal fondale dei suoi stessi pensieri. Un fondale che prende forma attraverso il multiforme scorrere di quei disegni con la stilografica delle oltre settanta posizioni della testa recisa del Battista, che effettivamente nacquero nella mente di Giovanni Testori parallelamente alla gestazione della scrittura di questo lacerante lamento.

Uno spettacolo che onora la ricorrenza del centenario della nascita di Giovanni Testori e la vertiginosa poliedricità della sua parola materica.

Francesca Benedetti è viva e vibrante testimonianza del continuare ad esserci di Giovanni Testori.

L’affluenza straripante e incontenibile ieri sera al Teatro Basilica la prova del suo essere ancora così necessario.

Bisogna amarsi meno,

bisogna lasciare al tempo

l’ingorda gioia d’insegnare

che l’amore non è ricevere,

né dare,

ma lasciarsi prendere,

affondare

—-

Giovanni Testori

(da Non a te nudo amore, di Massimo Recalcati e Nicola Crocetti)

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Recensione di Sonia Remoli

Recensione dello spettacolo TOP GIRLS di Caryl Churchill – regia di Monica Nappo –

TEATRO VASCELLO, dal 20 al 25 Febbraio 2024 –

Quanto costa essere una top girl ? 

No, non quanto si guadagna. 

Piuttosto quanto occorre “spendersi” – cosa bisogna essere disposte a perdere – per essere al top ? 

Ancora oggi, infatti, non ci possiamo permettere di liberare un sano e creativo uso del “femminile” se vogliamo “volare un pò più in sù” (come la sagace drammaturgia sonora allude) raggiungendo posizioni di alto livello socio-politico.

Ancora oggi per essere apprezzate come donne occorre somigliare agli uomini – essere delle insensibili “lady di ferro” (molto suggestivo l’accessorio che indossano in scena le esaminatrici del personale) – o sottomettersi a dei mortificanti stereotipi femminili.

Ancora oggi desiderare avere figli è penalizzante nel mondo del lavoro.

Ma perché è così anomalo realizzarsi come “persona” – come imprenditore di se stesso – oltre che come imprenditore altrui ?

Perché risulta così difficile una rispettosa sinergia tra le caratteristiche proprie della natura maschile unite a quelle della natura femminile? 

Caryl Churchill

40 anni fa intorno a queste domande gravitava la provocante drammaturgia di Caryl Churchill, una delle più apprezzate voci viventi della drammaturgia anglosassone. Recentemente questa stessa drammaturgia, tradotta da Maggie Rose, è stata ripresa e riletta dall’acuta sensibilità della regista Monica Nappo (in scena anche come attrice)

Monica Nappo

proprio per rendere consapevoli gli spettatori-cittadini-lavoratori di come dopo 40 anni la situazione attuale sia rimasta ancora troppo simile a quella precedente. Ecco allora che può risultare utile aprire una nuova riflessione. Perché anche a questo serve il teatro, quello autentico.

La scena (efficacemente spartana e decadente, curata da Barbara Bessi) si apre ospitando una festa di promozione: quella di Marlene, responsabile di un’agenzia di collocamento londinese. Lussureggianti sono gli abiti delle invitate (la cui cura è affidata al magnifico estro di Daniela Ciancio). Ma sotto il vestito scopriremo esserci una gran miseria esistenziale: Marlene infatti nonostante la brillante promozione, riesce a tollerare i racconti relativi alle condizioni che hanno reso possibili i successi delle sue invitate (non così dissimili dalle sue) solo grazie al copioso vino rosso che continua a mescersi.

Siedono al suo tavolo:

Isabella Bird, scrittrice e esploratrice scozzese del XIX secolo che, per poter andare a cavallo come gli uomini senza dare scandalo, si disegnò e si vestì con pantaloni alla turca, casacca e sopra a tutto un abito hawaiano colorato. E che, grazie alla redazione di un libro con le testimonianze dei suoi avventurosi viaggi, fu la prima donna della storia ad essere nominata membro della Royal Geographic Society. Priva però di facoltà di parola in pubblico.

Lady Nijo,  scrittrice e poetessa giapponese del periodo Kamakura, concubina dell’imperatore Go-Fukakusa dal 1271 al 1283 e in seguito monaca buddista. Una donna che pur appartenendo ad una classe nobile, senza la protezione della famiglia, senza marito e senza prole non poteva aspirare a occupare alcuna posizione di potere.

La papessa Giovanna che nel IX secolo, travestita da uomo, raggiunse il grado ecclesiastico più alto dell’Impero. Di origini umili, assumendo abiti maschili potè studiare le arti del trivio (dialettica, grammatica e retorica) distinguendosi fra tutti per erudizione, saggezza e oratoria. A Roma, sempre in abiti maschili,  grazie al suo  straordinario  sapere riuscì a scalare la gerarchia ecclesiastica, acquistandosi grandi simpatie anche come specchio di virtù. Al punto che alla morte di Leone IV, nell’855  fu eletta papa.

Dull Gret, figura centrale di un quadro di Bruegel: personificazione di quelle donne colleriche che quando sfogano la propria rabbia “possono saccheggiare la soglia dell’inferno e tornare incolumi”, come recita un antico proverbio fiammingo. Una rappresentazione della lotta tra i sessi, già allora un soggetto di successo nel teatro e nella letteratura popolare. 

Griselda, un personaggio delle storie di Boccaccio, Petrarca e Chaucer, la cui obbedienza al marito di fronte a orribili maltrattamenti l’ha resa leggenda. Griselda infatti conserva intatto il proprio amore per il marito, il quale alla fine le svela di averla voluta mettere alla prova.

Come in un visionario esperimento antropologico, s’immagina allora che questa festa possa prendere le sembianze di una sorta di simposio platonico, dove Marlene sceglie di circondarsi di “vincenti” donne del passato, per condividere insieme esperienze e teorie sul tema del rapporto tra uomo e donna, tra maschile e femminile.

L’esperimento di condivisione rivelerà non solo cosa ognuna di loro ha dovuto sacrificare per farsi riconoscere dalla società patriarcale in cui è vissuta ma – a differenza di un autentico simposio – come anche tra donne non riescano a lasciarsi spazio all’ascolto e quindi al riconoscimento l’una dell’altra.

Ormai così snaturate nel proprio femminile – che invece è capace di fertile condivisione e di attitudine alla relazione – che pur di primeggiare e quindi d’imporsi, finiscono per rendersi sorde, sovrapponendosi continuamente nel parlare.

Testimonianze passate e presenti così poco edificanti che Marlene inizia a faticare nel continuare a farne oggetto di festeggiamento. L’apice dell’assurdo si raggiunge nel momento in cui ciascuna racconta che cosa è stata costretta a fare della propria maternità: la festa sembra degenerare in un senso di vuoto dai contorni voraginosi, che però prontamente viene riempito con succulenti dolci.

Marlene è l’unica che non riesce a raccontarsi: che cosa nasconde la sua sfolgorante promozione?

Ecco allora che, quasi come in una regia cinematografica, successivamente a questo campo lungo su dinamiche antropologiche insite nella stessa natura umana, la regista Monica Nappo ci fa entrare in una serie di primi piani dedicati al vissuto di donna proprio di Marlene. 

Uno spettacolo dalla forza comunicativa “espressionista” :  gesto, movimento, luce (la cui drammaturgia è curata da Luca Bronzo) e parole sono concertati per mettere a nudo i conflitti sociali e le contraddizioni dello stare al mondo degli umani. Lo spettatore se li sente tutti sulla pelle: l’adesione è intima, profonda. Al di là della discrezione. 

Le interpreti in scena – (in o.a.) Corinna Andreutti, Valentina Banci, Cristina Cattellani, Laura Cleri, Paola De Crescenzo, Martina De Santis, Simona De Sarno, Monica Nappo, Sara Putignano– brillano nell’accordarsi tra loro come un autentico ensemble. E suscitano, attraverso il potere poetico della parola, l’irruzione in scena del nucleo segreto della vita. 

Uno spettacolo che sonda la nostra vitalità interna, per metterci davanti a tutte le nostre possibilità. Perché seppur l’istinto alla sopraffazione ci costituisce, la capacità di amare la possiamo continuare ad imparare.

E’ la funzione del teatro, il suo senso ultimo: luogo di riflessione, di denuncia e di continue restituzioni.

E’ l’arte di far naufragare certezze senza mai rinunciare a cercarne di nuove.


Recensione di Sonia Remoli

Recensione dello spettacolo ELENA di Ghiannis Ritsos – di e con Elena Arvigo

TEATRO ARGOT STUDIO, dal 15 al 18 febbraio 2024 –

Ora vive in quel che resta della sua mitica dimora. Spazzata dal vento. Spazzata dai venti di guerra.

Ora a tutela – anzi, a guardia – dell’Elena regina di Sparta di Ghiannis Ritsos c’è una presenza ambigua (una Monica Santoro solennemente inquietante) : di quelle che sanno muoversi tra la vita e la morte, tra le ombre e la luce (come la drammaturgia luminosa di Andrea Iacopino narra con suggestione).

Noi del pubblico percepiamo di essere introdotti a qualcosa di sacro: come in un rituale nel cui canto d’apertura si chiede il favore della Luna, casta diva. O di Calliope, dalla bella voce. O degli dei della guerra.

Lo spazio nel quale si muove Elena (una mirabilmente decadente Elena Arvigo), un pò come quello della sua mente, non conosce nette delimitazioni fra interno ed esterno. Le pareti non sono muri ma veli: eppure Elena sembra una creatura tenuta in cattività, in un tempo in cui la libertà è un’ipocrisia.

Elena è abitata da un luogo fisico (la casa, la Grecia degli anni settanta) e da un luogo mentale, entrambi al di là della logica: smarriti sono il principio di identità e di non contraddizione e quello di causa-effetto. Regna il caos fuori e dentro: gli oggetti sono stati delocalizzati e le parole hanno perso senso. Come quando si è in guerra.

Ci si orienta con ” i suoni “: quelli prodotti con il bastone, ad esempio. Che in questa subdola polisemia è sia un aiuto per deambulare, che l’oggetto sacro del rabdomante. Ma anche uno scettro. E poi un’arma. Ontologicamente invece ci si orienta con i suoni procurati dal fragile contatto tra cristalli: materia della stessa fragilità delle relazioni umane. 

E poi ci sono i suoni emessi attraverso la pronuncia delle parole. Tanto queste sono svuotate di senso, quanto i suoni diventano l’unico autentico orientamento. Quasi dei sottotesti sonori. 

Sebbene l’Elena di Ritsos sia oltremodo invecchiata e trascurata nell’aspetto fisico, quella dell’Arvigo mantiene nonostante tutto una sua sensualità ancestrale. Ed è tutta nel piacere di parlare: nel gustare la pronuncia delle singole parole. Ma anche nell’ascoltarsi e ancor di più nell’immaginare di essere ascoltata.

Il suo è un parlare come un canto fascinosamente ospitale verso picchi e cadute: nei toni, nei ritmi, nei timbri. Ma il parlare dell’Elena dell’Arvigo è anche la voluttuosità dei suoni onomatopeici. E’ il dare corpo sonoro ad ogni singola sillaba: quella succulenza dalla quale tenta di sprigionarsi il significato.

È come se l’Elena dell’Arvigo facesse all’amore con i suoni delle parole. Il suo è anche un esplorare con la lingua ogni cavità della bocca per indovinare, come una rabdomante, il suono da produrre. E con il quale veicolare un determinato significato.

È spettacolo. È meraviglia.

È una stupefacente modalità di onorare la poesia di Ghiannis Ritsos.

Quel resistere comunque, anche quando tutto perde senso.

Quell’elegiaco denunciare attraverso la potenza del mito.

Quel fiore da custodire in bocca, in attesa di poterlo lasciar andare.

Ghiannis Ritsos con il suo amico e fine traduttore Nicola Crocetti

che ha fatto conoscere con dedita tenacia la poesia di Ritsos in Italia



Recensione di Sonia Remoli

Recensione dello spettacolo SOUVENIR DE KIKI da “Diario di una modella di Kiki de Montparnasse” – regia Consuelo Barilari

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Manuela Kurstermann ha ricevuto il Premio Franco Enriquez 2024 per un Teatro, un’Arte e una Comunicazione di impegno sociale e civile – (cat. Teatro Classico e Contemporaneo, Cinema e Tv Sez. Grandi Attrici e Direttrici Artistiche) quale Premio alla carriera. Kustermann è una «attrice simbolo del Teatro italiano e internazionale…. Accanto alle sue interpretazioni teatrali, sono numerose e significative anche le presenze televisive e radiofoniche».

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TEATRO VASCELLO, dal 13 al 18 Febbraio 2024 –

Se il tempo tende a “velarla” (come anche la scena acutamente allude), è cura di questo spettacolo con un’appassionata Manuela Kustermann contribuire al dis-velamento della figura di Kiki de Montparnasse.

Uno spettacolo che nasce drammaturgicamente ed è curato registicamente da Consuelo Barilari: attrice e regista molto attiva sul fronte dei progetti interculturali (dirige dal 2006 il Festival dell’Eccellenza Femminile di Genova). Suo il desiderio di parlare di donne e di farlo a un livello alto, raccontando le figure poco conosciute. Perché – come non si stanca di ricordare – “anche le donne possono svolgere un’importante funzione storica rispetto agli avvenimenti”.

Consuelo Barilari

E’ il caso di Kiki de Montparnasse: una donna che – affamata di vita – cadendo e sbagliando sempre meglio arriva ad abitare il suo tempo, fino a “regnarvi”. 

A qualche livello Kiki sa di “aver segnato” il suo tempo ma intorno ai trent’anni avverte l’esigenza di rendere pubblica questa consapevolezza. Sceglie allora di affidarsi al potere della parola scritta, del raccontarsi, per riunire e dare forma a tutti i frammenti della sua tragica e luminosa esistenza. E’ così che – quasi come in una struttura metateatrale – dalla rievocazione dei momenti più fondanti della sua vita prende forma ad un tempo l’autobiografia “Memorie di una modella” del 1929 e lo spettacolo con Manuela Kustermann.

Cantante, ballerina, modella, Kiki è la stella delle notti di Montparnasse, sulla Rive Gauche della Parigi degli anni Venti. 

Caschetto nero, morbide spalle, fianchi che sanno come agitarsi: fino al 18 febbraio Kiki è in Manuela Kustermann, donna che come Kiki ha fatto dell’essere avanguardia la sua cifra stilistica ed esistenziale.

Kiki nasce Alice Ernestine Prin, figlia illegittima dalle origini povere e oscure. La sua spinta vitale è una fame inappagabile: un’urgenza a voler essere riconosciuta. Ad esistere perché accolta con entusiasmo. Il suo breve passaggio sulla terra è un viaggio doloroso alla conquista di se stessa attraverso il riconoscimento esterno, quello che fonda l’autostima e che la porterà ad essere vista in tutta la sua irresistibilità.

Manuela Kustermann è Kiki de Montparnasse

Kiki non è stata solo la compagna e la musa di Man Ray o la preferita da Calder e Modigliani, o di Cocteau e Fujita. Kiki fu molto di più: fu artista magnetica e irresistibile, pittrice dalla creatività esplosiva, attrice nei primi film surrealisti. Una donna imprendibile, con la quale la storia è stata ingenerosa. 

Questo spettacolo le rende omaggio, intessendo una trama in cui i fili del racconto di Kiki s’intrecciano ai fili dei racconti di quegli uomini con i quali ha condiviso momenti importanti della sua vita.

Ma esplorando insieme alla Kustermann l’eccezionalità della storia di una donna come Kiki, non possiamo non accettare l’occasione dell’incontro anche con noi stessi. E così anche noi tessere fili al nostro vissuto, da intrecciare e condividere con queste due donne stupefacenti. 

Manuela Kustermann continua a toccarci il cuore: emozionandoci e suscitandoci inquietudini.

Uno spettacolo, questo, da continuare a portare con noi all’uscita dal teatro: proprio come uno speciale souvenir. Un souvenir de Kiki.


Recensione di Sonia Remoli

IL PREMIER di Giuseppe Manfridi – regia a cura di Piero Maccarinelli

TEATRO ARGENTINA, 12 Febbraio 2024

In occasione del terzo appuntamento della Rassegna promossa dal Teatro Parioli “LINGUA MADRE -Il teatro italiano non fa schifo – drammaturgua italiana a confronto tra commedia e dramma“, su gentile concessione del Teatro di Roma, il Teatro Argentina ha ospitato la rappresentazione del testo di Giuseppe Manfridi “Il Premier”. Sul palco un cast d’eccezione diretto da Piero Maccarinelli: Gabriele Lavia, Stefano Santospago, Galatea Ranzi, Duccio Camerini, Federica Di Martino e Mersila Sokoli.

Il drammaturgo Giuseppe Manfridi

Fin dalle prime battute – rese con la mirifica intimità di un flusso di coscienza dal Giovanni Cravero di Gabriele Lavia – la raffinata eleganza della scrittura di Giuseppe Manfridi inizia a diffondersi nell’aria e a solleticare l’immaginazione di chi ascolta . Tanto che al vivido entrare in battuta degli altri personaggi della vicenda - Stefano Santospago, Galatea Ranzi, Duccio Camerini, Federica Di Martino e Mersila Sokoli – lo spettatore si ritrova irrimediabilmente invischiato nel fascino della narrazione. 

È quello che può manifestarsi quando una preziosa drammaturgia si fonde sinergicamente alla plausibile voluttuosità di voci che sanno farsi corpo. E trovano la chiave per entrare ed aprire quel “non detto” – di cui è così ricca la drammaturgia di Manfridi – che si cela nelle aree della coscienza dove si vanno a depositare certe parole, certe immagini, certi dubbi, che il dialogo “aperto” non riesce ad accogliere. Ma che gli interpreti rendono rintracciabili quali micro-dettagli, ad esempio, all’interno della prossemica delle vocalità. Oppure facendo emergere quelle particolari manomissioni narrative che – interferendo con il discorso previsto – ne rivelano il discorso reale.

Gabriele Lavia

Cura e capacità interpretative necessarie in un testo dove il tema della gestione del potere risulta fondante assumendo così tante declinazioni, sia sul versante politico che relazionale.

Su tutte l’eccitazione irrinunciabile di Cravero a sentirsi dire da tutti “lo faccio” ma che per essere tale deve confrontarsi con la tensione a non farsi scoprire nella sua fragile natura vitrea. Perchè proprio da questa tensione – che lo avvicina pericolosamente alla morte – lui si rigenera. E così può, come in un perverso rituale di purificazione, ‘ri-candidarsi”: ritornare candido. E farsi rappresentare dallo slogan: “Cravero nonostante tutto”.

Il regista Piero Maccarinelli

Questa interessante Rassegna, promossa da Piero Maccarinelli, Lingua MadreIl teatro italiano non fa schifo – drammaturgua italiana a confronto tra commedia e dramma è dedicata alla drammaturgia contemporanea italiana rappresenta un’occasione per riflettere sul tema e rimuovere quegli ostacoli che impediscono una fruizione popolare della scrittura scenica di qualità, così come accade in molti altri Paesi. Un veicolo per realizzare un osservatorio attivo di pubblico partecipe, che sia da stimolo e confronto tra le diverse espressioni del fare teatro oggi.

L’ultimo appuntamento si terrà il 26 febbraio 2024 ore 21.00 – TEATRO PARIOLI –

L’ORA NOSTRA

di Sergio Pierattini

regia a cura di Piero Maccarinelli

personaggi e attori

Giada – Sandra Toffolatti

Mauro – Emanuele Salce

Milvia – Claudia Coli

Enrico – Francesco Bonomo

Oscar – Noli Sta Isabel

La morte improvvisa della proprietaria di un’importante azienda vinicola Toscana riunisce i due figli che da anni vivono uno, Mauro a Milano e l’altro, Giada, in Cina.

La natura dell’improvviso decesso non è chiara.  Quel giorno nell’azienda era presente solo Oscar, fedele tuttofare filippino della defunta.

Costretti da una bufera di neve a una convivenza forzata, nell’attesa che si possa celebrare il funerale, figli e i loro coniugi preparano l’organizzazione delle esequie in un crescendo di tensioni che assumono, con il passare delle ore, tinte tragicomiche.

I sospetti che iniziano a gravare sul domestico troveranno conferma nella scoperta del testamento e in una sconvolgente rivelazione.


Recensione di Sonia Remoli